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04 Bernina (-125)
AGO The summit quest, Viaggi verticali
Dice Matteo, mi sembra che alla fine tu abbia ammazzato anche questo bastardo. In realtà no, per un soffio. Ma è stata una gran bella avventura, certamente - a mia memoria - la più lunga, completa e faticosa che mi sia capitato di affrontare in questi anni nella mia collezione di 4000. Per dire, sono rientrato da quattro giorni e ancora non cammino: non tanto per il mal di gambe - anzi, quelle sono sorprendentemente a posto, potrei andare tranquillamente a correre, segno che tutto l'allenamento di questi mesi a qualcosa è pur servito - ma per i miei poveri piedi, completamente devastati da ore ed ore di cammino e migliaia di metri di dislivello macinati con gli scarponi nuovi.

Piz Bernina, dunque, 4.049 metri, unico quattromila della Alpi Centrali. Inseguito da settimane, una partenza rimandata tre volte. Un conto in sospeso da più o meno una dozzina d'anni, o forse più, quando con Bruno feci un tentativo primaverile interrotto alla Capanna Marinelli, a quota 2.800 scarsi, a causa di una bufera di neve. Una notte trascorsa in rifugio a sperare che il meteo migliorasse e poi, il mattino seguente, la resa. Da allora, di tanto in tanto, mi guardo quell'unica foto che scattai all'epoca e so che la partita è ancora aperta.

Questa volta sono con Mauro, con cui ho salito la Weissmies il mese scorso. Mi sono trovato bene, adesso ci conosciamo un po', voglio quindi rinnovare il sodalizio. Durante il viaggio mi dice che ha letto quello che ho scritto a proposito della nostra salita alla Weissmies. Dice, le gambe sono le tue, lo zaino te lo porti tu, non è questione di guida o meno. Vero, com'è però del resto vero che legarmi a lui e poter fare totale affidamento su una guida mi scarica (quasi) del tutto la testa di ogni responsabilità ed ansia. Diciamo, se Mauro mi passa la metafora ovviamente eretica, che c'è un po' la differenza fra il salire un ottomila con l'ossigeno o senza.
Però una cosa è vera e devo riconoscerla. Se sommo tutto, a salire con lui mi diverto e il motivo è semplice: la testa più libera mi consente di godermi molto di più i piaceri dell'ascensione. Credo che questo compensi in buona parte l'evidente aiuto nell'eventuale successo sulla cima e poi, a dirla proprio tutta: ma che differenza (mi) fa legarmi a Mauro o, comunque, ad un socio molto più esperto - come mi accade nella maggioranza delle occasioni? Tanto a) non sono più o meno bravo a seconda di quanta (inutile) ferraglia porto attaccata all'imbragatura e b) salite solitarie di questo tipo, come dieci e più anni fa, non ne faccio più, ed è molto meglio così.
Insomma: salire con Mauro mi piace. Imparo, mi diverto, sono tranquillo.

Piz Bernina: di norma si sale dal versante svizzero partendo dall'arrivo della funivia del Diavolezza, a quota tremila, e pernottando al rifugio Marco e Rosa, tremilaseicento metri circa. La salita dal versante italiano è invece un'avventura quasi d'altri tempi, come sulle Alpi è sempre più difficile viverne: non ci sono impianti di risalita, non c'è copertura del cellulare, l'ambiente del circo glaciale di Scerscen è meravigliosamente selvaggio ed isolato. In due giorni, al di sopra dei duemilaottocento metri di quota, incontreremo solo una persona il primo giorno ed un paio il secondo.
Dislivelli importanti: si lascia l'auto ai margini di un bosco, a quota 1.930 metri. Sviluppo dell'itinerario, infinito: chilometri di valli silenziose, due passi da scavalcare, la Bocchetta delle Forbici a quota 2.636 ed il passo Marinelli Occidentale a quota 3.014, ed ogni volta si ridiscende un pezzo, perdendo irrimediabilmente un po' di quella quota faticosamente guadagnata.
Tre rifugi lungo il percorso di salita. Al Carate, poco sotto alla Bocchetta delle Forbici, arrivi in due ore e mezza circa e dopo esserti lasciato alle spalle i primi settecento metri di dislivello, il che ti dà anche la misura di quanto sia distante dal parcheggio dell'auto, considerato che mediamente si sale fra i trecento e i quattrocento metri l'ora. Poi, la Capanna Marinelli, a più o meno duemilaottocento metri: in teoria sono solo duecento di dislivello dal Carate, in realtà devi scollinare la Bocchetta delle Forbici, scendere un pezzo, percorrere con un ampio cerchio la valle di Scerscen e infine risalire il sentiero a tornanti che si arrampica fino al rifugio: in poche parole, almeno un'altra ora e mezza. E fra una cosa e l'altra sei già a quattro dall'auto. Se non hai fatto pausa al Carate per riposarti, naturalmente.

Di solito la gente si ferma qui alla Marinelli: ne ha abbastanza e si riserva per il giorno successivo il tentativo al Bernina, dal quale mancano ancora più di milleduecento metri di dislivello, lo scavalcamento del Passo Marinelli Occidentale e - manco a dirlo - chilometri in orizzontale per attraversare il ghiacciaio di Scerscen. Mauro ed io, invece, proseguiamo: vogliamo tirare fino al rifugio Marco e Rosa, in cima alla spalla del Bernina, a quota 3.597, in modo da dormire il più in alto possibile e, il mattino dopo, svegliarci a soli quattrocentocinquanta metri dalla cima del Bernina.

Sono già le 14.30 quando ci lasciamo alle spalle la Capanna Marinelli, nel cielo si addensano grossi cumulonembi neri: terrà il tempo? La Marinelli è peraltro deserta: spieghiamo alla biondina che la custodisce che proviamo a salire fino al Marco e Rosa e che caso mai, dovessimo rinunciare, ci vediamo più tardi. Ma io so già che se non dovessi raggiungere il Marco e Rosa l'indomani non avrei più le forze per tentare la cima da quaggiù: siamo troppo lontani e troppo in basso. Quindi, nonostante sia già stanchissimo, per quanto mi riguarda la direzione è una sola: su.

Arriviamo al Marco e Rosa alle 18.40, immersi nelle nuvole, con quasi milleottocento metri di dislivello alle spalle dal punto in cui abbiamo lasciato l'auto e dopo aver risalito i trecento metri finali a 45° (Mauro: dati guida CAI ;-)) del canalone di Cresta Guzza, evitando anche qualche scarica di sassi e scavalcando un paio di crepacce terminali.
Dire che sono un uomo distrutto non rende l'idea: ho impiegato due ore solo per salire gli ultimi duecento metri, dieci passi e soste di due o tre minuti alla volta per riprendere fiato, manco fossi sulla cresta finale dell'Everest. Non ho più un briciolo di energia, di forza, di nulla, nemmeno di capacità di intendere e volere. Ho impiegato otto ore e mezza per arrivare fin quassù e l'unica cosa che riesco a pensare è che mi viene da vomitare, che i piedi mi fanno un male boia e che le gambe se ne sono belle che andate. Altro che salire in vetta: dove diavolo trovo le forze per ridiscendere, domani?? Ma dov'è andato a finire tutto l'allenamento di questi mesi?

Piz Roseg e Scerscen dal passo Marinelli Occidentale
Il titolare qui sul ghiacciaio di Scerscen
Mauro sulla spalla del Bernina
In cima alla spalla del Bernina, presso il Marco e Rosa
La vista sullo Scerscen e sul Disgrazia dal Marco e Rosa

Il panorama dal Marco e Rosa è spettacolare. Sotto di noi, verso sud, la spalla a fianco della quale siamo saliti precipita per cinquecento metri sui ghiacciai di Scerscen. Sull'orizzonte, il gruppo del Disgrazia. Dietro il rifugio, nascosta, la cima del Bernina. E poi la vista spazia sulla Cresta Guzza, proprio sopra le nostre teste, e sui Pizzi Zupò, Argent, Bellavista, fino ai Palù. Un circo glaciale impressionante.
..
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00.47 del 04 Agosto 2008 | Commenti (2) 
 
19 Settantasette punto sei, fra l'altro
LUG The summit quest
Poi uno finisce anche per essere superstizioso. Ad esempio, domani mattina dovevo partire per il Bernina. E' la terza volta in un mese che ho lo zaino pronto per il Bernina ed anzi, a dirla tutta, non l'ho mai disfatto sin dalla prima partenza a vuoto. E' lì pronto, con appesi il casco, la macchina fotografica e la piccozza, gli scarponi già in macchina, e per la terza volta, all'ultimo momento, non partirò. Naturalmente le previsioni del meteo sono da favola.

Negli ultimi due mesi, vuoi inizialmente per problemi meteorologici, vuoi poi per qualche imprevisto dell'ultima ora capitato di volta in volta ai miei soci di cordata, vuoi per qualche problema accaduto a me praticamente al momento di salire in macchina, tutti i miei programmi sono saltati a raffica. A parte la salita della Weissmies, che comunque a sua volta era stata rimandata un paio di volte nel giro di un mese, non sono più riuscito a combinare un tubo. Da maggio, nell'ordine, niente Palù, niente Dammastock, niente Bernina, niente traversata dei Lyskamm, niente Zumstein e, soprattutto, niente Monte Bianco, inizialmente programmato per il 5 luglio, ma poi inesorabilmente spostato di settimana in settimana: se via via saltano tutte le uscite di preparazione, salta inevitabilmente l'obiettivo finale.

Gira tutto stramaledettamente storto di questi tempi e le avverse vicende che ormai si accaniscono sul mio summit quest, al quale avevo dedicato tutti questi mesi di inutile preparazione, sono solo la punta dell'iceberg. Posso anche disfare quel cavolo di zaino nuovo, piantarla di andare a correre come un cretino alle otto di sera con trenta gradi e smetterla di sognare, anche perché a questo punto non è che abbia tutte queste giornate libere per recuperare il tempo sprecato fin qui.

Non è proprio aria di sogni, zero. Avrei dovuto capirlo da un pezzo.
19.52 del 19 Luglio 2008 | Commenti (2) 
 
05 Settantotto e uno
LUG The summit quest, Running
Questa sera avrei dunque dovuto essere ad affilare i ramponi sulla terrazza del Cosmique, e vabbè. In teoria il programma generale è stato solo ripianificato e del resto le previsioni per domani sono pessime. Il mio socio, poi, ha dovuto definitivamente dare forfait per il resto dell'estate e quindi addio nuova cordata prima ancora di vederla davvero in azione. Poi uno dice il destino. Ché evidentemente non basta la buona volontà e imporselo, di riprendere. La sfiga insegue, qualcosa che va storto continua ad esserci e francamente anche la mia motivazione se ne va pian piano a quel paese, com'è vero che nelle ultime tre settimane sono riuscito solo una volta a chiudere i miei dieci chilometri, peraltro con un tempo da latte alle ginocchia, vuoi per il caldo, vuoi per la stanchezza, vuoi per quel po' di solito male ai tendini, vuoi perché mi sto davvero iniziando a rompere. Non parliamo poi dell'andare in piscina, ché l'accappatoio è lì appeso a prender muffa e domenica scorsa, pur avendo fatto un mesto tentativo, ho lasciato immediatamente perdere quando ho visto la folla assediare la vasca manco fossimo in spiaggia a Rimini.

Perso dunque il socio, saltato il programma dell'anno, con la stagione che avanza inesorabilmente senza alcun progresso a parte la fiammata di fine giugno, ho deciso comunque di non arrendermi, e boia chi molla. Eccheccavolo, con tutto lo sbattimento che ci ho messo quest'inverno per allenarmi.
Ho quindi richiamato Mauro, che abbiamo conosciuto qui, e gli ho chiesto il suo capo della corda per tentare il tutto per tutto, almeno entro fine luglio. Continuare con una guida non sarà la stessa cosa, tanto più se ripenso al fatto che l'obiettivo orginale di inizio anno era l'Elbrus con Massimo, ma pazienza, ormai l'importante è riprendere davvero, non buttar via tutto il lavoro fatto fin qui e chiudere almeno la partita con il Monte Bianco, una volta per tutte. Perlomeno provarci.
Mauro ha ovviamente accettato e abbiamo fatto un programma su tre uscite: altri due 4000 e poi, per la fine del mese, via sul Bianco come previsto. Resta però il fatto che sempre in balìa di Giove Pluvio ubriaco siamo.

Così, lo scorso weekend è saltato e amen. Rimandato. Saremmo dovuto ripartire domani, poi abbiamo spostato la partenza a lunedì, adesso le previsioni dicono martedì e mercoledì, ma non è che a me sia così facile cambiar programmi a seconda di come gli gira allo zio Eolo. Ché, come tutti gli esseri umani normali, avrei anche un lavoro, una famiglia, ed altre cosucce da fare, tipo. Lo zaino comunque è lì pronto, e stiamo a vedere.

Per combattere il crollo motivazionale, invece, e non demordere almeno dalle mie corse serali, mi sono rimesso a studiare a ho fatto una chiacchierata con qualche amico runner. Insomma, non ce n'è: per schiodarmi dai dieci chilometri in un'ora e briciole pare esista un solo modo, le ripetute.
Ora, dopo averle provate una volta, sono giunto alla conclusione che le ripetute siano contro la convenzione di Ginevra. Funzionano così: ti spari due minuti a rotta di collo seguiti da due minuti trotterellando per riprendere fiato, e vai avanti per dieci volte. Quaranta minuti complessivi, naturalmente senza fermarsi. Questa la teoria.

Sapete che sono cinque mesi da che ho iniziato a correre, ormai. Bene, questa la pratica al primo tentativo (e diciamo anche che faceva sì caldo, ma tutto sommato erano le otto di sera e c'era un bel venticello ad asciugare i ventotto gradi):

...soliti cinque minuti camminando per riscaldarsi (ahah, riscaldarsi, con 'sto clima!), poi pronti via, due minuti a rotta di collo, ehi ma quanto cazzo durano questi due minuti, aiuto, ho bisogno di una bombola, pulsazioni a centosettanta in men che non si dica, puff puff pant pant, ecco, per fortuna finiti, adesso due minuti trotterellando, quasi fermo va', puff puff, a momenti vomito, miii se è dura, ehi ma sono già passati i miei due minuti di calma, e vabbè, pronti via di nuovo, due minuti a rotta di collo, che già lo vedi che non è mica rotta di collo come quella di prima, gasp, aiut, puff puff, pant pant, miiii, ma quanto sono lunghi 'sti due minuti?, aiuto, vado in tachicardia, aaagh, finiti per fortuna, sì, vabbé, erano uno e cinquantanove, forse uno e cinquantotto, ma occhei, adesso due minuti di calma trotterellando, che quasi vomito per davvero, ma che è 'sta storia delle ripetute, questa è roba che ammazza, oddio sono già finiti i due minuti di calma, pronti via a rotta di collo, seee, se va bene sto andando alla metà della prima tornata, ma più di così proprio non ce la faccio, mi gira la testa, adesso stramazzo al suolo, ma quanto accidenti manca?, ancora UN minuto?, diomio non ce la farò mai a finire la terza, pant pant, non respiro, non respiro, il cardio sta impazzendo e l'allarme suona che è un piacere, no no, mi fermo, non ce la faccio, svengo, stop, solo un minuto e mezzo, vabbé, mi fermo solo qualche secondo a riprendere fiato va bene?, lo so che dovrei trotterellare ma proprio non ce la faccio, devo assolutamente fermarmi o mi vien su anche la colazione di stamattina, ecco, sono già passati i due minuti di riposo e non ho nemmeno ripreso a muovermi, vabbè, facciamo due e mezzo occhei?, ecco, adesso provo a ripartire, pronti via di nuovo a rotta di collo, ehi ma stai a mala pena corricchiando come al solito, sì ma più di così non ce la faccio, anzi, sto per svenire, devo rifermarmi, ma come?, sono passati solo cinquanta secondi, occhei facciamo almeno un minuto eh?, basta basta pietà, mi fermo, devo fermarmi, sob...

Ve la faccio breve. Dopo la terza ne ho inanellate altre quattro di un minuto scarso, scarsissimo, a ritmo vecchio cammello assetato, intervallate da tre minuti praticamente fermo in stato catatonico. Poi, dopo mezz'ora di 'sto Gòlgota, ho deciso di correre una quindicina di minuti blandi blandi, alla metà del mio solito ritmo, una cosa da cinque-sei chilometri l'ora per dire. giusto per non sentirmi una schifezza.
Alla fine di questa tragica uscita da quarantacinque minuti, metà dei quali passati fermo in mezzo a una strada ad annaspare e a cercar di non vomitare, sono tornato in camera, mi son fatto un doccia, mi sono aggregato a un gruppo di colleghi e sono finito in un agriturismo sulle colline del Barbaresco a chiudere la serata con salame fatto in casa affettato spesso quattro centimetri e calici di vino bianco ghiacciato.

Belle, eh, le ripetute. Magari la prossima settimana ci riprovo, va'.

[Comunque sono molto fiero di me: nuovo record a 78,1kg, ho stracciato anche i settantanove - mi sa anche grazie al caldo che fa sudare come bestie da soma. Due taglie in meno, quasi, cinque chili in cinque mesi. E massa grassa finalmente al 19%. Il salame casereccio ci sta, ci sta eccome.]
16.44 del 05 Luglio 2008 | Commenti (0) 
 
26 Weissmies (buona la terza)
GIU Viaggi verticali, The summit quest
Alla fine il conto è chiuso. Un inseguimento durato quattro anni, con accanimento: la frustrazione del 2005, l'amara sconfitta del 2006 (il destino: quasi nello stesso giorno del successo di quest'anno) e la prospettiva di una nuova rinuncia solo pochi giorni fa. Il primo obiettivo, vero, di stagione finalmente centrato. E, soprattutto, il mio ritorno in vetta ad un quattromila, a ben undici anni di distanza dall'ultimo centro. Volendo, ci sarebbe di che essere ben felici.

Per riuscirci ho dovuto cambiare strategia. Al diavolo i weekend e le speranze di infilarne uno con il meteo ottimale: ho approfittato della prima finestra di tempo stabile, lunedì e martedì, zaino pronto e via. E, non potendo a questo punto far conto su nessuno dei miei vecchi e nuovi soci di cordata, mi sono cercato una guida alpina, che ho trovato nel buon Mauro Scanzi.
Solo una volta, anni fa, mi ero affidato ad una guida per andare a fare qualche scialpinistica e conservo un bel ricordo di quell'esperienza. Certo, salire con una guida ti cambia completamente le carte in tavola, soprattutto psicologicamente, ti puoi concentrare esclusivamente sui piaceri della salita, dimenticarti qualunque pericolo: crepacci, temporali, scariche di sassi e ghiaccio. Un bel vantaggio. Ti leghi a lui e lui pensa a tutto il resto: tu devi solo star dietro al suo passo, che peraltro lui adatta il più possibile al tuo, puntando al compromesso ideale fra l'esigenza di correre in certi tratti per evitare problemi e il non sfiancarti per riuscire a portarti fino in cima. In qualche modo spoglia quasi del tutto il tuo contributo alla salita: tu devi solo metterci le gambe, i polmoni e una versione minimal basic delle tue capacità tecniche; per contro, impari molte cose e ne ripassi mille altre che avevi scordato del tutto. E comunque le gambe e i polmoni sono i tuoi, e i ramponi che mordono il ghiaccio pure.

Mauro è un tipo tranquillo e alla mano, preciso, puntualissimo, che ti mette perfettamente a tuo agio. Un vero professionista della montagna. Le quattro ore di viaggio verso Saas Grund sono un'ottima occasione per imparare a conoscerci e per raccontargli com'è che le nostre strade si sono incrociate. E di nuovo, a due anni precisi di distanza, rieccomi ai tremilacento della Hohsaas, sotto a quella maledetta parete nord ovest della Wiessmies che ormai conosco come le mie tasche. La serata è calma, serena, irragionevolmente calda considerata la quota. Non c'è un alito di vento ed alle otto di sera, davanti al ghiacciaio, si sta in maglietta.
Studio la parete. La traccia di salita quest'anno passa molto più a destra di come la ricordavo. Vedo il punto dove Bruno ed io ci arrendemmo due anni fa, poco sotto alla spalla. Il ghiacciaio ad occhio sembra ancora più sconvolto e, soprattutto, la nuova traccia mi sembra parecchio ripida e molto esposta: se scivoli, e nessuno ti trattiene, ciao. Ma questa volta sono con Mauro, non devo preoccuparmi.

La parete nord ovest della Weissmies al pomeriggio...
... ed al tramonto
Particolare della spalla con la traccia di salita in evidenza

La sveglia è alle 3.45, quasi un'ora in anticipo rispetto al 2006. Mauro vuole partire con il buio, arrivare in vetta prestissimo ed essere di ritorno al rifugio il prima possibile, per evitare di attraversare il ghiacciaio quando è già illuminato dal sole. Mi fa lasciare giù praticamente l'intera mia attrezzatura, moschettoni, cordini, chiodi da ghiaccio: pensa a tutto lui. In qualche modo mi sento nudo e completamente nelle sue mani. Mi passa il capo della corda con il nodo già pronto: la lego all'imbragatura e so che quello che dovrò fare sarà solo mettere un passo davanti all'altro, ricalcare le sue orme. Mi piace? Non lo so. Certo mi libera praticamente del tutto dalla mia solita ansia ed è quasi certo che in vetta, oggi, arriverò. Il cielo è stellato e sereno, la temperatura sempre innaturalmente alta, certo ben sopra lo zero. Non ho mal di testa, stanotte - questa notte che ancora non è finita - non ho patito la quota, salvo il fatto che praticamente, come al solito, non ho chiuso occhio, ma mi sono riposato e il cuore batte solo una decina di volte in più al minuto. Poiché è martedì, non c'è praticamente nessuno, solo un paio di altre cordate che partono più o meno insieme a noi. Tutto è fermo, tranquillo, immobile.
Accendiamo le lampade frontali e scompariamo sul ghiacciaio, avvolti dal buio. Mi immagino osservarci dall'esterno, dalle finestre del rifugio: due puntini luminosi che si muovono in lontananza all'ombra della parete della Weissmies, leggermente rischiarata dalla luna. C'è un qualcosa di mistico e surreale in tutto ciò. - Va tutto bene, Carlo? - Sì Mauro, andiamo...
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00.29 del 26 Giugno 2008 | Commenti (1) 
 
20 Countdown
GIU The summit quest, Running
Sia ieri, sia oggi. Crollato al quinto chilometro. Esaurito. Sfatto. Stanco. Senza più fiato e con le gambe tagliate. E peraltro con tempi abissali: ieri trenta e undici, oggi ho addirittura sfondato i trentatre. Normalmente percorro i primi cinque chilometri in ventotto minuti o qualcosina in più.

Sono arrivato in fondo, mi sa. Sarà che i tendini mi fanno ancora un po' male, ma nemmeno tanto. Sarà che correre a ventinove gradi e con questa umidità non è come correre a quindici. Sarà che non mi è ancora passato del tutto il raffreddore, o che la playlist ormai mi ha stufato e quasi preferisco correre in silenzio, o che ieri ho tirato troppo il primo giro e sono scoppiato, o che oggi sudavo come nemmeno nella foresta cambogiana con il monsone, o che tutto sommato, alla fine, ormai mi rompo da morire a completare tutti i cinque giri del mio circuito di Alba e dopo due soli ne ho le tasche piene.

Sarà che la motivazione è davvero arrivata in fondo. E sono stanco ora. Svuotato. Sono cinque mesi che va avanti 'sta storia, fa caldo adesso, non ne ho più voglia, mi annoio, ebbasta.

Sarà che comunque, in ogni caso, direi che quella di oggi dovrebbe essere stata l'ultima volta a correre, almeno per questa stagione.

E' venuto il momento di riposare per qualche giorno e iniziare a prendere fiato.
Da lunedì, e per le prossime tre o quattro settimane, si va finalmente a fare sul serio, sperando che Giove Pluvio non ci metta ancora del suo.

Ci si sente in discesa. Fate il tifo e stay tuned.
01.01 del 20 Giugno 2008 | Commenti (0) 
 
20 (Non) c'è posto per tutti
GIU The summit quest, Amarcord
Non salgo alla Capanna Gnifetti da, più o meno, quattordici anni, e vabbè. Non c'è più nemmeno la funivia di Punta Indren e adesso l'accesso è indifferente da Alagna o Gressoney, e son trecento metri di dislivello in più, e vabbè.
Ma perlomeno all'epoca decidevo se salire sul Monte Rosa tipo al venerdì sera, dopo aver visto le previsioni meteo: davo una chiamata su al rifugio, prenotavo e magari poteva esserci qualche problema nei weekend di luglio, ma di solito in un modo o nell'altro il posto si trovava.

Oggi ho telefonato alla Capanna Gnifetti per prenotare per due persone per il 28 giugno. Mi hanno risposto che il rifugio è al completo fino al 5 agosto. A voi questo non dice probabilmente nulla. A me dice che non capisco più questo mondo e che il tempo passa.
00.58 del 20 Giugno 2008 | Commenti (0) 
 
12 Karma forecast
GIU The summit quest
Intanto, per il momento, la salita della Weissmies prevista per il prossimo weekend è saltata a causa delle previsioni meteo da schifo. Recuperarla prima del 5 luglio sarà quasi impossibile.

Nel frattempo, mi è anche venuto il raffreddore e respiro male.

Ieri sera ho gettato la spugna dopo cinque chilometri, e non succedeva da settimane. Troppo dolore ai piedi, troppa afa, e probabilmente il naso che cola ci ha messo del suo. Ho l'impressione di dover di nuovo smettere di correre per almeno un paio di settimane. Esattamente quello che *non* ci voleva proprio ora.

Nere nubi di demotivazione e depressione si stanno addensando nel mio cielo.
11.00 del 12 Giugno 2008 | Commenti (1) 
 
10 Plumbeorizzonte
GIU The summit quest, Running
Riepiloghiamo.

Dopo praticamente sette anni di immobilità quasi totale ho speso gli ultimi cinque mesi a farmi, diciamo così, un discreto paiolo, mettendoci pure una certa costanza ed impegno sui quali francamente a inizio anno non avrei scommesso un cent.
Da quando ho dato il via a questo patetico tentativo di rimettermi in carreggiata, tirando fuori per l'occasione qualche residuo sogno di gioventù rimasto troppo a lungo nel cassetto (e senza peraltro crederci troppo, almeno inizialmente), sono andato a correre due, spesso tre volte a settimana, arrivando infine - magnum gaudium, standing ovation - a farmi i miei dieci chilometri all'ora come da obiettivo iniziale. Nel mezzo, ci ho pure piazzato almeno un'ora in piscina (per quanto la odi) ogni quindici giorni, con punte di cento vasche, e considerate che a inizio febbraio quattro vasche non stop erano sufficienti per uccidermi.
Ho persino inanellato qua e là qualche scialpinistica, rispolverando le mie adorate pelli di foca dopo non so più quanto tempo, e perdipiù ho messo a segno nel giro di un mese un paio di rapide salite di allenamento sul Grignone, con tempi che nemmeno a vent'anni. Imprese che da tempo immemorabile erano ormai relegate al solo mondo dei sogni, roba da commuovermi quasi.

Insomma, attività fisica a palla come il peggiore degli invasati. E mi ci son pure comprato le magliettine tecniche, i pantaloncini, la tutina, il cappellino, le scarpette, e tutto l'occorrente per il runner fanatico, tipo che una Mercedes in leasing al confronto è un affare.
Sono riuscito a perdere quattro chili, una bella taglia piena, e ad abbattere la mia massa grassa di quattro punti percentuali, a raddoppiare quasi la mia capacità aerobica (anche se poi quando salgo le scale ho sempre il fiatone e vorrei che qualcuno mi spiegasse il perché), passando attraverso due o tre classiche tendiniti da ultraquarantenne impappato (una delle quali, all'avampiede destro, non mi molla da una settimana), uscendo anche sotto la pioggia pur di non riunciare ai miei allenamenti settimanali. Cose dell'altro mondo, dunque.
E poi.

Ho speso centinaia di euro per rinnovare la mia preistorica attrezzatura alpinistica: scarponi innanzitutto, un passo del quale ho tutt'ora il terrore di dovermene pentire a brevissimo, non appena mi renderò conto di quale strumento di tortura sia celato dietro a tutti quei bei colori che mi hanno convinto all'acquisto. Perché alla fine non ce n'è, il criterio di scelta dello scarpone ultratecnico foderato in platino, prezzo in linea, sta tutto lì: colori intonati alla giacca a vento, gialla e nera nella fattispecie, come ben sanno gli habitué di codesto luogo. Che poi vorrei sapere perché proprio gli scarponi gialli e neri fossero i più costosi della vetrina.
E poi ramponi nuovi, per l'occasione, ché onestamente i miei vecchi eran datati 1985, ed è sì vero che i ramponi, volendo, durano una vita e che insomma, per quello che ormai li uso chissenefrega, ed è anche vero che peraltro ne avevo comprato un altro paio proprio due anni fa, più leggeri, giusto per roba tipo andare in Grigna d'inverno. Ma insomma, volevo un bel paio di ramponi tosti nuovi a dodici punte per sostituire i miei attrezzi storici, che fra l'altro avevano il pessimo vizio di sganciarsi sempre nei momenti meno opportuni, il che non è mai stato troppo salutare, e quindi così ho deciso, ebbasta! E poi il colore dei ramponi nuovi è intonato agli scarponi, e dunque alla giacca a vento. Quelli vecchi erano di un triste color acciaio temperato, 'na schifezza. Questi sono perfetti: gialli e neri, manco a farlo apposta.

E nemmeno uno zaino nuovo mi son negato, che dopo una dozzina d'anni di vita il mio vecchio iniziava a mostrare evidenti segni di cedimento e, diciamocelo, aveva qualche limite strutturale suvvia, ed io volevo uno zaino nuovo, ecco. Però no, giallo non l'ho trovato. Ho dovuto comprarlo rosso. Vedi che non compro le cose solo per il colore? Infatti non sono mica soddisfatto dello zaino nuovo, e ancora devo tagliargli l'etichetta con il prezzo. Com'è che non si trova uno zaino decente di colore giallo?
E poi cordini, ché quelli vecchi avevan vent'anni eppiù e certo andavano ormai in pezzi, anche se poi non è che pure quelli li usi così spesso, anzi, tutt'altro, ma la sicurezza è sicurezza no?, e poi i cordini, almeno loro, costano uno sputo, quindi giù qualche metro di cordino nuovo e non stiamo a lesinare quei cinque o sei euro, orsù. Colori a piacere in questo caso, lilla e blu, che con il giallo non stonano, ma non capisco perché non facciano più cordini gialli come i miei vecchi.
E un discensore a secchiello, no? Ché il mio ad otto ormai non lo si vede più nemmeno nei documentari e, per carità, funziona sempre benissimo, certo, così com'è peraltro vero che non uso il discensore da, mah, forse quattordici anni?, ma che vuol dire, un discensore costa pochi euro, anche quello, e se dovesse capitarmi di usarlo sarò pur contento di avere il secchiello invece del mio vecchio otto, salvo il fatto che poi magari è meglio che del secchiello impari il funzionamento, anche, altrimenti che diavolo me ne faccio? Be', lo attacco all'imbrago, che il colore si intona perfettamente: è bello lucido, e nero.

E a proposito, già, l'imbrago: perché pure quello ho comprato nuovo. Ma son scusato: nei due vecchi che giacciono in fondo alla cassapanca non entravo davvero più, nemmeno dopo aver perso quattro chili, e quindi proprio non ce n'era, dovevo per forza comprarne uno nuovo. Oibò, certo che ne avevo già comprato uno proprio due anni fa, è vero: peccato che avessi sbagliato modello e che me ne fossi accorto solo un mese dopo, la prima (ed unica) volta che mi è capitato di usarlo. Avevo deciso di prenderlo alto, con l'aggancio al petto, da buon alpinista dilettante e proprio per non fare lo sborone: un ritono alle origini insomma. Salvo poi rendermi conto che con la corda legata all'altezza del petto è praticamente impossibile chiudere la giacca a vento e che quel tipo di imbrago va bene solo d'estate sulle vie ferrate, non certo per fare alpinismo in alta quota.
E dunque questa volta ne ho comprato uno basso, con l'aggancio in vita, molto fico molto yeah molto giovane e molto sportivo. Soprattutto molto utile. Soprattutto nero, con gli anelli porta moschettoni che virano al giallo.

Ah, pure la lampada frontale mi sono ricomprato, ché la mia vecchia funzionava ancora con le batterie quadrate da un chilo, quelle con le lamelle, avete presente?, che nemmeno più al supermercato le vendono. Certo, la vecchia lampada la uso ancora per andare in cantina quando càpita che salti la luce, e a pensarci, tutto sommato, in montagna quante volte l'ho usata in vent'anni? Una? Due? Ma è pur sempre vero che in teoria, a breve, la lampada frontale mi servirà eccome, e dunque meglio una lampada nuova, di quelle moderne che tirano anche a cinquanta metri e illuminano il ghiacciaio di notte manco fosse lo stadio del pattinaggio, che non la vecchia lampada preistorica con batteria da un chilo, che solo a indossarla ti viene mal di testa, e illumina un terzo e dura anche meno. Per non dire che è verde e viola, quella vecchia.
So che è difficile da crederci, ma il colore della nuova lampada frontale è perfettamente in linea con gli scarponi, con i ramponi, con il discensore, con la giacca a vento: nera con il pulsante di accensione giallo, e non si pensi che l'ho scelta apposta. Purtroppo non c'azzecca un tubo con lo zaino rosso e diciamocelo, questo nuovo zaino rosso sta inziando a diventare una seccatura. Almeno quello vecchio era verde e viola. Toh, adesso che ci penso, intonato con la vecchia lampada frontale...

E vogliamo infine parlare del nuovo altimetro con cardiofrequenzimetro che ho usato in questi mesi di preparazione? Be' dài, quello vecchio era rotto, giuro! Infatti non solo questo l'ho comprato anche se è arancione, ma ho persino rinunciato ad un modello giallo e nero che pure avevo visto. E comunque l'altimetro lo tengo sotto alla manica della giacca a vento, così non si vede e non mi rovina il pendant.
Insomma, non fosse per lo zaino. Oddio, nel caso proprio non ce la facessi a sopportarlo c'è sempre la famosa giacca rossa di riserva che ho pure usato di recente in Grigna, ma non va bene con tutto il resto, a partire dagli scarponi. Certo, gli scarponi vecchi sono rossi...

E ancora.

Le sedute dal fisioterapista per farsi rimettere in sesto la schiena, e gli esami sotto sforzo giusto per dar bene una controllatina, ché sai com'è, certi rush adolescenziali a quest'età, ed anche un minimo di dieta, ché altrimenti è del tutto inutile mettere in piedi tutta 'sta faccenda per poi strafogarsi di pane e salame e barattoli di Nutella.
E le maledette sveglie alle cinque, ed anche prima, per andare in montagna almeno qualche domenica, ché non ci si può mica preparare solo correndo come dei peones lungo la statale in mezzo alla Pianura Padana.
E le maledette ora di corsa alle otto di sera, usciti dall'ufficio, con la sola voglia di piantar le gambe sotto al tavolo del ristorante, altro che andare a correre, e invece.
E (quasi) niente più birra.
E (quasi) niente più pasticci da distributore di merendine fuori orario.
E piano piano, infine, con il passare delle settimane, un pochino alla volta inizi pure a crederci davvero e a complimentarti con te stesso, ché la pancetta se n'è quasi andata, i polmoni vanno che è (quasi) un piacere (be', oddio), e ci hai persino preso gusto al di là del vero obiettivo per cui ti stai infliggendo questo martirio.

Già, il famoso obiettivo trainante di tutto ciò. Il traguardo finale.
Obiettivo - per onor di cronaca - che nel frattempo si è un po' ridimensionato, poiché il socio occulto di 'sta storia, già comparso qua e fra queste pagine, colui insomma che in questa faccenda mi ha spinto e trascinato un po' come Lucignolo quando istiga Pinocchio, il socio in questione, dicevo, non potrà purtroppo essere della grande partita da lui stesso programmata per fine luglio e di conseguenza nemmeno io potrò esserlo. Target originale saltato, insomma.

A questo punto, dopo avervi tediato per cinque mesi con 'sta storia del summit quest, per raccontarla tutta si può anche finalmente confessare quale fosse l'idea all'origine: prendere una settimana a fine luglio, volare in Caucaso e andare a mettere nel sacco l'Elbrus.
Mica male, no? Nata per caso una sera di metà gennaio al pub Matricola, davanti a una birra ed al pc di Massimo che sfornava a raffica le sue straordinarie foto himalayane: vado a fare l'Elbrus, perché non vieni?
Già, perché no? Be', magari perché sono anni che non faccio più un tubo, perché c'ho la panza, non riesco a salire tre piani di scale, non ho tempo, non ho gambe, non ho più vent'anni, non ci credo più? E cosa dovrei fare per (rido amaro fra me e me) provare a crederci davvero?
Mettiti a correre. Solo questo devi fare. Mettiti a correre ed allenati.

La vetta più alta d'Europa, il primo gradino per inseguire il sogno (di una vita) di salire almeno quattro o cinque delle Seven Summit. La mia prima vera spedizione extraeuropea, il mio nuovo record di quota. Non ci ho dormito una notte intera. E nemmeno quella dopo.

E poi mi sono messo a correre. Il resto lo sapete.

Invece per quest'anno l'Elbrus non si farà, ma poco male: innanzitutto perché ora so che è alla mia portata, che posso crederci davvero e tornare alla carica, magari già il prossimo anno. Mi basta una settimana. Adesso sì, lo vedo distintamente davanti a me, un altro dei miei sogni ha iniziato a concretizzarsi, ormai il processo è irreversibile e inarrestabile. Di correre non smetto, questo è certo.
Poi, soprattutto, perché tutto lo sbattimento di questi mesi non è ancora da buttar via.
Il cammino di avvicinamento all'Elbrus prevedeva alcune tappe di preparazione in alta quota sulle Alpi, l'ultima delle quali è a sua volta uno dei miei più vecchi sogni irrealizzati. Tutto sommato il più banale, il più ovvio, il più semplice apparentemente, ma che per una serie di circostanze e percorsi di vita non sono mai riuscito a mettere a segno, a differenza di tutti i miei soci di cordata che hanno ormai appeso la corda al chiodo da tempo. Proprio la mancanza di soci è stata, fra l'altro, una delle ragioni per cui questo sogno era finito da lungo tempo in fondo al cassetto a prender polvere.
E gli anni che passano, e la pancetta che cresce, e i panini al salame, e la mia corda ormai chiusa nell'armadio ad ammuffire lentamente.

Dovessi dire, forse non ci ho creduto fin dall'inizio che quest'anno avrei davvero all'improvviso centrato l'Elbrus dopo anni di inattività. Troppe variabili, troppe incognite sulla strada, troppe novità da affrontare. Ma visto che per prepararsi ad andare sull'Elbrus, comunque, era prima in programma la salita del Monte Bianco...

Ed eccoci infine qui.

Pur avendo dovuto rimandare l'obiettivo originale per cause di forza maggiore, resta dunque quello secondario: il piccolo (piccolo un cavolo, per voi forse, per me grandissimo) sogno di gioventù nel cassetto, mai sopìto, tirato fuori e rispolverato per l'occasione. Sarebbe dovuto servire solo come preparazione ultima prima del vero balzo finale per l'Elbrus, invece per quest'anno è diventato dunque il vero traguardo di tutto 'sto sbattimento e del mio summit quest.
A rifugio già prenotato e ramponi nuovi affilati, si possono infine metter da parte gli scongiuri: la partenza per il Monte Bianco è fissata per il 5 luglio. La via di salita in programma è quella dal rifugio Cosmique, la cosiddetta via dei trois Mont Blanc, attraverso il Mont Blanc du Tacul e il Mont Maudit, una delle più grandi classiche delle Alpi. Discesa in traversata dalla via normale del Gouter. Tutto messo insieme, una sberla di circa millecinquecento metri in salita fino ai 4.807 della cima del Bianco, e ben duemilacinquecento in discesa. Ad occhio, qualcosa attorno alle quattordici ore in ballo, almeno: una strascammellata come mai ricordo di aver fatto in vita mia, soprattutto a quella quota, con pure qualche passaggio tecnicamente impegnativo, o quanto meno che richiede attenzione.
Tutto molto bello, tutto molto elettrizzante, tutto molto fico.
Corro da mesi, ho comprato l'attrezzatura nuova, sono andato per quanto possibile a sgranchirmi le gambe im montagna. Ché a me, diciamolo, il Bianco fa paura e mette soggezione. Millecinquecento metri di salita, fino quasi a quota cinquemila. Duemilacinquecento in discesa. C'è da allenarsi, altroché, e soprattutto ora c'è da darci dentro eccome, ché il tempo stringe.

Mi rendo conto solo ora di essermi perso. Perché in realtà qui voleva arrivare questo post. Semplicemente a dire: "Scusate un attimo: cioè, tutto 'sto sbattimento da mesi, e mo' che fa? Va avanti a piovere così? Stiamo scherzando, vero?"

In altre parole: io tiro fuori dal cassetto, dopo anni, uno dei sogni della mia vita, mi sbatto un casino, sudo - è il caso dirlo - sette camicie per mesi e mesi, brucio calorie a decine di migliaia, spendo una fortuna in attrezzatura nuova, e Giove Pluvio decide proprio quest'anno di rompere i maroni con la peggior stagione dall'era glaciale che la mente umana ricordi e di mandarmi tutto in mona proprio in zona Cesarini, a rifugio ormai prenotato? Ripeto, stiamo scherzando, vero?
No perché, per dirla tutta, mancherebbe meno di un mese al 5 luglio, e nei prossimi tre weekend avrei in programma almeno due uscite serie in alta quota per rifinire la preparazione, iniziare ad acclimatarmi all'altitudine, provare un po' gli scarponi nuovi, riprendere definitivamente confidenza con ghiacciai ed aria sottile, (approfittarne anche per chiudere quel conticino lasciato aperto un paio d'anni fa...), insomma tutta quella roba che serve per arrivare all'appuntamento con qualche chance di successo, perché poi ci vuole anche un po' di fortuna, certo, ma la preparazione intanto va assolutamente completata. E invece le previsioni a medio termine sono, per dirla con un eufemismo e senza essere troppo volgari, un vero schifo.
Ribadisco, dunque: stiamo scherzando, vero?
No perché io, domenica, dovrei partire per la Svizzera, ché la Weissmies mi aspetta. E il 28 dovrei essere sul Monte Rosa.
La vogliamo quindi smettere, per favore, ché quest'acqua ininterrotta sta iniziando ad alterarmi anzichenò e a farmi girare gli zebedei?

Non è che perché ho scritto che mi piace correre sotto la pioggia ascoltando Tom Waits debba per forza essere preso alla lettera. Anche perché, mi scusi sa, ma per fare i miei ormai consueti dieci chilometri ho cambiato la playlist da un pezzo e poi guardi, questi giorni a correre non ci vado nemmeno, ché devo farmi passare questa nuova tendinite e preservarmi per la salita, adesso.

Insomma, porcaccio giuda, la finisca! E' giugno! Avanti, fuori 'sto sole e vediamo anche di non fare alzare troppo le temperature, che i ghiacciai mi servono in condizioni decenti.

A parte tutto: mica posso andare sul Bianco senza aver provato gli scarponi nuovi! Questo sì che vorrebbe dire andare a caccia di guai, eccheccaspita.
00.40 del 10 Giugno 2008 | Commenti (0) 
 
02 Replay e quinta di stagione
GIU Viaggi verticali, The summit quest
La giornata non è delle migliori, ma sembra concedere una tregua di qualche ora a questa infausta stagione delle pioggie. Così, complice il fatto che funivie e rifugi in alta quota sono per il momento tutti in pausa stagionale (perlomeno quelli che mi interessano), decido di continuare la mia preparazione tornando in Grigna, questa volta per il versante settentrionale. Saliamo per la bella e lunga cresta di Piancaformia e scendiamo per la via della Ganda, un anello che in anni passati ho già fatto un paio di volte: con me, Francesco, Massimo e Roberto, che a quasi 78 anni ha ancora un passo al quale non è banalissimo tener dietro. Per la cronaca, Roberto ha salito la Grigna la prima volta settantadue anni fa.

In alto c'è ancora parecchia neve e la giornata non è proprio caldissima, con il sole che va e viene ed un bel po' di nuvoloni neri che vengon su dal versante meridionale. Insomma, non sai se salire in maglietta, con il pile, o prepararti a tirar fuori la giacca impermeabile, sei sempre lì a mettere e togliere, sudi come una fontana e congeli appena si alza un filo d'aria fredda. Quel che è certo è che i guanti sono in fondo allo zaino e traversare il nevaio del canalone sommitale piantando le mani nude nella neve per non scivolare (perché non ho portato la piccozza??) non è esattamente piacevole.
Comunque oggi non sono particolarmente in palla e salgo in un tempo più o meno normale, più lento di un mese fa. L'allenamento di questi mesi continua però a dare i suoi frutti e in discesa riesco a correre per lunghi tratti, sia sui pendii di neve, sia lungo il sentiero: erano parecchi anni che non avevo più le gambe per reggere una discesa ad un ritmo simile e che del resto nemmeno osavo provarci, non fosse altro per non farmi male. Ancora il mese scorso avevo impiegato una vita per tornar giù e peraltro abbattere i tempi di discesa è uno degli obiettivi chiave di questa preparazione, perché mi servirà eccome.

A proposito: da un po' di giorni sono nuovamente afflitto da una bella tendinite, questa volta ad entrambi i talloni. Correre quattro frazioni da dieci chilometri la scorsa settimana, forse, non è stato del tutto salutare e ho il sospetto che questa discesa dalla Grigna non mi abbia fatto benissimo.

Cresta di Piancaformia e canalone nord della Grigna
Il titolare qui sulla cresta di Piancaformia
Nel canalone sommitale
Francesco e Roberto (77 anni...) nel canalone
Di nuovo in vetta...
18.13 del 02 Giugno 2008 | Commenti (0) 
 
21 Target #1 fired
MAG The summit quest, Running
Minaccia temporale, ma ti senti bene, hai preso la misura esatta, l'hai verificata sia in auto sia qui, ieri hai fatto cento vasche e le hai già assorbite, le ultime due uscite al tuo livello 7 modificato, due per trenta minuti, sono andate bene, mancano poche settimane ormai all'obiettivo di stagione ed è ora di provare a darci dentro davvero, ti sei fatto una playlist apposta, cammini per i soliti cinque minuti, il tempo sembra tenere nonostante i nuvoloni neri, avrò scelto la maglia giusta?, sono trascorse diciassette settimane da quando hai iniziato questa storia, ventisette uscite totali quasi tutte di un'ora, tranne le prime tre o quattro e le tre che hai interrotto per il male al tendine, e sorridi anche, perché ti viene in mente che allora credevi davvero che ti sarebbe bastata la metà del tempo per arrivarci, pensavi che per fine marzo ce l'avresti fatta, ma vabbè, non importa, hai imparato un po' di cose in queste diciassette settimane ed oggi sei qui, lo avresti detto davvero che avresti avuto tutta questa costanza?, no eh?, non ci credevi proprio, e invece guarda un po', sì, ti senti bene, oggi devi provare, parti con i Talking Heads, il primo giro te lo fai tranquillo a una discreta andatura, una settimana fa avevi impiegato trenta secondi in meno, ma oggi è ancora lunga davanti, è giusto così, non forzare troppo, sono le salite che devi temere, nel frattempo passa Sinead O'Connor, Richard Ashcroft, Youssou N'Dour, chiudi il secondo giro in media perfetta, ne hai fatti cinque ed è passata mezz'ora, avanti, non pensare, concentrati sulla musica, adesso arriva la parte difficile, ma tu non pensare, Alan Parson, Bruce Hornsby, Springsteen, nooo accidenti, Springsteen adesso non ci voleva, non funziona proprio, e quest'ultima salita ti ha stroncato, devi ricordarti di toglierlo dalla playlist, concentrati su Springsteen che va tolto dalla playlist, non pensare ad altro, guarda in basso, non avanti, in basso, hai chiuso il terzo giro, bravo, non hai guadagnato molto sul tempo, hai tenuto la media del secondo, non ce la farai a fare il tempo perfetto ma non importa, guarda in basso, ci sei già in mezzo al quarto giro, non pensare ad altro, concentrati sulla musica, Blind Boys of Alabama, bella questa, ti fa venire in mente Warszawa, pensa a Warszawa, non guardare avanti, hai passato la salita tosta un'altra volta, alé, anche quella è andata, avanti, rallenta ancora un po' che riprendi un minimo di fiato dopo la salita, ma non fermarti, non ora, ti rimane solo quella lunga, è l'ultima volta che devi farla, non guardare avanti, ci penserai quando ci arriverai, adesso concentrati solo sulla musica, non piove, non ti preoccupare ché non piove, il lampo è lontano e anche se si mettesse a diluviare, ora, ora non ti puoi più fermare, non ora, non più, avanti, ecco la salita lunga, non pensare, non guardare avanti, la stai già facendo non vedi?, Chris Rea, non lo hai ancora scritto che è stato proprio Chris Rea a farti fare l'ultimo salto decisivo, gli AC/DC sì, un pochetto avevano aiutato, ma incredibilmente il ritmo, il tuo ritmo, è quello di Chris Rea, ci hai messo diciassette settimane a scoprirlo, buffo no? e chi se lo aspettava, e adesso hai visto?, anche la salita lunga è finita, ce l'hai fatta, avanti, ora è facile, sei in fondo ormai, coraggio, non pensare, anzi pensa che mancano poche settimane, immagina di essere là sotto a pochi metri dalla cima, sarai così stanco, anzi, lo sarai molto di più, infinitamente di più, e quindi cosa vuoi che sia questo, non guardare avanti, prova ad aumentare il ritmo adesso, non dimenticare che avresti anche un tempo target in teoria, ok, non è importante adesso, è vero, è la prima volta, ma comunque prova ad aumentare un po', ecco, quarto giro chiuso, uhm, sei andato ancora più lento degli ultimi due, ma non importa, avanti, ti manca solo un pezzo ormai, poche centinaia di metri, ormai lo sai che ce la fai, ti rimane solo l'ultima salita breve, eh sì, vai proprio a chiudere con la salita, ma meglio così, è una stimolo in più, eccola là in fondo al rettilineo, avanti, prova a forzare, gli ultimi metri, su, su, su, sei in cima alla salita, solo cento metri ancora di discesa, avanti, sì, puoi guardare avanti adesso, ecco...

Maledetti bastardi diecichilometrinonstop. Finalmente :-)

Un'ora, zero quattro e quarantasette. Da domani si lavora per iniziare a limare quei zero quattro e quarantasette.
E ricordarsi di tagliare Springsteen dalla playlist.
23.22 del 21 Maggio 2008 | Commenti (0) 
 
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