Orizzontintorno Carlo Paschetto
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21 Warning: challenge at risk!
MAR The summit quest, Running
Torniamo sull'argomento che pių vi appassiona.

Succede che dovrò smettere davvero di correre per un bel po'. Mi ritrovo infatti con l'intero impianto legamenti-muscoli della gamba destra completamente infiammato. A quanto sostiene rassegnato il mio aggiustaossa di fiducia, un classico del quarantenne in pieno rush adolescenziale che si rimette a fare attività impegnativa dopo anni di vita sbracata su una sedia da ufficio.

E' accaduto che una decina di giorni fa, durante la mia prima sessione al (mio modificato, come di consueto) livello 5 (5 serie da 10', intervallate dalle solite pause di 3'), verso la fine, la gamba destra abbia iniziato a farmi parecchio male. Fiato ne avrei avuto da vendere ancora per un po', ma di fatto non riuscivo quasi pių ad appoggiare il piede destro dal dolore. Un dolore, per gli esperti del caso, che secondo me ha origine in qualche punto del ginocchio, ma che si propaga dall'inguine fino al tallone, con un apparente cedimento vero e proprio dell'appoggio nella zona posteriore al ginocchio (dietro, insomma).

Sono comunque arrivato in fondo alla mia oretta di allenamento giusto per onor di bandiera, un po' zoppicando, un po' saltando qualche passo e appoggiando quasi solo sulla sinistra, ma poi non ho praticamente camminato per ventiquattr'ore.

Per la cronaca e per i passanti abituali: scarpette vecchie, naturalmente, ché quelle nuove adesso le uso solo per camminare normalmente, come suggerito dall'aggiustaossa di cui sopra e da qualcuno di voi.

Comunque: a quel punto mi è stato chiaro che avrei dovuto fermarmi del tutto qualche giorno, e ho iniziato a preoccuparmi. Capite bene che ormai sono del tutto preso da 'sta faccenda e il dover interrompere la mia escalation verso le vette (è il caso di dirlo) dell'alpinismo d'alta quota non era, né sarebbe, affatto contemplato.
Del resto, come peraltro si diceva poc'anzi, il parere comune, fisioterapista in testa, è che sia un fenomeno del tutto normale nella mia condizione, destinato a passare con il tempo.

Così ieri sera, dopo dieci giorni di inattività ed assenza totale di dolore da ormai tre-quattro giorni, sono ridisceso "in pista", con la mia solita tutina e le ormai affezionate scarpette vecchie. Niente cappellino di lana né guanti, ché ormai è quasi primavera.
Infatti mi sono congelato il cervello ed avevo i ghiaccioli che calavano dalle sopracciglia.

Insomma, dopo le prime tre serie da 10', nonostante avessi iniziato gasatissimo e fossi perfettamente in palla con i polmoni, ho dovuto mollare di schianto: quasi non riuscivo pių nemmeno a camminare ed è stato evidente che qualunque tentativo di forzatura, anche ammesso di riuscirci, sarebbe stato davvero molto molto dannoso.
Amici miei e cari miei fans: un disastro.
Nonostante la nottata in mezzo, poi, oggi ancora non riesco nemmeno a salire le scale.

E dunque, che fare adesso? Mi sa che qui devo considerare l'idea di fermarmi davvero per almeno un mesetto, se non di pių, che vorrebbe dire buttar via quasi tutto il lavoro fatto fino ad oggi, immagino. O no? Help me, miei esperti lettori e sostenitori di quest'audace impresa di ricostruzione fisica del vostro amato titolare.

La cosa interessante è che sabato scorso avevo comunque portato Leonardo a sciare ed avevamo trascorso tre orette tranquille su e gių per le piste, senza che io avessi avvertito alcun problema. Quindi, non tutti i movimenti evidentemente nuociono ai miei arrugginiti legamenti.
Fra l'altro, un po' per il meteo ballerino, un po' per altri impegni, dopo gli exploit iniziali qui non si batte pių chiodo da ormai un mese e ancora per almeno un paio d'altre settimane non si batterà.

Siamo alle solite.

Non voglio mollare il mio obiettivo. Non ora. Non questa volta. No, no e poi no. Se mi (ri)fermo è la volta che lascio definitivamente perdere.

Qui ci vuole un'iniezione di fiducia e motivazione. E qualche suggerimento piazzato bene.
13.08 del 21 Marzo 2008 | Commenti (3) 
 
02 We can do it (va di moda)
MAR The summit quest, Running
Così, dopo dieci giorni di sosta forzata, sono tornato a correre un paio di volte con le mie vecchie scarpette. Ho ripreso naturalmente dal mio livello 4 modificato.
Be', è un fatto: a parte il ginocchio destro che fa ancora un po' male perché evidentemente non l'ho lasciato riposare abbastanza, per il resto è tutta un'altra storia.

Sono ormai sei settimane dacché ho iniziato questa avventura e la cosa pių curiosa è che sembra quasi raccogliere pių spettatori in tribuna di quanto non siano riuscite a fare altre scorribande pių tradizionali fra queste pagine, almeno per contenuto.
Io lo so che state aspettando di vedermi appendere le scarpette al chiodo e strafogarmi di salame Brianza qualità grana grossa: in effetti, solo a scriverlo mi è venuta voglia di tagliarmene un paio di fette spessore 2".

Invece sappiate che ieri ho concatenato 100 vasche non-stop, ottanta in un'ora secca, e ne vado molto fiero, anche perché quando sono uscito dalla piscina riuscivo persino a stare in piedi e a coniugare i congiuntivi senza allucinazioni particolari, ed oggi non mi sono tirato indietro davanti alla mia ormai consueta oretta di corsa distribuita sulle solite 7 serie da 6', come previsto dal mio livello 4.
Naturalmente il mio peso non è diminuito di una virgola, sempre a quota ottantaduepuntoqualcosa sto, ma Emanuela, che partecipa rassegnata a questa mia personale tragedia - in un rarissimo momento di empatia mi ha convinto che è solo perché sto trasformando la ciccia in muscoli.
E' così che adesso mi guardo pure allo specchio con una certa aria di sfida.

Nel frattempo inizio anche a ragionare sui primi effetti visibili di questo tour de force, soprattutto in relazione alle mie rinnovate ambizioni alpinistiche.

E' innazitutto evidente che il fiato sta inziando a venir fuori bene. A parte i mille metri saliti la scorsa settimana a ritmi (per me) d'altri tempi, i risultati sono palesi anche sulle cento vasche in piscina e nella corsa, dove ormai il fattore polmoni - al livello 4, naturalmente - non è pių un problema: fiato ne avanza e fra una serie e l'altra recupero molto rapidamente. Oggi ho addirittura concluso la mia oretta come Rocky Balboa, salendo una gradinata di corsa. Poi, siccome era buio a sufficienza (perché è ovvio che vado a correre solo quando è buio, il che fra un po' mi costringerà ad andare di notte...) ho anche fatto il balletto in cima alle scale, sollevando i pugni e gasandomi moltissimo, solo che in cuffia invece di "Gonna fly now" avevo Tom Waits che si lamentava e la scenetta mi è venuta malissimo.

Insomma, diciamo comunque che per sicurezza, e per dar modo al ginocchio di tornare a posto, un paio di livelli 4 me li faccio ancora, dopodiché passerò al 5.

Il fatto però è che la corsa e la piscina mi aiutano sì a rifarmi i polmoni, e dunque mi preparano alla salita: resta però il problema della discesa e, come ho avuto modo di rendermi ben conto proprio la scorsa settimana sul Piz Lunghin, quella è tutta un'altra faccenda.
In questo momento il mio punto debole sono proprio le gambe: muscolatura e legamenti, che fra l'altro sono stati anche stressati dalla storia delle scarpette antipronatura. Non a caso, il mio problema nel correre ora sono le gambe e le ginocchia, non il fiato.
Eccerto, lo so che pensate: ci vorrebbe della palestra per rinforzare le gambe. Però è fuori questione. A parte che non avrei il tempo per fare anche quella, ma poi: posso ancora sopportare di dover andare in piscina, ma una palestra no e poi no, non mi vedrà mai. Almeno credo.
Sta di fatto che il problema c'è e devo risolverlo.

Il mio primo obiettivo serio - nulla di che una decina di anni fa, ma adesso, dopo anni di inattività e con una preparazione in soli quattro o cinque mesi strappata alle serate del dopoufficio, un minimo ambizioso sì - per toccare la cima prevede circa 1700 metri di dislivello in salita in alta quota, comunque ancora una chimera per quanto mi riguarda, seguiti da una sberla di oltre 2500 metri di discesa, metà dei quali su ripidi ghiaioni e pietraie dove, fra l'altro, a tratti è anche bene correre per non prendersi qualche sassata in testa. In altre parole, significa che per stare del tutto tranquillo le mie gambe devono essere in grado di reggere tratti di corsa in discesa su pietraia con almeno una dozzina di chili di zaino in spalla, a pių di dieci ore dalla partenza.
Detta così, non mi sembra uno scherzo. Eppure lo fanno migliaia di persone in continuazione, tutti gli anni, molti dei quali ben pių avanti di me con l'età. Quindi non è un obiettivo così impossibile da raggiungere.

Tuttavia, ho l'impressione che non andando in palestra l'unica via, per me, sia quella di allenare le gambe il pių possibile direttamente in montagna. Soprattutto, devo stare attento a non caricare e forzare troppo, perché per ora è pių facile che mi faccia male stupidamente, considerato che le mie ginocchia non sono davvero pių abituate da anni, né a sostenere un qualunque sforzo fisico impegnativo, né a sostenere i dieci chili in pių che quello sforzo pretendono di affrontare.

Del resto, parlando dei miei obiettivi con il mio medico - una classico dottore di campagna che fa continuamente di sì con la testa e mi guarda sempre con un'aria di compassione tipo guardi che io ho da lavorare, ho qua fuori in sala d'attesa cinque pensionati con il raffreddore e la sinusite, non mi faccia perdere tempo e si levi dai piedi - il mio medico, dicevo, quando gli ho spiegato che ho intenzione di fare, ha all'improvviso smesso di farsi i cacchiacci suoi, ha alzato la testa, mi ha guardato da sotto gli occhiali e ha detto: Ebbè, questa è una prestazione agonistica in effetti... per sicurezza facciamo un bell'elettrocardiogramma sotto sforzo, eh?

Capite bene che, se spendo anche i soldi dell'elettrocardioquelchel'è, ormai vado in fondo alla faccenda...
...Forse. Ché c'ho sempre quel salame nel frigo che mi guarda.

P.S. A qualcuno interessano un paio di scarpette antipronamento numero 44? :-)

P.P.S. Sì, sì, lo so: le elezioni in Russia, il Kosovo, il Ciad, le olimpiadi a Pechino... Non ce ne ho voglia, ho da correre io.
23.43 del 02 Marzo 2008 | Commenti (5) 
 
24 Io lo so che non sono solo
FEB Viaggi verticali, The summit quest
Terza cima di stagione, il Piz Lunghin in Engadina, una montagna che in anni passati avevo già salito un paio di volte. Tre cime su tre dopo anni di inattività: epperò! Soprattutto, salita in solitaria: ho macinato i quasi mille metri di dislivello allo stesso ritmo che tenevo pių di dieci anni fa. Il mesetto speso a correre e ad andare in piscina sta evidentemente iniziando a dare qualche risultato apprezzabile.

Tornare a fare una salita in solitaria dopo tutti questi anni è stato un passo importante. A metà degli anni '90 avevo fatto diverse salite da solo, anche a qualche 4000. Ero molto allenato e, soprattutto, grazie a tutto quel tempo passato in montagna fra ghiacciai, rocce e neve di tutti i tipi, avevo preso quella confidenza con l'ambiente d'alta quota che iniziava a permettermi di muovermi in totale autonomia con un accettabile margine di sicurezza. Era una questione di testa, molto prima che di gambe, e la testa c'era, anche se ovviamente una delle ragioni era proprio il sapere di poter contare totalmente sul mio stato di forma. La confidenza con l'ambiente è un elemento imprescindibile per evitare di cacciarsi nei guai e per non farsi male, innanzitutto.
E proprio la mancanza di confidenza, o meglio, la confidenza completamente perduta, è stata la prima causa del mio fallito tentativo di tornare in alta quota due anni fa sulla Weissmies. Lo scrissi anche allora: le gambe c'erano, o meglio, in qualche modo mi ci avrebbero anche portato in vetta, ma era la testa a non esserci pių. Smarrita negli anni di inattività.

Così ieri pomeriggio, quando ho capito che non avrei trovato un socio per la salita di oggi nemmeno a pagarlo, ho dovuto far due conti con me stesso. Se devo riprendere davvero, non ce n'è: devo ritrovare anche quella confidenza smarrita, e devo tornare a imparare a muovermi (anche) da solo.
Non che fossi convinto, eh? Anzi. Però, il vantaggio di essere da soli inizia a casa mentre fai lo zaino: nessuno ti obbliga, non ti senti costretto né trascinato. Puoi sempre decidere, in qualunque istante, che non te la senti e smettere di infilare roba dentro allo zaino, o girare la macchina a metà strada e tornare a casa, o fermarti all'inizio della salita a prendere il sole senza fare un metro di pių. Sei solo tu a decidere: se fai un passo in avanti è perché ti senti di fare un passo in avanti. Senza naturalmente dimenticare che per prima cosa viene la sicurezza - da soli non c'è spazio per gli errori, punto - poi viene il divertimento, e solo per ultima, nel caso, la cima.

Ho scelto il Piz Lunghin perché è una salita che conosco bene e so che è comunque sempre frequentata da qualcuno, è una classica dell'Engadina. E ho puntato la sveglia alle cinque e un quarto.
Questa mattina alle cinque e mezza ero ancora a letto che mi rigiravo: no, non ero proprio convinto e avevo un sonno bestia. Ma sapevo che sarebbe stata una giornata spettacolare e l'alternativa era di tornare a dormire, svegliarmi alle dieci e andare al massimo a far vasche in piscina. Non me la sarei perdonata. Così, ho tirato su lo zaino e i miei dubbi e sono partito. Tanto posso sempre girare la macchina a metà strada e tornarmene a dormire.

Al Maloja, alle nove del mattino, si schiattava già dal caldo e la giornata era da incorniciare. All'attacco della via di salita eravamo solo in quattro gatti però: uhm, non il massimo, speravo ci fosse pių gente. Peraltro ero anche l'ultimo arrivato. Ancora dovevo prepararmi che quelli erano già bell'e partiti e scomparsi in alto.

Una cosa è certa: se voglio salire fino in vetta - ammesso di farcela - devo riprenderli e superarli, perché non ho alcuna intenzione di scendere per ultimo totalmente da solo, senza nessuno dietro di me in grado, ci fosse mai bisogno, di aiutarmi. Sicurezza innanzitutto.
Così mi ficco l'iPod in testa e, per nulla convinto di andare molto in là, inizio la mia salita.

Il problema del Piz Lunghin è che la via discesa, negli ultimi duecento metri, non è la stessa di salita. La parte bassa della montagna è una sequenza di brutti salti rocciosi intervallati da canaloni pieni di neve, alcuni dei quali portano fin gių alla strada del Maloja, mentre altri finiscono invece nel vuoto. Dal basso la via di discesa è evidente, ma dall'alto, se non è ben tracciata, è tutt'altra storia. Per salire si percorrono i primi cento metri di dislivello su uno stretto sentierino che taglia una cengia rocciosa e dà accesso diretto alla parte alta dei canaloni. Il sentiero si sale spesso a piedi con gli sci in spalla, perché è un po' ripido e non c'è quasi spazio di manovra con gli sci. Con la neve di questi giorni - tanta, fonda e dopo le dieci del mattino irrimediabilmente fradicia - scendere a piedi di lì è comunque praticamente impossibile, a meno di non volersi fracassare una gamba sprofondando nei buchi coperti di neve fra le rocce.
Così, appena risalito il sentierino e infilati gli sci, mi guardo attorno: già... e poi da dove scendo? La neve trasformata di questi giorni ha cancellato completamente le tracce di discesa, confondendole fra migliaia di rughe e buchi nella neve. Un discreto casino.
Evito di pensarci per il momento, non serve a nulla: il sole splende a palla, ho Pat Metheny in cuffia, scorgo un centinaio di metri sopra di me il gruppetto che mi ha preceduto, e dunque mi avvio. Fin dove arrivo arrivo.

Be', arrivo fino in vetta, poco meno di tre ore dopo e dopo averli ripresi e sorpassato alcuni di loro. Tombola.
Toccherei il cielo con un dito, anche perché, in effetti, in vetta a una montagna la sensazione è sempre un po' quella. Ma il gruppetto che mi fa compagnia da lontano decide di fermarsi lassų e qualcuno di loro scende pure sul versante opposto della valle. Così non ho scelta: devo iniziare a scendere da solo e devo muovermi, perché ormai è l'una del pomeriggio, la neve è completamente trasformata e pesantissima, e con le gambe che mi ritrovo di questi tempi non sarà una passeggiata ridiscendere i mille metri di dislivello in queste condizioni.

Infatti una passeggiata non è, affatto: impiego quasi due ore a scendere, me ne faccio una buona parte addirittura a scaletta affondando fino alle ginocchia nelle neve fradicia e in un paio di occasioni mi infilo pure in dei buchi fra le rocce che mi inghiottiscono letteralmente fino alla vita, per uscire dai quali divento matto. Un massacro, complicato dalla difficoltà di dover riuscire a ritrovare la via di discesa in mezzo a tutti quei canaloni pieni di neve fonda e fradicia. Togliersi gli sci è assolutamente impensabile, manovrare con gli sci è un disastro. Ho tutti i nervi all'erta perché non posso permettermi né di cadere né, meno che meno, di farmi male, e con questa neve fonda e pesantissima, piena di buchi e rocce nascoste, è un bell'affare mica no.
Quando arrivo finalmente a metter piede sull'asfalto della strada del Maloja quasi lo bacio. Sono letteralmente sfinito. Disidratato, cotto, esausto. Però felice: ho portato a casa la mia cima in solitaria e, francamente, non ci avrei scommesso una lira questa mattina. Soprattutto, sono ritornato gių intero.

Credo che al prossimo giro, se il tempo va avanti così, non sceglierò un versante sud.

P.S. Naturalmente, mentre mi stavo cambiando al parcheggio della macchina, ho visto su in alto alcuni dei tipi che avevo raggiunto in vetta scendere a serpentine elegantissime e strettissime in mezzo ai canaloni di neve fradicia dove io ero appena affondato come il Titanic e stavo quasi per chiamare l'elisoccorso svizzero.
Il che mi suggerisce che la strada per rimettere le mie gambe in sesto è ancora parecchio lunga...

P.P.S. Comunque il vero dato di fatto è che stamattina, prima di partire, pesavo 82,3 Kg. Secondo il mio computer da polso stellare oggi ho bruciato 2.817 KCal. Stasera a casa pesavo 82,4 Kg.
Per dire.

Salendo al Piz Lunghin
Il ripido pendio sotto alla vetta del Piz Lunghin
40 metri sotto alla vetta si abbandonano gli sci
Dalla vetta del Piz Lunghin, verso le cime dei Grigioni
23.48 del 24 Febbraio 2008 | Commenti (1) 
 
24 Appunto
FEB The summit quest, Running
Lo dicevo io. Il mio fido aggiustaossa ha confermato: è colpa della scarpette nuove se mi fanno male le ginocchia da una settimana e non riesco pių a correre. Per opporsi al pronamento, forzano un movimento per me del tutto innaturale.
Prognosi: tornare a correre con le vecchie scarpette e usare quelle nuove solo per camminare, almeno per un po' di tempo. Se non dovesse funzionare, buttare le scarpette nuove nel caminetto.

Nel frattempo, per consolarmi e rimediare alla settimana di corsa andata perduta, ci ho dato dentro con il nuoto. Non si molla qui, no no. Per ora.
21.58 del 24 Febbraio 2008 | Commenti (3) 
 
21 Meanwhile
FEB The summit quest, Running
Stasera ho dovuto saltare per la prima volta la mia sessione sul circuito di Alba: ancora troppo male alle ginocchia, da lunedì. Inizio a pensare seriamente che la colpa sia dovuta alle scarpette.
E così rischio di bucare l'intera settimana.

Peraltro, come prevedibile, ho annullato gli effetti dell'ultimo mese in una sola mezz'ora al ristorante dell'hotel.
Sono depresso.
23.52 del 21 Febbraio 2008 | Commenti (0) 
 
16 Prono, prono eccome
FEB The summit quest, Running
Puntata numero tre. Riassunto delle puntate precedenti: dopo essere stato vittima ad inizio anno dell'ennesimo disastroso colpo della strega, il titolare qui ha improvvisamente dato di testa ed è in preda ad un incontenibile rush adolescenziale. Da circa un mese (epperò, è già un mese?) si sbatte fra vasche in piscina e chilometri per le strade cittadine, nel vano tentativo di inseguire un obiettivo misterioso, non ancora dichiarato. Di conseguenza, questo blog ha (temporaneamente?) preso una insostenibile piega competitiva ed è stato aperto un nuovo thread. Resta inteso che, qualora il suddetto titolare dovesse vergognosamente alzare bandiera bianca e arrendersi inesorabilmente alla pancetta ed al colesterolo (ipotesi peraltro affatto remota), non saprete mai quale sarebbe stato l'obiettivo.

Ebbene: c'eravamo lasciati con questo. Ora, lipperlì pensavo di fare il bravo scolaro e seguire pedissequamente le istruzioni, giusto per non passare proprio proprio per il classico invasato quarantenne dell'ultima ora, ma poi, pensandoci bene, perché? In fondo - a questo punto - non è vero che parto da zero. Ho perfino il mio bel foglio Excel dove annoto scrupolosamente le mie performance e tengo traccia del calendario delle varie uscite (ad oggi una decina di misere righe). E dunque.
Ho deciso che potevo affrontare direttamente il livello quattro, la Fascia Rossa! Non solo: poiché ormai mi sono fissato con le sedute di un'ora, fatti due conti, per riempire sessanta minuti ho personalizzato il livello 4 portandolo a sette serie da 6' l'una, intervallate da pause di 3'. Una sfida epocale, insomma, altro che Pechino 2008.
E così, dopo la mia ormai usuale ora del lunedì trascorsa a far vasche in piscina (che ormai riesco a fare quasi non-stop senza fatica), martedì sera mi sono presentato puntuale con tutina e berretto di lana sul mio ormai noto circuito di Alba (CN), pronto per il livello 4 modificato.
Ho iniziato facendo il compitino corretto, camminando come da istruzioni per 5' (sarà che serve a riscaldarsi, ma la verità è che faceva un freddo porco ed io gelavo) e poi mi sono sparato la mia oretta di corsa divisa in sette serie da 6' regolarmente intervallate dalle pause di 3'. In cuffia, a titolo di cronaca, una compilation di Moby, che alla fin fine sembra essere l'ideale per dare il ritmo e per distrarmi da quella sensazione di inadeguatezza e stupidità che non riesco a scrollarmi di dosso, soprattutto quando mi sento addosso gli occhi dei passanti (ma che c'avete da guardare? Sciò, aria, pensate alle sigarette vostre, tsè).
Be', cari miei: mi sono (quasi) bevuto anche il livello 4 modificato. Ero così esaltato che ho salito di corsa anche le due rampe di scale che portano alla mia camera d'albergo, sotto lo sguardo sconcertato della receptionist, che ormai, abituata a vedermi uscire una sera sì ed una no nella mia fantozziana uniforme atletica balzellando come faceva Mohammed Alì quando entrava sul ring, si è rassegnata alla mia infermità mentale. Insomma: ho completato il mio livello 4 modificato e di San Sebastiano nemmeno l'ombra. Mi sono illuso al punto che, in piena crisi mistica, un'ora dopo al ristorante ho bevuto solo mezzo bicchiere di Malvirà e mi sono fatto portare mezza minerale naturale. Capite bene lo stato.

Però, però. Avevo sempre quel tarlo delle scarpette che mi aveva messo in testa Gianni nel commento a questo post. Così, giovedì mattina, dopo la visita finale dalla mia fisioterapista (- mi raccomando Paschetto, non esageri però adesso! - Nooo dottoressa, ma si figuri....), prima di mettermi in autostrada in direzione di Alba, sono passato dal leggendario Runner Store di Milano. Che è esattamente come lo ha descritto Gianni.
Ero in tenuta d'ordinanza da pinguino e mi vergognavo come un ladro. I due tipi del Runner Store, molto atletici, molto dinamici, molto in tuta, molto yeah, mi hanno squadrato per un istante.

- Si tolga le scarpe e le calze, e si arrotoli i pantaloni al polpaccio.
- Ecco, sì, scusate se sono venuto in giacca e cravatta, ma il fatto è che...
- Non si preoccupi, siete tutti così. Ne vediamo molti. Salga sul tapis roulant.
- Si, ecco, magari mi tolgo anche la giacca che...
- Lei lo sa che ha i piedi piatti?
- Err, sì, ecco io...
- Lei lo sa che prona? Vede come prona? Lei prona, prona, guardi qua!

Ora, io sono un povero ragazzo del '65. Ho fatto sport agonistico per una decina di anni e ai miei tempi compravi un paio di "scarp de tennis" e usavi quelle per tutto. Io ci giocavo a basket, le usavo per correre i cento metri e ci andavo pure a scuola. Adesso arrivano 'sti due tizi molto atletici, molto dinamici, molto in tuta, molto yeah, mi piazzano in giacca, cravatta, piedi nudi e pantaloni arrotolati al polpaccio su un tapis roulant circondato da monitor e sensori, e mi dicono che ho i piedi piatti e che prono come m'avessero trovato l'epatite. Capite che poi, uno, se non proprio un senso di inadeguatezza, una certa propensione al suicidio la sviluppa.
Comunque, io prono. Che mi hanno anche spiegato cosa vuol dire: sono stati lì dieci minuti a mimarmi il movimento dei miei piedi e a farmi una lezione dettagliatissima per spiegarmi che con le mie scarpette dozzinali, di lì a poco, sarei rimasto steso da tendiniti e infiammazioni che nemmeno Ronaldo. Però io non ci ho capito nulla. Sono rimasto attonito a pensare che pronavo e che forse, all'improvviso, alla tenera età di quarantatre anni, mi sentivo un po' complessato.
Ma il peggio doveva ancora venire.

- Lei quanto fa?
- In che senso, scusi?
- Quanto fa? Quanto corre?
- Ehm, be', sa, a dire il vero io ho appena iniziato, cioè, è un mesetto - ehm - tre settimane che cerco di correre regolarmente e pių che altro lo faccio per mantenimento, perché sa, io vado in montagna alla domenica e...
- Quanto fa?
- Ecco io... diec... ott... sette chilometri [bugiardo!] in un'oretta, due o tre volte alla settimana...
- ...
- Ma vorrei arrivare a dieci, perché...
- ...
- Cioè, lo so che è poco, ma il fatto è che io vado in montagna e...
- ...
- Capisce?
- Capisco.

Lapidario. Gelido. Silenzio. Mi guardo attorno facendo finta di nulla. Mi chiede che numero porto. 44. Quello parte e torna con un paio di scarpette stellari, fosforescenti, corredate di un libretto di istruzioni alto come quello del mio pc. Taglia 46. Io non oso fiatare. Infilo. Mi spiega che quelle scarpe sono il massimo concentrato di tecnologia per quelli che pronano come me, perché è ormai evidente che io prono un casino, e quando si prona un casino non ce n'è, è tutta una faccenda di scarpe ipertecnologiche, che con quelle normali mica ci puoi correre, e saresti un pazzo a farlo.
Io penso alle mie scarpette da 29 euro comprate da Decathlon con le quali ho corso benissimo fino ad oggi e mi sono bevuto il mio livello 4 modificato, ma ormai è evidente che sono completamente plagiato dal tipo molto altletico, molto dinamico, ecc.
Faccio due passi per il negozio con l'Enterprise ai piedi chiedendomi se hanno anche l'ABS e l'ESP - in effetti, devo riconoscerlo, sono comodissime - quando quello mi dice: - Su, esca e corra.

- Come, esca e corra? Dove, scusi?
- Avanti, esca, le provi! Si faccia una corsa qua fuori.
- Ma... proprio qui fuori in mezzo alla strada?
- Sì, avanti, che devo vedere come corre! Vada fino al tombino e torni indietro!
- Deve vedere... come corro?

Così esco. Sono in camicia, cravatta, pantaloni del vestito bello arrotolati al polpaccio, scarpette fosforescenti stellari. Mi guardo rapidamente in giro, c'è un milione di passanti. Ma quello mi guarda. Io allora corro, fino al tombino e ritorno. E, credetemi, mi sento davvero pirla.

Ve la faccio breve. Le scarpette stellari vanno bene, ma lui dice che si vede che prono ancora. Così me ne porta un altro paio, io infilo di nuovo, e di nuovo vado fuori a correre. Quello dice che adesso non prono quasi pių, ma non sono ancora perfetto. Nuove scarpe, nuova corsa, ma questa volta non si fermi al tombino, vada, vada fino in fondo alla strada, si faccia una bella corsa. Io vado, vado fino in fondo alla strada, tutti mi guardano, è evidente, io faccio finta di nulla, torno e sono un po' sudato, affaticato e mi sento pirla. Lui dice che ora sono perfetto, io dico Va bene, allora prendo queste. Mi dice Benissimo, vedrà che si troverà da dio adesso, e non costano nemmeno molto. Io tiro fuori la carta di credito, però è vero, non costano uno sproposito, ma non sono nemmeno regalate, ecco.
Salgo in macchina elettrizzato (e mi sento ancora un po' pirla), parto per Alba e non vedo l'ora di provare le nuove scarpette galattiche la sera stessa sul mio circuito, pronto a bermi nuovamente il mio livello 4 modificato, anzi, a volare questa volta, visto che finalmente non prono pių, e chissà come ho fatto tutti questi anni ad andare avanti pronando in questa maniera.

Alle 19 sono pronto al via. La receptionist mi vede passare, scuote la testa e riprende a leggere la sua copia di Chi. Inizio con i famosi cinque minuti di camminata, fa sempre lo stesso freddo siberiano di due giorni prima e mi riscaldo 'na cippa, ma non prono, è evidente che non prono, sono troppo elettrizzato. Accendo Moby. E poi parto.

Un'ora dopo - perché comunque boia chi molla: in fondo alle mie sette serie da 6' ci sono arrivato - San Sebastiano in persona mi chiede se deve chiamare l'eliambulanza o se preferisco farmi tumulare nei pressi della rotonda di Corso Torino. Opto per la seconda ipotesi. L'allarme del cardiofrequenzimetro sta suonando allegramente da almeno venti minuti: credevo che fosse un nuovo arrangiamento di Moby. Mi trascino in camera sui gomiti, provando persino a fare la rampa di scale di corsa, ma solo per caso non inciampo e non picchio i denti contro il secondo gradino. La receptionist si gira dalla parte opposta con una smorfia di disgusto. Mi arrendo un'ora sotto la doccia bollente. Poi scendo al ristorante e ordino la mia mezza bottiglia di Malvirà. Praticamente non cammino pių.
Ma non prono pių, ah no.

Comunque aspetto un po' a passare al livello 5, va'.
01.15 del 16 Febbraio 2008 | Commenti (10) 
 
10 Col Vascoccia
FEB Viaggi verticali, The summit quest
La seconda cima in quindici giorni è quasi un evento da queste parti, va a finire che inizio a crederci davvero. Tempo perfetto in Val d'Ayas e lungo l'intero perimetro dell'orizzonte, caldo a palla, aria immobile - praticamente come salire in una fornace. Di conseguenza, neve-gesso orrenda, trasformata, gelata e ventata, con croste poco o per nulla portanti e accumuli qua e là: un incubo per lo stato delle mie gambe, che fino in cima mi ci hanno sì portato, salvo il fatto che poi, per scendere decentemente con quelle condizioni, mi ci sarebbe voluto un esoscheletro al titanio.

Non a Bruno, come al solito, che con i suoi venti chili in meno del sottoscritto riesce a volare anche su quelle nevi. Lo odio, va da sé.

Nota dell'invasato: bruciate oltre 2.500 KCal. Per fortuna, recuperate tutte immediatamente durante il viaggio di ritorno, grazie al mio solito famigerato pranzo al sacco. Non ho speranze.

In cima al Colle Vascoccia con il Monte Rosa alle spalle
Bruno, scendendo dal Colle Vascoccia
00.49 del 10 Febbraio 2008 | Commenti (0) 
 
06 Mens sana, o forse nemmeno quella
FEB The summit quest, Running
Non so voi: il mio buon proposito per il 2008 è di farmi un bel tagliando completo e mettere fine a questo orrendo decadimento fisico del quale sono ormai preda da qualche anno a questa parte.
Per la cronaca, sappiate che il titolare qui ha l'abitudine di scansare come la peste càmici bianchi & affini: ravanando nel mio archivio ho scoperto, ad esempio, che fino ad un paio di settimane fa le ultime analisi del sangue alle quali mi fossi arreso risalivano ad otto anni fa e peraltro me le aveva imposte la mia ex-azienda al momento dell'assunzione.

E' che solamente per aver trascorso tre giorni a sciare con il mio piccolo eroe ho iniziato l'anno schienato di brutto, molto peggio di altre volte passate, e insomma, da qualche medico mi è toccato andare per forza, piegato a novanta fra l'altro.
Visite, lastre, esami e tutto ok per fortuna, ma è chiaro che ormai il messaggio non ammette pių repliche: o mi schiodo dalla sedia una volta per tutte, o prima o poi orizzontale rischio di rimanerci davvero e hai voglia, poi, a rimettermi in piedi solo grazie alle iniezioni di Voltaren e Muscoril.

A mo' di premessa, vanno innanzitutto dette un paio di cose: io *odio* palestre, piscine, massaggi e ambaradan salutistici tutti, e pure il semplice correre mi rompe assai. Tutt'al pių un po' di bicicletta, che col mal di schiena non è certo il massimo.
A me piace la montagna, lo sapete. Fino a dieci anni fa in montagna ci trascorrevo il cento per cento del mio tempo libero, di solito appeso a qualche corda o a consumar pelli di foca in alta quota. In un modo o nell'altro, volevan dire quasi cento giornate all'anno a muover le gambe e ad allenare i polmoni. Ma da qualche anno in qua, complice una vita impegnata in mille altre cose e la mia solita infinita pigrizia congénita, "a me piace la montagna" ha significato perlopių arricchire la mia già nutrita biblioteca alpinistica, le mie cinque paia di sci hanno iniziato ad accumulare una gran quantità di polvere in cantina e le corde giacciono al buio dentro la cassapanca in corridoio da tempo immemorabile, a parte il miserrimo tentativo di exploit a freddo di un paio d'anni fa.
E poi ho trascorso gli ultimi quindici mesi fra Belgio, Lussemburgo e Polonia, località note per la piattitudine a perdita d'occhio e il clima poco amichevole: neve ne ho vista parecchia, ma irrimediabilmente orizzontale.

Diciamo che ho affrontato questi ultimi anni classificandoli come una pausa dovuta, di quelle che ogni tanto nella vita accadono. In ogni caso, il mio 8000 sempre lì davanti sta, su questo non ci piove. Quel che è certo è che per salire un ottomila, fra una milionata di altre cose, serve anche una schiena funzionante. Poi le gambe, poi i polmoni, poi il cuore, poi la testa, ecc.

Così, quando il 7 gennaio sono riuscito a rialzarmi in piedi (e non sto a dirvi il dolore), mi sono arreso - o sono partito all'attacco, dipende dai punti di vista. Insomma, ho preso una decisione epocale: ho comprato una tuta ai saldi e ho fatto l'abbonamento in piscina. E non iniziate a ridere, ché lo so che voialtri siete tutti sportivi e dietetici. Io no: da quando ho smesso di fumare qualche anno fa (l'unica cosa metabolicamente intelligente che in tutta onestà possa sostenere di aver fatto), ho messo su dieci chili di botto, equamente distribuiti attorno a me, e quelle poche volte che ho alzato il sedere negli ultimi tempi ho continuato ad andar su completamente privo di allenamento, con il mio mal di schiena, il fiasco di vino e il panino al salame, come faceva il buon Jerzy Kukuzcka (be', pių o meno). Va dunque ancora bene che fino ad oggi ci abbia lasciato temporaneamente la schiena due o tre volte al massimo ed abbia il solo tasso di colesterolo un po' alto.

Quindi: anno nuovo vita nuova, e siccome mi conosco - e, come detto, odio andare in piscina, correre e bla bla bla - per non mollare la presa mi ci sono piazzato davanti un paio di obiettivi importanti per l'estate, di quelli che giacevano nel cassetto da troppo tempo e se ne stavano lì al buio in attesa di tempi migliori, nonché di nuovi compagni di cordata altrettanto motivati. Quali obiettivi, dite? Non ve lo dico. Anche perché quasi certamente non se ne farà nulla come al solito. Così per il momento preferisco tenermeli, un po' per scaramanzia, un po' per non sparare, un po' per crederci io per primo.
Quello che vi posso dire è che c'è voluta una leva, complice un amico che in montagna ci va mica per finta e che una sera di qualche settimana fa, davanti a un aperitivo, mentre gli raccontavo dei miei mali oscuri e non, mi ha detto tu mettiti a correre e inizia ad allenarti seriamente: se lo vuoi davvero, lassų ti ci porto io.
Esattamente quello che mi serviva: detto, fatto. Almeno per ora.

Così - ci credereste? - non solo ho rimesso le pelli e ritoccato finalmente cima, ma dal giorno successivo ho davvero indossato la tuta e le scarpette, o la cuffia e gli occhialini, a seconda delle serate. Quattro sere alla settimana nelle prime due settimane, per la cronaca. Per me, è una costanza quasi esagerata. E la verità è che lo scolpisco qui per non tirarmi pių indietro. Diciamocelo: mi metto a fare il figo e faccio tutta 'sta pappardella per poi mollare dopo un solo mese? Ennò dài, che figura. Ormai l'ho detto, e scritto.
Comunque.

L'esordio, sia in acqua che in terra, è stato devastante e affatto incoraggiante: la prima sera San Sebastiano, protettore degli atleti (e dei vigili urbani), mi è apparso in piscina dopo quattro sole vasche a stile libero: fumava una sigaretta, mangiava un panino al salame e sghignazzava, mentre io mi lasciavo lentamente affondare in corsia numero 1 e consideravo seriamente l'idea di risparmiare sul riscaldamento di casa bruciando la mia biblioteca alpinistica.
La sera dopo, iPod d'ordinanza in testa - ché fra le altre cose ho scoperto che l'iPod serve a distrarti dalle tue follie, così non pensi a quanto tu possa sembrare ridicolo e inadeguato ad occhi altrui, e a quanto manchi prima che tu schiatti davvero - iPod in testa, dicevo, la visione mi è nuovamente apparsa dopo i primi cinquecento metri di corsa, e per chiamare corsa il mio misero trotterellare da quarantatreenne appesantito bisogna davvero essere senza vergogna: pensavo di accasciarmi definitivamente sull'asfalto freddo del marciapiede e trascorrere lì la notte, incurante delle auto che mi sfrecciavano al fianco, ma i pochi neuroni ancora ossigenati mi ricordavano inesorabilmente i film memorizzati nel mio pc che mi aspettavano al calduccio nella mia camera d'albergo e la sempre ottima mezza bottiglia di Malvirà pronta per me al ristorante.
Perché, perché sottoporsi a questo supplizio? Non c'ho pių l'età, ebbasta dài. Sono ridicolo.

E invece no: due giorni dopo eccomi ancora lì, ostinato e cazzuto, con la mia tutina e il mio iPod. Tre chilometri non stop, bombola d'ossigeno per cinque minuti, e poi via, ancora un chilometro e mezzo. Non vi dico i polpacci la mattina dopo: lega di ghisa e acciaio speciale.
Ma avanti, ancora, forza! Un giorno di pausa e poi piscina, trentadue vasche, un chilometro netto, con qualche pausetta qua e là. E poi ancora corsa, e la settimana dopo le vasche salgono a sessantaquattro, due chilometri, un'ora di nuoto non stop - pianin pianino, per carità, ché altrimenti il cuore se ne accorge, ma volete mettere? La voglia di non smettere inizia ad arrivare. Avanti, un giorno sì ed uno no, regolare. Ieri, sei chilometri di corsa, cinquanta minuti con due sole pause da cinque. Un tempo veramente fiacco, certo, ma consentitemi perbacco: sei chilometri!
La cosa pių gratificante è che questa mattina i polpacci funzionavano e, udite udite: dopo un paio di ere geologiche, sono perfino riuscito a toccarmi la punta dei piedi stando eretto. E piantatela di ridere, accidenti a voi :-)

Ora: lo sport farà anche bene, ok, e la mia schiena sta decisamente meglio di un mese fa (grazie peraltro anche alle sedute di annodamento alle quali mi sottopongo settimanalmente dal fiosioterapista). Però adesso mi fa male la spalla sinistra: le sessantaquattro vasche a stile libero hanno subìto la vendetta degli anni di inattività ed evidentemente il continuo movimento rotatorio del braccio, totalmente privo di allenamento, ha un po' infiammato l'articolazione.

Risalire davvero da questa stato di forma cabarettistico richiederà parecchio tempo, ahimè, c'è poco da fare gli esaltati.
Intanto mi pongo degli obiettivi intermedi credibili: non so, diciamo sessantaquattro vasche in 45' e dieci chilometri di corsa in un'ora, entro Pasqua, massimo fine marzo. Chissà se sono fattibili. Ci vorrebbe un esperto. Io ci provo.

E infine: 'sta faccenda del running e della piscina mi dà anche lo spunto per un po' di considerazioni a làtere.

Innanzitutto: perché diavolo adesso si chiama "running"? Cioè, ora tu vai al negozio di abbigliamento sportivo per comprarti un paio di scarpe da ginnastica e una tuta per andare a correre (che immagine raccappriciosamente triste), esattamente come facevi venti e pių anni fa, e scopri che c'è una sezione del negozio appositamente dedicata a 'sta roba, intitolata running. Vabbè, correre insomma, jogging, o alla peggio footing come dicevano i buontemponi negli anni '80, no? No, adesso è running. E dunque costa un botto di pių.
Ho anche scoperto che non si corre pių in tuta e scarp de tennis. No: adesso c'è la regola dei tre strati in funzione del meteo e della stagione, e ci sono i tessuti high-tech come nell'alpinismo, e c'è la tecnologia dei chip - contapassi elettronici, cardiofrequenzimetri molecolari, siluri fotonici - e io mi vergogno un po' a girare in negozio e a provarmi la roba, perché vorrei un paio di scarp de tennis e una tuta, non dovrebbe essere una cosa complicata. Invece mi ritrovo a leggere le schede plastificate appese agli espositori, che mi spiegano cosa devo comprare e di cosa ho bisogno in funzione del tipo di running che desidero affrontare, e delle calorie che voglio bruciare (sia detto per inciso: io non ho mai avuto la minima idea di cosa accidenti sia esattamente una caloria), e del tempo atmosferico che penso di trovare. Sob.

E poi c'è la piscina: mi sono comprato un paio di ciabatte, un accappatoio, una cuffia ed un costume da bagno (ché ho scoperto che i pantaloncini a fiori che indosso al mare non si usano in piscina, pena orrenda figura da mentecatto con gli abituali frequentatori del luogo e la pubblica interdizione da tutte le acque del regno). Mi sono presentato alla reception della piscina senza riuscire a scrollarmi di dosso quella strana sensazione mista di vergogna e disagio, tipo pesce fuor d'acqua per intenderci, non a caso. Quel desiderio ancestrale di avvicinarsi al bancone e sussurrare timidamente sa, a me piace andare in montagna, per poi fuggire lontano da quell'umido e da quell'odore di cloro, gettando il costume e la cuffia dal finestrino dell'auto in corsa, ascoltando born to be wild a volume inaudito.

Invece no, ho fatto l'abbonamento: quindici entrate, ché trenta mi sembrava di esagerare. E mi sono avviato rassegnato verso gli spogliatoi, evidentemente in preda al panico e senza osare chiedere istruzioni a nessuno, ché non volevo fare la figura di quello che ma come, davvero non è mai stato in piscina? No, o meglio, sì: ma mi sembra che l'ultima volta sia stato nel 1975 o gių di lì, avevo dieci anni.
In piscina ho scoperto che c'è la musica, perché ci sono anche la palestra per il fitness (il fitness, capisci?) e per l'aerobica, le cui vetrate danno proprio sulla vasca. Praticamente tu nuoti dentro ad un acquario e intorno a te ci sono dozzine di donne che pedalano, sudano e guardano l'umanità natante attraverso le vetrate. Imbarazzante.
La musica è troppo alta e rompe le palle anzichenò. E ci sono le urla dei bambini, e quelle degli istruttori, e quelle delle mamme, e quelle delle compagnie di amici.
Per quanto poi tu possa andare in piscina fuori orario, e riesca ad impossessarti di una corsia semivuota, incroci sempre qualcuno durante la tua vasca e di conseguenza ti prendi un calcione, o un ceffone a stile libero, dipende dalla sincronizzazione dell'incrocio.
Poi ci sono quelli che ti superano (nel mio caso, tutti) e ti fanno bere.
Poi ci sono quelli che nuotano a farfalla, che sono pericolosissimi, anche perché alzano ondate da tsunami e menano di brutto quando li incroci.
Poi ci sono quelli con il cuscinetto di polistirolo, che nuotano solo muovendo le gambe, e prima o poi ti tocca il frontale con il cuscinetto.
Poi ci sono i ragazzini che si picchiano e si affogano, e gli irriducibili del dopolavoro in banca che meno di trecento vasche non si degnano nemmeno, e le signore che stanno a bordo vasca con i piedi in acqua, che se sei in prima corsia qualche calcio in faccia te lo prendi sicuro.
Capisci: se sei un triste cittadino e non abiti in montagna, conquistare un ottomila (fosse anche un seimila, per dire) è una gran brutta faccenda che sa anche di cloro. Chi lo avrebbe mai detto.

Però, devo anche riconoscere che in piscina la temperatura dell'acqua è perfetta, per cui entrare in vasca è particolarmente piacevole e rilassante. Ho comunque difficoltà a non sentirmi imbarazzato in mezzo a dozzine di fisici palestrati che chiaramente non hanno mai fatto altro nella loro vita a parte curare il proprio fisico e macinare centinaia di vasche (e lampade abbronzanti). Soprattutto perché nel tempo in cui faccio una vasca loro mi doppiano tre volte.

Ma chissà, magari un giorno io arriverò davvero a quota ottomila.

Non so: sto pensando di farci un nuovo thread per il blog su 'sto tema.
Comunque, oggi giornata di pausa. Domani obiettivo sei chilometri, di nuovo: con una sola pausa però (seeee, come no...).
14.19 del 06 Febbraio 2008 | Commenti (3) 
 
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