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22 Saarbrücken, per dire
FEB Travel Log: Ardennes
Io sono stato a Saarbrücken. E dunque mi rivolgo a te, amico pendolare che maledici ogni giorno il grande raccordo o la tangenziale ovest di Milano inforcata alle otto del mattino: io sono stato a Saarbrücken e ho visto cose.
Io, ieri mattina, mi sono alzato alle 5:20, ho preso la macchina come al solito per andare a Malpensa e - come te - sono rimasto come al solito imbottigliato in tangenziale, solo che erano le sei e mezza del mattino, non le otto. Sono arrivato in aeroporto alle sette e mezza e ormai il mio posto preferito, il 12A - uscita di emergenza, leggi gambe distese - se lo era già pappato qualcun altro. Così mi sono beccato il 14A e sono salito sulla supposta volante della Luxair con destinazione Lussemburgo.
Solo che a Lussemburgo, io, non sono mai arrivato. Perché siamo atterrati a Saarbrücken. Che peraltro è in Germania. Un po' più a destra, verso il basso.

Ora, amico pendolare, il fatto che io sia atterrato a Saarbrücken perché l'aeroporto di Lussemburgo era chiuso per nebbia è qui irrilevante anche se, a pensarci, ma ti rendi conto? A Lussemburgo era chiuso per nebbia! Cioè, io arrivavo da Milano, dove c'era un sole stupendo, e l'aeroporto chiuso per nebbia era quello di Lussemburgo. Poi dicono che non ci sono più le stagioni.
Comunque, dicevo: non è questo il punto. Il punto è che io mi sono svegliato alle 5:20 in Italia ed avevo una riunione alle undici in Belgio (sì, ad Arlon, ovviamente). Invece alle undici io stavo in Germania insieme ad altri quarantotto pinguinati come me, dopo aver passato un'ora volando a cerchio nel cielo di Lussemburgo, che di per sè, credimi, non è poi così esaltante. Ma te li vedi tu i piloti della Luxair che, guardando giù, si dicono "oh, qui non si vede un tubo, dove si va ad atterrare? Mah, andiamo a Saarbrücken, ché fra un po' finiamo il carburante va'..."
Che poi a Saarbrücken c'era sì il sole, ma anche un vento che non ti dico, per cui ti lascio immaginare l'atterraggio. E non è che potessimo permetterci, come la scorsa settimana, di provare due o tre volte, perché non c'era più benza nei serbatoi, e sai com'è.

Adesso, amico pendolare che stai ascoltando Radio Deejay comodamente seduto nel tuo SUV con il Corriere appoggiato al volante, ti dico com'è atterrare a Saarbrücken: 'na spianata. Cioè, ti guardi in giro fuori dall'oblò e ti chiedi embè? Intorno il nulla: 'na spianata, appunto. Tipo l'aeroporto di Rio Gallegos in Patagonia. Ci sono un paio di mucche, un biplano, ed un altro paio di aerei della Luxair, segno inequivocabile che oggi non è andata male solo a te. Vento da urlo. Una cascina. A parte questo, *null'altro*. Ora, mi dici tu che diavolo ce lo hanno costruito a fare un aeroporto, oltremodo completamente deserto, quaggiù? E poi, Saarbrücken, dove accidenti è?

Noi quarantotto sembriamo quelli della Quinta D, anche perché c'è fuori un autobus ad aspettarci. Sai come vanno a finire queste cose: io mi siedo in fondo così faccio casino, io davanti che sto male, io di fianco a quella del terzo banco, io con quello di McKinsey non ci sto, insomma, le solite menate da gita scolastica. Solo che siamo a Saarbrücken, in Germania, sono le undici, l'età media è attorno ai quarant'anni, e tutti e quarantotto dovevamo stare da qualche altra parte, suppergiù dalle parti del Lussemburgo. Io, poi, dovevo essere in riunione in Belgio.

Saarbrücken si trova a poco più di un'ora di viaggio da Lussemburgo, un po' in statale, un po' in autostrada. Il ponte sulla Mosella segna il confine. A Lussemburgo arriviamo alle dodici e quarantacinque e qui noleggio un'auto. Ad Arlon, Belgio, arrivo alle tredici e trenta. Otto ore e quattro stati dopo la mia sveglia.

Amico pendolare eccetera, ecco, volevo chiederti: non è che la prossima settimana a Saarbrücken ci vai tu e in tangenziale ad ascoltare Radio Deejay ci sto io?
18.12 del 22 Febbraio 2007 | Commenti (2) 
 
16 Arlonelyplanet/2
FEB Travel Log: Ardennes
Qualche sera fa Stefano mi intratteneva al telefono da Somerset, New Jersey: "Tu credi che Arlon sia il [censura] del mondo, ma è solo perché non sei mai stato qui. A parte che oggi siamo a -15°, considera che l'unica scelta per uscire a cena è andare nel ristorante di un altro albergo, e se proprio vuoi fare una passeggiata non c'è null'altro a parte un centro commerciale. Se fossi nato a Somerset probabilmente mi sarei suicidato. Anzi, no: è impossibile nascere a Somerset."
Ora, poiché ho grande stima e fiducia nelle qualità di giudizio di Stefano, e considerato che è il mio capo, colgo l'occasione per annunciargli da queste pagine che io non andrò mai a Somerset.

Nell'attesa di un resoconto dettagliato da Somerset, magari corredato di reportage fotografico, tale stroncatura mi dà lo spunto per affrontare la puntata numero due della mia fake-Lonely Planet dedicata ad Arlon: l'attesissima e famigerata guida gastronomica, ovvero la Michelin del purgatorio delle Ardenne.
Tralascerò qui di occuparmi, per questa volta, di due dei migliori ristoranti di Arlon, dei quali abbiamo ormai detto tutto quel che c'era da dire e che dunque ben conoscete: il bizzarro autogrill dell'AC Arlon e il leggendario ristorante dell'AC Arlux, possa sprofondare negli inferi sepolto da una montagna di pane riscaldato a microonde e stagnolette di burro rancido.

Ciò premesso, sappiate innanzitutto che la cucina belga non esiste, a meno che naturalmente non si decida di omologare la potage du jour ed il grottesco cosciotto violaceo di cinghiale con tonnellata di patatine fritte, pinta di Orval e rutto libero, come cucina tipica belga. Va da sé che i due piatti citati sono ovviamente le specialità dell'Arlux.
Altra premessa fondamentale: ad Arlon, più che mangiare, si beve. Il che fra l'altro spiega molte cose, ma di questo parleremo un'altra volta. Solo qualche testimonianza in proposito:

Un inquietante "aperitivo della casa" a base di azoto liquido
Misura standard di un "tres petit cognac"
Tipica cena in un ristorante di Arlon
Il vostro titolare qui, apparentemente alterato, ripreso
clandestinamente da un collega durante una cena ad Arlon
(non è che esiste anche il filmato su YouTube, vero?)

In un paese che non esiste, caratterizzato da una cucina che non esiste, la sopravvivenza del malcapitato trasfertista (quella del residente belga non saprei) è affidata ad un pugno di ristoranti etnici che vi permettono virtualmente di completare un giro del mondo gastronomico in meno di un paio di settimane, al termine delle quali non vi è purtroppo alcuna garanzia che il vostro stato di salute coincida con quello di partenza. Ma, del resto, di Viaggi si parla qui, mica di Tonino il fidato pizzaro sotto casa vostra. E peraltro, parlando di pizzari, è quasi inutile che vi dica che i ristoranti italiani ad Arlon battono Resto del Mondo in media 4 a 1, nel senso numerico del termine. Con una particolarità, però: che qui i ristoranti italiani sono italiani davvero, gestiti da italiani trapiantati in città ormai da anni, che oltre a far cassa stanno anche dietro alle pentole (o davanti al forno a legna). Del resto bisogna riconoscerlo: il Belgio non sarebbe il Belgio senza gli emigranti italiani - ai quali ormai mi sento inevitabilmente ed affettivamente legato - e d'altra parte l'emigrante italiano in Belgio mica va a Bruxelles, nooo, macché, ad Arlon viene. E di solito apre una pizzeria.

Il primo giorno che misi piede ad Arlon (una data che rimarrà scolpita nel mio curriculum e nella mia psiche), all'ora di pranzo un collega ebbe pietà di me e mi salvò dalla frustrante mensa aziendale, portandomi in centro città da "Enzo Milano": lì ho bevuto la mia prima Orval e ho imparato subito ad odiare tutta la pseudoliturgia che dovrebbe accompagnare il giusto modo di versare una Orval nel bicchiere da Orval, per cui se ti stappi un'Orval e te la versi come cavolo ti pare c'è sempre qualcuno che ti fa notare che l'hai versata troppo rapidamente, o troppo lentamente, o troppo a scatti, o con il gomito troppo piegato all'interno.
Ora, diciamolo: l'Orval è una normalissima ed anonima birra trappista che, come tutte le birre trappiste, non c'azzecca un tubo con le birre da pasto, men che meno con la pizza, e comunque servita fredda fa schifo. Oooh, l'ho detto.

Di per sé Enzo Milano è sufficientemente anonimo come tutte le pizzerie italiane all'estero: le tovaglie sono a quadri rossi e bianchi, le pizze non sono male e ci si può mangiare anche altro - io, che sono notoriamente un ateo miscredente dedito al fast-food ed alla scelleratezza alimentare, una volta ho perfino provato le troffie al pesto, sopravvivendo. La vera particolarità, comunque, è che Enzo costa come Gualtiero Marchesi epperò non accetta l'Amex. Ti mangi una Margherita, la paghi come fosse placcata oro e quando la metti in nota spese ti vergogni e ti riprometti di vivere per una settimana a carote bollite.
Altre note: da Enzo, come in tutte gli altri ristoranti italiani in Arlon, si parla italiano ed anche l'unico cameriere autoctono è costretto a parlare con l'accento di Locri.
Per onor di cronaca devo anche dire - prima che qualcuno del mio team venga qua dentro a massacrarmi nei commenti - che qui mi è capitato di dover rimandare indietro l'unica bottiglia di vino della mia vita perché sapeva di tappo. O meglio: io me la sarei anche bevuta (non riesco a immaginare nessuna scena più imbarazzante del dover rimandare indietro una bottiglia di vino), ma i miei giovani tàngheri, dopo essersene scolata metà con la scusa di assaggiarla a turno, mi hanno flagellato pubblicamente costringendomi a richiamare il finto cameriere di Fuorigrotta ed Enzo in persona. Naturalmente da allora non ci sono più tornato.

I concorrenti più in voga di Enzo sono "Pinocchio" ed il suo spin-off, "Chez Geppetto". Si va indistintamente da uno o dall'altro a seconda dei giorni, tipo oggi è martedì, Pinocchio è chiuso, allora chez Geppetto. In realtà queste due pietre miliari della ristorazione, diciamo così, di Arlon, sono assai diverse fra loro, pur essendo vero che Geppetto è nato da una costola di Pinocchio e che è evidente il legame simbiotico ancestrale fra i due ristoratori, che condividono le stesse tovagliette di carta con impresse le reciproche pubblicità.
Pinocchio è il classico pizzaiolo amicone che ti dà del tu e ti chiede di tua sorella anche se è la prima volta che ti presenti, sei in gessato d'ordinanza e ti sei fatto scaricare da un'auto blu con la scorta. A fine cena ti offre sempre il limoncello. Poi un limoncello. Poi un limoncello. E infine un limoncello, proprio l'ultimo l'ultimo, eddai, prima di uscire sotto la pioggia. A me il limoncello di Pinocchio fa schifo, però non oso dirglielo.
Il pizzaiolo di Geppetto è rasato, tatuato, piercing-ato e molto, molto, molto muscoloso. Anche lui parla con accento di Locri, ma il suo è vero. Anche lui è amichevole, forse. Ti racconta sempre di quando l'Italia ha vinto i mondiali lo scorso anno, loro avevano il locale pieno di francesi e belgi, e quando Grosso ha segnato il rigore sono saliti sul bancone a fare il gesto dell'ombrello ai cinquanta clienti ubriachi e incazzati, stappando spumante a fiumi (lo sottolinea sempre, preciso: *spumante*, non champagne).
Ogni volta che ci vado, a fine cena il pizzaiolo di Geppetto mi fissa negli occhi a tre centimetri di distanza, e mi chiede: "Com'era?"
Buonissima.
In ogni caso, vi consiglio i suoi spaghetti alla pescatora (buonissimi...).

"Chez Faty" è un altro ristorante italiano. Solo che il cuoco è un marocchino. Trapiantato in Belgio. Ora, converrete con me che è come sparare sulla croce rossa, ma ci va a pranzo il direttore di stabilimento, che è anche il mio cliente. Quindi chez Faty si mangia da dio. Consiglio le penne alla diable, che poi sono la variante maroccobelga delle penne all'arrabbiata. Oddio, più che arrabbiate direi che si sono svegliate male, ma se non sbagliate il vino possono anche andare.

Adesso però non vorrei che crediate che qui si frequentino solo i ristoranti italiani. Noi siamo viaggiatori veri e, per dirvela tutta, da bravo professionista, mi sono fatto un tour approfondito della Arlon gastronomica, proprio in onor vostro e senza (ahimè) risparmiarmi. Spero dunque che apprezziate il lavoro del vostro corrispondente.
Il prossimo capitolo sarà quindi dedicato all'esplorazione degli abissi perversi nei quali è possibile precipitare volendo fare i brillanti con i ristoranti davvero etnici di Arlon. Vi anticipo solo una cosa: il bicchiere della prima foto in alto, quello da cui si innalza una colonna di fumo inquietante dovuta a una fiala di azoto liquido immersa nell'aperitivo, me lo hanno servito da "Le Grecò", uno dei due ristoranti ellenici di Arlon, noto per il perenne stato di ubriachezza molesta del suo proprietario. Giuro.
Stay tuned.
01.49 del 16 Febbraio 2007 | Commenti (2) 
 
14 Arlonelyplanet/1
FEB Travel Log: Ardennes
Ho deciso di fare sul serio. Intendo, questo in fondo è un sito web di servizio. Metti che qualcuno di voi voglia (?), o debba (ah, ecco) venire ad Arlon ed abbia bisogno di informazioni: da oggi basterà cercare Arlon su Gugl per accedere a questo preziosissimo tarocco della Lonely Planet interamente dedicato alla regina (bah) delle Ardenne belghe, il palcoscenico perfetto per ambientare Morte di un commesso viaggiatore, quale in fondo mi sento da quando vivo qui in trasferta. Per esigenze di semplicità vi risparmierò i soliti capitoli introduttivi della Lonli: malattie virali (io mi strafogo regolarmente di cozze), viaggiatori gay, donne sole ed anziani (ad Arlon non ci sono nemmeno viaggiatrici giovani accompagnate ed eterossuali), rischi dell'insolazione e dell'ipotermia (piove sempre, punto) e jet-lag (Luxair vola al massimo a Tenerife con un cargo-charter).
Non vi garantisco di andare oltre il primo capitolo della saga, anzi, per dirvi la verità mi sono già annoiato, ma vediamo che ne esce fuori. Tutto sommato ho ancora un po' di tempo da trascorrere qui, le serate in albergo sono lunghe, la tv locale è devastante e la scorta di libri la uso già per riempire le colazioni e le cene. Sappiate anche che le fotografie di questo "servizio", scattate durante una pausa pranzo grazie al mio nuovo fedele compagno di viaggio del quale non smetterò mai di cantarvi le meraviglie, mi sono costate una bella lavata: sono rientrato in ufficio completamente fradicio, vittima dell'amichevole meteo locale. Poi dite che non vi voglio bene.

Allora, Arlon: capoluogo della provincia del Lussemburgo belga, pare che sia la città più antica del Belgio, ma nemmeno loro ne sono tanto sicuri. Diciamo che qualcosa dovevano pur vendersi e del resto a nessuno freguntubo di contestarne il primato. Giassapete che Arlon si trova in Vallonia e nelle Ardenne: per inciso, la Vallonia è la metà meridionale e francofona del Belgio, in contrapposizione alle Fiandre, che si trovano a nord e dove si parla fiammingo. Le Ardenne sono una regione divisa fra Belgio e Francia. Fin qui nulla di nuovo, immagino.
Arlon dista meno di dieci chilometri dal confine con il Lussemburgo, e poco più da quelli francese e tedesco. Bruxelles è a centoottanta chilometri di autostrada in direzione nord, Bastogne a quaranta. Insomma: un insignificante punto microscopico su mappe molto dettagliate. Fine della localizzazione geografica.

Il clima di Arlon fa schifo: piove e tira un vento da urlo, sempre. Direi che non c'è null'altro da aggiungere. Non portate l'ombrello, è del tutto inutile: ho visto più ombrelli sfasciati dal vento ad Arlon che filippini in metropolitana a Milano.

Siti web: non vi parrà vero, ma c'è l'imbarazzo della scelta. Dal sito ufficiale della Ville d'Arlon, al sito dell'Ufficio Turistico, ad Info-Arlon, eccetera. Poi, naturalmente, c'è sempre Wikipedia.

Where to stay: capirete che per compilare questo paragrafo dovrei farmi il giro di tutti gli hotel di Arlon ed io ormai non posso assolutamente tradire i miei amici dell'Arlux, dei quali vi racconto da mesi. Del resto vi ho già anche recensito l'AC Arlon con ben due-post dedicati. A titolo di cronaca posso dirvi che il resto dei miei colleghi si divide, più o meno, fra il Peiffeschof e l'Hotel de la Gaichel. Il primo dei due è disperso in campagna, visto dall'esterno sembra piacevole, è perennemente avvolto dalla nebbia e se nevica ci vuole la motoslitta per raggiungerlo. Dicono anche che ci si mangi bene e che le camere siano piuttosto piccole. Nel secondo ci va a dormire il mio capo, è altrettanto disperso nelle campagne circostanti (anzi, è proprio oltre confine, in Lussemburgo), non ci si mangia - non tutte le sere perlomeno - e chiude alle dieci di sera: se rientrate più tardi dovete farvi dare le chiavi. Per inciso: ad Arlon chiude tutto alle dieci di sera e forse anche prima.
Se avete un po' di euro da buttare dalla finestra, comunque, il vostro posto è lo Château du bois, del quale tutti parlano un gran bene: chi ci è stato racconta di indimenticabili serate trascorse nella jacuzzi con la coppa di champagne in mano, accompagnate da musica da camera suonata dal vivo in esclusiva dall'orchestra sinfonica belga al completo e seguite da rilassanti nottate in compagnia delle leggendarie massaggiatrici di Saarbrücken. Non consigliabile se alle otto del mattino seguente avete una riunione in agenda. Peraltro, va anche detto che lo Château du bois si trova... - anzi, non si trova proprio, a meno di non perdersi di notte nei boschi circostanti e vederlo apparire all'improvviso illuminato dalla luna piena. Come suggerisce il nome - e se non ve lo suggerisce studiate il francese - trattasi di un castello un po' sinistro: una roba tipo Rocky horror picture show, per intenderci, e capirete che con il clima di queste parti, tuoni, vento e saette, non è che personalmente muoia dalla voglia di andarlo a visitare.

Getting there and away ad Arlon, ma soprattutto away: Luxembourg Findel international airport, a circa 45 km di autostrada da Arlon. E' il modo più veloce per scappare e, ahimé, la mia porta di accesso settimanale alle Ardenne. Una bella auto a noleggio presso uno qualunque dei dieci rent-a-car di Findel vi risolverà molti problemi. Per esperienza personale posso dirvi che se prenotate un gruppo B con Avis, e avete un po' di fortuna, potrebbe anche capitarvi di andarvene in giro a pari prezzo con una Mercedes classe C nuova fiammante: le auto gruppo B scarseggiano da queste parti e l'upgrade forzato è gratuito. Certo, a me è capitata anche una Kia Cerrato e ho impiegato mezza giornata nel parcheggio dell'Avis per trovarla, non avendo la minima idea di cosa esattamente dovessi cercare.

Infine, per sopravvivere è necessario anche mangiare, lo so. Ma questo argomento, perdonatemi, parlando di Arlon richiede tempo. Non voglio bruciarmi in poche righe la splendida opportunità di condividere con voi le mie esperienze gastronomiche nelle Ardenne. E poi devo ancora fare qualche esperimento per poter essere un po' esaustivo. Abbiate pazienza e nel frattempo godetevi un po' di Arlon, quella vera, sotto il diluvio di quest'oggi.

Arlon, con la sua luce naturale
Eglise Saint-Martin (è del 1937, che vi credete?)
Place Léopold, residuato della battaglia delle Ardenne
Non credo Battiato cantasse proprio questo...
Eglise Saint-Donat
Dylan, lei ti odia

A breve dunque - forse - la seconda puntata: mangiare ad Arlon. Ho già in archivio un paio di foto sufficientemente inquietanti, ma vorrei essere un po' più scientifico e metodico. Avrei anche bisogno di raccogliere qualche intervista con i colleghi più esperti che hanno avuto occasione di varcare le soglie di alcuni locali nei quali io non ho ancora avuto il coraggio di entrare. Stay tuned. Il vostro affezionato corrispondente dalle Ardenne.
01.46 del 14 Febbraio 2007 | Commenti (1) 
 
12 Nemmeno in Patagonia
FEB Travel Log: Ardennes
Ed è così che al mio trentottesimo volo su Lussemburgo ho provato l'ebbrezza del doppio atterraggio: leggete, vento da sballo peggio del solito, supposta volante che ci dà dentro con i motori, visibilità zero fino a pochi metri da terra. Solo che quando l'abbiamo vista, la terra, eravamo troppo alti sulla pista e l'aereo sembrava un vagone impazzito sulle montagne russe di Disneyland.
E quindi, proprio pochi secondi prima di toccare il suolo, su il carrello, motori tirati al massimo, prua di nuovo verso le nuvole e tenetevi forte che ci riproviamo fra un po'...

Ecco, dovessi proprio dire, non il massimo per iniziare una nuova settimana nelle Ardenne.
12.03 del 12 Febbraio 2007 | Commenti (0) 
 
09 White out
FEB Travel Log: Ardennes
Insomma, nevica a raffica. Mica poco. Questa mattina l'auto dormiva sotto buoni cinque centimetri di farina, stupenda per il fuoripista, non un granché per raggiungere l'ufficio. Arlon completamente imbiancata non è nemmeno malaccio, che devo dirvi. Poi, comunque, la situazione si è evoluta nel corso della giornata: il solito vento a raffiche jet, quindi pioggia battente, infine grandinata record e freddo umido da piangere. Ah, le mie magiche Ardenne. Mi mancheranno, quando me ne andrò (perché me ne andrò, vero???).

A parte ciò, ho colto l'occasione per collaudare il nuovo aggeggino: così a pelle posso dirvi che sta a quello vecchio come il dvd alle schede perforate. L'aspetto però inquietante è che è addirittura meglio della piccola Nikon che abbiamo comprato tre anni fa. Non male, considerato che è un telefono...

Il mitico Arlux
Arlon

E infine, l'allucinazione: questa sera, qui, proprio davanti all'ingresso dell'Arlux, ho avuto l'esatta percezione dell'avvicinarsi ormai prossimo dell'Apocalisse. Un furgone della Mondial Casa, targato Pavia. Con i miei occhi, giuro. E' vero: avevo in mano un bicchiere di cognac, e quassù li riempiono parecchio. In ogni caso, e a scanso di equivoci, prima che mi apparisse anche Giorgio Mastrota con una batteria di pentole in mano, ho fatto voto di non mangiare mai più pentolate di cozze al vino bianco.
00.35 del 09 Febbraio 2007 | Commenti (2) 
 
26 Poi mi sveglio
GEN Travel Log: Ardennes
Meno nove inizia ad essere una temperatura degna di attenzione.
Soprattutto se non hai messo i guanti in valigia e al mattino devi grattar via uno strato di ghiaccio vetro spesso un millimetro dal parabrezza dell'auto.

Però c'è il sole. Considerato che nel resto del vecchio continente, per quanto ci è dato sapere, sta nevicando come in Kamchatka, questo conferma la mia teoria che Arlon sia solo frutto di un'allucinazione collettiva e che in realtà non esista.
10.22 del 26 Gennaio 2007 | Commenti (0) 
 
23 Lux-style
GEN Travel Log: Ardennes
Vorrei far presente al mio amico, Comandante Luxair del volo LG6992 Malpensa - Luxembourg di questa mattina, che nice weather non significa vento a raffiche di ottanta orari, strato di nubi spesso diecimila metri, atterraggio tipo Apollo 13, temperatura al suolo meno cinque e un insignificante raggio di luce che penetra in mezzo a 'sto schifo.

E poi, "Grazie di aver scelto Luxair" un paio di ciufoli. Come se avessi qualche alternativa.
14.31 del 23 Gennaio 2007 | Commenti (0) 
 
18 Lievi brezze al nord
GEN Travel Log: Ardennes
Da Meteo Luxembourg: "Tempête en cours! De midi jusqu'à minuit, maximum entre 18 et 21 heures. Vent de sud-ouest 70-90 km/h. Entre 18 et 21 heures 90-110 km/h avec des pointes à 130km/h possibles. Le vent sera accompagné de très fortes chutes de pluie."

Ecco, appunto: non avete idea di che sta accadendo quassù. Per dire, questa mattina il vento ha abbattuto un albero proprio davanti alla finestra di camera mia...

***

Update delle 15.00: pare che sia l'uragano Kyrill. Incrociate le dita per il vostro inviato nelle Ardenne.
Update delle 23.30: dalla CNN. Qui la situazione è un po' migliorata...
14.02 del 18 Gennaio 2007 | Commenti (1) 
 
15 Tales from Arlon
GEN Travel Log: Ardennes
"Il 1991 fu l'anno peggiore. Il vento aveva soffiato per giorni e giorni con punte ad oltre centosessanta orari. Avevamo una fila di alberi in giardino: vennero tutti abbattuti.
Una sera le raffiche tirarono giù il campanile della chiesa: si conficcò a testa in giù in mezzo alla piazza, come una freccia.
Ricordo che dal primo luglio al 23 dicembre non vedemmo il sole nemmeno per una giornata - giuro, niente sole per sei mesi, solo pioggia, pioggia, pioggia e vento.

Il 23 dicembre rientrammo in Italia, per trascorrere il Natale con il resto della famiglia. Sa com'è, va a finire che si fa sempre tardi in ufficio, ed anche quella sera uscii che erano ormai quasi le sei. Il tempo di passare a prendere mia moglie che aveva già caricato l'auto e via in autostrada.

Ci vogliono otto-nove ore da Arlon a casa nostra, un paesino in provincia di Cuneo. Arrivammo verso le tre del mattino e andammo direttamente a dormire.
La mattina dopo - era la vigilia di Natale - ci svegliammo verso le nove e trenta ed aprimmo le finestre... il sole! C'era il sole!

Lei non mi crederà, Paschetto: io e mia moglie ci infilammo il cappotto, uscimmo in giardino e rimanemmo seduti sulle sdraio per un'ora a guardare il sole.
"
19.22 del 15 Gennaio 2007 | Commenti (1) 
 
12 Arlux 2007
GEN Travel Log: Ardennes
- Potage du jour, s'il vous plait.
- Oui monsieur.
- Com'è quella di oggi?
- Asparagi, monsieur.
- Ça va, la prendo.

...

- Excuse-moi...
- Oui, monsieur?
- Cette potage est... rouge.
- Oh, c'est vrai... Alors est tomate.
16.02 del 12 Gennaio 2007 | Commenti (2) 
 
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