Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


03 Japan/10 - Back to Ueno, Tokyo
SET Travel Log: Japan
Park Side Hotel, Ueno, Tokyo, una fresca serata di inizio settembre. Valigie chiuse, non so come, ma chiuse. Passeggino svuotato e pronto per essere impacchettato. Non avete idea di cosa può accumularsi nella rete portaoggetti di un passeggino durante un mese di viaggio in Giappone.
Dovrei forse raccontarvi di una frenetica giornata trascorsa nell'incredibile Osaka che, a dispetto di quel che se ne dice, credetemi: è imperdibile! Ma forse prima dovrei dirvi della nostra sosta lampo ad Himeji, fra Hiroshima ed Osaka. Ma forse, prima ancora, dovrei raccontarvi di come ci sia capitato di dimenticarci non uno, ma due zainetti sullo shinkansen, scendendo alla stazione di Osaka.
La testa, a dirvela tutta, è un po' altrove. Non so perché solo oggi, all'improvviso, abbia realizzato tutto il rumore. L'assordante rumore giapponese attorno a noi. Il chiasso, i megafoni, la musica ognidove e ogniquando a volume esagerato, il traffico e i treni e i cavalcavia e i decibel a manetta nonstop. Ora c'è silenzio. Stanza 501, Parsk Side Hotel. Last night in Tokyo.

Osaka, un paio di giorni fa. Appena scesi dallo shinkansen. Tempo di prendere le scale mobili e rendersi conto che manca qualcosa. E lo shinkansen, naturalmente, già ripartito dopo i consueti tre minuti di sosta.
Dove va adesso? Ah, Tokyo. Ecco. Seicento chilometri più a nord. Cosa c'era nei due zainetti? Oh, nulla di importante: il passaporto di Emanuela e tutti i suoi soldi - per la cronaca, i soli yen che ancora avevamo, in un paese dove trovare una macchinetta ATM che accetti le carte di credito internazionali è come cercare il Sacro Graal; la telecamera e vabbè, quello per ora non è un problema; i pannolini - tutti - di Leonardo e quello sì che è un problemissimo, anche perché trovare i pannolini in questo paese è come andare alla ricerca dell'Arca perduta dopo aver trovato il Sacro Graal e ad occhio Leonardo non ha ormai più molto tempo di autonomia.
E peraltro, senza soldi, come li ricompriamo i pannolini? E peraltro, senza soldi, come ci arriviamo in albergo? E peraltro, senza passaporto, come ci registriamo in albergo, ammesso di arrivarci? Ecco, welcome in Osaka.

No, prima ancora. Memento. Lasciata Hiroshima, decidiamo di fare una sosta al volo a Himeji prima di proseguire per Osaka. Con gli shinkansen come al solito è uno scherzo. Hiroshima-Osaka sono quasi trecento chilometri, coperti più o meno da un centinaio di treni al giorno, nessuno dei quali, naturalmente, impiega più di un'ora e mezza. Una metropolitana, insomma. Una fermata a Himeji per un paio d'ore, quindi, ci sta pacifica pacifica, perfino partendo con calma da Hiroshima con lo shinkansen delle 10:10.

Himeji è famosa per il castello più bello del Giappone, risalente al XVI secolo. Eccolo qui:

Himeji-jo

Arrivate ad Himeji alle 11:15, mollate tutti i bagagli al deposito, correte al castello, visitate il castello, ritornate in stazione, riprendete i bagagli, risalite sullo shinkansen delle 13:02, durante il viaggio ammirate alla vostra destra il ponte più lungo del mondo che collega Honshu a Shikoku, arrivate ad Osaka alle 13:48 in tempo per pranzare e per essere in albergo prima delle tre del pomeriggio, e avete dunque ancora mezza giornata davanti per vagabondare un po' in città. Fantastico, no?
..
[Continua a leggere]

00.26 del 03 Settembre 2006 | Commenti (1) 
 
31 Japan/9 - Coast to coast
AGO Travel Log: Japan
La San-in, costa all'ombra delle montagne, è la costa dell'Honshu occidentale che si affaccia a nord sul Mar del Giappone, in contrapposizione alla San-yo, costa sul versante assolato delle montagne, che guarda a sud verso il Mare Interno: poiché sono ormai quasi quattro settimane che state leggendo del nostro peregrinare per il Sol Levante, mi sembra giusto che vi pappiate anche l'ora di geografia, così potete seguirci con più attenzione.
Vi dirò anche, perciò, che Honshu è la principale delle quattro maggiori isole che formano il Giappone. Per dire, è quella dove si trovano Tokyo, Kyoto, Osaka, Kobe e Hiroshima.
Il super Giappone della vostra immaginazione, quello delle metropoli collegate dall'ultraveloce Shinkansen ("treno lampo"), si è interamente sviluppato lungo San-yo. Per contro, il San-in è una regione ancora oggi piuttosto isolata, quasi per nulla visitata dal turismo internazionale e mal collegata con il resto di Honshu. Per arrivarci bisogna avere tempo, pazienza e qualche nozione dell'arte di arrangiarsi: soprattutto se non si conosce il giapponese.
Nel San-in, su un fronte di circa ottocento chilometri, si trovano quasi solo villaggi di pescatori, qualche cittadina di dimensioni modeste, spiagge e tratti di costa incontaminati e mare tipo Sardegna. Qui si trova anche Tango-hanto.

Giusto per non lasciare la lezione incompleta e fare un po' il pierino, sappiate che le altre tre isole principali del Giappone sono Hokkaido a nord, nota per le montagne e perché vi si trova Sapporo, che immagino tutti ricordiate come sede delle olimpiadi invernali del 1972; Kyushu, la più meridionale, dove si trovano Nagasaki e Fukuoka; e infine Shikoku, che si trova sotto ad Honshu e delimita con quest'ultima il già citato Mare Interno.
A titolo di curiosità vi dirò infine che Hokkaido è collegata ad Honshu dal tunnel sottomarino più lungo del mondo, il Seikan, oltre cinquantatre chilometri, dove transitano regolarmente i velocissimi Shinkansen. Kyushu è a sua volta collegata ad Honshu dal tunnel sottomarino Shin-Kanmon e da un ponte per il traffico stradale. Shynkyu ed Honshu sono invece collegate da un ardito sistema di ponti. Non male, eh?

Tutto ciò mi serve essenzialmente per raccontarvi un paio di cose. Primo: questo viaggio, alla fine, coprirà un itinerario di circa tremila chilometri, quasi tutti in Honshu, toccandone praticamente tutti i luoghi di interesse. Torneremo però a casa avendo messo un piedino anche a Kyushu. Non riusciremo invece ad andare ad Hokkaido, come pensavamo di riuscire a fare. Shikoku, poi, non ce la fileremo proprio (e sarà sicuramente un peccato).
Fatti due conti, se tenete il nostro ritmo, ad occhio ci vogliono fra i due e i tre mesi per visitare tutto il Giappone ed averne una buona idea.

Secondo: c'eravamo lasciati dopo il Tango-hanto, su un treno in viaggio lungo San-in. Ci ritroviamo in San-yo quasi una settimana dopo, per la precisione in un hotel di Hiroshima centro. In mezzo abbiamo cambiato un bel po' di trenini locali per riuscire a percorrere tutta la costa San-in ed arrivare in fondo ad Honshu con un paio di soste. Via tunnel sottomarino, abbiamo quindi attraversato il braccio di mare che ci divideva da Kyushu per fare una rapidissima puntata a Fukuoka, che dell'isola è la metropoli principale. Infine, siamo tornati ad Honshu ed abbiamo percorso a ritroso la costa San-yo arrivando qui ad Hiroshima, dove ci siamo fermati un paio di notti e dalla quale ripartiremo domani alla volta di Osaka e Tokyo. Pant pant.

Terminata la consueta introduzione chilometrica, provo ora a farvela breve. San-in: spettacolare. La linea ferroviaria corre per centinaia di chilometri proprio sul mare, un mare verde smeraldo ed immobile, costellato di isolette ricoperte di vegetazione.
Gli efficientissimi trenini diesel che la percorrono, spesso formati da un unico vagone, sembrano quasi degli autobus su rotaia ed attraversano piccoli villaggi di pescatori disseminati fra stupende spiaggete bianche incontaminate e piccole baie circondate dal bosco. Pochissimi i centri abitati di medie dimensioni. Noi, un po' a malincuore, abbiamo fatto tappa proprio in due di questi, non fosse altro perché ci era praticamente impossibile prenotare una qualunque sistemazione nei villaggi che abbiamo attraversato, né peraltro sapere in anticipo dove avremmo dovuto fermarci. E con Leonardo nel team non si può giocare a tombola e sperare nella provvidenza che sempre aiuta il viaggiatore indipendente: un minimo di programmazione day by day è necessaria.
Bianchi in circolazione in San-in: zero. A quanto pare siamo gli unici turisti occidentali in giro da queste parti, e a tal proposito vi dico una cosa: questa gente è sveglia, cortese ed efficiente in modo straordinario. Che poi la cortesia sia "finta", come si dice e si legge, chissenefrega: provate a farvi un giro nella razzista Cina settentrionale od occidentale e poi ne riparliamo. O, senza andare tanto lontano: sarà meglio una cortesia esagerata, per quanto finta possa essere, o la maleducazione ed il menefreghismo dilaganti a casa nostra? E fra il razzismo sottobanco dei giapponesi nei confronti dei bianchi, ed il nostro nei confronti di neri, gialli, ecc, chi se la passa meglio? Noi in vacanza in Giappone, o una famiglia benestante del Senegal in vacanza in Italia?

Soste lungo San-in: Tottori, cittadina turistica nota per le alte dune di sabbia. Nulla di che, ma una notte giusto per spezzare il lungo viaggio e la sequenza di treni. Tottori è comunque piacevole e piuttosto vivace.
E poi Hagi, famosa per le terrecotte, la cui produzione venne importata dalla Corea alla fine del cinquecento. Ad Hagi, piacevole cittadina sul mare dove la gente è di una gentilezza quasi imbarazzante, meritano una visita anche le antiche case dei samurai, testimonianza di un importante passato feudale. Qui peraltro ci spiaggiamo anche un pomeriggio intero, approfittando di una temperatura ottimale, di un mare trasparente ed immobile, e di un litorale di sabbia finissima lungo qualche chilometro e popolato - di domenica pomeriggio, seconda metà di agosto - da non più di quaranta persone. Per Leonardo, il paradiso terrestre.

Le dune di Tottori, San-in
Antiche case samurai, Hagi, San-in
La spiaggia di Hagi, San-in
Le famose terrecotte di Hagi

..
[Continua a leggere]

00.38 del 31 Agosto 2006 | Commenti (1) 
 
26 Japan/8 - Tango, onsen e sashimi
AGO Travel Log: Japan
Mr. Divyam ci preleva all'hotel di Kyoto alle nove e trenta in punto del mattino del 23 agosto, come da accordi presi via e-mail qualche giorno prima e dopo un'ultima telefonata di conferma. Mr. Divyam indossa bermuda, t-shirt bianca d'ordinanza, un asciugamano intorno al collo, infradito, e viene a prenderci con un grosso fuoristrada Mitsubishi. Mr. Divyam potrebbe essere sulla sessantina, appare subito di una cortesia e di un'efficienza quasi outstanding e, forse anche per questo, a pensarci bene potresti anche dire che ti ricorda vagamente il Dr. Lecter.
Considerato che Mr. Divyam a) è il nome che si è dato ai tempi in cui viveva in India, perché in realtà lui è francese, originario dei sobborghi di Parigi; b) non riuscirai a sapere molto di più di lui, tanto meno il suo vero nome, e tranne che vive in Giappone da più di vent'anni, che ha sposato una giapponese, che ha un figlio ventiduenne giapponese e che, a quanto pare, si è guadagnato da vivere nei modi più strani in giro per mezzo mondo; c) sta per portarti nella sua casa in Tango-hanto, in uno sperduto e quasi disabitato villaggio di una delle regioni più isolate del Giappone, dove non prende nemmeno il telefonino e figurati Internet, cosa che in Giappone è quasi da pregiurassico; ecco, considerato tutto questo e quella vaga somiglianza di cui si diceva, a voler ben vedere potresti anche non essere proprio proprio proprio del tutto tranquillo a metterti completamente nelle sue mani per le prossime quarantott'ore.

Ma ormai sei in ballo. Sali sulla sua macchina (che ha pure i vetri un po' oscurati...) e lascia pure le valigie. Ci pensa lui a caricarle, come del resto ad offrirti un caffè al primo Starbucks che incontrerete prima di lasciarvi Kyoto alle spalle. Dopodiché ciao, butta pure il cellulare, dimenticati Internet, rilassati (?) sul sedile e controlla solo di avere la macchina fotografica pronta perché, d'ora in avanti e per i prossimi due giorni, a te e ad ogni altra cosa penserà Mr. Divyam. Stai per tuffarti nel cuore del Tango-hanto ed andare a scoprire un Giappone così fuori rotta che, come ti dirà lui stesso, quasi non lo conoscono nemmeno i giapponesi. E, quel che è davvero curioso, lo farai a ritmo di jazz, cubana e tango. Quello vero. Insieme al suo inseparabile iPod.

Mr. Divyam è un buon conversatore e durante il viaggio non ti annoierai, tanto più che non hai la minima idea di dove ti stia portando, quindi sai com'è. Parla un inglese eccellente, è francese madrelingua, il giapponese ovviamente (anche se gigioneggia un po' e ti dice che non sa leggere il kanji) e puoi quasi scommetterci che, anche se non te lo dirà mai, capisce bene anche l'italiano.
Mr. Divyam vive a Kyoto e, ufficialmente, si guadagna da vivere facendo traduzioni di manuali tecnici dal francese all'inglese per conto delle società giapponesi.
Mr. Divyam vent'anni e più fa è venuto a trascorrere un weekend in Giappone e ti dice che da allora è ancora sabato. Ad uno che esordisce con una battuta così, che vuoi rispondergli? Ormai sei suo, ti ha catturato.

Mr. Divyam mi ha spiegato che le donne in pigiama di Leonardo, in effetti, non indossano il kimono, ma lo yukata, che è di cotone e si chiama così anche nella versione maschile, come quella che mi sono comprato anche io (!). Lipperlì ho pensato di ragguagliare Leonardo in merito, ma poi ho lasciato perdere per evitare di trovarmi invischiato con lui in una difficilissima revisione dei fatti.

Mr. Divyam si è fatto un nome nel Kansai, la provincia di Kyoto, accompagnando i turisti in Tango-hanto a scoprire un pezzo di Giappone che davvero pochi conoscono e che, a quanto pare, è in assoluto una delle perle di questo Paese ed una delle regioni più incontaminate. Come base utilizza la sua casa a Kurumidani, luogo natìo di sua moglie, un isolatissimo villaggio nel cuore del Tango-hanto che conta - ho verificato personalmente - tredici case. Kurumidani è a circa tre ore da Kyoto e ad una decina di chilometri dalla civiltà più vicina, e per arrivarci devi farti delle stradine nella foresta che te le raccomando. D'inverno, ovviamente, quasi inaccessibile.
Un'oretta prima di arrivare a destinazione, Mr. Divyam si ferma ad un supermercato e ti chiede se ti serve qualcosa di assolutamente necessario per sopravvivere i prossimi giorni, perché dove andiamo il supermercato te lo sogni. Poi ti porta a pranzo in uno dei posticini che conosce lui, in un altro villaggio di Tango-hanto del tutto sconosciuto e chissadove, e lì inizi a capire che la tua dieta dei prossimi giorni saranno cavoli tuoi se per caso hai qualche difficoltà verso la vera cucina giapponese.
E infine, a metà pomeriggio e molte molte molte curve dopo attraverso una foresta così fitta che, ti assicuro, considerata anche la temperatura, sembra più la giungla malese, Mr. Divyam ti deposita qui:

La nostra casa in Tango-hanto, nel villaggio di Kurumidani
Un nostro vicino di casa

..
[Continua a leggere]

13.17 del 26 Agosto 2006 | Commenti (4) 
 
23 Japan/7 - Kyoto e Nara
AGO Travel Log: Japan
"Papà, guarda, quella signora è uscita in pigiama". Il bello del viaggiare con Leonardo è quel suo modo assolutamente sereno, appena velato da una sfumatura di stupore, con il quale classifica ogni novità, per cui non puoi che catapultarti dal ridere ad ogni sua osservazione improvvisa. Bisogna essere convincenti per spiegargli che quel pigiama si chiama kimono, almeno finché lui, mica tanto convinto e già catturato altrove da chissacosa, ti risponde distratto "ah, ho capito".

Non so perché Leonardo abbia messo a fuoco solo ora le donne in abito tradizionale, dopo più di due settimane in Giappone. Ogni sera, quando scarico le fotografie e le trasferisco sul pc, mi aiuta a decidere quali usare per il blog (sappiate che molte di quelle che vedete le ha scelte lui): non solo, quindi, di donne in kimono ne ha viste ormai a dozzine, ma ha pure avuto modo di vederle e rivederle in fotografia molte volte. Tant'è, immagino sia significativo che proprio qui a Kyoto, all'improvviso, le signore in pigiama siano rimaste scolpite nel suo piccolo bagaglio giapponese.
Perché Kyoto sta tutta qui, nell'incedere di una geisha per le vie di Gion.

Nonostante ciò, proprio la foto di una vera geisha mancherà infine all'appello: le geishe non si lasciano affatto fotografare, a meno che non le sorprendiate a tradimento. Molti turisti lo fanno, io non ne sono capace: devo tutti i miei ritratti alla disponibilità e collaborazione delle persone che ho fotografato, e qui in Giappone non si nega davvero quasi nessuno, basta un minimo di cortesia, un sorriso, un arigato, e il gioco è fatto.

Ecco, vorrei passare questo messaggio a quella coppia di italiani imbarazzanti e cafoni attrezzati con tre macchine fotografiche e una telecamera. Vorrei dire loro che fotografare e contemporaneamente riprendere con la telecamera due donne che stanno pregando in un tempio, piazzando obiettivi e flash a mezzo metro dal loro naso, senza nessun rispetto del loro raccoglimento né avendo chiesto almeno il permesso, e mitragliarle di scatti senza soluzione di continuità, beh, non è solo un comportamento imbarazzante e cafone. E' idiota.
Vorrei anche passare quest'altro messaggio a quella medesima coppia di idioti. Vorrei render loro noto che mi ero già accorto da mezz'ora del fatto che mi stessero seguendo e che approfittassero di tutti i miei incontri, inchini e convenevoli con le donne di Kyoto est per rubarmi gli scatti alle spalle, infastidendo pure quelle stesse donne che gentilmente stavano dando *a me* la loro disponibilità. E qui mi fermo.

Poi: ci sono altre due o tre cose che vorrei dire a quell'altra coppia di italiani che, all'ostello di Takayama, dopo aver realizzato di non essere i soli turisti del Bel Paese presenti, ci hanno palesemente ignorato per un paio di giorni socializzando allo stesso tempo con tutto il resto della comunità internazionale dell'ostello, perché fa molto figo all'estero ignorarsi fra italiani e non salutarsi. Sì.
Finché non ci siamo incrociati in un corridoio e, imbarazzati, ci hanno apostrofato con un "hi". Siccome non ho voglia di scrivervele quelle due o tre cose, ve ne chiedo invece una: siete cretini o lo fate soltanto nei weekend?

Assegno di diritto alla coppia romana incrociata a Nara il titolo "Carlo Verdone 2006", grazie alla fulminante battuta del lui tatuato e occhialato a specchio, "Aò, vabbè, stamosene un po' all'ombra sotto a 'sto Bbuddha, vva'", pronunciata nel Daibutsu-den (sala) di Todai-ji, il tempio più famoso del Giappone, nonché edificio in legno più grande del mondo, risalente nella versione attuale al periodo Edo, all'interno della quale si trova per l'appunto la grande statua del Daibutsu (il Grande Buddha), alta quasi sedici metri, risalente all'anno 746 e Patrimonio dell'Umanità censito dall'Unesco.

Infine, non ho voglia di scrivere alcunché su quell'altro italiano a Gion, quello che in mezzo alla folla lungo Shijo-Dori stava al cellulare con gli amici, anch'essi evidentemente in vacanza con lui a Kyoto perché il succo della conversazione, da cinque euro al minuto in roaming umts, era: "aò, io sto qui all'angolo davanti alla pedonale, voi 'ndo state?"

E non chiedetemi se io tenda a notare solo gli italiani perché sono prevenuto e snob, o se è perché sia inevitabilmente più facile accorgersi dei comportamenti idioti da parte dei connazionali.
Andiamo invece oltre, anche quest'anno, e facciamoci una passeggiata per le vie dell'antica Kyoto, magari iniziando proprio dai vicoli di Gion. Dove, non lasciatevi ingannare, gran parte delle case tradizionali che vedete qua sotto sono splendide abitazioni signorili, o caffè alla moda, o luoghi esclusivi di incontro con le geishe, o ristorantini a molti zeri, o gallerie d'arte...

Gion, Kyoto

O preferivate forse la nuova Kyoto di cristallo ed acciaio che però, sappiatelo, per quanto avveniristica non è certo confrontabile con Tokyo. Kyoto non è alta, non è aggrovigliata, non è traboccante di folla, non è esagerata, non è rumorosa, non è vetrocemento. Eppure non potete fare a meno di sentirvi in Giappone né più né meno di quanto accada a Tokyo.

La nuovissima ed avveniristica Kyoto Central Station
Kyoto Tower

Io non so davvero bene che dirvi di Kyoto. Non ho nulla da aggiungere a quello che si racconta di questa città, né nulla da togliere.
..
[Continua a leggere]

01.34 del 23 Agosto 2006 | Commenti (6) 
 
22 Japan/6 - Insert coins
AGO Travel Log: Japan
Ora, io devo assolutamente raccontarvi questa tipica scena giapponese. Luogo: TIC di Kyoto (già sapete dei TIC), dove ci rechiamo per riuscire a prenotare un paio di alberghetti in località un po' fuori rotta che i prossimi giorni vi dirò. Il TIC di Kyoto si trova nell'avveniristica stazione centrale e, per la precisione al settimo piano di un grande magazzino tipo La Rinascente. Al TIC lavorano dei volontari che aiutano gratuitamente i turisti come noi in faccenduole un pochetto complesse, tipo telefonare ad una sperduta pensione giapponese in una località manga per chiedere se c'è posto. Se ci provate da soli, ad esempio, tramite una qualunque normalissima agenzia turistica del centro, ecco... vabbè, guardate, lasciamo perdere. Noi abbiamo voluto provarci: quando dopo mezz'ora di tentativi di comunicazione, usando anche il linguaggio dei muti e lo swahili, il tipo mi ha aperto l'atlante e puntando il dito sulla carta del Giappone mi ha detto, tutto felice e sudato, yes, we re in Kyoto, here, beh, lascio il resto a voi. Ah, sì, la nostra domanda iniziale era: "Can you book an hotel in Tottori for us, please?", o giù di lì.
Nota: Tottori, ridente (?) località balneare del Giappone, regione del Kansai, capoluogo di provincia, affacciata sull'Oceano Pacifico.

Ma torniamo al TIC, e per la precisione alla nostra simpatica volontaria. Che subito mi specifica che devo darle un po' di monetine per fare le telefonate. Dall'apparecchio pubblico del grande magazzino. Ma scusi, non può telefonare dal telefono dell'ufficio e dirci poi (taccagna) quanto le dobbiamo? No, bisogna farlo dal telefono pubblico, che accetta solo monete da 10 e 100 yen, non quelle da 50, né quelle da 500, e bisogna telefonare in piedi. Beh, ma almeno non può cambiarcele lei le monetine, che sa, non è che noi si vada in giro con i sacchi come Zio Paperone? No eh. Beh, guardi, io tremila yen in monetine da 10 e 100 non segnate e non marchiate all'infrarosso non le ho. Ah, ok, mi accompagna lei a cambiare ad una delle casse del grande magazzino. Grazie.

Alla cassa del grande magazzino lavorano in sei. E dovete tenere presente che siamo in un Paese dove ogni incrocio stradale è governato da almeno sei vigili, tutti armati e dotati di megafono per indirizzare la folla. Giuro.
I sei componenti del "team cassa" sono così identificabili: tre "stagisti" in piedi appoggiati al muro, immobili, tutti e tre dotati di badge d'ordinanza. Due cassiere vere, badge pure loro. Un capobanda in gessato, con lo sguardo serissimo. Il suo badge mi sembra di latta, non di carta.
La mia volontaria chiede ad una cassiera di cambiare la mia banconota da mille yen. La cassiera interpellata si rivolge alla cassiera al suo fianco, che a sua volta interpella un po' intimidita ed imbarazzata il capobanda. Il capobanda è molto serio, ascolta attentamente, annuisce, dà un paio di ordini secchi, tutti si inchinano, si avvicina alla cassa seguito dalle due cassiere, apre la cassa, blatera seccamente qualcosa, una delle due cassiere prende una calcolatrice gigante, tutti calcolano qualcosa e si passano le monetine, il capobanda alla cassiera, la cassiera all'altra cassiera, quest'ultima le mette su un piattino e le passa finalmente a me, inchinandosi: nove monetine da cento yen e dieci monetine da dieci yen. Io mi inchino, tutti si inchinano verso tutti e, colpo di scena finale, anche gli stagisti si inchinano verso di me e mi ringraziano. Loro a me.

Tutto il resto di Kyoto arriva probabilmente domani. Stay tuned.
01.26 del 22 Agosto 2006 | Commenti (1) 
 
18 Japan/5 - Crossing the alps
AGO Travel Log: Japan
Non potete capire da dove sto bloggando. Dopo le ger mongole in mezzo al Gobi, le yurte dei pastori kirghizi di Tash Rabat, il bungalow kanako di Lifou e le case tibetane di Tashi Dzong, eccoci in un altro luogo davvero fuori dal mondo: questa notte alloggiamo in un'autentica fattoria Gassho-Zukuri, nello sperduto villaggio di Ainokura, distretto di Gokayama, Alpi dello Honshu Centrale, un posticino per raggiungere il quale ci siamo dovuti arrabattare un po' con un paio di linee secondarie di autobus e macinare a piedi le ultime centinaia di metri di strada sotto il diluvio universale. Ma a tutto questo arrivo dopo.

Ora sto invece per farvi una confessione: anche noi, come i peggiori italiani all'estero da stereotipo, in qualunque posto si vada al mondo dobbiamo provare almeno una pizza locale. E non fate quella faccia, chissà che fate voi. Fate conto che la nostra sia un'indagine demoscopica e d'altra parte solo così abbiamo potuto apprezzare la famosa pizza di Noumea in Nuova Caledonia (pizza?), e scoprire che in Argentina fanno la miglior pizza del mondo dopo quella italiana, e provare la psichedelica pizza al montone di Ulaan Baatar in Mongolia.
Adesso vi dico un'altra cosa. Su questo pianeta il concetto di pizza viene interpretato nei modi più inquietanti, ma di una cosa potete essere certi: qualunque pizza al mondo è fatta da una cosa che sta sotto, che più o meno potete chiamare pane, e da varie cose che stanno sopra, e quando dico varie cose, intendo esattamente tutto quello che la vostra immaginazione vi suggerisce. Questo, perlomeno, è uno dei cinque pilastri fondamentali del viaggiatore.

Poi arrivate in Giappone, per la precisione a Takayama, ridente località montana assai rinomata turisticamente, circa sessantamila abitanti (qui la chiamano "un paesino di montagna"...). E questa è una pizza margherita, secondo loro:


Qualora la foto non fosse sufficientemente esplicativa prendetevela con la Nokia ed annotate: zuppa di pomodori lessati e formaggio fuso, leggermente gratinata in superficie. No, non abbiamo la foto della nostra faccia quando ce l'hanno portata. Ecco comunque la prova definitiva che in Giappone non si mangia solo sushi. Anzi, per dirvela tutta, noi siamo qui da dieci giorni ed io devo ancora vederlo il sushi.
Fra parentesi, ho fotografato qualche altro (vero) piatto locale. Direi che non ci possiamo lamentare, vi pare? Gli ingredienti sono quasi tutti noti, e quello che non è noto pazienza. Notare la carne fatta cuocere in tavola su una foglia di chissaché.

Questi giorni sulla nostra tavola

Altra curiosità. Qui siamo nell'anno 18. No, non 2018. Proprio diciotto, dell'epoca di non-ricordo-più-che e mi perdonino quelli che il vero viaggiatore dovrebbe imparare tutto della cultura locale e delle dinastie degli imperatori giapponesi: non lo so, lo avevo letto, ma ora non lo ricordo più e pazienza. Comunque, caso mai doveste pensare che ve la stia romanzando troppo, ecco qui la prova che non vi racconto storie, su un biglietto ferroviario:

14 Agosto dell'anno 18...

Poi: l'amico Monte Fuji si è fatto ben vedere all'alba del giorno della nostra partenza e così sono riuscito a scattarvene un'altra. Se siete abbastanza osservatori e vi state chiedendo cosa siano quelle che sembrano costruzioni sul fianco della montagna, un po' sulla sinistra, ebbene sì: sono tutti rifugi, negozi, posti tappa, ecc, disseminati lungo la Kawaguchiko Route, i cui tornanti si distinguono peraltro benissimo fino in vetta nella foto a grandezza originale. Capite adesso cosa intendevo quando dicevo che potete vedere la via di salita a chilometri di distanza?

Ciao Fuji...

Lasciato il Fuji, ci siamo avventurati nel Nagano Ken, ossia la provincia di Nagano, nelle Alpi giapponesi, nota per le stazioni sciistiche e per avere ospitato pochi anni fa le olimpiadi invernali (o erano i mondiali di sci?). Per raggiungere la nostra destinazione, Takayama, località turistica fra le montagne segnalata dall'Unesco e rinomata per le antiche case giapponesi, da Kawaguchiko abbiamo seguito una rotta un po' inconsueta, passando per Matsumoto e sparandoci cinque ore di viaggio suddivise fra un paio di treni ed un autobus, che fortunatamente Leonardo si è dormito per intero.
La rapidissima sosta a Matsumoto ci ha consentito di fare - letteralmente - una corsa fino al celebre Matsumoto-jo, che pare sia uno dei quattro castelli più belli di tutto il Giappone. Dodici minuti cronometrati per percorrere circa un chilometro dal terminal degli autobus al castello, che se siete in due più un passeggino con un bambino di due anni e mezzo dovete moltiplicare per quattro: prima va il papà, mentre la mamma si ferma in stazione a giocare con Leonardo, poi cambio staffetta. Se ci sono trentacinque gradi all'ombra e vi trascinate dietro uno zaino con qualche chilo di apparecchiatura fotografica, un paio di bottiglie di tè freddo ed una delle Lonely Planet più voluminose in circolazione, è anche una buona occasione per la vostra linea. Se fra il treno e l'autobus avete un'ora l'impresa è alla vostra portata, se avete solo cinquanta minuti pensateci bene perché gli autobus per Takayama non sono frequentissimi.
Infine, se siete dei pivelli, fate come tutti ed andate direttamente da Tokyo a Takayama in tre ore, prendendo l'ultraveloce shinkansen e cambiando poi treno a Nagoya, e pazienza per Matsumoto.

Matsumoto-jo
Alpi giapponesi, Nagano Ken, nei dintorni di Kamicochi

Luogo comune confermato: i giapponesi sono tanti, ma davvero tanti, proprio proprio tanti. Da Kawaguchiko a Matsumoto il territorio è praticamente urbanizzato senza soluzione di continuità, e sto parlando di decine di chilometri di valli e piccole pianure fra montagne di duemila metri. Da quello che ho capito, praticamemte quasi l'intero Giappone è così: i fondovalli e le pianure sono popolati a tappeto.
Scavalcando le Alpi verso Takayama si ha la possibilità di vedere quella che pare essere una delle poche regioni ancora (quasi) incontaminate, se escludiamo qualche diga, qualche stazione da sci, qualche megaviadotto, qualche superstrada, qualche elettrodotto, qualche torrente ingabbiato nel cemento, opera ingegneristica, quest'ultima, che sembra appassionare molto i giapponesi: il 95% dell'intera rete fluviale giapponese è forzata fra argini artificiali in cemento, addirittura fino quasi a tremila metri di quota.

A Takayama alloggiamo in un ostello, e fin qui vabbè, nulla di strano. E' l'unico posto dove abbiamo trovato un buco per dormire, perché anche i giapponesi - luogo comune sfatato - durante la settimana di ferragosto hanno la pessima abitudine di andare in ferie e quando si muovono, loro, sono centoventisettemilioni: capite dunque che razza di casino possa essere trovare un letto libero senza aver prenotato con almeno tre anni di anticipo.
La particolarità principale di questo luogo, comunque, è che si trova all'interno di un tempio buddista. Come potete forse supporre, l'esperienza in sé è piuttosto zen, anche perché il posto non si può dire che non sia incantevole. Ma.

Il nostro ostello nel tempio di Takayama

Ma: se avessi letto prima la Lonely Planet. Ché, a dispetto dei suoi detrattori snob e a saperla usare, per certe cose continua ad essere un must. Dal paragrafo "Pernottamento a Takayama", cito: "Hida Takayama Tensho-Ji Youth Hostel. E' sistemato in un grazioso tempio. Alcuni lettori ci hanno segnalato di aver avuto alcuni problemi a causa degli orari che occorre osservare".
Problemi, suvvia... In fondo ti chiedono solo di svegliarti alle sei e mezza del mattino e se non lo fai ci pensano loro, con un bel megafono. In fondo ti chiedono solo di sloggiare alle nove e trenta, e guai a farti rivedere prima delle tre del pomeriggio. In fondo ti chiedono solo di rientrare prima delle 21:45, altrimenti te ne rimani fuori, e di spegnere le luci alle dieci di sera. Insomma, quisquilie. Li odio.

Ora, va detto che io ho sempre odiato gli ostelli della gioventù, anche quando li frequentavo vent'anni fa perché non potevo permettermi un albergo e non è che trovassi sempre un campeggio pronto ad aspettarmi in ogni città che visitavo. E' che - altra confessione, oggi è la giornata - io ho sempre odiato sia condividere il cesso e la doccia, sia il tipico clima da ostello, per cui siamo tutti giovani yeah, tutti molto viaggiatori, tutti molto hippy, tutti molto backpackers, ed io sono italiano, e tu sei giapponese, e tu sei americano, e tu sei israeliano, e noi in Italia si fa così, e noi invece in America si fa così, e voi come fate in Giappone, e invece voi in Israele, e siamo tutti molto giovani e liberi, e parliamo tutti inglese, e ci vogliamo tutti bene, e dormiamo tutti assieme, e socializziamo, e bla bla bla bla. Ecco, l'ho detto. E sì, sono vecchio.
Adesso che di anni ne ho quaranta suonati da un bel po', capirete che no, non ce ne ho proprio più per l'esperienza dell'ostello, soprattutto se al mattino mi svegliano e mi buttano fuori a calci, e se devo rientrare entro una certa ora.
A dire la verità noi abbiamo una camera privata, o meglio: abbiamo un rettangolo di due metri e mezzo per quattro, quattro pareti di compensato sottile, finestre di carta come usa in Giappone, una porta di legno scorrevole, un tatami (che per i non addetti è un pavimento di paglia intrecciata, tipico delle case giapponesi, dove si vive per terra), tre materassi alti cinque centimetri, tre piumoni e un ventilatore. Temperatura in camera prossima ai trentacinque gradi. E Leonardo che continua sempre più a chiedersi in quale razza di avventura l'abbiano trascinato i suoi genitori. Lui sì, è un po' stralunato!

Per onestà devo dirvi che i bagni sono tirati a lucido e, naturalmente, i water sono ultratecnologici, addirittura con qualche pulsante in più rispetto a quelli di cui vi ho raccontato qui. Devo dirvi anche che pure qui abbiamo Internet gratuito a banda larga e che tutti sono gentilissimi, a parte quella vecchia str***a che rompe i c******i a tutti al mattino e che per farmi uscire dalla doccia mi chiude l'acqua calda a tradimento mentre sono completamente insaponato, ché secondo lei alle otto e trenta dovrei essere già fuori dalle balle. Maledetta megera giapponese, che un ramo di ciliegio si secchi e le foglie cadendo ti sporchino tutto l'uscio di casa (tipico insulto giapponese, pesantissimo).

Insomma, l'esperienza nel tempio è zen e mistica, ci svegliano come in caserma, ma profumando l'aria di incenso e diffondendo musica di piffero giapponese. Giuro. Naturalmente si gira a piedi nudi e le scarpe si lasciano fuori all'ingresso, ma a parte che qua funziona così praticamente dappertutto, a partire dai ristoranti, a me questa cosa del camminare scalzo è sempre piaciuta e lo faccio anche a casa, quindi ben venga. E' dormire (soprattutto) e mangiare per terra che è micidiale per il mio mal di schiena.
Posso un attimo? Ma perché diavolo non si comprano delle belle sedie ed un tavolo, un letto come dio comanda, perché non usano la forchetta ed il coltello, perché devono per forza ciupparsi le loro zuppette facendo tutti quei rumori orrendi come i cinesi? Ecco, scusate, grazie. Adesso torno politically correct e molto interculturalfigo, anche perché io in Giappone ci sto benissimo, altro che Cina.
Resta il fatto che Leonardo trova sempre più strano dover andare in giro scalzo, dormire per terra, mangiare con i bastoncini e vedere donne che girano con l'ombrello aperto con il sole a palla: - Papà, hanno l'ombrello, ma non piove! - Sì Leonardo, sono tutti un po' fulminati qui in Giappone, non ci far caso, poi torniamo a casa, ti sveglierai e tutto tornerà normale.

Andiamo dunque a farci un giro per le vie di Takayama, un po' rintronati dal sonno, insaponati e con il mal di schiena. E magari cerchiamoci anche un caffè, va', che la colazione giapponese del tempio se la possono anche tenere, quella sì.

Streets of Takayama

Bella Takayama, ci passiamo tre notti (sob) e un paio di piacevoli giornate. Caldo torrido, il peggiore da quando siamo in Giappone. Fradici tutto il giorno, tipo Cambogia durante il periodo monsonico, e se non sapete com'è chiudetevi in bagno, mandate il riscaldamento a palla per un'ora e mettetevi vestiti sotto la doccia con il getto bollente. Ma non dovremmo essere in montagna, qui?
Di certo in montagna è Shirakawa-go, distretto di Hida, un'ottantina di chilometri a nord per un paio d'ore di autobus, anche se poi scopriamo che qui chiamano montagna tutto quello che sta sopra i duecento metri di quota. E infatti questo villaggio, altro sito considerato World Heritage dall'Unesco, si trova a cinquecento metri di altitudine, ma quando qui nevica - regolarmente da ottobre ad aprile - sono metri e metri, e la valle rimane isolata.
Shirakawa-go è famosa per le fattorie dal tetto in paglia a doppio spiovente, uno stile unico al mondo detto Gassho-Zukuri. A dire il vero, lo stile Gassho-Zukuri caratterizza l'intera valle di Shokawa, dove appunto si trova Shirakawa-go, che è solo la località più facilmente accessibile.

Shirakawa-go

Shirakawa-go è anche il nostro trampolino di lancio per andarci ad infognare ancor più in mezzo a queste valli che fino a pochi anni fa erano davvero difficilmente accessibili. Ed è così che di autobus in autobus ci infiliamo nel distretto di Gokayama, dove arriviamo sotto una pioggia torrenziale attraversando orridi e canyon completamente ricoperti di boschi a perdita d'occhio, e costeggiando decine di laghi artificiali che, per lunghi tratti di strada, sono l'unica traccia di civiltà in un territorio ancora completamente vergine.
Sì, vergine. A parte qualche diga qua e là, naturalmente. A parte qualche centrale elettrica. A parte qualche viadotto. A parte qualche torrente incanalato. Eccetera.
Io ve la racconto così, ed è vera, ma è vero anche che queste valli sono stupende. Ecco, ci sarebbe qualcosa da dire, magari, sul clima, considerato che sono quasi sempre immerse nella nebbia, che quando piove (il che a quanto pare accade piuttosto spesso) vien giù il diluvio universale, che anche con il diluvio ci sono più di trenta gradi, e che d'inverno non vengono mai meno di sei o sette metri di neve.

Sta di fatto che il nostro ultimo autobus, sul quale viaggiamo praticamente da soli, ci scarica lungo la statale ad una fermata in mezzo al nulla, sotto una pioggia torrenziale, noi ed il nostro quintale di bagagli, più passeggino, più Leonardo. Ora, poiché quassù parlano solo ed esclusivamente dialetto dell'Honshu e vedere un bianco è ancora un discreto evento, lipperlì ci viene il dubbio di essere stati vittima di un simpatico scherzo del Sol Levante, o di non esserci mica tanto capiti con il nostro amico autista, il che di per sé potrebbe anche essere un problema, sia perché di qua non passa praticamente nessuno tranne quattro autobus al giorno, sia perché è l'una del pomeriggio e l'autobus successivo, l'ultimo della giornata, è previsto attorno alle cinque.
Così ci incamminiamo poco fiduciosi, sotto la pioggia, nella direzione che ci è stata indicata e, miracolo, dopo solo qualche centinaio di metri, dietro una curva ci appare Ainokura, la nostra agognata ed isolatissima meta. Praticamente, il villaggio dei Puffi. Vedere per credere.

Ainokura, distetto di Gokayama

Poche decine di case, molte in stile Gassho, qualche campo di riso, boschi (ed elettrodotti) a perdita d'occhio, e null'altro. Ah, sì: acqua a scrosci. Qui siamo ospiti in una vera e propria fattoria Gassho e quella che vedete qua sotto è la nostra cena di stasera in compagnia di un'altra famiglia giapponese e dei padroni di casa. Niente male, eh? Vi avevo ben detto che vi avrei portato a vedere un po' di Giappone fuori rotta.

Cena nella nostra fattoria Gassho di Ainokura

Insomma, Leonardo ha fatto amicizia con la bimba giapponese e tutti insieme trascorriamo la serata (serata? Qui si cena alle sei e trenta del pomeriggio...) a piegare origami ascoltando musica folk della valle di Gokayama. Che altro potremmo volere di più dalla nostra avventura giapponese?
Ecco, sì: trovare il modo di andarcene da qui domani mattina, visto che in serata dovremmo essere a Kyoto e che sono almeno trecento chilometri da qui.
Dimenticavo: abbiamo rinunciato ad un'occasione forse irripetibile. I nostri amici giapponesi ci avevano invitato a trascorrere il pomeriggio con loro ad un Onsen (tipico bagno termale giapponese il cui drammatico e complicatissimo rituale si presta ad una collezione di mostruose gaffes fantozziane) nelle vicinanze. Avevamo accettato, ma poi, vittime della stanchezza, abbiamo lasciato perdere. Su, non fate così, avete ragione. Ma abbiate pietà: già arrivare fin qui senza finire sperduti nella giungla giapponese ha richiesto un discreto impegno. Per l'onsen vedremo nel caso più avanti che si può fare.

E adesso vediamo se l'umts quassù funziona davvero. Altrimenti ve lo metto in linea domani sul treno per Kyoto. Se riusciamo a prenderlo.
Sayonara!

Aggiornamento: il segnale c'era, ma troppo debole. Postato il mattino seguente dal treno Takaoka-Kyoto, dove naturalmente il segnale è perfetto per tutti i trecento chilometri della linea...
11.13 del 18 Agosto 2006 | Commenti (3) 
 
14 Japan/4 - Heading for Fuji
AGO Travel Log: Japan
Sono certo che sul menù non c'era scritta la stessa cosa, ma nulla da fare: palline di gelato alla vaniglia, ancora. Però almeno questa volta ci siamo tolti le scarpe e non abbiamo cercato di fregare le pantofole ai camerieri. E poi non è proprio vero, dài, sto un po' romanzando: prima mi è arrivata un'interessante ciotola di pelle di maiale tagliata a striscioline. Pare sia un gustosissimo antipasto da innaffiare con birra giapponese.
Emanuela è stata più pragmatica: si è alzata, si è avvicinata al tavolo (tavolo?) a fianco al nostro, ha curiosato un po' nei piatti di una coppia allibita di giapponesi e ha indicato alla cameriera la ciotola più familiare. Io mi sarei anche catapultato dal ridere, ma stando seduti per terra c'è ben poco di che catapultarsi. E a pensarci, ma che ci trova questa gente nel mangiare, dormire e vivere per terra? Mah. A me viene solo un gran mal di schiena.

Leoanardo, supper in Japan

Comunque. Che debbo dirvi? Abbiamo lasciato Tokyo e siamo dunque a zonzo per il Giappone, ma io rimango monotematico. Sì, per carità, scatto anche in giro qua e là: panorami, per dire, tempietti e casette, particolari a caso, e qualcosina tutto sommato vi ho anche fatto vedere e ancora lo farò.
Come ad esempio l'ingresso al tempio di Jochi-Ji, che si trova sulla strada fra Kita-Kamakura e Kamakura, circa cinquanta chilometri a sud di Tokyo, itinerario da percorrersi assolutamente a piedi, di tempio in tempio, fino all'oceano, magari fermandovi per pranzo lungo la strada in qualche locanda tradizionale, dove - per quanto abbiate studiato - avrete anche il piacere di infilare una sequenza di gaffe da primato. Tipo: e io che ne sapevo che il cucchiaione di legno serve per aiutarsi a tirar su dalla zuppa i noodle con i bastoncini (fuori: quaranta all'ombra; dentro: zuppona bollente di verdure...)? Ovviamente io l'ho usato come un banalissimo cucchiaio e, in effetti, mi chiedevo perché avesse le dimensioni di un mestolo. Figura orrenda, come al solito.

Jochi-Ji, Kita Kamakura

..
[Continua a leggere]

00.02 del 14 Agosto 2006 | Commenti (2) 
 
11 Japan/3 - Tokyo/2
AGO Travel Log: Japan
No, io non ve la racconto Tokyo. Provo a farvela vedere. E mi spiace solo di non avervi potuto far vedere in passato, allo stesso modo e tanto per rimanere in oriente, Bangkok e Saigon, Kuala Lumpur e Pechino, Hong Kong e Delhi, così poi mi potevate dire. Perché a Tokyo c'è tutto questo, e anche di più. Solo che qui sorridono, a Pechino no. Solo che qui il traffico si muove, a Bangkok no. Solo che qui si respira, a Delhi no.
Ecco, per dirvi la verità non credo che Tokyo, comunque, scalzerà Bangkok dalla testa della mia classifica personale. Perché forse, ma solo forse e forse solo per ora e a caldo, a Tokyo manca un'unica piccola cosa. O meglio, c'è una cosa di troppo: che riesce a farti a sentire a casa, come mai Bangkok riuscirà a fare nemmeno se dovessi viverci per anni. Per uno zingaro come me, forse questo è il solo ed unico elemento di disturbo. Resta il fatto che amo già questa città.

Sì, oggi sono un po' didascalico, è vero. Ma venite ancora un po' in giro con noi per Tokyo, che tanto è già manga di per sé...

Tokyo girls

..
[Continua a leggere]

00.13 del 11 Agosto 2006 | Commenti (5) 
 
09 Japan/2 - Tokyo/1
AGO Travel Log: Japan
Io già lo sapevo che ci avrei sguazzato a bloggare dal Giappone. Devo solo ancora decidere a che linea attenermi: tipo, ve la faccio didascalica, o la volete un po' manga?
Il fatto, qui, è che potete anche aver fatto indigestione di oriente per anni, come noi, e magari credere che nulla dei gialli possa più sorprendervi. Ma poi atterrate a Tokyo...

Facciamo così: subito sotto con i luoghi comuni. Uno: se proprio non siete alla frutta, non chiedete alcuna informazione ad alcun giapponese vi capiti a tiro. A meno che, naturalmente, non desideriate intensamente paralizzare mezza Tokyo e gettare un discreto numero di amici del Sol Levante nel panico totale.
Al TIC di Ginza, che altro non è se non il più efficiente ed attendibile centro informazioni per turisti di tutta Tokyo, ho chiesto alla gentile impiegata qualche dettaglio sul collegamento fra Matsumoto e Takayama, due fra le più gettonate mete della regione. Erano le dieci e mezza del mattino. Siamo usciti dal TIC alle due del pomeriggio. Ho visto questa povera donna attaccarsi perfino a Google e coinvolgere altre due sue disperate colleghe. Ho visto questo efficientissimo team ripresentarsi da me dopo un'ora per dirmi che sì, effettivamente esiste un collegamento fra Matsumoto e Takayama.
Bene. Grazie. Questo già lo sapevo. Quante volte al giorno? Quanto tempo impiega? Con che mezzo? Lungo che itinerario? Ops... Panico! Sorrisi, tanti. Un minuto solo Paschetto san, controlliamo subito. E giù di nuovo su Google. Eccetera.
Naturalmente non ho scoperto nulla di più, finché a Google non mi ci sono attaccato io e ho risolto la faccenda in pochi minuti.

Due: in Giappone (o meglio, a Tokyo, per ora...) si mangia benissimo, i ristoranti costano poco e anche se odiate il pesce vivete comunque alla grande. Va da sé che qualunque cosa ordiniate, pur aiutandovi con le figurine e le fotografie sui menù, quello che vi verrà servito *non* assomiglierà affatto a ciò che vi attendevate. Pazienza. Tacete, mangiate e la prossima volta imparate il giapponese. E, soprattutto, non state a far tante domande su cos'è quello e quell'altro... Come dite? Ah, certo, voi sapete tutto perché frequentate i sushi bar del centro di Milano. Ecco, sì, sì. Bravi...
Date un'occhiata a questa:

Menù...

Bene, di fronte a questo menù di un elegantissimo ristorante di Ueno, Tokyo centro, io ho chiuso gli occhi e puntato un dito. Come dite? Vi ho già detto: lasciate perdere, *non* chiedete spiegazioni, né informazioni, a meno che naturalmente non vogliate paralizzare l'intero ristorante. Insomma: ho puntato il dito sulla seconda colonna, quella dove c'è quel simbolo che mi piace tanto, tipo divieto di sosta. Mi hanno portato, ridendo moltissimo, una eccezionale specialità giapponese.
Due palline di gelato alla vaniglia.

Per onestà di cronaca va anche detto che in quel ristorante non ne abbiamo azzeccata una. E sì che abbiamo studiato, e sì che di oriente, noi, ne abbiamo davvero divorato a iosa, e sì che bla bla bla. Ma siamo stati traditi dalle serate precedenti, filate vie troppo facili. Comunque: ci siamo accomodati al tavolo (tavolo?) con le scarpe e siamo stati subito cazziati. Ok, ce le siamo tolte immediatamente, scusandoci e vergognandoci a dovere e, poiché sembravano lì apposta per noi, ci siamo infilati delle comode pantofole. Erano quelle dei camerieri.
..
[Continua a leggere]

12.39 del 09 Agosto 2006 | Commenti (9) 
 
07 Japan/1
AGO Travel Log: Japan
Un paio di note al volo. Anzi, a terra. Uno: non potete dire di aver viaggiato finché non vi siete confrontati con i leggendari cessi hi-tech del sol levante. Nonostante le istruzioni in giapponese stampate sulla tavoletta, due lauree presenti in questa camera d'albergo, e un paio di disegnini, come dire... esplicativi?... abbiamo ancora qualche perplessità su alcune funzioni.
Due: qualcuno dovrebbe spiegare a Leonardo che non sono le cinque del pomeriggio come crede lui, ma è mezzanotte.
Ecco, a parte ciò, qui Tokyo e tutto bene.

Continua, sì sì. Con un po' di pazienza e umts permettendo, i prossimi giorni. Sayonara.

Aeroporto di Narita, in attesa del treno per Tokyo
Enigma giapponese
00.55 del 07 Agosto 2006 | Commenti (0) 
 
Pagina successiva >>


orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2017 Orizzontintorno   |   P. IVA 09609460960   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo