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Il Danubius
Hotel Flamenco quattro stelle in aria di cinque
era l'hotel nel quale stavo quando lavoravo a Budapest nel
'98, o giù di lì. Da allora è rimasto
nella top five degli hotel stafichi nei quali ho avuto occasione
di alloggiare in giro per il mondo, per cui, quando ho dovuto
prenotare le notti a Budapest, non sono minimamente stato
sfiorato da alcun dubbio esistenziale e, da vero uomo di
mondo uso a decine di platinum fidelity card e frequent
flyer con trolley d'ordinanza, assumendo un tono adatto
al ruolo che mi compete, ho guardato il mio giovine collega
e ho sentenziato (da leggersi con voce leggermente trascinata
ed annoiata, quasi infastidita): ma non pevdeve tempo,
a Buda (noi uomini di mondo distinguiamo *sempre* se
andiamo a Buda o a Pest) si va al Flamenco (noi uomini
di mondo lo chiamiano semplicemente il Flamenco,
ed è un errore da pirla: se noi uomini di mondo avessimo
notato che dieci anni fa *non* si chiamava Danubius
Flamenco, forse...).
Quando il General Manager dell'azienda presso la quale lavoro
a Budapest, uomo sì di mondo, a differenza di un
titolare a caso qui un po' pirla, appena siamo atterrati
a Pest (noi uomini di mondo distinguiamo sempre ecc. ecc.),
mi ha guardato un po' strano e mi ha detto Flamenco?
Strano, non lo conosco, io avrei anche potuto e dovuto
capire qualcosa, invece ho replicato (tono ecc. ecc.): ma
è a Buda, che diàmine!
Ora, il vostro uomo di mondo e co-titolare pirla del presente
sito web potrebbe scrivere un libro intero sul Danubius
- perché ora si chiama *Danubius* - Flamenco Hotel
di Budapest, ma questa mattina a colazione, prima di abbandonarlo
definitivamente, sono stato travolto da quaranta pensionati
di Gorizia in gita pentole, tre dei quali si sono seduti
al *mio* tavolo (-Xe ocupato? -Sorry?
-No, dicevo, me scuse, xe ocupato? -Sorry?
-Ah, no capise l'italiano, be' Marta, sedemose qui ghe
il signor non se arabierà mica!), che disquisivano
di questi paesi comunisti e sapete com'è, ho gettato
la spugna e ho pensato che non ce la potevo fare.
Così quando la cameriera, in mezzo ad otto pullman
di gite pentole e quattro di cinesi in assetto panico, mi
ha avvicinato e mi ha chiesto sguzi, ke numero di kamera
ha?, io ho risposto, anche a lei, maledetto me snob
lo so, "Sorry?" e mi sono ritirato mestamente
ammainando la bandiera.
Non senza comunque dimenticare di osservare che: la tappezeria
è macchiata e non rimuovono gli insetti spiaccicati,
la moquette verde acido è leopardata in nerofumo
catramato, non c'è l'aria condizionata, in camera
ci sono cinquantatre gradi e crescono le mangrovie e il
ventilatore - che peraltro non serve a una fava - sembra
un ATR in frenata, la doccia mi arriva all'altezza delle
ascelle ed è strano, perché gli ungheresi
non sono bassi, e comunque la vasca arrugginita ed il cesso
scrostato mi fanno sempre un po' impressione, soprattutto
se mancano alcune piastrelle dal muro del bagno, ed è
brutto trovarsi sotto la doccia (in ginocchio) ed accorgersi
che non ci sono i saponini, né gli shampini, né
almeno una pietra pomice come usava l'uomo del Cretaceo,
per lavarsi, non solo perché Emanuela le colleziona,
ma soprattutto perché noi uomini di mondo non portiamo
*mai* alcun gener di sapone in viaggio, perché tanto
ce li danno gli hotel, e se invece gli hotel quattro stelle
in (ex-)aria di cinque non ce li danno a noi non fa proprio
piacere, ecco, e poi, signori miei del Danubius bla bla
bla, credetemi, quelle luci al neon nelle camere fanno davvero
schifo, e il comando della luce, almeno uno, vicino al letto
è spesso comodo a meno di non voler prendere tibiate
contro ogni genere di suppellettile in fòrmica presente
in camera nel tentativo di raggiungere al buio l'agognato
giaciglio dopo aver spento la luce, e poi capite perché
ci sono otto pullman in gita pentole e tremila cinesi in
ansia, ed invece gli unici con il trolley d'ordinanza e
il pc siamo noi due.
E il mio giovane socio che mi guarda e scoppia a ridere
ogni due minuti: ao', a Carlo, ma 'ndo m'hai portato?
Al Danubius Flamenco hotel quattro stelle, 'li mortacci.
Taci e ringrazia.
Che poi sei lì che aspetti l'ascensore insieme ad
una coppia di anziani tedeschi (gita pentole anche loro,
ma pentole tedesche, tutt'altra storia), l'ascensore arriva,
le porte si aprono e dentro ci sono ottantatre cinesi schiacciati
che guardano fuori ma non escono. Tu e i tedeschi li guardate,
loro guardano voi, e la capobanda cinese si ostina a schiacciare
il pulsante <T> arrabbiandosi perché
l'ascensore non si muove. Mi scusi, signora cinese, guardi
che ci siete già al <T>. No, lei schiaccia
e si incazza come solo una signora cinese capobanda di un
pullman di cinesi si può incazzare, e quasi lo prende
a martellate quel dannatissimo pulsante <T>.
Alla fine, com'è come non è, per una qualche
legge della fisica dei corpi solidi, gli ottantatre cinesi
con valige dentro l'ascensore max quattro persone 300 kg
esplodono e vengono catapultati fuori, suppongo per un processo
di osmosi o variazione della pressione interno/esterno ascensore.
Mentre loro si guardano intorno smarriti, io e gli anziani
coniugi tedeschi ci infiliamo a tradimento nell'ascensore
e fuggiamo al terzo piano. Appena chiuse le porte i due
simpatici nonni mi guardano e lui, in perfetto inglese British,
mi dice you never know what's going to happen. Gli
rispondo, above all with Chinese people. Ci guardiamo
e scoppiamo tutti e tre a ridere per il resto del viaggio,
fino al terzo piano.
Scappo dal Danubius bla bla bla, con questo trofeo, trovato
in camera al posto del classico "do not disturb".
Mai più senza, ricordarsi di tenerlo sempre in valigia
pronto all'occorrenza.
E a parte questo, che devo dirvi di Budapest oltre ai trenta
gradi umidi-si-muore-dal-caldo-per-fortuna-grandina-a-chicchi-grossi-come-ananas?
Credo di averlo già
scritto, ed anche se fosse lo ripeto: per quanto torni
a Budapest (naturalmente, Buda o Pest che sia: sapete, noi
uomini di mondo...) io non riesco ad innamorarmene.
Ho visto questa città con la neve a gennaio e il Danubio
ghiacciato, sotto la pioggia autunnale e con il caldo sole
continentale estivo. Adoro il Danubio, è uno dei miei
sogni percorrerlo tutto, e il Parlamento che si affaccia sulla
sponda di Pest è una delle cartoline più suggestive
del mondo. Però, io non riesco ad amare Budapest. Le
voglio bene, questo sì, ma non la amo.
Però, quando esci la sera e fai un paio di vasche nel
centro pedonale di Pest lungo Váci, poi salti su un
taxi per farti un giro alla cattedrale di Buda ed osservare
il centro monumentale della città, completamente illuminato,
che si riflette nelle acque del grande fiume, e infine ti
affacci dai bastioni Fischer proprio davanti alle cupole rosse
e alle mille guglie del Parlamento, be', allora non ce n'è:
sei nel cuore dell'impero austro-ungarico e la Storia pesa
tutta sulla tua testa.
Veniteci, se ancora non lo avete fatto (ma non andate al Danubius
Flamenco hotel quattro stelle, due vinte alla morra, a meno
che non abbiate bisogno proprio di quelle pentole).
Io posso solo affidarvi al mio telefonino e scattare al volo
dal taxi mentre vado, o torno, dal lavoro.
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Il Parlamento
si affaccia sul Danubio dalla sponda di Pest
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Buda, il palazzo
reale fotografato da Pest
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Buda, Matthiaskirche
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Lungo Danubio
a Pest, verso il Ponte delle Catene
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Buda, bastioni
Fischer
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Un piccolo (ahimè) Fokker 70 della Malev si alza in
silenzio nel cielo temporalesco di Budapest e, scivolando
morbidamente in questo tardo pomeriggio fra le correnti di
aria calda, si lascia alle spalle la Magyarország,
portandoci in serata a Praha, Repubblica Ceca.
Arrivando dal cielo è meravigliosa. La Moldava scintilla
sotto di noi e siamo già alla terza tappa del nostro
Slavic job. Peccato non avere il tempo di bloggare
questa corsa sfrenata ad oriente giorno per giorno. |
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Ma l'acqua naturale è Theodora kékkúti o Theodora kereki? No perché a me l'acqua gassata di notte fa schifo. |
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E io dovrei andarci con questo a Zagreb? State scherzando,
vero?
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Che è il titolo della e-mail che mi ha appena mandato la Malev, suppongo per confermarmi la prenotazione del volo Budapest-Praga. Ecco, vorrei a tal proposito lanciare un appello. Cosa dovrei capire da ciò che segue?
"Felhívjuk figyelmét, hogy az elektronikus számla csak elektronikus formában alkalmas adóigazgatási azonosításra! Így kérjük az adóalanyokat, hogy a digitálisan aláírt számlát mindenképpen töltsék le, és azt elévülési idő végéig elektronikus formában szíveskedjenek megőrizni."
Così, solo per sapere se devo preoccuparmi o posso recarmi in aeroporto tranquillo.
P.S.: il Frequent Flyer Club della Malev si chiama Duna Club. E con questo ho detto tutto. |
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Qualche lettore abituale più attento avrà
notato che il thread "Travel log: Poland"
è stato sostituito da "Travel
log: the Slavic Job". E infatti si riparte
sì per Warszawa, ma il piano generale di volo è
cambiato un po'. Per le prossime tre settimane sarò
in tourné fra Polonia (Warszawa, appunto), Ungheria
(Budapest), Repubblica Ceca (Praha), e Croazia (Zagreb),
transitando di tanto in tanto a casa e mettendo anche piede
in quel di Alba fra un volo e l'altro.
Non so se avrò tempo per qualche scatto rubato qua
e là, ma cercherò almeno di onorare il nuovo
thread, che comunque avrei preferito chiamare "The
Balcan affair", ma poi, pensandoci bene, coi Balcani
ha a che fare solo l'Ungheria, e nemmeno tanto a dire il
vero.
La curiosità sta nel fatto che questa sarà
la quinta volta che torno a Budapest in dieci anni, la terza
per lavoro. Non so com'è, ma per qualche curioso
disegno astrale, anche se cambio azienda, lavoro, vita,
se di trasferta all'estero si tratta, va a finire che prima
o poi incappo in Budapest. A Praga tornerò invece
per la seconda volta. La prima fu nel gennaio del 1995:
immagino sia passata un bel po' d'acqua sotto a Ponte Carlo.
Zagabria ci ha visti transitare in tempi recenti nel corso
del nostro viaggio
in Bosnia. A memoria, sarà comunque almeno
la terza volta che ci metterò piede. A Varsavia,
fra una cosa e l'altra, sono ormai di casa.
Tutto ciò mi fa anche pensare che al termine di questa
tourné avrò messo piede in otto paesi stranieri
dall'inizio dell'anno, sedici negli ultimi due anni, e inesorabilmente
mi chiedo: ma è viaggiare, questo?
Sono
entrato nella cattedrale di Arlon per vedere come
diavolo fosse all'interno soltanto dopo cinque mesi di permanenza
lassù. Avrei voluto andare a Bastogne, a Metz, a
Trier, ma non ho mai avuto tempo e/o sono sempre stato troppo
stanco per andarci alla sera, uscendo dal lavoro. Quasi
sette mesi nelle Ardenne e ho visto solo Arlon e Lussemburgo,
che peraltro già conoscevo.
Le prossime settimane vedrò molti aeroporti, alberghi,
ristoranti, taxi ed uffici. A meno degli alberghi che prenoterò
personalmente, molto probabilmente nemmeno saprò
in che zona della città di turno mi troverò.
Magari, aiutato dalle lunghe giornate estive, qualche scatto
serale ci scapperà - se non sarò troppo stanco
da rinunciare ad uscire dall'albergo, se non sarò
troppo lontano dal centro, se riuscirò a sganciarmi
da cene di lavoro, e bla bla bla.
La verità è che io odio non potermi fermare
nei luoghi dove càpito. Detesto dover viaggiare così.
La verità è che io non sono affatto un collezionista
di bandierine. Io voglio viaggiare. Ed è completamente
diverso.
Tutto sommato mi va dunque bene che siano posti che ho già
visitato. Dovessi però, subito dopo, concatenare
anche Kiev (mai stato), Sofia (trent'anni fa...!) e Bucuresti
(solo di passaggio cinque anni fa), non sopporterei proprio
di bermele al volo in questo modo.
Stay tuned, mi raccomando, e nie parkowic. |
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