Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Di cinema verticale e altre considerazioni a làtere
APR Viaggi fra le immagini, Coffee break, Alta quota, Segnalazioni
Per la cronaca, e per i non addentro alle cose del mondo verticale, Tommy Caldwell e Alex Honnold sono amici e talvolta arrampicano insieme in Yosemite, come nel 2018, quando hanno stabilito il record assoluto di salita di "The Nose", la via di arrampicata più rinomata della leggendaria parete del Capitan, di Yosemite e forse del mondo, staccando un mostruoso tempo sotto le due ore.
Per la verità non lo fanno solo in Yosemite: ad esempio, nel 2014 hanno compiuto la prima traversata integrale del Fitz Roy in Patagonia, una roba che vabbè, se non siete addentro alle cose del mondo verticale è inutile adesso starvi a spiegare, non è questo il tema del post, e comunque è come se fossero andati sulla Luna con un razzo a pedali (*).

Se non siete addentro alle cose del mondo verticale, dell'arrampicata sportiva e della storia dell'alpinismo, e/o non conoscete nulla di Yosemite e della parete del Capitan, un muro di granito verticale alto più di novecento metri che è quasi certamente la parete di roccia più famosa del pianeta, non starò qui a raccontarvi il contesto di queste vicende. Google vi dirà tutto quello che c'è da sapere, nel caso, ma un numero - per darvi un'idea - ve lo dico io: la prima salita del Nose, sessant'anni fa, richiese quarantasette giorni di vera battaglia in parete. Oggi in media ci vogliono cinque giorni di arrampicata, bivaccando appesi nel vuoto in mezzo allo sterminato muro strapiombante. Va da sé che è cosa alla portata solo di arrampicatori di livello superiore alla media e di lunga esperienza.
Caldwell e Honnold, se non lo avete colto prima, l'hanno salita in un'ora, cinquantotto minuti e sette secondi. Una roba che... ah no, quella del razzo a pedali l'ho già usata. Vabbè, più che fantascienza siamo ai confini della religione.
Per farvi capire, una persona ben allenata e in buona salute, abituata a camminare in montagna, sale per sentieri facili a una media di quattro-cinquecento metri l'ora. Io, per dire, salgo a trecento. Loro hanno salito in meno di due ore mille metri di granito verticale liscio come il muro di casa vostra. Hanno praticamente corso su una parete perpendicolare.

Per salire le pareti di Yosemite arrivano da tutto il mondo. Dopo il tracciato sul Nose, in questi sessant'anni numerose altre vie estreme sono state aperte sulla big wall del Capitan, alcune diventate vere e proprie leggende nel mondo dell'alpinismo. Con gli anni sono via via arrivati nuovi record, dalle prime ascensioni in giornata, alle salite in arrampicata libera (ovvero senza utilizzare mezzi artificiali per aiutarsi nella progressione, ma solo per assicurarsi alla parete), alle prime conquiste in solitaria, pur sempre legati a una corda.
Poi, nel 2015, è arrivata l'impresa di Tommy Caldwell sul "Dawn Wall", seguita nel 2017 da quella di Alex Honnold lungo la via Freerider. È un po' come se sul Capitan fosse stato scritto nuovamente l'anno zero, perché tutto quello che era stato fatto precedentemente è stato letteralmente spazzato via.
Come se domani arrivasse qualcuno a correre i cento metri sotto i nove secondi, con buona pace di Bolt.

La prima curiosità è che è stato lo stesso Tommy ad aiutare Alex a preparare la salita che lo ha iscritto di diritto fra le leggende dell'alpinismo e lo ha portato dritto al premio Oscar 2018 in qualità di protagonista di "Free solo", lo straordinario documentario vincitore degli Academy Awards, prodotto dal National Geographic, che racconta la prima salita assoluta del Capitan compiuta da Alex Honnold in solitaria, senza corda e senza alcuna assicurazione, e che queste settimane sta spopolando nelle sale cinematografiche di mezzo mondo.
Tommy Caldwell appare fra i coprotagonisti principali di "Free solo" ed è a sua volta il protagonista di "The Dawn Wall", distribuito su Netflix. Il suo film racconta dell'impresa compiuta nel 2015, dopo sei anni di tentativi, accompagnato da Kevin Jorgeson, sull'ultima inviolata parete del Capitan, il Dawn Wall appunto, tracciando quella che è oggi considerata la via di arrampicata più difficile al mondo su "big wall", ovvero non una semplice prestazione atletica in falesia, a pochi metri dal suolo, ma una vera e lunga via alpinistica in montagna con difficoltà pari alle più estreme vie di arrampicata sportiva.
Non una questione dunque di pochi movimenti atletici ai limiti della sfida alla gravità, ma ore, giorni, settimane in questo caso, di salita ai massimi livelli conosciuti di difficoltà continua, appeso con la sola punta delle dita su appigli invisibili ai comuni mortali, la schiena nel vuoto.
Per la cronaca, a Caldwell manca il dito indice di una mano.

Se avete in programma di vedere Free solo, vi consiglio prima - prima e non dopo, non solo per ragioni di coerenza narrativa e temporale - il film di Caldwell, che idealmente è il prequel della pluripremiata pellicola dell'amico Alex e che apre lo spazio a un confronto interessante fra i due lavori tanto in termini cinematografici, quanto sportivi, psicologici e umani.
Anche se non siete appassionati nello specifico di alpinismo e di arrampicata, sono entrambi film che meritano di essere visti per la spettacolarità delle immagini, la tensione e l'emozione - per non parlare di vero e proprio terrore per qualcuno - che comunicano. Soprattutto perché sono film in presa diretta, costruiti giorno per giorno coi protagonisti stessi delle due avventure: non c'è finzione scenica, non ci sono controfigure, non ci sono sequenze provate in studio e poi riprovate su un set cinematografico. È tutto assolutamente reale e accade per la prima volta nel momento esatto in cui viene filmato. Entrambe le pellicole escono dalla logica stretta del documentario e diventano dei veri film sull'esplorazione delle capacità umane, fisiche e mentali.

Alex arrampica davvero slegato ed è ripreso nel momento stesso in cui lo fa e compie un'impresa unica al mondo, che non prevede alcuna seconda chance, né possibilità di minimo errore: se cade, muore in diretta. Il film racconta anche delle implicazioni psicologiche che questo ha per la stessa troupe che gira il film (e delle conseguenze logistiche), per la fidanzata, gli amici, la madre. Tutti i protagonisti sono veri, tutto è raccontato mentre accade.
Lo stesso meccanismo narrativo è usato nel film di Tommy Caldwell, seguito dalla troupe per sei anni nella costruzione del suo sogno straordinario e nella perseveranza, una vera ossessione, con cui si accanisce per raggiungere il suo obiettivo.

Tommy arrampica legato, ma il superamento incredibile dei tratti chiave della sua ascensione lascia col fiato sospeso e trascina lo spettatore in un'esaltazione progressiva tanto quanto accade nel film di Alex, pure con presupposti differenti: sappiamo in ogni istante che Tommy non rischia di morire, ma del resto sappiamo anche che Alex è ancora vivo fin dall'inizio di Free Solo.
Ciò nonostante, anche per questa sottile differenza, è meglio vedere prima The Dawn Wall: Tommy Caldwell e il suo compagno Kevin Jorgeson inchiodano progressivamente lo spettatore alla sua poltrona col fiato sospeso e ci si scopre a fare un tifo da stadio per loro nei momenti determinanti della sfida, mentre tutta l'America li guarda in diretta.
Non c'è bisogno di alcuna sospensione di incredulità: è tutto vero e siete in parete con loro, la vedete esattamente dal loro punto di vista.
Confesso che mi sono commosso sulle scene finali del film, mi è venuto da applaudirli.
Finale americano eh, ma perfetto.

La sera dopo, al termine di Free Solo mi sono accorto che avevo le mani sudate e la tachicardia.
Avevo finito di salire il Capitan la sera prima con Caldwell, mi aveva esaurito - giuro; l'ho risalito la sera successiva con Honnold. Solo che questa volta l'ho fatto slegato e da solo.
Lo racconto in prima persona perché se è vero nel film di Caldwell, ancora di più lo è nella tecnica usata con Honnold, che evolve direttamente da quella di The Dawn Wall e che vi porta direttamente con Alex sulla parete del Capitan, insieme a lui.
La questione, però, è che in questo caso chi è davvero in parete con Alex potrebbe vederlo morire da un momento all'altro e non solo: potrebbe essere la causa della sua stessa morte accidentale. Una minima, insignificante, interferenza nell'azione, un picosecondo di distrazione involontaria per il protagonista e dozzine di telecamere, cineprese e droni lo riprenderanno mentre precipita per centinaia di metri sotto gli occhi dei suoi amici e collaboratori.
Quando parte per una salita in free solo, Alex Honnold non lo dice mai a nessuno. Non ai parenti, non agli amici. Non vuole nessuna pressione psicologica attorno a sé, ha bisogno di concentrazione assoluta, di liberare totalmente la mente da qualunque pensiero estraneo. Non è ammesso alcun tipo di errore. Salire sotto gli occhi delle telecamere e non solo, salutare la fidanzata prima di iniziare l'impresa più difficile della sua vita, pone lui stesso e tutti gli altri protagonisti in una situazione psicologica assurda e completamente innaturale.

Ve lo dico subito - be' subito: si fa per dire, scrivo da settordicimila righe.
Free solo dura due ore, ma si gioca tutto nei venti minuti finali, o per meglio dire in tredici minuti di sequenze che, se soffrite di vertigini, vi faranno venire da vomitare. Il resto è un lentissimo e sfiancante avvicinamento mentale, passo a passo, alla parete del Capitan. E questo, secondo me, è il limite ultimo del film che ha vinto l'Oscar rispetto a The Dawn Wall.
Se siete sul vostro divano di casa, esiste la possibilità che prima di arrivare alla base del Capitan con Alex abbiate cambiato canale e stiate guardando il Gran Premio in differita. Nel caso, però, vi sarete persi tutto il percorso che porta ciascuno dei protagonisti sotto a quella parete insieme ad Honnold, ognuno con la propria motivazione, a partire proprio dall'amico Tommy.

The Dawn Wall è spettacolare, trascina ed esalta. Free Solo passa dal rischio di essere noioso alla paura pura.
Oppure anche no.
Ho pensato che per chi non ha mai arrampicato Free Solo potrebbe essere così esagerato, così surreale, da essere addirittura empaticamente impossibile. Se non soffrite di vertigini, può essere che di fronte alle sequenze chiave, invece di trovarvi con le mani sudate, col fiato sospeso, completamente ipnotizzati, rimaniate del tutto indifferenti, a parte la ovvia e banale reazione "vabbè, è pazzo, chi glielo fa fare". Che non riusciate a immedesimarvi, nonostante la regia faccia di tutto per mettere voi stessi su quella parete.
Che alla fine sia così estremo da fare il giro e diventare, semplicemente, una prestazione da circo equestre e pop corn.

Navigando in giro per la Rete ho trovato molti articoli ed estratti dal "making of" di Free Solo, fra cui questo interessante filmato del New York Times, con estratti di interviste alla troupe di Alex e sequenze inedite tagliate dalla pellicola originale.
Personalmente ho dovuto rivedere tre volte i venti minuti finali del film e uso il verbo "dovere" non a caso: ogni volta è stato come vivere in prima persona frammenti di quell'esperienza, una sensazione latente e reale di panico, pur conoscendone l'esito finale, pure alla terza volta.

Eppure. Eppure ho i miei eppure.
Ho dibattuto di Free Solo una sera con un mio caro amico ed ex compagno di cordata, col quale andavo ad arrampicare a metà degli anni '80, nel pieno del boom del free climbing, sognando Yosemite e le vie estreme del Verdon, i templi mondiali dell'arrampicata libera e del Nuovo Mattino.
Anche lui, lui più di me per la verità, è rimasto in apnea per tutto il film e lo considera un capolavoro. In realtà è totalmente preso dalla prestazione sportiva estrema in sé.
Io però ripensavo a quegli anni, alla copertina del primo numero di Alp dedicata al Verdon e a Patrick Edlinger, il mio mito di allora - un po' il mito di tutti noi a quel tempo, direi.
Nel 1982 Patrick Edlinger fu protagonista di Opéra Vertical, nel quale arrampicava su Orange Mécanique, una via lunga un centinaio di metri valutata 7c (ai limiti della difficoltà estrema, per quei tempi) a Cimaï, in Francia, completamente slegato. Ricordo un passaggio in cui gli scivolava un piede e rimaneva appeso nel vuoto con una sola mano: pochi secondi di vera paura.

Freerider, la via percorsa sul Capitan da Alex Honnold in Free Solo, è valutata 7c. Oggi è una difficoltà quasi "normale" per un arrampicatore del suo calibro.
Certo, un errore a quel livello di difficoltà ci sta sempre, eccome. Qualunque free climber è abituato a cadere ripetutamente sui passaggi difficili e a rimanere appeso alla corda. Solo che Alex la corda non ce l'ha.
Certo è anche che Alex, prima di percorrere slegato Freerider, l'ha provata e riprovata, ripetuta centinaia di volte probabilmente, per quattro anni. Imparata a memoria metro a metro, ogni microscopico movimento, ripassata mentalmente migliaia di volta. Si vede anche nel film.
Così, penso: fa così differenza arrampicarsi slegati con cinque, sei, settecento metri sotto il culo, o solo cento? Cosa aggiunge in realtà di nuovo la salita di Alex a quelle che lui stesso ha fatto in precedenza, a quelle fatte da tutti i suoi predecessori - detto che in parecchi ci hanno lasciato la pelle, e soprattutto all'Opéra Vertical di Edlinger che su quelle stesse difficoltà arrampicava slegato più di trent'anni fa, quando ad arrampicare su una difficoltà di 7c erano in pochissimi al mondo, mentre oggi sono migliaia gli arrampicatori, anche dilettanti, capaci di farlo?

Certo, anche Edlinger conosceva a memoria Orange Mécanique, i passaggi difficili erano in realtà pochi e per salirla avrà impiegato forse venti minuti. Honnold è salito per quasi quattro ore di difficoltà estrema continua, senza alcuna possibilità di interrompere o di ritirarsi. Le due prestazioni, fisicamente, non sono nemmeno comparabili e probabilmente nemmeno mentalmente.
Epperò il dubbio mi rimane, anche perché in Free Solo viene evidenziato un altro punto determinante: Alex non ha paura. Nel senso: non è che sia pazzo, è che proprio, geneticamente, il meccanismo neuro-chimico che governa normalmente la nostra paura nel suo caso lavora in modo completamente diverso. Gli han fatto una TAC e degli esami per scoprirlo.
E allora il punto è questo: in condizioni normali, a meno di errori accidentali o distrazioni, nessun arrampicatore cade su una via alla sua portata, che conosce a memoria. Eppure usa, giustamente, la corda per assicurarsi. Sapere di essere legati dà un vantaggio psicologico inestimabile, non devi avere paura e puoi scalare tranquillo.
Ma se la paura non ce l'hai per natura, a cosa ti serve la corda, se non come avere la cintura di sicurezza quando guidi?
Quanto valore reale di quella salita, questo particolare, contribuisce eventualmente a ridimensionare?
Perché attaccati a uno sputo, slegati in equilibrio sul vuoto, non ci siamo noi che abbiamo i conati solo a vedere le immagini, ma un uomo per cui stare lì in equilibrio è un esercizio quotidiano e non prova alcun tipo di emozione - forse - a guardare di sotto.

Questi pensieri in realtà li avevo già prima di vedere Free Solo e il dibattito con l'amico Roberto l'ho fatto prima di vederlo, per cui la verità è che mi sono avvicinato al film prevenuto e tifando già a priori per The Dawn Wall e la sfida di Caldwell.
È vero però che, qualunque cosa se ne possa dire, quei tredici minuti di Free Solo non sono probabilmente paragonabili a null'altro. Honnold è un marziano.
Non andate però a vedere direttamente quelli senza prima aver seguito tutto il film.
E guardate prima The Dawn Wall, che secondo me, complessivamente, come film è più bello, emozionante e vi racconta quel che c'è stato prima (e Caldwell è più simpatico).

********

Nota statistica a margine: Nel 2016, Adam Ondra, senza dubbio attualmente il più forte arrampicatore del mondo, è riuscito ad effettuare la seconda e fino ad oggi unica ripetizione di The Dawn Wall. È volato sette volte sul passaggio chiave della via, prima di superarlo. Per riuscirci, si è fatto spiegare come fare da Caldwell, che sportivamente ha acconsentito e gli ha insegnato i trucchi per ripetere la sua impresa.
Adam Ondra ha poi dichiarato che effettivamente ha trovato The Dawn Wall molto più difficile di quanto pensasse e che senza l'aiuto di Caldwell forse non ce l'avrebbe mai fatta.

Nota personale a margine: Caldwell mi è molto simpatico, ma ho purtroppo scoperto che è stato uno dei sostenitori della schiodatura della via Maestri al Cerro Torre, rispetto alla quale condivido in pieno il pensiero in merito di Jim Bridwell, espresso in questa intervista, nella quale si allarga anche ad alcune considerazioni su cosa siano la democrazia e il fascismo.
Era una gran persona Jim Bridwell, oltre che un grandissimo alpinista e sportivo, e la sua intervista oggi suona terribilmente attuale. Vale la pena leggerla anche se non si sa nulla della vicenda del Cerro Torre e di storia dell'alpinismo, perché esprime concetti generali assai interessanti sulla libertà di opinione ed espressione.


DawnWall
FreeSolo

(*) Impresa che, come sanno i ben informati, è riuscita una volta a Paperozzo Paperozzi.
TAG: the dawn wall, free solo, cinema, free climbing, yosemite
18.43 del 29 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
06 La grande bellezza, forse
MAR Viaggi fra le immagini, Prima pagina
E qui tocca aggrapparmi ai miei quasi trent'anni di onorata tessera del cineforum (a proposito, ma quanto fanno? Suppergiù, quasi un migliaio di film: mica pochi, accidenti!).

Spazzo subito il campo da qualunque equivoco: a me è piaciuto, con alcuni ma.
Innanzitutto: ma, La grande bellezza, è un film, o è il tentativo di comporre un puzzle a partire da appunti e idee non sempre perfettamente correlate/correlabili fra loro?
Perché un po’ mi è rimasta addosso l’impressione di guardare un collage di immagini random, alcune indovinate e straordinariamente disegnate, altre meno riuscite, il che dà luogo a una sorta di discontinuità latente che permea un po’ tutto il film e che sulla distanza - parliamo pur sempre di una pellicola che dura più di due ore - a tratti infastidisce.

Di Sorrentino avevo già visto This must be the place e Il divo: non metto nessuno dei due fra le pellicole da salvare nel mio hard disk personale, ma lo stile in sé non mi dispiace.
Il punto è che ne La grande bellezza quello stile rimane solo in sottofondo, per lasciare invece spazio a un esercizio che, alla fine, par dire essenzialmente un'unica cosa: il ragazzo ha studiato e, preso dal bisogno di dimostrarlo, ha finito per mettere insieme un minestrone di citazioni di maniera piuttosto che rielaborare quel che ha imparato per tirarne fuori uno stile personale e unico.

Di mio, ci ho visto di tutto, ancor più dell’inevitabile (e non sempre pertinente, secondo me) accostamento a Fellini: ho visto i campi lunghi, la fotografia e i tempi di Wenders (uno dei miei miti), i palesi riferimenti a Moretti, a tratti perfino Kubrick. Durante la scena in cui viene introdotta la Santa, secondo me una delle più belle di tutto il film, la mia compagna di visione ha commentato “ecco, Fellini”: a me sono invece venute in mente la precisione maniacale, la prospettiva e il gelo di Kubrick, dell’unico Kubrick che a me non piace, peraltro: quello definitivo di Eyes wide shut.

Non so. Troppa roba, spesso ridondante. Ho avuto l’impressione (ma dovrei forse rivederlo) che potrebbe lasciare spazio ad ampie sforbiciate: sei Sorrentino, non sei Wenders, appunto.
Troppe idee, troppe cose: è un film o un puzzle forzato, il risultato dell'incapacità di tagliare, un director's cut imposto a priori? È costruito apposta per l’Oscar, come si affrettano a sostenere perlopiù i detrattori, è un puro esercizio accademico sull'estetica, è un registro voluto, o tutto sommato è solo un film non risolto fino in fondo?

Mi vien voglia di azzardare un paragone con un altro regista italiano da Oscar che vinse la statuetta proprio con quello che secondo me è il suo film meno riuscito: no, non Benigni, troppo facile. Penso invece a Salvatores che, dopo avere indovinato tre film bellissimi, li prese e li rimescolò apposta per costruire una storia da portare a Los Angeles. Mediterraneo è il bignami di Salvatores, è il quick reference del suo talento. La grande bellezza mi ha ricordato in qualche modo quell’operazione, con l’aggravante che non è il bignami di Sorrentino, ma di quel che Sorrentino ha studiato. È un po’ un patchwork wikipediano di modi di fare cinema, girare, fotografare e raccontare immagini già straordinariamente portati sullo schermo da altri grandi prima di lui.

Della fotografia e delle musiche è quasi inutile parlarne: perfette. Siamo a livelli da accademia: se non azzecchi quelle non puoi pensare di misurarti davvero sul palcoscenico dei grandi maestri.
Ma alla fine, ripensandoci, il paragone che mi pare più azzeccato l’ho ripescato dai meandri dei miei anni più remoti di cineforum, con quella che secondo me è una pellicola davvero da salvare: Il ventre dell’architetto.
Ecco: la Roma di Sorrentino (perlomeno, una delle differenti rappresentazioni della Roma di Sorrentino ne La grande bellezza) l’aveva già scolpita Greenaway, in modo secondo me più efficace, oltre vent’anni fa.

Dice, ma non hai esordito scrivendo che ti è piaciuto?.
Il fatto è che lo rivedrei volentieri, non fosse altro per confermare o meno alcune delle idee che mi son fatto.
Facile: se non mi dispiacerebbe rivederlo, allora mi è piaciuto.
TAG: sorrentino, oscar, la grande bellezza
01.02 del 06 Marzo 2014 | Commenti (0) 
   
13 Stasera, magari, i Vanzina va'
FEB Viaggi fra le immagini, Segnalazioni
Allora. Ho visto Buried e confermo, parola per parola, quel che ne scrisse tempo fa Matteo Bordone: "La retorica di un regista indipendente catalano che spiega le contraddizioni della guerra in Iraq tramite le telefonate di un tizio sepolto vivo con aguzzino, direttore del personale, moglie, agente dei servizi segreti è ben oltre la soglia di sopportazione di gente che non frequenta da tempo le assemblee di istituto."
In sintesi: per me, Buried, è una cagata pazzesca (nel senso, appunto, non puoi fare un film di un'ora e mezza con uno sepolto vivo dentro ad una cassa per poi rifilare allo spettatore il bubbone politico e sociologico della guerra in Iraq. Non c'è venuto per quello a vederlo, il tuo film).

Mi son mangiato focaccia genovese e salame e già dopo venti minuti speravo che gli si scaricasse il telefonino, tirasse le cuoia e la finissimo lì, ché avevo altro da fare. E considerate che son claustrofobo da ricovero, io.

Poi (anzi, prima) ho visto 127 ore, di Danny Boyle, che è quello di Trainspotting e The millionaire per intenderci e che, a differenza di Buried, è basato su un fatto realmente accaduto. Di nuovo, c'è uno che per un'ora e mezza di film è bloccato in fondo ad un canyon stretto un metro, da solo, con un coltellino, una borraccia, un po' di corda, una videocamera ed un solo braccio libero di muoversi, essendo l'altro rimasto schiacciato sotto ad un masso enorme.

Sulla carta i due film si assomigliano molto. Entrambi non suonano particolarmente terapuetici per gente che soffre di claustrofobia come me, in entrambi c'è un tizio, uno solo e sempre lui, che per tutta la durata del film è bloccato in uno spazio chiuso e stretto, senza alcuna probabilità di essere rintracciato ed aiutato, e son cazzi suoi.

Solo che il secondo dei due è tutta un'altra storia. Scopro ora per caso che è candidato ad otto premi oscar.
Se vi piace Danny Boyle non mancatelo. Se non vi piace siete un po' strani. Comunque portatevi del Plasil, ché può far comodo.

Io, comunque, la prossima volta che vado in montagna da solo mi porto il tracciatore satellitare e spammo i mille contatti della mia rubrica con le coordinate di ogni mio spostamento.
TAG: buried, 127 ore, danny boyle
16.30 del 13 Febbraio 2011 | Commenti (0) 
   
22 You should be dancing (yeah)
DIC Viaggi fra le immagini
Scopro oggi che una stampa che ho comprato a Praga nel millenovecentonovanta-e-qualcosa, e che da allora mi segue di casa in casa, appare tale e quale al 109° minuto della Febbre del sabato sera appesa al muro d'ingresso della casa di Stephanie. Son cose.

Fra parentesi, sarebbe ora che il bacio fra Stephanie e Tony Manero durante la gara di ballo, sulle note di More than a woman (versione dei Bee Gees), venisse rivalutato a dovere e collocato nella top five dei più belli nella storia del cinema.

E vogliamo anche parlare dell'adesivo STP sull'auto di Tony Manero?

(Tutto questo per dire che l'ho rivisto per la ventesima volta, a distanza di almeno dieci anni dall'ultima volta e a trentatrè dalla prima).
TAG: la febbre del sabato sera, john travolta, tony manero, bee gees
22.55 del 22 Dicembre 2010 | Commenti (0) 
   
05 Mondovisioni a Ferrara
OTT Segnalazioni, Viaggi fra le immagini
Nei tre giorni trascorsi a Ferrara per il festival di Internazionale ho seguito soprattutto la rassegna cinematografica Mondovisioni.
In cartellone sette film-documentari di altrettanti registi stranieri, tutte prime proiezioni assolute in Italia. Alcuni di questi han vinto premi internazionali, altri sono stati al centro di accesissime polemiche, vicende giudiziarie e/o scontri politici. Sono pellicole indipendenti, che probabilmente in Italia, se siete interessati, non avrete altro modo di vedere se non sperando che prima o poi arrivino in DVD o scaricandole da qualche torrent.
Io sono riuscito a vederle tutte, in qualche caso infilandomi al pelo nonostante le code chilometriche all'ingresso.
La rassegna ha avuto un notevole successo, sala quasi sempre esaurita, con parecchie persone che non sono riuscite ad entrare alle proiezioni.

Per meglio capire, non stiamo parlando di classici documentari, tipo Discovery Channel o Piero Angela per intenderci. Si tratta piuttosto di lungometraggi, la cui durata media, montaggio e regia sono quelli di un film tradizionale e i cui soggetti sono tipicamente inchieste a sfondo sociale e geopolitico. Giornalismo avventuroso di frontiera insomma, nel senso più crudo del termine.
Se in passato avete visto Jung, il film sull'Afghanistan nato dalla collaborazione di Ettore Mo con Emergency, ecco, il genere è esattamente quello.

Qui di seguito un riepilogo più o meno ragionato delle mie considerazioni su ciascuno dei film in rassegna a Ferrara. In generale, l'esperienza è stata estremamente positiva. L'anno prossimo non mancherò di ripeterla...
[Continua a leggere]

TAG: stolen, the red chapel, war don don, documentari, mads brugger
01.12 del 05 Ottobre 2010 | Commenti (0) 
   
01 Che succede ragazzo?
SET Viaggi fra le immagini
L'avrò visto cinquanta volte? Posso?

La scena finale di Per un pugno di dollari è il capolavoro assoluto dai tempi di L'Arrivèe d'un train en gare de La Ciotat.

L'ho detto. Ugh.
23.24 del 01 Settembre 2008 | Commenti (1) 
   
19 Missing (marrone.../reloaded)
SET Viaggi fra le immagini
The Godfather - Part III, titoli di coda. Fra gli altri, Nicholas Cage e Bridget Fonda.
E dove accidenti fanno la loro comparsa? Non ho voglia di ripassarmi i centosessantatre minuti e spiccioli dell'ultimo capitolo.

Che poi non è che la faccia di Nicholas Cage uno se la possa perdere così.
14.16 del 19 Settembre 2007 | Commenti (6) 
   
14 Marrone, fra l'altro
SET Viaggi fra le immagini
The Godfather - Part II, minuto 61. Hyman Roth (Lee Strasberg) sta parlando con Mike Corleone (Al Pacino). Siamo nel 1958. Roth indossa una Lacoste.

E' verosimile o è un blooper?
01.12 del 14 Settembre 2007 | Commenti (5) 
   
28 Camera 315, divx
AGO Viaggi fra le immagini
I primi venticinque minuti di Salvate il soldato Ryan sono i più devastanti che abbia mai visto in un film.
01.54 del 28 Agosto 2007 | Commenti (2) 
   
06 Alc. 10,5% vol.
MAG Diario, Viaggi fra le immagini
Così, dopo essermi visto La Samaritana di Kim Ki-Duk, rientrato a casa ho ceduto a qualche avanzo di uova di cioccolato, rigorosamente al latte, e l'ho accompagnato con una Gulden Draak gelata.

Beh, sapete che c'è? Legano piuttosto bene.

Adesso aspetto di vedere Ferro 3.
00.40 del 06 Maggio 2006 | Commenti (0) 
   
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