Orizzontintorno Carlo Paschetto
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02 (Out of) Time
GIU Viaggi fra le note
Dovete fare una cosa che quasi nessuno fa più ormai da anni, perlomeno io. Mettervi comodi sul divano, esattamente in mezzo alle casse del vostro impianto stereo, se ne avete ancora uno; mettere via il libro che state leggendo, se ne state leggendo uno; spegnere il cellulare e la tv, chiudere il computer; alzare il volume se potete, oppure indossare le cuffie. Concentrarvi.
E ascoltare musica per un'ora di fila.
Siamo nel 2017 e i Pink Floyd sono tornati.

Dopo tre anteprime una più bella dell'altra uscite lo scorso mese, il nuovo disco di Waters è stato definitivamente pubblicato questa notte e pochi minuti dopo era già distribuito su tutti i miei device in grado di riprodurre musica, prenotato da tempo a scatola chiusa. È stata una fiducia ben riposta. Non ne dubitavo.
L'album esce a distanza di ben 25 anni dal suo ultimo lavoro e sì, è vero, è un album dei Pink Floyd. D'altra parte, potrebbe mai Waters scrivere qualcosa che non assomigli davvero alla musica dei Pink Floyd? Dei Pink Floyd veri, intendo. Perché anche gli album di Gilmour suonano come quelli dei Pink Floyd e sono molto belli, sempre, e li compro, sempre, ma Gilmour è un ingegnere, Waters un architetto. C'è un'anima intera di differenza e si sente tutta.

"Is this the life we really want?" potrebbe probabilmente candidarsi ad essere davvero l'album più bello dei Pink Floyd se qua e là, ad esempio in "Picture that, in "Smell the roses", o in "Bird in a gale" (che sembra stata strappata direttamente ad Animals), non gridasse sì vendetta l'assenza della chitarra di Gilmour, che manca, oh se manca! Me lo vedo ascoltare l'album del suo ex compare, battere il pugno sul tavolo e pensare fuck you, questa dovevo suonarla io vecchio stronzo!

"Is this the life we really want?" è un capolavoro, è un album come non se ne fanno più da decenni, una musica che non esiste più da tempo, che per un'ora scorre via senza una nota fuori posto, un arrangiamento sbagliato (ci sono qua e là sezioni di archi da brividi che fanno drizzare tutto il pelo), un effetto al momento sbagliato. È studiato in ogni millimetro, strumento per strumento, prodotto maniacalmente.
C'è dentro tutto dei Pink Floyd, è come ascoltare The wall o The final cut nel 2017, ma con evidentissimi richiami che vanno indietro ad Animals, a More, addirittura fino ad Atom heart mother sottotraccia.
E poi c'è la title track che in modo un po' inquietante richiama maledettamente Blackstar di Bowie. La stessa, identica, atmosfera cupa, un po' tipo testamento. Sembra quasi un richiamo incastonato apposta nell'album.

Non è un album da ascoltare a pezzi mentre fai altro, non è musica da consumare rapidamente e distrattamente. In effetti non è musica di questo tempo.
D'altra parte non ne fanno più così. Hanno buttato via lo stampino da tempo. Ha 74 anni Waters. Settantaquattro.
C'era una ragione per cui li chiamavamo rockstar.

waters2017
TAG: roger waters, waters, pink floyd
14.31 del 02 Giugno 2017 | Commenti (0) 
 
15 Che del resto ho ascoltato scrivendo questo post
DIC Amarcord, Viaggi fra le note
Per esempio, gli Air li ho scoperti tornando da Seoul, First Class Air France che, vi sorprenderà, per quanto eccellente non è all’altezza della Classe Magnifica Alitalia. Nella fattispecie, l’album era Pocket symphony, che avevo selezionato a caso dal sistema di intrattenimento di bordo. Il 747 aveva iniziato la lunga discesa verso Parigi e verso il naufragio di tutto quel che avevo lasciato a terra un paio di settimane prima, fuggendo in Corea. Una planata lunga e dolcissima, il tempo di ascoltare l’album quasi per intero, ricordo l’aria limpida e la tranquillità del tramonto sulla piana della Senna, la malinconia per il rientro e quella sensazione di resa all’ineluttabilità del ritorno al mio nulla. Non avevo nemmeno un lavoro ad aspettarmi, come già mi era capitato dopo altre fughe del resto.
Poi, di lì a qualche ora, il cielo ormai buio, un piccolo aereo mi avrebbe riportato a casa.

Rileggo questa introduzione e noto l’assonanza casuale e non voluta nel citare gli Air insieme ad Air France. Comunque, comprai poi tutti gli album degli Air.
Sono passati sei anni: Pocket symphony rimane uno dei miei album preferiti, lo ascolto spesso in volo e talvolta la sera prima di addormentarmi.
Per me volare è Pocket Symphony degli Air.

Non sapevo, o perlomeno, ho impiegato anni a realizzare che I’d need a savior è un brano di rock religioso. Non so come mai, considerato il ritornello, “Your name is Jesus”, e il nome della band, Among the thirsty. Credo di essermi sentito molto imbarazzato con me stesso quando l’ho capito.
Anche in quel caso c’era un tramonto di mezzo, rientravo a Honolulu alla guida della mia Chevrolet rossa sull’autostrada che attraversa O’ahu, tornando dalla costa settentrionale e dalle spiagge di Lost. Uno dei momenti più magici della mia vita, di serenità assoluta, laggiù gli antipodi, da solo, in mezzo al Pacifico, ad almeno otto ore di volo dalla terraferma più vicina, in mezzo al mio giro del mondo, una giornata magnifica, il traffico delle Hawaii che scorre tranquillo e l’autoradio che indovina perfettamente come accompagnarmi, hai presente, un po’ come canta Ligabue in Certe notti.
Afferro il telefonino e registro al volo un video per fermare quell’istante della mia vita che non tornerà mai più. Poi, molto tempo dopo, inventano una app che riconosce le canzoni e mi dice il titolo.
Scopro così l’esistenza del rock religioso. Da allora per me O’ahu è I’d need a savior.


A Boston, a fine inverno, può fare molto freddo. Attraverso a piedi il ponte che collega Cambridge, dove si trova il mio hotel, col TD Garden. È quasi l’ora di pranzo di una gelida giornata di inizio marzo, ho bisogno di camminare, di respirare le prime ore del mio ritorno in America, e sono sempre solo. Anche a Boston sono solo.
Sono stato un’ora chiuso nello Starbucks di fronte al mio hotel, ho preso un Tachifludec perché sono molto raffreddato, non mi sono ancora del tutto ripreso dal jet leg. Poi sono uscito e mi sono incamminato.
Fra una settimana camminerò sulle - fredde, ma ancora non lo so - spiagge di Bermuda, adesso nevica a raffiche, c’è un vento forte ed estremamente gelido, il servizio meteo mi dice quindici sotto zero. Parte del Charles River è ghiacciata.
Mi avvolgo ancora più stretto nella sciarpa, ho un pesante berretto di lana e penso che è venuto il tempo di cambiare il giaccone invernale che indosso. Me ne occuperò quando tornerò in Italia.
Nelle cuffiette David Crosby canta What’s broken, l’album è Croz, l'ho comprato apposta prima di partire per il mio ritorno in America. Avevo pensato che per andare in America volevo musica americana. Croz è perfetto, mi scalda e allo stesso tempo mi immerge nel gelo di Boston, mi avvolge e mi consola, mi allontana da casa il giusto, è quello di cui ho bisogno. Adesso mi sento in America davvero, di nuovo.
Mi avvio per le strade di downtown. Poi metto su Crosby, Stills, Nash & Young.

David Crosby è ancora con me, l’album è lo stesso, ma è il 2014 e in verità è con noi quattro. Questa volta non sono solo e forse questo è il viaggio più bello della mia vita. Sono tornato in Sudafrica dopo molti anni.
È l’alba di una fredda mattina di agosto, sono alla guida di un grande fuoristrada bianco e stiamo viaggiando alla volta della frontiera col Lesotho. C’è grande elettricità in macchina, attesa, stiamo vivendo da giorni un’avventura straordinaria, i ragazzi sono euforici e quella di oggi sarà una delle tappe più entusiasmanti e impegnative di tutto il viaggio.
Non so perché ripenso a Boston e a quel momento di grande serenità e pace. Mi viene spontaneo, collego l’iPod al bluetooth dell’auto e seleziono Croz.
Cerco di nascondere le lacrime, mentre una delle frontiere più misteriose della mia vita si avvicina e sono con le tre persone che più amo al mondo.

È agosto anche a Sebastopoli, due anni prima, inizio serata. Impossibile immaginare che le vie in cui sto camminando presto saranno il teatro di una guerra. D’alta parte Sebastopoli è russa fino nel midollo, l’intera Crimea lo è, me lo dicono tutti quelli con cui scambio qualche parola; è russa nelle insegne, nella lingua, nella cultura, nell’aria che si respira.
Sono solo. Sono solo anche quaggiù in Crimea. Desideravo da anni venire qui, è un luogo che ha sempre esercitato un fascino proibito su di me. Ed eccomi a Sebastopoli da solo.
Qualche giorno prima, a Odessa, ho avuto un momento di crisi come non mi capitava da anni e anni. Un momento di solitudine infinita. Mi trovavo in stazione, cercavo senza successo da un’ora di riuscire a comprare un biglietto per il treno Odessa-Sebastopoli, ma non ne venivo a capo, sconfitto dall’indifferenza delle impiegate ai desk, dall’impossibile barriera linguistica e alfabetica, dalla folla, dal caos, dall’inutilità di qualunque mio tentativo. Seduto su alcuni gradini, in mezzo alla stazione, all’improvviso senza più risorse, le mandai un messaggio scrivendo qualcosa del tipo “non so come andarmene da Odessa, sono prigioniero qui.”
Poi, miracolosamente, una mano tesa. Un immigrato nero, gli occhialini rotondi da intellettuale, anglofono, trapiantato a Odessa. Mi nota smarrito su quei gradini, mi sorride, mi chiede se ho bisogno di aiuto, mi tira fuori da guai.
Ed eccomi a Sebastopoli, alla ricerca di un posto per cenare, davanti al mare. È una serata fresca, molto vivace, c’è tanta gente in giro. Sebastopoli è una città allegra, viva, di frontiera, a guardia dell’orizzonte sul mare.
Mi infilo in un locale. Sugli schermi mandano un concerto dei Simply Red. Non so per quale ragione, mi sembra perfetto. Mi viene all’improvviso voglia di ascoltare tutto quel concerto, di averlo con me. Mi collego al WiFi del locale e lo me lo scarico da iTunes.
Giro tutta la sera per Sebastopoli ascoltando in cuffia i Simply Red.
Da allora per me Sebastopoli sono i Simply Red.

Sono passati ventisei anni ed era una serata meravigliosa. Sono affacciato alla finestra dell'appartamento di Pol, all'ennesimo piano di un grattacielo in centro, e guardo dall'alto le luci di Buenos Aires aggrappandomi disperatamente alle mie ultime ore in Sudamerica.
Non voglio tornare a casa, non voglio tornare a casa, non voglio tornare mai più. Non c'è nulla che mi aspetti di là dell'oceano e la Patagonia si è impadronita per sempre di me, mi ha rapito, è il mio altrove, il luogo dove voglio vivere per sempre. Ho viaggiato da solo nelle ultime quattro settimane, sono stato in fondo al mondo, ho piantato la mia tenda solitaria ai piedi del Cerro Torre, nel pieno dell'inverno australe, ho resistito da solo a re Azul ed ora eccomi qui.
Fra poche ore Pol tornerà a casa e io prenderò un autobus per l'aeroporto, dove un grande aereo è pronto per strapparmi da qua e riconsegnarmi a un mondo che non mi appartiene più e che so non essermi mai appartenuto.
Piango da giorni. Stasera sono qua, da solo su questa terrazza, cerco di fissare nella mia mente questi ultimi momenti, di congelarli, di fermare il tempo.
Una radio, o forse è il mio walkman, chissà. Non ricordo. Nelle orecchie ho Woman in chains, dei Tears for fears, con il suo andamento struggente. Non riesco più a trattenermi e, di nuovo, scoppio in un pianto a dirotto.
Sono passati ventisei anni e ogni volta che mi capita di sentire Domani in Chains io sono ancora a quella finestra, le luci di Buenos Aires sotto di me. E mi viene ancora da piangere.

È una notte di caldo e nubi di zanzare, ai confini della realtà, in uno dei luoghi più spettrali, alienanti e remoti in cui sia mai stato. Il Nukus Hotel è al confine di una regione devastata dalla follia umana, nell'Uzbekistan occidentale, a pochi chilometri dal fantasma di quello che una volta era chiamato Mare d'Aral e oggi è una sorta di rappresentazione fin troppo realistica del dopobomba, un deserto di sale, scorie chimiche e avanzi di esperimenti di guerra batteriologica, scheletri e rottami di vecchie navi arrugginite appoggiate sul fondo del mare che non c'è più.
Nukus è una città abbandonata, il relitto di una civiltà che un tempo si era sviluppata sulle rive del mare che non c'è più e che oggi è emigrata altrove, e chi non è emigrato muore lentamente di malattie rare, respirando il vento tossico del deserto dell'Aral, privo ormai di qualunque risorsa di sostentamento.
Non riesco a dormire, cerco ancora di metabolizzare le immagini di oggi, la sensazione provata camminando fra quei relitti abbandonati sul fondo del mare, appoggiati sulla sabbia, morti.
C'è una vecchia tv di fabbricazione sovietica e la luce azzurra dello schermo illumina la penombra della camera. C'è David Bowie su un palco che intona una versione acustica di Quicksand, lui da solo con la chitarra e non so perché, è perfetta. Ho i brividi.
Da allora sarà la mia canzone preferita in assoluto di Bowie e Quicksand sarà per sempre Nukus.

È ancora Seoul, ma sono appena arrivato, è il mio primo giorno. Sono schiacciato dal jet lag, sono arrivato all’alba, ma per il mio metabolismo è solo, inesorabilmente, la sera tardi del giorno prima.
Cammino per le grandi e scintillanti vie di Gwanghwamun, prendo le misure di questa foresta di grattacieli che mi è in qualche modo piacevolmente familiare, sono solo, sto bene, a parte il sonno. Sono sereno. Avrei voluto dormire un po’ in hotel prima di uscire, ma se mi fossi sdraiato sul letto non mi sarei più alzato e poi Seoul mi chiamava, volevo uscire subito, camminare per la città.
Nelle cuffiette ho Strange overtones, l’album è Everything that happens will happen today, il nuovo lavoro di David Byrne e Brian Eno, l’andamento allegro e spensierato della voce di David Byrne è perfetto e da questo momento per me Brian Eno e David Byrne saranno per sempre legati a Seoul.
Poi mi fermo su una panchina per annotare due appunti per il blog sulla mia inseparabile moleskine. Mi sdraio per guardare il cielo, chiudo un attimo gli occhi.
Quando mi sveglio è ormai sera da un pezzo e Seoul è illuminata da miliardi di luci bellissime.

Il taxi - chiamiamolo così - ci sta portando attraverso il deserto verso la frontiera con l’Iran. Sarà una frontiera difficile questa, completamente isolata, non c’è un’anima attorno per centinaia di chilometri. La terra di nessuno fra il Turkmenistan e l’Iran è una desolata e vuota striscia di sabbia larga centinaia di metri.
Nell’auto siamo tutti in silenzio da ore: l’autista, Yulya, la nostra interprete, Emanuela, già scomparsa sotto lo chador che ha dovuto indossare per potere entrare in Iran, più di quaranta gradi fuori, ed io. Guardo dal finestrino lo scorrere del deserto, sono perso nei miei pensieri, sono preoccupato. Non so cosa ci aspetta. Stiamo per varcare una frontiera caldissima, siamo a pochi chilometri dal confine con l’Afghanistan. L’invasione americana è in corso da pochi mesi.
Di là della frontiera, terra sciita, roccaforte integralista. Non ci sono più occidentali, sono fuggiti tutti. L’Undici settembre è ancora freschissimo, l’Iran è isolato e abbandonato a se stesso, angosciato, scollegato dal resto del mondo.
Noi stiamo per entrare, da soli. Siamo riusciti ad avere il visto a Delhi, grazie a un'improbabile lettera di raccomandazione dell'ambasciata italiana in India.
L’autoradio passa Chris Rea. C’è qualcosa di surreale nel prepararsi a varcare la frontiera iraniana ascoltando Chris Rea a bordo di una BMW targata Turkmenistan, guidata da un silenzioso e incomprensibile autista timuride.
Da adesso in avanti Josephine sarà per sempre il vuoto inesorabile del deserto turkmeno. L’ho messa anche nella colonna sonora della proiezione per le conferenze.

Anche se la frontiera più difficile del mondo, dicevano, è il Torugart Pass, nel Pamir, il valico inaccessibile a quasi quota quattromila che divide l’impero cinese dalle impenetrabili e anarchiche ex repubbliche sovietiche. Un confine blindato, costellato di innumerevoli posti di blocco lungo la strada infinita e mozzafiato che sale al passo, bunker ovunque, torrette armate, militari e mercenari per nulla amichevoli, in assetto da guerra, il kalashnikov col colpo in canna e i ray-ban a specchio, servizi segreti e misteriosi burocrati. Per arrivare quassù e attraversare il Torugart devi trafficare per settimane con permessi, carte scritte in alfabeti incomprensibili, intrecci, diplomazia, burocrazia, corruzione di funzionari e un po' di pelo sullo stomaco.
Poi devi trovare un cinese che possa portarti fino al confine e un kirghiso che ti aspetti dalla parte opposta, devono essere perfettamente sincronizzati, al giorno e l'ora concordata, tutto deve accadere come uno scambio di ostaggi in alta quota, in una regione completamente isolata e deserta, seguiti dagli sguardi di mille occhi nascosti che controllano e interpretano ogni tuo piccolo e insignificante gesto, perquisiti ogni dieci passi, fin dentro ogni fotogramma scattato e ogni secondo di filmato girato.
Ho scalato tutti i tornanti del Torugart ascoltando nelle cuffiette Lucky man, dei Verve. Qualche anno dopo, nel corso di un’intervista radiofonica, mi hanno chiesto se avessi un brano che mi rappresentasse più di altri e che sintetizzasse la mia carriera di viaggiatore.
Ho risposto Lucky man, dei Verve. Lo hanno mandato in onda mentre l'intervista sfumava.

Durante il mio anno di vita a Varsavia ho girato ore di filmati, per la maggior parte in inverno, soprattutto dai finestrini dei taxi che mi portavano in giro quasi quotidianamente, almeno prima che facessi l’abbonamento agli autobus, prima che decidessi di diventare davvero un Warszawiak.
Ho iniziato a filmare quando mi sono deciso a lasciare gli hotel e ho affittato il mio primo monolocale in Chmielna 10-30, prima di trasferirmi nel bellissimo e aristocratico appartamento di Sienna 72a-404. Uscivo la mattina presto, mi chiudevo la porta di casa alle spalle, accendevo il telefonino e iniziavo a filmare mentre scendevo le scale del vecchio palazzo in Chmielna, aprivo il portone e mi affacciavo sulla mia Warszawa innevata e nuvolosa.
Ascoltavo sempre le stesse tre o quattro playlist: Pearl Jam, Tom Waits, The Blind Boys of Alabama, Sinead o’Connor, i Kapela Ze Wsi Warszawa che mi aveva fatto conoscere Ewa. Eravamo andati anche al concerto di Emir Kusturica, uno spettacolo straordinario.
Da allora nel mio iPod c’è una playlist che raccoglie tutte le canzoni della mia vita a Warszawa, ma non l’ascolto quasi mai, perché mi prende una malinconia infinita e struggente e mi viene da piangere.
Quanto mi manca Warszawa.
Quanta vita persa, buttata via.
Ripenso alle mie lunghe camminate da solo di sera, lungo Jana Pawla, New York State of Mind di Billy Joel a sfondarmi le orecchie fra le folate di nevischio illuminato dalle luci dei nuovi grattacieli attorno a me.
Non sono mai riuscito a finire di montare il mio film su Warszawa, per quanto ci abbia provato. È tutto nella mia testa, fotogramma per fotogramma, canzone per canzone, l’ho visto mille volte. Ma nulla, non riesco a montarlo.
So però come inizia, la prima scena: la porta di casa di Chmielna 10-30 che si chiude alle mie spalle con un cigolio, i miei passi in discesa per le scale, il portone che si apre. Accendo l’iPod, Via Paolo Fabbri 43 mi dà il buongiorno, mentre l'aria fredda e pungente di Warszawa mi brucia le guance: "Fra krapfen e boiate le ore strane son volate / grasso l'autobus m'insegue lungo il viale / e l' alba è un pugno in faccia verso cui tendo le braccia".
Finisce con Streetlife serenade che passa sui titoli di coda, mentre un aereo decolla alle prime luci del tramonto, lasciandosi dietro per sempre Warszawa che piano piano si accende, e io non riesco a trattenere le lacrime.

Ho ascoltato Holocene la prima volta in un autogrill nel nord dell’Islanda, la neve fuori, una luce pomeridiana bellissima. Non conoscevo Bon Iver.
Ho montato tutto il film sull’Islanda costruendolo su misura apposta per Holocene.
Che, da allora, è la mia sveglia ogni mattina.
TAG: musica
01.29 del 15 Dicembre 2016 | Commenti (0) 
 
11 Di Red, Robi, Dodi, Stefano (e Riccardo)
GIU Viaggi fra le note
Ma parliamone di questo concerto-evento dei Pooh di ieri sera a San Siro, che ha aperto quello che dovrebbe essere il loro tour di addio al pubblico in occasione dei cinquant'anni di carriera. Come annunciato, sono tornati sul palco col bonus della inedita formazione a cinque, grazie al rientro di Stefano d'Orazio e al ritorno nel gruppo, dopo 33 anni, di Riccardo Fogli (uscito nel '73, pare per correr dietro a Patty Pravo).

Diciamo fin d'ora che non ci credo, nel senso che secondo me finisce come per l'"addio" degli Who dello scorso anno (e le divinità protettrici delle rockstar mi perdonino l'accostamento irriverente): anche Daltrey e Townshend a fare i conti con cinquant'anni di carriera, anche loro che prima annunciano un unico concerto di addio ad Hyde Park - e io mi sveno per trovare i biglietti e volare a Londra per esserci - poi decidono di replicare la settimana seguente a Donington, poi le date diventano una decina e lo spettacolo arriva negli Stati Uniti, poi dopo un anno siamo ancora qui a parlare del tour di addio degli Who che sta per sbarcare anche in Italia, Milano compresa, a metà del prezzo che ho pagato per il biglietto di Hyde Park.
E qualcosa mi dice che, a meno che non schiattino prima, posso già iniziare a prenotare per il tour di addio dei sessant'anni.

I Pooh hanno perlomeno il vantaggio di essere ancora tutti belli vivi e vegeti, nella loro formazione originale, direi anche perfettamente in salute, se escludiamo la dentiera di Battaglia (non so se sia vero, questo è un vile pettegolezzo di Sleepers).
Anche loro lo scorso anno hanno annunciato questo tour di addio per i cinquant'anni e bla bla bla, e la reunion con Riccardo Fogli per l'occasione, e l'evento unico in due date, una a Milano e una a Roma, e poi le date di Milano sono diventate subito due, immediatamente esaurite, e poi tre, e poi si è iniziato a parlare di un tour completo per tutta l'Italia e nel frattempo il programma è stato esteso fino a fine anno, e niente, io ve lo dico e ve lo sto anche per raccontare più sotto: tempo sei mesi e ci becchiamo un nuovo disco a formazione completissima e un nuovo tour promozionale. Scommettiamo?
Glielo chiedono i fan, credetemi, e i nostri quattro - pardon, cinque - amici, di scendere dal palco, non sono proprio capaci. E come dar loro torto?

Premessa indispensabile: non è che io sia esattamente un fan dei Pooh, anche se va detto, per onestà di cronista e anche un po' a mo' di coming out, che in giovanissima età due o tre loro album li comprai e a dirla tutta sono stati un pochetto fra i miei idoli di quindicenne. Ma c'è una ragione: suonavo la chitarra, sognavo di fare la rockstar, loro facevano già concerti negli stadi radunando folle oceaniche, avevano fumi e raggi laser sul palco mentre Battiato cantava "E non è colpa mia / se esistono spettacoli / con fumi e raggi lasee-er / Se le pedane sono piene-e / di scemi che si muovono... ", e io ancora dovevo scoprire i Pink Floyd (no, questo non è un accostamento), per cui sapete com'è: ai miei occhi di adolescente, in bilico fra cantautori impegnati e i Sex Pistols, alla fine i Pooh apparivano comunque dei gran fighi.
Poi vabbè, come tutti voi a un certo punto ho finto di abbandonarli al loro destino, snobbandoli e prendendoli sempre un po' in giro, ma tant'è le loro canzoni hanno continuato per decenni a piantarsi nelle orecchie di tutti noi, e non fate i santarellini: Dio delle città l'abbiamo presa per il culo per anni, è la canzone più triste e sfigata dell'universo, ma intanto ha vinto Sanremo e la conosciamo tutti e Dodi Battaglia, premiato da Stern nell'86 come migliore in Europa, è ancora oggi uno dei chitarristi più in gamba in circolazione.
Quindi su, mettiamo un attimo da parte la sufficienza, ché Pensiero l'abbiamo suonata tutti in spiaggia almeno una volta con la nostra chitarra.
Non è che La canzone del sole sia meglio eh, anzi.

E insomma, i Pooh a San Siro nel 2016. Iniziando a rispondere alla prima domanda che mi han fatto inevitabilmente tutti: perché ci sono andato? Be', la risposta è facile: perché no?
Innanzitutto, quando la reunion con Fogli per l'addio alle scene era stata annunciata mesi fa, non era ancora previsto un intero tour, ma erano state annunciate solo le due date speciali di Milano e Roma. Che tutto sommato sarebbe stato un evento di portata nazionale nel panorama musicale e mediatico nostrano era comunque abbastanza chiaro, così come che quelle due date sarebbero andate sold-out in poche ore.
E così, visto che comunque i Pooh han sempre fatto un po' parte della mia adolescenza, che so essere grandi professionisti, immaginando che comunque sarebbe stato uno spettacolo interessante, che Dodi Battaglia è universalmente riconosciuto come uno molto bravo, e visto anche - pensate un po' - che non ero mai stato a San Siro in vita mia, insomma, alla fine mi son detto perché no?
Tanto più che i biglietti non costavano un'esagerazione, che nella peggiore delle ipotesi, se per qualche ragione non fossi potuto andare, non sarebbe stato difficile rivenderli e che soprattutto avevo la possibilità di provare ad accaparrarmi i posti migliori in assoluto, proprio nella platea sotto al palco, prime file numerate, non la solita gradinata a due chilometri da dove il concerto te lo guardi solo col binocolo sugli schermi giganti.

Quindi sì, biglietti platea gold per vedermi comodo comodo, a pochi metri, Battaglia, Facchinetti e soci, e passare una serata forse un po' trash, forse un po' anziana, ma oggettivamente di sicuro interesse musicale.
Insomma: alla vostra età andate ancora a San Siro a vedere Vasco per cantare a squarciagola Vita spericolata e avete da dire su di me che vado a cantare Pensiero e Tanta voglia di lei? Eddai, su, fate i bravi.
Avessi potuto, guarda, ci avrei ben volentieri portato anche i figli.

La prima nota, non a caso, va al popolo dei Pooh, che già nel pomeriggio affollava la metropolitana ed era in marcia verso San Siro: mi sono ritrovato ingiaccato e incravattato, appena uscito dall'ufficio, con la borsa del pc a tracolla, diretto anche io allo stadio, pigiato fra migliaia di ultraquarantenni - ma che dico quarantenni, ultra cinquantenni - ma che dico cinquantenni, ce n'erano in abbondanza ben oltre i sessanta - in t-shirt d'ordinanza, fascetta Pooh attorno alle testa, nonne casalinghe tatuate, cori nella metro "NON RESTARE CHIUSO QUI / PENSIEROOOOO", insomma, per un attimo, confesso, mi sono chiesto se fosse stata davvero una buona idea.
Strategicamente al mattino avevo parcheggiato la macchina proprio allo stadio e avevo lasciato dentro una maglietta, almeno per non presentarmi in platea vestito come un pinguino. Avrei volentieri speso uno sproposito per comprare la maglietta ufficiale del concerto da aggiungere alla mia collezione, ma va bene, è vero, mi sono vergognato: non potevo farcela a mettermi sulla schiena la targa "popolo dei Pooh".
E così, il mio amico che coraggiosamente mi ha accompagnato ma vuole rimanere anonimo (CIAO EUGENIO) e io, dopo un classico panino con la porchetta e una mezza minerale gassata, ci siamo avviati all'entrata VIP, quella per i ricchi borghesi, e alle 20:30 siamo entrati nella bolgia del Grande Tempio Milanese, già quasi riempito fino in cielo e in ogni ordine di posti dal popolo dei Pooh, quello vero.
Bestia raga, quanto è grande San Siro visto dal campo. Che impressione.

Alle ventuno, spaccando il secondo - che sono dei professionisti tipo McKinsey, mica come quelle rockstar drogate e supponenti che ti fanno aspettare delle ore perché godono a farsi chiamare dal pubblico - si accendono le luci, partono i fumi e i raggi laser di cui sopra, ed eccoli i quattro di Liverpool, nel senso di Bergamo, Bologna, Roma e Treviso (mi pare, giusto?). Manca ancora Riccardo Fogli, che entrerà solo qualche canzone dopo, chiamando una seconda ovazione come probabilmente non aveva mai avuto in vita sua prima.

E allora, i Pooh. I numeri del concerto di addio-che-addio-non-è dicono che San Siro era sold out con oltre cinquantamila presenze (considerate che le tribune dietro al palco erano ovviamente chiuse), che hanno suonato quasi tre ore per cinquanta canzoni esatte, che sono tantissime, e da non fan vi dirò che praticamente le conoscevo quasi tutte. Ora, provate a pensare quante sono le canzoni che conoscete davvero degli artisti che amate, e ditemi se potete dire di conoscere cinquanta canzoni di qualcuno di loro. Be', il popolo dei Pooh le conosceva tutte a memoria, le ha cantate tutte e più o meno sono state tutte delle hit attraverso cinquant'anni di musica italiana.
Ora, ditemi se - a prescindere da qualunque altra considerazione - non si possa chiamare questo "successo". Ve la sentite davvero di prendere in giro un fenomeno del genere?
Allo stadio c'erano migliaia e migliaia di coppie che con quelle canzoni per cinquant'anni si sono innamorate ed erano lì a farsi i selfie col palco dietro, a baciarsi ancora a cinquant'anni, a sessanta, a ballare ascoltando i Pooh e a ringraziarli. Erano venuti/e apposta. Be', oh, che devo dirvi: io mi sono anche un po' commosso (c'era una coppia di coetanei a fianco a me, tenerissimi, tipo impiegati del catasto con la polo sbiadita e gli occhialini rotondi, che quando è partita Tanta voglia di lei si sono alzati, baciati e si sono messi a ballare in mezzo a noi, abbracciati: madonna la piccyness).

Poi che devo dirvi: oh, io mi sono divertito, e parecchio. È stato un gran bel concerto e un spettacolo molto suggestivo, grazie anche alla scenografia e alla partecipazione della straordinaria corona di pubblico. C'erano molta emozione e commozione nell'aria, sia fra gli spettatori che, soprattutto, sul palco. Ne ho visti in questi anni di revival e di concerti di addio di vecchie glorie, ma nessuno mi è sembrato così... sincero e genuino come questo. È stato davvero un grande e lungo abbraccio fra i Pooh e il loro pubblico.
Le tre ore di concerto mi sono scivolate via leggerissime e ve lo dice uno che a fatica regge due ore ai concerti degli artisti che più ama. Oltre, mi rompo inesorabilmente i coglioni. In questo caso nemmeno me ne sono accorto.

Loro vabbè, che ve lo dico a fare: ineccepibili. Sono dei professionisti che ciao, bravi bravi, con un mestiere che lévati.
Tecnicamente, Dodi Battaglia è magistrale, praticamente lui da solo fa il 70% del sound, per quanto contribuiscano i caratteristici tappeti di tastiere di Facchinetti e il basso del buon Canzian: da quel punto di vista però, se escludiamo l'amalgama complessivo che è scolasticamente sempre perfetto, gli altri tre (Fogli non lo considero nemmeno) sono quasi inesistenti, nel senso che non emergono mai per virtuosismi particolari, ma è indiscutibile che il risultato complessivo sia impeccabile. Mi hanno anche molto impressionato le capacità polistrumentiste di tutti (sono assolutamente intercambiabili a rotazione su quasi tutti gli strumenti e ne suonano diversi altri).
Soprattutto, le incredibili voci, che pur con qualche inevitabile pecca dovuta all'età, madonna ragazzi: c'han settant'anni e tengono alla grande tutti e quattro (cinque), alternandosi in continuazione come lead vocal, brano dopo brano, per tre ore. In questi anni ho visto, per dire, Roger Waters e Roger Daltrey e non gliela fanno proprio al confronto, a pari età.

La scaletta è filata via benissimo, studiata perfettamente per ripercorrere cinquant'anni di carriera, spaziando dai grandissimi classici cantati da tutto lo stadio, al pop-rock, alle lunghe suite strumentali progressive caratteristiche degli anni '70 che hanno ricordato a tutti quanto siano davvero degli straordinari musicisti prestati all musica leggera: a tratti potevi essere tranquillamente a un concerto degli Yes, o dei Genesis, per dire.
È stato davvero così, è inutile che facciate quelle smorfie: studiate la discografia dei Pooh e andate ad ascoltarli dal vivo, poi ne riparliamo (fra le altre cose hanno fatto una bellissima long version di Parsifal).

L'altra cosa che mi ha colpito, a differenza di qualunque altra band famosa abbia visto fino ad oggi, sono l'armonia e la coesione fra loro sul palco, non solo dal punto di vista musicale, e quanto facciano squadra senza alcun protagonismo individuale: sono tutti alla pari come frontman, si scambiano i ruoli in continuazione, nessuno di loro pretende un ruolo di leader, nemmeno Facchinetti. Tutto sommato hanno reintegrato bene anche Fogli, pur - questo si nota, sì - relegandogli un po' il ruolo di ospite / figliol prodigo, ma non lo hanno mai lasciato in seconda linea (alla fine Fogli ha partecipato a trentatré brani su cinquanta, cantando e suonando diversi strumenti).
Ognuno di loro ha il proprio momento su palco, se parla uno parlano tutti a turno, è tutto perfettamente equilibrato e regolato come un meccanismo ultra preciso e automatico che solo grandissimi professionisti che davvero suonano insieme da cinquant'anni - e lo fanno divertendosi - possono riuscire a sincronizzare in questo modo.
E se ti diverti ancora così, se sei bravo così, se continui a vendere dischi e a riempire gli stadi, se non vieni mai messo in secondo piano dai tuoi colleghi-amici, se tutto è perfetto così e riesci ancora a far cantare insieme cinquantamila persone, se sei forse l'unica band al mondo che ha resistito unita così a lungo, praticamente nella formazione di partenza, senza mai litigi, cadute, divisioni, ambizioni soliste, gelosie interne - pensateci davvero: ne conoscete altre a livello planetario? - se tutto questo è vero, perché mai dovresti davvero aver voglia di smettere? Io non ci credo.

Insomma, si può dire tutto quello che si vuole e possiamo fare gli snob finché vogliamo perché siamo qui apposta, ma quella di ieri allo stadio era la nostra generazione al completo, trasversale a ogni strato sociale e background musicale, e sentire migliaia di persone che cantano in coro Pensiero abbracciate insieme con un sacco di lacrimoni, ecco, sai che c'è: a Brusse Springstin, a Vascoooo, a Rollin Stoneee, ma annatevene affanculo, va' (detto con rispetto, eh) (soprattutto per gli Stones).

Pooh2
TAG: pooh
23.45 del 11 Giugno 2016 | Commenti (1) 
 
10 Basta che non si sappia in giro (*)
GIU Viaggi fra le note, Diario
È quasi ora di muoversi verso San Siro.

Pooh

(*) Tanto questo blog ormai non lo legge più nessuno.
TAG: pooh
17.50 del 10 Giugno 2016 | Commenti (0) 
 
11 David Bowie
GEN Viaggi fra le note, Prima pagina
Altrove, Larsen ha scritto:

Sono sbalordito che David Bowie sia morto. Sono sbalordito perché mi ero dimenticato che fosse un essere umano mortale. Me lo ero dimenticato perché aveva fatto scritto e suonato cose così importanti da porlo fuori dal tempo. Il tempo gli scorreva intorno, lui invece era un punto immobile.


Non avrei saputo scriverlo meglio, non avrei potuto trovare altro termine: "sbalordito".

Qualche riga sotto Larsen avevo in precedenza commentato a mia volta scrivendo che è la prima volta che la scomparsa di un artista mi colpisce così, forse anche per una maggior "vicinanza anagrafica", intesa non tanto in termini di età relativa: Bowie era del '47, io del '65, ci son quasi vent'anni, ma in qualche modo è il primo vero (mio) mito ad andarsene appartenente a una generazione di star nate negli anni '40 che hanno scritto la storia della musica rock e che hanno accompagnato la mia generazione fin dai primi anni dell'adolescenza. Perlomeno, escludendo le tragiche ed epiche scomparse premature che hanno costellato la storia della musica nei decenni fra il '60 e l'80, (da Hendrix a Keith Moon, passando per dozzine di altri).
David Bowie se n'è andato alla soglia dei settant'anni, quasi come uno qualunque, un comune mortale, in silenzio, per una inesorabile e comune malattia. Non per overdose, soffocato dal vomito, suicidandosi: è arrivato alla terza età come tutto sommato la maggior parte dei suoi grandissimi colleghi (sono in molti nati fra il '43 e il '47, lo sapete? Da Mick Jagger, a Pete Townshend e Roger Daltrey, a David Gimour e Roger Waters) e poi niente, si è spento di notte nel suo letto. L'altro ieri ha pubblicato il suo ultimo disco, oggi non c'è più.

Fra i miei scaffali di Bowie c'è quasi tutto: su vinile, su cd, in digitale. Ho fatto fatica ad apprezzare alcuni suoi ultimi lavori: è sempre difficile abituarsi ai cambi di direzione repentini che solo i grandi artisti sanno osare, distaccandosi ogni volta dall'impronta del lavoro precedente anche se magari ha regalato loro un successo planetario, per sperimentare di volta in volta strade completamente nuove. Quegli artisti di cui a volte ti capita di ascoltare alla radio una canzone che non hai mai sentito, riconoscerne immediatamente l'inconfondibile timbro di voce e chiederti "Ma questo è Bowie? Ma cos'è 'sta roba?", salvo poi, al terzo o quarto ascolto, ammetterne la genialità.
Ricordo anche quando finalmente lo vidi dal vivo nel 2003 al Forum di Assago in quello che forse è stato il suo ultimo tour in Italia e onestamente devo dire che ne rimasi deluso, fu uno dei concerti meno entusiasmanti a cui abbia assistito. Mi dispiacque tantissimo

Poi, mentre scrivo queste righe, mi viene in mente che in realtà in tempi tutto sommato recenti se ne sono andati altri che ho amato: Lou Reed ad esempio, o Richard Wright, la cui scomparsa ha chiuso definitivamente il capitolo Pink Floyd.
Epperò svegliarsi un lunedì mattina con David Bowie che non c'è più in qualche modo è diverso: come non fosse nell'ordine delle cose.
Forse perché è il segno di un tempo che invece passa inesorabile anche per me. Qualcosa un po' tipo ehi, sono stati quasi quarant'anni trascorsi insieme, per dire. Ed è questo quel che davvero fa rimanere male, a scavare in fondo.

Di Bowie se ne potrebbero scegliere dozzine di immortali. La mia preferita, però, rimarrà sempre questa.
Ricordo una notte assurda di ormai un bel po' di anni fa, trascorsa a Nukus, ai confini del mare d'Aral, nel deserto dell'Uzbekistan, in attesa di varcare la frontiera col Turkmenistan all'alba del giorno dopo. Una notte di zanzare, caldo asfissiante, un hotel fatiscente ai confini del mondo. Insonnia. Lo schermo della televisione che illumina di una tenue luce azzurra la camera. E il video di Quicksand.

Per dire, la musica che ti accompagna da una vita.

TAG: David Bowie
13.33 del 11 Gennaio 2016 | Commenti (0) 
 
06 We were there
OTT Viaggi fra le note

One of the greatest rock bands of all time, The Who celebrate 50 years of classic songs live in London’s Hyde Park. The show-stopping performance features all of their greatest hits and proves The Who are still one of the best live bands playing today.

Recorded in front of a sell-out crowd of 65,000 fans, Roger Daltrey and Pete Townshend deliver a definitive set list of all the greatest hits as The Who take their audience on an ?Amazing Journey? through their entire career from classic albums such as Who’s Next, Tommy, Quadrophenia, My Generation and Live At Leeds up to the present day.

Featuring ‘My Generation’, ‘Pinball Wizard’, ‘Baba O’Riley’, ‘Who Are You’ and many more, plus exclusive interviews with Roger Daltrey, Pete Townshend, Robert Plant, Iggy Pop and others. ‘The Who Live in Hyde Park’ is an electrifying cinematic event not to be missed.


TAG: who, the who, hyde park, bst
17.51 del 06 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 
06 (The Who and) London, 31 years later
LUG Spostamenti, Viaggi fra le note
E così l'ultimo weekend di giugno sono tornato a Londra, una vita - o forse anche sei o sette - dopo la mia prima ed unica volta fino ad oggi. Ci sono tornato per l'addio alle scene degli Who in occasione dei cinquant'anni di carriera.
Ho sempre bisogno di una ragione particolare per tornare nei posti dove sono già stato: è arrivata ed è stata davvero speciale. D'altra parte non esisteva non essere tornato a Londra per trent'anni e più.

Ora, questo dovrebbe dunque essere un post sull'ultimo concerto degli Who, ma forse mi viene anche un post su Londra, tanto che ci siamo. Che poi non è proprio vero che fosse l'ultimo loro concerto, perché il tour si concluderà negli Stati Uniti a dicembre, ma è stato certamente l'ultimo davanti al pubblico di casa.
Pete Townshend ha settant'anni e fa ancora il mulinello, ma non distrugge più le chitarre; Roger Daltrey ne ha settantuno, secondo me soffre di mal di schiena, è quasi immobile sulle gambe e non lancia più il microfono, ma ha ancora una voce eccezionale. Soprattutto dimostrano entrambi dieci anni di meno e tengono il palco come vecchi papà, davanti a un pubblico che, come sempre in queste occasioni, abbraccia perlopiù un paio di generazioni ormai andate.
Hyde Park era straordinariamente pieno di gente arrivata da ognidove, la birra scorreva a fiumi e si distinguevano parecchi post mods ultracinquantenni, perfettamente abbigliati e pettinati come fossimo stati nel 1965.
La scaletta poteva essere più entusiasmante e sono mancati grandissimi classici, da Magic bus a Summertime blues, da Substitute a Long live rock, ma le altre c'erano tutte: My generation, Pinball wizard, See me feel me, Baba O'Riley, Behind blue eyes, Love reign o'er me e naturalmente gran finale con Won't get fooled again.

Pensavo mi sarei commosso e avrei forse pianto tanto: mi sono sì commosso e credo sia scesa una lacrimuccia quando a decine di migliaia abbiamo cantato tutti insieme See me, feel me, ma la verità è che sebbene sia stato bellissimo esserci non è stato un concerto straordinario.
Il volume, innanzitutto: troppo basso e stiamo parlando degli Who, accidenti. Potevamo tranquillamente parlare fra di noi e sentivo la gente che cantava attorno a me più della musica dal vivo, nonostante fossimo tutto sommato nel primo terzo del grande prato di Hyde Park. Cosa mai sentivano quelli in fondo?
Poi, non si vedeva un tubo: trattandosi di un prato infinito, in mezzo a una folla sterminata, era già un miracolo riuscire a seguire il concerto sui mega schermi, ma il risultato è che pareva perlopiù di vederlo in tv che non di essere presenti ad uno spettacolo dal vivo, a meno delle ore trascorse in piedi, pigiati fra migliaia di persone, infradiciati dai bicchieri pieni di birra che venivano lanciati da quei buontemponi degli inglesi ubriachi.

Ecco, sai che c'è? Che non c'ho più l'età per 'ste cose. La verità è che sarei stato pronto anche a spendere centinaia di sterline per uno straccio di posto in tribunetta VIP, per godermi l'evento in pace, seduto, con una vista decente, arrivando all'ultimo momento, ma è stato impossibile trovare i biglietti. Passare invece sei ore in piedi, schiacciati fra cinquantenni ubriachi, per non vedere e non sentire quasi un cazzo, ecco, no: cheppalle.
E infine, siccome sono inglesi, alle 22:20 in punto giù le saracinesche come rigorosamente previsto dal programma ufficiale e tutti a casa ordinatamente fra file di poliziotti a cavallo: nemmeno un bis, niente. Solo la scaletta ufficiale e cinque minuti per i saluti finali e l'addio al pubblico. Mah.

Peccato insomma, avrebbe potuto essere indimenticabile, ma comunque noi c'eravamo: been there, done that.

Nota: Paul Weller, guest star per l'occasione, mi stava sul cazzo negli anni '80, mi sta sul cazzo ancora oggi. Però posso anche dire di aver visto Paul Weller dal vivo a Londra (che fra l'altro si sentiva meglio degli Who).

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The Who live at Hyde Park, London, 50th anniversary tour
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Paul Weller, guest star degli Who al British Summer Time festival

Poi, tanto che siamo qui: appunti su Londra. Siccome lei non c'era mai stata, abbiamo approfittato del sabato per tentare l'impossibile: tutta Londra in un giorno solo, ovvero perlomeno transitare davanti a tutti i must da cartolina, ché di entrare in un posto qualunque, fosse Westminster, la London Eye, men che meno il British, un sabato di fine giugno con poche ore a disposizione, era davvero improponibile, non fosse altro per il miliardo di turisti e le ore di coda ovunque. Ma quanta accidenti di gente c'è a Londra?

Trent'anni dopo, a Londra c'è una ruota che prima non c'era, c'è un grattacielo che prima non c'era e che gli sono mancate tre o quattro lastre di vetro per chiudergli la punta e forse gli piove dentro, gli autobus non son più quelli di una volta, i taxi non son più quelli di una volta (nel senso che li hanno colorati e appiccicato le pubblicità).
Poi: Londra costa una fucilata, tipo Oslo o Mosca, è troppo grande per riuscire a girarla in un giorno solo anche solo per fare le dieci foto da cartolina (soprattutto svegliandosi alle dieci del mattino), come ricordavo mi piace più di Parigi-via-al-flame (che però conosco molto meglio - Parigi, non il flame), gli inglesi sono sempre molto inglesi, a Londra c'è tutto ma se hai un attico a Paddington l'Esselunga ti rimane un po' fuori mano.
Fine di Londra.

Sebbene non avessi poi tutta questa voglia di scrivere questo post, le virgole sono dove devono essere.

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Londra
TAG: londra, the who, bst, hyde park
12.23 del 06 Luglio 2015 | Commenti (0) 
 
16 Coetanei
GIU Spostamenti, Segnalazioni, Viaggi fra le note
Ah, ma vi ho detto che fra pochi giorni sono a Londra per il concerto di addio degli Who, ad Hyde Park, in occasione del loro cinquantesimo anniversario? Che poi, guarda un po', cade nell'anno del mio cinquantesimo.
Cioè, una delle mie band mito che chiude cinquant'anni di carriera nell'anno dei miei cinquant'anni, con un concerto in centro a Londra. Non so se mi spiego.
Fra l'altro torno a Londra a distanza di trentuno anni dalla mia prima volta. Era ora di un bel refresh, no?

E niente, devo forse dirvi come mi sento con il countdown a -10?
See you there, stay tuned.

TheWho
TAG: The Who, British Summer Time, Londra, Hyde Park
17.24 del 16 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
01 Life goes on
DIC Diario, Mondo piccolo, Viaggi fra le note
Carola ha immortalato la prima volta assoluta di un duo d'eccezione.
Adesso devo perlomeno far di lei una batterista.

Duo
TAG: figli
21.07 del 01 Dicembre 2014 | Commenti (0) 
 
08 Me and the devil, comunque, è stupenda
MAR Viaggi fra le note, Mumble mumble
Ho scoperto Gil Scott-Heron e, volendo ascoltare qualcosa prima di decidere cosa comprare o meno della sua produzione, ho approfittato della mia recente registrazione a Spotify. Il che mi dà lo spunto per qualche riflessione sul mercato della musica in generale: nulla di nuovo sotto al sole e su cui non sia stato già scritto a fiumi, sia chiaro (anzi, arrivo ultimissimo sul tema), ma così, tanto per spendere due parole sul blog di sabato mattina, prima di preparare il trolley per la prossima partenza alla volta degli States. Sono più che altro pensieri non ordinati che mi appunto così.

Al lancio di Spotify non ero stato particolarmente interessato per una semplice ragione: le cose che mi piacciono voglio possederle. Vale per i libri, ad esempio, vale per la musica. So benissimo che ormai posso ascoltare una qualunque canzone che amo semplicemente cercandola su YouTube, ma se un brano mi piace voglio avere il disco. Una volta volevo il vinile, poi ho voluto il CD, adesso voglio possedere la traccia digitale. Di conseguenza, sono spinto a comprarla.

Sono sempre stato un collezionista nerd. Colleziono maniacalmente parecchie cose. Tralasciando i classici francobolli da ragazzino, figurine, lattine di birra, pacchetti di sigarette, trenini, sa dio che altro con cui per anni ho tormentato i miei genitori, da adulto ho conservato e continuato altri filoni più o meno disparati: dalle collane di fumetti agli skipass, dalle carte d'imbarco dei miei voli aerei (e qui il digitale mi sta ormai fregando), alle bottigliette con la sabbia dei deserti che ho attraversato. E ancora, mappe e cartine geografiche, sassi e conchiglie raccolti in ognidove, maschere africane, monete e banconote di tutti i Paesi nel mondo che ho visitato, le paia di sci utilizzate nel corso della mia vita, alcune collezioni di riviste, bicchieri di cristallo antichi e non, decine di migliaia di diapositive di oltre vent'anni di viaggi regolarmente classificate e sistemate negli appositi raccoglitori, tappeti orientali, che altro?
Ogni mio trasloco, per dire, si porta via almeno un centinaio di scatoloni di cianfrusaglie.

La musica non fa differenza, anzi: ho tutti i miei vinili d'annata (qualche centinaio), idem per i cd. Nel corso degli anni ho convertito tutta la mia discografia in digitale, con pazienza, bootleg e rarità compresi: parliamo di qualche migliaio di album, tutti rigorosamente e maniacalmente catalogati dentro iTunes, tag e copertine religiosamente sistemati.
Se un disco mi piace, lo compro, o meglio: oggi lo scarico dallo store di iTunes. Devo averlo, non mi basta andare su internet per ascoltarlo quando ho voglia e nemmeno mi piace particolarmente scaricarlo illegalmente. In qualche modo, l'acquisto dà una sorta di ufficialità al pezzo in collezione, come era una volta comprare il vinile.
Magari, una volta acquistato l'album che mi interessa, non lo ascolterò mai più, perso fra le decine di migliaia di altre tracce della mia collezione, ma l'importante è che sia in archivio.
Un classico: degli autori che amo ho le discografie complete, vado a caccia delle rarità, inseguo qualunque produzione collaterale. Ma, per esempio, degli oltre cento album dei Pink Floyd che ho in catalogo in questi anni avrò ascoltato sì e no il venti per cento.

Torno al punto: Scott-Heron e Spotify. Del primo mi sono innamorato subito: ero al cineforum a vedere Quando meno te l'aspetti, un film francese, trascinato dalle bellissime musiche della colonna sonora. Così, approfittando del fatto di essere da solo senza gente attorno a me, ho estratto l'iPhone e lanciato Shazam per scoprire di cosa si trattasse: Me and the devil, un brano di Gil Scott-Heron, artista di cui fino a quel momento non avevo mai sentito parlare.
A casa scopro che ha prodotto un sacco di album e mi metto a scorrere lo store di iTunes per ascoltarne qualche estratto. Quel che sento mi piace molto ma, come sempre avviene in questi casi, che fare poi? Compro un album a caso? Li compro tutti approfittando dei soliti prezzi di iTunes e con cinquanta euro mi tiro giù la discografia completa? Acquisto solo qualche traccia e violento la mia natura di collezionista nerd, consapevole del fatto che potenzialmente l'ottanta per cento della sua produzione potrebbe anche non piacermi affatto, o stufarmi presto?

Così ho approfittato della recentissima e ancora inutilizzata registrazione a Spotify, cogliendo l'occasione per provare un po' il servizio e lanciando in modalità random gli album completi di Scott-Heron.

Ora, detto che è un artista straordinario e che l'ho amato da subito almeno tanto quanto amo Tom Waits, la domanda che mi sono immediatamente posto è stata: ma a questo punto che differenza passa fra lo scaricarmi gli album dallo store di iTunes, o ascoltarmeli direttamente su Spotify? Perché, alla fin fine, anche dal punto di vista del collezionismo, averli nella playlist di Spotify o nella libreria di iTunes poco cambia. Anzi, non cambia in verità nulla. Sempre sul mio iPhone, sul mio iPad e sul mio Mac, sono. Accessibili uguali. Allo stesso tempo. Con la medesima modalità.
È come tenere il vinile negli armadietti sotto al televisore e i cd in libreria.
E dunque, se nulla cambia, perché spendere soldi sull'iTunes store e non fare un abbonamento minimo a Spotify? Anzi: siccome tutto sommato non me ne frega nulla di quel poco di pubblicità e limitazioni alle funzionalità che Spotify offre con la versione gratuita, perché spendere dei soldi per ascoltare Gil Scott-Heron, quando posso farlo gratis quando voglio, con le stesse medesime modalità e la stessa qualità, utilizzando gli stessi strumenti, potendo ordinarne e classificarne le tracce secondo una perfetta logica da collezionista, rimanendo pure all'interno di un servizio legale, dunque senza approfittare di alcuna forma di pirateria?

Così mi sono chiesto, alla fine, dal mio punto di vista di consumatore di musica, quale sia la differenza fra lo scaricare gratis da internet un mp3 piratato o fruire della stessa canzone via Spotify in modalità egualmente gratuita.
So benissimo, in realtà, che la domanda è completamente malposta. Tuttavia all'improvviso mi sembra che un servizio come Spotify introduca una sorta di potenziale nuova bomba atomica sul mercato della musica e, in generale, dei contenuti e del diritto d'autore.

Anche perché, la vera domanda, non è tanto quella precedente, ma piuttosto quale sia, dal punto di vista del consumatore legale di musica, la differenza di risultato fra l'acquistare un album sullo store di iTunes per poterlo ascoltare sul proprio smartphone piuttosto che ascoltare quello stesso album gratuitamente via Spotify, sul medesimo smartphone, con la stessa qualità e avendone la stessa disponibilità.

Forse sono semplicemente pleonastico ed è questo sabato un po' onirico.
TAG: gil scott heron, collezionismo, musica, spotify, itunes
18.00 del 08 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
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