Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


03 Chiusura di stagione
APR Viaggi verticali, Diario
Complici la finestra di tempo splendido che si è aperta fra la domenica di Pasqua e il lunedì, e le straordinarie condizioni di innevamento, ne abbiamo approfittato per andare a chiudere la stagione e infilare così una sequenza Capodanno-carnevale-Pasqua che non ci riusciva da anni.
Un'annata con così tanta neve, soprattutto in condizioni pressoché invernali nonostante la primavera iniziata ormai da giorni, non si vedeva da parecchio tempo e il manto ha ancora una tenuta quasi perfetta perfino alle quote più basse nelle ore pomeridiane. Quest'anno rimpiango davvero di avere appeso le pelli al chiodo da diverse stagioni, perché avrei potuto approfittare di una primavera eccezionale. E in effetti potrebbe essere uno stimolo a riprendere anche questa attività, dopo essere tornato a correre.
Chissà.

E proprio la ritrovata ottima forma di questi ultimi mesi ha portato con sé anche il rinnovato piacere, dopo anni, di tornare finalmente a stare sulla neve ore e ore di fila, spingendo al massimo, come non accadeva davvero da troppo tempo. Mi sono persino riscoperto capace di affrontare dei bei muri di gobbe in assorbimento a velocità che ormai potevo solo sognare, con le gambe e i polmoni che tengono perfettamente anche al tardo pomeriggio, arrivando a chiudere la giornata senza averne ancora abbastanza.
Mi pare impossibile se penso allo sventurato scorso anno in cui riuscii a fare un'unica uscita molto a fatica, condizionata dalla paura per i problemi cardiaci che avevo appena attraversato, e alle ultime stagioni nelle quali inforcavo gli sci ormai di malavoglia, eccessivamente appesantito, portandomi appresso tutti i miei guai alla schiena, completamente senza fiato e allenamento, frustrato: salivo sempre in tarda mattinata, mi lasciavo trascinare demotivato giù da qualche pista, irrigidito e stanco, senza alcun entusiasmo, spinto solo dalla volontà di non cedere alla tentazione estrema di appendere definitivamente al chiodo anche i miei amati sci, dopo avere abbandonato già da tempo ogni altra velleità alpinistica.
Mi fermavo poi alla solita baita per il pranzo e chiudevo lì la giornata, affidando i ragazzi agli amici, ormai arreso a una condizione fisica e mentale in realtà inaccettabile alla mia età.

Sì, mi pare impossibile a ripensarci. Sono persino tornato a mettere le assi in neve fresca senza timore per i legamenti e la schiena, di nuovo in sintonia con me stesso e l'ambiente, in una situazione di ritrovato controllo, consapevolezza e serenità.
Come ho potuto davvero rischiare di rinunciare a quel che più amo nella vita, alle mie montagne, alla neve, l'elemento che mi appartiene da quando son nato?

E poi c'è questa cosa dei ragazzi ormai grandi, che van come treni. Per quanto io abbia ritrovato una forma tutto sommato non comune, per quanto abbia fiato e gambe ed esperienza da vendere, non riesco a star loro dietro: sono loro ad aspettare me. È una soddisfazione straordinaria.
Li inseguo quasi in apnea, li affianco, cerco di rimanere nella loro scia lasciando che siano loro a tracciarmi il pendio e penso che ho fatto un lavoro bellissimo questi anni, che il loro entusiasmo è benzina per tenere ancora ben in vita il mio. Adesso che andiamo davvero insieme, alla pari, mi diverto come forse mai mi sono divertito in vita mia, per quante stagioni abbia alle spalle e per quante ne abbia viste e fatte in montagna.
Rimango sempre più stupefatto e incantato a vederli filar via così sicuri e veloci, a loro agio, spensierati, su qualunque pendio e in qualunque condizione, perfettamente padroni della tecnica e degli attrezzi, concentrati, come pochi loro coetanei sono in grado, a parte i ragazzi delle scuole agonistiche che però hanno una preparazione specifica mirata alla competizione, mentre ai miei ho insegnato prima di tutto la montagna, l'ambiente, l'aria sottile: un contesto nel quale lo sci è solo uno dei mezzi possibili di esplorazione ed espressione, la neve un elemento al di là della superficie battuta di una pista.
Ora che son pronti ho voglia di portarli a scoprire e fare cose che ho fatto io alla loro età, aprirgli tutto un mondo, trasmettergli ancor più il mio entusiasmo e il mio amore per il mio universo verticale.

Dopo aver ripreso a macinare chilometri in strada mi chiedo se un po' alla volta potrei davvero riprendermi anche i miei passi in montagna, rispolverare i ferri del mestiere e qualche obiettivo lasciato indietro, chiuso nel cassetto del forse mai più.
Intanto potrei finalmente mettere in cantiere qualche piccolo progetto estivo coi ragazzi che in questi anni ho sempre rimandato a chissà quando.

Progetti futuri a parte, questa è stata probabilmente anche la nostra ultima volta sulle nevi di Madesimo, dopo otto anni consecutivi di presenza, e un capitolo significativo della mia vita coi ragazzi va forse in qualche modo a chiudersi.
Venni in Valchiavenna per la prima volta con loro nel 2010, proprio agli inizi di aprile, in occasione del terzo compleanno di Carola. Leonardo aveva solo sei anni. Anche quell'anno c'era molta neve e ne venne parecchia anche quei giorni.
Scelsi Campodolcino perché alcuni cari amici, fra cui un mio storico compagno di cordata i cui figli erano coetanei dei miei, avevano qui la casa da anni. Era una buona soluzione per trascorrere alcune giornate in montagna in compagnia, sia per me che per i bambini. L'hotel Europa era perfetto, proprio alla partenza della funicolare che porta agli impianti del comprensorio di Madesimo: da allora non lo abbiamo più tradito e nel corso degli anni ho fatto amicizia col proprietario, mio coetaneo.
Anche la compagnia col tempo si è via via allargata e ormai venire su era diventata anche l'occasione per ritrovarsi sulla neve anno dopo anno, condividere tavolate alla Baita del Sole, ritrovo fisso di tutti noi all'ora di pranzo, o uscire tutti insieme la sera a cena. E quante discese dal Canalone, e notti di San Silvestro, e giornate di neve e pioggia chiusi in baita a strafogarci di polenta e salsicce, e neve spalata per disseppellire l'auto a ogni nevicata eccezionale: quante ne ho viste quassù questi anni, alla faccia del riscaldamento globale.

Ma i ragazzi crescono, anche quelli degli amici, che alla fine, dopo anni, lasciano le case in affitto perché cambiano le esigenze familiari e vanno a loro volta verso nuove vite altrove. E così un po' viene a mancare la ragione principale per venire quassù, un po' anche io inizio ad essere stanco e un po' annoiato di percorrere a memoria sempre le stesse tracce da anni: ho voglia di mostrare ai ragazzi ormai grandi altri mondi verticali, altra neve, allargare i loro orizzonti.
E quindi forse basta Valchiavenna, basta Campodolcino, basta hotel Europa. È venuto anche per loro il momento di iniziare a zingarare un po' in giro per le Alpi.
Leonardo ha quattordici anni e all'improvviso mi viene in mente che avevo esattamente la sua stessa età ed era la stagione invernale quando i miei lasciarono la casa di Andalo, dove ero praticamente nato, dove per anni avevo trascorso gran parte dei weekend invernali e tutte le infinite vacanze estive, dove avevo imparato a sciare, a camminare in montagna, ad affrontare le mie prime vie ferrate e le prime facili arrampicate. Dove avevo conosciuto la mia prima fidanzatina e mi ero innamorato per la prima volta.
Per i miei primi quattordici anni di vita tutto il mio universo verticale (e non solo) era stato circoscritto ad Andalo: quella era la montagna per me, lì avevo imparato ad amarla e a conoscerla.
I miei lasciarono la casa un po' per le stesse ragioni per cui oggi io probabilmente non tornerò più a Campodolcino.

In qualche modo è uno strappo anche per me, ma è il momento giusto per farlo. Ogni tanto c'è bisogno di dare una svolta e cambiare un pezzo di vita, anche se col passare degli anni il solo pensarlo è sempre più faticoso: in fondo la mia routine quassù coi ragazzi è in qualche modo confortevole, rassicurante e riposante.
Ma è ora che li porti a conoscere l'altrove che io conosco già e far conoscere loro le grandi montagne.
Ciao Campodolcino.

MadesimoPasqua2018
TAG: madesimo, sciare, campodolcino, valchiavenna
23.41 del 03 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
07 Shots from my world
GEN Viaggi verticali, Fotoblog, Diario
E anche quest'anno lo abbiamo iniziato in Valchiavenna, nel nostro consueto rifugio di Campodolcino, che assieme all'Elba e a Valnontey disegnano un po' i punti cardinali della mia vita coi ragazzi.

È stata una settimana di neve, più degli ultimi due anni, ma non quell'esagerazione che ci si poteva aspettare, e finalmente di ritorno sugli sci a tempo pieno, con cuore, gambe e polmoni ritrovati dopo lo sventurato 2017, che oltre ai miei problemi di salute era iniziato con Carola sulle stampelle e di conseguenza, per la prima volta in assoluto, niente sci coi ragazzi per tutto l'anno e l'intera stagione praticamente saltata a piè pari, con la sola esclusione di un weekend da solo a marzo rubato apposta per non rimanere del tutto a secco e mettere almeno alla prova l'effetto dei betabloccanti.

Due anni dopo eccoci di nuovo qui: li ritrovo in forma smagliante, Carola per fortuna si è completamente lasciata alle spalle l'infortunio dello scorso anno senza nessuna conseguenza psicologica e ormai vanno entrambi più di me, sicuramente molto più di quanto andassi io alla loro età.
Li guardo scivolar via velocissimi, sicuri e felici, perfettamente a loro agio in mezzo alla nebbia e alla nevicata insistente, col ghiaccio e con la neve fresca, e sono orgoglioso del lavoro fatto in questi anni, di essere riuscito a trasmettere loro qualcosa di ciò che più mi appartiene, di condividerlo insieme.
Cerco di star loro dietro per quel che ancora posso, ma è quasi tempo di ritirarmi in baita davanti a un piatto di polenta e salsicce e lasciare che raccolgano il testimone di quella che per tutta la vita è stata la mia più grande passione. L'unica condizione che mi sia da sempre perfettamente appartenuta, come una seconda pelle.
La mia aria sottile.

madesimo2018-01
madesimo2018-02
madesimo2018-03
madesimo2018-04
madesimo2018-05
madesimo2018-06
madesimo2018-07
madesimo2018-08
madesimo2018-09
madesimo2018-10
TAG: madesimo, valchiavenna, campodolcino, sci, montagna
17.49 del 07 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
02 #Newyearsday 2018 in Fraciscio, Valchiavenna
GEN Diario, Fotoblog, Viaggi verticali
Eravamo forse dieci anime, qualche grado sotto zero, una manciata di stelline scintillanti e un po' di neve per tenere in fresco bottiglie e bicchieri.
(Quasi) tutto quel che serve per iniziare un anno nuovo in serenità.

fraciscio1
fraciscio2
fraciscio4
Capodanno 2018 a Fraciscio, Valchiavenna
TAG: capodanno, valchiavenna, fraciscio
23.32 del 02 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
10 Heart of gold/2: ski edition
MAR Salute, Viaggi verticali, Diario
Così ho provato ad andare a fare due curve, almeno per bagnare le assi e timbrare anche la stagione 2016-2017, se non altro in modo simbolico. Missione compiuta.
Sono state due belle giornate, con tanta neve, caldo, sole, pochissima gente, quasi nessuno in giro. Mi sono reso conto di quanto ne avessi davvero bisogno solo quando ho agganciato gli scarponi agli attacchi degli sci e ho pensato che anche quest'anno era fatta, che non avrei saltato, che ero ancora in piedi e lì.

E insomma, come è andata? Il primo giorno non benissimo, probabilmente complice anche l'agitazione, qualche timore sulle mie reali condizioni, la disassuefazione alla quota, mesi di fatto di inattività totale.

Sono salito martedì sera e durante la notte avvertivo già qualche principio di fibrillazione, o almeno qualcosa che mi pareva tale. Al mattino me la sono presa con calma, son salito su col solito trenino e alle undici ero sulla neve a chiudere gli scarponi e prepararmi: pulsazioni attorno ai 140, irregolarissime, molto affanno. Mi sono preoccupato. Sono stato fermo un po' a cercar di capire come stavo, come andava. Dopo un quarto d'ora ho agganciato gli sci e mi sono deciso a muovermi davvero.
Ho sciato un paio d'ore, inizialmente molto piano, ascoltandomi. Fiato cortissimo, nervosismo. Poi ho preso via via un po' più di confidenza: la neve era bellissima, la giornata anche. Ero finalmente a casa.
A un certo punto ho provato a spingere un po' e ho tirato per cinque-dieci minuti, sciando quasi normalmente al mio ritmo consueto. E sono andato in crisi.

Per fortuna ero arrivato alla partenza di una seggiovia. Mi sono fermato per riprendermi, sentivo il ritmo cardiaco disordinatissimo, mi girava forse un po' la testa, non riuscivo a capire se era più per la preoccupazione o davvero per i battiti, che non mi sembravano molto accelerati, per quanto sicuramente assai disordinati.
Ho avuto una spiacevolissima sensazione. Frustrazione. Sono risalito con l'impianto - dovevo comunque tornare al punto di partenza - approfittandone per tranquillizzarmi e riprendere fiato, e una volta in cima, prima di affrontare le discese verso la baita dove sosto sempre a pranzo, mi sono fermato una buona mezz'ora per prudenza.
Sono stato lì, in piedi, sugli sci. Al sole. Così, a far nulla. A cercare di capirmi.
Poi, piano piano, pista, impianto, pista, baita. Pranzo. Pulsazioni irregolarissime, ma io meglio.
Sono stato quasi due ore alla baita a riprendermi prima di affrontare l'ultima discesa per tornare giù. Quando ho rimesso gli sci stavo decisamente meglio e ho deciso di fare un paio di piste in più.
Poi in hotel.

In serata la situazione è andata normalizzandosi e le fibrillazioni sono andate via via attenuandosi e scomparendo.

Il giorno dopo sono risalito, ho voluto riprovare di nuovo. Stavo bene, ho capito che non dovevo spingere. Questa volta, dopo essermi allacciato gli scarponi, avevo le pulsazioni a 98: quaranta battiti in meno del giorno precedente. Mi ha dato fiducia e mi sono avviato alla prima seggiovia.
Ho sciato di nuovo un paio d'ore, più rilassato, tranquillo, ho anche spinto un po' senza esagerare, mi sono divertito. Mi sono misurato i battiti spesso durante le soste e sono stati quasi sempre abbastanza regolari e mai sopra i 95. Gambe molli - e lo credo - in debito di ossigeno, ma tutto sommato bene, molto molto meglio.
Ho pensato che probabilmente il primo giorno hanno giocato molto il timore, l'ansia e la quota.

Il pomeriggio, rientrando a casa, la situazione si è del tutto normalizzata, battiti regolarissimi, sempre sotto i 60 a riposo, nessun disturbo, nessun malessere.
Stagione timbrata. Devo portare gli sci a rifare il fondo. Il nuovo casco mi dà fastidio. Non mollo.
La prossima settimana nuovo giro di accertamenti.

Madesimo2017
TAG: cuore, salute
15.01 del 10 Marzo 2017 | Commenti (0) 
 
20 Ritorno al Simplonpass
FEB Viaggi verticali, Amarcord
Ieri sono tornato al Passo del Sempione coi ragazzi, dopo - credo - almeno dieci anni che non risalivo da quelle parti. Ci siamo svegliati un po’ tardi, abbiamo fatto colazione, siamo saliti in macchina, autostrada per Gravellona, Domodossola, frontiera di Iselle e siamo venuti su per le gole di Gondo, fino al passo. È stato un ritorno alle origini della mia carriera di scialpinista, per mostrare loro uno dei luoghi che più amo.

Abbiamo fatto una sosta all’Ospizio per farci un panino al salame. Li fan sempre buoni come ricordavo. I panini al salame ai tavoli dell’Ospizio erano la meritata conclusione di ogni giornata trascorsa sulle nevi del Sempione.
Dovevamo partire presto da Milano, per le uscite lassù: alle cinque in macchina, alle otto colazione all’Ospizio, prima delle nove le pelli ai piedi, con temperature spesso glaciali e il vento che spazzava il passo.
Ancora peggio erano le uscite con il corso del CAI di Gallarate: la domenica mattina il ritrovo era alle otto e trenta a Rothwald, sul versante di Briga. Il sabato sera ero sempre fuori con gli amici, si faceva tardi, si beveva, si tirava l’una, le due del mattino. A quei tempi non c’era ancora l’autostrada fino a Gravellona, bisognava uscire ad Arona e fare la strada del lago, ed era infinita. Due ore di sonno, tre al massimo, poi lo zaino, la macchina e via al Sempione. Ricordo una volta che saltai la nottata: al Sempione nevicava fortissimo, la visibilità era quasi azzerata. Ero davanti ai compagni a far traccia, a un certo punto li distanziai e mi fermai un po’ ad aspettarli, lì in piedi, sugli sci. Appoggiai un istante la testa su un bastoncino e mi addormentai così. Proprio così: in piedi. La testa appoggiata al bastoncino. In mezzo alla nevicata.
Dopo qualche minuto gli altri mi raggiunsero e mi svegliarono fra le risate generali.
Poi, come sempre, giù all’Ospizio e i panini al salame.

E la domenica sera a tornar giù, poi, con quelle code di ore, che arrivavi a casa che ormai era passata l’ora di cena, e il lunedì mattina ti aspettava per ucciderti.

Così ho rimesso piede all’Ospizio, dopo tutti questi anni, coi ragazzi. Mi sono sentito strano. Mi ha preso un po’ di malinconia. Non ho riconosciuto gli ambienti all’interno, forse è stato ristrutturato, forse è solo che sono passati tanti anni.
I pendii innevati del Monte Leone, del Breithorn, del Galehorn, dello Spitzhorli, erano solcati da migliaia di serpentine perfette tracciate nella neve fresca. Siamo arrivati attorno all’una e mezza, l’ora del ritorno dalle salite del mattino. I parcheggi erano affollati (per quanto si possano definire “affollati” i parcheggi del Sempione) da dozzine di scialpinisti appena rientrati dalla loro uscita, che stendevano le pelli al sole, mettevano gli scarponi ad asciugare, si concedevano una birra e un panino.

Proprio davanti all’Ospizio ho messo per la prima volta in vita mia le pelli sotto agli sci forati, prestati per l’occasione dal mio amico e compagno di cordata Frank. Non saprei indicare l’anno esatto, era forse il 1985, o l’86. Non ricordo nemmeno se i corsi di fuoripista e sci ripido del CAI Gallarate li avevamo fatti prima o erano venuti in seguito. A quel tempo sciavo fuoripista con i K2 da slalom gigante, due assi da due metri e cinque, rigide come l’anima in titanio attorno alla quale erano costruite, perfette per il ghiaccio delle piste filanti coi pali, un inferno per galleggiare nella polvere di Rothwald.

Dopo la prima uscita al Sempione - un tentativo abortito al Monte Leone: ma quanto era lunga, diobòno, la salita al Leone? - comprai dal mio amico quel paio di vecchi Kastle da scialpinismo che mi aveva prestato e che pesavano una tonnellata. Qualche anno dopo presi i Fischer e infine i Tua Piuma, un paio di sci meravigliosi, come il loro nome.
E per quasi vent’anni praticamente non tornai mai più in pista.

Quante uscite, quanti anni, quante sveglie alla domenica prima dell’alba, che stagioni infinite. Come quella del ’94: riuscii a fare il giro completo dell’anno, dodici mesi sugli sci, dieci quattromila infilati, alcuni da solo, oltre quaranta weekend sulla neve. Da buon nerd asperger tenevo un foglio Excel aggiornato con tutte le uscite, anno per anno: segnavo la cima, la via di salita, il dislivello, il tempo di salita, il compagno di cordata, le condizioni della neve, il meteo. Devo averlo ancora da qualche parte nei meandri di questo computer, quel foglio Excel.

Sono ormai quasi dieci anni che le pelli giacciono nello scatolone del materiale da alpinismo, insieme ai miei due Arva e a tutto il resto dell’attrezzatura. Ho fatto le ultime uscite coi miei Piuma ai piedi nel 2009, le salite fantastiche al Cevedale e al Gran Zebrù. Poi i figli, le trasferte per lavoro, la vita che cambia, gli anni che passano, non sempre come te li sei immaginati nelle tue vite precedenti.

Così passeggiavo coi ragazzi attorno all’Ospizio e guardavo in alto gli ultimi scialpinisti che stavano rientrando, disegnando le loro curve nella neve farinosa e compatta, lievemente crostosa. In quota tirava vento, si vedeva, giù al passo calma piatta e caldo.
Quest’anno, per la prima volta da tutta la vita - che significa da quando avevo tre anni - non ho ancora messo gli sci e forse non riuscirò nemmeno a metterli. Forse domani il medico mi dirà qualcosa. Ho allertato un amico caro, gli ho detto di tenersi pronto, ché se mi vien dato uno spiraglio carico immediatamente gli sci sul tetto e partiamo subito per qualunque destinazione: ho bisogno della mia aria sottile, ne ho un bisogno quasi disperato.

Lì in mezzo alla neve del Sempione, con gli scarponi che affondavano rompendo la crosta sottile, mi guardavo attorno e pensavo a che ne è stato della mia vita. Com’è che non ero anche io lassù a disegnare curve su quei pendii.
È arrivata una coppia piuttosto avanti con gli anni, direi una decina più di me. Si sono fermati a pochi metri, si sono guardati alle spalle e hanno commentato la discesa appena fatta. Poi si sono levati gli sci e sono entrati all’Ospizio per mangiare qualcosa.
Che ne è stato della mia vita? Perché non sono anche io lassù in mezzo a quella neve?
Che ne è stato della vita che sognavo, che volevo, delle mie avventure, dei miei compagni di cordata, di quelle domeniche infinite che iniziavano al buio del mattino e finivano col buio della sera tardi e le gambe affaticate dalla giornata lunghissima, ma la testa libera, felice, carica?
Che ne è stato della mia collezione di cime, dei miei progetti, dei miei grandi sogni?
Dove li ho perduti? Quando è stato il momento? È davvero stato su quella cresta dei Palù, nel 2009, o è stato tutto il resto, tutto quello che è venuto prima e dopo?
Dove sono finito, io?

Trascorro mesi interi pensando spesso che non mi interessa più, che è finita, che sono cambiato io, sono cambiati i miei progetti, i miei interessi, sono passati anni. Ma non è vero.
Di tutte le cose che ho lasciato indietro e a cui ho rinunciato, di tutte le mie dimensioni, questa è in assoluto quella che più mi manca.

È strano - ma non troppo per la verità: fra le decine di migliaia di fotografie del mio archivio, ne ho pochissime dei miei anni d'oro passati a far tracce nella polvere. Solo quelle delle salite ai quattromila e poche altre. Praticamente nulla delle normali scialpinistiche domenicali.
È che non esistevano i telefonini, ancora non avevo comprato la mia prima macchina digitale compatta e di portare la reflex nello zaino tutte le domeniche, con quel che pesava, non se ne parlava proprio. Come del resto di fermarsi a far foto durante la discesa.
La portavo con me solo nelle grandi occasioni e comunque scattavo poco, ché se sei impegnato in un passaggio spettacolare e difficile, se fa molto freddo, se stai scendendo rapido o salendo col tuo ritmo regolare, col cavolo che ti fermi e tiri fuori la macchina fotografica.
E pensare che oggi esiste la GoPro. Averla avuta, quegli anni.

Così, niente. Non ho quasi nulla. Nulla del Sempione, nulla dell'Engadina, nulla della Valle d'Aosta e del Gran San Bernardo, nulla dell'Ossola, nulla dell'Oberland, nulla delle Orobie e delle Ticinesi, nulla di San Bernardino e dello Spluga.
Non rimane nulla di tutte quelle tracce che per anni ho disegnato sulle Alpi.

simplonpass3
Simplonpass, 19 febbraio 2017
Simplon1
Simplon2
Aprile 2009, in discesa dal Cevedale
TAG: simplonpass, scialpinismo, sempione
20.09 del 20 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
10 Davanti a papà
LUG Viaggi verticali, Diario
E quindi ho dovuto di nuovo modificare la mia pagina autobiografica qua dentro, ché infine, dopo anni che glielo promettevo, anche loro han portato a casa la prima vera vetta.
E a che velocità, accidenti! Son stati dentro il tempo guida, che son numeri per i grandi quelli.

Ha tirato tutto il tempo lei. Ostinata, testa alta, mai una sosta, determinatissima, sempre davanti, a volta anche di parecchie lunghezze. Hai voglia a dirle di rallentare, di conservare le forze e le gambe, di ricordarle che è ancora lunga. Non ha mollato un secondo.
Conosco bene quel passo. Anche se ormai tenerlo è un gran fatica.

Resegone2016-01
Il rifugio Azzoni poco sotto la cima del Resegone
Resegone2016-02
La croce di vetta del Resegone
TAG: resegone
22.19 del 10 Luglio 2016 | Commenti (0) 
 
19 Foto in bianco e nero e colori su neve
MAG Amarcord, Fotoblog, Viaggi verticali
Eugenio ha scovato queste in qualche armadio di casa. Nella prima foto sono senza alcun dubbio io, né si può sbagliare sul luogo: è la Cresta di Furggen a Cervinia, ai tempi in cui era ancora aperta la funivia. La seconda foto è scattata all'inizio della discesa, proprio dove sbucava il tunnel che dalla stazione di arrivo della funivia conduceva alla cresta.

Abbiamo invece impiegato un po' per riuscire a datarle, ma confrontando la mia giacca a vento con altre foto d'epoca sappiamo che sono collocabili fra il 1986 e il 1989. Nell'85 sul Gran Paradiso avevo una giacca diversa e nel '90 in Patagonia avevo già la giacca blu che ritrovo in tutte le mie fotografie fino al 1998, anno in cui mi venne regalata quella gialla amatissima che mi ha accompagnato fino allo scorso anno, attraverso mille avventure e fino in Himalaya.

Praticamente, una vita scandita dal colore delle giacche a vento che ho indossato.

Furggen1

Furggen2
Cresta di Furggen, anni '80
TAG: furggen, cervinia, sci
13.48 del 19 Maggio 2016 | Commenti (0) 
 
01 Con un inverno (troppo) caldo alle spalle
APR Diario, Viaggi verticali
Scrivo poco o nulla e avrei tanto da scrivere, sono senza lavoro da ormai tre mesi, non viaggio quasi più perché non posso, né so quando riprenderò, né posso fare progetti.

Poi torno su con loro qualche giorno e dimentico tutto il resto. Ormai van più di me: lui mi ha quasi superato tecnicamente (e non è facile, credetemi, ché son quasi cinquant'anni che sto sulle due assi, sono un'estensione naturale delle mie gambe) e lei gli va a ruota. Io arranco dietro di loro, li vedo divertirsi come matti, entrambi davvero felici, insieme, come raramente capita; vedo il loro amore per ciò che io stesso più amo e li guardo con orgoglio: qualcosa di buono, con loro, in questi anni ho fatto.
Non c'è nebbia, neve, pioggia, vento, freddo che possa fermarli, né condizione di fondo che li turbi: ghiaccio duro, sassi, neve molle, gessosa, ventata, farinosa, fresca, polverosa; non ci sono gobbe, pendenze ripide e ripidissime, canali stretti o pendii ampi, ostacoli o spazi liberi. Immersi nell'aria sottile sono a casa e non è solo neve, non è solo sci: è amore per la montagna, vero, incondizionato, in tutte le sue forme.

La sera racconto loro di alta quota, dei miei eroi, le storie con cui sono cresciuto e che fanno parte della mia vita, le avventure che io ho stesso ho vissuto per anni, e loro ascoltano catturati, fanno domande, vogliono approfondire. Quando siamo così, insieme, siamo una squadra perfettamente unita e in armonia.

Ed è tanto che vorrei, dovrei scrivere un lungo post sulla montagna. Su me e la montagna. Su che fine abbiano fatto le mie montagne, quelle che mi hanno accompagnato per anni e anni.
Chissà, magari uno di questi giorni.

TatiandI
TAG: madesimo, sci
17.47 del 01 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
02 Gennaio 2016 a duemila metri
GEN Viaggi verticali, Fotoblog
E niente, ieri nei pressi del Passo dello Spluga era così. Poi oggi ha iniziato a cadere qualche fiocco di neve, ma non è che proprio ci sia pericolo di slavine, ecco.

Splugen1
Splugen2
Lago di Montespluga (SO)
TAG: Valle Spluga, Splugenpass, Spluga
16.55 del 02 Gennaio 2016 | Commenti (0) 
 
13 Il mio mondo perfetto
LUG Viaggi verticali, Mondo piccolo, Fotoblog
Esiste.

Valnontey30
Valnontey31
Valnontey32
Valnontey33
Valnontey34
Valnontey35
TAG: valnontey, gran paradiso
15.32 del 13 Luglio 2015 | Commenti (0) 
 
Pagina successiva >>


orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2018 Orizzontintorno   |   P. IVA 09609460960   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo