Orizzontintorno Carlo Paschetto
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22 A sort of motion-selfie
APR Viaggi verticali
A Madesimo per la chiusura di una stagione straordinaria, con neve ancora spettacolare (considerato che siamo a fine aprile), il ponte di Pasqua con un sole inaspettato, Leonardo alla regia, papà in traiettoria, Carola che incrocia qua e là e skiarea della Valchiavenna (quasi) totalmente a nostra sola disposizione.

Quest'anno siamo andati tanto, siamo andati forte, siamo andati bene, siamo ormai una squadra perfettamente affiatata (nonostante la mia povera schiena ormai in sofferenza cronica).
Ormai sono io a non riuscire più a star loro dietro.

TAG: madesimo, sci
08.35 del 22 Aprile 2014 | Commenti (0) 
 
07 Sono stati grandi giorni
MAR Viaggi verticali, Diario, Mondo piccolo
Di neve straordinaria, di sole bellissimo (quando c'è stato), di nevicate bellissime e nessuno in giro (altrimenti), di grandi discese, di divertimento, di allegria, di tutti i giorni in quota.
Di allievi che, per la prima volta, han battuto il maestro nella gara di discesa dalla pista di coppa.

Prima o poi doveva capitare. Missione compiuta.

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TAG: madesimo
00.54 del 07 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
17 Back to my roots
FEB Mondo piccolo, Viaggi verticali, Amarcord
Di Andalo ho scritto in altre occasioni qua dentro. Dell'inevitabile effetto conseguente che mi aveva fatto tornarci a sciare cinque anni fa con il figlio allora cinquenne, a distanza di trent'anni dall'ultima volta, anche.

Ma ecco, ritornare oggi con entrambi i figli sulla mitica Olimpica, dopo (a questo punto) quarant'anni dal mio esordio su quella che fu la mia prima vera pista nera, e non riuscire quasi a stargli dietro da quanto me l'han fatta tirare (meno di quindici minuti per i quattro chilometri e mezzo che tormentavano le mie notti di giovane sciatore), che devo dirvi?
Poi uno dice l'orgoglio e la commozione.

Andalo2014
Sulla pista Olimpica di Andalo (che adesso si chiama Olimpionica)

Nota tecnica a margine: poi, se proprio vogliamo dirla tutta, i due famosi salti disposti a novanta gradi, dati al 65% di pendenza, perennemente ghiacciati, oggi non esistono più: li hanno evidentemente piallati; in compenso, le gobbe del lungo muro centrale ci sono ancora tutte, anche se all'epoca mi sembravano molto più grandi (o forse ero io ad essere molto più piccolo in rapporto a loro).
Sempre una gran bella pista, comunque, anche se più corta di come la ricordavo e seppure declassata a rossa, tratta centrale a parte. È pur vero che non è possibile confrontare le piste degli anni '70 con quelle di oggi: le nuove generazioni nemmeno se lo immaginano su che fondi siamo cresciuti noi (e con che attrezzatura li affrontavamo)...
TAG: andalo
12.19 del 17 Febbraio 2014 | Commenti (0) 
 
04 Roald Amundsen, 2014
GEN Fotoblog, Viaggi verticali
Madesimo2013-2
TAG: madesimo
17.50 del 04 Gennaio 2014 | Commenti (0) 
 
12 Pomeriggio a meno dieci (sulla pianura)
LUG Viaggi verticali
E insomma, saltata la tradizionale settimana in Valnontey causa bronchite estiva di Tata piccola, rimediata con qualche giorno in più di permanenza nel buen retiro elbano, rientrati a casa dunque in anticipo sul previsto, abbiamo deciso di sfuggire all'afa padana trascorrendo un bel pomeriggio a Morterone, isolatissimo e minuscolo paese disperso nelle valli lariane, dai cui prati parte il sentiero che porta in cima al Resegone.
Abbiamo trovato dieci gradi in meno rispetto alla pianura e una piacevole brezza pomeridiana che ci ha tenuto compagnia mentre intagliavamo legnetti e raccoglievamo fiori sul limitare del bosco. Una giornata serena, immersi in un silenzio quasi assoluto, rotto solo da ronzii vari, gran frinire di grilli, qualche campana in lontananza e muggiti eventuali, senza nemmeno copertura cellulare.

Morterone è uno di quei luoghi che amo da sempre e che fanno parte di me. I quindici chilometri di strada vertiginosa e strettissima che dalla Valsassina si arrampicano fino in paese, dipanandosi lungo le pendici del Resegone, offrono panorami spettacolari su Lecco e sui laghi lombardi.
La comunità locale è così isolata che l'arrivo di una macchina foresta di giorno feriale suscita ancora curiosità e ti fermano per strada per chiederti come va, da dove vieni e perché sei lì.
Il facile sentiero che porta sulla cima del Resegone, ottocento metri più in alto, parte dai prati a monte del paese. Sono circa due ore al rifugio Azzoni e alla croce di vetta, che ripagano con una meravigliosa vista a trecentosessanta gradi sulle Grigne, le Alpi centrali e la Pianura Padana.

Ci son stato solo una volta sulla cima, nell'inverno del 2006, ché con la neve e l'aria tersa è ancora più bello. Con Tato grande ne parliamo da tempo di andar su insieme: sarebbe la sua prima vera cima. Aspettiamo di vedere se Tata piccola vorrà provare ad accompagnarci, magari il prossimo anno, altrimenti tenteremo l'avventura noi due soli.
Ché ottocento metri di dislivello, per gambe piccole, son sempre una bella e impegnativa scammellata, e richiedono molta forza di volontà.

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Morterone, punto di partenza per la cima del Resegone
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Lecco e i laghi lombardi dalla strada per Morterone
TAG: morterone, resegone, lecco
15.00 del 12 Luglio 2013 | Commenti (0) 
 
20 Aletsch Arena/2
MAR Viaggi verticali
E insomma, il tempo no, non è stato particolarmente clemente, ma non ha nemmeno troppo infierito, ché diciamolo, le previsioni sembravano essere decisamente peggio. Invece il cielo ha regalato giochi di luce che, ci fossero stati una reflex come dio comanda e un buon fotografo in consolle, avrebbero dato grandi soddisfazioni, altro che un classico cielo blu, te lo dico io.
Invece no, c'erano un iPhone e un mediocre fotoblogger.

Sull'Aletschgletscher c'ero già stato almeno altre due volte dalla parte opposta, circa una ventina di chilometri lassù a monte, in Oberland, dove nasce: una volta nel '94 per salire il Mönch, che qua e là spunta all'orizzonte in alcune foto; una seconda nel 2005 per portarci Tato grande, allora unenne, alla sua prima esperienza in alta quota.
Su questo versante, qua in fondo nel Vallese, non ero invece mai stato. E lo spettacolo è forse ancor più grandioso, sebbene appaia evidente che il meglio di sé lo dà probabilmente in estate, quando l'infinita lingua di ghiaccio non è ricoperta dalla neve e si insinua fra i boschi e le morene del fondo valle. Di fatto, più Himalaya di così, fra le Alpi non è possibile.

E a star quassù mi è tornata voglia della mia aria sottile, parecchio. Ché son quasi quattro anni dacché ho appeso ramponi e picche al chiodo, e fino ad oggi rimpianti pochi, o perlomeno controllati: poca voglia di tornare a misurarmi col mio verticale, e solo e sempre più il piacere di andare per i miei monti con l'unico scopo di insegnarli ai Tati e di portarli con me.
Ma poi me ne stavo lì, sulla cima dell'Eggishorn, a guardarmi il ghiacciaio sul quale corre la via normale dell'Aletschhorn e a pensare a quanti anni l'ho inseguito per inserirlo nella mia lista di collezionista di Quattromila, e mi sembrava quasi di poterlo toccare con mano. Così mi son chiesto come mai mi trovavo lì e non laggiù, a risalire quei pendii, a tracciare la mia scia nella neve polverosa con lo zaino sulle spalle.
E qualcosa di sottilmente struggente si è un po' impadronito di me.

Dall'Eggishorn l'orizzonte abbraccia almeno la metà dei Quattromila delle Alpi: dalla catena del Rosa al Cervino, alle cime del Mischabel tutte, alla Dent Blanche. E ancora la Weissmies e il Lagginhorn, le vette dell'Oberland e il Bishorn.
E quante ne ho salite, di queste. Me ne stavo lassù a contarle, a riconoscerle una per una, a immaginarmi e a ricordarmi come ero in cima a ognuna di esse: solo soletto sulla vetta dell'Alphubel nel '96, dello Strahlhorn nel '97, della Gniffetti e della Zumstein nel '94. Col Bomba sul Mönch nel '96 e sull'Allalinhorn nel '93. Con Mauro sulla Weissmies nel 2008, il mio ultimo Quattromila...

Nostalgia a parte, l'Aletsch Arena, di per sé, alla fine è stata una scelta assai indovinata per la mia minisettimana bianca. Dopo l'esperienza di quattro anni fa alle Portes du soleil, puntavo a un altro comprensorio esteso abbastanza da consentire quattro o cinque giornate piene di sci vario, che offrisse parecchie discese impegnative e si prestasse, almeno in parte, a itinerari fuoripista.
Detto che sulle Alpi l'estensione e la varietà de Les portes du soleil non hanno in assoluto rivali, quel che mi interessava era comunque una dimensione ambientale il più umana possibile, anche a scapito delle effettive possibilità sciistiche. Qualcosa insomma di molto simile a quell'atmosfera che avevo trovato a Champery.

Inizialmente avevo preso in considerazione anche altre stazioni famose: l'Espace Killy in Val d'Isere, l'Alpe d'Heuz, Paradiski a Les Arcs, Les trois vallées (Courchevel, Val Thorens, Les Menuires e Meribel), Les 4 vallées di Verbier e, in Austria, St.Anton e il comprensorio dell'Arlberg.
Sulla carta, dei comprensori francesi sembrava salvarsi solo (forse) Val d'Isere, ma non ho trovato posto. Le altre località mi sembravano più che altro delle immense colate di cemento, grappoli di atroci condomini multiproprietà inseriti in contesti sciistici estesi per centinaia di chilometri, serviti da dozzine e dozzine di impianti e verosimilmente assordati da musica house pompata a tutto volume dai punti di ristoro. Decisamente non il mio posto.
Unica apparente eccezione, Les 4 vallées in Svizzera, che quanto a possibilità per il fuoripista mi dicono essere all'altezza di Chamonix, a fronte di un'estensione quasi infinita del comprensorio. Economicamente, però, proibitivo: perlomeno, a inizio marzo non ho trovato una sola sistemazione a meno di duecento euro al giorno, in nessuna delle quattro località servite. Una follia.

Bettmeralp e l'Aletsch Arena li puntavo in realtà da un po' di tempo, affascinato da un articolo che avevo letto su qualche rivista. Il paese, sulla carta, sembrava perfetto: isolato, a duemila metri, raggiungibile solo in funivia. Niente traffico, solo classiche casette svizzere in legno, un piccolo paradiso. Da sciare, parecchio: non quanto negli altri comprensori che avevo guardato, ma pur sempre più di cento chilometri di piste, alcune apparentemente molto impegnative. E infine, a coronamento, il panorama spettacolare sull'Aletschgletscher e su tutti i Quattromila dell'Oberland e del Vallese. Perfetto, dunque.
A Bettmeralp avevo però trovato una sola sistemazione, in un hotel piuttosto carino, ma che logisticamente non sembrava molto invitante: situato dall'altra parte del paese rispetto all'arrivo della funivia, un po' isolato.
Mi sono visto arrivare a fondo valle di sera tardi, direttamente dall'ufficio a Milano; caricarmi trolley, sacca degli scarponi e sci in spalla, e prendere la funivia. Arrivare su al buio, riprendermi tutto in spalla e attraversare il paese a piedi, per uno o due chilometri fino all'hotel, trascinando il trolley nella neve. E no, mi è un po' passata la voglia.
Così ho puntato Fiesch, all'estremità orientale dell'Arena, un piccolo paese servito direttamente dalle ferrovie del Gottardo, dal quale parte una delle funivie che porta direttamente su in quota.

Da Milano in un paio d'ore si può arrivare a Fiesch direttamente in treno, cambiando a Briga e sfruttando le coincidenze e la classica puntualità svizzera. Il servizio è perfetto.
Hotel e funivia sono a poche centinaia di metri dalla stazione, una meraviglia. Di più c'è che, volendo, si possono lasciare sci e scarponi a Fiescheralp, la stazione di arrivo della funivia a 2200m di quota, evitando così di portarseli tutti i giorni dall'albergo su e giù con la funivia. Una comodità in più che completa il quadro.

A Bettmeralp, nei giorni successivi, ci sono poi spesso passato in sci arrivando da Fiescheralp. Il paese è effettivamente bellissimo quanto surreale, con un traffico per le strade fatto solo di gente in sci, motoslitte e neonati che vengono trascinati sulle slitte, in assenza di viabilità adatta ai passeggini e alle carrozzine. L'hotel che avevo visto non era poi così lontano dalla funivia, si poteva fare.
Sciisticamente, comunque, Fiescheralp è la migliore delle tre stazioni dell'Aletsch Arena.

Da non perdere le aeree piste tracciate lungo la panoramica cresta spartiacque che si affaccia proprio sulla verticale dell'Aletschgletscher: la lunga e spettacolare nera che scende dai quasi tremila metri della cima dell'Eggishorn e le due piste lunghissime che staccano dalla vetta del Bettmerhorn, con una menzione particolare per la Tunnelpiste, la cui parte iniziale corre in un tunnel scavato nella montagna, all'uscita del quale si è attesi da un bel muro verticale, con un'inclinazione che sfiora i 40°: un salto raro per una pista battuta.
Se le condizioni lo permettono, itinerari fuoripista per tutti i gusti. Soprattutto, anche in questo caso, una bella picchiata giù dall'Eggishorn: più di mille metri di dislivello da tracciare sul versante opposto a quello della pista nera.

Infine, foto in archivio, come di consueto. Di più c'è anche qualche bella panoramica.

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Panorama verso l'Alpe Devero dalla cima del Bettmerhorn
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La spettacolare pista che scende dall'Eggishorn
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Un raggio di sole sui contrafforti del Mönch
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L'Aletschgletscher dal Riederfurka
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Self portrait in cresta al Bettmerhorn
TAG: fiesch, bettmeralp, aletsch arena, aletschgletscher
17.55 del 20 Marzo 2013 | Commenti (0) 
 
09 My new third eye
GEN Viaggi verticali
È stata una settimana piena, di sole, vento teso a raffiche anche violente, non troppo freddo, a tratti financo caldo, neve quasi bella seppur gelata a chiazze, schiena che va così così, fiato e gambe che han tenuto grazie agli ultimi quattro mesi di nuovo in strada a macinar chilometri (sì, sto continuando, pur con risultati alterni), attrezzi nuovi sotto (e) ai piedi, ché dopo più di dieci anni era anche l'ora di cambiare.
E insomma, è iniziato bene, coi Tati che quasi van più di me e non gli sto dietro, neve farinosa, a lastre di ghiaccio vetro, o fresca che sia, piste blu, rosse, o nere e anche altrove, ché ormai van giù dritti di brutto ovunque e con qualunque fondo, sole, vento e tempesta, nulla li ferma, ed è una gioia farsi tirare da loro, ora, dopo averli tirati per anni.

È stata una settimana come ci voleva da mesi, trascorsa con amici, di vita sociale al di là del Wifi, di nuove relazioni e numeri di telefono, mangiando, giocando, dormendo (sempre troppo poco).

È un anno di grandi progetti quello entrante, nessuno dei quali andrà probabilmente in porto, ma anche un po' chissenefrega. L'importante è averne, sempre: casomai rimandiamo, intanto ci ragioniamo.

E mi son fatto un regalo che avevo nella wishlist da tempo, che conto prima o poi di usare in contesti degni delle potenzialità in campo. Con Tato grande avremmo voluto provarla giù da una delle nostre picchiate preferite, ma non ci sono state le condizioni e dunque ho fatto solo qualche test ordinario in pista tanto per vedere come va, ché per il momento le pelli da scialpinismo son parcheggiate, e a occhio son quasi tre anni ormai, ché di neve adatta per un fuoripista come dio comanda non ne abbiamo avuta, e dunque.
Be', il regalo va che è una meraviglia (e si pilota pure con l'iPhone via connessione WiFi). A breve la porterò giù da qualche bella verticale che ho in programma, meteo, lavoro e schiena permettendo.

Ché vi ho detto che quest'anno ho dei progetti, no?

TAG: gopro, hero3
00.20 del 09 Gennaio 2013 | Commenti (2) 
 
16 Back (in)to thin air
LUG Viaggi verticali
E così, la scorsa settimana, i Tati ed io siamo tornati per il terzo anno consecutivo a piantar la tenda nel nostro buen retiro di Valnontey. E ogni volta che, salendo in macchina, passo quell'ultima curva prima che la strada si interrompa, proprio al confine del Parco nazionale, e i ghiacciai del Gran Paradiso mi appaiono all'improvviso, ecco, io mi sento a casa.
Io sono tornato a casa.

Sono partito senza macchina fotografica, questa volta. Avevo con me un piccolo pannello solare a cui attaccare l'iPhone (e l'iPad), giusto a sottolineare che tant'è più passano gli anni e più la tecnologia ormai mi accompagna in ognidove. E comunque a quello mi sono affidato per portarmi a casa qualche immagine anche questa volta delle nostre avventure in alta quota e, soprattutto, dei filmati di ottima qualità, ché per i video, va detto, l'iCoso è davvero spettacolare.
Per il resto nulla: lassù siamo sempre in (quasi) isolamento. Niente corrente elettrica, i nostri sacchi piuma, un paio di fornelletti per preparare la colazione e la cena, ché a mezzogiorno si va di pranzo al sacco. Poca, pochissima gente, qualche camoscio che viene a trovarci durante il giorno. Quest'anno non si è vista la nostra amica volpe che nelle scorse occasioni si era più volte intrufolata di notte sotto alla tenda per rubare un po' di cibo.
E poi lunghe camminate, i Tati sono andati a cavallo, io mi sono staccato dal mondo.
È stata anche una settimana parecchio piovosa a tratti, soprattutto di notte l'acqua e i temporali ci han dato dentro, ma la nostra tenda ha tenuto alla grande.

Valnontey ha sempre la straordinaria capacità di farmi sentire lontano anni luce da ogni altra cosa nell'universo e di comunicarmi un senso di pace assoluta. E ritornare giù in pianura è ogni volta uno strappo. Non solo per me.
Se c'è una cosa di cui sono felice è di esser riuscito in questi anni a comunicare ai Tati quel senso di libertà assoluta e di appartenenza totale a questo paradiso terrestre che questi luoghi mi trasmettono da sempre.

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Il nostro campo in Valnontey
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Valnontey e il gruppo del Gran Paradiso sullo sfondo
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Visite consuete al nostro campo...

Sono passati ventisette anni da quando nel 1985 percorsi per la prima volta questa valle per salire la cima del Gran Paradiso con Eugenio e Roberto. Era il mio primo quattromila e quanti ne sono seguiti poi, anche se ci vollero otto anni prima che tornassi a misurarmi con l'alta quota.

Gli scorsi mesi ho completato la digitalizzazione del mio vasto archivio di diapositive, che copre vent'anni di viaggi e salite alpinistiche. In attesa di rinnovare completamente l'archivio fotografico di questo sito (lavoro che, al solito, mi porterà via mesi), sono dunque potuto andare a recuperare alcuni scatti di quella indimenticabile e straordinaria avventura dei miei vent'anni.
E no, non ce l'ho una foto sulla cima. Mi fermai alcuni metri sotto, giusto il tempo di fotografare il mio amico Roberto a fianco della madonnina di vetta, ché stava per scatenarsi il temporale e dovemmo letteralmente fuggir via da quell'ammasso di cumulonembi che stava per avvolgerci.

Così, tiro fuori le foto d'archivio con un po' di inevitabile nostalgia e colgo l'occasione anche per mostrarle ai Tati.

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Il nostro campo a Valnontey nel 1985, in primo piano il titolare qui a vent'anni...
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1985, salendo al Gran Paradiso, sotto al ghiacciaio della Tribolazione
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Sotto al colle dell'Ape, io in primo piano, Roberto in testa alla cordata
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Ancora 1985, Eugenio sale gli ultimi metri a quota quattromila sotto alla cima
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La cima del Gran Paradiso

E, parlando d'alta quota, abbiamo approfittato del primo giorno di bel tempo pieno, tirato su zaini e giacche a vento e siam partiti per Chamonix, ché dopo tutti questi anni era l'ora che i Tati mettessero piede anche sul Monte Bianco, facessero il loro record di quota e respirassero a pieni polmoni quell'aria sottile che fa così parte della mia vita.
La missione è stata un successo: Tati emozionati e felici a giocare sulla neve d'estate per la prima volta in vita loro e a toccare con mano uno dei terreni d'azione preferiti del papà; tempo (quasi) splendido.

Per quanto mi riguarda, ogni volta che esco ai tremilaottocento dell'Aiguille du Midi, metto il piede sulla cresta che scende alla Vallée Blanche e vedo la traccia sul ghiacciaio che risale il fianco settentrionale del Tacul, attraversa il muro del Maudit e arriva sulla cima del Bianco, quel che provo non ho parole per.

Né ci provo, a dirvelo.

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L'attacco della cresta dell'Aiguille du Midi e le Grandes Jorasses sullo sfondo
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Mont Blanc du Tacul: son passati ormai diciotto anni dalla mia salita
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Plan de l'Aiguille, Chamonix
TAG: valnontey, aiguille du midi, plan de l'aiguille
01.03 del 16 Luglio 2012 | Commenti (1) 
 
23 La mia montagna
OTT Viaggi verticali
Ho iniziato l'anno ai piedi della mia montagna e ci son tornato oggi per farla conoscere a Leonardo e Carola.
E niente, è giusto uno scatto portato via col cellulare al termine di una bella giornata di sole e aria fredda, ché a Macugnaga eravamo già quasi a zero e gli alberi più in alto erano imbiancati dalla prima neve.

E' solo che, ogni volta che arrivo lì sotto, guardo in alto e so la mia aria sottile.
Chiudo gli occhi per un istante e son di nuovo lassù, da solo.
Diciassette anni fa.

EstRosa1
Monte Rosa, parete est
EstRosa2
Macugnaga, frazione Pecetto
TAG: monte rosa, macugnaga
23.10 del 23 Ottobre 2011 | Commenti (0) 
 
13 Back to Tara
LUG Spostamenti, Viaggi verticali
A distanza di dodici mesi esatti siamo tornati a piantare il campo base ai piedi del Gran Paradiso, nello stesso quadrato d'erba che aveva ospitato la nostra tendina un anno fa. Ché come fai a non amare fino in fondo al cuore un posto che ti accoglie così:

Valnontey 2011 02

E naturalmente, dopo un paio di infruttuosi tentativi a notte fonda, la nostra amica - la stessa che lo scorso anno ci aveva rubato lo zaino frigo, ne sono certo - una sera dopo cena è venuta tranquillamente a farsi un giro, sgaiattolandoci quasi fra le gambe, e si è fregata sotto ai nostri occhi due pacchi di biscotti freschi della pasticceria di Villeneuve.
Almeno avessi avuto il tempo di fotografarla.

Invece no. Però camosci e marmotte a palate, spesso a due passi dalle provviste, questa volta accuratamente blindate in luogo sicuro - biscotti a parte.
Meteo quasi perfetto, un solo breve temporale in una settimana, qualche sporadica goccia qua e là, tanto sole. Grigliate d'ordinanza, grazie al nuovo fornelletto comprato per l'occasione che è andato ad affiancare il cugino comprato lo scorso anno per il caffè. Fiaschetta di genepy per il papà, telescopio per Leonardo, per esplorare i cieli stellati di Valnontey (e spiare gli animali di giorno), fiori e gite a cavallo per Carola, che a quattro anni cavalca sicura il suo piccolo pony bianco lungo i sentieri del parco nazionale.

Tempo anche per lunghe camminate, ognuno col proprio zainetto, arrampicate su tutti i sassi, dighe in mezzo ai torrenti. E nottate avvolti nei nostri super sacchi piuma a ronfare, alla faccia delle ladre di biscotti.
Scendere a valle e tornare alla civiltà dopo un'intera settimana lassù è stato uno strappo assai doloroso per tutto il team, questa volta ancor più di un anno fa.

Valnontey 2011 01
Il nostro campo base a Valnontey
Valnontey 2011 03
Valnontey 2011 04
Testata di Valnontey, Gruppo del Gran Paradiso
Valnontey 2011 05
Valsavarenche
Valnontey 2011 06
Valeille, Lillaz
Valnontey 2011 07
Valnontey 2011 08
Camosci nei pressi della nostra tenda
Valnontey 2011 09
...e marmotte!
TAG: valnontey, gran paradiso, parco nazionale, lillaz, cogne, valsavarenche
20.53 del 13 Luglio 2011 | Commenti (0) 
 
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