|
|
|
|
L'ultima volta è stata quattro anni fa tondi tondi. Anche in questa occasione non può mancare Bruno e si aggrega pure Roberto. Previsioni eccellenti, freddo e vento forte in alta quota, ma la giornata terrà fino a sera. L'obiettivo, a dire il vero, sarebbe la discesa dei Petit Envers, ma all'ultimo momento ci vengono a mancare i soci chamoniard che conoscono l'itinerario e dunque si piega per il tracciato classico.
Che comunque come sempre è fantastico, per non dire che quest'anno - fra condizioni meteo ed innevamento eccezionale - è da urlo.
Sveglia alle quattro, alle otto siamo a Chamonix. Alle nove la cresta dell'Aiguille du Midi è già più affollata di una spiaggia adriatica ad agosto. Poi però la Vallée è quasi tutta per noi.
Annoto che le guide chamoniard che accompagnano giù dalla cresta cordate di dodici - DODICI! - persone, tutte con gli scarponi da sci, senza ramponi ed evidentemente alla prima esperienza in situazioni simili, andrebbero semplicemente abbattute a colpi di fucile. Oppure basterebbe semplicemente aspettare che uno qualunque di questi disgraziati scivolasse senza riuscire a trattenersi e si tirasse dietro a domino giù dall'Aiguille una di queste sciagurate cordate da cento euro tutto compreso (vedi foto qua sotto, per intenderci...).
In effetti, mentre sorpasso all'esterno in parete una fila intera di questi kamikaze per togliermi rapidamente dai guai, uno ci prova ad uccidermi: gli sfuggono dalle mani gli sci e mi si abbattono tipo sciabolata sui polpacci, proprio addosso a me, sospeso nel vuoto, in equilibrio sul pendio venti metri più in basso.
Desoleé, monsieur, mi urla. Desoleé un cazzo, direi. Per qualche secondo rimango congelato fra le raffiche di vento teso e i dieci sotto zero che vibrano sul filo di cresta. Sono immobile. Mi asciugo la goccia di sudore che alla faccia del gelo artico mi è scesa lungo la fronte, controllo di essere ancora bello saldo sui ramponi e mi levo di corsa dalle scatole.
Poi, è la fine del mondo per le successive cinque ore e per venticinque chilometri. ..
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
A contarle ci ho provato, ma non ho certezze. Ne ricordo perfettamente almeno sei, con questa, ma direi che un paio in più come minimo ci sono. Certamente, due volte dalla via invernale, l'ultima delle quali lo scorso anno, una da Mandello, perlomeno del 1982, una dal Bietti, una lungo la cresta integrale di Piancaformia ancora l'anno scorso, una dalla Via del Nevaio con Roberto, mentre da quella della Ganda son sceso almeno tre volte. Secondo me, ce n'è anche una dalla via normale estiva ed un'altra dalla Piancaformia. E farebbero otto, appunto.
Comunque, quella di sabato è di certo stata la mia prima volta in invernale vera (ché quella dello scorso anno erano invernali solo le condizioni e la via di salita, ma non il calendario!). E siccome un socio, al solito, non lo trovo, anche questa volta me la son fatta da solo, e pure a tempo record.
..
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Il Pas de Chavanette, meglio noto come "Muro svizzero", è una discesa che puntavo da tempo. Si trova nel domaine skiable de Les portes du soleil, a cavallo fra Francia e Svizzera, comprensorio di Morzine-Avoriaz-Champery. Un paradiso infinito per lo sci di qualunque natura, che comprende dodici stazioni invernali collegate da oltre seicento chilometri di piste, servite da quasi trecento impianti. Qui si trovano alcune fra le piste nere più impegnative dell'arco alpino ed alcune stupende discese classificate "orange", itinerari non battuti, ripidissimi e per gambe belle solide. Fra questi, appunto, il Muro svizzero: una discreta picchiata di un chilometro per quattrocento metri di dislivello. Pare, secondo quanto si può leggere in giro, che i passaggi a 50º non siano così rari e che in certe condizioni le gobbe nella parte alta superino i due metri di altezza.
A dirvi la verità, probabilmente complici le condizioni di innevamento stratosferiche di questa stagione eccezionale, a me non è sembrato così impressionante, tutt'altro. Se siete del ramo, per intenderci, l'attacco della Forcella Pordoi o del Canalone di Madesimo, secondo me, sono più impegnativi, non fosse altro perché più stretti. Il Muro, invece, è di fatto una parete intera completamente aperta che può essere affrontata da diversi punti con percorsi di difficoltà piuttosto variabile. Per certi versi ricorda il buon vecchio Furggen a Cervinia, chiuso nel '93, anche se in effetti è molto più lungo, ripido e sostenuto.
Comunque non c'è che dire, una bella discesa, che merita anche da un punto di vista strettamente scenografico. L'unica vera difficoltà sta nel fatto che la parete del Muro è concava, per cui dall'alto non si riesce a capire dove accidenti sia meglio passare. Andrebbe in effetti studiata dal basso prima di salire, anche perché nella parte inferiore, volendo seguire la linea di massima pendenza, ci sono un paio di passaggi obbligati fra le roccette che in discesa non si vedono e dai quali è bene non farsi cogliere di sorpresa.
Insomma, molto divertente, ma un posto dove è meglio non volare.
A parte ciò, negli oltre cinquanta chilometri concatenati ieri fra le piste del domaine, ho infilato un altro paio di discese che, pur più brevi del Pas de Chavanette, quanto a pendenza avevano decisamente di più da dire.
Meteo: martedì discreto, mercoledì sole e velato a tratti sul lato svizzero, nuvoloso sul lato francese; oggi nevica che dio la manda e non si vede un tubo: in qualche ora ne ha lasciati già giù una ventina di centimetri solo in paese, chissà in alto. Le previsioni per domani non lasciano sperare nulla di buono, ma ormai il Muro è fatto. Quindi, ben vengano cioccolata calda e pila di libri arretrati.
Albergo qui, merita in assoluto. Delle località nel comprensorio Champery è sicuramente la più carina e caratteristica; Les Crosets è un buco, Avoriaz fa schifo, Morzine non è ben collegata al domaine. Anche il panorama è decisamente migliore sul versante svizzero rispetto a quello francese. Nel caso, dunque, non abbiate dubbi.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Ad Andalo io ci sono praticamente nato. Credo se ne sia già parlato in passato fra queste pagine. Avevo pochi mesi quando i miei mi ci portarono la prima volta. Per anni ho trascorso mesi d'estate e settimane d'inverno fra queste montagne, ho imparato a sciare sulle nevi della Paganella e ad andare in montagna fra i sassi e le ferrate del Brenta, a sognare di arrampicare dormendo all'ombra del Campanile Basso. Ho conosciuto qui Cesare Maestri e nemmeno sapevo, allora, di vivere in casa di Salvaterra e Detassis.
Per molto tempo, prima ancora che scoprissi l'esistenza del resto delle Alpi e delle montagne del mondo, il mio universo verticale iniziava e finiva qui, il Brenta da una parte, la Paganella dall'altra.
L'ultima volta che ci sono venuto è stato nell'inverno del '79: esattamente trent'anni fa tondi tondi. Avevo quattordici anni e mi ero innamorato di una ragazzina di nome Lucilla che era di Mestre e, se non sbaglio, aveva un paio d'anni meno di me. La notte di Capodanno ballammo insieme, ricordo molto bene che le chiesi un bacio, ma non me lo volle dare, però mi diede la mano. Del resto io manco lo sapevo come fosse fatto un bacio e camminare mano nella mano con lei era già un mondo intero.
Naturalmente, il giorno dopo la mano lei la diede ad un altro ragazzino e mi pare di ricordare che ci piansi su parecchio.
Il punto, comunque, è che son passati trent'anni. Capite che tornarci con Leonardo, trent'anni dopo, un pochetto di impressione la fa. E ancor più impressione me la fa scendere dalle piste della Paganella con lui: quelle piste dove ho imparato io, da dove mi portava giù mio padre negli anni '70. E' un'emozione indescrivibile, temo.
Abbiamo fatto un paio di volte la Cacciatori. Be', certo non è più lei: negli anni '70 era uno strettissimo corridoio di sette chilometri tagliato nel bosco, che scendeva dalla cima della Paganella fin giù in paese; una specie di inferno di sassi, gobbe, ghiaccio, con parecchi passaggi obbligati. Ricordo che la prima volta che mio padre mi portò giù di lì avevo sette anni e la feci tutta dritta sparata a spazzaneve, senza praticamente riuscire mai a fermarmi per via del ghiaccio. Mi presi una paura micidiale e il giorno dopo non ne volli sapere di riprovarci: scoppiai a piangere su una seggiovia e mio padre dovette riportarmi a valle con gli impianti. Per poco la mia carriera sulla neve non finì proprio lì.
Oggi la Cacciatori è una stupenda autostrada piallata a biliardo, larghissima e, grazie alla stagione eccezionale, in condizioni di innevamento perfette. Sta di fatto che Leonardo, cinque anni appena compiuti, si beve i sette chilometri della mitica rossa della Paganella come fossero un bicchier d'acqua e forse fa un po' strano anche a lui pensare al suo papà da piccolo, dietro al nonno, sulla stessa pista. O forse questa storia lo ha fin troppo annoiato e a lui piace sciare e basta.
La mitica Olimpica, dove si allenava la nazionale di discesa, oggi si chiama Olimpionica ed è stata divisa in tre tronconi numerati, solo il centrale dei quali è classificato come pista nera. Nuovissime ovovie e seggiovie quadriposto chiuse hanno sostituito - chissà ormai da quanti anni - le vecchie bidonvie, la freddissima gabbiovia di Gaggia e i vecchi skilift dove mi sono fatto le ossa da bambino.
Del resto anche Andalo è irriconoscibile: perlomeno, io non mi ci ritrovo più. Non riesco più nemmeno a trovare le case dove abbiamo abitato, né alcun punto di riferimento. Vago a vuoto per il paese, cercando scampoli di vecchie immagini da raccontare a Leonardo, ma è davvero un po' come "là dove c'era l'erba ora c'è", perché in effetti - lo ricordo bene - c'erano prati a perdita d'occhio, oggi ci sono dozzine di case nuove da villeggiatura che riempiono un po' tutta la conca, alberghi, negozi, strutture turistiche ed altri inutili bla bla bla contemporanei.
Solo il Brenta è immutato. Il Campanile Basso è sempre lì: lo indico a Leonardo e glielo insegno. Gli indico anche il Pizzo Gallino, che domina il paese e che per tutta la mia infanzia è stata la montagna più alta che conoscessi, considerato che visto da Andalo svetta una spanna su tutto il resto delle montagne attorno. In realtà è molto più basso delle cime importanti del Brenta, che però rimangono in seconda linea.
Dico a Leonardo che il Pizzo Gallino è la prima montagna a cui sia stato in vetta in vita mia, ma in realtà, mentre lo dico, mi rendo conto che non solo non è vero, ma che io in cima al Pizzo Gallino non ci sono proprio mai stato, perché non c'è un sentiero che ci porta e all'epoca - con i miei - andavo ben solo per sentieri, al massimo vie ferrate.
Oh bella lì: accidenti, non sono mai stato in cima al Pizzo Gallino! Be', sarà ora che inizi a pensare di portarci almeno Leonardo.
Sul Campanile Basso, invece, ho sognato di salire per anni. Potrei quasi dire di avere inconsciamente frequentato il corso di roccia del CAI a vent'anni con il solo scopo di tornare ad Andalo e salire finalmente il Campanile Basso. Ma poi, come inevitabilmente accade, gli eventi mi hanno portato da altre parti, su montagne diverse e su altre strade, e in Brenta non sono mai più tornato. Anzi, ho lasciato ben presto la roccia per andare praticamente solo su ghiaccio e neve, verso l'alta quota, l'ambiente che mi è in seguito diventato più familiare.
Vabbè. Son passati trent'anni e sono di nuovo qui, all'ombra del Campanile Basso. Magari un giorno lo salirà Leonardo, o magari, molto più probabilmente, non gliene fregherà un accidente. E' peraltro certo che, dovesse mai capitargli, a me verrà probabilmente da piangere.
Più o meno la stessa sensazione che mi segue accompagnandolo oggi giù dalla Cacciatori.
Ecco, non è esattamente così. E' lui ad accompagnare me giù dalla Cacciatori. E faccio anche un po' fatica a stargli dietro.
 |
|
Brenta Alta e Campanile Basso da Andalo |
 |
Gruppo di Brenta dalla Paganella |
 |
|
Pizzo Gallino |
 |
Andalo, inizio marzo... a mille metri ce n'è ancora a palate |
 |
|
Leonardo sulle piste della Paganella |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
L'apertura di stagione, nel senso delle pelli di foca, quest'anno arriva tardi e dopo qualche pistata domenicale dedicata a Leonardo. Si va alla Madonna del Cotolivier, gita facile facile dalle parti di Sauze d'Oulx, interamente per boschi: più che altro, abbiamo puntato a qualcosa in totale sicurezza, considerata la quantità assurda di neve in circolazione e le condizioni del manto, con crosta ventata un po' ovunque e strati superficiali a bassa quota già rovinati dal ciclo di disgelo diurno e rigelo notturno.
Il risultato non è stato un granché. Un po', appunto, la bassa quota, un po' il bosco, un po' il tempo stupido con sole a tratti e qualche raffica di vento teso: fatto sta che la discesa è stata orrenda, con neve gessosa tipo vinavil che s'attaccava alle solette formando uno zoccolo ingovernabile. Che ti verrebbe anche da stramaledire un pochetto il dio delle nevi, se pensi che a terra ce ne sono almeno un paio di metri, apparentemente ancora polverosi, perlomeno a tratti.
Invece 'na cippa, non si va proprio, a parte Bruno che come al solito riuscirebbe a concatenare due serpentine dovesse pure sciar giù da un pendio di bostik appiccicato a un ghiaione.
Tutto sommato, comunque, importa un fico: ciò che conta è aver fatto la prima traccia anche per il 2009. Soprattutto, a poche ore dai 16km della sera precedente, corsi in 1h32'. La mezza nelle due ore è ormai a portata di mano, anzi: di gambe.
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Giornata sugli sci con Leonardo. Valsassina imbiancata da un paio
di metri di neve, roba che devo risalire indietro con la memoria di
almeno trentacinque anni per ricordarmela così. Rientro nel
tardo pomeriggio che già quasi fa buio.
E mentre ci avviamo verso l'auto, il cielo ci saluta con un tramonto
così sulla Grignetta.
Che altro?
P.S. Va da sé che il Grignone mi aspetta a breve per un'altra
salita invernale, che con una neve del genere e il vento che ha tirato
le scorse settimane non voglio nemmeno immaginare lo spettacolo delle
cornici di vetta.
P.P.S. Leonardo mi fa notare che i curvoni supervelocissimi gli riescono
però solo in discesa. L'ho rassicurato confessandogli che in effetti
è così anche per me. |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Dice Matteo, mi sembra che alla fine tu abbia ammazzato
anche questo bastardo. In realtà no, per un soffio.
Ma è stata una gran bella avventura, certamente -
a mia memoria - la più lunga, completa e faticosa
che mi sia capitato di affrontare in questi anni nella mia
collezione
di 4000. Per dire, sono rientrato da quattro
giorni e ancora non cammino: non tanto per il mal di gambe
- anzi, quelle sono sorprendentemente a posto, potrei andare
tranquillamente a correre, segno che tutto l'allenamento
di questi mesi a qualcosa è pur servito - ma per
i miei poveri piedi, completamente devastati da ore ed ore
di cammino e migliaia di metri di dislivello macinati con
gli scarponi nuovi.
Piz Bernina, dunque, 4.049 metri, unico quattromila
della Alpi Centrali. Inseguito da
settimane, una partenza rimandata tre volte. Un
conto in sospeso da più o meno una dozzina d'anni,
o forse più, quando con Bruno feci un tentativo primaverile
interrotto alla Capanna Marinelli, a quota 2.800 scarsi,
a causa di una bufera di neve. Una notte trascorsa in rifugio
a sperare che il meteo migliorasse e poi, il mattino seguente,
la resa. Da allora, di tanto in tanto, mi guardo quell'unica
foto che scattai all'epoca e so che la partita è
ancora aperta.
Questa volta sono con Mauro, con cui ho salito la Weissmies
il mese scorso. Mi sono trovato bene, adesso ci conosciamo
un po', voglio quindi rinnovare il sodalizio. Durante il
viaggio mi dice che ha letto quello
che ho scritto a proposito della nostra salita alla
Weissmies. Dice, le gambe sono le tue, lo zaino te lo
porti tu, non è questione di guida o meno. Vero,
com'è però del resto vero che legarmi a lui
e poter fare totale affidamento su una guida mi scarica
(quasi) del tutto la testa di ogni responsabilità
ed ansia. Diciamo, se Mauro mi passa la metafora ovviamente
eretica, che c'è un po' la differenza fra il salire
un ottomila con l'ossigeno o senza.
Però una cosa è vera e devo riconoscerla.
Se sommo tutto, a salire con lui mi diverto e il motivo
è semplice: la testa più libera mi consente
di godermi molto di più i piaceri dell'ascensione.
Credo che questo compensi in buona parte l'evidente aiuto
nell'eventuale successo sulla cima e poi, a dirla proprio
tutta: ma che differenza (mi) fa legarmi a Mauro o, comunque,
ad un socio molto più esperto - come mi accade nella
maggioranza delle occasioni? Tanto a) non sono più
o meno bravo a seconda di quanta (inutile) ferraglia porto
attaccata all'imbragatura e b) salite solitarie di questo
tipo, come dieci e più anni fa, non ne faccio più,
ed è molto meglio così.
Insomma: salire con Mauro mi piace. Imparo, mi diverto,
sono tranquillo.
Piz Bernina: di norma si sale dal versante svizzero partendo
dall'arrivo della funivia del Diavolezza, a quota tremila,
e pernottando al rifugio Marco e Rosa, tremilaseicento metri
circa. La salita dal versante italiano è invece un'avventura
quasi d'altri tempi, come sulle Alpi è sempre più
difficile viverne: non ci sono impianti di risalita, non
c'è copertura del cellulare, l'ambiente del circo
glaciale di Scerscen è meravigliosamente selvaggio
ed isolato. In due giorni, al di sopra dei duemilaottocento
metri di quota, incontreremo solo una persona il primo giorno
ed un paio il secondo.
Dislivelli importanti: si lascia l'auto ai margini di un
bosco, a quota 1.930 metri. Sviluppo dell'itinerario, infinito:
chilometri di valli silenziose, due passi da scavalcare,
la Bocchetta delle Forbici a quota 2.636 ed il passo Marinelli
Occidentale a quota 3.014, ed ogni volta si ridiscende un
pezzo, perdendo irrimediabilmente un po' di quella quota
faticosamente guadagnata.
Tre rifugi lungo il percorso di salita. Al Carate, poco
sotto alla Bocchetta delle Forbici, arrivi in due ore e
mezza circa e dopo esserti lasciato alle spalle i primi
settecento metri di dislivello, il che ti dà anche
la misura di quanto sia distante dal parcheggio dell'auto,
considerato che mediamente si sale fra i trecento e i quattrocento
metri l'ora. Poi, la Capanna Marinelli, a più o meno
duemilaottocento metri: in teoria sono solo duecento di
dislivello dal Carate, in realtà devi scollinare
la Bocchetta delle Forbici, scendere un pezzo, percorrere
con un ampio cerchio la valle di Scerscen e infine risalire
il sentiero a tornanti che si arrampica fino al rifugio:
in poche parole, almeno un'altra ora e mezza. E fra una
cosa e l'altra sei già a quattro dall'auto. Se non
hai fatto pausa al Carate per riposarti, naturalmente.
Di solito la gente si ferma qui alla Marinelli: ne ha abbastanza
e si riserva per il giorno successivo il tentativo al Bernina,
dal quale mancano ancora più di milleduecento metri
di dislivello, lo scavalcamento del Passo Marinelli Occidentale
e - manco a dirlo - chilometri in orizzontale per attraversare
il ghiacciaio di Scerscen. Mauro ed io, invece, proseguiamo:
vogliamo tirare fino al rifugio Marco e Rosa, in cima alla
spalla del Bernina, a quota 3.597, in modo da dormire il
più in alto possibile e, il mattino dopo, svegliarci
a soli quattrocentocinquanta metri dalla cima del Bernina.
Sono già le 14.30 quando ci lasciamo alle spalle
la Capanna Marinelli, nel cielo si addensano grossi cumulonembi
neri: terrà il tempo? La Marinelli è peraltro
deserta: spieghiamo alla biondina che la custodisce che
proviamo a salire fino al Marco e Rosa e che caso mai, dovessimo
rinunciare, ci vediamo più tardi. Ma io so già
che se non dovessi raggiungere il Marco e Rosa l'indomani
non avrei più le forze per tentare la cima da quaggiù:
siamo troppo lontani e troppo in basso. Quindi, nonostante
sia già stanchissimo, per quanto mi riguarda la direzione
è una sola: su.
Arriviamo al Marco e Rosa alle 18.40, immersi nelle nuvole,
con quasi milleottocento metri di dislivello alle spalle
dal punto in cui abbiamo lasciato l'auto e dopo aver risalito
i trecento metri finali a 45° (Mauro: dati guida CAI
;-)) del canalone di Cresta Guzza, evitando anche qualche
scarica di sassi e scavalcando un paio di crepacce terminali.
Dire che sono un uomo distrutto non rende l'idea: ho impiegato
due ore solo per salire gli ultimi duecento metri, dieci
passi e soste di due o tre minuti alla volta per riprendere
fiato, manco fossi sulla cresta finale dell'Everest. Non
ho più un briciolo di energia, di forza, di nulla,
nemmeno di capacità di intendere e volere. Ho impiegato
otto ore e mezza per arrivare fin quassù e l'unica
cosa che riesco a pensare è che mi viene da vomitare,
che i piedi mi fanno un male boia e che le gambe se ne sono
belle che andate. Altro che salire in vetta: dove diavolo
trovo le forze per ridiscendere, domani?? Ma dov'è
andato a finire tutto l'allenamento di questi mesi?
 |
|
Piz Roseg
e Scerscen dal passo Marinelli Occidentale
|
 |
|
Il titolare
qui sul ghiacciaio di Scerscen
|
 |
|
Mauro sulla
spalla del Bernina
|
 |
|
In cima alla
spalla del Bernina, presso il Marco e Rosa
|
 |
|
La vista sullo
Scerscen e sul Disgrazia dal Marco e Rosa
|
Il panorama dal Marco e Rosa è spettacolare. Sotto
di noi, verso sud, la spalla a fianco della quale siamo saliti
precipita per cinquecento metri sui ghiacciai di Scerscen.
Sull'orizzonte, il gruppo del Disgrazia. Dietro il rifugio,
nascosta, la cima del Bernina. E poi la vista spazia sulla
Cresta Guzza, proprio sopra le nostre teste, e sui Pizzi Zupò,
Argent, Bellavista, fino ai Palù. Un circo glaciale
impressionante.
..
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Alla fine il conto è chiuso. Un inseguimento durato
quattro anni, con accanimento: la frustrazione
del 2005, l'amara sconfitta
del 2006 (il destino: quasi nello stesso giorno
del successo di quest'anno) e la prospettiva di una nuova
rinuncia solo pochi
giorni fa. Il primo obiettivo, vero, di stagione
finalmente centrato. E, soprattutto, il mio ritorno in vetta
ad un quattromila,
a ben undici anni di distanza dall'ultimo centro. Volendo,
ci sarebbe di che essere ben felici.
Per riuscirci ho dovuto cambiare strategia. Al diavolo i
weekend e le speranze di infilarne uno con il meteo ottimale:
ho approfittato della prima finestra di tempo stabile, lunedì
e martedì, zaino pronto e via. E, non potendo a questo
punto far conto su nessuno dei miei vecchi e nuovi soci
di cordata, mi sono cercato una guida alpina, che ho trovato
nel buon Mauro Scanzi.
Solo una volta, anni fa, mi ero affidato ad una guida per
andare a fare qualche scialpinistica e conservo un bel ricordo
di quell'esperienza. Certo, salire con una guida ti cambia
completamente le carte in tavola, soprattutto psicologicamente,
ti puoi concentrare esclusivamente sui piaceri della salita,
dimenticarti qualunque pericolo: crepacci, temporali, scariche
di sassi e ghiaccio. Un bel vantaggio. Ti leghi a lui e
lui pensa a tutto il resto: tu devi solo star dietro al
suo passo, che peraltro lui adatta il più possibile
al tuo, puntando al compromesso ideale fra l'esigenza di
correre in certi tratti per evitare problemi e il non sfiancarti
per riuscire a portarti fino in cima. In qualche modo spoglia
quasi del tutto il tuo contributo alla salita: tu devi solo
metterci le gambe, i polmoni e una versione minimal basic
delle tue capacità tecniche; per contro, impari molte
cose e ne ripassi mille altre che avevi scordato del tutto.
E comunque le gambe e i polmoni sono i tuoi, e i ramponi
che mordono il ghiaccio pure.
Mauro è un tipo tranquillo e alla mano, preciso,
puntualissimo, che ti mette perfettamente a tuo agio. Un
vero professionista della montagna. Le quattro ore di viaggio
verso Saas Grund sono un'ottima occasione per imparare a
conoscerci e per raccontargli com'è che le nostre
strade si sono incrociate. E di nuovo, a due anni precisi
di distanza, rieccomi ai tremilacento della Hohsaas, sotto
a quella maledetta parete nord ovest della Wiessmies che
ormai conosco come le mie tasche. La serata è calma,
serena, irragionevolmente calda considerata la quota. Non
c'è un alito di vento ed alle otto di sera, davanti
al ghiacciaio, si sta in maglietta.
Studio la parete. La traccia di salita quest'anno passa
molto più a destra di come la ricordavo. Vedo il
punto dove Bruno ed io ci arrendemmo due anni fa, poco sotto
alla spalla. Il ghiacciaio ad occhio sembra ancora più
sconvolto e, soprattutto, la nuova traccia mi sembra parecchio
ripida e molto esposta: se scivoli, e nessuno ti trattiene,
ciao. Ma questa volta sono con Mauro, non devo preoccuparmi.
 |
|
La parete
nord ovest della Weissmies al pomeriggio...
|
 |
|
... ed al
tramonto
|
 |
|
Particolare
della spalla con la traccia di salita in evidenza
|
La sveglia è alle 3.45, quasi un'ora in anticipo
rispetto al 2006. Mauro vuole partire con il buio, arrivare
in vetta prestissimo ed essere di ritorno al rifugio il
prima possibile, per evitare di attraversare il ghiacciaio
quando è già illuminato dal sole. Mi fa lasciare
giù praticamente l'intera mia attrezzatura, moschettoni,
cordini, chiodi da ghiaccio: pensa a tutto lui. In qualche
modo mi sento nudo e completamente nelle sue mani. Mi passa
il capo della corda con il nodo già pronto: la lego
all'imbragatura e so che quello che dovrò fare sarà
solo mettere un passo davanti all'altro, ricalcare le sue
orme. Mi piace? Non lo so. Certo mi libera praticamente
del tutto dalla mia solita ansia ed è quasi certo
che in vetta, oggi, arriverò. Il cielo è stellato
e sereno, la temperatura sempre innaturalmente alta, certo
ben sopra lo zero. Non ho mal di testa, stanotte - questa
notte che ancora non è finita - non ho patito la
quota, salvo il fatto che praticamente, come al solito,
non ho chiuso occhio, ma mi sono riposato e il cuore batte
solo una decina di volte in più al minuto. Poiché
è martedì, non c'è praticamente nessuno,
solo un paio di altre cordate che partono più o meno
insieme a noi. Tutto è fermo, tranquillo, immobile.
Accendiamo le lampade frontali e scompariamo sul ghiacciaio,
avvolti dal buio. Mi immagino osservarci dall'esterno, dalle
finestre del rifugio: due puntini luminosi che si muovono
in lontananza all'ombra della parete della Weissmies, leggermente
rischiarata dalla luna. C'è un qualcosa di mistico
e surreale in tutto ciò. - Va tutto bene, Carlo?
- Sì Mauro, andiamo...
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
La giornata non è delle migliori, ma sembra concedere una
tregua di qualche ora a questa infausta stagione delle pioggie.
Così, complice il fatto che funivie e rifugi in alta quota
sono per il momento tutti
in pausa stagionale (perlomeno quelli che mi interessano),
decido di continuare la mia preparazione tornando in Grigna, questa
volta per il versante settentrionale. Saliamo per la bella e lunga
cresta di Piancaformia e scendiamo per la via della Ganda, un anello
che in anni passati ho già fatto un paio di volte: con me,
Francesco, Massimo e Roberto, che a quasi 78 anni ha ancora un passo
al quale non è banalissimo tener dietro. Per la cronaca,
Roberto ha salito la Grigna la prima volta settantadue anni fa.
In alto c'è ancora parecchia neve e la giornata non è
proprio caldissima, con il sole che va e viene ed un bel po' di
nuvoloni neri che vengon su dal versante meridionale. Insomma, non
sai se salire in maglietta, con il pile, o prepararti a tirar fuori
la giacca impermeabile, sei sempre lì a mettere e togliere,
sudi come una fontana e congeli appena si alza un filo d'aria fredda.
Quel che è certo è che i guanti sono in fondo allo
zaino e traversare il nevaio del canalone sommitale piantando le
mani nude nella neve per non scivolare (perché non ho portato
la piccozza??) non è esattamente piacevole.
Comunque oggi non sono particolarmente in palla e salgo in un tempo
più o meno normale, più lento di un
mese fa. L'allenamento di questi mesi continua però
a dare i suoi frutti e in discesa riesco a correre per lunghi tratti,
sia sui pendii di neve, sia lungo il sentiero: erano parecchi anni
che non avevo più le gambe per reggere una discesa ad un
ritmo simile e che del resto nemmeno osavo provarci, non fosse altro
per non farmi male. Ancora il mese scorso avevo impiegato una vita
per tornar giù e peraltro abbattere i tempi di discesa è
uno degli obiettivi chiave di questa preparazione, perché
mi servirà eccome.
A proposito: da un po' di giorni sono nuovamente afflitto da una
bella tendinite, questa volta ad entrambi i talloni. Correre quattro
frazioni da dieci chilometri la scorsa settimana, forse, non è
stato del tutto salutare e ho il sospetto che questa discesa dalla
Grigna non mi abbia fatto benissimo.
 |
|
Cresta di Piancaformia
e canalone nord della Grigna
|
 |
 |
|
Il titolare qui sulla
cresta di Piancaformia
|
 |
|
Nel canalone sommitale
|
 |
|
Francesco e Roberto
(77 anni...) nel canalone
|
 |
|
Di nuovo in vetta...
|
 |
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Se ben ricordo, la mia prima volta in cima alla Grigna è
del 1982. Avevo diciassette anni e salii con un amico dalla mitica
ed inesorabile via di Mandello, una mazzata di quelle che giusto
a quell'età puoi permetterti: sono più o meno duemila
metri di dislivello, su per canaloni, pietraie e ghiaioni, fino
alle catene terminali che conducono in vetta. Roba che poi ti devi
fare di olio canforato per una settimana prima di riuscire a camminare
nuovamente come un cristiano normale.
Da allora ho un po' perso il conto delle volte che sono risalito,
credo ormai per tutte le vie possibili. L'ultima volta, ad occhio,
sette od otto anni fa. Se non sbaglio l'ho già scritto da
queste parti: la Grigna è casa mia, qui è il mio piccolo
paradiso ed il mio Himalaya privato, ne conosco (quasi) ogni angolo.
Però la via classica invernale, la diretta per il paretone
est, no, per un motivo o per l'altro non l'avevo ancora salita.
Fino a sabato. Sveglia alle cinque: si preannuncia una giornata
bellissima, dalle finestre di casa la grande parete orientale completamente
innevata della Grigna Settentrionale è già illuminata
sull'orizzonte e si sta tingendo di rosa. Alle sette e trenta sono
all'attacco, pronto a misurarmi con i milleseicento metri di dislivello
che mi separano dalla vetta e a verificare finalmente, e un po'
seriamente, il mio stato di forma: sono anni che non oso nemmeno
provare a spararmi un dislivello del genere.
Sono da solo oggi e nonostante la Grigna sia di solito affollata
in qualunque stagione come la spiaggia di Rimini ad agosto, soprattutto
lungo le vie normali di salita, sarà perché è
sabato, sarà perché c'è il ponte del primo
maggio, ma i primi ottocento metri me li faccio davvero in solitudine
quasi assoluta, a parte un paio di persone che stanno salendo una
mezz'ora avanti a me. E, per una volta, questa salita solitaria
me la godo proprio tutta: completamente libero, in silenzio, al
mio passo, che procede più spedito di quanto sperassi.
Alle otto e trenta sono già al Pialeral: seicento metri in
un'ora, un record per me. Una breve pausa, più che altro
per bere un sorso d'acqua e per togliermi di dosso lo wind-stopper prima
di iniziare a liquefarmi, ché inizia già a fare un
caldo boia. Si può quasi salire in maglietta,
nonostante i millequattrocento metri di quota di prima mattina. Poi riparto,
altri quattrocento metri a ritmo più tranquillo ed alle nove
e trenta, due ore dopo la partenza, ne ho già mille di dislivello
sotto di me.
Sono adesso a milleottocento metri di altitudine ed inizia la neve.
Perché il bello della faccenda è che quest'anno la
via invernale è ancora carica, ma proprio carica di neve
come fossimo a febbraio, e le famose cornici della cresta sommitale
sono ancora lassù in alto in bella evidenza che mi aspettano.
Dunque crema solare, ché adesso picchia forte, ramponi, bastoncini
da sci, e di nuovo in moto. Voglio forzare l'andatura, anche perché
ora inizia la parte tosta: altri quattrocento metri di dislivello
dritti in piedi, su per la parete di neve molle, in pieno sole.
Una specie di fornace che ti cuoce a fuoco lento, e infatti impiego
quasi un'ora e mezza ed un paio di litri di provvidenziale integratore
salino per riuscire a sfangarla. Sbucato sulla cresta sommitale,
il panorama finalmente si apre ed è bellissimo: le cornici
di neve che orlano tutta la sinuosa cresta nordest fino alla cima
sono belle come avevo visto mille volte nelle fotografie.
Altra breve sosta, qualche foto. Do fondo alla mia scorta di liquidi:
praticamente bevo e sudo quello che mi sono bevuto in tempo reale.
Infine ancora venti minuti, e sono in vetta.
Non c'è un alito di vento, l'aria è immobile. Sono
le 11.50: c'è un po' di foschia ora, e il cielo è
appena velato, ma l'orizzonte è perfettamente circolare attorno
a me ed io sto bene. Sono felice quassù. Stanco, ma non esaurito.
Contento di me stesso, perché adesso vedo finalmente i risultati
di questi tre mesi di allenamento. Soddisfatto di questa salita
compiuta da solo con me stesso, di questa lunga cornice terminale
che ho seguito in completa solitudine affacciandomi di tanto in
tanto sul vuoto sottostante, di questa confidenza che piano piano
sto ritrovando: due salite solitarie in questa stagione, la voglia
ritrovata, il mio cielo.
Quassù sono finalmente tornato a casa.
 |
|
Sulla parete est della
Grigna Settentrionale
|
 |
 |
|
La cresta sommitale
|
 |
|
La cima della Grigna
Settentrionale dalla cresta nordest
|
 |
 |
|
Il titolare qui, verso
la cima
|
 |
|
In vetta
|
 |
|
La Grignetta dalla
cima della Grigna Settentrionale
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|