Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 Il ragazzo ha stoffa (e la mia imbragatura)
SET Viaggi verticali, Mondo piccolo
Leonardo-bobbio-2
Leonardo sulla Falesia delle Marmotte (LC)
01.07 del 13 Settembre 2010 | Commenti (0) 
 
04 Into the wild
LUG Viaggi verticali
Ieri notte una volpe si Ŕ infiata nella nostra veranda passando sotto al sovratelo e si Ŕ portata via lo zaino frigo - chiuso! - con dentro un panino alla mortadella e il mio storico coltellino svizzero che mi seguiva da almeno trent'anni.
Almeno il coltellino poteva restituirmelo.

Questa mattina a colazione sono venuti a visitarci un paio di camosci. Ci hanno guardato per un po', li abbiamo guardati per un po'. Poi hanno proseguito il loro giringiro per il bosco.

Stasera, mentre avevamo il latte a scaldare sul nostro fornellino, un'altra volpe (la stessa?) ci Ŕ sfilata rapida sotto agli occhi e quasi fra le gambe. Io e Leonardo ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere: chissÓ cosa stava andando a rubare.

Stambecchi no, non ne abbiamo visti: pare che negli ultimi anni si siano ritirati pi¨ in alto.

Carola oggi ha voluto risalire il ripido sentiero per la cascata portando il suo zainetto. Ho dovuto insistere parecchio prima di convincerla a cedermelo e a lasciare che glielo portassi io.

E insomma, domani si smonta il campo base. E ci dispiace un bel po'.
TAG: valnontey, gran paradiso
23.38 del 04 Luglio 2010 | Commenti (1) 
 
04 Panta rei os potam˛s
LUG Viaggi verticali
Sono passati venticinque anni tondi tondi dall'ultima volta che ho messo piede qui. Fu in occasione del mio primo, indimenticabile, 4000: a far mente locale mi sembra una vita e in effetti lo Ŕ. Avevo una piccola canadese blu ed arancione, che fra l'altro era giÓ stata con me a Capo Nord e in parecchie altre zingarate.
In mezzo ce ne sono state altre, pi¨ tecniche e moderne, ma al nostro leggendario campo base di Valnontey non ero pi¨ tornato.

Oggi Ŕ un grande igloo con un po' di veranda. Abbiamo il nostro fornelletto con pentole e pentolini, una ghiacciaia, sacchi piuma leggeri ultratecnici e posso perfino bloggare direttamente dalla tenda grazie ai miracoli della tecnologia 3G. Epper˛ la cascata di fronte a noi Ŕ sempre quella di allora, i ghiacciai del Gran Paradiso dominano sempre lo sfondo della valle, i grandi massi erratici riempiono ancora il fondovalle lungo il torrente e volpi, camosci e stambecchi gironzolano sempre attorno alle tende, senza farsi troppo notare.

Venticinque anni fa ero qui con Eugenio e Roberto. Oggi sono qui con i miei due cuccioli. Lo stesso quadrato d'erba per la tenda, gli stessi sentieri, tutto esattamente come allora. Domani ci raggiungerÓ anche Eugenio, che qui non ha mai smesso di tornare.
E insomma, ci son cose che danno un senso ad una vita intera.

Valnontey 1
Valnontey, venticinque anni fa
Valnontey 2
Valnontey 3
Valnontey 4
Valnontey, oggi
TAG: valnontey, gran paradiso
00.26 del 04 Luglio 2010 | Commenti (0) 
 
20 Since 1981
GEN Diario, Viaggi verticali
Ieri sera ho attaccato il trentesimo bollino sulla mia tessera CAI.

E ho pensato che son vecchio.

09.44 del 20 Gennaio 2010 | Commenti (0) 
 
05 Due e duecentoquarantanove
GEN Mondo piccolo, Viaggi verticali
Due anni dopo tondi tondi, primato frantumato grazie allo spirito di emulazione, per cui se lo fa il fratellone allora non si vede per quale ragione si debba rimanere ai margini a far da spettatori, ché non è vero che sono piccola!
Nel frattempo, il fratellone di cui sopra sfreccia instancabile per piste di ogni ordine, grado e fondo, fiero del suo casco dei Gormiti e delle stellette d'ordinanza appuntate sulla giaccavento.

Io mi faccio di Vòltaren, indosso un'appposita armatura regg'in-piedi e ringrazio le mie mezze maratone. Le pelli, quasi quasi, quest'anno non so. Si vedrà, ché c'è da tirar su le nuove leve.

Esordio per Carola sulle piste di Valdidentro
23.59 del 05 Gennaio 2010 | Commenti (0) 
 
23 La recherche/9: season end
AGO Viaggi verticali
E comunque, alla fine, anche per quest'anno Lyskamm e Bianco in fondo al cassetto. A parte le ultime disavventure, un po' ci si è messo di mezzo il lavoro a fine luglio, un po' è mancata proprio la testa - e non c'è nulla da fare, e un po' ci si è messo di mezzo anche il mal di schiena che mi ha tormentato tutto agosto.

Fra l'altro, l'unico giorno verso fine luglio che avevo disponibile e nel quale avevamo programmato con Mauro il tentativo al Lyskamm, alla fine ci ha fregato il brutto tempo e non siamo nemmeno partiti da casa.

Non finisce qui, comunque. Appuntamento al 2010. Una volta di pi¨.
01.09 del 23 Agosto 2009 | Commenti (0) 
 
08 La recherche/7: Piz Pal¨ ridge (was: Bernina 3rd attempt)
LUG Viaggi verticali
A parte tutto ciò che segue, la sintesi è che anche il mio terzo tentativo al Bernina è andato a vuoto, il secondo in due anni consecutivi.

***

Sin dall'alba, quella di martedì 30 giugno è una gran bella mattinata ai tremilaseicento metri del Marco e Rosa. Molto fredda e ventosa, ma bellissima. Il sole tinge di rosa i ghiacciai e le pareti tutto attorno. Dalle finestre l'orizzonte è infinito. Chissà quattrocentocinquanta metri più su.

Alle sette e trenta del mattino al rifugio non c'è più nessuno da un pezzo e del resto ieri sera eravamo solo in otto a cena. Mi aggiro in ciabatte per la sala guardando i poster alle pareti. Non ho chiuso occhio tutta la notte: di fatto, fra una cosa e l'altra, sono sveglio da ventisette ore. Definitivamente in piedi dalle quattro e trenta, l'ora alla quale avevamo puntato la sveglia per la salita di oggi.
Loro, infatti, stanno salendo. Fatti due conti, probabilmente a quest'ora dovrebbero essere sulla cima.

Il Bianco si aggira con un cacciavite in mano. Mi guarda. - "Il Bernina non mi ha voluto nemmeno questa volta", gli dico.
Sorride. -"Sei tu che non hai voluto il Bernina", mi risponde, e riprende a lavorare a quelle apparecchiature per attrezzare il nuovo ponte cellulare del rifugio.
L'elicottero appare all'improvviso dal basso ed è sempre spettacolare vederne le evoluzioni fra le pareti di roccia e ghiaccio, l'atterraggio, preciso, sulla piattaforma sospesa nel vuoto. Scendono un paio di guide, un tecnico, un ragazzino, probabilmente il figlio. Si abbassano sotto alle pale che ruotano velocemente tagliando le raffiche di vento gelido, scaricano gli zaini, salutano il pilota e corrono verso l'ingresso del rifugio. L'elicottero riparte subito, tuffandosi nell'abisso del canalone di neve e ghiaccio sotto di noi. Da quell'abisso eravamo saliti lo scorso anno, Mauro ed io. Oggi - anzi, ieri - siamo arrivati da un'altra via.

Così sono nuovamente qui, al rifugio Marco e Rosa, un anno dopo tondo tondo. C'è sempre il Bianco a fare il padrone di casa. L'orizzonte è il medesimo di un anno fa. Il Bernina, poco sopra di me, pure.
Poco sopra: quattrocentocinquanta metri da qua per l'esattezza. Una sciocchezza in confronto ai milleottocento che mi separano dal parcheggio dove ieri ho lasciato l'auto, giù in basso.

E' tutta la notte che non ho altro in testa. E' tutta la notte che me lo dico e che sono fermo nella mia decisione: questa volta non scenderò di qua con le mie gambe, mi faccio portar giù dall'elicottero e stop. Non mi importa quanto costa. Pago. Non mi importa più nulla del Bernina, non mi importa più nulla di tutto questo a dire il vero. E' finita, basta. E' venuta l'ora di appendere definitivamente gli scarponi al chiodo.
Basta con i soliti programmi che faccio tutti gli anni, vecchi sogni di ragazzo che mi illudo ancora di poter inseguire. Di avere il tempo, il fisico, ma soprattutto la testa per poterli realizzare davvero. Tutti gli anni la stessa, ormai noiosa, storia. Ultimamente, poi, sembra essere diventata un'ossessione, come se il tempo mi sfuggisse sempre più dalle mani e io cercassi di rimanergli attaccato ad ogni costo, il perché nemmeno lo so più.
Tutti gli anni a far piani: prima due o tre quattromila tanto per far gambe, numero e quota. Chessò, il Bernina, il Lyskamm, il vattelapesca che ancora mi manca. Poi si chiude la stagione a luglio salendo finalmente il Monte Bianco, cancellando dalla lista questo maledetto sogno che mi porto appresso da non mi ricordo più nemmeno quando.

Eccerto: il Monte Bianco solo come aperitivo, poi. Perché si sa, la mia ambizione va molto più in là, i miei sogni mi portano ben oltre. Sono due anni almeno che la mia testa lavora già all'Elbrus, e magari poi a tre o quattro delle Seven Summit. Ché c'ho quarantaquattro anni, accidenti, e se non ci do dentro adesso allora è mai più, ormai.

Però alla fine il punto è sempre lo stesso ed ogni anno si ripete inesorabilmente: i miei programmi sono sempre più pie illusioni e tutto va regolarmente a puttane. Non ne faccio un tubo.
Ché non basta mettersi all'improvviso, a quarant'anni suonati, a correre la maratona (la mezza, vabbè...) come un invasato. Non basta centrare nuovamente - grazie all'aiuto di una guida - un facile facile quattromila, dopo dieci anni di assenza dall'alta quota. Non basta aver salito un paio di volte la Grigna da solo negli ultimi mesi, o aver fatto un paio di banali, e peraltro corte, scialpinistiche in più rispetto alla media degli ultimi anni - leggi, zero.
Il punto è che dieci anni fa in montagna ci andavo davvero - e fra l'altro sarebbe anche ora che imparassi a contare: non sono più dieci, sono dodici, tredici... quindici, a ben vedere... La carrellata massima, il mio grande slam di quattromila, dieci in una stagione, la metà dei quali saliti da solo, è del 1994. In che anno siamo?

Il punto è sempre il solito: tutti questi anni di quasi totale inattività, perlomeno di inattività ad un livello essenziale minimo amatoriale, hanno minato la mia preparazione ineluttabilmente. Io non sono più abituato: non all'ambiente, non all'esposizione ai pericoli oggettivi, non al vuoto, non alle condizioni mentali, psichiche e fisiche necessarie ad affrontare anche le salite più elementari. Perlomeno, elementari dal punto di vista di un alpinista amatoriale con un'esperienza sufficiente alle salite classiche sulle Alpi.
Non ci sono più abituato, ebbasta dài! E dunque, è molto semplice: ormai, quando mi capita di provare a fare davvero qualcosa, ho paura. Non mi diverto più, non sono sereno. Sono sempre un fascio di nervi tesi, ogni volta a chiedermi perché son lì, perché lo sto facendo, perché ci sono cascato di nuovo. E il fatto di essere legato ad una guida non migliora le cose (senza, peraltro, a questo punto non mi passerebbe più nemmeno la testa di provarci).
Devo piantarla di raccontarmi balle, di sognare come un ragazzino, di perder tempo dietro a 'ste stronzate per mesi per poi trovarmi ogni volta a combattere con la tensione, la paura, la stanchezza infinita, la demotivazione improvvisa e totale, e sempre la solita stramaledetta domanda: ma chi diavolo me lo ha fatto fare?
Ormai non riesco più nemmeno a godermi la cima (quelle poche volte che la centro): arrivo su, due rapide foto, giù di corsa. Ché non c'è tempo, sono stanco, ho freddo, voglio tornare a casa.
Maddai, eccheccavolo, avanti: basta perdìo, mai più, giuro!

Così è deciso: fine. Appendo gli scarponi al chiodo.
E un senso infinito di tranquillità si impadronisce ora di me, come se all'improvviso mi fossi liberato di un macigno che trasportavo da solo, da tempo immemorabile.
Sisifo.
Ho avuto il coraggio di guardarmi allo specchio e di dirmelo. Per la prima volta. Non ne ho più voglia. Non ne ho più voglia. Non ne ho più voglia.

Sì, basta.
E al diavolo anche il Bernina.

Intanto, però, devo tornare giù da qui. E di affrontare i duemila metri di dislivello in discesa e le cinque o sei ore necessarie, minimo, fra crepacci, neve fonda molle e sfiancante, salti di roccia da disarrampicare nel vuoto con i ramponi ai piedi, o facendosi calare - tutta roba assolutamente elementare, per carità, per chiunque sia solito frequentare vie normali come questa: ma siam sempre lì, per me solito non lo è più da un pezzo - ecco: di affrontare tutto questo, oggi, proprio non se ne parla. Io, di qui, con le mie gambe, non scendo. Voglio l'elicottero, e vi giuro che non sto affatto scherzando.
Voglio l'elicottero, voglio farmi depositare giù al parcheggio dell'auto, caricare tutta la roba in macchina, tornare a casa, sbatterla in cantina e metterci una pietra sopra. Definitivamente.
Da ora in poi, per me, montagna significherà solo portare i bambini a fare passeggiate nei boschi, o raggiungere con loro qualche rifugio. Che è quello che mi piace, che mi fa vivere davvero, che mi entusiasma e mi commuove. Camminare al loro fianco, tenendoli per mano. Insegnargli le mie montagne.
Ma che ci faccio, io, ancora quassù?

Do un'occhiata in alto, verso la cima del Bernina. Sono quasi le nove. Fra un po' dovrei ormai vedere i miei tre soci scendere dalla vetta. E' fuor di dubbio che siano arrivati fin su: Enrico è più forte di me ed è pure in compagnia di due guide. Dopo la mia rinuncia, infatti, questa mattina Mauro è andato su con lui e Yuri, la sua guida. Io sono rimasto qui al Marco e Rosa ad aspettarli.
La giornata è splendida, le condizioni perfette. Devo solo attendere, faranno presto. Però non voglio tornar giù a piedi.
Né voglio mai più tornare quassù: due volte in due anni, per due fallimenti consecutivi, sono troppi. E arrivare qui è già di per sé, per qualunque via - e ormai io le ho fatte tutte - maledettamente sfiancante e complicato. Anche ieri, come l'anno scorso e pur avendo fatto un altro percorso: quasi nove ore per oltre dieci chilometri di ghiacciai, creste, neve fonda, crepacci, sempre abbondantemente sopra i tremila metri, fin quasi a quattromila.
Con in più quella disavventura che mi ha gettato quasi nel panico totale per almeno dieci minuti, bruciandomi tutte le energie, fisiche e psicologiche.

***

Ieri mattina, lunedì. Sveglia a casa alle quattro. Ho dormito poco, quasi nulla. La solita tensione prima di una salita importante.
Zaino pronto, parto. A Lecco tiro su Mauro e Yuri. All'inizio della Val Chiavenna prendiamo anche Enrico, il cliente di Yuri. Enrico e Yuri sono una simpatica ed affiatata coppia cliente-guida, hanno già fatto tante salite insieme in questi anni. La compagnia è bene assortita. Yuri partirà per lo Shisha Pangma in autunno. Io vivo anche per queste storie, per la compagnia di persone così.
La nostra destinazione è il Bernina. Per me è il terzo tentativo: l'ultimo, quello dello scorso anno, è andato come è andato.
Questa volta, d'accordo con Mauro, abbiamo deciso di salire dal versante svizzero, partendo dall'arrivo della funivia del Diavolezza. Il dislivello complessivo è minore.
Questa volta arriverò in cima. Lo so. Devo arrivare in cima. Non posso fallirlo di nuovo. E poi non avrei nemmeno il coraggio di bloccarmi ancora, di affrontare nuovamente il disappunto di Mauro.

La via che vogliamo seguire oggi non sale diretta al Marco e Rosa, dove dobbiamo pernottare come lo scorso anno: ho accettato la proposta di Mauro di arrivare al rifugio facendo la traversata integrale delle cime del Piz Palù. E' una zona che conosco molto bene quella del circo del Diavolezza e del Morteratsch, sono sceso tante volte in sci da qui. Ho già salito il Palù orientale con Bruno, qualche anno fa, senza peraltro arrivare sulla cima principale, ma scendendo poi in sci: una giornata memorabile (ed uno dei freddi peggiori della mia vita!). Ci sono tornato ancora l'anno scorso con Massimo, per un tentativo andato a vuoto a causa del tempo pessimo che ci ha colto sul ghiacciaio.
Così accetto volentieri di tornare sul Palù per toccare finalmente la cima principale a 3.905 metri, attraversare tutta la cresta - una delle salite più belle delle Alpi - per poi abbassarsi verso il Marco e Rosa, sul versante opposto. E' una classica traversata, un concatenamento tipico, quello della cresta del Palù combinata con la salita al Bernina. Un gran bell'anello per il mio curriculum alpinistico.

Alle otto e trenta siamo a prendere la prima funivia del Diavolezza, che ci scarica a duemilanovecento metri. La giornata è bella, nemmeno eccessivamente calda. L'innevamento, nonostante la stagione avanzatissima, è ancora esagerato. La neve è fonda, molle. Si fa fatica ad avanzare, nonostante la via sia già ben tracciata, perlomeno fino al colle del Palù orientale. I crepacci però sono ben chiusi: l'anno scorso, salendo con Massimo a primavera appena iniziata, la situazione era ben diversa e il passaggio della seraccata era stato piuttosto incasinato.
Oggi no, si sale regolari.
Avverto la quota - tant'è, salire a quasi quattromila metri direttamente da Milano, senza aver fatto praticamente nulla tutto l'inverno a parte i tre giorni fra Cevedale e Gran Zebrù ormai più di due mesi fa, è dura. Correre non basta, non ce n'è, per quanto ci sia andato.

Le tre cime del Piz Palù, dal Diavolezza
Il Bernina fotografato dall'arrivo della funivia del Diavolezza
In avvicinamento al Piz Palù

Così faccio fatica. Salgo regolare, ma faccio fatica. Più di Enrico, perlomeno: è in cordata con Yuri, io e Mauro seguiamo a distanza.
Passato mezzogiorno siamo ai tremilasettecento metri della spalla, dove inizia la cresta del Palù orientale e la traversata delle cime. Attorno all'una del pomeriggio tocchiamo la vetta del Palù orientale a 3.882m. Fin qui, giassapevo, è tutto come una volta. Non ci fermiamo nemmeno, adesso comincia il bello.

La cresta scende ora fino al colle che divide le prime due cime, poi si impenna e risale affilata come una lama di coltello verso la vetta principale, quella del Palù centrale, a 3.905m.
Adesso fa un po' impressione: si cammina delicatamente sul filo di cresta, seguendo esattamente le orme dei passi scavati nella neve molle e fonda dal compagno che precede, rimanendo lievemente spostati - un mezzo metro - sul versante settentrionale, la piccozza ben piantata a sinistra, esattamente sul vertice dello spigolo di cresta. In bilico sui ramponi: guardo per un attimo giù a destra la parete nord dei Palù che precipita per un migliaio di metri sotto ai miei piedi e distolgo immediatamente lo sguardo, fissando nuovamente davanti a me, verso la vetta.

Palù centrale: cima verso l'una e mezza. E' una calotta nevosa piuttosto larga. Adesso sono contento, in effetti mi rodeva un po' non aver mai toccato la cima principale. Foto di rito.
Il tempo si è un po' coperto, nuvoloni neri tutto attorno fino all'orizzonte. Speriamo che tenga, non mi piacerebbe affatto se il temporale ci sorprendesse quassù, la via per il Marco e Rosa è ancora piuttosto lunga. Peraltro Mauro e Yuri sono tranquillissimi, per loro è ordinaria amministrazione, anche di meno, se possibile. Enrico invece è piuttosto stanco, come me.

Mauro sotto la vetta del Palù orientale
Verso il Palù centrale
L'affilata cresta che sale verso il Palù centrale
Mauro, cima del Piz Palù
Il titolare qui in vetta al Piz Palù (Palù centrale)

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00.15 del 08 Luglio 2009 | Commenti (3) 
 
18 La recherche/6: tre per due
APR Viaggi verticali
Confesso che sulla cima del Gran Zebrù, un po', un nodo alla gola e una lacrima trattenuta li ho segnati sul taccuino: l'emozione è stata davvero forte, tanto. Saranno state la stanchezza - più di testa, in realtà, che di gambe o polmoni: devo implicitamente dar ragione a Mauro, lo so - la tensione, l'adrenalina, oppure il vento forte, la nebbia che stava salendo ed avvolgeva l'orizzonte tutto intorno a noi, il freddo che non mi ha mollato quasi mai per tutta la salita, l'ansia per i mille metri esposti sotto ai miei piedi, da dover ancora ridiscendere: faccia a valle o faccia a monte? Mah, si vedrà come me la sento, adesso. Un passo dopo l'altro, con calma.

Però mercoledì scorso c'ero, stavo proprio lì, aggrappato alla cima. E, me l'aveste chiesto solo tre giorni prima, no: non ci credevo davvero. Per dire la verità, non credevo proprio che li avrei centrati entrambi, Cevedale e Gran Zebrù, uno dietro all'altro nell'arco di due giorni. Pensavo che sarei stato più che soddisfatto già a riuscire a salirne uno solo. Pensavo che probabilmente sì, il Cevedale lo avrei messo nel sacco quasi di sicuro: tutto sommato quest'anno di fiato e gambe ne ho da vendere. Però due cime di fila no: due cime come queste poi, e da quant'è del resto che non ne infilo due di seguito? Dieci anni? Quindici? Manco lo ricordo.
Il Gran Zebrù, poi, maddai. Lo guardi e ti sembra il K2. Non è una passeggiata, non per me perlomeno. Ho passato le ultime settimane a guardarmi le foto sul web e quella parete tira, tira non poco, sono almeno seicento metri in piedi micamale. Una sciocchezza, probabilmente, per chi è abituato ed allenato, anche a quella esposizione, che un po' impressione la fa. Ma quant'è che io non lo sono più?

Con me c'è Mauro: il sodalizio che ha funzionato lo scorso anno si rinnova. E Mauro, un po', ormai conosce la mia testa. Intuisce quando sta per incepparsi, sta imparando le leve giuste. Ed io, con lui, sto imparando di nuovo a concentrarmi sulla motivazione, a ritrovarmi con il mio ambiente, a rimanere tranquillo, a fidarmi della sua corda, anche quando la tiene nello zaino.
Per lui è allenamento di ordinaria routine, per me una nuova scommessa, un vecchio progetto nel cassetto che è venuto il momento di affrontare faccia a faccia. Una voce della mia lista, un traguardo intermedio importante sulla strada verso altre mete che giassò, da sempre.

All'alba di martedì stiamo salendo verso il Cevedale. Ho freddo, non mi sento particolarmente in palla, la cima mi appare infinitamente lontana e sarà già un miracolo se riuscirò ad arrivare fin su almeno oggi. Sono un po' depresso e demotivato, forse non ne ho proprio voglia, forse voglio tornarmene sotto le coperte del rifugio a dormire, poi a farmi un tè caldo, poi a casa. Forse ho sbagliato tutto. Guardo la parete del Gran Zebrù alle nostre spalle, l'obiettivo dell'indomani, e mi chiedo chi voglio prendere in giro: non ce la farò mai. Mi mette ansia solo a guardarla. Magari lascio perdere tutto già subito e mi rilasso, la finisco qui.
Alle dodici siamo in vetta al Cevedale. Alle dieci e trenta del mattino successivo sono aggrappato alla croce di vetta del Gran Zebrù, la montagna spazzata dal vento freddo e avvolta dalle nuvole che ci negano l'orizzonte ad un metro. Intravedo per un istante il Cevedale di fronte a noi e la via di salita del giorno prima, ed accidenti se era lunga. Rido, sono nervoso, tesissimo e felice. Chiedo a Mauro di scattarmi una foto e di portarmi via di lì, rapidamente.

Alle quattordici siamo millesettecento metri più in basso, al parcheggio dei Forni, dove abbiamo lasciato l'auto lunedì. Mentre ci cambiamo e mettiamo via gli zaini inizia a piovigginare. Il telefonino riguadagna il segnale dopo tre giorni di silenzio, arrivano messaggi a raffica. Il Gran Zebrù e il Cevedale rimangono nascosti in fondo alla Valle di Cedèc, ma ormai li ho catturati, li porto a casa con me. Li ho saliti entrambi, centro più centro.

Avrò bisogno di qualche giorno per metabolizzare e per ricercare, se ci sono ancora, le motivazioni per il prossimo obiettivo. Che, ovviamente, è ancora un passo più ambizioso. Per adesso chiudo gli occhi e sono contento. Il conto con il Gran Zebrù è chiuso: obiettivo completato e depennato dalla lista. Good job!

Salendo al rifugio Pizzini: K2 o Gran Zebrù?
Mauro arriva al rifugio Pizzini
Il Gran Zebrù fotografato dal rifugio Pizzini
Alba verso il Monte Confinale, salendo al Cevedale
Alba sul Pizzo Tresero, salendo al Cevedale
Verso la cima del Cevedale, il rifugio Casati alle spalle
Salendo al Cevedale, il Gran Zebrù sbuca dalle nuvole
Sotto alla cima del Cevedale, ad oltre 3.700m
Il titolare qui, cima del Cevedale, quota 3.769m
Gran Zebrù ed Ortles dalla cima del Cevedale
Panorama dalla cima del Cevedale, verso il Palon de la Mare
In discesa dal Cevedale, per i pendii del ghiacciaio di Cedec
Tramonto sul Pizzo Tresero, dal rifugio Pizzini
Tramonto sulla Punta San Matteo, dal rifugio Pizzini
La cima del Cevedale, fotografata dal rifugio Pizzini
Salendo al Gran Zebrù, all'attacco del canalino
Cima del Gran Zebrù, quota 3.851m: nebbia, freddo e vento
Mauro sulla cima del Gran Zebrù
Panorama verso sud, scendendo dal Gran Zebrù
Il Cevedale fotografato scendendo dal Gran Zebrù
02.14 del 18 Aprile 2009 | Commenti (0) 
 
29 La recherche/5: metti un lunedý
MAR Viaggi verticali
L'ultima volta è stata quattro anni fa tondi tondi. Anche in questa occasione non può mancare Bruno e si aggrega pure Roberto. Previsioni eccellenti, freddo e vento forte in alta quota, ma la giornata terrà fino a sera. L'obiettivo, a dire il vero, sarebbe la discesa dei Petit Envers, ma all'ultimo momento ci vengono a mancare i soci chamoniard che conoscono l'itinerario e dunque si piega per il tracciato classico.
Che comunque come sempre è fantastico, per non dire che quest'anno - fra condizioni meteo ed innevamento eccezionale - è da urlo.

Sveglia alle quattro, alle otto siamo a Chamonix. Alle nove la cresta dell'Aiguille du Midi è già più affollata di una spiaggia adriatica ad agosto. Poi però la Vallée è quasi tutta per noi.

Annoto che le guide chamoniard che accompagnano giù dalla cresta cordate di dodici - DODICI! - persone, tutte con gli scarponi da sci, senza ramponi ed evidentemente alla prima esperienza in situazioni simili, andrebbero semplicemente abbattute a colpi di fucile. Oppure basterebbe semplicemente aspettare che uno qualunque di questi disgraziati scivolasse senza riuscire a trattenersi e si tirasse dietro a domino giù dall'Aiguille una di queste sciagurate cordate da cento euro tutto compreso (vedi foto qua sotto, per intenderci...).

In effetti, mentre sorpasso all'esterno in parete una fila intera di questi kamikaze per togliermi rapidamente dai guai, uno ci prova ad uccidermi: gli sfuggono dalle mani gli sci e mi si abbattono tipo sciabolata sui polpacci, proprio addosso a me, sospeso nel vuoto, in equilibrio sul pendio venti metri più in basso.

Desoleé, monsieur, mi urla. Desoleé un cazzo, direi. Per qualche secondo rimango congelato fra le raffiche di vento teso e i dieci sotto zero che vibrano sul filo di cresta. Sono immobile. Mi asciugo la goccia di sudore che alla faccia del gelo artico mi è scesa lungo la fronte, controllo di essere ancora bello saldo sui ramponi e mi levo di corsa dalle scatole.

Poi, è la fine del mondo per le successive cinque ore e per venticinque chilometri.
..
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03.38 del 29 Marzo 2009 | Commenti (0) 
 
16 La recherche/4: winter solo certified
MAR Viaggi verticali
A contarle ci ho provato, ma non ho certezze. Ne ricordo perfettamente almeno sei, con questa, ma direi che un paio in più come minimo ci sono. Certamente, due volte dalla via invernale, l'ultima delle quali lo scorso anno, una da Mandello, perlomeno del 1982, una dal Bietti, una lungo la cresta integrale di Piancaformia ancora l'anno scorso, una dalla Via del Nevaio con Roberto, mentre da quella della Ganda son sceso almeno tre volte. Secondo me, ce n'è anche una dalla via normale estiva ed un'altra dalla Piancaformia. E farebbero otto, appunto.

Comunque, quella di sabato è di certo stata la mia prima volta in invernale vera (ché quella dello scorso anno erano invernali solo le condizioni e la via di salita, ma non il calendario!). E siccome un socio, al solito, non lo trovo, anche questa volta me la son fatta da solo, e pure a tempo record.
..
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01.33 del 16 Marzo 2009 | Commenti (0) 
 
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