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25 Ritorno ad Abu Dhabi
GIU Travel Log: Business Trips 2019
Il volo Etihad è lo stesso sul quale mi imbarcai un anno fa per partire per il giro del mondo. Quest’anno volo in business ma, non saprei dire perché, la sensazione addosso è di aver volato meglio la volta scorsa.
Parto a disagio, accompagnato da una sottile angoscia che non riesco a identificare. Parto lasciando a casa alcune cose che porto sempre con me in viaggio e che non sono permesse negli Emirati, sarà per questo.
Oppure è che sto per tornare a confrontarmi con alcune mete che fanno parte del mio passato, che mi sono lasciato alle spalle quasi un millennio fa, che per varie ragioni sono state significative, ciascuna a proprio modo, che non sono certo di saper affrontare da solo, a meno degli itinerari e dei programmi strettamente professionali, intendo.
È il contesto attorno che mi inquieta. È la stanchezza che mi accompagna, piccoli imprevisti dell’ultima ora, il tempo che corre contro di me, i piani non chiari davanti a me.
Organizzo il mio volo al posto 3A e ripenso alla partenza di un anno fa. Di Etihad non ricordavo il momento della preghiera che precede le istruzioni per i casi di emergenza. Faccio le scaramanzie del caso - del resto è consuetudine anche sui voli Qatar Airways e, sospetto, su tutte le compagnie arabe - e declino il bicchiere di champagne di benvenuto a bordo in favore di un più ordinario e adeguato succo d’arancia, considerato che sono le dieci del mattino e peraltro è in arrivo la terza colazione: la prima a casa all’alba, la seconda in aeroporto, la terza subito dopo il decollo.

Torno ad Abu Dhabi dopo diciannove anni. Me lo conferma il tipo all’immigrazione: guarda il suo monitor, mi timbra il passaporto, sorride e dice “eri qui il primo gennaio del 2001, entrato da Dubai. È cambiato tutto da allora”.
Non è cambiato quasi nulla, per la verità, ad Abu Dhabi perlomeno e a parte lipperlì l’impatto iniziale. Una volta in centro, però, piano piano mi ritrovo. Verifico su Google Map che il mio hotel di allora dovrebbe essere a pochi passi da quello attuale e in effetti, guardandomi attorno con più attenzione, il contesto mi sembra familiare.
Arrivo di sera: lascio il trolley in camera ed esco a far due passi e a cercare un posto dove cenare. Fa un caldo spaventoso, la temperatura è oltre i quaranta gradi, ma è l’umidità ad uccidere davvero. Non me l’aspettavo, l’umidità. Tempo pochi minuti e sono fradicio di sudore, letteralmente, da strizzare. Non si respira quasi. A parte le camicie d'ordinanza, sono partito con sole tre t-shirt in valigia per il tempo libero, ma se le cose buttano così fra Emirati e India me ne serviranno almeno una dozzina per cinque giorni di permanenza.

Ritrovo il mio medio oriente e immediatamente permea ogni sinapsi ed ogni poro, calore a parte. All’improvviso è tutto qui: i muezzin che cantano dai minareti, gli odori per la strada, i colori nello spettro dell’ocra, l’aria del deserto che mi è così amica e familiare, le dinamiche delle città mediorientali, i negozi strani, confusi, casuali. Il movimento delle cose, l’Arabia, persino l’alfabeto.
Cerco di venire a patti col sudore, eppure sono a mio agio, so esattamente dove sono nonostante non tornassi in Medio Oriente dall’overland in Asia, salvo giusto qualche stop over per cambiare aereo negli ultimi due anni.
È solo il primo passo di quello che nei prossimi giorni sarà un vero e proprio tuffo nel passato, ma ancora non avverto l’impatto reale, non arriva tutto insieme.

Il mattino seguente chiedo indicazioni per l’ufficio: alla reception dell’hotel mi dicono che sono solo cinque minuti a piedi, è inutile prendere un taxi. Mi disegnano l’itinerario esatto su una cartina e mi insegnano i trucchi del caso: segui solo il percorso in ombra, anche se è più lungo, e cammina rasente ai palazzi, così attraversi le correnti di aria condizionata che fuoriescono dagli atrii e dagli ingressi dei negozi.
Quarantaquattro gradi, umidità alle stelle. Uscire dalla zona confort dell’hotel è come entrare dentro un forno a legna per le pizze. Un incubo. Meno di cinquecento metri, qualche minuto di troppo a indugiare in mezzo a una strada cercando di orientarmi e sono spacciato: fradicio, fradicio, fradicio.
Entrare in ufficio (ma ovunque: in un negozio, un centro commerciale, un ristorante, l’hotel) è uno shock termico a rovescio. Ci sono, perlomeno, venti gradi di differenza. Fai un salto del genere avanti e indietro dieci, quindici volte in una giornata, e ti trovi steso. Ogni rientro è una sciabolata di aria artica che ti ghiaccia immediatamente il sudore addosso, ogni uscita è una secchiata di vapore bollente che ti investe e ti brucia letteralmente.
L’effetto più surreale sono gli occhiali appannati: ogni volta che esco in strada devo vagare alla cieca per diversi minuti, non c’è modo di impedire la condensa immediata sulle lenti, pulirle non serve a nulla, si riappannano immediatamente.

Amin [nome di fantasia] non è arabo, è egiziano. Usciamo a pranzo ed è sempre attaccato al telefonino per qualche affare. Ho commesso l’errore di non portare con me la giacca - capirai, con ‘ste temperature - ma in realtà la giacca servirebbe per stare al ristorante, così invece sono vittima dell’ennesimo sbalzo di temperatura e trascorro tutta la pausa rabbrividendo, mentre la camicia infradiciata mi si gela addosso. Il mio ospite se ne sta pacifico nel suo completo gessato, come fosse in centro a Milano ad aprile.
Vorrei solo un’insalata, fa in generale troppo caldo e peraltro, se provassi a mettere sullo stomaco qualunque altra cosa, basterebbe uno di questi sbalzi di temperatura per costringermi ad una ritirata strategica nel primo bagno a portata di tiro. Amin ordina invece quello che per lui è “una cosa veloce”, delle specie di piadine arrotolate farcite di ogni ben di dio, limone e menta gelata, pane speziato, dolce. Mi arrendo. Con noi c’è anche un collega italiano, che riesce a imporre ad Amin la sua richiesta di avere solo un’insalata leggera.
Amin insiste col cameriere vietnamita affinché faccia presto, ché ha fretta e c’è un cliente che lo aspetta. So che non è vero, è che negli Emirati è come in India con le caste: gli arabi - e gli egiziani in quanto arabi ad honorem - comandano, conducono gli affari, si arricchiscono. La forza lavoro - tutta la forza lavoro, il cento per cento - è demandata agli immigrati. I lavori di profilo più basso sono tutti appannaggio di cingalesi, bengalesi, vietnamiti, che di fatto vengono trattati perlopiù come schiavi.
Lo schiavo di turno è il cameriere vietnamita che prende l’ordine. Che ha pure la sfortuna, probabilmente, di perderselo lipperlì.
Dopo pochi minuti arriva il nostro pranzo, ma non l’insalata del collega italiano. Amin, irritato, inizia a fare pressione sul cameriere, che va nel panico. Amin non lo molla, sollecita l’ordine ogni minuto. A un certo punto si alza arrabbiato e va verso le cucine, e se la prende con tutti. Ribatte che ha fretta, non può perdere tempo. La scena si svolge, letteralmente, nello spazio di non più di dieci minuti, ma secondo Amin stiamo aspettando da un'eternità ed è inaccettabile.
Allunga una delle sue iso-piadine al collega italiano, che non la vuole, è del tutto evidente, ma lui insiste, insiste, insiste e si offende di fronte al rifiuto ripetuto del collega, che alla fine accetta rassegnato.
Non fa quasi nemmeno a tempo ad addentarla che Amin decide che abbiamo aspettato troppo, si alza e va alla cassa per pagare il conto. Nel frattempo sta arrivando l’insalata. Amin la rifiuta, senza nemmeno consultarsi col collega che l’ha ordinata. Alla cassa rifiuta di pagarla e pianta un casino con tutti.
Alla fine usciamo, il collega imbarazzato e senza aver potuto consumare la sua insalata, Amin scocciatissimo.

Al momento di rientrare in hotel dall’ufficio, faccio per avviarmi a piedi come all’andata, ma Amin mi ferma e insiste per accompagnarmi in macchina. Uscire in strada alle cinque del pomeriggio a quanto pare è un’idea totalmente malsana.
Mi lascia davanti all’hotel: lo lascio allontanare e mi avvio per fare quattro passi da solo per il centro. Dopo venti minuti sono in pieno colpo di calore, completamente inzuppato dalla testa ai piedi, persino le scarpe sono bagnate di sudore. Mi trascino fino all’hotel respirando a fatica, Abu Dhabi è rovente. E sì che ne ho vissute di temperature estreme e di climi difficili in vita mia, ma nemmeno in Cambogia o in mezzo al Taklamakan ricordo di aver patito così. Forse non ho più l’età.

In hotel sono gentilissimi e lo standard dei servizi è peraltro quello di un quattro stelle negli Emirati Arabi: ho già fatto il check out perché ho il volo per l’India la sera stessa, ma mi lasciano usare le docce della palestra, gli spogliatoti e mi riforniscono di biancheria e tutto il necessario per rinfrescarmi.
Il taxi che va verso l’aeroporto per fortuna ha l’aria condizionata posizionata su ventiquattro onesti gradi.
Il gate è lo stesso dal quale un anno fa mi imbarcai per l'Australia.
Una notte troppo breve mi separa dall’India, davanti a me.

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TAG: Abu Dhabi, emirati
17.54 del 25 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a ovest
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E poi, sulla via del ritorno, decolli da Doha con una una giornata così.

Ci ho provato a fermarmi a Doha, avevo anche trovato posto sul volo successivo, ma viaggiavo col bagaglio a mano e all'aeroporto non c'è deposito bagagli. Così nulla, di certo non potevo trascinarmi il trolley e lo zainetto tutto il giorno in giro per la città con quarantadue gradi all'ombra.
Capiterà una nuova occasione di timbrare definitivamente il Qatar, ché è inaccettabile transitarci tre volte in pochi mesi e non avere ancora avuto modo di sdoganare e aggiungerlo una volta per tutte alla collezione delle bandierine.

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Doha, Qatar
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Bahrein
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Kuwait City
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Golfo del Kuwait
TAG: volare, aerei, Qatar, penisola arabica, Kuwait, Bahrein
23.46 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a est
GIU Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
Sono tornato, ho mille appunti, ho mille foto, ho mille flashback, ho mille emozioni da riordinare e riprendere, con calma, in mano. Appena trovo il tempo, arrivo.
Intanto, questi mesi continuo a collezionare immagini in volo di luci straordinarie.
Colleziono voli straordinari.
Colleziono ali e nuvole.
Viaggio.

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Atterrando ad Abu Dhabi
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Etihad business class
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VoloEAUIndia05
Decollando da Mumbai
TAG: volare, aerei, viaggiare
09.58 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
14 Emirati e India (e di nuovo niente Qatar)
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E quindi riparto di nuovo e a 'sto giro volo ad est, così da riequilibrare un po' lo spin del mio moto perpetuo, ultimamente sbilanciato oltre Atlantico.
E quindi, per rilasciarmi il visto per affari, gli indiani mi han domandato che religione professo, mi hanno preso le impronte digitali prima ancora di partire, han ricostruito tutto il mio albero genealogico, hanno voluto sapere ogni particolare della mia professione, hanno pretesto una lettera di invito dalla sede locale della mia azienda e non ultimo mi hanno chiesto di elencare tutti i paesi che ho visitato nella mia vita. A quel punto ho però ho mollato il colpo, nel senso che no, ho consegnato il compito lasciando lo spazio in bianco, ché non sarebbe bastata una pagina intera e avrei dovuto peraltro sfidarli rispolverando la mia solita lezione: come li vogliamo contare?
È pure una questione d'attualità, ché leggo in giro di record che non son record, riferiti a un sistema di misurazione pretestuoso definito solo per giustificare la prestazione stessa e l'inutile spazio mediatico che le è riservato, non per valutarne la dimensione effettiva. Magari ci tornerò e ne scriverò, di nuovo, altrove, che è un tema che sempre mi appassiona (o mi irrita, dipende dai casi).
Il visto, gli indiani, comunque me lo hanno rilasciato lo stesso e le impronte digitali mi han detto che sono valide fino alla scadenza del passaporto. Nel senso che poi devo cambiarle?

Insomma, fra un'America e l'altra, dopo una rapida sosta negli Emirati per far visita all'ufficio di Abu Dhabi, torno in India diciassette anni dopo il mio overland in Asia. All'epoca per la verità la burocrazia era stata molto più semplice, il che fra l'altro mi fa anche venire in mente che i pakistani dell'ambasciata a Pechino mi appiccicarono il visto sul passaporto proprio a fianco a quello per l'India, immagino a mo' di sfregio, ché i due paesi eran di nuovo sull'orlo di una guerra e le frontiere chiuse.
Ad Abu Dhabi invece non torno dal 2001, un'eternità sulla scala dello sviluppo della penisola arabica. Ero ripassato in transito lo scorso anno, sulla rotta per il Pacifico, ma si era trattato solo di uno stop-over senza possibilità di mettere il naso fuori dall'aeroporto.
Dubito di riconoscerla ed essere in grado di ripercorrere i miei passi di allora, mi aspetto un viaggio completamente nuovo.

E dunque India e il pensiero corre inevitabilmente a quelle difficili settimane dell'agosto 2002 nelle quali, proprio a Delhi, ci giocammo la chiave del nostro straordinario e lunghissimo viaggio.
Quanto ho odiato Delhi e la mia India di allora, quanto ne scrissi male nel nostro libro; quanta voglia di tornarci mi è rimasta poi, di farci un viaggio diverso, di ritornare non una, ma tre, quattro, cinque volte, per esplorarla con calma e metodo.
Non sarà questa l'occasione e peraltro, dovessi proprio dire, non ho mai pensato a Goa - la mia destinazione - come possibile meta nei miei piani di viaggiatore.
Ma il lavoro lì mi porta, almeno per qualche giorno (farò anche una brevissima sosta di un paio d'ore a Mumbai, inesistente di fatto): sarà comunque una rapida toccata e fuga, il tempo al solito di qualche riunione, qualche cena ufficiale, magari una sera libera per esplorare le vie del centro cittadino, un paio di passaggi in taxi verso l'ufficio, giusto per vedere un microscorcio di paesaggio indiano dal finestrino e scattare due foto inutili al volo.
Ho visto su Google Map che c'è una spiaggia meravigliosa sull'oceano a pochi minuti a piedi dal mio hotel. Chissà se riuscirò a passarci una serata, a sganciarmi dalle solite cene di rappresentanza e trascorrere qualche ora per i fatti miei - cosa che d'altra parte, per esperienza, in India è pressoché impossibile già di per sé.

Ho anche provato ad allungare lo stop over in Qatar sulla via del ritorno, ma senza successo: mi sarebbe bastato prendere il volo successivo da Doha per Milano, per avere il tempo di uscire dall'aeroporto, mettere piede in città, prendermi un caffè, comprare due cazzate, ripartire col Qatar timbrato e finalmente aggiunto alla mia collezione - che i conti io li faccio con metodo, usando un sistema di riferimento condiviso e tarato sul contesto.
Insomma, invece nulla, non riesco nemmeno a questo giro, Qatar Airways non consente di allungare la fermata all'interno di un biglietto unico Goa-Milano con scalo a Doha.
Andrà a finire che riciclerò le miglia premio della Qatar proprio per un viaggio da quelle parti, magari attaccando il Bahrein (dove però è impossibile andare direttamente dal Qatar, accidenti).

Intanto aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro del 2019.
Il prossimo sarà invece tutto nostro, finalmente un viaggio vero e lungo a sufficienza da non saltare capitoli.
Appuntamento a fine luglio.

EAUINDIA
TAG: Emirati, India, viaggi
00.45 del 14 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
30 Latest from di là dell'oceano
MAG Travel Log: Business Trips 2019
Dal mio hotel nei sobborghi di Pittsburgh all'ufficio ci sono circa trecento metri. Dice Google, sei minuti a piedi. Quello che Google non dice è che in mezzo c'è una specie di autostrada a dodici corsie, con uno spartitraffico a dividere i sensi di marcia, e non esiste ombra di attraversamento pedonale nel raggio di chilometri.
E perché mai dovrebbe esserci, poi, visto che come al solito non ci sono nemmeno marciapiedi. In America nessuno va a piedi, il pedone non è proprio previsto. Nella migliore delle ipotesi, è un eccentrico.

Me lo conferma un amico, citandomi un capitolo di "Notizie da un grande paese" di Bill Bryson, che potrei riscrivere tale e quale, parola per parola, e che fotografa esattamente una delle cose che mi mandano ai matti dell’America.
Accade così che l’altra mattina, non riuscendo bene a capire sulla mappa quale fosse esattamente il palazzo del mio ufficio fra quelli della zona industriale dall’altra parte della strada, ho chiesto un passaggio allo shuttle dell’hotel. Circa venticinque secondi dopo mi ha scaricato davanti all’ingresso della mia azienda, e mi sono vergognato un po’. Così, all’uscita a fine giornata, ho pensato che è imbecille prendere il taxi per fare trecento metri e mi sono avviato a piedi verso l’hotel.
Per farla breve, è stato come giocare a Frogger, con me stesso nella parte della rana (se siete millennials può essere che Frogger non vi dica nulla, e forse è un bene), e l’aspetto più imbarazzante della questione è che a parte il cercare di non farsi spiaccicare, cosa che di per sé vale mille punti più la fragola, data l’assenza totale di marciapiedi di fatto è impossibile anche camminare lungo la strada, per cui l’unica alternativa al farsi travolgere dal traffico è avventurarsi in mezzo alle erbacce e al fango che delimitano la carreggiata, mentre gli automobilisti che sfrecciano a fianco ti guardano come la mucca che guarda passare il treno.
O come un eccentrico, appunto, nel migliore dei casi.

Qualcuno mi ha fatto notare che anche da noi l’urbanizzazione di molte periferie e talvolta anche gli infruttuosi tentativi di riqualificazione dei centri storici vanno nella direzione di una vita quotidiana a misura unica di automobilista, ma in realtà il confronto non regge proprio: la nostra è una civiltà storicamente pedonale, modernamente votata a un impigrimento consumista; quella americana è una civiltà radicalmente motorizzata a cui di umano, nel senso darwiniano del termine, è rimasto ben poco.
Poi, alla fine, semplicemente c’è anche che gli americani sono pazzi.

Prendi gli amish.
Viaggio in auto fra la Pennsylvania e l’Ohio e per una volta, invece di spostarmi in volo da punto a punto come al solito e come peraltro fanno gli americani (gli aeroporti sono le fermate degli autobus degli americani, mi ha detto una volta un collega di Houston), ho finalmente modo di vedere un po’ di provincia americana vera, quella che tutti coloro che sono stati in America non mancano mai di ricordarti che va bene il Grand Canyon, va bene New York, vanno bene San Francisco e Yosemite, ma se non hai visto la provincia americana, quella vera e profonda, quella dei motel, delle infinite interstatali, delle grandi pianure e dei villaggi dispersi fra i campi di grano, l’America dei film dell’orrore insomma, be’, se non hai visto questa America allora non puoi dire davvero di conoscere l’America.
Così, una volta tanto, grazie ad Uber mi sono fatto qualche centinaio di chilometri di vera America, come dicono quelli informati. Più avanti ci ritorno su Uber.
Ho dunque visto i campi di grano, i motel, le chiese metodiste, i villaggi con il silos e il mulino a vento, le case di legno dei coloni che vengono regolarmente spazzate via ad ogni tornado come nei telefilm catastrofici, ciascuna col proprio giardino, il proprio garage col pick-up parcheggiato davanti, la cassetta della posta lungo la statale, la bandiera americana in giardino - ce l’hanno proprio tutti la bandiera americana in giardino, non è una cosa meravigliosa questa? A me lo sembra, in qualche modo - un’unica pompa di benzina e un unico negozio che vende qualsiasi cosa in mezzo all’incrocio della township. Ti immagini lo sceriffo che bussa alla porta di ogni cittadino e gli chiede come va la giornata, se è tutto ok, se ha notato qualcosa di strano. Mi vedo scendere dall’auto e lo sceriffo che mi viene incontro e mi chiede se sono forestiero, se ho intenzione di fermarmi e perché. Poi niente, io sparo a tutti perché non mi danno nemmeno un posto da parcheggiatore, per forza.
Quella del parcheggiatore mi auguro la cogliate tutti.
Lo tocchi con mano l’isolamento geografico e culturale di questa gente. Sono anni che dico e scrivo che l’America non ha nulla di davvero sorprendente, ché generazioni di film e serie televisive ce l’hanno dipinta con precisione assoluta in ogni dettaglio e dunque non c’è in realtà alcun bisogno di andarci.
E poi vedo gli amish. E piombo in pieno ‘700.

Li vedo in Ohio, fra Middlefield e Chardon più o meno. So dove mi trovo perché la tecnologia, quella che gli amish rifiutano, localizza le mie fotografie grazie alle coordinate GPS rilevate dal satellite. Ma di questo agli amish non frega nulla e probabilmente ha ragione Don, il mio autista Uber, che riflette un po’ fra sé e sé e osserva che forse, loro sì, stan bene davvero.
Attraversiamo i villaggi delle comunità amish stanziate in questa parte dell’Ohio, a qualche decina di chilometri da Cleveland, dal lago Erie e dalla Rock’n’Roll House of fame, e sorpassiamo alcuni carretti trainati dai cavalli. La segnaletica stradale è stata adeguata di conseguenza, le donne indossano abiti neri settecenteschi e cuffie di pizzo sulla testa. Non mi pare di vedere pali della luce lungo la strada, ma forse mi sto solo lasciando suggestionare.
Le case di legno sembrano quelle di qualche chilometro prima, ma è vero che non ci sono più i garage coi pick-up parcheggiati davanti. Forse sono semplicemente dentro.
L’angoscia e la sensazione di oscurantismo mi opprimono un po’, sarà anche che minaccia pioggia. Vorrei fermarmi ma non ho tempo, mi prendo un appunto per la prossima occasione, bisogna che noleggi una macchina per conto mio.
Gli americani sono pazzi.

Ormai l’app di Uber sul telefonino è il mio punto di riferimento fisso in America.
Sono a Pittsburgh e devo andare a Cleveland. Fa' conto che sia a casa, ad Arcore, e debba andare a Sasso Marconi: sono circa due ore e mezzo in auto, più o meno duecento chilometri di autostrade e statali. Non esiste collegamento ferroviario, niente voli diretti ovviamente, le due città sono troppo vicine. Ci sarebbe il greyhound volendo, e non mi dispiacerebbe nemmeno, ma ha almeno un paio di controindicazioni: la prima è che ci sono solo due corse in orari per me scomodissimi, la seconda è che comunque parto da ben fuori downtown Pittsburgh, dove si trova il mio ufficio, e devo andare in realtà a Mentor, che è a circa tre quarti d’ora di auto da Cleveland, dove arriva il greyhound.
Potrei noleggiare un’auto, ma poi non so che farmene i giorni successivi, a Mentor non ci sono punti di riconsegna comodi e dovrei tenermela fino al giorno della partenza da Cleveland. E poi non ho voglia di guidare.
Così ci provo: apro l’app di Uber, che ormai uso quotidianamente per gli spostamenti in qualunque città, e provo a prenotare per il giorno successivo alle 16:30 una tratta dal mio hotel fuori Pittsburgh al mio hotel a Mentor. Prenotazione confermata, 163$.
Il giorno dopo, alle 16:30 in punto, Don si presenta davanti al mio hotel, carica in macchina la mia valigia, controlla la mia prenotazione sulla sua app - alla quale evidentemente non aveva fatto attenzione particolare - e dice “Uh, Ohio! Non ho mai fatto una corsa così lunga, è il mio record. Posso fermarmi in autogrill a prendere un caffè se sono stanco?”
Ora, immagine di essere ad Arcore un pomeriggio, in mezzo alla Brianza, e volere andare a Sasso Marconi. Così, su due piedi.
Per curiosità ho provato a prenotare: 720 euro. Comunque non è possibile trovare una macchina disponibile.

Il cliente è l’ossessione degli americani. Il cliente ha *sempre* ragione in America. Sempre. Sono un tassista, sono in Pennsylvania, il mio cliente vuole andare in Ohio? E che problema c’è, si va in Ohio.
Don è simpatico, guida tranquillo e fa conversazione se vuoi fare conversazione, altrimenti ti lascia in pace. Quando stiamo per arrivare gli dico che forse sarà fortunato e troverà qualcuno in Ohio che vuole andare in Pennsylvania, così da non fare una corsa a vuoto. Mi dice che la sua licenza è valida solo in Pennsylvania, non può caricare gente fuori dal suo stato, ma è abbastanza sicuro che appena passato il confine qualcuno da tirar su lo troverà.
Hai capito i tassisti americani.
Hai capito gli americani.

Ha ragione Giammario, che in America vive ormai da qualche anno. Attorno alla Pennsylvania sembra di essere in Germania. Viaggi in autostrada e potresti essere in un punto qualunque fra le foreste della Baviera, o del centro Europa, con quel paesaggio che proprio pianura non è, il terreno modellato lungo linee ondulate e il tracciato stradale di conseguenza. Però qui puoi facilmente vedere animali in libertà fra gli alberi e in mezzo alle praterie, come se stessi guidando lungo qualche autostrada nella savana. Erbivori generici, come li chiamavamo in Sudafrica coi ragazzi. Sembrano daini, cervi, antilopi.
Quanto territorio libero che c’è in America. Quanto spazio da vivere.

Sono al mio quarto viaggio negli Stati Uniti negli ultimi sei mesi, mi pare il decimo in totale. Ormai ho attraversato l’oceano diverse volte. Faccio due conti: ultimamente ho trascorso più di tre mesi negli States, ho messo piede in quasi venti stati fra una cosa e l’altra, e le mie bandierine iniziano ad essere distribuite un po’ ovunque. I miei occhi si stanno abituando all’America, ad ogni giro mi sento sempre più a mio agio.
Mi è familiare adesso, l’America. Mi muovo con sicurezza nel New England, fra New York, Boston, Philadelphia e Pittsburgh, ma anche al sud sono un po’ di casa e poi lo scorso anno ero stato per la prima volta anche nell'ovest.
Ad ogni viaggio imparo a conoscere la geografia americana, la distribuzione degli stati, le catene montuose, i fiumi, le pianure, la geografia amministrativa, le regole, i costumi locali, i segni invisibili del quotidiano. L’America sta diventando il posto dove ho viaggiato di più, più della Cina ormai, più della Polonia, dove ho ho vissuto un anno, ma non mi sono quasi mai mosso da Warszawa.
Eppure mi manca ancora tutta, l’America. Mi mancano la California e la Florida, per dire.

Frank ha una casa in Florida, dove sogna di ritirarsi quando andrà in pensione. Adesso ci va quando ha tempo, preferibilmente d’inverno, perché d’estate fa troppo caldo. Qualche volta ci va coi figli. Usa le miglia premio per andarci, lo so perché ci confrontiamo sulle compagnie aeree e sui programmi fedeltà, come accade spesso fra colleghi che volano parecchio per lavoro.
Scopro che Frank è in realtà canadese, di Montreal, non americano, ma vive qui da diciannove anni. Il cognome tradisce le origini inequivocabilmente italiane. I suoi sono delle parti di Pontremoli e della Liguria, trapiantati in America da giovani sposi. Lui è nato e cresciuto di qua dell’oceano, ma si sente legatissimo all’Italia. So che capisce perfettamente l’italiano e lo parla anche bene, ma fra di noi parliamo in inglese dal primo giorno, anche perché quando l’ho conosciuto qualche mese fa in occasione della mia prima visita a Cleveland, non sapevo né delle sue origini, né tanto meno che lo parlasse, così ormai questo è il nostro canale di comunicazione.
Frank mi porta fuori a cena, è una compagnia piacevolissima e mi parla della vita americana e della sua passione per i vini pregiati, che colleziona in una cantina personale. Mi fa vedere le foto e mi mostra anche quelle dei figli, di poco più grandi dei miei. La gente come Frank mi aiuta a stare bene in America e me la fa sentire più vicina, più mia. Mi fa sentire americano per una sera.

Via via che conosco l’America e i suoi riti, le sue città, che imparo come sono fatte, come si vivono, come funzionano, che mi ci muovo come fossero la mia città, provo a immaginare una mia vita americana. So individuare immediatamente, adesso, i quartieri nelle piccole township del countryside e le case dove probabilmente vivrei, adeguate a quello che potrebbe ragionevolmente essere il mio tenore di vita al di qua dell'Atlantico, quelle il cui mutuo potrei permettermi come in Italia, distinguerle dalle abitazioni che quasi certamente avrebbero costi proibitivi e che spesso sono bellissime come solo le ville americane finto medie-borghesi delle serie tv sanno essere - e che noi europei arrederemmo in modo completamente diverso.
Il mio sguardo ha imparato ad accorgersi delle file tutte uguali delle modeste case popolari a schiera, che all'inizio registravo distrattamente come anonimi quartieri residenziali contigui ai giardini curati delle villette neocoloniali, e che invece ora realizzo con più attenzione essere quartieri parecchio disagiati, ghetti neri, spesso, che esistono ancora, eccome, e anche quelli sì, sono come nei telefilm.
È che da noi c'è una distinzione netta e concentrica fra centro e periferia, qui le realtà sono permeabili, mescolate, con geometria variabile ed arbitraria, per cui attraversi la strada e senza rendertene conto passi dalla vetrina di Vuitton alla palestra di Rocky, al vicolo degli spacciatori italo-afro-portoricani, alla ennesima Chinatown, al concessionario delle Porsche, alla zona industriale, al mio ufficio.
Vedessi certe zone di Baltimora, per esempio.

Conosco queste case di legno e cartongesso, le abito e le respiro. La vita col giardino all’inglese, ma senza il marciapiede.
Il paese dove gli animali sono liberi di fianco all’autostrada e la natura è ancora selvaggia, nonostante gli sforzi paranoici degli americani di neutralizzarla e regolamentarla, dove non esistono i marciapiedi e i pedoni, dove la gente si muove solo in macchina e se deve camminare lo fa sul tapis roulant seguendo un programma preimpostato.

Mi appunto cose varie, mentre vado in giro per l’America. I cimiteri con le bandierine sulle tombe. Anche le tombe, come le case, hanno la loro bandierina americana, sempre. Sono belli i cimiteri americani, mi piacciono molto.
I necrologi sui giornali locali, lunghissimi. Di ogni defunto si racconta la vita, chi era, le tappe fondamentali della sua esistenza. Anche questa mi pare una cosa bellissima. Immagino il mio necrologio in America e mi chiedo cosa scriverebbero di me, ad esempio, i miei figli.
Il marketing telefonico, che colpisce come in Italia. Anche qua esistono i servizi che ti dicono se il numero che ti sta chiamando sul telefonino è di un seccatore che vuole vederti qualcosa.
Il solito abbigliamento assurdo e sconsiderato di qualunque americano, che annoto ad ogni viaggio, che mi irrita ad ogni viaggio, completamente casuale e sciatto, incurante del clima, della stagione, della circostanza. L’abuso ovunque delle ciabatte e delle infradito, anche in città, nei locali, nei ristoranti, negli hotel, nei negozi. Girano scalzi, o indossano le ciabatte col calzino, i bermuda e la t-shirt, anche se fuori piove, c’è vento e ci sono otto gradi. Non gliene frega un cazzo a nessuno. Escono con addosso la prima cosa che trovano nell'armadio, fine. Ovunque vadano, con qualunque temperatura e condizione atmosferica.
È una delle cose che odio di più. È quasi un fatto personale.

Il linguaggio diretto, banale, stupido perché sia comprensibile anche gli stupidi. L’America è il paese per gli stupidi, per permettere anche a loro di sopravvivere, diceva Stor. Quanto ho fatto mia quella frase.
Pensa alla nostra assurda burocrazia e al nostro incomprensibile, borioso e supponente linguaggio aulico amministrativo: "I trasgressori saranno sanzionati pecuniariamente a norma bla bla bla”. In America il cartello in autostrada te lo dice in tre parole, chiaro e tondo: “Speeding fine doubles.” Fine. Non puoi dire di non aver capito, nemmeno se sei stupido.
Lo diceva Marchionne, parlando della differenza fra lavorare in America e in Italia. Raccontava che in America è tutto più semplice, chiaro, facile. Per esprimere qualsiasi concetto bastano tre parole. In Italia tutti ti rompono i coglioni con giri infiniti di metafore, sfumature, cose dette e non dette, doppi sensi. In America il concetto è quello, punto.
Speeding fine doubles.

Bella Pittsburgh, è stata una gran sorpresa. Ha l’isola coi grattacieli come Manhattan, la vista dalle colline come Firenze, il fiume come Shanghai, gli hipster come Seattle, i ristoranti come Boston e Philadelphia, le foreste e i boschi attorno come Vancouver.
Bella Pittsburgh, ci vivrei eccome. A Washington DC, che in America tutti chiamano semplicemente “Dissì”, invece mi sono scottato come fossi stato a Miami Beach.

Ecco, prendi Washington Dissì. Ho approfittato di un weekend a Philadelphia per farmi un giro nella capitale, che è a meno di due ore di treno. Volevo sentirmi un po’ nel centro del mondo, vedere la Casa Bianca e provare l’effetto che mi avrebbe fatto.
Nessuno.
È una mezza delusione la Casa Bianca, a partire dal fatto che non è nemmeno possibile avvicinarsi, si rimane molto lontani, e francamente non me lo aspettavo, pensavo di poter camminare liberamente nel giardino del presidente della più grande democrazia del mondo. In effetti si può, volendo, ed è anche gratuito, ma bisogna prenotarsi con tre mesi di anticipo, immagino perché la CIA abbia prima il tempo di scansionare tutta la tua vita privata minuto per minuto e capire se vuoi in realtà distruggere il loro grande paese.
Ecco, l’unico effetto che mi ha fatto stare davanti alla Casa Bianca, abbastanza spiacevole per la verità, è stato quello di essere osservato da mille occhi e registrato passo a passo.
Il Congresso invece mi è piaciuto. Dovessi dire, quella sensazione di centro vero del potere, globale, l’ho avuta davanti al Palazzo del Congresso. Più di quando sono stato al Cremlino, o in Piazza Rossa a Mosca. L’accostamento mi è venuto spontaneo.
Poi in aereo ho visto "Vice" e quella sensazione si è trasformata in disagio profondissimo.

Ho detto a Frank, scherzando - ma in realtà no - che in fondo Washington è uguale a Pyongyang, a meno delle statue di Kim, a più di quelle degli eroi americani. Mi ha guardato sorpreso e incredulo e ha esclamato “Oh, noooooo, absolutely not, my God!”
Gli ho risposto che stavo scherzando, ma poi ho aggiunto “Dai Frank, pensaci: gli stessi palazzi enormi in stile neoclassico per celebrare la grandezza dell’impero, gli stessi viali enormi e infiniti per le parate, le stesse statue ciclopiche, lo stesso spazio vuoto e autoreferenziale, la totale assenza di negozi e di case normali, lo stesso traffico di limousine nere con i finestrini oscurati, gli stessi militari e la stessa polizia”.
Mi ha fissato ancora incredulo e poi ci ha riflettuto un attimo. Mi ha detto che tutto sommato forse ho ragione, non ci aveva mai pensato.
"You have a point, Carlo".
Mi ha sorriso e abbiamo stappato una bottiglia di ottimo vino californiano.

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Washington DC
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Pittsburgh, Pennsylvania
TAG: Washington, Pittsburgh, usa, america
01.26 del 30 Maggio 2019 | Commenti (1) 
   
15 Boston Logan
MAG Travel Log: Business Trips 2019, Diario
La prima volta che sono atterrato a Boston era sera tardi, avevo la febbre, ero stanchissimo e volevo solo andarmene in hotel a dormire. C’era una coda maledetta al controllo passaporti e incappai nel tizio sbagliato.
L’ultima volta che sono atterrato all’aeroporto di Boston era il marzo del 2014, arrivavo dalle Bermuda e stavo aspettando il mio volo per Roma. Mentre mi aggiravo annoiato e stanco per il terminal mi chiamò mio fratello.

Strano. Sapeva che sarei rientrato di lì a poche ore e peraltro non è che ci sentiamo così spesso, mio fratello ed io. Forse aveva dimenticato che ero all’estero, o sulla via del ritorno.
Aveva la voce normale. Mi chiese come stavo, dove fossi e a che ora fosse previsto il mio arrivo a Milano.
All’una e mezza di domani a Malpensa, gli risposi.
- Allora è meglio se te lo dico adesso. Papà si è sentito male.
No, non era normale che mio fratello mi chiamasse in America, mentre ero sulla via del rientro.
- È in coma. Siamo a Genova, cerca di arrivare il prima possibile.
A Milano in realtà dovevo prima sistemare in qualche modo i ragazzi e a Genova arrivai poi il giorno successivo al mio rientro.
Ricordo due autovelox nel giro di ventiquattr'ore.
Poi non mi è più capitato di tornare a Boston, fino a questa sera.

Mi aggiro annoiato per il terminal A di Boston, in attesa del mio volo per Philadelphia. Ho mal di schiena, sono molto stanco, sono in viaggio da trenta ore e ne ho ancora almeno sei davanti prima di vedere un letto. Sono sveglio dalle cinque di quella che per me è ancora “questa mattina”, in America è ieri sera. Ho lavorato durante entrambi i voli precedenti e non ho chiuso occhio, complice il viaggio, tutto con la luce del giorno.
Ho fatto tre ore di attesa a Malpensa, altre due ore a Parigi di cui una intera in coda alla dogana, altre tre qui a Boston, la metà delle quali in fila al CBP, nonostante la procedura elettronica e la corsia “Returning ESTA”. Il resto del tempo all’ennesimo controllo del bagaglio a mano, alla faccia della priority lane.
Sono in viaggio da trenta ore e la metà le ho passate in piedi in coda da qualche parte. Ciò nonostante, è stata una giornata bellissima, con un cielo meraviglioso sul Monte Bianco e la luce radente del tardo pomeriggio a illuminare il Massachusetts.

Mi aggiro annoiato e stanco per il terminal A di Boston, ho mal di schiena e sono molto stanco, ero qua un pomeriggio di marzo nel 2014, e mi viene da piangere.
Chiudo gli occhi e respiro.
Due ore dopo il sole tramonta a Philadelphia e anche sulla Pennsylvania il cielo è stupendo.
È stata una giornata magnifica per volare.
Di nuovo negli Stati Uniti.

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Monte Bianco
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Boston
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Philadelphia
TAG: boston, America, usa
22.22 del 15 Maggio 2019 | Commenti (0) 
   
25 Sud
MAR Travel Log: Business Trips 2019
Delcio parla italiano piuttosto bene, o forse dovrei dire un italo-portoghese infiltrato qua e là da qualche termine spagnolo, con una irresistibile cadenza brasiliana che sembra quasi recitata apposta per il collega italiano in visita a Sorocaba, che poi sarei io. Il collega intendo, non Sorocaba, che è una cittadina di seicentomila abitanti a un paio d'ore da San Paolo, se non piove e se non è venerdì, perché altrimenti le ore sono quattro nonostante l'autostrada a sei corsie per senso di marcia.
Venerdì cade una sola volta alla settimana, ma in compenso al tropico piove ogni stramaledetto pomeriggio alle cinque in punto, palo de agua (*), puoi regolarci l'orologio. Possono esserci trentacinque gradi e sole tutto il giorno, ma alle cinque palo de agua.
E quattro ore per andare a San Paolo.
Io comunque a San Paolo devo tornarci sabato alle due del pomeriggio: c'è il sole e impiego un paio d'ore.

Il tropico attraversa l'autostrada fra Sorocaba, dove ho l'ufficio, e Itu, dove si trova il mio hotel. Delcio abita a Salto, a una decina di chilometri da Itu, così il sabato Delcio mi porta a spasso per Itu e per Salto.
In centro a Salto c'è un disabile senza braccia, che dipinge tenendo il pennello con la bocca. Mi dice Delcio che fa bellissimi quadri, nonostante sia un povero deficiente.
Sono perplesso e ci rimango un po' male. Mi chiedo cosa mai avrà fatto quel povero cristo per prendersi del deficiente da Delcio e per la verità sono anche un po' in imbarazzo, così abbozzo e passo oltre.
Cinque minuti dopo l'illuminazione: ha ragione, è un deficiente accidenti, o perlomeno lo è in italo-portoghese.
Devo allontanarmi un attimo con una scusa perché non riesco a trattenermi dal ridere e a dirla tutta mi vergogno ancora di più perché rido dell'equivoco come un quindicenne che ha fatto una battuta scema e l'accento brasiliano che mi perseguita da giorni la rende perdipiù irresistibile, e non ho però il coraggio di spiegare a Delcio che nell'italiano di tutti i giorni deficiente significa un'altra cosa. Spero che non venga mai in Italia a dare a qualcuno del deficiente e soprattutto spero che non legga questo blog, e che se dovesse mai farlo mi perdoni perché non gliel'ho detto e sorrido ancora a pensarci.

Fra i colleghi che in questi mesi di zingarate per tutto il pianeta ho trasformato loro malgrado in occasionali guide turistiche personali, Delcio è senza dubbio quello con cui sono maggiormente a mio agio e in sintonia. Sarà che alla fine siamo entrambi latini e non c'è nulla da fare, non c'è l'imprescindibile barriera culturale che mi separa dal Giappone di Ryo, dalla Cina di Meg o dall'India yankee di Bobby.
Una sera Delcio mi porta a cena in un ristorante tedesco in centro a Itu e mi suggerisce di iniziare con una caipirinha, avvertendomi che è piuttosto forte. Penso alle caipirinha dei navigli di Milano e mi dico "che sarà mai", mentre tracanno un bicchiere di cachaca gelata locale con due fettine di lime.
Alle tre del mattino mi sveglio, vestito, steso a faccia in giù sul letto dell'hotel e non sono certissimo di ricordare come ci sono arrivato. Affronto la prima riunione del mattino seguente con tre tazze di caffè americano sullo stomaco e un Optalidon.
Comunque buona era buona, eh, davvero accidenti.

Conosco la moglie di Delcio, che mi abbraccia come un fratello e si unisce a noi per pranzo. Mi portano da Spanizzi, in centro a Itu, perché vogliono il mio parere su quello che pare essere il migliore ristorante italiano della regione.
Il menù è invitante: voglio stare sul tradizionale per poter dare una valutazione il più oggettiva possibile e ordino spaghetti all'aglio, olio e peperoncino. La signora Spanizzi mi rimbalza l'ordinazione perché, dice, gli spaghetti non sono artigianali e lei ci tiene a farmi provare la "vera" cucina italiana in Brasile.
Mi ero preparato la scelta di riserva e decido dunque di sfidarla sul terreno ben più più difficile della mia terra, sul quale non posso essere morbido, né fare eventuali concessioni: ordino trofie al pesto.
Niente, mi rimbalza ancora, la pasta non è artigianale. Mi suggerisce le tagliatelle panna, funghi e avocado, perché le tagliatelle le fa lei in persona.
Cerco di spiegarle che in Italia non è che mangiamo pasta artigianale tutti i giorni e che io voglio i miei spaghetti all'aglio e olio, o in alternativa le trofie al pesto, e soprattutto che le tagliatelle panna, funghi e avocado in Italia non esistono, e noi siamo qui per la sfida del secolo.
La signora mi si irrigidisce e si offende anche un po', il dibattito si accende, Delcio e moglie ridono e mi sa che sono in trappola.
Negoziamo le tagliatelle, artigianali, col pomodoro fresco, anche se la signora non è affatto contenta e annota la scelta sul taccuino bofonchiando qualcosa fra sé e sé un po' piccata.
Alla fine la cottura è discreta. Voto 7/10. La Spazzini mi ringrazia e mi abbraccia, ma dice che la prossima volta devo provare le sue tagliatelle ai funghi e avocado.

Anche il vino era buono. Fuori ci sono trentacinque gradi e la giornata davanti a me è ancora lunghissima.
Per fortuna a San Paolo mi porta un autista e al resto penserà l'equipaggio di Alitalia.

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Rio Tietê, Salto

(*) Questa la capiamo solo fra noi, vecchi lettori di Mister No.
TAG: Brasile, itu, salto, sorocaba
10.43 del 25 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
11 Brazil!
MAR Travel Log: Business Trips 2019, Spostamenti
Quindi Brazil, anche questa volta un ritorno, ben ventinove anni dopo il mio lungo viaggio in Sudamerica del 1990.
Sarà una puntata piuttosto rapida, sto via solo quattro giorni, divisi fra lavoro e hotel e null'altro, ché la destinazione è una località perduta nel nulla a due-tre ore di auto da San Paolo. Un altro posto da tapis roulant e hamburger, insomma. Il meteo dà piogge torrenziali e temperature massime attorno ai trentatré gradi. Ieri ero in montagna a sciare.

A seguire, dovrei tornare a Philadelphia, via passaggio da casa per far le solite due lavatrici, ma ho cambiato così tante volte agenda negli ultimi due mesi che ormai pianifico quasi alla giornata.
Un po' più in là, poi, dovrebbe essere il turno di Emirati e India.

Aggiorno la mappa, aggiusto il fuso orario sull'agenda, cerco di capire cosa ficcare dentro al trolley, considerato che parto d'inverno con cinque gradi e atterro in piena estate pronto a farmi inzuppare da qualche palo de agua. Metto in carica il power bank, la cuffia Bose-mai-più-senza e il Garmin, do un'occhiata alla spina standard adottata in Brasile (tipi C ed N, dovrebbero andar bene quelle italiane), infilo un libro nuovo in valigia, mi preparo all'ennesima sveglia delirante.

E poi niente, si riparte.

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TAG: Brasile
08.46 del 11 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
06 E poi cose così
MAR Travel Log: Business Trips 2019
E poi c'è questa cosa: Houston è la quarta città degli Stati Uniti. Conta poco più di due milioni di abitanti. Meno di Roma. Eppure sembra sterminata.
Philadelphia è la quinta e ne fa un milione e mezzo, circa Milano. Per trovare Boston in classifica bisogna addirittura andare oltre il ventesimo posto: fa meno di settecentomila abitanti, è più "piccola" di Torino.
Eppure quando attraversi Houston, Philadelphia, Boston e qualunque città americana (Albuquerque, cinquecentomila abitanti, per dire), ti sembrano infinite, attraversate da queste autostrade e tangenziali a dodici corsie, con svincoli esagerati, le distanze sempre improponibili a piedi, detto che in America nessuno si muove a piedi.

Già questa cosa delle autostrade, letteralmente, in città. A un certo punto ho fatto mente locale: noi abbiamo le tangenziali, loro passano direttamente in mezzo al centro urbano; tiran su un viadotto, costruiscono uno svincolo a cinquanta metri di altezza e ciao, come si vede nei telefilm. Come se quando arrivi a Milano, invece di trovare il casello a Melegnano, o ad Agrate, e poi infilare la est attorno alla città, potessi proseguire con l'autostrada diritto fino a piazza del Duomo, scavalcare Galleria Vittorio Emanuele e il Castello Sforzesco con qualche pilone di cemento armato, e poi proseguire su per Corso Sempione fino a bucare il centro urbano dall'altra parte.
Moltiplica questo per tutte le autostrade che arrivano a Milano da ogni punto cardinale, falle incrociare tutte a San Babila, e hai fatto Houston, per dire.

Così mi sono chiesto perché e me lo sono chiesto proprio mentre col taxi stavo percorrendo la tangenziale più esterna di Houston, a pianta perfettamente quadrata, come Houston medesima, e dal finestrino potevo distinguere nitidamente il grappolo dei grattacieli di donwtown, a circa venti chilometri in linea d'aria dalla mia posizione.
Venti chilometri in linea d'aria: ho controllato su Google. Significa un diametro di circa quaranta chilometri a racchiudere il centro urbano. Capisci le dimensioni.
Per darti un'idea, nel suo punto più largo il Grande Raccordo Anulare di Roma raggiunge un diametro al massimo di venti, l'anello delle tangenziali di Milano ha un diametro medio di quindici e la cerchia della circonvallazione di cinque. Con una differenza, fra l'altro: il GRA e le tangenziali di Milano passano abbondantemente fuori città, il cerchio esterno di Houston no.
Certo, si può obiettare che è la normalità delle metropoli del mondo, basta andare a Parigi o a Londra, ma qui stiamo parlando, appunto, di una città che ha poco più di due milioni di abitanti, non venti. Di città che, dal punto di vista della popolazione, non sono affatto "metropoli", non perlomeno nell'accezione che diamo loro nel nostro immaginario parlando di grandi città americane.
Uno pensa Houston e immagina grattacieli, autostrade interne, strade infinite: tutto vero. Per associazione, me lo chiedessero, risponderei automaticamente dieci milioni di abitanti. E invece.
Attraversi Albuquerque in taxi dal tuo hotel a downtown, prendi l'autostrada (!) in città, fai almeno venti miglia dentro il centro urbano.

La prima risposta che mi sono dato è che è una questione di toponomastica. Se noi chiamassimo Milano tutta l'area urbana della "grande Milano", arrivando a comprendere Monza o addirittura Lecco, totalizzeremmo immediatamente dieci milioni di abitanti e viaggeremmo "in città" senza soluzione di continuità per cinquanta chilometri, che poi è come funziona in America.
La prospettiva di downtown Houston, vista dalla tangenziale, mi ha dato però un punto di vista diverso: a parte un pugno di grattacieli in centro, l'area urbana è perfettamente piatta e disegnata su uno sterminato reticolo di isolati quadrati, divisi da strade larghissime e colonizzata da una teoria infinita di case e villette a schiera di uno o due piani, nella quasi totale assenza di palazzi più alti, per cui se prendi due milioni di abitanti e li distribuisci in quel modo sul territorio hai fatto una città di quaranta chilometri di diametro e hai pure lo spazio per far passare le autostrade sopraelevate in centro, senza sforzo particolare.
Ricordo che 'sta storia della città fatta di un gruppetto di grattacieli downtown circondato da chilometri e chilometri e chilometri di periferia tutta uguale, tutta a un piano, tutta anonima, tutta alienante allo stesso modo, dove ricchi e poveri, popolo e borghesia, sono distinguibili solo dalla dimensione e dalla cura del giardino e dalle dimensioni del pickup parcheggiato davanti a casa, l'avevo già notata vent'anni fa a Chicago e in tutti i miei viaggi successivi negli Stati Uniti, con la sola esclusione, forse, di Seattle, e considerando naturalmente che New York (otto milioni di abitanti) fa un po' storia a sé (ma nemmeno troppo, al di fuori di Manhattan).

È vero che le città del New England hanno caratterizzazione un po' più europea, perlomeno avvicinandosi al centro: ad esempio downtown Philadelphia non è molto diversa da una qualunque nostra grande città, ma in effetti si tratta di eccezioni e comunque Philadelphia (un milione e mezzo di abitanti), sul lato lungo, fa quindici chilometri di "centro". Son tre ore a piedi da un lato all'altro: Milano, stessa popolazione, la fai in un'ora (verificato per voi).

E poi altre cose inutili, che annoto così, di passaggio, nel mio girovagare: ho scoperto che le autostrade, anche in centro città - forse soprattutto in centro città - si pagano anche se non c'è alcun casello. In realtà c'è l'"easy-flow multilane" e questa cosa mi fa sorridere, perché molti anni fa, quasi nella preistoria direi, uno dei miei primi incarichi professionali importanti fu per la Società Autostrade.
Eravamo agli albori dell'epoca del Telepass e quanti aneddoti che imparai allora in merito e sulla gestione delle nostre autostrade. Ricordo che mi dissero che il Telepass è un brevetto italiano e che in realtà, come spesso accade, nel momento in cui da noi veniva implementato era una tecnologia già superata, perché la stessa Società Autostrade aveva già sviluppato un altro sistema chiamato Easy-flow Multilane, che non poteva installare in Italia per varie ragioni e che però vendeva all'estero, primo fra tutti in Canada.
Il Multilane era un arco che scavalcava tutta la carreggiata, dotato di telecamere, che consentiva il flusso continuo del traffico senza alcuna interruzione né rallentamento, tracciando i passaggi delle auto e permettendo di addebitare il tragitto direttamente sul conto corrente degli automobilisti evitando il formarsi di qualunque coda. Era collaudato fino a passaggi a duecento all'ora.
Vent'anni fa. Noi siamo qui ancora a fare code al casello e a gestire i pagamenti cash, sulle tangenziali e autostrade americane hanno il Multilane da vent'anni e certo, quasi tutti sono registrati al servizio, ma se proprio non vuoi perché tanto sei di quelli che "io non uso mai l'autostrada, né lo smartphone, né sono iscritto ad alcun social network, né uso le carte di credito perché si spendono un sacco di soldi", be', nessun problema, c'è una corsia apposta col casello riservata per te, dove puoi pagare perfino coi biglietti da un dollaro e le monetine di rame (a Houston vuota).

E in effetti cose come sono stato un mese negli Stati Uniti e non ho mai, mai, mai dovuto usare il contante nemmeno una volta, non ho nemmeno prelevato e ho pagato qualunque cosa, qualunque, in qualsiasi situazione, con la carta di credito, fossero anche il caffè da un dollaro o la mancia al tassista.
Certo, alla collega che in un'occasione viaggiava con me irrita pagare il caffè con la carta di credito "perché si perde il conto delle spese".
E allora fine.

Houston
TAG: usa, america
15.18 del 06 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
03 I touched the Moon
MAR Travel Log: Business Trips 2019
Al mio terzo ritorno a Houston, complice un weekend, sono finalmente riuscito a farmi un giro allo Space Center della NASA. A parte questo, la solita piatta desolazione di Sugar Land, un clima indeciso se virare decisamente all'estate già a febbraio o sparare ancora qualche cartuccia dell'inverno a salve texano e serate a macinar chilometri sul tapis roulant dell'hotel, nella speranza di contrastare gli hamburger e le birre della Big Ben Tavern, dove sono solito chiudere le mie giornate davanti a una partita di basket o di hockey, a meno sette fusi orari dalle mie abituali compagnie serali.

La speranza non serve a nulla: atterro a Milano a più quattro chili dalla partenza di tre settimane fa, che vanno a sommarsi ai più due del giro precedente. Nemmeno le scarpette in valigia e cinquanta chilometri fissando un monitor mi hanno salvato: un mese yankee è stato sufficiente a rubarmi un anno di dieta e allenamenti.
Guardo frustrato la bilancia e mi prende lo sconforto. Maledetto Texas, maledetta America. Non dovrei esser qui.
A malincuore rimando qualunque piano di emergenza casalingo, ché ho già il prossimo biglietto aereo nella casella di posta: ho giusto il tempo di sistemar le foto, far due lavatrici e la nota spese, riallineare inutilmente il jet lag e cambiare il tag al trolley, ché a questo giro ho imbarcato e me lo han fatto a pezzi.

Il Saturno V fa paura, sappiatelo, gli astronauti dell'Apollo erano pazzi, pazzi, pazzi.
Ho toccato un pezzettino di Luna ed è stato emozionante.
Sulle tangenziali di Houston si può viaggiare anche a cento miglia all'ora nonostante il limite delle sessantacinque e non è vero che gli sceriffi sbucano all'improvviso da dietro i cartelloni pubblicitari per inseguirvi.
Bryan infila un "you know what I mean" ogni due frasi, ma invece no, io non lo so cosa vuol dire, non lo capisco proprio.
Texas, la noia. Non che la Pennsylvania, comunque.
Son certo che avevo mille altre cose, ma di questi tempi il mondo gira troppo veloce attorno a me e non riesco a fermar nulla, non ricordo, tutto scorre fra un oblò, un monitor e una nuova alba sul vecchio mondo che arriva sempre troppo presto.

Hou02
Hou04
Houston Space Center, TX
Hou13
Hou05
Hou06
Hou08
Hou10
Hou12
Il razzo Saturno V che ha portato gli uomini sulla Luna
Hou03
I touched the Moon
TAG: houston, Texas, usa
23.58 del 03 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
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