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26 Il deserto ed io
DIC Travel Log: Business Trips 2019, Spostamenti
Sono partito che era ancora buio e l'alba parecchio lontana, ho preso con me solo lo zainetto, lo spazzolino e un ricambio di biancheria, ho volato un paio d'ore e sul mio volo eravamo in nove, e del resto chi vola ad El Paso, Texas, prima dell'alba.
Sono atterrato col sole, ho preso un caffè nero, lungo, da Starbucks, e un paio di bottiglie d'acqua, ho noleggiato un'auto, ho messo dentro lo zainetto, il mio bicchiere di caffè e le bottiglie d'acqua, ho collegato lo smartphone al bluetooth dell'auto, ho messo su un album di David Crosby, ho inserito un punto sul navigatore, ho preso la Interstate 10 West e mi sono diretto a nord, verso Las Cruces.
Mi sono fermato al confine fra il Texas e il New Mexico, ho scattato una foto, poi ho deviato a nordest, lungo la Route 70, in direzione di White Sands ed Alamogordo.

Al St. Augustin Pass il vento era molto forte e freddo. Ho accostato, mi sono affacciato sul deserto, ho allacciato il piumino, sono rimasto un po' lì a guardare il rettilineo infinito della strada che si perdeva all'orizzonte davanti a me.
In cielo non c'era una nuvola, non avevo sonno, non ero stanco, il caffè era ormai freddo, la giornata ancora lunga, la mia destinazione non lontana, laggiù, da qualche parte.
Ho scattato qualche foto con la macchina fotografica, quella vera, che avevo portato apposta con me.
Sono risalito in macchina e ho guidato ancora per un po' di miglia, fino a incrociare una deviazione verso nord. L'ho seguita per qualche miglio, l'asfalto è diventato sabbia, sabbia bianca, fredda, ché il gesso non trattiene il calore del sole.
Sono arrivato al termine della strada, ho accostato. Ho preso con me solo la macchina fotografica e mi sono allontanato a piedi.

Ho seguito per un po' alcuni pali rossi segnaletici, ho scattato qualche foto, il sole era allo zenith e la luce piatta, l'orizzonte bianco, la temperatura piacevole.
Ho studiato l'orientamento attorno, ho preso dei punti di riferimento, ho lasciato la traccia indicata dai pali rossi e mi sono allontanato in mezzo al mio deserto, attento a che il vento non cancellasse le mie tracce.
Sono stato via alcune ore, da solo.
Ho scattato molte fotografie.
Ho scelto una duna, mi sono inginocchiato, ché non volevo riempirmi di sabbia più di quanto non lo fossi già. Ho atteso il tramonto.

Sono tornato all'auto.
Ho acceso i fari, ché il cielo si è rapidamente colorato di rosa, poi di viola, poi è calato il buio.
Sono tornato al rettilineo e poi ho ripreso la mia strada in direzione est.
Sono arrivato ad Alamogordo che era già sera, mi sono fermato a un motel lungo la statale come quelli nei film americani, ho preso una stanza nel motel come quelle dei film americani, ho cenato in un locale vicino al motel come quelli nei film americani, la cameriera era come quelle nei film, la musica di Elvis Presley come nei film, ho ordinato un hamburger come nei film.
Ho vissuto la mia America, come quella dei film.

Ho cambiato lo sfondo del mio cellulare. Avevo degli alberi, adesso ho il deserto.
È quello che ho.

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TAG: New Mexico, el paso, white sands, deserto, America
19.29 del 26 Dicembre 2019 | Commenti (1) 
   
17 Di America e solitudine e ghiaccio sotto
DIC Diario, Travel Log: Business Trips 2019
Giorni fa sul volo per Houston ho visto questo film molto americano, “Breakthrough”, tratto da una recente storia vera che narra la vicenda di un ragazzino di quattordici anni sopravvissuto a un annegamento in un lago ghiacciato.
È quello che si potrebbe definire un film a scopo di evangelizzazione, immagino prodotto coi finanziamenti della chiesa presbiteriana-avventista-pentecostale o qualcosa del genere, interamente centrato sulla tesi del miracolo che interviene di fronte alla resa della medicina, e dunque della scienza. Le preghiere della mamma che vincono dove l'intubazione e il defribillatore non possono più nulla, insomma.
Oh, magari ci sta. Dacché poi ci si va a interrogare sull'imperscrutabilità del disegno divino che salva il ragazzo vitaminico della famiglia bene americana, ma condanna i poveri negri della porta accanto (che infatti verso la fine del film si lamentano e protestano anche un po': ma come, perché tu sì e mio papà no?).
Comunque.

La storia scava a fondo nella cultura cattolica profondamente bigotta e conservatrice - qui ovviamente imprescindibile per ogni buon americano - tipica della provincia yankee, dove democrazia e giustizia sono amministrate affidandosi all’interpretazione letterale della Bibbia e la bandiera americana sventola davanti a ogni casa e al cospetto di Dio. È quel tipo di cultura evangelica che affonda le radici nei discendenti dei padri Pellegrini e ancora oggi si radicalizza ad esempio nelle comunità mormoni che avevo visto in Ohio qualche mese fa.
A modo suo Breakthrough è un film anche commovente e coinvolgente, e d’altra parte è costruito apposta per far piangere e portare in chiesa gli onesti cittadini patrioti americani, retorico a sfiorare il grottesco, spaventosamente reale nella rappresentazione dell’America vera, quella al di là del New England e dell’avanguardia Californiana, l’America profonda, coi suoi sermoni, i suoi pastori, le congregazioni, i college, le piccole comunità del countryside.
Un film dell’orrore, a seconda dell'angolo di osservazione, ma con un suo punto.

Sorvolavamo le sterminate pianure gelate del Minnesota e dell’Iowa, una teoria infinita di forme geometriche disegnate dai campi di grano spolverati di neve e ricoperti di ghiaccio, e dal reticolo di strade rettilinee che tagliano tutta la regione centrale degli Stati Uniti; un mosaico invernale affascinante che avevo già apprezzato un anno fa durante il volo da Seattle a Minneapolis.
Ogni tessera del mosaico è punteggiata dalla sua farm, la vedi bene anche da dodicimila metri di quota e puoi immaginare il pickup inesorabilmente parcheggiato davanti alla porta del garage, il mulino per il pozzo d’acqua, la bandiera americana che sventola orgogliosa nel prato antistante, il recinto che delimita il terreno di proprietà, la cassetta della posta all’intersezione fra il viale d’accesso alla casa colonica e la strada statale.
Un rettangolo bianco, il quadratino nero della casa, un altro rettangolo bianco, un altro quadratino nero al suo interno. Ore così in volo e hai visto l’America.
E allora la capisci la solitudine di questa gente che vive nel nulla, in mezzo a un territorio così sconfinato che ci vogliono ore di volo per attraversarlo, il cui vicino sta a mezz'ora a piedi di pianura gelata, e che però si sente invasa dallo straniero e costruisce il muro con il Messico, duemila chilometri più a sud, e poi va a combattere in Iraq per portar la Bibbia ed insegnare la vita in comunità.
La capisci la solitudine di questa gente per cui lo straniero è quello che viene dalla contea vicina e magari mette gli occhi sulle donne che frequentano il tuo bowling e con cui hai fatto la scuola elementare.
Le capisci le comunità avventiste, il sermone in chiesa la domenica, il pastore che conosce la vita di tutti gli abitanti nel perimetro del villaggio - ovvero nel raggio di qualche dozzina di rettangoli disegnati nella pianura infinita - e che durante la celebrazione della domenica chiama i fedeli uno a uno per nome, chiede loro di fronte a tutti se hanno peccato, se hanno guardato alla tv quello show sconveniente, e allo stesso tempo se hanno bisogno di un falegname, di un idraulico, di un aiuto col bambino piccolo.
Guardi per ore la pianura congelata sotto di te e comprendi perfettamente la solitudine e l'appartenenza alla comunità.

Così riflettevo sul fatto che mai come in questo periodo mi sono sentito così solo, e all’improvviso la vita raccontata in Breakthrough ha un suo senso, ha senso la ricerca di una comunità che qui si declina nel credere ai miracoli, nello stringersi assieme la domenica, attorno a una chiesa, a un gruppo di anime solitarie disperse in mezzo a un orizzonte scoraggiante.
Persino io, nella mia misantropia, forse darei di matto. Se invece di dovermi far spazio dentro a un condominio della Brianza e lottare ogni giorno per scappare dall'abbraccio mortale del traffico pendolare, dovessi camminare nel vuoto della pianura del Minnesota, o del Kansas, o dell'Iowa, o del Nebraska, per poter anche solo parlare con qualcuno, forse andrei a bussare al vicino per chiedergli il latte, forse andrei dal pastore la domenica per confessargli i miei peccati, forse chiederei di entrare nel gruppo di preghiera del sabato mattina, forse mi ritroverei la sera sotto alle finestre della casa di un membro della mia comunità, insieme ai pompieri, alla polizia, agli insegnanti, ai colleghi di lavoro, con una candela accesa a pregare perché il figlio guarisca presto.

Forse la follia americana è tutta nel volersi appropriare di un territorio assurdo, volerlo colonizzare, resistergli attraverso inverni gelidi, estati umide e flagellate dai tornado, anno dopo anno, l’orizzonte piatto intorno, il mare a migliaia di chilometri, il confine più vicino a giorni e giorni di autobus, per poi trovarsi davanti a un muro nel nulla, e di là c’è il Messico, per dire, mica l’Europa, mica Londra, Parigi, Roma, Berlino, Madrid, Praga, Tokyo, Shanghai, Papeete.
Di là c’è Ciudad Juarez. E se vai dall’altra parte, a nord, solo foreste e gelo per grande parte dell’anno, e alci, e fiumi artici e violenti, e laghi, e montagne e ghiacciai invalicabili.
In mezzo il nulla. Nemmeno più i bufali, nemmeno più gli indiani.
E allora, la solitudine.

Così sorvolavamo le grandi pianure gelate del Minnesota e dello Iowa, avevo visto Breakthrough, che è un orrendo polpettone tanto assurdo e inutile da fare il giro completo e diventare un imprescindibile saggio sull’America, e intanto riflettevo sulla mia solitudine.

È stato un volo magnifico, la mia trentacinquesima traversata atlantica. Appicciato al finestrino come un bambino, a guardare per ore il mondo freddo, le misteriose e inesplorate distese ghiacciate della Groenlandia, prima, la banchisa al largo del Labrador, poi, Il Minnesota congelato, ore dopo ancora, e per tutto il volo l’incontenibile desiderio di essere laggiù, in mezzo al nulla, coi miei sci, le pelli di foca, ad avanzare da solo nell’ignoto: nessuna traccia tranne la mia, nessun rumore tranne il gelo artico, nessuna forma di vita a parte gli orsi polari, le volpi e gli alci alla ricerca di cibo.

È stato un volo magnifico la mia trentacinquesima traversata atlantica, la cinquantatreesima trasvolata oceanica in totale. Mi ha ricordato la seconda, quasi trent’anni fa, tornando da Rio de Janeiro, quell’insopportabile italiano qualche fila più avanti, con la camicia a fiori aperta sulla catena d’oro al collo, che spiegava a tutti noi di essere alla sedicesima e si vantava delle sue conquiste in Brasile, e io che cercavo di ignorarlo con fastidio e disprezzo, ma intanto mi chiedevo se sarei mai arrivato nella vita a poter girare così tanto il mondo da attraversare l’oceano sedici volte, da dovermele segnare per non perdere il conto.

Ché si sa, di ogni cosa io tengo il conto, sempre.
Sta alla voce "manie assurde".
Ché sì, è vero, anche questo sono io. Non è che mi faccia vivere bene e il risultato sempre questo è.
Finisce sempre che conto per uno.

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In volo sulla Groenlandia
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La banchisa al largo delle coste del Labrador
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La pianura gelata del Minnesota
TAG: america, volare
05.32 del 17 Dicembre 2019 | Commenti (0) 
   
29 UK calling
OTT Travel Log: Business Trips 2019, Amarcord
Al rientro da una cena di lavoro in un bel ristorante elegante di Chelsea, con la scusa di far due passi prima di andare a dormire, saluto i colleghi con cui ho condiviso il passaggio Uber fino all’hotel e mi incammino verso la sponda del Tamigi.
È una bella serata di fine ottobre, a Londra non fa molto freddo. Alzo il bavero della giacca, ché solo questa indosso sopra la camicia bianca d’ordinanza da businessman in transito nella City. Google Map mi dice che ci vuole una mezz’oretta a piedi per il Tower Bridge, così mi avvio attraverso le strette vie buie del Southbank, qua e là intervallate da qualche nuovo locale alla moda frequentato da giovani hipster londinesi mescolati a turisti russi, cinesi, giapponesi ed emigranti italiani che a Londra lavorano, vivono, scappano.
Ho sentito parlare più italiano in queste ultime ventiquattr’ore per le vie di Londra che in Piazza del Duomo a Milano.

Quattro anni fa, l’ultima volta che son stato a Londra, ero venuto con te a vedere gli Who ad Hyde Park per il cinquantenario. Era la tua prima volta sulle rive del Tamigi e davanti al Tower Bridge abbiamo una delle nostre foto più belle. L’avevamo scattata esattamente da questo punto, ma sulla sponda opposta.
Per questo mi sono incamminato fin qui stasera, per questo ci sono venuto da solo e per questo ho scelto di rimanere da questo lato, nel Southbank.
Scatto la stessa foto al Tower Bridge con la prospettiva ribaltata.
Poi chiedo a Google Map di guidarmi verso lo Shard, così passo a dargli un’occhiata da vicino, prima di riprendere la mia via verso l’hotel e andarmene a dormire. È quasi mezzanotte e adesso sì, fa freddo e domani devo svegliarmi presto, ché ho un meeting alle otto del mattino in uno dei grattacieli di cristallo che disegnano la skyline londinese del terzo millennio.

Nel pomeriggio, esauriti i miei impegni, mi incammino per le vie di Waterloo e raggiungo a piedi Westminster. Passo sotto il London Eye e no, nemmeno questa volta sono salito. Lo sai che mi fa paura.
Aspetto un Uber davanti a Downing Street come un primo ministro qualunque, ma non ho voglia di attraversare la strada e andare a rifare la solita stessa foto.
A Londra è impossibile non fare sempre le stesse foto.
Mi pare di averlo scritto anche allora. Poi magari vado a controllare.

London Euston è una brutta e anonima stazione. Osservo che una civiltà che può permettersi di annunciare sul tabellone elettronico che il treno per Glasgow inizierà l’imbarco “approximately 16:39”, peraltro quando non sono ancora le sedici, è una civiltà superiore.
L’imbarco inizia alle 16:39 e quattordici secondi, il che inequivocabilmente giustifica l’approximately e spiega meglio di qualsiasi altra metafora perché Shackleton non abbia mai rinunciato al tè delle cinque nemmeno mentre era alla deriva sulla banchisa antartica e perché a differenza degli americani gli inglesi abbiano davvero conquistato il mondo.
La Brexit, capirài.
Poi, anche gli inglesi telefonano sul treno, il che me li ricolloca purtroppo un po’ troppo approximately ai costumi del Belpaese e mi obbliga a riconoscere che l’educazione e la sobrietà sono giapponesi, quella inglese è più che altro supponenza aristocratica.

Tamworth è poco più di un villaggio a un’ora di campagna inglese, pecore e pioggia da Londra. A differenza della capitale - e del Giappone - i taxi qui accettano solo contanti ed è solo per un caso del destino che mi ritrovo nel portafogli una banconota da venti pounds con cui riesco fortuitamente a saldare il mio passaggio dalla stazione all’hotel.
Ad occhio è la prima volta quest’anno che uso contanti nelle trasferte di mezzo mondo, salvo giusto quando ti ho comprato il Ganesh nel negozietto di Panaji, in India.
E d’altra parte l’India l’han ben colonizzata gli inglesi.
Poi certo, l’Italia. Che vista da Tamworth, ti dirò, ma sai che.

Ho una camera in una fredda e molto British guest house, unica sistemazione dignitosa che abbia trovato “in centro”, chiamiamolo così. A guardarmi attorno, avrei potuto scegliere un qualunque Holiday Inn disperso fra le pecore nella campagna a mezz’ora da qui.
La proprietaria è però molto friendly, la birra nel pub annesso è buona e il ristorante è invero ottimo, compresa la soup of the day di patate, alla quale lipperlì mi ero fatto convincere a dare una chance con più di qualche perplessità, se non altro con l’obiettivo primario di scaldarmi. E invece, vedi come può sorprenderti Tamworth.
Comunque evitatela pure. Tamworth, intendo, non la zuppa di patate.

Fuori piove tutta la Gran Bretagna, fa abbastanza freddo e l’umidità inglese mi penetra diretta nella ossa. Faccio due passi al buio e mi ritrovo ad attraversare un cimitero nel mezzo di un parco cittadino. Mi bagno, non c’è un’anima in giro - salvo quelle inquiete qua attorno che verosimilmente non sono più terrene e non riescono a trovar pace.
Me ne sto lì sotto la pioggia a contemplare una brutta cattedrale gotica nera, chiusa, fradicia. Non c’è alcuna ragione per andare in giro a Tamworth, di notte e sotto la pioggia. Esco dalla mia trance e vado a rifugiarmi sotto al piumone della mia camera al Peel Aldergate hotel.
Ho voglia del mio letto. Ecco sì. Stasera mi mancano il mio letto in mansarda, il mio piumone, il mio libro.
Le sedici tu che mi tengono d’occhio dalla parete a sinistra e che nessuna di quelle sei più tu. Non so più come sei, adesso.
Non sei più nemmeno come eri due settimane fa.
Nemmeno io, del resto, che son rimasto metà.

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Random shots in Chelsea, London
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Business dinner in Chelsea
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Back in London, four year after
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My life in Tamworth
TAG: Londra, uk
23.13 del 29 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
19 Il Golfo e io e tu
OTT Travel Log: Business Trips 2019
Quando rientro da New York salto regolarmente la nottata. Prendi quest'ultimo giro: siamo decollati dal JFK verso le diciotto, ora della costa Est, più o meno alle venti han servito la cena, poi mi sono guardato un film, verso le ventitré ho provato a sdraiarmi e chiudere un po' gli occhi, ma attorno a mezzanotte - sempre ora americana - han servito la colazione, perché in realtà stavamo già volando sull'Europa ed era ormai l'alba.
Un'ora e mezza più tardi, cioè alle sette e trenta ora italiana, l'una e trenta di notte per me, siamo atterrati. Ciao notte.
Però, nello spazio di poche ore, dall'oblò sul mio lato ho visto un tramonto e un'alba meravigliosi, e ho volato tutto il tempo con una straordinaria luna piena al mio fianco che si rifletteva sull'oceano.
Ho scattato qualche brutta e inutile fotografia, ché col cellulare hai voglia a catturarla la luna, dal finestrino di un aereo poi, e intanto pensavo che di Galveston e del Golfo del Messico avrei dovuto scrivere lipperlì, davanti al tramonto rosso fuoco dell'Atlantico, seduto al tavolino sulla terrazza di quel motel affacciato sulla spiaggia di Freeport.

Invece niente, come spesso mi accade da un po' di tempo, molto tempo ormai.
Ho scattato fotografie, troppe come al solito, e ho guidato qualche ora la mia Dodge Grand Caravan - praticamente una specie di inutile container a quattro ruote che consuma come un transatlantico - lungo le grandi autostrade del Texas e la costa deserta del Golfo, allontanandomi da tutto ciò da cui avevo bisogno di allontanarmi.
Il Golfo del Messico è un buon luogo per allontanarsi, in caso di necessità.
Avrei voluto una Mustang rossa per la verità, ché secondo me, se sei in America e hai bisogno di allontanarti da tutto, una Mustang rossa o una Camaro son quello che ci vuole. L'app della Hertz me ne proponeva una per 52$, un affare, ma il tempo di pensarci su un attimo e addio Mustang, andata.
Ci sarebbero state una Cinquecento, per dire, o una Ford Focus, ma che fai, sei in America e ti prendi un'auto da gita domenicale in Liguria?
Così alla fine la Dodge. Che saran stati sei metri di auto, non arrivavo nemmeno ad appoggiare il gomito sinistro sul bordo del finestrino da quanto era larga e non avevo nemmeno un borsello con me da trasportare. Ma non è che in Texas ci sia particolare problema a parcheggiare o far manovra, e quindi.
Se hai bisogno di allontanarti, una Dodge da sei metri, un esagerato motore V6 da tremilaseicento di cilindrata, è una buona alternativa a una Mustang rossa.

Il Golfo è un po' quell'America lì, quella delle auto coi motori tipo locomotiva, quella che era anche di Albuquerque, per esempio. Col senno di poi, poi quando sei in spiaggia intendo, una spiaggia lunga più o meno trecento miglia e larga almeno uno intero, con quel senno di poi ti rendi conto che in fondo non una Mustang, e tanto meno una Dodge.
Un pick-up maledizione, ci sarebbe voluto un pick-up, di quelli con le ruote enormi, quelle ruote che ti permettono di guidare per miglia e miglia proprio lungo la spiaggia deserta, costeggiando le onde, come quella volta in Namibia vent'anni fa, con la Rocsta Jeep a Walvis Bay. Ecco, quella roba lì.
Infatti gli americani, quei pochi che incrocio a sud di Galveston, hanno il pick-up. Loro sì che sanno l'America.
Io invece mi becco le zanzare e il sole che picchia, ché sul Golfo, in ottobre, ci son novantadue Fahrenheit e un'umidità tropicale.

È un po' quell'America lì, a sud di Galveston. Tipo che puoi accostare a bordo carreggiata, in mezzo al tutto piatto attorno, sdraiarti in mezzo alla strada e fare la solita foto come nel deserto.
Tipo che ti allontani dall'auto, fai due passi nel nulla fra erbacce e sterpaglie, e all'improvviso realizzi che non sei in Brianza e forse no, potrebbe non essere un'idea meravigliosa, potrebbero esserci un serpente, o le sabbie mobili, o un serial killer che spunta dai campi di granturco.
Poi ti tranquillizzi perché in effetti no, qui non ci sono campi di granturco. Ci sono gli uragani, per carità, ma il cielo questo pomeriggio è perfettamente limpido e caldo.
C'è il mare, da una parte e dall'altra, ché la strada corre per molte miglia su una specie di striscia pressoché deserta di sabbia ed erba, lunga lunga lunga e larga non più di un miglio, collegata al resto del Golfo e del mondo da un ponte.
Che in effetti sì, avercela una Mustang rossa. Non ci sono nemmeno i cartelloni pubblicitari per nascondere le pattuglie della polizia stradale.

È una serata magnifica e struggente a Freeport. Gli americani scendono direttamente in spiaggia coi loro pick-up e accendono un barbecue, c'è un tramonto tipo palla di fuoco che cala dietro le palme contornandone di nero la silhouette, per cui anche uno sperduto motel del cazzo in mezzo a una radura di sabbia e cespugli, ai bordi della provinciale, ti sembra il posto più bello dell'universo.
La temperatura è perfetta, nel bicchiere una specie di aperitivo colorato di giallo e rosso, lievemente alcolico, a base di rum, e una cannuccia.
Se potessi fermarmi qui, ora, per sempre, forse il dolore rimarrebbe di là dell'oceano, ma il punto è che invece di là dell'oceano è rimasto il pezzo di me che dovrebbe essere su questa sponda, ora, con me a questo tavolo, a far piani per fermarsi qui per sempre.
Che poi è un posto del cazzo, Freeport, per fermarsi per sempre.
Non fosse altro perché alla fine, prima o poi, arriva un uragano a piallarti quelle quattro assi sulle quali hai magari pensato di investire la tua vecchiaia.
E allora no, Pico tutta la vita, lo sai.

Ché me lo chiedo sempre, e ancor più me lo chiedo a Galveston: ma perché gli americani si ostinano a costruire questi castelli di legno e cartongesso fronte uragano per poi farsi evacuare un anno sì e l'altro anche, e trovarsi magari con una catasta di detriti e la lavatrice distrutta scaraventata a trecento metri di distanza in mezzo a una palude?

Pianto la bandierina anche sul Golfo e la mia lista americana si allunga ad ogni giro.
È ormai sera quando mi rimetto in viaggio verso Houston. Guido lungo le autostrade buie del Texas seguendo la voce metallica in inglese del navigatore, le insegne illuminate dei motel che scorrono alla mia destra, i grandi impianti per la raffinazione del petrolio, i concessionari di auto, gli enormi svincoli stradali dell'America, l'autoradio che non ne vuole sapere di trasmettere almeno un po' di musica country e si ostina a tormentarmi col reggaeton.
Lascio la Dodge nel parcheggio buio del piccolo aeroporto di Sugar Land. Chiamo un Uber - "to uber", dicono qui, lo declinano proprio come fosse un verbo, intransitivo direi - e rientro al mio hotel.
Domani mattina l'America torna ad essere solo un ufficio da questa parte dell'oceano, e allora tanto vale.
Dobbiamo venire in America insieme, altrimenti a che serve attraversare l'oceano, se tu rimani di là.

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19.37 del 19 Ottobre 2019 | Commenti (1) 
   
01 Shots from Goa, India
LUG Travel Log: Business Trips 2019
All’aeroporto di Mumbai sono le tre del mattino, fa caldo, sono stanchissimo, sudato, avrei più di dure ore a disposizione per provare a chiudere occhio fra un volo e l’altro, ma se ne vanno irrimediabilmente a combattere con la demenziale burocrazia indiana. A iniziare dall’immigrazione: infilo la corsia veloce riservata alla business class e ai frequent flyer, ma evidentemente in India hanno tutti un qualche status privilegiato, perché sto in coda quasi un’ora, nemmeno fosse ora di punta a Houston. Quando finalmente è il mio turno mi chiedono la carta d’imbarco (in uscita? Chissà dove accidenti l’ho infilata alla partenza), mi prendono le impronte digitali e mi fotografano (ma non lo avevano già fatto apposta al consolato a Milano per rilasciarmi il visto?), mi interrogano, mi chiedono della mia professione, del mio itinerario, delle mie precedenti esperienze in India, delle mie prossime tappe. Dico “Goa” e il poliziotto mi strizza l’occhio: “Ah, vai a divertirti eh?”.
No, vado a lavorare e sono stanco, nel frattempo si son fatte le quattro e se mi tiene ancora un po’ lì a menarmela perdo il volo in coincidenza.

Mi ci vuole un’altra ora, tutta, per attraversare i controlli in aeroporto fra gli arrivi internazionali e le partenze domestiche. Devo anche passare attraverso la coda del ritiro bagagli anche se non ho nulla da ritirare, ma non esiste scorciatoia per i trasferimenti. Mi ricontrollano il passaporto e il bagaglio a mano almeno cinque volte, ogni volta uno scanner, ogni volta mi timbrano la carta di imbarco, ogni volta devo passare la perquisizione, ogni volta una fila e sono quasi certo che almeno in un’occasione il percorso ripassi dal via, perché mi ritrovo in coda a quello che sono sicuro essere l’ufficio immigrazione iniziale, questa volta nella corsia normale, dove naturalmente mi ritimbrano la carta di imbarco, che a questo punto è quasi illeggibile.
Dal momento in cui sbarco a Mumbai mi bastano pochi minuti perché l’India mi investa in pieno ed eccolo lì, il passato mi piomba addosso per intero e all’improvviso sono a diciassette anni fa, mi sento come se non fossi mai andato via. Tutta la fatica e la frustrazione dei mesi dell’overland in Asia, naufragati nell’aria liquida del subcontinente, mi travolgono oggi come allora, e mi assale una stanchezza infinita.
Arrivo a prendere il mio volo Air India per Goa per un soffio. È quasi l’alba, piove, l’aereo è vuoto, la business class è larga e comoda, e sono praticamente da solo. Chiudo gli occhi un po’ mentre decolliamo per l’ultimo balzo di questa notte interminabile e mi lascio trasportare dagli eventi.

Il sole sorge al di sopra dello spessissimo strato di nuvole monsoniche e una luce stupenda illumina il cielo della costa occidentale. Ormai posso rinunciare alla speranza di riposare almeno un’ora. Faccio colazione a bordo e scatto mille fotografie dall’oblò al mio ritorno in India.
L’aeroporto di Goa è un buco di posto stanco, fradicio e fatiscente. Anche qua, code e controlli infiniti. Per uscire dal terminal, nonostante arrivi da un volo domestico, mi ricontrollano passaporto, bagaglio e carta di imbarco almeno tre volte e a ogni controllo me la timbrano.
Metto finalmente, davvero, nuovamente piede in India dopo diciassette anni. Mi libero rapidamente di pochi, poco convinti e stanchi touts, e mentre cerco di identificare il mio autista mi ritrovo a pensare che da qui potrei anche tornare a casa via terra, e che lo so fare.
L’ho fatto davvero, una volta. Vorrei rifarlo. Lo rifarò, prima o poi.
Per ora il passato è qui, attorno a me. Lo riconosco tutto, lo respiro immediatamente. Non so se sono in grado di affrontarlo.
Non ho nemmeno sonno tutto sommato e non fa nemmeno così caldo, ci sono dieci gradi in meno rispetto ad Abu Dhabi e sono le sei del mattino, capirài, par quasi d’essere a Cortina al confronto. Be’, Cortina: facciamo l’Etna, va’.
Per il resto è tutto come quella mattina di diciassette anni fa, alla frontiera fra Zanghmu e Kodari, entrando in Nepal. È quella l’immagine che associo immediatamente, ancora più di quello che fu il passaggio vero del confine indiano a Bhairawa. Oggi come allora pioviggina, l’umidità permea l’aria, il mondo attorno è completamente cambiato rispetto a poche ore fa, sono appena atterrato su un altro pianeta. Un paio d’ore di India e già potrei scriverne per pagine e pagine, ogni passo è una storia da appuntare.

Viaggio verso il mio hotel a Panaji, ho bisogno di riposare qualche ora e di una doccia prima di presentarmi in ufficio. La pioggia lava via tutto: il traffico caotico e surreale, il suono ininterrotto dei clacson, la terra rossa e il fango, la vegetazione tropicale che avvolge qualunque cosa attorno, le mucche in mezzo alla strada, l’India che inizia ad abbracciarmi nella sua stretta claustrofobica.
Viaggiamo fissi in mezzo alla strada, a cavallo della linea di mezzeria, tentando di sorpassare qualunque cosa, autobus, altre auto, motocicli, tuc-tuc, bici, pedoni, animali, mentre altri veicoli fanno la stessa cosa cercando di sorpassare noi a destra, altri lo fanno a sinistra - qui la guida è all’inglese, nel senso di marcia intendo. Viaggiamo perlopiù contromano, rientrando solo all’ultimo secondo per evitare i frontali coi mezzi che provengono in senso opposto. Viaggiamo col clacson spianato, Ganesh che mi osserva dal cruscotto, le perline che tintinnano dallo specchietto, l’autista che non dice una parola. Viaggiamo, forse, verso un angolo climatizzato di tranquillità.
Eppure mi è tutto familiare. Mi sembra tutto normale. Mi sembra normale evitare all’ultimo secondo i veicoli che provengono dal senso opposto, sorpassare in curva cieca, sorpassare a sinistra invece che a destra, a seconda degli spazi probabili o improbabili che si aprono in mezzo al traffico, aggirare le mucche, le bancarelle e la gente che cammina sul ciglio della strada, sotto la pioggia, scalza, in mezzo al nulla. Mi rendo conto che è un caos che mi appartiene, o semplicemente non mi ha mai più lasciato, si è impadronito di me senza che me ne rendessi conto, l’ho fatto mio e lo conosco, quasi non sudo nemmeno.

Per un lungo tratto costeggiamo il mare. A ridosso di queste spiagge chilometriche, fotografate contro il cielo color piombo, giacciono arenate e abbandonate le carcasse consumate di decine di navi, arrugginite dal tempo, spogliate dagli uomini di qualunque cosa potesse essere smontata, portata via, riciclata. Ci sono addirittura scafi di enormi portacontainer e vecchie petroliere che sono stati tagliati a pezzi. Sembra uno di quei cimiteri delle navi in Bangladesh, dove migliaia di disperati rischiano la vita per pochi dollari smantellando illegalmente, a costo zero e al riparo degli occhi e delle legislazioni internazionali, gli avanzi delle flotte occidentali.
L’India è la discarica del mondo, dell’umanità, di tutto. Il caos è qui e qui convivono, fianco a fianco, mescolati senza soluzione di continuità, il ricco trafficante in Mercedes, il borghese benestante con la sua Tata impolverata e il relitto umano scalzo che smonta le navi a mani nude, uniti dallo stesso continuum esistenziale, per cui nella prossima vita i ruoli verranno equamente redistribuiti dalla giustizia divina, magari oggi stesso, se dietro alla prossima curva spunterà un camion troppo vicino per essere evitato e la mano dello smontatore di navi perderà la presa nel medesimo istante.
Ha una sua logica. A distanza di molti anni mi accorgo che l’India può insegnarmi molte cose. Devo resistere alla stanchezza, avrò tempo a casa di riposarmi, adesso c’è da andare in avanscoperta ad imparare.

I controlli di sicurezza all’ingresso dell’hotel arrivano a livelli paradossali. L’auto viene fermata ai cancelli, ci controllano il vano portabagagli, il cofano del motore, passano uno specchio sotto alla carrozzeria. Davanti alla porta di ingresso devo lasciar giù tutto, come se fossi in aeroporto. Il cellulare in una cesta, lo zaino, in un’altra, il trolley viene portato a uno scanner e io passo attraverso l’arco del metal detector. La stessa procedura verrà ripetuta ogni santissima volta che questi giorni rientrerò in hotel.
È per il terrorismo, mi dicono. Come se qualcosa potesse impedire che dal caos a pochi metri venisse lanciato un colpo di bazooka contro questo hotel a cinque stelle piantato nel mezzo dell’India lì fuori. Come se ci fosse poi una qualsiasi ragione per prendere questo hotel a colpi di bazooka. Ma poi mi viene in mente il Taj a Mumbai, e io sono pur sempre al Taj di Panaji e niente, devo arrendermi alla sfiancante paranoia all’americana che sembra avermi inseguito fin qui. Va già bene che non mi riprendano le impronte per l’ennesima volta.
Fuori, dalla finestra della mia camera tutto marcisce sotto la pioggia che va e viene. La climatizzazione non riesce a combattere l’umidità, che penetra nella stanza e permea l’ovunque, cosicché mi ritrovo col passaporto umido, le magliette umide, il telefono umido. Di me, lasciamo perdere.
Mi stendo un paio d’ore, ma di dormire non se ne parla proprio, sono pur sempre le otto del mattino, anche se sul fuso orario di Delhi, e il mio cervello non registra più sonno. Tanto vale indossare l’ultima maglietta buona rimasta dopo Abu Dhabi e affrontare le vie di Panaji, per poi fare un salto in ufficio e pianificare le prossime giornate.

Dell’India mi mandano ai matti le supponenti formalità demenziali inutilmente applicate al disordine universale attorno, la stratificazione sociale, la babele linguistica, la quantità di addetti all’inutile.
Prendi quello che mi schiaccia il bottone dell’ascensore in hotel. Non c’è sempre per la verità, e anche questo: non è chiaro quale sia il criterio perché in determinati orari, senza alcuna logica apparente, ci sia l’addetto a schiacciarti i bottoni dell’ascensore e in altri momenti debba far tu la fatica di pigiarlo. Comunque.
L’addetto a pigiare il bottone dell’ascensore funziona così: tu fai per avvicinarti agli ascensori, lui ti schiaccia il bottone. Appena l’ascensore arriva l’addetto si precipita fra te e la porta che si sta aprendo, ti indica l’ascensore e fa il gesto di trattenere la porta apposta per te, come se ogni volta corressi il rischio di essere tritato dalla chiusura improvvisa mentre tenti di entrare.
L’addetto ti chiede a che piano devi andare e ti indica il bottone da schiacciare. Per fortuna non ti segue, lui.
Gli altri ti seguono tutti.
Per esempio, prova ad andare al buffet.

Al buffet c’è quello che mi accompagna al tavolo, quello che mi indica la sedia, quello che mi sistema la sedia sotto al culo e quello che mi chiede cosa desidero, non fosse che devo rialzarmi perché, appunto, è un buffet, e mi servo dunque da solo, grazie. O almeno ci provo.
Al buffet c’è tutto e quando dico tutto intendo tutto. Perlomeno, la cucina di quattro continenti, distribuita lungo metri e metri di banconi. Devo fare colazione: vorrei un croissant, un caffè, uova strapazzate e bacon. Il caffè però bisogna ordinarlo al tipo che mi segue passo a passo e mi chiede in continuazione cosa desidero, indicandomi una per una tutte le etichette del buffet scritte in tre lingue.
Gli chiedo del caffè.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o sa il cielo quale altro tipo di caffè. Gli dico americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano. Gli rispondo di sì, americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè espresso. Gli rispondo di no, voglio caffè americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o mocha o con la panna o con la vaniglia o col cacao o con il brandy, lo zucchero, il dolcificante, le zollette, la tazza di vetro, di porcellana, take away, lungo, corto, medio, in caraffa.
Inizio a spazientirmi e gli rispondo che voglio caffè americano, sillabandoglielo. A-ME-RI-CAN, BLACK, TALL.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano.
Mi porta caffè espresso.

Il fatto è che gli indiani sono davvero convinti di parlare inglese e soprattutto di capirlo. Lo studiano fin dalla nascita, in un paese che ha mille e una differenti lingue ufficiali lo usano correntemente come lingua transazionale per capirsi fra loro e formalmente nell’amministrazione pubblica. Un mio collega indiano, un giorno, mi ha tenuto una filippica di venti minuti per spiegarmi che loro l’inglese lo parlano e lo capiscono benissimo, che non hanno alcun problema, che il resto del mondo li prende in giro ma che siamo noi a non capire un tubo. Era infervorato e offesissimo, mi ha fatto praticamente un comizio.
Almeno, credo che quello fosse il senso. Perché capivo una parola su dieci di quel che diceva e parlava velocissimo.
Davvero se lo credono, crescono a curry e inglese, ma quel che parlano è un dialetto tutto loro, incomprensibile al resto dell’umanità che parla inglese. Puoi abituarti all’accento di Houston e arrivare a intenderti coi contadini dell’Ohio, puoi riuscire a mediare con l’anglogiapponese e il demenziale sinoinglese, puoi capire persino, con l’esercizio, se un inglese vero ti sta chiedendo un accendino o se conosci Elisa (questa la capiamo solo io e lei), ma capire cosa diavolo ti sta dicendo un indiano, be’, da’ retta: fai prima a imparare a leggere il sanscrito.
E quindi, le uova.

Le uova ci sono sode, fritte, in camicia, alla coque, mescolate con qualunque spezia e verdura conosciuta al genere umano, ma non ci sono strapazzate.
Il tipo del caffè è andato, ne ho un altro attaccato che a sua volta mi sta indicando tutte le etichette del buffet, una per una, e mi chiede insistentemente, sorridendo, cosa desidero.
- Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, one side or two side fried?
- No fried eggs. Scrambled eggs.
Lo fisso immobile. Ripeto, sillabando, con calma: scram-bled-eggs. No fried eggs.
- Yes Sir, scrambled eggs.
Mi arrivano fried eggs, double side. Però me le ha fatte fare apposta invece di prenderle dal buffet.

E poi c’è quello che a cena non mi lascia mangiare in pace. Ho il mio libro, ho scelto un tavolo isolato, in un angolo, apposta. Voglio stare solo, non voglio parlare, non voglio nessuno. Voglio leggere.
Arrivano i piatti di portata. Provo a servirmi, ma il tipo si fionda al mio tavolo, mi prende le posate dalle mani e inizia a mettermi il cibo nel piatto chiedendomi quando basta. Lo fermo. Lo ringrazio. Riprendo il mio libro.
Finisco quel che ho nel piatto, ho voglia di prenderne un'altra cucchiaiata, faccio per servirmi, ma il tipo si rifionda su di me, mi afferra le posate dalle mani, mi mette la roba nel piatto chiedendomi cosa voglio, quanto ne voglio, se mi basta, se ne voglio altro, se mi serve altro. Lo ringrazio seccamente e cerco di spiegargli che posso servirmi da solo trattandosi di trasferire del cibo dal piatto che sta alla mia sinistra a quello che ho davanti. Sorride, se ne sta in piedi lì di fianco, aspetta con pazienza che provi ad allungare la mano verso qualunque cosa si trovi sul mio tavolo per anticipare i miei movimenti e impedirmi di fare da solo qualsiasi gesto che non sia portarmi il cibo alla bocca. Ho l’avvoltoio personale.
Rinuncio al dessert, non posso farcela a cenare col palo di fianco che mi spia.

Gli addetti all’inutile sono ovunque. Prendi l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
In mezzo al caos gli indiani costruiscono le grandi opere. Un po’ come da noi, per certi versi. Chilometri di cantieri e lavori in corso apparentemente abbandonati, monconi spettrali di enormi piloni con le armature arrugginite che fuoriescono dal cemento, pezzi di viadotti a cinquanta metri dal suolo destinati forse un domani-chissà-quando a scavalcare l’umanità e l’entropia sottostante, impalcature che impalcano il nulla abbandonate sotto la pioggia, jersey e nastri di plastica arancione che delimitano deviazioni artificiali che tutti sembrano seguire diligentemente, ma che nessuno in realtà segue, perché non esiste un ordine a monte al quale fare riferimento.
In mezzo lui, l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
Se ne sta lì, appeso sotto al troncone di un viadotto staccato da tutto, un tratto a quattro corsie che non arriva da nessuna parte e non porta da nessuna parte, né forse mai porterà ovunque, a meno che attorno non gli venga costruito il resto della strada. I lavori paiono abbandonati, ma forse è il monsone, forse è l’estate, forse è l’India, chissà.
L’uomo col pennello se ne sta lì appeso, sotto alla pioggia, sospeso nel vuoto, col suo secchio di vernice bianca appeso alla cintura e il pennello in mano. Dipinge il pezzo di viadotto. Così, da solo, senza alcuna ragione apparente, con calma, una pennellata alla volta. Il moncone sarà lungo cento metri, a qualche decina di metri dal suolo, appoggiato al suo enorme pilone, cemento armato grezzo grondante acqua. Lui, diligentemente, lo dipinge di bianco, col suo pennello e il suo secchio appeso alla cintura.
Lo immagino ancora lì, fra mille anni, appeso solo qualche metro più in là, a fianco di un tratto di pilone che digrada dal bianco lucido, al bianco opaco, al grigio, al cemento armato.

Al museo di Goa Velha non c’è quasi nessuno. Non che il museo meriti di per sé, ci sono perlopiù statue lignee di santi cristiani portate qui fra il seicento e il settecento, ma Vinay mi sta accompagnando a visitare le testimonianze della colonizzazione portoghese a Goa.
All’entrata del museo una vecchia indiana distribuisce i biglietti di ingresso.
Il biglietto è in realtà un pezzo di carta bianca a quadretti tagliato con un righello dalla pagina di un bloc notes. Esattamente così: ti presenti davanti alla vecchia, lei prende il suo righello, taglia un quadratino da una pagina del bloc notes, non ci scrive assolutamente nulla, ti consegna il fogliettino.
Il fogliettino viene ritirato un metro più avanti - un metro vero, ossia lì a fianco - da un’altra vecchia indiana, che lo butta in una cesta.
Le guardo, guardo l’India, accaldato, frustrato dall’inutilità e dall’inconsistenza. Voglio capirla.

Mi viene da chiedermi perché tutti i miei occasionali accompagnatori, ovunque mi trovi, mi portino a visitare chiese e testimonianze varie della colonizzazione cattolica. Era stato ad esempio così in Brasile, con Decio. Ora Vinay mi porta a vedere le cattedrali portoghesi di Goa.
Belle, per carità, ma siamo in India accidenti. Mi mostra i confessionali e mi spiega come funziona la confessione. Gli faccio inutilmente presente che essendo italiano e di estrazione culturale cattolica so benissimo come funziona, ma non è convinto e si perde nei dettagli.
All’uscita dalla cattedrale del Bon Jesus provo a giocare la mia carta e osservo, quasi distrattamente, che è interessante come in India convivano più o meno pacificamente quattro grandi religioni i cui culti vengono professati a pochi metri uno dall’altro, e chiedo quanti templi di altre confessioni ci siano nei dintorni. Vinay, sorpreso, mi chiede se sono interessato a visitare un tempio induista, la sua religione, ma mi avverte che dovrò camminare scalzo e vuole sapere se è un problema per me. Perché mai poi, chissà. Ovviamente no, non lo è.
Va a finire che abbandono le scarpe in macchina e passo una mattinata per templi indù, definitivamente scalzo, camminando a piedi nudi sull’India, sulla sua umanità, sul suo fango rosso, sull’acqua che scivola via lungo i cammini tutti e lava via i miei, e loro, peccati.

Vengo introdotto a un bramino e accetto (?) di sottopormi a un rito propiziatorio al cospetto di Balaji, il potente dio della ricchezza. Chiedo a Vinay se funziona, mi assicura che qualunque uomo d’affari indiano lo prende molto seriamente. E dunque.
Mi viene offerto un impasto di ingredienti sconosciuti che devo mangiare davanti all’altare di Balaji. Sembra una sorta di bolo premasticato dal bramino. Non mi faccio domande, ingoio. Il sapore richiama fragranze floreali. Non ho sensazioni particolari, mi pare di essere sempre sufficientemente lucido. Ciò nonostante deciderò di abbandonare in hotel il sacchetto con il resto del bolo che mi ha offerto da portare a casa: non me la sento di rischiare in dogana, qualunque cosa sia ai cani dell’aeroporto potrebbe non piacere.
Il bramino mi offre dell’acqua sacra che devo bere dalle sue mani. Ormai sono dentro al trip mistico e non posso più tirarmi indietro, accada quel che deve accadere. Trascorro le ventiquattr’ore successive calcolando ad ogni istante la distanza che mi separa dal bagno più vicino, ma misteriosamente sopravvivo.
Ne deduco che la gastroenterite di diciassette anni fa mi ha definitivamente vaccinato contro qualunque contaminazione biologica, non c’è più nulla che possa ormai ammazzarmi, tranne forse aggirarmi per i campi di raccolta dei contagiati da ebola.

Vinay mi spiega un po’ la questione delle milionate di divinità indù e di come di ciascun credente ne scelga una fra quelle principali (di solito Shiva, Vishnu, Brahma, Ganesh, o Parvati, ad esempio) a cui votarsi in particolare, un po’ come quando i cattolici si scelgono il santo preferito a cui raccomandarsi. La complicazione maggiore è che ciascuna divinità ha le proprie regole, perlopiù alimentari, cosicché nella famiglia di Vinay, cinque componenti, ciascuno devoto a un dio differente, ogni sera sua moglie deve preparare la cena incrociando obblighi e veti specifici relativi al giorno della settimana in funzione dell’accoppiata dio-familiare, il che richiede un sistema a più incognite e molta, molta pazienza, suppongo.
È complicato essere induisti, ma favorisce un esteso mercato delle infradito, ché alla terza volta nella giornata che devi toglierti le scarpe chiuse e le calze alla fine abbracci il bramanesimo e ti abbandoni allo scorrere dello yuga.

Per uscire dall’India devo attraversare sette controlli - sette - dei documenti, carta d’imbarco, bagaglio, perquisizione, mostrare un biglietto da visita, spiegare la mia professione a un funzionario di dogana eccessivamente zelante, cercando fra l’altro di giustificare che no, non so quanto la mia azienda paghi i propri dipendenti indiani, non dipende da me; superare un altro funzionario eccessivamente zelante che proprio davanti al mio gate, alle quattro del mattino - evidentemente l’ora di punta negli aeroporti indiani - decide di pesare il mio trolley con il suo bilancino a molla tascabile e impedirmi l’imbarco perché sforo di un paio di chili il limite stabilito dal regolamento; parlare col suo superiore e col superiore del suo superiore; mettere in scena la parte del Very Important Person che ha amicizie molto in alto, facendo intendere che mi sto annotando i nomi di tutti i miei inquisitori affinché vengano presi adeguati provvedimenti.
Alla fine, dopo una buona mezz’ora, il bluff funziona e vengo fatto imbarcare con le scuse d’ordinanza. Di sicuro ho imparato molto rapidamente il sistema delle caste e la regola del clacson spianato.

Sprofondo, sfinito, nella mia poltrona sul volo Qatar Airways per Doha. È quasi l’alba, ho un’altra a notte saltata alle spalle, il volo durerà solo tre ore e l’arrivo è previsto alle prime luci del mattino, fuso orario della penisola arabica. Si preannuncia un’altra infinita giornata.
Ho cenato bene, prima di partire. Vinay e Deepak mi han portato in un ristorante sull’oceano. C’era un tramonto meraviglioso con una luce quasi commovente.
Sono sopravvissuto alla cucina speziata in modo assurdo, non ho perlopiù idea di cosa abbia mangiato e all’uscita dal ristorante mi è sembrato perfino normale inciampare nelle mucche e abbandonarmi alla pioggia monsonica che mi ha inzuppato l'ultima camicia buona e i pantaloni, e all'acqua che mi è entrata inesorabilmente nelle scarpe trascinando con sé il suo (s)carico di India decomposta.
Sono sfinito, bagnato, ma sereno, in pace con me stesso e con l’universo.
Prima di provare a chiudere un po’ gli occhi mi godo il decollo sull’oceano e saluto Panaji. Mi dispiace andarmene, devo tornare assolutamente, con più tempo.
Ci sono voluti diciassette anni, ma ho infine fatto pace con l’India.

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Panaji, Goa
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11.28 del 01 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
25 Ritorno ad Abu Dhabi
GIU Travel Log: Business Trips 2019
Il volo Etihad è lo stesso sul quale mi imbarcai un anno fa per partire per il giro del mondo. Quest’anno volo in business ma, non saprei dire perché, la sensazione addosso è di aver volato meglio la volta scorsa.
Parto a disagio, accompagnato da una sottile angoscia che non riesco a identificare. Parto lasciando a casa alcune cose che porto sempre con me in viaggio e che non sono permesse negli Emirati, sarà per questo.
Oppure è che sto per tornare a confrontarmi con alcune mete che fanno parte del mio passato, che mi sono lasciato alle spalle quasi un millennio fa, che per varie ragioni sono state significative, ciascuna a proprio modo, che non sono certo di saper affrontare da solo, a meno degli itinerari e dei programmi strettamente professionali, intendo.
È il contesto attorno che mi inquieta. È la stanchezza che mi accompagna, piccoli imprevisti dell’ultima ora, il tempo che corre contro di me, i piani non chiari davanti a me.
Organizzo il mio volo al posto 3A e ripenso alla partenza di un anno fa. Di Etihad non ricordavo il momento della preghiera che precede le istruzioni per i casi di emergenza. Faccio le scaramanzie del caso - del resto è consuetudine anche sui voli Qatar Airways e, sospetto, su tutte le compagnie arabe - e declino il bicchiere di champagne di benvenuto a bordo in favore di un più ordinario e adeguato succo d’arancia, considerato che sono le dieci del mattino e peraltro è in arrivo la terza colazione: la prima a casa all’alba, la seconda in aeroporto, la terza subito dopo il decollo.

Torno ad Abu Dhabi dopo diciannove anni. Me lo conferma il tipo all’immigrazione: guarda il suo monitor, mi timbra il passaporto, sorride e dice “eri qui il primo gennaio del 2001, entrato da Dubai. È cambiato tutto da allora”.
Non è cambiato quasi nulla, per la verità, ad Abu Dhabi perlomeno e a parte lipperlì l’impatto iniziale. Una volta in centro, però, piano piano mi ritrovo. Verifico su Google Map che il mio hotel di allora dovrebbe essere a pochi passi da quello attuale e in effetti, guardandomi attorno con più attenzione, il contesto mi sembra familiare.
Arrivo di sera: lascio il trolley in camera ed esco a far due passi e a cercare un posto dove cenare. Fa un caldo spaventoso, la temperatura è oltre i quaranta gradi, ma è l’umidità ad uccidere davvero. Non me l’aspettavo, l’umidità. Tempo pochi minuti e sono fradicio di sudore, letteralmente, da strizzare. Non si respira quasi. A parte le camicie d'ordinanza, sono partito con sole tre t-shirt in valigia per il tempo libero, ma se le cose buttano così fra Emirati e India me ne serviranno almeno una dozzina per cinque giorni di permanenza.

Ritrovo il mio medio oriente e immediatamente permea ogni sinapsi ed ogni poro, calore a parte. All’improvviso è tutto qui: i muezzin che cantano dai minareti, gli odori per la strada, i colori nello spettro dell’ocra, l’aria del deserto che mi è così amica e familiare, le dinamiche delle città mediorientali, i negozi strani, confusi, casuali. Il movimento delle cose, l’Arabia, persino l’alfabeto.
Cerco di venire a patti col sudore, eppure sono a mio agio, so esattamente dove sono nonostante non tornassi in Medio Oriente dall’overland in Asia, salvo giusto qualche stop over per cambiare aereo negli ultimi due anni.
È solo il primo passo di quello che nei prossimi giorni sarà un vero e proprio tuffo nel passato, ma ancora non avverto l’impatto reale, non arriva tutto insieme.

Il mattino seguente chiedo indicazioni per l’ufficio: alla reception dell’hotel mi dicono che sono solo cinque minuti a piedi, è inutile prendere un taxi. Mi disegnano l’itinerario esatto su una cartina e mi insegnano i trucchi del caso: segui solo il percorso in ombra, anche se è più lungo, e cammina rasente ai palazzi, così attraversi le correnti di aria condizionata che fuoriescono dagli atrii e dagli ingressi dei negozi.
Quarantaquattro gradi, umidità alle stelle. Uscire dalla zona confòrt dell’hotel è come entrare dentro un forno a legna per le pizze. Un incubo. Meno di cinquecento metri, qualche minuto di troppo a indugiare in mezzo a una strada cercando di orientarmi e sono spacciato: fradicio, fradicio, fradicio.
Entrare in ufficio (ma ovunque: in un negozio, un centro commerciale, un ristorante, l’hotel) è uno shock termico a rovescio. Ci sono, perlomeno, venti gradi di differenza. Fai un salto del genere avanti e indietro dieci, quindici volte in una giornata, e ti trovi steso. Ogni rientro è una sciabolata di aria artica che ti ghiaccia immediatamente il sudore addosso, ogni uscita è una secchiata di vapore bollente che ti investe e ti brucia letteralmente.
L’effetto più surreale sono gli occhiali appannati: ogni volta che esco in strada devo vagare alla cieca per diversi minuti, non c’è modo di impedire la condensa immediata sulle lenti, pulirle non serve a nulla, si riappannano immediatamente.

Amin [nome di fantasia] non è arabo, è egiziano. Usciamo a pranzo ed è sempre attaccato al telefonino per qualche affare. Ho commesso l’errore di non portare con me la giacca - capirai, con ‘ste temperature - ma in realtà la giacca servirebbe per stare al ristorante, così invece sono vittima dell’ennesimo sbalzo di temperatura e trascorro tutta la pausa rabbrividendo, mentre la camicia infradiciata mi si gela addosso. Il mio ospite se ne sta pacifico nel suo completo gessato, come fosse in centro a Milano ad aprile.
Vorrei solo un’insalata, fa in generale troppo caldo e peraltro, se provassi a mettere sullo stomaco qualunque altra cosa, basterebbe uno di questi sbalzi di temperatura per costringermi ad una ritirata strategica nel primo bagno a portata di tiro. Amin ordina invece quello che per lui è “una cosa veloce”, delle specie di piadine arrotolate farcite di ogni ben di dio, limone e menta gelata, pane speziato, dolce. Mi arrendo. Con noi c’è anche un collega italiano, che riesce a imporre ad Amin la sua richiesta di avere solo un’insalata leggera.
Amin insiste col cameriere vietnamita affinché faccia presto, ché ha fretta e c’è un cliente che lo aspetta. So che non è vero, è che negli Emirati è come in India con le caste: gli arabi - e gli egiziani in quanto arabi ad honorem - comandano, conducono gli affari, si arricchiscono. La forza lavoro - tutta la forza lavoro, il cento per cento - è demandata agli immigrati. I lavori di profilo più basso sono tutti appannaggio di cingalesi, bengalesi, vietnamiti, che di fatto vengono trattati perlopiù come schiavi.
Lo schiavo di turno è il cameriere vietnamita che prende l’ordine. Che ha pure la sfortuna, probabilmente, di perderselo lipperlì.
Dopo pochi minuti arriva il nostro pranzo, ma non l’insalata del collega italiano. Amin, irritato, inizia a fare pressione sul cameriere, che va nel panico. Amin non lo molla, sollecita l’ordine ogni minuto. A un certo punto si alza arrabbiato e va verso le cucine, e se la prende con tutti. Ribatte che ha fretta, non può perdere tempo. La scena si svolge, letteralmente, nello spazio di non più di dieci minuti, ma secondo Amin stiamo aspettando da un'eternità ed è inaccettabile.
Allunga una delle sue iso-piadine al collega italiano, che non la vuole, è del tutto evidente, ma lui insiste, insiste, insiste e si offende di fronte al rifiuto ripetuto del collega, che alla fine accetta rassegnato.
Non fa quasi nemmeno a tempo ad addentarla che Amin decide che abbiamo aspettato troppo, si alza e va alla cassa per pagare il conto. Nel frattempo sta arrivando l’insalata. Amin la rifiuta, senza nemmeno consultarsi col collega che l’ha ordinata. Alla cassa rifiuta di pagarla e pianta un casino con tutti.
Alla fine usciamo, il collega imbarazzato e senza aver potuto consumare la sua insalata, Amin scocciatissimo.

Al momento di rientrare in hotel dall’ufficio, faccio per avviarmi a piedi come all’andata, ma Amin mi ferma e insiste per accompagnarmi in macchina. Uscire in strada alle cinque del pomeriggio a quanto pare è un’idea totalmente malsana.
Mi lascia davanti all’hotel: lo lascio allontanare e mi avvio per fare quattro passi da solo per il centro. Dopo venti minuti sono in pieno colpo di calore, completamente inzuppato dalla testa ai piedi, persino le scarpe sono bagnate di sudore. Mi trascino fino all’hotel respirando a fatica, Abu Dhabi è rovente. E sì che ne ho vissute di temperature estreme e di climi difficili in vita mia, ma nemmeno in Cambogia o in mezzo al Taklamakan ricordo di aver patito così. Forse non ho più l’età.

In hotel sono gentilissimi e lo standard dei servizi è peraltro quello di un quattro stelle negli Emirati Arabi: ho già fatto il check out perché ho il volo per l’India la sera stessa, ma mi lasciano usare le docce della palestra, gli spogliatoti e mi riforniscono di biancheria e tutto il necessario per rinfrescarmi.
Il taxi che va verso l’aeroporto per fortuna ha l’aria condizionata posizionata su ventiquattro onesti gradi.
Il gate è lo stesso dal quale un anno fa mi imbarcai per l'Australia.
Una notte troppo breve mi separa dall’India, davanti a me.

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TAG: Abu Dhabi, emirati
17.54 del 25 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a ovest
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E poi, sulla via del ritorno, decolli da Doha con una una giornata così.

Ci ho provato a fermarmi a Doha, avevo anche trovato posto sul volo successivo, ma viaggiavo col bagaglio a mano e all'aeroporto non c'è deposito bagagli. Così nulla, di certo non potevo trascinarmi il trolley e lo zainetto tutto il giorno in giro per la città con quarantadue gradi all'ombra.
Capiterà una nuova occasione di timbrare definitivamente il Qatar, ché è inaccettabile transitarci tre volte in pochi mesi e non avere ancora avuto modo di sdoganare e aggiungerlo una volta per tutte alla collezione delle bandierine.

Arab01
Doha, Qatar
Arab02
Bahrein
Arab03
Kuwait City
Arab04
Golfo del Kuwait
TAG: volare, aerei, Qatar, penisola arabica, Kuwait, Bahrein
23.46 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a est
GIU Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
Sono tornato, ho mille appunti, ho mille foto, ho mille flashback, ho mille emozioni da riordinare e riprendere, con calma, in mano. Appena trovo il tempo, arrivo.
Intanto, questi mesi continuo a collezionare immagini in volo di luci straordinarie.
Colleziono voli straordinari.
Colleziono ali e nuvole.
Viaggio.

VoloEAUIndia01
Atterrando ad Abu Dhabi
VoloEAUIndia02
Etihad business class
VoloEAUIndia03
VoloEAUIndia04
VoloEAUIndia06
VoloEAUIndia05
Decollando da Mumbai
TAG: volare, aerei, viaggiare
09.58 del 24 Giugno 2019  
   
14 Emirati e India (e di nuovo niente Qatar)
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E quindi riparto di nuovo e a 'sto giro volo ad est, così da riequilibrare un po' lo spin del mio moto perpetuo, ultimamente sbilanciato oltre Atlantico.
E quindi, per rilasciarmi il visto per affari, gli indiani mi han domandato che religione professo, mi hanno preso le impronte digitali prima ancora di partire, han ricostruito tutto il mio albero genealogico, hanno voluto sapere ogni particolare della mia professione, hanno pretesto una lettera di invito dalla sede locale della mia azienda e non ultimo mi hanno chiesto di elencare tutti i paesi che ho visitato nella mia vita. A quel punto ho però ho mollato il colpo, nel senso che no, ho consegnato il compito lasciando lo spazio in bianco, ché non sarebbe bastata una pagina intera e avrei dovuto peraltro sfidarli rispolverando la mia solita lezione: come li vogliamo contare?
È pure una questione d'attualità, ché leggo in giro di record che non son record, riferiti a un sistema di misurazione pretestuoso definito solo per giustificare la prestazione stessa e l'inutile spazio mediatico che le è riservato, non per valutarne la dimensione effettiva. Magari ci tornerò e ne scriverò, di nuovo, altrove, che è un tema che sempre mi appassiona (o mi irrita, dipende dai casi).
Il visto, gli indiani, comunque me lo hanno rilasciato lo stesso e le impronte digitali mi han detto che sono valide fino alla scadenza del passaporto. Nel senso che poi devo cambiarle?

Insomma, fra un'America e l'altra, dopo una rapida sosta negli Emirati per far visita all'ufficio di Abu Dhabi, torno in India diciassette anni dopo il mio overland in Asia. All'epoca per la verità la burocrazia era stata molto più semplice, il che fra l'altro mi fa anche venire in mente che i pakistani dell'ambasciata a Pechino mi appiccicarono il visto sul passaporto proprio a fianco a quello per l'India, immagino a mo' di sfregio, ché i due paesi eran di nuovo sull'orlo di una guerra e le frontiere chiuse.
Ad Abu Dhabi invece non torno dal 2001, un'eternità sulla scala dello sviluppo della penisola arabica. Ero ripassato in transito lo scorso anno, sulla rotta per il Pacifico, ma si era trattato solo di uno stop-over senza possibilità di mettere il naso fuori dall'aeroporto.
Dubito di riconoscerla ed essere in grado di ripercorrere i miei passi di allora, mi aspetto un viaggio completamente nuovo.

E dunque India e il pensiero corre inevitabilmente a quelle difficili settimane dell'agosto 2002 nelle quali, proprio a Delhi, ci giocammo la chiave del nostro straordinario e lunghissimo viaggio.
Quanto ho odiato Delhi e la mia India di allora, quanto ne scrissi male nel nostro libro; quanta voglia di tornarci mi è rimasta poi, di farci un viaggio diverso, di ritornare non una, ma tre, quattro, cinque volte, per esplorarla con calma e metodo.
Non sarà questa l'occasione e peraltro, dovessi proprio dire, non ho mai pensato a Goa - la mia destinazione - come possibile meta nei miei piani di viaggiatore.
Ma il lavoro lì mi porta, almeno per qualche giorno (farò anche una brevissima sosta di un paio d'ore a Mumbai, inesistente di fatto): sarà comunque una rapida toccata e fuga, il tempo al solito di qualche riunione, qualche cena ufficiale, magari una sera libera per esplorare le vie del centro cittadino, un paio di passaggi in taxi verso l'ufficio, giusto per vedere un microscorcio di paesaggio indiano dal finestrino e scattare due foto inutili al volo.
Ho visto su Google Map che c'è una spiaggia meravigliosa sull'oceano a pochi minuti a piedi dal mio hotel. Chissà se riuscirò a passarci una serata, a sganciarmi dalle solite cene di rappresentanza e trascorrere qualche ora per i fatti miei - cosa che d'altra parte, per esperienza, in India è pressoché impossibile già di per sé.

Ho anche provato ad allungare lo stop over in Qatar sulla via del ritorno, ma senza successo: mi sarebbe bastato prendere il volo successivo da Doha per Milano, per avere il tempo di uscire dall'aeroporto, mettere piede in città, prendermi un caffè, comprare due cazzate, ripartire col Qatar timbrato e finalmente aggiunto alla mia collezione - che i conti io li faccio con metodo, usando un sistema di riferimento condiviso e tarato sul contesto.
Insomma, invece nulla, non riesco nemmeno a questo giro, Qatar Airways non consente di allungare la fermata all'interno di un biglietto unico Goa-Milano con scalo a Doha.
Andrà a finire che riciclerò le miglia premio della Qatar proprio per un viaggio da quelle parti, magari attaccando il Bahrein (dove però è impossibile andare direttamente dal Qatar, accidenti).

Intanto aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro del 2019.
Il prossimo sarà invece tutto nostro, finalmente un viaggio vero e lungo a sufficienza da non saltare capitoli.
Appuntamento a fine luglio.

EAUINDIA
TAG: Emirati, India, viaggi
00.45 del 14 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
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Dal mio hotel nei sobborghi di Pittsburgh all'ufficio ci sono circa trecento metri. Dice Google, sei minuti a piedi. Quello che Google non dice è che in mezzo c'è una specie di autostrada a dodici corsie, con uno spartitraffico a dividere i sensi di marcia, e non esiste ombra di attraversamento pedonale nel raggio di chilometri.
E perché mai dovrebbe esserci, poi, visto che come al solito non ci sono nemmeno marciapiedi. In America nessuno va a piedi, il pedone non è proprio previsto. Nella migliore delle ipotesi, è un eccentrico.

Me lo conferma un amico, citandomi un capitolo di "Notizie da un grande paese" di Bill Bryson, che potrei riscrivere tale e quale, parola per parola, e che fotografa esattamente una delle cose che mi mandano ai matti dell’America.
Accade così che l’altra mattina, non riuscendo bene a capire sulla mappa quale fosse esattamente il palazzo del mio ufficio fra quelli della zona industriale dall’altra parte della strada, ho chiesto un passaggio allo shuttle dell’hotel. Circa venticinque secondi dopo mi ha scaricato davanti all’ingresso della mia azienda, e mi sono vergognato un po’. Così, all’uscita a fine giornata, ho pensato che è imbecille prendere il taxi per fare trecento metri e mi sono avviato a piedi verso l’hotel.
Per farla breve, è stato come giocare a Frogger, con me stesso nella parte della rana (se siete millennials può essere che Frogger non vi dica nulla, e forse è un bene), e l’aspetto più imbarazzante della questione è che a parte il cercare di non farsi spiaccicare, cosa che di per sé vale mille punti più la fragola, data l’assenza totale di marciapiedi di fatto è impossibile anche camminare lungo la strada, per cui l’unica alternativa al farsi travolgere dal traffico è avventurarsi in mezzo alle erbacce e al fango che delimitano la carreggiata, mentre gli automobilisti che sfrecciano a fianco ti guardano come la mucca che guarda passare il treno.
O come un eccentrico, appunto, nel migliore dei casi.

Qualcuno mi ha fatto notare che anche da noi l’urbanizzazione di molte periferie e talvolta anche gli infruttuosi tentativi di riqualificazione dei centri storici vanno nella direzione di una vita quotidiana a misura unica di automobilista, ma in realtà il confronto non regge proprio: la nostra è una civiltà storicamente pedonale, modernamente votata a un impigrimento consumista; quella americana è una civiltà radicalmente motorizzata a cui di umano, nel senso darwiniano del termine, è rimasto ben poco.
Poi, alla fine, semplicemente c’è anche che gli americani sono pazzi.

Prendi gli amish.
Viaggio in auto fra la Pennsylvania e l’Ohio e per una volta, invece di spostarmi in volo da punto a punto come al solito e come peraltro fanno gli americani (gli aeroporti sono le fermate degli autobus degli americani, mi ha detto una volta un collega di Houston), ho finalmente modo di vedere un po’ di provincia americana vera, quella che tutti coloro che sono stati in America non mancano mai di ricordarti che va bene il Grand Canyon, va bene New York, vanno bene San Francisco e Yosemite, ma se non hai visto la provincia americana, quella vera e profonda, quella dei motel, delle infinite interstatali, delle grandi pianure e dei villaggi dispersi fra i campi di grano, l’America dei film dell’orrore insomma, be’, se non hai visto questa America allora non puoi dire davvero di conoscere l’America.
Così, una volta tanto, grazie ad Uber mi sono fatto qualche centinaio di chilometri di vera America, come dicono quelli informati. Più avanti ci ritorno su Uber.
Ho dunque visto i campi di grano, i motel, le chiese metodiste, i villaggi con il silos e il mulino a vento, le case di legno dei coloni che vengono regolarmente spazzate via ad ogni tornado come nei telefilm catastrofici, ciascuna col proprio giardino, il proprio garage col pick-up parcheggiato davanti, la cassetta della posta lungo la statale, la bandiera americana in giardino - ce l’hanno proprio tutti la bandiera americana in giardino, non è una cosa meravigliosa questa? A me lo sembra, in qualche modo - un’unica pompa di benzina e un unico negozio che vende qualsiasi cosa in mezzo all’incrocio della township. Ti immagini lo sceriffo che bussa alla porta di ogni cittadino e gli chiede come va la giornata, se è tutto ok, se ha notato qualcosa di strano. Mi vedo scendere dall’auto e lo sceriffo che mi viene incontro e mi chiede se sono forestiero, se ho intenzione di fermarmi e perché. Poi niente, io sparo a tutti perché non mi danno nemmeno un posto da parcheggiatore, per forza.
Quella del parcheggiatore mi auguro la cogliate tutti.
Lo tocchi con mano l’isolamento geografico e culturale di questa gente. Sono anni che dico e scrivo che l’America non ha nulla di davvero sorprendente, ché generazioni di film e serie televisive ce l’hanno dipinta con precisione assoluta in ogni dettaglio e dunque non c’è in realtà alcun bisogno di andarci.
E poi vedo gli amish. E piombo in pieno ‘700.

Li vedo in Ohio, fra Middlefield e Chardon più o meno. So dove mi trovo perché la tecnologia, quella che gli amish rifiutano, localizza le mie fotografie grazie alle coordinate GPS rilevate dal satellite. Ma di questo agli amish non frega nulla e probabilmente ha ragione Don, il mio autista Uber, che riflette un po’ fra sé e sé e osserva che forse, loro sì, stan bene davvero.
Attraversiamo i villaggi delle comunità amish stanziate in questa parte dell’Ohio, a qualche decina di chilometri da Cleveland, dal lago Erie e dalla Rock’n’Roll House of fame, e sorpassiamo alcuni carretti trainati dai cavalli. La segnaletica stradale è stata adeguata di conseguenza, le donne indossano abiti neri settecenteschi e cuffie di pizzo sulla testa. Non mi pare di vedere pali della luce lungo la strada, ma forse mi sto solo lasciando suggestionare.
Le case di legno sembrano quelle di qualche chilometro prima, ma è vero che non ci sono più i garage coi pick-up parcheggiati davanti. Forse sono semplicemente dentro.
L’angoscia e la sensazione di oscurantismo mi opprimono un po’, sarà anche che minaccia pioggia. Vorrei fermarmi ma non ho tempo, mi prendo un appunto per la prossima occasione, bisogna che noleggi una macchina per conto mio.
Gli americani sono pazzi.

Ormai l’app di Uber sul telefonino è il mio punto di riferimento fisso in America.
Sono a Pittsburgh e devo andare a Cleveland. Fa' conto che sia a casa, ad Arcore, e debba andare a Sasso Marconi: sono circa due ore e mezzo in auto, più o meno duecento chilometri di autostrade e statali. Non esiste collegamento ferroviario, niente voli diretti ovviamente, le due città sono troppo vicine. Ci sarebbe il greyhound volendo, e non mi dispiacerebbe nemmeno, ma ha almeno un paio di controindicazioni: la prima è che ci sono solo due corse in orari per me scomodissimi, la seconda è che comunque parto da ben fuori downtown Pittsburgh, dove si trova il mio ufficio, e devo andare in realtà a Mentor, che è a circa tre quarti d’ora di auto da Cleveland, dove arriva il greyhound.
Potrei noleggiare un’auto, ma poi non so che farmene i giorni successivi, a Mentor non ci sono punti di riconsegna comodi e dovrei tenermela fino al giorno della partenza da Cleveland. E poi non ho voglia di guidare.
Così ci provo: apro l’app di Uber, che ormai uso quotidianamente per gli spostamenti in qualunque città, e provo a prenotare per il giorno successivo alle 16:30 una tratta dal mio hotel fuori Pittsburgh al mio hotel a Mentor. Prenotazione confermata, 163$.
Il giorno dopo, alle 16:30 in punto, Don si presenta davanti al mio hotel, carica in macchina la mia valigia, controlla la mia prenotazione sulla sua app - alla quale evidentemente non aveva fatto attenzione particolare - e dice “Uh, Ohio! Non ho mai fatto una corsa così lunga, è il mio record. Posso fermarmi in autogrill a prendere un caffè se sono stanco?”
Ora, immagine di essere ad Arcore un pomeriggio, in mezzo alla Brianza, e volere andare a Sasso Marconi. Così, su due piedi.
Per curiosità ho provato a prenotare: 720 euro. Comunque non è possibile trovare una macchina disponibile.

Il cliente è l’ossessione degli americani. Il cliente ha *sempre* ragione in America. Sempre. Sono un tassista, sono in Pennsylvania, il mio cliente vuole andare in Ohio? E che problema c’è, si va in Ohio.
Don è simpatico, guida tranquillo e fa conversazione se vuoi fare conversazione, altrimenti ti lascia in pace. Quando stiamo per arrivare gli dico che forse sarà fortunato e troverà qualcuno in Ohio che vuole andare in Pennsylvania, così da non fare una corsa a vuoto. Mi dice che la sua licenza è valida solo in Pennsylvania, non può caricare gente fuori dal suo stato, ma è abbastanza sicuro che appena passato il confine qualcuno da tirar su lo troverà.
Hai capito i tassisti americani.
Hai capito gli americani.

Ha ragione Giammario, che in America vive ormai da qualche anno. Attorno alla Pennsylvania sembra di essere in Germania. Viaggi in autostrada e potresti essere in un punto qualunque fra le foreste della Baviera, o del centro Europa, con quel paesaggio che proprio pianura non è, il terreno modellato lungo linee ondulate e il tracciato stradale di conseguenza. Però qui puoi facilmente vedere animali in libertà fra gli alberi e in mezzo alle praterie, come se stessi guidando lungo qualche autostrada nella savana. Erbivori generici, come li chiamavamo in Sudafrica coi ragazzi. Sembrano daini, cervi, antilopi.
Quanto territorio libero che c’è in America. Quanto spazio da vivere.

Sono al mio quarto viaggio negli Stati Uniti negli ultimi sei mesi, mi pare il decimo in totale. Ormai ho attraversato l’oceano diverse volte. Faccio due conti: ultimamente ho trascorso più di tre mesi negli States, ho messo piede in quasi venti stati fra una cosa e l’altra, e le mie bandierine iniziano ad essere distribuite un po’ ovunque. I miei occhi si stanno abituando all’America, ad ogni giro mi sento sempre più a mio agio.
Mi è familiare adesso, l’America. Mi muovo con sicurezza nel New England, fra New York, Boston, Philadelphia e Pittsburgh, ma anche al sud sono un po’ di casa e poi lo scorso anno ero stato per la prima volta anche nell'ovest.
Ad ogni viaggio imparo a conoscere la geografia americana, la distribuzione degli stati, le catene montuose, i fiumi, le pianure, la geografia amministrativa, le regole, i costumi locali, i segni invisibili del quotidiano. L’America sta diventando il posto dove ho viaggiato di più, più della Cina ormai, più della Polonia, dove ho ho vissuto un anno, ma non mi sono quasi mai mosso da Warszawa.
Eppure mi manca ancora tutta, l’America. Mi mancano la California e la Florida, per dire.

Frank ha una casa in Florida, dove sogna di ritirarsi quando andrà in pensione. Adesso ci va quando ha tempo, preferibilmente d’inverno, perché d’estate fa troppo caldo. Qualche volta ci va coi figli. Usa le miglia premio per andarci, lo so perché ci confrontiamo sulle compagnie aeree e sui programmi fedeltà, come accade spesso fra colleghi che volano parecchio per lavoro.
Scopro che Frank è in realtà canadese, di Montreal, non americano, ma vive qui da diciannove anni. Il cognome tradisce le origini inequivocabilmente italiane. I suoi sono delle parti di Pontremoli e della Liguria, trapiantati in America da giovani sposi. Lui è nato e cresciuto di qua dell’oceano, ma si sente legatissimo all’Italia. So che capisce perfettamente l’italiano e lo parla anche bene, ma fra di noi parliamo in inglese dal primo giorno, anche perché quando l’ho conosciuto qualche mese fa in occasione della mia prima visita a Cleveland, non sapevo né delle sue origini, né tanto meno che lo parlasse, così ormai questo è il nostro canale di comunicazione.
Frank mi porta fuori a cena, è una compagnia piacevolissima e mi parla della vita americana e della sua passione per i vini pregiati, che colleziona in una cantina personale. Mi fa vedere le foto e mi mostra anche quelle dei figli, di poco più grandi dei miei. La gente come Frank mi aiuta a stare bene in America e me la fa sentire più vicina, più mia. Mi fa sentire americano per una sera.

Via via che conosco l’America e i suoi riti, le sue città, che imparo come sono fatte, come si vivono, come funzionano, che mi ci muovo come fossero la mia città, provo a immaginare una mia vita americana. So individuare immediatamente, adesso, i quartieri nelle piccole township del countryside e le case dove probabilmente vivrei, adeguate a quello che potrebbe ragionevolmente essere il mio tenore di vita al di qua dell'Atlantico, quelle il cui mutuo potrei permettermi come in Italia, distinguerle dalle abitazioni che quasi certamente avrebbero costi proibitivi e che spesso sono bellissime come solo le ville americane finto medie-borghesi delle serie tv sanno essere - e che noi europei arrederemmo in modo completamente diverso.
Il mio sguardo ha imparato ad accorgersi delle file tutte uguali delle modeste case popolari a schiera, che all'inizio registravo distrattamente come anonimi quartieri residenziali contigui ai giardini curati delle villette neocoloniali, e che invece ora realizzo con più attenzione essere quartieri parecchio disagiati, ghetti neri, spesso, che esistono ancora, eccome, e anche quelli sì, sono come nei telefilm.
È che da noi c'è una distinzione netta e concentrica fra centro e periferia, qui le realtà sono permeabili, mescolate, con geometria variabile ed arbitraria, per cui attraversi la strada e senza rendertene conto passi dalla vetrina di Vuitton alla palestra di Rocky, al vicolo degli spacciatori italo-afro-portoricani, alla ennesima Chinatown, al concessionario delle Porsche, alla zona industriale, al mio ufficio.
Vedessi certe zone di Baltimora, per esempio.

Conosco queste case di legno e cartongesso, le abito e le respiro. La vita col giardino all’inglese, ma senza il marciapiede.
Il paese dove gli animali sono liberi di fianco all’autostrada e la natura è ancora selvaggia, nonostante gli sforzi paranoici degli americani di neutralizzarla e regolamentarla, dove non esistono i marciapiedi e i pedoni, dove la gente si muove solo in macchina e se deve camminare lo fa sul tapis roulant seguendo un programma preimpostato.

Mi appunto cose varie, mentre vado in giro per l’America. I cimiteri con le bandierine sulle tombe. Anche le tombe, come le case, hanno la loro bandierina americana, sempre. Sono belli i cimiteri americani, mi piacciono molto.
I necrologi sui giornali locali, lunghissimi. Di ogni defunto si racconta la vita, chi era, le tappe fondamentali della sua esistenza. Anche questa mi pare una cosa bellissima. Immagino il mio necrologio in America e mi chiedo cosa scriverebbero di me, ad esempio, i miei figli.
Il marketing telefonico, che colpisce come in Italia. Anche qua esistono i servizi che ti dicono se il numero che ti sta chiamando sul telefonino è di un seccatore che vuole venderti qualcosa.
Il solito abbigliamento assurdo e sconsiderato di qualunque americano, che annoto ad ogni viaggio, che mi irrita ad ogni viaggio, completamente casuale e sciatto, incurante del clima, della stagione, della circostanza. L’abuso ovunque delle ciabatte e delle infradito, anche in città, nei locali, nei ristoranti, negli hotel, nei negozi. Girano scalzi, o indossano le ciabatte col calzino, i bermuda e la t-shirt, anche se fuori piove, c’è vento e ci sono otto gradi. Non gliene frega un cazzo a nessuno. Escono con addosso la prima cosa che trovano nell'armadio, fine. Ovunque vadano, con qualunque temperatura e condizione atmosferica.
È una delle cose che odio di più. È quasi un fatto personale.

Il linguaggio diretto, banale, stupido perché sia comprensibile anche gli stupidi. L’America è il paese per gli stupidi, per permettere anche a loro di sopravvivere, diceva Stor. Quanto ho fatto mia quella frase.
Pensa alla nostra assurda burocrazia e al nostro incomprensibile, borioso e supponente linguaggio aulico amministrativo: "I trasgressori saranno sanzionati pecuniariamente a norma bla bla bla”. In America il cartello in autostrada te lo dice in tre parole, chiaro e tondo: “Speeding fine doubles.” Fine. Non puoi dire di non aver capito, nemmeno se sei stupido.
Lo diceva Marchionne, parlando della differenza fra lavorare in America e in Italia. Raccontava che in America è tutto più semplice, chiaro, facile. Per esprimere qualsiasi concetto bastano tre parole. In Italia tutti ti rompono i coglioni con giri infiniti di metafore, sfumature, cose dette e non dette, doppi sensi. In America il concetto è quello, punto.
Speeding fine doubles.

Bella Pittsburgh, è stata una gran sorpresa. Ha l’isola coi grattacieli come Manhattan, la vista dalle colline come Firenze, il fiume come Shanghai, gli hipster come Seattle, i ristoranti come Boston e Philadelphia, le foreste e i boschi attorno come Vancouver.
Bella Pittsburgh, ci vivrei eccome. A Washington DC, che in America tutti chiamano semplicemente “Dissì”, invece mi sono scottato come fossi stato a Miami Beach.

Ecco, prendi Washington Dissì. Ho approfittato di un weekend a Philadelphia per farmi un giro nella capitale, che è a meno di due ore di treno. Volevo sentirmi un po’ nel centro del mondo, vedere la Casa Bianca e provare l’effetto che mi avrebbe fatto.
Nessuno.
È una mezza delusione la Casa Bianca, a partire dal fatto che non è nemmeno possibile avvicinarsi, si rimane molto lontani, e francamente non me lo aspettavo, pensavo di poter camminare liberamente nel giardino del presidente della più grande democrazia del mondo. In effetti si può, volendo, ed è anche gratuito, ma bisogna prenotarsi con tre mesi di anticipo, immagino perché la CIA abbia prima il tempo di scansionare tutta la tua vita privata minuto per minuto e capire se vuoi in realtà distruggere il loro grande paese.
Ecco, l’unico effetto che mi ha fatto stare davanti alla Casa Bianca, abbastanza spiacevole per la verità, è stato quello di essere osservato da mille occhi e registrato passo a passo.
Il Congresso invece mi è piaciuto. Dovessi dire, quella sensazione di centro vero del potere, globale, l’ho avuta davanti al Palazzo del Congresso. Più di quando sono stato al Cremlino, o in Piazza Rossa a Mosca. L’accostamento mi è venuto spontaneo.
Poi in aereo ho visto "Vice" e quella sensazione si è trasformata in disagio profondissimo.

Ho detto a Frank, scherzando - ma in realtà no - che in fondo Washington è uguale a Pyongyang, a meno delle statue di Kim, a più di quelle degli eroi americani. Mi ha guardato sorpreso e incredulo e ha esclamato “Oh, noooooo, absolutely not, my God!”
Gli ho risposto che stavo scherzando, ma poi ho aggiunto “Dai Frank, pensaci: gli stessi palazzi enormi in stile neoclassico per celebrare la grandezza dell’impero, gli stessi viali enormi e infiniti per le parate, le stesse statue ciclopiche, lo stesso spazio vuoto e autoreferenziale, la totale assenza di negozi e di case normali, lo stesso traffico di limousine nere con i finestrini oscurati, gli stessi militari e la stessa polizia”.
Mi ha fissato ancora incredulo e poi ci ha riflettuto un attimo. Mi ha detto che tutto sommato forse ho ragione, non ci aveva mai pensato.
"You have a point, Carlo".
Mi ha sorriso e abbiamo stappato una bottiglia di ottimo vino californiano.

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Pittsburgh, Pennsylvania
TAG: Washington, Pittsburgh, usa, america
01.26 del 30 Maggio 2019 | Commenti (1) 
   
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