Orizzontintorno Carlo Paschetto
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AGO Travel Log: Caucasus
Tutte le camere dell'hotel di Sisian sono dotate di abat-jour, phon e in qualche caso persino di frigobar.
Staccati.

Sisian Hotel
TAG: armenia, sisian
15.20 del 26 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
25 Georgia: touchdown in Tbilisi
AGO Travel Log: Caucasus
Metti, ad esempio, prendere l'autobus a Tbilisi, Georgia, per andare all'aeroporto, invece del taxi. Facile. E' il 37. Passa proprio a due passi dall'hotel. Ho letto che costa 0,50 Gel contro i 10-15 Gel che ti pela il taxi.
Così aspetto il 37. A naso ci vorrà un'oretta di autobus per andare in aeroporto. Invece no, sono solo quaranta minuti, scopri poi. Ed è pure gratis. Se ce la fai.

Quando il 37 arriva è così pieno che c'è gente già con la testa ghigliottinata fuori dal finestrino. Lipperlì, considerata la mia proverbiale claustrofobia, penso di lasciar perdere ed aspettare il prossimo, ma fa caldo, è quasi sera e da quel che ho capito potrebbe anche essere l'ultima corsa, o comunque il prossimo potrebbe anche essere fra mezz'ora, tipo. Non è che abbia molta scelta. Così salgo.
Salgo: si fa per dire. Perché un piede rimane fuori, non ce n'è proprio. Il trolley invece viene afferrato dalla calca umana e inizia a passare per aria di mano in mano, alla ricerca di un buco dove infilarlo. Lo perdo rapidamente di vista, ma mi fan tutti cenno di non preoccuparmi. Non mi preoccupo. E infatti dopo un po' mi prendono anche il sacchetto che ho in mano, che contiene cianfrusaglie varie, ma anche la macchina fotografica, e fanno sparire pure quello, facendomi cenno, ancora, di non preoccuparmi. Non mi preoccupo. Ma difendo coi denti almeno il cellulare: maledetti, non lo avrete.

Alla fine, dopo una dozzina di fermate, riesco a far salire anche l'altro piede e mi appollaio - altro verbo non mi viene - su un corrimano di fianco all'autista, afferrandomi anche al suo braccio. Lui non fa una piega e continua tranquillamente a guidare. E a fumare come un turco. Solo che è georgiano.

Il 37, fra varie altre curiosità, ha il parabrezza completamente spaccato. Vabbè, andare va. A una fermata c'è un po' di bagarre. Tutti si mettono a discutere, molto pacatamente per la verità. Anche l'autista. Più che una discussione sembra quasi un'assemblea. Tipo che ognuno dice la sua su dove dovrebbe essere la prossima fermata e se sia meglio passare di lì o di là. Almeno, io interpreto così. Una vecchietta sembra particolarmente preoccupata, ma il tipo di fianco a me è sicuro di quel che dice. L'autista no, ha dei dubbi. Segue dibattito. Poi si riparte.
Ogni tanto quelli attorno a me, a cui per stare in equilibrio infilo i gomiti negli occhi e le ginocchia fra le - vabbè, lasciamo perdere - mi sorridono e rinnovano il cenno di non preoccuparmi per il mio bagaglio, che ormai non vedo più da venti minuti. Non mi preoccupo. Ma la temperatura dentro all'autobus è prossima a quella di un carro merci fermo da una giornata sotto al sole dell'Andalusia ad agosto.

Dal 37 non scende mai nessuno, ma mediamente ogni tre o quattro fermate sale (anche) un controllore. Sale, oddio: si aggrapppa a qualcosa o a qualcuno, mentre l'autobus riparte. Siccome io sono uno dei più vicini alla porta, sono palesemente un extracomunitario (nel senso della CSI) e sono anche l'unico che non sventola subito il suo biglietto, mi punta immediatamente e mi fissa piuttosto accigliato. Io, che non ho idea di dove si prenda il biglietto e la mia cui unica preoccupazione è resistere senza farmi prendere dal panico, gli sventolo in faccia una banconota unta da 10 Gel, l'unica cosa che ho in tasca. Tutti sorridono, qualcuno parla col controllore, il controllore annuisce, si gira e scende. Il tipo davanti a me, con la coppola calata sugli occhi, mi fa cenno di non preoccuparmi. Non mi preoccupo.
La scena del controllore si ripete per tre volte in quaranta minuti. Io non ho mai visto un controllore in trent'anni su un mezzo pubblico di Milano.
All'aeroporto arrivo gratis. E quando scendo mi passano indietro tutto il mio bagaglio.

Poi, la posta. Metti ad esempio di dover spedire delle cartoline da Tbilisi, Georgia. Facile, devi andare all'ufficio postale, ché i francobolli li vendono solo lì. Pensa a quanti uffici postali ci devono essere nella capitale della Georgia.
Ad esempio, se sei in Rustaveli, in pieno centro, di sicuro c'è l'ufficio postale centrale. E infatti è segnato anche sulla Lonely Planet. E' abbastanza vicino all'hotel, dieci minuti a piedi. Così ci vai. Solo che l'ufficio postale non c'è più. Tipo che sembra sia stato bombardato, o qualcosa di simile: comunque non c'è. C'è solo lo scheletro del palazzo e una vecchia scritta "Post Office". Così chiedi lumi ai passanti. Che non hanno la minima idea di cosa sia un ufficio postale, anche perché parlano solo georgiano e pure i fumetti sulle loro teste sono scritti in quel modo, che capite bene.
Allora torni in hotel e ci riprovi: dov'è l'ufficio postale? Ti dicono che sì, è in Rustaveli, ma l'hanno spostato: è proprio davanti al tuo naso. Maddai? Saperlo prima, accidenti. Così esci nuovamente, già piuttosto accaldato e sudato, attraversi la strada e ti guardi in giro. Nemmeno l'ombra. Siccome però ti vergogni a tornare a chiedere di nuovo all'hotel, e ti senti cretino, provi con i negozianti lì attorno. Che, o parlano solo georgiano, o ti rimandano tutti negli stessi due posti: all'ufficio postale bombardato, o a quello che secondo loro dovrebbe essere proprio davanti ai tuoi occhi. Checcazzo, ma sono su una candid camera? Non c'è un ufficio postale qui! C'è solo un (altro) palazzo in rovina. Ti senti davvero scemo.
Allora entri da Geocell, ché ti ricordi che c'è una tipa che parla perfettamente inglese, e chiedi a lei. La tipa scoppia a ridere e ti dice no, una volta era lì, ma lo hanno spostato di nuovo: adesso è nella old town, in sailcavolo 55, di fianco a Sioni church, sai dov'è? Eccerto che so dov'è, porcaccio giuda, dall'altra parte della città, esattamente davanti al negozio dove ho comprato le cartoline! Ci son passato almeno quattro volte gli scorsi giorni senza rendermene conto. Sfiga boia. E a quanto pare è pure l'unico ufficio postale della città.
Non so se posso farcela: è mezzogiorno, fa un caldo bestia, sono stanco e poi, nella peggiore delle ipotesi, ci sarà bene un ufficio postale all'aeroporto. No, non c'è, mi dicono.
Ok. Non mi arrendo. Mi incammino e torno per l'ennesima volta a Sioni church, old town, che alla fin fine è sempre una buona mezz'oretta. In effetti l'ufficio postale c'è, eccolo, non c'è dubbio: un ufficetto totalmente in rovina, con un paio di vetrine rotte. L'unico ufficio postale di Tbilisi, capitale della Georgia. Che chiude fra le tredici e le quattordici.
Io ci arrivo alle tredici e dieci. Immediatamente raggiunto da un danese sudatissimo che, quando arriva, vede me e vede l'"ufficio postale", mi guarda stralunato e mi chiede se è proprio quello e se è davvero chiuso. E tira poi giù una fila di fuck di qui e fuck di là che nemmeno sto a dirvi.
Così ci sediamo sconsolati, uno accanto all'altro, sui gradini dell'ufficio postale, con una birra in mano, ad aspettare le quattordici.
Comunque, cartoline inviate. I francobolli hanno dovuto cercarli nella borsetta di una delle tre impiegate, ché non ne avevano. Per fortuna a lei ne avanzava qualcuno. E speriamo perlomeno non finisca come a Panama e che le cartoline arrivino.

Se Tbilisi è il tuo porto di partenza per volare in Europa, preparati: i voli partono tutti fra le due e le cinque del mattino. Il mio, per Praga, alle quattro e venti. Dunque check-in alle due. Dunque puoi scordarti di dormire. Dunque ne approfitto per aggiornare il blog ché all'aeroporto di Tbilisi, per dire, c'è il wifi gratuito.

Georgia: vediamo.

La frontiera fra l'Armenia e la Georgia è una delle meno complicate che abbia affrontato nella mia carriera: di certo nulla in confronto alle mie passate esperienze in Asia Centrale, anzi, sembra quasi di essere a Chiasso, anche se alla fine, io, questi posti di confine in mezzo alla CSI li amo sempre pochissimo e mi mettono ogni volta parecchia ansia.

Poi, Georgia. Che lipperlì ti sembra uguale all'Armenia che ti sei appena lasciato alle spalle, ma che invece ne è parecchio distante. A partire dai georgiani, che odiano i russi in modo decisamente più esplicito dei cugini armeni, e del resto è storia ben recente l'ultimo conflitto fra Russia e Georgia per la questione dell'Ossezia del sud.
Il paradosso è che i georgiani sembrano, perlomeno nella fisionomia, molto più russi degli armeni. Sono caucasici a tutti gli effetti, almeno tanto quanto gli armeni mi eran sembrati turchi.
Insomma, il confine non è solo geografico e politico.

Peraltro, se l'Armenia è blindata fra Azerbaijan e Turchia, e ha pessimi rapporti con tutti i vicini, la Georgia se la passa quasi peggio, perlomeno a nord, dove confina con la cintura di fuoco caucasica: Inguscezia, Daghestan, Cecenia, Ossezia, Abkhazia. Praticamente uno scacchiere di guerre incrociate che rendono quasi impossibile il transito terrestre verso la Russia.
L'Ossezia del sud, seppure formalmente territorio georgiano, è di fatto indipendente e controllato dalla Russia. Impossibile passare. In Abkhazia, volendo, si può provare ad entrare, ma ci vuole un permesso apposta e la regione è a sua volta indipendente e controllata dai russi.
Lo Svaneti è invece, oggi, formalmente sicuro. Fino a qualche anno fa pare fosse teatro consueto di rapimenti ai danni degli stranieri, adesso è nel catalogo di qualunque agenzia turistica di Tbilisi: nel senso, il prezzo dei riscatti è stato convertito in tariffe tutto compreso per un tranquillo weekend di trekking nel Caucaso.

Alla fine a Tbilisi arrivo con tre giorni di anticipo sul piano e con le batterie comunque piuttosto esaurite. La verità è che non l'avevo in programma qualche giorno in Georgia: la scelta di rientrare a casa da qui era solo un modo per piantare al volo una bandierina nuova e non dover ripercorrere a ritroso la strada dal Debed canyon fino a Yerevan.
Così, di fatto, ci arrivo con poca voglia, soprattutto di affrontare una grande città e le solite maratonine a piedi di intere giornate per visitare tutto quello che una capitale come Tbilisi può offrire.

Perché una cosa è certa: Tbilisi l'avevo sottovalutata. Mi aspettavo l'ennesima replica delle metropoli dell'Asia Centrale, tipo Almaty per intenderci, o Tashkent.
Invece è una bella città, parecchio viva, in gran fermento (e ricostruzione), che ricorda parecchio, ma proprio parecchio, Istanbul, a meno del mare e del Bosforo (che non è poco), a più di un bel fiume che la attraversa.
Nella piazza centrale, al posto della statua di Lenin ce ne han messa una piuttosto pacchiana di San Giorgio. La metro è uguale a tutte le metro delle città della ex-Unione Sovietica, con le solite scale mobili infinite e profondissime, qui sembra ancor più che altrove. In centro, e soprattutto nella old town, ci sono caffè elegantissimi e bei locali dove passare la serata. In periferia ci sono i soliti devastanti condomini sovietici. I tassisti mi dicono essere bastardi come nel resto del mondo (non ho sperimentato direttamente). Wifi ovunque, servizi che funzionano, rete di trasporti piuttosto capillare ed efficiente. Caldo umido, appiccicoso e fastidioso.

La capitale della Georgia, a prima vista, appare decisamente più ricca ed europea della cugina armena, ma per contro, ed evidentemente non a caso, qui compaiono mendicanti e ragazzini di strada che a Yerevan sembravano essere del tutto assenti. I prezzi sono decisamente più elevati che in Armenia, direi quasi europei.

Giro stancamente per Tbilisi, trascinandomi più per la consapevolezza che difficilmente tornerò mai più qui che per volontà vera e propria. Tento anche di anticipare il volo di rientro almeno di ventiquattr'ore, ma senza successo. E' come se avessi realizzato all'improvviso che tutto sommato sono quattro settimane ininterrotte che sono in giro, fra la vacanza a Rodi con i Tati e il viaggio qui in Caucaso, e sono state settimane belle, piene e a tratti avventurose, ma anche parecchio stancanti, e forse non ho davvero più nemmeno l'età per sbattermi così senza soluzione di continuità, senza perlomeno trovare il tempo qua e là anche per fermarmi qualche giorno davvero a fare un tubo, magari semplicemente a guardare il soffitto.
Non fosse altro, in queste settimane mi sono anche fatto un'influenza con la febbre a trentanove, una tremenda botta alla schiena che ho malamente tenuto sotto controllo solo grazie alle iniezioni e che non mi ha comunque fermato (il che non ha fatto altro che peggiorare le cose, in realtà) e, per finire, pure qualche problema gastrointestinale negli ultimi giorni. Una bella collezione, insomma. Non mi sembra strano, in effetti, di sentirmi totalmente scarico.

Vorrei forse approfittare almeno di una di queste giornate per fare un'escursione fuori Tbilisi, magari andare a Gori, la città natale di Stalin, ma alla fine lascio perdere. Non ne ho proprio voglia.
Così faccio invece quel che mi piace fare quando sono in una città grande: andarmene a zonzo e perdermici un po' a caso, senza fretta, cercando di assorbirla un po' alla volta, come se ci abitassi. A Tbilisi tutto sommato mi sento abbastanza a casa, chiudessi gli occhi potrei quasi essere a Milano.
Annoto anche poche cose. Ad esempio, i georgiani mi sembran molto più pii ed ortodossi degli armeni, e dire che mi sarei aspettato esattamente il contrario. Per dire, quando passano davanti ad una chiesa si fan tutti il segno della croce, ma proprio tutti, cosicché può capitare di assistere alla curiosa scena di un autobus pieno che transita davanti a una cattedrale e la folla intera pigiata dentro che si segna per tre volte, come previsto nella variante ortodossa.

Poi, solo parecchio sonno. E stanchezza. E una lunga nottata all'aeroporto, in attesa del volo delle quattro e venti per Praga.
Tant'è, riparto nuovamente con il conto aperto. E' come se fosse destino che questa regione del mondo non mi lasci scampo.

Georgia 01
Georgia 02
On the way to Tbilisi, Georgia
Georgia 03
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Tbilisi, Georgia
TAG: georgia, tbilisi
12.46 del 25 Agosto 2011 | Commenti (3) 
 
23 Armenia /4: risalendo verso la Georgia
AGO Travel Log: Caucasus
Appunti sparsi, non organizzati. 17 agosto. A Dilijan stasera c'è un caldo umido soffocante, nonostante si trovi a milleduecento metri di quota, in mezzo ai boschi. O forse sono io che avverto la senzazione, e non sarebbe affatto strano. Fra l'altro Dilijan non è affatto ospitale come viene descritta, tutt'altro: è in fondo a una stretta valle, come spesso accade per i villaggi armeni, e dà una certa sensazione di claustrofobia. Sarà anche che prima di arrivare qui la strada passa attraverso un lungo tunnel buio, pieno di monossido di carbonio degli scarichi degli automezzi, al punto che quasi non si riesce a respirare dal caldo e dallo smog. Non un bel posto, insomma.
Dilijan, di fatto, è una rotonda imbucata fra le montagne armene. Il paese è perlopiù un agglomerato di case sparse, un po' aggrappate ai fianchi della valle, in mezzo al bosco, un po' attorno al torrente. Quattro strade in croce, a voler essere generosi, di cui solo un paio asfaltate.

Albert è tornato a Yerevan. Si è fatto pagare la tratta fino a qui ed è andato. In teoria abbiamo un accordo per proseguire, dovrebbe tornare a prendermi domani mattina per portarmi almeno fino al Debed canyon: Yerevan è solo a un'oretta e mezza di distanza da qui, credo, ma chissà se ci siamo davvero capiti. O meglio: sono certo che ci siamo capiti, l'appuntamento è alle nove, ma, non so perché, mi chiedo se lo vedrò arrivare davvero.
Non dovesse arrivare, sono in cul del sac: alla Magnit guesthouse nessuno spiccica una parola che non sia armeno o, nel caso, russo, e dover trovare il modo per riorganizzare la tratta da qui in avanti con qualcuno di affidabile, senza prendere pacchi, fregature, spendere una follia, eccetera, sarebbe perlomeno faticoso, se non complicato.
Almeno viaggio con circa due giorni di vantaggio sulla tabella di marcia.

Gli armeni sono stranissimi: quando parlano fra loro sembra quasi che non si capiscano. Dialogano lentamente, uno alla volta, poi si guardano con aria interrogativa e rimangono in silenzio. Quindi riattaccano, col tono che sembra sempre un po' scocciato, come se dovessero ripetere le cose tre o quattro volte prima di capirsi.
Ho registrato un dialogo fra Albert ed un collega, a Noravank. Se trovo il modo di convertire il formato lo metto qua dentro.

Oggi Albert era più nervoso del solito e non faccio fatica a comprenderlo. Gli ultimi due giorni sono stati faticosi anche per lui. Ieri sera a cena, grazie alla proprietaria della guesthouse a Sisian, che parlava inglese e faceva da interprete, siamo riusciti finalmente a rompere il muro dell'incomunicabilità e a parlare un po' a lungo, così ho potuto spiegargli alcune cose che non capiva e si è rasserenato, ci abbiamo scherzato su. Il non poter comunicare per intere giornate con la persona con cui stai viaggiando, alla quale peraltro ti affidi completamente, può diventare piuttosto frustrante ed innervosire parecchio. Ne so ben qualcosa.
Comunque, cose mie e sue. E Vodka ad aiutare, naturalmente. La sua, quella al Paraflu.

Diario. Dei tornanti di Tatev in discesa a rompicollo vi ho già parlato. Albert è salito con l'auto a prendermi al monastero, dopo avermi lasciato all'andata alla stazione di partenza del Wings of Tatev: un'altra esperienza piuttosto adrenalinica.
La funivia, entrata di recente nel Guinness dei primati, dopo un primo salto orizzontale di circa un chilometro di campata unica (di per sé già abbastanza "interessante", diciamo così), passato l'unico pilone, scavalca in un colpo solo, con un altro salto a campata unica, un canyon largo cinque chilometri, a circa quattrocento metri di altezza dal suolo. Si sta per aria dodici minuti, che son lunghissimi, credete a me, e il vento tira forte assai lassù, anche perché vien su dritto incanalato dal fondo della gola.
Ora, io ho preso centinaia di funivie nella mia carriera alpinistica, alcune anche piuttosto vecchiotte e vertiginose, ma vi dico che quando la cabina ha passato il pilone e mi son trovato, senza preavviso, appeso lassù in quell'accidenti di posto, be', mi è venuto istintivo accucciarmi sul pavimento.
Poi ho preso fiato e ho scattato una milionata di foto. Anche per dimenticarmi dove diavolo ero e il vento fuori.

Di notte nel Vayots-Dzor fa piuttosto fresco e all'improvviso ti ricordi che sembra sì deserto, ma in realtà sei su un altopiano che d'inverno è sepolto dalla neve. Guardo l'alba accendersi sulla steppa vuota dalla finestra della mia camera a Sisian e mi chiedo come sia viverci, a Sisian, d'inverno. E bisognerebbe parlarne, anche, di Sisian. E dell'hotel di Sisian. Che se ti capita di fermarti a Sisian per la notte, e l'unico albergo in città citato sulla tua guida è al completo (al completo??), ti guardi attorno e ti chiedi come diavolo ci sei finito a Sisian. E a quanti chilometri di distanza sia la prossima doccia.
Invece, io, poi, a Sisian sono stato bene. E' che ci sono arrivato parecchio stanco e accaldato, dopo ore di viaggio dal Karabakh, passando per Tatev. Uno di quegli inevitabili momenti, in questo tipo di viaggi, che giuri a te stesso per l'ennesima volta che l'anno prossimo vai a Gabicce mare tre settimane e vaffanculo.
Poi invece, l'anno dopo, finisci di nuovo in un'altra Sisian e sei daccapo. Recidivo.

La tratta da Sisan a Dilijan è piuttosto noiosa e calda. Non fosse per il transito del Selim Pass, ad oltre duemilaquattrocento metri, spettacolare al punto da avermi a tratti ricordato il Torugart. Dal Selim passava la tratta armena della Via della seta e infatti al valico c'è il consueto caravanserraglio. Suggestivo.

Quindi Dilijan. E infine il Debed canyon, dove si trovano Odzun e, soprattutto, Haghpat e Sanahin, i due monasteri più famosi dell'Armenia, protetti dall'Unesco. Se li vedi alla fine di mille chilometri di Armenia e di altri quindici monasteri e, nonostante ciò, non ti nauseano, allora sì, meritano evidentemente la fama. Piazzarli all'inizio sarebbe stato il suicidio di questo itinerario nel Caucaso meridionale.
Più avanti, solo una trentina di chilometri dopo Alaverdi, dove il Debed canyon si appiattisce e sbuca di nuovo sugli altipiani, la frontiera con la Georgia (e l'Azerbaijan).
Di là passa la mia via.

Caucasus 40
La strada per Tatev vista dalla funivia
Caucasus 41
Monastero di Tatev
Caucasus 42
Il titolare qui al monastero di Tatev
Caucasus 43
Caucasus 44
Caucasus 45
Caucasus 46
Salendo al Selim Pass, sulla tratta armena della Via della Seta
Caucasus 46
Caucasus 47
Monastero di Goshavank
Caucasus 48
Cena a Dilijan, Armenia settentrionale
Caucasus 49
Il Debed canyon presso Alaverdi, Armenia settentrionale
Caucasus 50
Monastero di Sanahin, Armenia settentrionale
Caucasus 51
Monastero di Haghpat, Armenia settentrionale
Caucasus 52
Gli affreschi di Haghpat, Armenia settentrionale
TAG: armenia, tatev, haghpat, sanahin, selim, dilijan, goshavank, odzum, alaverdi
09.48 del 23 Agosto 2011 | Commenti (1) 
 
22 Nagorno-Karabakh: where exactly am I?
AGO Travel Log: Caucasus
Poi, dopo ore di steppa vuota e piccoli villaggi dimenticati all'orizzonte, a un tratto finisce l'Armenia. C'è un monumento grigio a piramide e un orizzonte infinito di vallate e colline gialle, altipiani inclinati ed erba secca che brucia. Quasi nessuno, nemmeno più i TIR iraniani, solo qualche vecchia Lada e alcuni van sporadici.
Ti guardi attorno e pensi embè?
Embè, dice Albert, di qua Armenia, di là Karabakh. Che poi loro chiamano Artsakh. Intendo, "loro" quelli che in Karabakh ci vivono, i pochi rimasti (sopravvissuti?). Nagorno, per i russi.

Ho dovuto chiedere un visto speciale per andare oltre il monumento a piramide. Me lo ha rilasciato la rappresentanza consolare del Nagorno-Karabakh a Yerevan, è costato una trentina di cosi armeni.

Il punto è che il Nagorno-Karabakh non esiste, almeno come nazione indipendente. O, per meglio dire, non lo riconosce nessuno al mondo. Di fatto è una porzione di territorio dell'Azerbaijan, sotto il controllo armeno da una ventina d'anni, il risultato di una lunga guerra fra i due Paesi e una dichiarazione di indipendenza che ha creato una situazione di stallo totale nella regione.
In mezzo, pulizia etnica da entrambe le parti, migliaia di morti e profughi, città rase al suolo, campi minati e storie che non sono molto lontane da quelle delle analoghe vicende nei Balcani. Con la differenza, sostanziale, che tutto sommato del Nagorno-Karabakh non frega un tubo a nessuno. Non è sufficientemente strategico, non ci sono petrolio e risorse chiave, non c'è un accidente di nulla, a parte montagne e steppa. Fatevi un giro su Wikipedia, nel caso.
In realtà, sia in Azerbaijan che in Armenia sono diverse le enclavi/exclavi dei due Stati che si sovrappongono fra loro, disegnando una mappa geopolitica completamente assurda. Sulla strada che da Yerevan porta a Stepanakert, capitale del Karabakh, ho ad esempio attraversato anche il territorio di Karki/Tigranashen, un'altra exclave azera in territorio armeno.

Comunque, per entrare in Nagorno-Karabakh, la frontiera c'è, eccome. E ci si entra solo dall'Armenia, badando bene di tenersi sufficientemente lontani dalla linea di cessate il fuoco con l'Azerbaijan e di fare attenzione a dove si mettono i piedi al di fuori delle strade battute. Va da sé che con un visto del Nagorno sul passaporto potete dimenticarvi di entrare, poi, in Azerbaijan per qualunque altra via. Nel caso, dovrò rifarmi un passaporto nuovo.

Stepanakert è una città inesistente e surreale. Per associazione mi vengono in mente Moynaq ed il Mare d'Aral, o Dashoguz in Turkmenistan. All'inizio degli anni '90 era stata rasa al suolo da una pioggia di missili. Adesso la stanno ricostruendo qua e là grazie al contributo degli armeni residenti all'estero, soprattutto negli Stati Uniti.
Fra le prime cose che hanno terminato, il palazzo del Presidente e l'unico hotel decente del Paese, che è un tutt'uno con l'Assemblea Nazionale. Forse per risparmiare.
E lo stadio, naturalmente.

Alexander è un ex-ufficiale dell'esercito di liberazione del Nagorno. Mi aggancia appena metto il naso fuori dall'hotel e non mi molla più. Solite cose sull'Italia, su Berlusconi e il bunga-bunga, su Celentano, Milan, Inter, Monica Bellucci. Mi snocciola tutte le formazioni della serie A a memoria, poi mi racconta della guerra. Ha sì e no qualche anno più di me. O forse anche no. Il cimitero di Stepanakert è pieno di lapidi di gente della mia età ed anche molto più giovani. Combattenti (ritratti con i Kalashnikov al collo), uomini, donne, ragazzi. Bambini.
Alexander mi racconta che ha un amico che vive in America che lo esorta sempre a lasciare il Karabakh e a raggiungerlo, ma lui gli risponde che deve rimanere, che deve combattere per il suo Paese, che non se ne va.
Dice che adesso sta andando a trovare un suo amico che ha perso una gamba in guerra.
Alla fine mi chiede qualche spicciolo: dice che è stato al bancomat e mi indica la banca centrale, distrutta e in ricostruzione. Dice che lui è a posto, ma che il bancomat non funziona, balance zero. Gli rispondo che sono uscito dall'hotel senza portafoglio e che mi dispiace. Ma l'hotel è a due passi e lui insiste, dice che può aspettare, che posso fare un salto a prendere qualcosa, che gli basta un euro per il suo amico. Mi irrigidisco e invento a braccio, dico che in camera c'è mia moglie che non sta bene e che non voglio svegliarla. Allora lui mi dà una pacca sulla spalla e risponde che capisce, che non c'è problema, che siamo amici lo stesso e che se ho bisogno di qualcosa a Stepanakert lui può aiutarmi per qualsiasi necessità, perché lui è un ex-ufficiale. Mi saluta come fossi suo fratello e si allontana.
Rimango di nuovo solo, in centro a Stepanakert. Ho addosso circa mille euro, al collo una macchina fotografica che ne vale almeno il doppio e in tasca uno smartphone che combatte con gli alieni (ma che in Karabakh, ovviamente, è inservibile).
Sta scendendo la sera su Stepanakert e tutto è un po' surreale.
Corro dietro ad Alexander e gli dico che per caso, frugandomi in tasca, mi sono reso conto che mi erano rimasti degli spiccioli. E gli offro una birra.
Poi mi chiedo che cazzo ci faccio a Stepanakert.

Gandzasar è un monastero a una trentina di chilometri da Stepanakert, quasi nascosto fra i boschi e le vallate del Vank. Ovviamente non c'è un'anima attorno. C'è un atmosfera di strana pace e serenità del tutto fuori luogo, a pensarci. Non vola una mosca, silenzio perfetto fra le montagne del Karabakh.
Il cimitero di Gandzasar racconta le stesse identiche storie di quello di Stepanakert. In paese alcuni muri sono stati interamente rivestiti con le vecchie targhe azere delle automobili, sostituite con quelle armene dopo la vittoria nella guerra e la dichiarazione di indipendenza.
Di Shushi invece, la seconda città del Karabakh, non c'è rimasto quasi un tubo. Piallata. Anche qui stanno ricostruendo: han fatto un assurdo hotel nuovo di zecca, non si capisce bene per chi. Una cattedrale esagerata, in rapporto alla desolazione circostante, ma tutto sommato comprensibile. L'antica moschea iraniana, invece, rimane distrutta e preda della vegetazione che la sta divorando. All'interno c'è un passeggino divelto ed arrugginito.
Chiedo ad Albert, con qualche titubanza, se per caso i cimiteri sono misti e/o se c'è rimasto in giro qualche azero. Mi risponde seccamente: no. Nessun azero. E nei cimiteri solo cristiani, nessun mussulmano. "Pulizia" totale.

Uscendo, in frontiera mi ritirano semplicemente il documento di accredito del consolato senza nemmeno farmi scendere dall'auto. Per il segnale del cellulare devo aspettare qualche chilometro, il tempo di uscire dal fondo del canyon dove hanno tracciato il confine, e risalire verso le steppe infinite, bruciate e vuote del Vayots Dzor.
Rotta verso nord.

(Il titolo è una citazione del capitolo della Lonely Planet sul Karabakh).

Nagorno 01
Qui finisce l'Armenia e inizia il Nagorno-Karabakh (o l'Azerbaijan...)
Nagorno 16
Nei pressi della frontiera fra Armenia e Nagorno-Karabakh
Nagorno 02
Albert fa il pieno di gas alla Volga
Nagorno 03
Nagorno 04
Nagorno-Karabakh on the road
Nagorno 05
Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh
Nagorno 06
Il simbolo del Nagorno-Karabakh
Nagorno 07
Stepanakert
Nagorno 08
Anche a Stepanakert le tradizionali case di grandi mattoni rossi
Nagorno 09
Monastero di Gandzasar, Nagorno-Karabakh settentrionale
Nagorno 10
Nel cimitero di Gandzasar i segni della guerra d'indipendenza
Nagorno 11
I muri di Gandzasar rivestiti con le vecchie targhe azere
Nagorno 12
Nagorno 13
Nagorno 14
Nagorno-Karabakh: Shushi, rasa al suolo dai bombardamenti
Nagorno 15
L'interno della moschea di Shushi, completamente distrutto
TAG: stepanakert, nagorno, karabakh, gandzasar, artsakh, vank, shushi
09.32 del 22 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
21 Armenia /3: on the way to Nagorno-Karabakh
AGO Travel Log: Caucasus
Albert, che poi sarebbe A?????, o giù di lì, è il mio driver. E' armeno, di Yerevan, parla solo armeno e russo, e nella vita ha sempre fatto il driver, fin dai tempi della Sojuz Sovetskich. Ha guidato spesso anche fino a Mosca e ci vogliono tre giorni da Yerevan. Tante volte fino a Baku, in Azerbaijan: bella Baku, molto bella, shat lav Baku, ma Yerevan, certo, è un'altra cosa. E ha guidato fino a Novosibirsk e ad Omsk, ma non è mai andato a Tashkent, no.
Albert, o A????? che preferiate, a pranzo beve chai, tè, il che fra parentesi mi fa venire in mente che il mondo si divide fra quelli che il tè lo chiamano chai (e in tutte le varianti simili) e quelli che lo chiamano tè, appunto, e comunque il chai armeno è very gut, perlomeno secondo lui. A cena invece, Albert, pasteggia a vodka come ogni buon russo-armeno-kirghizo-kazako-eccetera che si rispetti. Così accetto il suo invito e, dopo un bicchiere del famoso vino armeno (mah), brindo con lui all'amicizia italo-armena e tracanno anch'io il mio bicchiere di vodka armena (lui è al terzo).
E schiatto al suolo. E' praticamente Paraflu rinforzato.

Per non dire di quella strana erba cruda che mi fa assaggiare, avvolta nel pane armeno, che lui sembra apprezzare tantissimo e che secondo me ha un retrogusto di azoto congelato. Se ho ben capito dice che è prezzemolo e magari è anche così, ma io il prezzemolo crudo a ciuffi non l'ho mai mangiato.
Fatto sta che a distanza di tre ore ce l'ho ancora nel naso. L'esofago mi si è invece fuso con la vodka.

Albert è un brav'uomo, età indefinibile. Fa il driver da quarantaquattro anni, quindi fate un po' voi. Indossa sempre un cappellino bianco da baseball e ha lo stile di guida tipico dell'Asia Centrale. Questo significa che sui rettilinei lancia la sua Volga (?????) 2110 nera (che avrà perlomeno la sua età professionale e una milionata di chilometri) a fondo acceleratore, che magari significa solo centodieci-centoventi, ma provate a toccarli con la Volga su una strada armena. Poi, dopo il decollo, mi dite.
Significa anche che viaggia fisso in mezzo alla strada, come tutti i suoi compari, e si sposta solo quando ormai il frontale è inevitabile. Oppure si sposta quell'altro. Dipende dall'esperienza e dal caso.

La frizione non è contemplata, se non in casi di estremissima necessità, quindi si va fissi in quarta (la Volga non ha la quinta): salite, discese, soprattutto curve. Di qualunque raggio, tornanti (tantissimi tornanti) compresi.
Ecco, parliamo dei tornanti. Che finché sono in salita, ok: si prende la rincorsa e ci si lancia in quarta sul tornante, girando con forza il volante, finché la macchina non muore. A quel punto, ma solo a quel punto, vabbè: ci si arrende e si scala in terza. Addirittura gli ho visto usare la seconda un paio di volte in duemila chilometri. Dunque vedete voi. E considerate che si sta parlando di tornanti del Caucaso, non di quelli di casa vostra.
Questo per le salite, comunque. Poi ci sono anche le discese, dopo le salite, tipicamente. E la tecnica è esattamente la stessa, ma in questo caso la quarta basta e avanza: ci si lancia giù dal rettilineo a rotta di collo fino a quando la staccata è inevitabile (avete presente la pubblicità di Alonso, "io non stacco mai"? Ecco, appunto) e a quel punto si tira un'inchiodata micidiale che fa vibrare la Volga come lo Shuttle sulla rampa di lancio, ci si attacca al volante con le due mani e si sterza a tutta forza, sperando che la macchina rimanga perlomeno nella sede stradale.
A volte, naturalmente, cercando anche di sistemare la sim del telefonino. E la batteria. E poi telefonando.
Non devo, vero, perder tempo a raccontarvi dello stato degli pneumatici e del battistrada?

In montagna la Volga è in grado di sorpassare tantissmi altri mezzi, soprattutto le vecchie Lada (ma se la cava molto bene anche ad evitare le mucche all'improvviso). Il sorpasso si fa sempre, comunque e ovunque. E se dico ovunque intendo proprio ovunque, con una particolare predilezione per i tornanti ciechi. Basta suonare. Nel senso: quello che sta davanti viaggia (anche lui) in mezzo alla strada. Oltre non si vede chiaramente un tubo. Prima Albert prova a infilarsi di forza a sinistra, ché magari ci si passa, chissà. Poi si spazientisce e suona al tipo per farlo spostare. Siccome nel Caucaso sono tutti molto gentili, quello si sposta. Allora Albert finalmente si infila e, poiché la curva davanti è totalmente cieca, suona di nuovo, ché sai mai arrivi qualcuno. Che comunque arriva sempre. Soprattutto, sulle strade del Vayots Dzor e sui passi del Karabakh, vanno molto i TIR iraniani che arrivano in senso opposto. E sono molto grossi. Noi però stranamente non siamo riusciti a centrarne nemmeno uno. Nonostante in un caso abbiamo anche fatto un sorpasso sul sorpasso. Nel senso che abbiamo sorpassato a sinistra una Lada che a sua volta stava sorpassando un camion.
Manovra perfettamente riuscita, peraltro, come potete ben immaginare, visto che il vostro cronista è qui a raccontarvela.

E comunque in Armenia bisogna mettere la cintura. In Karabakh invece no, così, quando passiamo la frontiera, Albert mi fa segno che posso pure toglierla. Per non offenderlo la slaccio, ma non mi sembra un'idea brillantissima.
Finché non arriviamo a Tatev.

O meglio, torniamo da Tatev, ché per arrivarci ho invece preso il Wings of Tatev, ma vabbè, questa è un'altra storia. Di Tatev, ed anche del Karabakh, vi racconterò prossimamente: qui si sta parlando di Albert.

Comunque: per tornare da Tatev c'è una strada che la Lonely Planet definisce curiosamente hair pin e ricordo quando a casa, un paio di mesi fa, avevo letto questa definizione e avevo riso molto. A casa.
A Tatev invece non ho riso un cazzo. Perché i quarantonove tornanti hair pin - sterrati, scavati sui fianchi del canyon di Tatev, Albert li ha fatti particolarmente agitato e di fretta, e a un certo punto ho smesso di contare le derapate sul ciglio della strada e le inchiodate al limite, con la Volga che slittava e partiva dritta verso il burrone, senza considerare le buche, i sassi, le gomme liscissime.
E no, così a contorno, non ci sono i guard-rail. Mavalà.
Così, mentre scendiamo da Tatev "un po' di fretta", penso che un cazzo la cintura in Armenia è obbligatoria: me la slaccio lo stesso e mi preparo a saltare dall'auto in caso di necessità.
Giuro, l'ho fatto.

Sappiate inoltre che la Volga va a gas e che quando si fa il pieno bisogna scendere tutti. Ché magari salta in aria, sai mai.
Con un pieno di gas la Volga fa duecento chilometri. E ad Albert gli scoccia tantissimo fermarsi lungo la strada, perché deve scalare le marce. Se proprio deve, foss'anche per i cinque secondi necessari a scattare una fotografia, lui spegne il motore. Ché il gas costa.

Albert mi preleva a Yerevan la mattina di Ferragosto e facciamo rotta verso sud, puntando Stepanakert, capitale dell'inesistente Stato del Nagorno-Karabakh, a circa trecentoventi chilometri di distanza.
Costeggiamo la frontiera turca per un bel pezzo, con la sagoma dell'Ararat che riempie l'orizzonte di fronte a noi. Il monastero di Khor Virap, praticamente attaccato al filo spinato della frontiera e distante non più di un chilometro dalle pendici dell'Ararat, è in una posizione davvero spettacolare.
Tocchiamo poi il confine con il Naxçivan, una regione appartenente all'Azerbaijan, ma separata dalla nazione madre dal territorio armeno, che di fatto si incunea verso sud tagliando in due parti l'Azerbaijan stesso. Una delle innumerevoli assurde anomalie geopolitiche del Caucaso e, in generale, delle ex-repubbliche sovietiche. Il Naxçivan è anche noto, fra l'altro, per essere stato nel 1990 il primo territorio a dichiarare la propria indipendenza dall'Unione Sovietica, battendo la Lituania di poche settimane. La riunione (politica e non geografica) con l'Azerbaijan è avvenuta solo successivamente.

Più a sud, le belle gole del monastero di Noravank e il Vayots Dzor, una regione di altipiani scoscesi, steppe ed orizzonti infiniti, e un passo ad oltre duemilaquattrocento metri di quota.
Adesso sì, in viaggio.

Caucasus 23
Le rovine della cattedrale di Zvartnots, con l'Ararat sullo sfondo
Caucasus 25
Le gole del fiume Avan, presso Garni, Armenia
Caucasus 26
Il tempio di Garni, Armenia
Caucasus 27
Caucasus 28
Caucasus 29
Caucasus 30
Monastero di Geghard, Armenia
Caucasus 31
Caucasus 32
Khor Virap
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Monastero di Noravank
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Caucasus 34
Caucasus 36
Caucasus 37
Vayots Dzor, Armenia meridionale
TAG: armenia, zvartnots, garni, geghard, khor virap, noravank, vayots dzor
16.12 del 21 Agosto 2011 | Commenti (1) 
 
20 Italian style
AGO Travel Log: Caucasus
Questa è presa dal menù di un ristorante di Tbilisi, Georgia.

bungabunga

TAG: bunga bunga, berlusconi
22.20 del 20 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
13 Armenia /2, Yerevan /2
AGO Travel Log: Caucasus
Pian pianino la schiena sta tornando a posto e un po' alla volta, per quanto a fatica, mi rimetto in moto, anche se di fatto ho dovuto ripianificare la mia tabella di marcia per guadagnare perlomeno una mezza giornata di riposo totale, sdraiato a letto. Tutto sommato, considerata l'ultima rocambolesca settimana, ci voleva comunque, non fosse altro per ricaricare le batterie e fare un po' d'ordine mentale.

Armenia, dunque, antica culla del cristianesimo, qui declinato in versione piuttosto ortodossa anzichenò. Che non è vita facile se dividi le tue frontiere con la Turchia (chiuse, ché i due Paesi non si parlano, non fosse altro per la questione mai risolta del genocidio armeno di inizio XX secolo), con l'Iran (chiuse, per carità) e con l'Azerbaijan (chiuse, e pure con una guerra in corso per la dimenticata - dall'occidente - vicenda del Nagorno-Karabakh. Cosicché, se in Armenia vuoi andare, o ci arrivi in volo, o entri dalla frontiera settentrionale con la Georgia, che peraltro è quella da cui transiterò io, invece, per uscirne.
Non che nel Caucaso, d'altra parte, ci siano Paesi che storicamente abbiano avuto vita facile.

Perché si viene in Armenia? Be', per parecchie valide ragioni. Per quanto mi riguarda, perché è una importante parte di Asia che mi manca all'appello, perché qui vi sono alcuni importanti e famosi siti e monumenti religiosi che sono patrimonio protetto dall'Unesco, perché è una delle culle della nostra civiltà, perché di qua passava una delle tante rotte della Via della Seta, che in gran parte ho già percorso e che pian piano vorrei completare. E perché è un luogo tormentato, e i luoghi tormentati esercitano sempre un'attrazione irresistibile su di me, perché di solito sono crocevia culturali caratterizzati da grandi contrasti, da sentimenti estremi, da tensione che vibra nell'aria.

E poi qui c'è l'Ararat. Che un po' c'è l'Arca di Noè, un po' comunque svetta ben sopra i cinquemila, un po' è pur sempre una delle montagne più famose al mondo.

Il problema è che per quanto in Armenia sia tutto targato Ararat - dal simbolo della compagnia aerea nazionale, al cognac e alla birra locali, a qualunque cartolina, per cui sembra che l'Ararat sia presente in ogni angolo più remoto di 'sto Paese - be', insomma, l'Ararat non sta in Armenia per un tubo. Sta al di là della frontiera turca, e nemmeno di poco: almeno una cinquantina di chilometri.
Insomma, l'Ararat è turco, tutto turco, e lo sa bene chiunque sia un minimo ferrato in geografia. Per cui il fatto che qua attorno a Yerevan, capitale dell'Armenia, il territorio sia piuttosto piatto, e che l'Ararat, dall'alto dei suoi cinquemila e rotti metri, dòmini la pianura tutta e incomba non poco su Yerevan, e che Yerevan sia a sua volta a una cinquantina di chilometri dalla frontiera, tutto questo non fa affatto sì che l'Ararat all'improvviso sia (anche) armeno. Ma proprio per un cavolo.
E, detto fra noi, tutto 'sto ambaradan che gli armeni fanno per vendersi l'Ararat, mescolato con la storica ruggine che han con i turchi, significa solo una cosa: che gli rode un bel po'.
D'altra parte è come se gli svizzeri si vendessero il Monte Bianco solo perché ce l'hanno a pochi chilometri e da casa loro si vede benissimo. Ma vi pare?

Dunque, l'Ararat c'è e si vede, ed eccovelo anche qua, proprio sopra Yerevan, ma di armeno non ha proprio nulla.

Caucasus 21
L'Ararat (5.165m) domina Yerevan, in Armenia, ma è in territorio turco

Ci sarebbe poi anche la faccenda dell'Asia. Nel senso: ma alla fine, l'Armenia (e la Georgia) sono davvero in Asia o sono in Europa? Perché la Georgia sicuramente, l'Armenia non ricordo ma ci scommetterei, non solo vantano ambizioni (assurde, eddai) da Comunità Europea, ma partecipano ai campionati europei di calcio.
Ora, considerato che l'Azerbaijan è Asia a tutti gli effetti e che il suo territorio è incastrato a puzzle con quello dell'Armenia, e che per convezione è da sempre stabilito che l'Europa finisca sul Caucaso che a sua volta delimita la Georgia a nord, per quale mai ragione l'Armenia dovrebbe essere in Europa?
Eppure quelli della Lonely Planet catalogano la loro guida fra quelle dell'Europa. Wikipedia cerca di cavarsela salvando capra e cavoli. Le organizzazioni internazionali, perlopiù, catalogano i Paesi caucasici fra quelli asiatici.
Questo blog, sia chiaro, piazza tutti e tre i Paesi (ed enclavi disputate varie) in Asia. E fine della questione.

Del resto agli occhi occidentali la fisionomia degli armeni, c'è poco da fare, appare turca e per nulla russo-caucasica. Prendi un armeno, lo piazzi in Turchia e nemmeno te ne accorgi (sì, vabbè, vaglielo a dire a un armeno, ma è così per semplificare, eddai). Prendi invece un armeno, piazzalo in centro a Mosca e tutti dicono guarda, un turco! (oppure guarda, un armeno!, se son scafati).
Non ce n'è. Come pretendere che un italiano passi per un indiano. Non funziona, no...
[Continua a leggere]

TAG: armenia, yerevan, caucaso
22.06 del 13 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
13 Walls of Yerevan, Armenia
AGO Travel Log: Caucasus
Caucasus 08
TAG: yerevan
17.01 del 13 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
13 Yerevan metro system
AGO Travel Log: Caucasus
No, non esiste traslitterata.

Caucasus 09
TAG: yerevan
17.00 del 13 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
12 Appiccicato
AGO Travel Log: Caucasus
Fra il farlo mettere direttamente sulla pagina, o su un documento separato, nessun dubbio: prima soluzione, anche se per entrare in Azerbaijan attraverso una frontiera normale dovrò a questo punto rifarmi un (ennesimo) nuovo passaporto.

Visto Karabakh
TAG: nagorno, karabakh, visa, armenia, caucaso
17.25 del 12 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
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