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23 Era ormai novembre
DIC Travel Log: Far East for business
Per esempio, prendi Suzhou - si dice “Sugiò” - anonima città cinese nello Jiangsu che conta quasi undici milioni di abitanti. Undici. Milioni. Di. Abitanti.
Andando verso l’ufficio, mentre siamo fermi a un semaforo accanto a uno dei supercondomini di cui Suzhou, come qualunque altra nuova città cinese, è costellata, approfitto per far due conti.
Il condomino, chiamiamolo così, peraltro certo non uno dei più grandi di Suzhou, è composto da sei file di cinque grattacieli ciascuna. Ogni grattacielo è alto quarantadue piani e possiamo assumere, per difetto, che su ogni piano ci siano almeno quattro appartamenti, sì?
Diciamo poi anche che il nucleo familiare medio che abita in un condominio di Suzhou sia composto da tre persone, stima che peraltro, trattandosi di Cina, è secondo me parecchio al ribasso.
Avete fatto i conti? Fanno più di quindicimila persone.
Quindicimila persone.
Dice, tanto in Cina non c’è democrazia e di certo non fanno le assemblee condominiali.

Di condomini così a Suzhou ce ne sono a decine, attorno al centro. Dodici anni fa, mi dice il mio autista, c’erano solo risaie.
Parliamone, poi, del centro di Suzhou. Una sparata di grattacieli nuovi di zecca, cristallo e acciaio e neon colorati ovunque. Qualche Lamborghini che sfreccia per i viali. Ho contato più Starbucks per metro quadro qui che in tutta Cleveland, dov’ero due mesi fa.
Ci sono quattro linee della metro a Suzhou e cinquantasette treni proiettile al giorno che la collegano a Shanghai, un centinaio di chilometri a est, in poco più di mezz’ora.
C'è un ristorante italiano - ne ho visti due per la verità, ma in uno dei due mi ha portato il mio collega indiano - dove ho mangiato una pizza che avrei tranquillamente potuto mangiare, uguale, perfetta, in centro a Milano. Per dirvi la verità, in centro a Milano avrei tranquillamente potuto essere, non fosse stato per le fuoriserie parcheggiate fuori e il cielo illuminato a giorno dall'inquinamento luminoso dovuto ai giochi di luce delle centinaia di grattacieli.
Ci sono anche dozzine di centri commerciali nuovi fiammanti nel centro di Suzhou e la cosa più curiosa non è che siano vuoti come fossero tutti appena stati terminati - e in effetti lo sono, quanto piuttosto che all'interno ci sono solo piccoli negozi sparsi di cianfrusaglie varie. Praticamente hanno tirato su dei centri commerciali come se l'idea fosse stata quella di ricostruire dei tradizionali negozi cinesi racchiudendoli dentro un moderno cubo di vetro e acciaio e scale mobili. Surreale.

Della Cina, la mia Cina di sedici anni fa, la Cina di Lanzhou, di Xi’an, di Xining, che peraltro già allora lasciavano intuire uno sviluppo estremo in corso, oggi non rimane pressoché più nulla.
Maggie, la giovane collega cinese che mi guida attraverso Suzhou e la provincia, ha studiato a Xi’an. Le faccio vedere le foto che ho scattato nel 2002: le guarda sorpresa e mi dice che oggi è totalmente irriconoscibile, che non esiste più niente di tutto quello che le mostro e che il centro è una foresta di grattacieli nuovissimi.

Il giorno dopo viaggiamo verso Tongli, una città vicina dove Maggie si è sposata e che vuole mostrarmi perché dice che ci sono dei giardini e dei palazzi nobili più belli di quelli, famosi e protetti dall’UNESCO, di Suzhou.
La limousine attraversa la periferia e solo per qualche minuto riesco finalmente a vedere un po’ della Cina che ricordavo.
Per il resto è come ho avuto modo di osservare qualche giorno prima a Shanghai e d’altra parte, riflettendoci, come già avevo visto a Pechino sedici anni fa: interi vecchi quartieri suddivisi in grandi aree rettangolari e letteralmente recintati, gli abitanti evacuati (lo scrissi nel 2002 nel mio libro e me lo richiedo oggi: dove?), arrivano le ruspe e piallano tutto. Tutto.
In pochi mesi al posto delle vecchie case vengono tirate su queste torri da trenta, quaranta, cinquanta piani, a grappoli, tutte identiche, tutte grigie, tutte spettrali. Cemento armato ovunque.
Sembra il sito di un qualche film su un futuro distopico, una cartolina da "Billennium", il racconto di James Ballard.

È passato ormai più di un mese da quando sono rientrato dalla Cina e, come immaginavo, non ho più avuto il tempo di scriverne come avrei voluto. Ho sistemato le foto e per il resto ho continuato ad essere travolto dal lavoro. Così adesso mi mancano le parole per raccontare.
Ad esempio, Shanghai, appunto.

Erano anni che volevo andarci, sin dai tempi di Asia Overland. Ci avevo anche provato allora senza riuscirci e chissà come sarebbe stato confrontare la Shanghai del 2002 con quella di oggi.
Uscendo dalla stazione della metropolitana a Pudong, proprio sotto alla Shanghai Tower, vengo attraversato dai brividi dopo parecchi anni che non mi accadeva, perlomeno al cospetto di una grande metropoli. In fondo le capitali del mondo le ho viste ormai praticamente tutte e le tigri dell'Asia non hanno segreti per me, con l'unica esclusione di Taipei.
La skyline di Shanghai, che si apre attorno a me a trecentosessanta gradi, è indescrivibile. Arrivo da Tokyo e all’improvviso la capitale giapponese mi sembra vecchissima, sorpassata a destra.
Ho impiegato meno di un’ora dal momento in cui sono sceso dall’aereo al mio hotel a Pudong, sdoganamento e ritiro bagagli compresi. Il Maglev, il treno iperveloce a levitazione magnetica, mi ha depositato in centro a Shanghai, agganciandomi direttamente alla rete metropolitana, in soli sette minuti dall’aeroporto, viaggiando ad oltre quattrocento chilometri orari.
Fantascienza.

Giro per Shanghai spostandomi grazie all’infinita ragnatela di linee metropolitane, fra i grattacieli di Pudong, le grandi vie commerciali del Bund, i quartieri della vecchia Shanghai dove mi imbatto in un tradizionale mercato degli insetti, uno degli ultimi retaggi della Cina che anche qui è in corso di cancellazione sistematica, quartiere dopo quartiere, strada per strada.
Riesco per una giornata a perdermi negli strettissimi vicoli di una Cina che ormai non c’è più, dove per un attimo ancora mi sento come un elemento estraneo, totalmente alieno, solo, persino un po’ intimorito, o almeno coi sensi all'erta. Non fossi in Asia, ma in qualunque città europea, o africana, o sudamericana, avrei paura sì.
Invece qui vengo solo osservato dalle feritoie fra le finestre, o con la coda dell’occhio, di nascosto, dai portoni, finché all’improvviso, mentre scatto fotografie e cerco di orientarmi per trovare una via di uscita dal labirinto, puntando la sagoma all’orizzonte della Shanghai Tower che buca le nuvole da ovunque la si osservi da lontano, un vecchio mi arriva alle spalle e mi afferra un braccio.
Trasalisco.

Il vecchio - anche lui - sembra uscito da un film. Avrà cento anni, i baffi sottili lunghi e spioventi, il cappello di paglia. Potrebbe appartenere a una canzone di Battiato, o essere una comparsa di Grosso guaio a Chinatown.
Mi parla, in mandarino. Indica attorno, poi me, poi ancora attorno, poi ancora me. Gli dico in inglese - ma non so bene perché, potrei anche rispondere direttamente in italiano, tanto non cambierebbe nulla - che credo di sapere dove sono, di non essermi perso in realtà. Mi dice qualcosa che secondo me è il nome del quartiere e annuisco, ripeto il nome.
Poi inizia un lungo discorso, sempre tenendomi per il braccio, sempre in mandarino.
Eppure io capisco tutto benissimo, è tutto perfettamente chiaro.

Ruota il braccio tutto attorno, indica in lontananza, colgo un “business”, scuote la testa.
Lo so. Mi sta raccontando che una volta tutta Shanghai era così, ma che adesso la stanno cancellando, che il business ha cambiato e travolto tutto, che presto anche questo quartiere scomparirà e diventerà come quelli laggiù all’orizzonte, come i grattacieli di Pudong.
Gli dico che qua mi piace, che sono a mio agio, che là c'è troppo traffico, rumore.
Non è vero, Pudong è mozzafiato ed è facilissima, riesce ad essere persino familiare nel suo essere proiettata cento anni avanti nel futuro, ma il vero viaggio è qui, col vecchio, a un passo dalle ruspe. Non provo nemmeno a staccarlo dal mio braccio. Lui va avanti a raccontarmi.
Alla fine mi indica e chiede qualcosa. Tiro a indovinare e rispondo Yidàli, Italia. Sorride.
Mi lascia il braccio e indica la Shanghai Tower all’orizzonte, muovendo il braccio.
Sì, lo so. Quella è la direzione. Grazie.

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Suzhou, Humble Administrator Gardens
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Tongli
TAG: Suzhou, Shanghai, Cina
18.43 del 23 Dicembre 2018 | Commenti (0) 
   
02 Made in Japan
DIC Travel Log: Far East for business
È sul Nozomi che il deja-vu mi investe davvero ed è in qualche modo significativo, perché lo Shinkansen Nozomi è escluso dal Japan Rail Pass e nel 2006 non avevamo dunque potuto prenderlo, avevamo viaggiato solo con gli Shinkansen di seconda categoria, ammesso che si possano definire tali.
Ma il Giappone che sfreccia a ben oltre trecento all’ora dai finestrini del Nozomi è esattamente quello, senza soluzione di continuità, da Tokyo a Kyoto ed oltre, fino a Hiroshima, fermata per fermata, ed è come se lo riconoscessi tutto, come il castello di Himeji ad esempio, eccolo lì, mentre il treno rallenta in prossimità della stazione, anche se per la verità Himeji me la ricordavo più piccola. E il Monte Fuji naturalmente, che però questa volta riesco a vedere ben disegnato contro un cielo perfettamente limpido, con il caratteristico cono innevato, come da letteratura, mentre allora lo vidi in pieno agosto, completamente asciutto e scuro, annebbiato dalla foschia.
Mi viene naturale fissare un angolo nello scompartimento, vicino al deposito bagagli, e mi pare di vedere ancora il passeggino rosso di Leonardo, lui seduto dentro che osserva pensieroso il panorama scorrere velocissimo.

È tutto così lontano e così vicino, il mio passato che si allontana davanti a me. Il Giappone sarà per sempre quello visto attraverso i suoi occhi meravigliati e sorpresi di duenne, le sue foto a Tokyo, a Osaka, ad Ainokura, in spiaggia ad Hei-Bama, in braccio a me in acqua nell’oceano che ride come un matto, in treno.
Mi viene in mente quel pomeriggio in Tango Hanto quando siamo andati insieme, io e lui, nell’Onsen per uomini, e lui che buttava i sassolini nell’acqua.
Penso a come è adesso, a quell’adolescente di quasi un metro e ottanta che incrocio in cucina prima dell’alba, mentre si prepara la colazione, nessuno di noi due che dice una parola, ci scambiamo un’occhiata silenziosa per salutarci, mentre Carola ancora dorme in camera sua.
Una vita nel mezzo, la distanza fra quel Giappone e quello che vedo scorrere oggi dai finestrini.

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2006, con Leonardo sullo Shinkansen
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Il Monte Fuji fotografato nel 2006 dallo Shinkansen...
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... e nel 2018 dalla stessa posizione...

C’è un Nozomi ogni cinque minuti, nel 2018, in ora di punta, sull’asse Tokyo-Kyoto. Più della metropolitana di Milano fra Duomo e Cadorna. Impiega poco più di due ore fra le due città, meno di tre per arrivare ad Hiroshima, fermando in tutte le stazioni principali. Fantascienza.
Ryo passa a prendermi all’hotel a Fujisawa alle otto e trenta del mattino, con calma. Alle 14:00 abbiamo una riunione ad Okayama, a quasi ottocento chilometri di distanza, due metropolitane, un Nozomi, un taxi e un pranzo in mezzo.
Alle 14:00 in punto - in punto, giuro - stiamo entrando nella sala riunioni di Okayama. Ho anche avuto il tempo di pranzare discretamente sul Nozomi.
Ma che altro devo raccontarvi, io, del Giappone?
C’è sempre il capostazione che si inchina davanti allo Shinkansen, prima che abbandoni silenziosamente la stazione, e c’è sempre il controllore a bordo che attraversa il vagone e si inchina prima di passare a quello successivo.
Si inchina anche se i sedili sono tutti rivolti nel senso di marcia e lui sta uscendo dalla porta posteriore, coi passeggeri che gli danno la schiena. Si inchina anche se il vagone è vuoto.
Si inchina lo stesso, verso le nostre schiene, verso il nulla. Si inchina e basta. Perché deve fare così.

Facciamo conversazione in treno, Ryo ed io, le solite cose che però in oriente contano di più: la famiglia, il lavoro, i ciliegi - perché naturalmente tre secondi dopo che sei in Giappone qualcuno ti dice subito che devi venirci in aprile perché ci sono i ciliegi in fiore e nulla, 'sta cosa dei ciliegi ai giapponesi li manda in orgasmo più del sadomaso. Claudio Giunta la racconta benissimo nel suo libro sul Giappone.
Comunque.

Il clou della conversazione è "adesso in Giappone è autunno e in Giappone l'autunno è bello perché le foglie ingialliscono”. Ryo mi chiede se accade anche in Italia.
In questa assurda domanda, all'apparenza come minimo sciocca o alla meno peggio un’inutile formalità, è racchiuso l'intero Giappone e tutto il mondo dei giapponesi. Stiamo attraversando da almeno due ore una ininterrotta giungla di cemento armato senza soluzione di continuità, l'antropizzazione esasperata e opprimente che è la caratteristica di questo paese dove il verde, il verde come lo intendiamo noi, è quasi inesistente e attorno a me, da quando sono atterrato, la cosa più vicina a un vegetale non addomesticato, scolpito e piegato all’ordine di ogni cosa, sono le alghe che galleggiano confusamente nelle zuppe preconfezionate.
E quindi per il giapponese questa cosa delle foglie che in autunno ingialliscono sugli alberi e cadono in disordine, senza uno schema prefissato, colorando l’asfalto in modo casuale, per il giapponese medio che vive in città, cioè per quasi qualunque giapponese di quasi qualunque posto, è davvero un miracolo della natura, una poesia vera, mentre a me disturba, perché l’autunno è freddo e umido e triste e vira al buio, e perché se parcheggio sotto un albero a Milano - perché a Milano ci sono gli alberi, a Tokyo, a Yokohama, a Fujisawa, no - le foglie che cadono come minimo si appiccicano all'auto e per terra si trasformano in una fanghiglia orrenda.
E tutta la cultura della ricerca della bellezza nel piccolo, nel particolare, nel ciliegio che fiorisce una settimana all'anno, eccola lì, "l'autunno è bello perché le foglie ingialliscono", che nella conversazione col giapponese medio, mentre sei in metropolitana, è così lontano dal "non ci sono più le stagioni" ringhiato fra i denti all’occasionale compagno di viaggio nell’ascensore che avremmo voluto prendere in pace, da soli.

È stressato Ryo, mentre siamo in taxi ad Okayama e andiamo verso l’ufficio e la nostra riunione. È stressato perché ha calcolato che potremmo arrivare cinque, forse dieci minuti in ritardo, perché c’è traffico. Non importa che arriviamo dall’altra parte del Giappone e abbiamo viaggiato come fulmini tutta la mattina, discute nervosamente con il tassista e consulta il navigatore alla ricerca di un percorso più veloce, telefona a mezzo ufficio per scusarsi. Non importa nemmeno che la riunione l’abbiamo organizzata noi, che il capo sia io e dunque, tutto sommato, pazienza se siamo un po’ in ritardo, no. Nella sua cultura giapponese è quasi inammissibile.
Mi chiede cosa dobbiamo fare. Gli spiego con molta tranquillità che amen, arriveremo in ritardo una decina di minuti e non sarà un problema. Dice che allora sposta la riunione di dieci minuti. Gli spiego che può anche spostarla di quindici, forse anche di trenta, per essere certo che non abbiamo ulteriori ritardi. Mi guarda stupito.
Arriviamo precisi. Non un minuto di ritardo. Doppia sconfitta: ormai aveva spostato la riunione di mezz’ora.

Mi riempiono di regali i giapponesi. Ovunque vada, i colleghi mi fanno un regalo, lo fanno per i miei figli, si prendono cura di me, mi portano fuori a cena.
Pause pranzo in mensa giapponese, cene tradizionali giapponesi. Correggono il mio modo di impugnare i bastoncini, mi insegnano a tagliare il cibo nel modo corretto, mi si apre un intero mondo nuovo.
Com'è diverso vivere il Giappone per lavoro, condividerlo coi giapponesi, rispetto al viaggiarlo per turismo.
I colleghi scoprono che non amo il pesce e organizzano una cena ufficiale a base di carne, costosissima e non comune nella dieta del Sol levante. Ricambio la cortesia affrontando il sashimi, nonostante mi sia quasi insopportabile, l’insalata di medusa - avrei voluto non saperlo - e qualunque distillato alcolico mi passi davanti.

L’ultimo pomeriggio, finite le riunioni, Ryo mi porta a fare un giro turistico a Kurashiki. Vengo investito da tutto il mio Giappone e per un paio d’ore mi aggiro smarrito dentro al mio passato, ed è ieri, non dodici anni fa.
Lascio qualcosa di me in un tempio e finisco la serata insieme a Ryo in un pub di Okayama. Suonano jazz e la bottiglia è un Teroldego italiano.
Domani si vola a Shanghai.

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Immagini da Kurashiki
TAG: Giappone, Kurashiki, okayama
23.22 del 02 Dicembre 2018 | Commenti (0) 
   
29 Ritorno in Giappone
NOV Travel Log: Far East for business
[A due settimane dal rientro inizio a metter mano agli appunti e alle foto]

Il mio secondo Giappone inizia con la sensazione fortissima di non essere mai andato via, dodici anni fa. Dall’istante in cui esco dall’aeroporto di Tokyo Narita e mi metto in coda alla fermata del Limousine bus, il Giappone in cui inciampo nel 2018 è immediatamente familiare e identico a quello che ho lasciato nel 2006, e mi sembra tutto chiaro, evidente, normale. Come lo avessi lasciato ieri.
O forse no.
Sta di fatto che sono ben oltre la sensazione di deja-vu.
Ma non accade proprio istantaneamente. C’è un momento esatto.

Mi aggiro per l’atrio degli arrivi internazionali decidendo il da farsi. Devo raggiungere Fujisawa, che è a un centinaio di chilometri di distanza. Sono quasi le sette di sera e ho un paio di opzioni: il Narita express fino a Totsuka e poi la Blue line, o il Limousine bus per Yokohama e poi la ferrovia suburbana.
Sono stanco, sono appena atterrato in Giappone, lipperlì sono un terrestre sbarcato su Plutone, come tutti, e la frustrazione sta per impadronirsi di me e annientarmi, quando a sorpresa mi arriva sul cellulare un messaggio di Ryo:

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La biglietteria del Limousine bus è davanti a me. Do un’occhiata alla coda che appare abbastanza impegnativa e cerco di venire a patti col tabellone elettronico degli orari che rimbalza fra il giapponese e l’inglese, con una certa preferenza per la lingua madre.
Sono le 19:21, ce ne sarebbe uno in partenza alle 19:30 e poi uno ogni quarto d’ora - perché è vero che è domenica sera, ma se sei all’aeroporto di Tokyo di domenica sera e devi andare al terminal di Yokohama, a un’ottantina di chilometri di distanza, hai almeno una mezza dozzina di opzioni diverse, tutte piuttosto rapide e con frequenze massime di un quarto d’ora: adesso immagina di trovarti a Malpensa alle sette di domenica sera e dovere andare, chessò, a Monza. O semplicemente anche in centro a Milano.

Mando un messaggio a Ryo per dirgli che, così a occhio, se va bene riesco a prendere quello delle 20:00. Senza che abbia nemmeno il tempo di rendermene conto, la coda davanti a me si smaterializza alla velocità della luce e alle 19:24 sto acquistando il mio biglietto: me lo fanno per la corsa delle 19:30. Obietto timidamente che non ce la farò mai.
Sorridono cortesemente e mi indicano l’uscita per la fermata del bus.
Alle 19:28 sono in coda ordinatamente in fila indiana alla fermata con un po’ di giapponesi. Un addetto mi etichetta il trolley e lo imbarca sul bus appena arriva. Alle 19:30 precise il Limousine bus parte, con me a bordo, dopo che l’autista in guanti bianchi e mascherina d’ordinanza davanti alla bocca si è inchinato per salutarci tutti e - suppongo - ci ha dato tutte le informazioni necessarie per il viaggio.
Circa un’ora dopo, puntuale al minuto, il Limousine bus mi scarica alla fermata del terminal di Yokohama, dove il buon Ryo, mio nuovo collega giapponese, mi sta aspettando per accompagnarmi durante il resto del viaggio fino a Fujisawa.

Ryo mi mette in mano una tessera magnetica precaricata che mi consente di muovermi senza soluzione di continuità attraverso tutta la rete giapponese di mezzi pubblici, ferroviari e non. Afferra la mia valigia e si infila nella metropolitana seguendo una app sul suo telefono che gli apre la via in tempo reale, suggerendogli le coincidenze immediate, e mi guida nel labirinto a sei livelli della stazione di Yokohama.
Trenta minuti dopo sono nella mia stanza di hotel a Fujisawa. Stanza che, trattandosi di un tradizionale business hotel giapponese, è grande esattamente come il letto a una piazza più uno spazio attorno al letto per stare in piedi e appoggiare la valigia per terra, ma non per poterla aprire completamente.
Un solo asciugamano piccolo, un bollitore, una tv, una vestaglia giapponese.

Tutto come ricordavo: In Giappone ti muovi alla velocità della luce con un’efficienza altrove inimmaginabile e negli hotel paghi per lo spazio, non per il livello di servizio, elevatissimo ovunque.
Tutto immutato, sì, sembra ieri. Sono perfettamente a mio agio (a meno dello spazio in camera).
Bentornato in Giappone.

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Fujisawa
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Tokyo
TAG: Giappone
22.24 del 29 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
19 Ancora del volo
NOV Travel Log: Far East for business
[scritto un po' ovunque, fra il 3 e il 16 novembre]

Per quanto abbia volato in vita mia mai come quest’anno ho subìto la dissociazione da jet-lag, forse perché non avevo mai infilato così tanti voli intercontinentali nello spazio di pochi mesi mettendo piede un po’ in tutto il mondo, soprattutto nelle ultime settimane con questo concatenamento fra America ed Asia, ripassando da casa, attraverso quindici fusi orari avanti e indietro.
Sto galleggiando da settimane in un’esistenza parallela completamente distaccata dal mio normale ciclo vitale e viaggiare in business class aumenta esponenzialmente l’alienazione, perché il livello di confort è studiato per contrastare il più possibile la distorsione spazio-temporale e illuderti di vivere delle giornate ordinarie.
Ma ovviamente non è così e mi chiedo come fanno quelli che davvero il mondo lo girano in continuazione per professione, da un continente all’altro, attraversando oceani e continenti, adeguandosi al qui e ora e altrove senza soluzione di continuità.

Dopo un mese trascorso fra Stati Uniti, Giappone e Cina, la novità è che sono stanco più di quanto non sia immerso, come mio solito, dentro al viaggio.
Sono stanco e al prolungarsi della mia permanenza in oriente, invece di adattarmi al fuso, al cibo, alla gente, al clima, e recuperare i miei cicli, vado peggiorando, complici i ritmi di lavoro e il dovermi confrontare con interlocutori distribuiti su quindici fusi orari, il che fa sì che le mie giornate quasi non vedano albe né tramonti.
Solo negli ultimi due giorni a Suzhou sono riuscito a dormire almeno cinque ore filate per notte, ma mi sono lasciato alle spalle giornate da due ore di sonno scarse nell’arco di ventiquattr’ore.

Poi, i prossimi giorni, vi racconterò di Suzhou, e anche di Shanghai, di Tokyo e Fujisawa, ed Okayama e Kurashiki e Tongli, e un po’ tutto insomma. Con calma, che ho anche più di mille foto da sistemare e d’altra parte per la verità non so quando, ché anche a casa mi aspetta un’agenda improponibile almeno fin sotto Natale.

E quindi un paio di sabati fa mi sono svegliato alle otto a casa, ho fatto colazione, ho chiuso la valigia e sono partito attorno a mezzogiorno, ché avevo il volo per Tokyo alle 16 e ho pensato che tanto valeva andare a pranzare in aeroporto. E così ho fatto: un’insalata, una torta salata, un pasto leggero insomma, un caffè.
Alle 15 mi sono imbarcato e mi hanno chiesto se gradivo qualcosa in attesa del decollo.
Considerato il viaggio davanti ho chiesto un caffè americano, con l’idea, un po’ campata per aria per la verità, di tentare la sortita e provare a rimanere sveglio fino a Tokyo. Calcolavo infatti di arrivare a Fujisawa, la mia destinazione finale, alle dieci circa di domenica sera ora locale, ma per me sarebbero state le due del pomeriggio: se avessi dormito in volo potevo dimenticarmi di riuscirci la notte a Fujisawa e considerato che lunedì mattina alle otto, ora giapponese, mezzanotte per me, sarei dovuto essere in ufficio, arrivarci senza aver riposato almeno un po’ nella notte fra domenica e lunedì sarebbe stato un incubo.

Ho preso dunque questo mezzo litro di caffè americano. Ma poco dopo mi hanno portato l’aperitivo, un bicchiere di champagne con un po’ di noccioline tostate. E subito dopo il decollo, alle cinque del pomeriggio, le mie cinque del pomeriggio, la cena completa.
Ora, è vero che uno potrebbe anche fermarsi un attimo e riflettere, ma alla fine sei in aereo, ti portano il menù, non stai a pensarci e un po’ ti convinci che tutto sommato sì, hai fame. E siccome sei in business class approfitti anche del menù à la carte e perché no, della lista dei vini, e del dolce, e poi di nuovo il caffè.
Alle 18 - le tue 18, ora italiana - hai già fatto dunque tre pasti completi e un aperitivo: sull’aereo spengono le luci, oscurano i finestrini e all’improvviso è notte, come si usa sui voli lunghi.
Solo che il mio volo non andava a Tokyo, ma a Doha, in Qatar. Dove sono arrivato a mezzanotte circa ora del Qatar, le dieci di sera per me.

Alle due del mattino, ora del Qatar, sono ripartito per Tokyo: appena salito a bordo mi hanno offerto un altro calice di champagne e, tempo un’ora, di nuovo la cena. Una cena completa, a lume di candela.
Erano le tre del mattino ora del Qatar, l’una di notte per me, e quella era la mia seconda cena della serata, e quella davanti la mia seconda notte consecutiva nello spazio di poche ore.
Sei ore dopo mi hanno servito la colazione, non so più che ore fossero per me, ma presumibilmente notte fonda, mentre invece stavo per atterrare in Giappone ed era quasi ora di cena: stavo per iniziare la mia terza serata consecutiva in meno di ventiquattr’ore e avevo appena fatto colazione.

Infine, come previsto, Fujisawa: dieci di sera ora locale.
Non avevo sonno, ma avevo fame.
A quell’ora, a Fujisawa, l’unica cosa che ho potuto fare è stato infilarmi nel primo McDonald’s che ho incontrato.

C’è poi la faccenda dei betabloccanti, che di regola dovrei prendere ogni dodici ore, alle otto del mattino e della sera.
Per un po’ ci sono riuscito: nel senso, sono andato avanti approssimando un po’, tipo alle sette del mattino ora giapponese, al mio risveglio, e poi alle cinque del pomeriggio, quando me ne ricordavo, perché spesso a quell’ora ero ancora in riunione e quindi finiva che li prendevo alle sei, o alle sette, quindi in realtà a mezzogiorno ora di casa.
Infine ho saltato un giro, perché me ne sono ovviamente dimenticato.

Prendi poi questo post, ad esempio. Che ho iniziato a scrivere sul volo di andata, verso Tokyo, e ho poi ripreso qualche giorno dopo sullo Shinkansen mentre viaggiavo verso Okayama, e poi ancora a Shanghai e a Suzhou, e infine sul volo di ritorno per Doha, cambiando i tempi dei verbi ogni volta, e i dettagli, in modo da adeguarli ai miei spostamenti e ai miei orari.
È un post dissociato, come tutto il resto, perché più sono passate le giornate e più ha perso il suo significato iniziale, e all’improvviso mi appare del tutto sconclusionato e senza senso. Non riesco più a seguirlo nemmeno io, non c’è più alcuna coerenza in quel che scrivo ed è impossibile relativizzarne la successione dei periodi con una qualche logica, perché la verità è che sono stati scritti in tempi completamente diversi e in un ordine differente rispetto a quello col quale li state ora leggendo.
Magari proprio questo periodo è stato scritto per ultimo, prima di pubblicare il post.

Sul volo Qatar Airways è notte come al solito, credo anche che sia una notte vera, perché siamo decollati alle ventitré e qualche cosa, e mi hanno dato la cena attorno a mezzanotte, ora di Shanghai. Io comunque avevo già cenato alla lounge dell’aeroporto un paio di ore prima.
Ho una suite in business class e mi sdraio a letto, perché ho un letto vero a disposizione su questo volo. Nell’aereo non è buio, ma c’è una penombra lievemente illuminata da una luce rilassante che ruota i colori dal violetto al rosa, al verde, all’azzurro. Indosso le cuffie che cancellano il rumore e ascolto musica ambient.
È come galleggiare nel nulla, avvolto da questa lieve luce artificiale, isolato da tutto il resto, l’aereo non vibra nemmeno e provo a dormire un po’, cullato dalla musica.

Finisco questo post alle cinque del mattino, ora di Doha. Sono in aeroporto e per me sono le dieci del mattino, perché ormai da qualche giorno sono riuscito ad adeguarmi all’ora di Shanghai. A Milano sono le tre di notte.
Prima di atterrare mi hanno dato la colazione e credo fossero le cinque del mattino ora cinese.
Fra un po’ mi imbarco per casa e mi daranno un’altra cena, all’alba, o forse una colazione, chissà. Poi però sull’aereo calerà di nuovo il buio, anzi, quella penombra colorata che mi porta altrove e nella quale mi perdo inseguendo i miei pensieri, e quando riapriranno i finestrini, sei ore dopo, sarà metà mattinata sull’Europa e mi daranno un pranzo, prima di atterrare a Milano attorno a mezzogiorno.
E tutto tornerà al suo posto.

Chissà quando riuscirò a pubblicare questo post.
5:50am del 16 novembre, gate B4 dell’aeroporto di Doha, Qatar.

Post scriptum con la luce violetta che illumina la penombra finto-notturna del volo Doha-Malpensa, dopo che mi hanno servito, sì, un’altra colazione e sono immerso nel liquido amniotico della musica chillout diffusa dalle cuffie Qatar Airways che cancellano il rumore esterno, e volo sopra l’Arabia, verso casa: all’improvviso mi viene, fortissimo, da piangere. Ho un bisogno terribile di tornare.

FarEast01
FarEast02
Business class Qatar Airways
TAG: volare, aerei, jet-lag
22.40 del 19 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
01 The Far East chronicles, chapter 1: preparazione
NOV Travel Log: Far East for business
Dopodomani parto e sto studiando un po'. E niente, sono passati sedici anni e la Cina corre alla velocità della luce. O quasi.

2018. Da Suzhou a Shanghai ci sono 57 treni proiettile al giorno che coprono la distanza di oltre cento chilometri in un minimo di 25 minuti. Il biglietto in prima classe costa circa 9$.
Figo, penso, così uscendo dall'ufficio alle cinque riesco ad essere a Shanghai nel tardo pomeriggio e trascorrerci ancora un paio di serate, viaggiando pure comodo. Posso quindi prendermi con più calma il weekend in cui arrivo e soggiorno nella metropoli.
Verifico anche che la stazione ferroviaria di Suzhou è proprio a due passi dal mio hotel, comoda dunque se rientro da Shanghai la sera tardi.
Leggo le FAQ sull'acquisto dei biglietti: è possibile fare il ticket elettronico con una app fighissima, che scarico subito e mi installo sull'iPhone. Scopro però che il biglietto elettronico serve per recarsi alla biglietteria in stazione e ritirare quello cartaceo. Cioè, per prendere il treno è obbligatorio avere il tagliando di carta, quello digitale serve solo come facilitatore per non perdere poi tempo allo sportello a spiegarsi con l'impiegato delle ferrovie.
In effetti è un passo avanti rispetto a sedici anni fa, non fosse che praticamente usano la tecnologia come i Flintstones.

Una cosa che non è cambiata affatto in sedici anni è che in Cina, per prendere il treno, bisogna presentarsi in stazione almeno un'ora e mezza prima, meglio due. A quanto pare persistono le maledette procedure di controllo e check-in come in aeroporto (che poi per la verità è un po' come accade negli Stati Uniti).
Quindi, in sostanza, per fare venticinque minuti col treno proiettile impiegherei quasi cinque ore in totale di viaggio, tutto considerato. Tanto varrebbe andarci a piedi a Shanghai, anche perché a questo punto il tempo che avrei a disposizione si riduce a quello di un caffè.

Mi scrive la segretaria da Shanghai per dirmi che all'aeroporto mi aspetta una macchina con l'autista per portarmi all'hotel. È circa un'ora di viaggio, immagino il costo sia piuttosto elevato.
Mi viene in mente che all'aeroporto di Shanghai deve esserci qualcosa di figo. Controllo: c'è in effetti il Maglev, il treno a levitazione magnetica più veloce del mondo, che viaggia oltre i 400km/h. Costa circa 7$ e in 7' netti mi porta diretto a una fermata di metro di distanza dal mio hotel. In dieci minuti posso essere dall'aeroporto alla reception dell'hotel, a più di trenta chilometri di distanza.
Scrivo alla segretaria che rinuncio al driver. A parte l'assurdità di trascorrere un'ora nel traffico di Shanghai spendendo una cifra, avendo una qualsiasi alternativa più economica e veloce, non voglio certo perdermi l'esperienza del Maglev (che per fortuna fa parte della rete metropolitana di Shanghai e sfugge alle demenziali procedure delle ferrovie cinesi).

Confermo: a Suzhou sembrano esserci dei bellissimi giardini protetti dall'Unesco e ci sono anche tre o quattro linee della metro.

Coi giapponesi sto già diventando pazzo ancora prima di partire. Queste ultime due settimane di preparazione del mio viaggio in oriente hanno completamente ribaltato il punto di vista su cinesi e giapponesi che mi ero costruito nelle esperienze precedenti.

Questa volta, dopo anni e anni, non riuscirò a partire col solo cabin-trolley e mi toccherà imbarcare: non riesco a ficcare dentro al bagaglio a mano gli abiti e le camicie per due settimane di lavoro, e i giapponesi in particolare, a differenza degli americani, ci tengono al dress code. Maledetti.
TAG: cina, shanghai
23.21 del 01 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
28 Far East in business class
OTT Travel Log: Far East for business, Spostamenti
E quindi a breve si riparte, ancora per lavoro, e questa volta si vola ad est. A parte essere la mia seconda volta in Giappone dopo il viaggio del 2006 e la seconda in Cina a quattordici anni di distanza dall'overland in Asia (la terza se considero Hong Kong nel '97), sarà soprattutto la mia prima occasione a Shanghai.
Ritorno dunque nuovamente in Asia per l'ennesima volta, ormai ho perso il conto. Ritorno nel continente che ha più segnato la mia vita, otto anni dopo la fuga in Corea, il mio ultimo viaggio in oriente, a parte un paio di stop over negli anni successivi.
È stata una lunga assenza, cercata, voluta. Avevo bisogno di chiudermi le porte a est. Eppure l'estremo oriente richiamava ormai da un po', ci stavo lavorando nuovamente da un paio di anni, con altri obiettivi e certo non per lavoro, e soprattutto non da solo.
E invece.

Ritorno in Giappone e in Cina con sentimenti imperscrutabili a me stesso, per il significato unico che entrambi i viaggi precedenti hanno avuto nella mia vita.
Il primo è anche l'unico paese al mondo nel quale ho sempre detto che sarei immediatamente tornato avendone la possibilità, io che non amo tornare mai da nessuna parte (ma anche questo, ormai, non è più vero da tempo, anzi: se c'è qualcosa che l'invecchiare mi ha portato è stata proprio la consapevolezza del voler tornare sì ovunque e non è un caso, suppongo).
Il secondo a modo suo mi ha segnato forse più di ogni altro. È uno dei paesi dove ho trascorso più tempo, gli ho costruito attorno il mio unico libro e ho lasciato irrisolta la sconfitta nel confronto culturale più complicato che abbia mai dovuto affrontare. Ho un conto aperto sedici anni fa che forse è venuto il momento di provare a chiudere.
E quindi di nuovo in Cina e in Giappone, questa volta da solo.

Il 2018 era partito sconfitto e stancamente arreso a un destino che credevo ormai inesorabilmente tracciato davanti a me. Chiuderà avendomi portato (quasi) due giri del mondo e quattro continenti in pochi mesi, circa centomila chilometri per aria, terra ed acqua. Una statistica fuori scala persino per me.
È all'improvviso diventato l'anno dei ritorni, in America, in Oceania, in Asia. L'anno in cui avrò toccato, talvolta solo per il tempo di un caffè, Sydney e Los Angeles, Houston e Tokyo, Abu Dhabi e Seattle, Philadelphia e Vancouver, Shanghai, New York e Rarotonga.
È arrivato forse tardi, ché la mia vita ormai è qui e quando è stato il tempo quel tempo è stato bruscamente interrotto da altri eventi, o forse è arrivato al momento giusto, ché a cinquant'anni suonati da un pezzo, con quel che sono stati gli ultimi dieci, è tempo di rimettersi in gioco e provare, per una volta, almeno una volta, a fare davvero sul serio.
Così ci sto provando. Di occasioni per caso, in vita mia, ne ho gettate al vento oltre misura e la stazione che ho lasciato è ormai vuota, rimane aperto solo lo sportello degli arrivi.

E quindi a breve si riparte. Metterò piede anche in Qatar, ma questa volta, purtroppo, non basterà: non riuscirò a piantare la mia centoicsesima bandierina a Doha, troppo brevi gli stop over in andata e ritorno, solo due ore, non saranno sufficienti per tentare la sortita e uscire almeno dall'aeroporto, e mi rode, mi rode sempre, come sempre. Non mi basta mai.

Come d'abitudine sto preparando la mia mappa. Sfoglio la Pocket Lonely Planet di Shanghai e mi segno cose. Avrò un mezzo sabato e una domenica intera, in mezzo alle due settimane di viaggio e lavoro, e viaggio e lavoro, e ancora viaggio e ancora lavoro, e dunque punto gli spilli cercando di unire tutti i puntini affinché il mio disegno sia il più completo possibile nel pochissimo tempo a disposizione.
A Tokyo invece arriverò di sera e d'altra parte sarò solo in transito per la mia prima destinazione, Fujisawa.
Non importa, Tokyo la conosco e la ricordo bene. Sto comunque studiando. Fujisawa si trova a poco più di un'ora di treno da Tokyo: una cena a Shinjuku, una foto per i ragazzi dallo Shibuya crossing, potrebbero anche scapparci, perché no. E poi Fujisawa è a soli venti minuti da Kamakura: mi piacerebbe tornarci dopo tutti questi anni, per quanto vorrebbe dire affrontare da solo il mio passato, e dunque non so. Non so.
E poi, alla fine, quando? Una sera per cena?
Non so.

Forse no. Forse resterò la sera a gironzolare a caso per Fujisawa, Okayama poi, un Nozomi in mezzo.
E i grattacieli di Suzhou. Mi dicono che ci sono dei bei giardini.
Ci sono i grattacieli a Suzhou?
Non so, non so.

JPN-CHN-01
TAG: viaggiare, viaggio, oriente, Shanghai
15.48 del 28 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   


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