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19 Cosa porto con me
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Mi è stato chiesto da alcuni lettori come abbia poi risolto la configurazione del bagaglio per questo giro del mondo, cosa ho infine portato con me e a cosa ho rinunciato.
L’ultima domanda è scontata: come avevo immaginato, ho lasciato a casa la reflex. Tutte le foto che ho pubblicato e tutte quelle che sto selezionando per l’archivio sono state fatte con l’iPhone 6.
In alcune rare occasioni ho un po’ rimpianto di non avere la fedele Canon con me, più che altro per qualche foto macro o per il teleobiettivo, ma francamente il vantaggio di viaggiare il più leggero possibile e senza la preoccupazione aggiuntiva della reflex ha di gran lunga prevalso di fronte all'alternativa di avere al collo per quindici giorni qualche chilo di ferro, solo per portare a casa magari un paio di scatti particolari centrati bene.
Fra l’altro, dovermi preoccupare della cura della macchina fotografica, ad esempio durante la navigazione nella laguna di Aitutaki sulla piccola imbarcazione di Puna, o fare il trekking del cross island a Rarotonga con il macigno al collo, sarebbe stato di gran lunga più una scocciatura che un vantaggio.

Per questo viaggio ho comprato apposta un nuovo trolley, rinunciando al mio fido e solito compagno di viaggio della Samsonite. Due le ragioni: la prima, il peso del Samsonite, 2,5kg da vuoto, che dovendo combattere con il limite teorico dei 7kg imposto dalle compagnie aeree sul bagaglio a mano avrebbe voluto dire partire col 40% del peso consentito già bruciato dal solo contenitore; la seconda, cercavo qualcosa che fosse un ibrido fra un classico trolley e uno zaino: questo perché avevo immaginato di trovarmi nella situazione di dover portare il bagaglio con me sullo scooter a Rarotonga e l’unica possibilità sarebbe stata trasportarlo sulle spalle.

A meno di viaggi che richiedano per qualche motivo spostamenti specifici in cui sia l’unica soluzione, da anni non viaggio più con lo zaino: sia in generale per problemi di schiena, sia perché nel trolley viaggia molto meglio qualunque tipo di vestito (specialmente camicie o capi di abbigliamento che non siano solo t-shirt e jeans), sia perché alla fine trovo infinitamente più comodo trascinarmi dietro il bagaglio e all’occorrenza abbandonarlo per terra ben stabile sulle sue rotelle, piuttosto che avere sempre a che fare con lo zaino addosso (coi giacconi d’inverno, o col caldo d’estate), o con una normale sacca da viaggio che struscia per terra ovunque, mi dà fastidio a tracolla, si affloscia e si deforma a seconda dei contenuti e di quello a cui si appoggia contro, eccetera.
Insomma, sono ormai del partito trolley forever, non rigido in modo che la capienza abbia una buona tolleranza, di dimensioni adeguate per essere trasportato come bagaglio a mano con qualunque compagnia aerea, e con qualche tasca frontale per gli accessori che devono essere tenuti a portata di mano: almeno una piccola (chiavi, penna, cavi di ricarica, ecc) e una più grande (documenti A4, libro, iPad o laptop).

Detto ciò, dopo la solita infinita ricerca su Amazon, ho comprato questo:

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Trolley Cabin Max

che poi è quello nella foto del post di tre settimane fa: estremamente leggero, funge sia da trolley che da zaino, ha un paio di discrete tasche frontali, è omologato per tutte le compagnie aeree (l’ho provato con tutte le griglie di verifica del bagaglio a mano che ho incrociato negli aeroporti e ha sempre superato il test senza problemi), soprattutto costa poco.
Dopo quindici giorni di viaggio in cui l’ho piuttosto maltrattato si è un po’ rovinato: non è robustissimo, va detto, ma alla fine fa il lavoro per cui l’ho scelto e considerato il prezzo sarebbe andato bene anche se fosse durato solo per questa occasione.
Così a occhio, non credo supererebbe tre viaggi di questo genere senza che una cerniera si rompa o che il tessuto si buchi in prossimità del fondo. Nel caso, sappiatelo.

Oltre al trolley sono partito con una piccola borsa a tracolla della Swissgear, una roba tipo questa:

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Mini bag Swissgear

ma un po’ più sottile (non trovo il modello su internet).
È stata utilissima durante tutti gli spostamenti aerei, perché l’ho usata per tenere a portata di mano tutto quello che mi serviva in viaggio: caricabatterie, biglietti, documenti di viaggio, penna, libro, portafoglio e all’occorrenza ci ho infilato anche il MacBook Pro, che sebbene non ci entrasse completamente per lunghezza, ci stava perfettamente in larghezza e dunque potevo trasportarlo così.
A parte ciò, questa borsa mi è servita anche per truccare un po’ le carte in tavola: siccome non è catalogata come bagaglio a mano e rientra normalmente nelle cose che possono essere portate a bordo senza alcun limite di sorta, ho potuto all’occorrenza metterci dentro alcune cose pesanti (tipo appunto il MacBook) e alleggerire “ufficialmente” il trolley abbastanza da non rischiarne un imbarco forzato.

Infine, dentro al trolley stesso ho portato un piccolo zainetto della Quechua preso in prestito da Carola, di quelli che si comprano per pochi euro da Decathlon: l’ho prevalentemente usato durante la mia permanenza alle Cook come zainetto quotidiano, per andare in giro e portarmi dietro anche il telo da mare, gli occhialini, eccetera.

Detto del capitolo “contenitori”, ecco il contenuto per affrontare le stagioni e i climi che ho attraversato: dalla neve di Milano, alla stagione ciclonica delle Cook (temperatura fra i 28 e i 30 gradi di giorno, attorno ai 22-24 gradi di notte, scrosci di pioggia occasionali), alla tiepida tarda stagione invernale della costa pacifica americana (fra i 5 e i 15 gradi, ma ero preparato a temperature ben più rigide):

* Un paio di jeans, indossati alla partenza;
* Un paio di pantaloni leggeri di cotone da trekking, convertibili in bermuda;
* Tre magliette di fibra sintetica da running, leggerissime e che si asciugano in brevissimo tempo;
* Tre t-shirt di cotone, una indossata alla partenza: avrei potuto portarne una o due in meno, come al solito;
* Una camicia di cotone leggero a maniche lunghe, sportiva, da indossare di sera alle Cook per proteggermi un po’ dalle zanzare: mi sarebbe eventualmente tornata utile anche in America come secondo strato sotto il maglione, se avessi dovuto affrontare un clima più rigido di quel che ho trovato;
* Un maglione pesante, indossato alla partenza;
* Una felpa sottile di cotone, pensata per la sera alle Cook e mai usata;
* Un pigiama invernale;
* Kway, pensato in caso di poggia persistente alle Cook e mai usato;
* Guscio sottilissimo di goretex da alpinismo, indossato alla partenza;
* Shell termica da alpinismo, indossata alla partenza;
* Guanti (mai usati), berretto di pile e sciarpa sottile;
* Sei paia di mutande, due di calze di cotone sottile, due di calze più spesse;
* Un paio di sandali da outback, da usare come calzature alle Cook, come scarpe protettive per fare il bagno sulla barriera corallina, come ciabatte negli hotel, eccetera;
* Scarpe da trail running in goretex e suola in vibram, indossate alla partenza, usate in viaggio e alle Cook per il trekking nella foresta: impermeabili, indistruttibili, leggere;
* Occhiali da sole;
* Occhialini da bagno;
* Un paio di bermuda da bagno, che uso normalmente anche per andare in giro: sono quelli che si vedono ogni tanto nelle fotografie al mare;
* Un telo sottile da spiaggia (superfluo, i miei host alle Cook li avevano a disposizione);
* Farmacia completa che sono solito portare in viaggio, con le prescrizioni delle medicine indispensabili, per la dogana;
* Nel beauty case spazzolino, un mini dentifricio, lenti a contatto usa e getta e rasoi: li avrei tranquillamente lasciati a casa, ma ho pensato che non avevo alcuna voglia di presentarmi alla frontiera americana con la barba lunga avendo sul passaporto una foto completamente diversa;
* Lampada frontale;
* Un libro;
* Due mini Lonely Planet: Seattle e Vancouver;
* iPod con cuffiette;
* Moleskine e due penne Muji;
* MacBook Pro 13”;
* Powerbank;
* Un trasformatore con quattro prese USB e spine intercambiabili per tutti i continenti (quattro: australiana, americana, asiatica ed europea);
* Trasformatore MBP con spine intercambiabili come sopra;
* Due cavi micro usb e cavo lightning di scorta (superfluo, perché potevo ricaricare l’iPhone con il micro usb via Mophie, ma per precauzione);
* Un portamonete per levarmi dal portafoglio tutte le monetine che via via non mi servivano cambiando nazione;
* Un piccolo asciugamano da viaggio;
* Occhiali di scorta;
* Fototessera, ché non si sa mai: le porto sempre con me;
* Passaporto e fotocopia passaporto;
* Carta d’identità e patente;
* Bancomat e tre carte di credito: ne ho una senza limiti che è la mia carta preferenziale, una universale che uso in alternativa quando non mi prendono la prima e un’altra che trasporto separatamente, nascosta nel bagaglio, in modo che se per disgrazia perdo il portafoglio quando sono in giro ho sempre un’alternativa in hotel per emergenza.

Il bagaglio completo, alla fine, compreso quel che avevo dentro la borsa a tracolla, pesava attorno agli 11kg alla partenza e una quindicina al rientro, considerato quello che ho acquistato in viaggio.
Col trucco della borsa sono riuscito a tenere il trolley sempre attorno agli 11-12kg al massimo, ma non ho mai avuto alcun problema a portarlo a bordo con me, perché le dimensioni sono sempre rimaste nei limiti consentiti e il peso eccessivo non dava nell'occhio.

Cose che ho dimenticato: un cappellino. O meglio, non l’ho dimenticato, volevo portare il mio panama, ma mi sembrava scemo partire da Milano sotto la neve con un panama in testa e d’altra parte poi non avrei saputo che farmene nelle città americane. Non avevo invece voglia di portarmi un cappellino normale.
Così alle Cook mi sono bruciato stupidamente la testa.

Cose che controllo continuamente in modo maniacale quando sono in viaggio, praticamente ogni cinque minuti, per essere certo che siano sempre con me: portafoglio, passaporto e telefono.
No: non lascio mai e poi mai il passaporto in albergo, nemmeno nei Paesi più pericolosi e nelle situazioni più impestate. Piuttosto lascio giù carte di credito e soldi, ma mai i documenti: li ho sempre con me.
TAG: bagaglio, valigia, viaggiare
15.28 del 19 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
15 America e non America (Vancouver e Seattle, e non viceversa)
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Mi viene in mente una cosa che scrisse Storvandre al ritorno da un suo viaggio: in sintesi, l’America è un paese costruito per la sopravvivenza degli stupidi. È esattamente quello che penso ogni volta che torno dall’America.
È esattamente quello che penso in viaggio sul treno da Seattle a Vancouver, mentre Oliver mi spiega come devo tenere in mano il passaporto al controllo di frontiera, così come prima mi aveva spiegato come si deve prendere il treno e come si viaggia su un treno, e penserò ancora la stessa cosa quando mi saluterà prima di scendere, ringraziandomi per aver viaggiato con il suo treno e augurandosi che dopo questa esperienza io desideri ancora viaggiare in treno.
Mi viene da invitarlo a farsi una tratta Monza-Milano su un regionale di Trenord, un lunedì mattina qualunque, magari arrivando in corsa alla stazione senza avere il biglietto già fatto.

Pur essendoci stato cinque volte è vero che non ho mai viaggiato davvero in America. Nel curriculum mi mancano sia Los Angeles, dove ho fatto lo stop over rocambolesco di qualche giorno fa, sia San Francisco; non ho mai fatto il classico coast to coast, né sono mai stato in Florida e alle Keys; non ho visto i canyon o giocato alle slot machine di Las Vegas, né ho visitato Yosemite o Yellowstone. Perfino le cascate del Niagara le ho viste dal lato canadese e non da quello statunitense.
Prima o poi tutto questo arriverà, tuttavia in questi anni ho trascorso abbastanza tempo in America da iniziare ad averne un’idea piuttosto chiara: un po’ ci ho lavorato, un po’ ci ho speso qualche giorno in vacanza a sprazzi; alla fine, fra un’occasione e l’altra, ho tutto sommato messo insieme più di un mese sul suolo a stelle e strisce. Di hamburger ne ho mangiati insomma, e inizio ad avere un campione di esperienze abbastanza significativo, da New York, a Chicago, a Boston, ad Atlanta, a Seattle, passando per le Hawaii, che sono pur sempre uno spaccato assai interessante dell’american way of life e la cosa più vicina all’America dei grandi parchi io abbia visto.

E ogni volta di più continuo a pensare inesorabilmente le stesse cose dell’America.
La prima è che ho sempre a piano di venire una volta per starci almeno sei mesi e realizzare qui uno dei miei progetti overland.
E questo nonostante io, dell’America, continui a pensare di sapere già tutto quel che c’è da sapere e conoscere già tutto quel che c’è da conoscere, senza averla mai vista davvero.

La seconda è appunto quel che ne dice Stor. A cui aggiungo che per me l’America si traduce invariabilmente nell’essere rappresentabile come quel posto dove tutti fanno le stesse cose, tutti i giorni sono identici, tutto è esattamente uguale ai telefilm americani, per cui se tu hai visto Starsky e Hutch sappi che l'America è quella roba lì, e se vedi le serie tv americane sai già tutto quel che devi sapere dell'America, perché in realtà le serie tv e gli show televisivi americani sono documentari.
Questa cosa del resto sono certo di averla già scritta, almeno ogni volta che sono tornato dall’America.

Prendi i trentenni americani, ad esempio. Ovunque tu sia in America, indipendentemente da quando tu ci sia sull’asse temporale degli anni che passano, i trentenni americani sono quelli che vanno in giro tutto l’anno, con qualunque temperatura, in bermuda e t-shirt, o maglia a maniche lunghe di cotone, o più raramente camicia di flanella a quadri, ma devi almeno essere negli stati del nord. Quando i trentenni diventano un po' più adulti indossano il cappellino da baseball con la tesa piegata. Se sono afroamericani la tesa è piatta. E se sono più giovani la portano all'indietro. Il cappellino da baseball identifica il gruppo sociale di appartenenza dell'americano medio.
Per il resto, ci sono cinque gradi e tira vento? Non importa, il trentenne americano va in giro in bermuda e t-shirt, immancabilmente tenendo in mano il suo bicchierone di caffè bollente. Perché? Boh. Perché è scemo secondo me.
Cioè, non è vero che non ha freddo. È che non ci pensa. È come mio figlio, che ha quattordici anni, solo che lui ne ha trenta, quaranta, spesso anche cinquanta: esce di casa con la prima cosa che trova nell’armadio e siccome la prima cosa che trova sono i bermuda e la maglietta, lui indossa i bermuda e la maglietta, e il cappellino da baseball. Fuori ci sono cinque gradi, non importa: ha la pelle viola dal gelo e per lui è normale.

Così, sul traghetto che collega Seattle a Bainbridge, a inizio marzo, sul ponte fa un freddo porco e la gente normale e i turisti, che son lì per fare foto, stanno all’esterno avvolti nei loro piumini e col cappello (non da baseball) in testa. Il trentenne (se sei a Seattle è hipster, con la barba e gli occhiali da sole) americano no: sta in bermuda e t-shirt. La sua compagna in canottiera e sandali, a piedi nudi.
Nemmeno i norvegesi sono così e io posso dirlo, ché in Norvegia ci sono stato molto più che in America e i norvegesi li conosco bene.
Non che l’impiegato americano sia poi diverso: ci sono cinque gradi, lui esce in camicia e cravatta, con la giacca stropicciata che gli cade un po’ male, e va al lavoro così. Ce ne sono trenta? Uguale. Nevica? Uguale. Sempre quel vestito, sempre la camicia bianca, sempre la cravatta orrenda. Mai un soprabito, mai un cappotto, un giaccone. No, se è un colletto bianco, solo la giacca blu, la camicia bianca, il bicchierone di caffè in mano.

Perché l’altra cosa che in America è uguale dappertutto è che tutti vanno in giro col loro bicchiere di caffè in mano. Almeno da mezzo litro, perché poi l’America è quel posto dove tutto è per forza esagerato, sempre.
Sono esagerati i bicchieri di caffè e Coca Cola, è esagerata la quantità di ghiaccio che mettono dentro qualunque bevanda, sono esagerate le confezioni di pop corn, sono esagerarti gli hamburger, le strade sempre a settordicimila corsie e i marciapiedi, i palazzi e gli ingressi dei palazzi, il numero di cuscini sui letti degli hotel, il consumo e le cilindrate delle automobili, le taglie delle t-shirt che van sempre dalla XL in su, i traghetti (quello che collega Seattle a Bainbridge è grande dieci volte un qualunque traghetto per l’isola d’Elba).
Tutto sempre troppo e spesso inutilmente grande.

L’America è un unico grandissimo, enorme palcoscenico dove un Truman Show collettivo va avanti inesorabile da decenni, sempre allo stesso modo, sempre immutato, sempre uguale a se stesso, ogni giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. Persino i democratici e i repubblicani secondo me si alternano sulla base di un copione prefissato e immodificabile.
Del resto, a parte il Giorno del Ringraziamento, cos'hanno gli americani che interrompa la loro routine esistenziale, cosa fanno, che si inventano che non sia falciare l'erba del giardino o, se sono giovani e portano la tesa del cappellino a rovescio, armarsi su internet e andare di tanto in tanto nelle scuole a sparare?
Al massimo vanno a fare il barbecue fuori porta al weekend. Il loro è un anno di trecentosessantacinque giorni identici.

Dal Minnesota al Texas, dalla California alla Pennsylvania, dalla Florida all’Oregon: gli americani fanno tutti le stesse cose, vivono tutti la stessa vita, mangiano tutti le stesse cose, pensano tutti allo stesso modo.
Ehi, ma questa è la Cina!
No be', in Cina non è banalissimo comprare armi su internet. E poi invece degli hamburger hanno quelle orrende e puzzolenti zuppette pronte che ciuppano coi bastoncini. Meglio gli hamburger e le armi, cioè, internet.

Così, non importa che io sia a Seattle, o a Boston, o ad Atlanta: ai miei occhi l’America è sempre quella roba lì. Io sbarco in America e ogni volta l’America che si presenta a me è fatta da personaggi tutti uguali, coi loro bicchieri di caffè in mano, che mi spiegano tutto, tutto, tutto, nei minimi dettagli, compreso come devo tenere in mano un passaporto e i mille modi in cui posso farmi male e a cui devo quindi fare attenzione, che sia scendere due gradini o affrontare un grizzly. In America ci sono istruzioni per tutto, non è possibile affrontare nulla senza che ti siano date delle istruzioni per.
L’America è quel posto dove a Seattle, nel parco di Bainbridge, sono esposte ovunque ben visibili le istruzioni per come comportarsi in caso di tsunami.
Ora, non importa che la probabilità di uno tsunami a Bainbridge sia più bassa di quella di essere colpiti da un meteorite nello stesso luogo: è importante che tu abbia delle istruzioni su come comportarti in caso di tsunami.
Per curiosità sono andato a googlare la relazione fra Seattle e gli tsunami. È effettivamente possibile che da qui ai prossimi mille anni Seattle sia colpita forse da un terremoto devastante, ma forse anche no e nel caso potrebbe non verificarsi comunque alcuno tsunami. Mai.
Ma l’americano ha sempre un piano.
In Caccia a ottobre rosso il generale americano dice che i russi non vanno nemmeno in bagno se non hanno un piano, il che è vero, ma lo hanno imparato dagli americani.

Ma non volevo parlare degli americani e dei luoghi comuni dell'America, che trattandosi di America non c'è altro come i luoghi comuni per descriverla.
Volevo perlopiù addentrarmi nella discussione se sia più bella Seattle o Vancouver, premettendo che lo stesso discorso che ho fatto per gli Stati Uniti potrei farlo tale e quale per il Canada: non ho mai viaggiato su e giù per il Canada, ma sono stato anni fa in Quebec e a Toronto, e Vancouver non ha cambiato la mia prima impressione di allora.

Perché Vancouver, come Toronto (meno il Quebec) ha un po’ quella roba del vorremmo essere America ma ci dà fastidio che si noti. Perché dài, non è che puoi darti arie intellettuali servendo a colazione croissant invece dell'eggs and bacon che ti rifilano cinquanta chilometri più a sud, e poi però a pranzo mettermi davanti un hamburger ricoperto di brie fuso.
Non che non sia buono, per carità, ma capisci.
Hamburger col brie fuso.
E birra belga.
E poi cosa, le crêpes con lo sciroppo d’acero?
Le baguette con il burro d’arachidi?
E noi dovremmo ridere delle fettuccine Alfredo?
Senza contare che Vancouver ha una foresta di grattacieli che nemmeno a Seul, altro che America. Vancouver è la quarta città più alta di tutta l’America e questo effettivamente no, non me l’aspettavo. È più americana della stessa America che le sta appena sotto.
A un certo punto, mentre passeggiavo per downtown, mi dicevo: prendi Atlanta, mettila sul mare, aggiungi qualche montagna con la neve davanti e hai fatto Vancouver.
Poi c’è in effetti quel fatto del groviglio di grattacieli come a Seul. Gli stessi, proprio, uguali.
Poi ci sarebbe che la Marina è in realtà la fotocopia di Montecarlo: se non fai caso alla neve alle spalle, ti sembra *davvero* di essere nella città monegasca.
Poi peraltro ci sono delle ciclabili e delle pedonali meravigliose, larghe e lunghissime, chilometri, che seguono tutta la costa e attraversano la città, per cui correre a Vancouver è bellissimo e in effetti tutti corrono a Vancouver, anche se è lunedì mattina e ti chiedi quando cazzo lavorano se son tutti in giro a correre, ma questa cosa è comunque bellissima.
Poi non c’è alcun traffico a Vancouver: hanno queste vie americane da seimila corsie che corrono in mezzo ai grattacieli e fra un tappeto sterminato di bellissime case residenziali tutte uguali in periferia, come in America del resto, ma sono strade pressoché deserte, dove va anche detto che ho visto più Lamborghini e MacLaren che in tutta la mia vita, il che mi fa supporre che comunque, statistiche a parte, a Vancouver si viva piuttosto bene.
E ci sono anche le piste da sci davanti a Vancouver.
E oltre alla metro per spostarsi ci sono gli idrovolanti. Gli idrovolanti in città, capisci? Che altro vuoi di più?
Poi c’è la solita rotella a Vancouver. Anche ‘sta cosa della rotella panoramica sul pilone col ristorante che gira: ormai ce l’han tutte le città, diobono. Non sei una città figa se non hai la rotella panoramica. Ce l’ha Toronto, fra l’altro molto più alta; ce l’ha Berlino - ah no, forse quella di Berlino è una sfera; in Cina ce l’hanno tutte e ce l’ha perfino Seattle, a titolo di sfregio, ché sta proprio davanti a Vancouver. Quindi che differenza vuoi che faccia avere la rotella in città, ormai? Non è che puoi spacciarla davvero come un’attrazione, non siamo più negli anni ’60.

Non so: bella Vancouver, sì, e ci vivrei pure - e chi no? Però, dovessi davvero dire, Seattle ha una personalità che la città canadese si sogna.
Vancouver è un po’ priva di carattere, potrebbe appunto essere qualunque anonima città americana in una bella posizione, oppure Zurigo, o Montecarlo. Ha un po’ di tutte queste, a modo suo.
Qualche chilometro più giù, in un bellissimo palcoscenico naturale dominato dalla spettacolare mole del Mount Rainier innevato, Seattle suona, è viva, frizzante, decisamente più a misura europea. Per molti versi mi ha ricordato parecchio Boston. Paradossalmente mi aspettavo il contrario e invece, delle due, la più americana è Vancouver, dove peraltro ostentano un bilinguismo snob che è solo una facciata di opportunità politica. Fra le dozzine di etnie che popolano le sue strade, tanto da farle meritare il soprannome di Hong Couver, i francofoni sono probabilmente una minoranza trascurabile, ammesso che ci siano.

Ci sono parecchi homeless a Seattle, ma ce ne sono anche a Vancouver.
E poi si capisce che i giovani di Seattle vanno a Vancouver in cerca di avventure e i giovani di Vancouver vanno a Seattle in cerca di avventure, perché in fondo le due città sono solo le due interpretazioni americana e canadese del modo di vivere davanti al Pacifico, pressoché identiche, persino nelle dimensioni urbane, nella geografia del luogo e nell'integrazione etnica.
O almeno, questo è l'occhio del turista frettoloso.

Poi, socialmente ed economicamente, è possibile che sia più facile vivere a Vancouver che a Seattle. Sicuramente nella città canadese è più facile correre la maratona.

Così ho preso un caffè da Starbukcs a Seattle e il giorno dopo un caffè da Starbucks a Vancouver, ed erano uguali. Ho cenato in un bel ristorante di Seattle, europeo, e in un bel ristorante di Vancouver, americano, e ho mangiato bene in entrambi. Ho visto gente correre a Seattle e gente uguale correre a Vancouver, però quelli a Seattle correvano in salita lungo la Queen, che tira un casino, madonna se tira.
Ho visto la rotella di Seattle e quella di Vancouver, e non sono salito su nessuna delle due, ché si sa che odio gli ascensori, soprattutto quelli inutili delle torri panoramiche.
Ho visto l'oceano di Seattle e quello di Vancouver, e forse se la giocano alla pari, ma poi ho visto la neve del Rainier a Seattle e quella delle Coast Mountains a Vancouver e vabbè dai, non c'è proprio storia: il Rainier da solo riempie qualunque cartolina, mettici poi sotto la skyline di Seattle con i fiordi oceanici e ciao.
E ho camminato per le strade di uptown e navigato fino a Bainbridge, per esplorare i quartieri bene residenziali di Seattle, e ho poi camminato per gli stessi quartieri a Fairview, per vedere come sono quelli di Vancouver, e sono uguali. Han tutti la barca davanti a casa e le case son fatte di legno e cartongesso tenuto assieme con lo spago, come tutte le case americane e come si vede nei reality americani su Real Time in cui comprano e vendono case.
Te l'ho detto che basta guardare la televisione, senza stare ad attraversare l'oceano.
A Vancouver ho anche visto il trasporto dei tronchi lungo le acque del Fraser e anche questo, in effetti, è come nei film.

È più ordinata e svizzera Vancouver, più tranquilla e serenamente cosmopolita, è una città dove non accade nulla e l'unica cosa che accade è che spaccano i finestrini delle auto come in Italia, persino in pieno centro, e la polizia canadese considera questo la vera piaga criminale della città. Cioè, in una delle metropoli più importanti e grandi d'America la cosa più pericolosa che accade è che ti possano ciulare l'autoradio. Capisci che.
Seattle è più mediterranea e questo basta per renderla più simpatica e allegra. Non so se ti ciulino l'autoradio a Seattle, posso però dirti che Uber funziona da dio, mentre a Vancouver Uber non c'è. In compenso ci sono i tassisti indiani che non sanno una cippa, come in America, al solito.

Per quanto comunque possa forse essere un po' più difficile sopravvivere a Seattle, io non mi preoccuperei molto. Pensano loro a darti le istruzioni per qualunque cosa.
Anche per lo tsunami, sai mai.

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La skyline di Seattle con la sua "rotella"
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La costa del Pacifico fra Seattle e Vancouver
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Vancouver downtown
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L'Orca Digitale, Vancouver
TAG: seattle, America, vancouver, canada
23.38 del 15 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
14 Timeline for dummies
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Il vero trascorrere del tempo, questi giorni, è tracciato dal blister dei miei betabloccanti. Per quanto la mia mente possa non concepire come sia possibile avere guadagnato un (altro) giorno di calendario e vissuto due volte la stessa giornata, per quanti fusi orari possa attraversare e perdere cognizione dell’alternarsi dei giorni e delle notti nel mio viaggio, il conteggio delle pillole è lì sotto ai miei occhi a ricordarmi che la relatività dello spazio tempo è un concetto molto concreto e misurabile.

Così, io devo prendere una pillola ogni dodici ore. A casa, alle otto di ogni mattino e sera, più o meno. A Rarotonga, dall’altra parte del mondo, è sempre alle otto: facile da ricordare.
Solo che a un certo punto mi rendo conto che qualcosa non torna: il blister ha le pillole disposte su due file, che è anche utile per tenere il conto e non sbagliarsi, magari prendendone due di fila, o accorgersi se si è saltato un giro. Se lo inizi al mattino, ogni giornata è una coppia di pillole.
Una sera a Rarotonga mi accorgo che sto iniziando una coppia nuova e penso di aver sbagliato qualcosa: o ho saltato un giro, o forse ne ho prese due in fila senza rendermene conto. A un conteggio più preciso delle giornate mi rendo conto che ho saltato appunto un giro.

E invece no: mi manca semplicemente mezza giornata. Quella che a casa è già arrivata e a Rarotonga ancora no. Sono io che sono indietro di mezza giornata, non è vero che ho guadagnato un giorno sul calendario, ho solo “vissuto” una notte in più, ma il conteggio assoluto delle ore trascorse da casa, sull’orologio, è ovviamente corretto.
Ecco lì la teoria for dummies dei fusi orari e della linea del cambiamento di data, spiegata da un semplice blister di medicinali.

Così, in America mi trovo a prendere le pillole a mezzogiorno e a mezzanotte, e una volta a casa il conteggio torna ad essere corretto: trenta pillole, pari a quindici giorni.
Non trentuno, non trentadue.

pillole
TAG: fusi orari
11.49 del 14 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
13 In volo
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Volo sull’America, al tramonto, con una luce rossa meravigliosa sulla pianura infinita del Minnesota innevato. Ho in cuffia gli Eagles, entra New York minute e una scarica di brividi mi attraversa tutto il corpo, mi passa sotto la pelle, dalla testa alle dita delle mani e dei piedi, lungo la schiena.
Mi viene da piangere, ma nessuno può vedermi, ho gli occhi chiusi e sto fingendo di dormire.
Sto di nuovo volando intorno al mondo e il mondo è mio.

È questo l’ottavo volo dall’inizio di questa avventura, il secondo Delta. Il nono sarà ancora un volo Delta e mi porterà attraverso il terzo oceano, per la quarta notte in volo in meno di due settimane.
Ci vogliono quarantotto ore circa per girare attorno al mondo: io lo so bene, l’ho già fatto un’altra volta. Anche l’altra volta furono quattro notti: quella fra Parigi e Seul, poi quella fra Seul e Honolulu, fra Honolulu e Atlanta, e poi ancora fra Panama e Amsterdam.
Quando riuscirò a farlo in senso inverso, via Anchorage e Magadan, potrei volare sempre di giorno. Lo farò prima o poi. Ci riuscirò, in inverno, come l’ho sempre immaginato.

Ho ancora paura di volare, sempre, forse oggi un po’ meno di una volta, ma non posso fare a meno di volare. Volare è la mia vita. Volare attorno al mondo è la mia vita. Guardo il mondo dall’alto e sono io.
So tutto dei miei voli e dei miei viaggi. Ho viaggiato attraverso centoventi Paesi e volato trecentosettantuno volte, con cinquantatré compagnie aeree per ottocentosettanta ore di volo. Ho fatto venti viaggi intercontinentali e con questo avrò fatto per due volte il giro del mondo completo; ho attraversato dieci volte l’Oceano Atlantico da una costa all'altra, due volte l’Oceano Pacifico e sei volte l’Oceano Indiano.
Sono stato undici volte in Asia, sei in America, cinque in Africa e tre in Oceania. L’Europa l’ho battuta tutta metro a metro, spesso rimanendo a terra, ma spesso anche per aria.
Conosco cento aeroporti nel mondo, ho volato sull'aereo più grande esistente e su alcuni dei più piccoli, passando dalle classi extralusso sui lunghi voli intercontinentali alle supereconomy di certe compagnie alle quali preferiresti affidare qualunque cosa che non sia la tua anima.
Ho speso fino all'ultimo centesimo di tutto quel che ho guadagnato in vita mia quasi solo per volare e viaggiare, e continua ad essere l'unica cosa per cui vorrei spendere soldi, potrei non spenderne per null'altro, non fossi costretto.

Eppure, ogni volta che parto mi dico che ne ho abbastanza, preparo il trolley in modo automatico e penso che non ne ho più voglia, che desidero solo rimanere a casa, con le mie cose, i ragazzi, il mio divano, la mia vita di tutti i giorni. Ma la verità è che la mia vita è dentro quel trolley.
Ogni volta che devo prendere un aereo entro in ansia ventiquattr’ore prima, ma l’ansia va di pari passo con il bisogno irresistibile di decollare. È una malattia, una droga. Una dipendenza vera e propria.
Appena sono lontano da casa mi viene voglia di tornare e mi sembra di essere via da una vita; appena metto piede a casa sto già facendo i conti per capire dove e quando sarà il viaggio successivo.

Ho una lista infinita di destinazioni, di progetti. Non mi basterebbero tre vite.
In aeroporto sono a casa, davanti a un imbarco col mio trolley sono esattamente quello che sono.
Quando sbarco in una nuova città, arrivo a destinazione, per quanto sia stanco, per quanti fusi orari possa avere attraversato, non posso fermarmi un minuto, ho bisogno di uscire subito dall’hotel, andare in giro, respirare immediatamente l’altrove, sapere tutto, studiare immediatamente tutte le cose che devo fare e vedere, e il tempo non mi basta mai.

Poi arrivano dei momenti, come ieri pomeriggio a Vancouver. Ho camminato chilometri per tutto il giorno, ho seguito tutto il mio programma tappa per tappa, nel solito modo maniacale, prendendomi i miei tempi, annotando tutto, fotografando, guardandomi in giro.
Per quanto stanco fossi, dopo ore di cammino, ho preso il taxi, ho seguito il consiglio di Laura e sono andato anche a Fairview per vedere la skyline dall’altro lato, e poi di nuovo chilometri a piedi attraverso i quartieri residenziali di South Vancouver alla ricerca di un taxi che mi riportasse indietro.
Sono arrivato in hotel alle sedici. Era dalle dieci del mattino che ero in cammino senza sosta. Mi ero concesso solo un paio di caffè.
Mi sono spogliato e mi sono messo sotto la coperta. Avevo ancora mezzo pomeriggio davanti, il mio ultimo a Vancouver e l’ultimo in viaggio.
E ho dormito.
Ho infine ceduto alla stanchezza di due settimane in giro per il mondo. Avevo fatto ormai quel che dovevo fare.
Poi, alla sera, sono uscito di nuovo e mi sono rimesso in cammino. Volevo respirare ancora Vancouver di notte.

Sono in volo sull’America e mi chiedo dove sarà il prossimo volo, la prossima volta. Ho già almeno tre progetti pronti, tre nuove idee. Possibilmente non da solo, perché non mi piace più viaggiare da solo. Lo faccio da anni, so che posso farlo, so che sono capace di farlo ovunque e l’ho fatto ovunque, ma ho bisogno di dividere e condividere tutto questo.
Viaggio da solo perché non posso viaggiare con chi amo, ma lo vorrei più di ogni altra cosa.
In questo viaggio la cosa che ho più patito è essere stato da solo.

Sì, ho paura di volare, sempre, anche in questo momento. Per quanto conosca a memoria la teoria e ogni fase del volo, riconosca perfettamente ogni singolo istante, ogni manovra, ogni rumore, ogni variazione, nonostante questo, ogni sussulto che fa l’aereo, ogni minima vibrazione, ogni leggero cambio di giri nel motore mi entra l’ansia. Ma non posso fare a meno di stare quassù, in viaggio verso qualche destinazione.
Non scenderei mai. Non mi fermerei mai. Non smetterei mai.
Non c’è angolo del mondo dove non andrei e non avrò pace finché non avrò battuto il mondo angolo ad angolo. Lo so che è così.

Non è mai il ritorno a farmi paura. È il non avere un altro biglietto aereo pronto, perché per stare bene, davvero bene, io devo sempre avere un biglietto aereo sulla scrivania.
È il tornare a una vita che non è mia che mi fa paura, una vita che mando avanti da anni e anni per necessità senza sapere come ho potuto farmi questo, costruirmela addosso senza che la volessi.
È sapere esattamente come saranno le prossime settimane, dopo che sarò atterrato, a casa.

Ho bisogno di volare per scappare sempre più da quello che non mi appartiene. Se potessi portare con me chi amo, cancellare il passato, non avrei più bisogno di tornare. Mai più.

AlaDelta
TAG: volare, viaggiare
18.03 del 13 Marzo 2018 | Commenti (2) 
 
10 Lamerica, once again
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Di nuovo sopra l’equatore. Ho cambiato ancora una volta emisfero, stagione, continente, abbigliamento, e ho nuovamente tirato fuori dal trolley giacca a vento e berretto.
Ho un altro oceano alle spalle e due pasti saltati.
Ho un'altra notte, freddissima questa, trascorsa in aereo senza chiudere occhio.
Ho due fusi orari in più, o due ore di distanza in meno da casa, che stanotte diventano subito tre, perché nel frattempo in America arriva l'ora legale.

Ho avuto uno stop over rocambolesco e pazzesco a Los Angeles, questo pomeriggio: il mio volo da Rarotonga era in ritardo di tre ore, saremmo dovuti partire a mezzanotte e arrivare alle undici, e invece, per ragioni non chiare, siamo rimasti fermi sulla pista di Rarotonga fino alle tre del mattino, chiusi in aereo, con un caldo atroce e poche, quasi nulle, informazioni. Perfetto per la mia claustrofobia.
A bordo, mentre ci distribuiscono qualche snack di conforto, la manager del volo raccoglie nomi e numeri dei voli di coloro che hanno coincidenze previste a Los Angeles, almeno un centinaio di passeggeri. Il mio è uno dei casi disperati: Delta non fa parte della stessa alleanza di Air New Zealand, i biglietti dei due voli non sono collegati e in più il mio biglietto per il volo Delta non è assicurato (è uno dei biglietti Millemiglia), se lo perdo non ho alcuna speranza di rimborso, né Air New Zealand può riprogrammarmi su un volo successivo di una compagnia alleata, tipo United.
Insomma, se buco il volo a Los Angeles devo ripagarmi il biglietto a prezzo pieno, perdo quasi certamente anche la prenotazione dell'hotel a Seattle, già pagata, e probabilmente devo a questo punto cercarmi un volo diretto per Vancouver perché non faccio più a tempo a far tappa a Seattle, oltre naturalmente a dovermi perlomeno pagare una notte non prevista a Los Angeles.
Un disastro.

Arriviamo a Los Angeles alle 14:00. Il mio volo parte alle 15:15, l'imbarco è previsto alle 14:35: devo passare tutta l’infinita procedura di immigrazione negli Stati Uniti, capire da dove parte il mio volo, cambiare terminal di conseguenza tenendo conto che è la prima volta che sono a Los Angeles, non so come orientarmi e questo è uno degli aeroporti più grandi del mondo, rifare la procedura di check in e un nuovo controllo bagagli, arrivare al gate. Un incubo.
Come non bastasse, l'aereo parcheggia in un'area lontana dal terminal di arrivo: non siamo attaccati al finger e bisogna prendere l'autobus. Il bus impiega esattamente dieci minuti dall'aereo al terminal. Per dire quanto cazzo è grande questo aeroporto.

La coda all'immigrazione è spaventosa e non ho alcun modo di saltarla, questo è l'unico imbuto nel quale non provare a sgarrare dalle procedure, già è un miracolo se non mi selezionano per il controllo del bagaglio.
Se ne vanno quaranta minuti e mi va già bene: per fortuna dall'ultima volta hanno automatizzato la lettura del passaporto e la rilevazione delle impronte e della fotografia di identificazione, che adesso si fa da soli usando dei totem.
Entro ufficialmente negli Stati Uniti per la quinta volta e sono le 15:00 in punto. Una hostess di terra mi dà al volo l'indicazione che mi serve: il mio volo per Seattle parte fra quindici minuti esatti dal terminal 3. Io sono al terminal B. Devo uscire, poi left, poi upper level. Non sono più di cinquecento metri, è il terminal a fianco. Potevano essere chilometri.

Esco correndo come un pazzo, trascinandomi il trolley, prendo anche la pioggia per un breve pezzo, entro al terminal 3, salgo tre gradini alla volta le rampe di scale verso l'upper level, chiedo indicazioni, un altro impiegato mi dice al volo "gate 28" e mi indica la direzione, che ovviamente è dall'altra parte del terminal. Corro, corro, corro più che posso attraverso tutti i lunghi corridoi.
Arrivo al controllo dei bagagli per accedere ai gate e mi trovo davanti un'altra coda infinita: decido di forzare la mano, chiedo permesso, mi scuso, urlo che mi parte l'aereo, la gente si sposta, la fila si apre. Sono sudato fradicio, sto correndo con il maglione pesante addosso e i jeans, passo tra la gente sempre con 'sto trolley dietro che sette chili stocazzo, ormai sono quindici emmezzo, lo so perché l'ho pesato a Rarotonga.
La folla si apre in due, mi fanno passare ridendo per fortuna, qualcuno mi incoraggia, "run guy, run, come on, you can do it", salto le serpentine incanalate dai nastri che delimitano la coda, tagliando tutto il percorso, passo davanti a centinaia di persone, arrivo al tunnel per i raggi X e al body scanner: mi devo spogliare, via le scarpe e il maglione. La polizia non sorride ma capisce la situazione, mi dà una mano spiegandomi bene passo per passo tutto quello che devo fare, ma non mi concede nulla.
Chiedo se devo togliere la cintura, mi dicono di tenerla, ma la cintura ovviamente suona nel body scanner e quindi devo ripassare anche il controllo manuale.
Una ragazza nota la t-shirt della Milano Marathon e mi apostrofa ridendo: "That's why you're trained for!" La sua amica, mentre mi controllano millimetro a millimetro, mi chiede qual è il gate, mi dice come raggiungerlo e mi tranquillizza dicendo che è procedura normale a El’ei partire con quindici minuti di ritardo, e che ce la farò.
Mentre mi rivesto mi fanno gli auguri e mi chiedono infine di dove sono, ma ormai sono già a cinquanta metri di distanza in corsa per il traguardo finale.
Arrivo davanti al gate.
Chiuso. Deserto. Volo imbarcato.

Sono disperato e frustrato. Un tipo delle pulizie mi dice di provare a bussare al finger, qualche volta dietro la porta c'è l'addetto.
Busso, busso più forte, urlo di aprire, ma non risponde nessuno. L’aereo è ancora lì, lo vedo dalle vetrate, sta per partire.
Mi guardo in giro: un paio di gate più avanti c’è un altro volo Delta in partenza. Mi fiondo dal tipo al gate che sta per imbarcare i passeggeri, gli chiedo se può per favore contattare qualcuno e farmi salire sul mio aereo. Scuote la testa, mi dice che ormai il finger è chiuso. Lo imploro, gli dico che devo prenderlo assolutamente. È chiaro dalle mie condizioni che ho corso come un pazzo. Gli spiego che il mio volo era in ritardassimo, che non posso perdere questa coincidenza perché dopo ne ho un’altra.
Si consulta col suo collega, prende la ricetrasmittente e bofonchia qualcosa a qualcuno. Poi si avvicina al mio gate e mi fa cenno di aspettare. Parla ancora al walkie talkie, si fa aprire il finger e scompare dentro, chiudendosi la porta alle spalle. Riappare dopo qualche minuto e mi chiede di mostrargli la carta d’imbarco. Ho quella digitale, gliela mostro.
Accende il computer e riapre la lista passeggeri: eccomi lì, in rosso. Mi guarda senza alcuna espressione. Parla ancora alla ricetrasmittente. E infine mi stampa la carta d’imbarco: “Come on guy, run on board”.
La porta del finger si riapre e una hostess viene a prendermi.
Sono a bordo. I did it.

Mi viene in mente che ho saltato pranzo. E ieri sera cena, perché quando infine l’avevano servita in volo erano ormai le quattro del mattino, ero stravolto dalla stanchezza e volevo solo cercare di dormire.
Su questo volo non sono previsti pasti. Devo accontentarmi di quattro cookie al cioccolato e un bicchier d’acqua. Ho ancora dure ore e mezza di volo davanti.
In cuffia ho David Crosby. Come a Boston. Lamerica per me è David Crosby.

Seattle. Stanco morto e con un principio di otite che in tarda serata va pure peggiorando. Di fatto sono sordo dall’orecchio destro, il che certo non aiuta a capire ‘sta gente quando mi parla.
L’atterraggio è meraviglioso, con la luce radente del tramonto e una vista mozzafiato sul cono innevato del Mount Rainier e di tutte le montagne circostanti. La neve dopo la sabbia del Pacifico meridionale, in sole ventiquattr’ore.
Pure il tassista che mi porta all’hotel sbagliato. Me ne accorgo solo quando sono ormai sceso dal taxi e lui se n’è andato. Per fortuna il mio hotel non è lontano, sono cinque minuti a piedi.
Fa freddo, c’è vento. Sono sul Pacifico, d’inverno ora. La serata è limpidissima.

Prima di crollare svenuto sul letto, raccolgo le ultime energie ed esco per cenare. Mangio finalmente bene, in un bel ristorante greco di upper town.
Mi regalo una bottiglia di Retsina, che peraltro coi betabloccanti mi darà la botta definitiva facendomi dimenticare dell’orecchio fuori uso e dell’acufene insopportabile.
Vorrei farmi una doccia bollente, ma non ho le forze, rimando a domani mattina.
Domani Seattle, di corsa.
Domani sera si riparte per il Canada.

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I did it!
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Landing in Seattle-Tacoma
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E di nuovo indosso la giacca a vento...
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Cena a Seattle uptown, finalmente!
TAG: seattle, America, los ángeles
23.38 del 10 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
10 Aitutaki cronicles /2
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Tre giorni fa è arrivata una barca dall’Ecuador, che come immaginate non è esattamente dietro l’angolo. Una barca piccola e anonima. Ufficialmente è qui per fare pesca d’altura.
La polizia di Aitutaki (chiedo: cosa diavolo fa la polizia in un posto come Aitutaki? Fa questo e ha anche un penitenziario con un paio di celle) vuole vederci chiaro.
Così sale a bordo della barca ecuadoreña.

A bordo non c’e traccia di attrezzatura da pesca. Nulla. Non solo, sembra non essere nemmeno equipaggiata a sufficienza per una traversata del genere, considerato che gli unici punti di appoggio da qua all’Ecuador sono le Galapagos e Tahiti, e parliamo di migliaia e migliaia di chilometri.
Così la polizia di Aitutaki chiede aiuto a quella di Rarotonga che manda qui un investigatore. Intanto fermano l’equipaggio a titolo preventivo e poi contattano anche le autorità australiane.

Insomma, mi dice il fratello del mio padrone di casa (e niente, qui son tutti parenti) che la polizia sospetta che la pesca d'altura nasconda in realtà un traffico di droga dal Sudamerica all’Australia, che utilizza gli atolli delle Cook come basi di rifornimento e scambio.
Hai capito, giallo internazionale ad Aitutaki!

La conseguenza principale di questa faccenda, comunque, è che Puna - che incidentalmente è cugino del mio padrone di casa e che a sua volta è stato ministro dell’agricoltura (qui son tutti parenti, eccetera) - è incazzato nero perché gli ecuadoreñi hanno ormeggiato al suo solito posto e poiché la loro barca è sotto sequestro lui è costretto ad attraccare altrove, cioè un metro più in là.

Che poi, mi chiedo io: ma a che è ti servito fare il ministro se non riesci nemmeno a garantirti un parcheggio a vita.

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La barca di Puna
TAG: aitutaki, cook
04.30 del 10 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
09 Aitutaki cronicles /1
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Ora, che posso dire io di Aitutaki? È così estrema, sotto ogni punto di vista, che non riesco nemmeno a fare ordine nei miei pensieri in proposito.
Questa mattina, di nuovo a Rarotonga dopo un paio di notti passate laggiù, stavo facendo colazione con una compagnia di neozelandesi e una signora mi ha detto “It’s the perfect postcard and that’s all about Aitutaki. There’s nothing else”.
Ecco, lo ha detto lei in due parole.

Se io non fossi quello dell’Everest, se non fossi un amante della montagna e del freddo (ma dopo anni che inseguo isole in giro per il mondo a caccia del buen retiro perfetto posso ancora sostenere questa parte?) - dicevo, se io non fossi questo, almeno finché me lo credo e lo racconto, direi che probabilmente Aitutaki è semplicemente il posto più bello che abbia mai visto in vita mia. Uso il termine bello, così riduttivo nel descrivere quello che è Aitutaki, perché qualunque altro aggettivo esagerato mi appare inadeguato e inopportuno.
Estrema, appunto. In ogni sua declinazione.

Io non ci vivrei ad Aitutaki, no. A proposito della questione di cui raccontavo, delle isole con la montagna, ha un bel dire Roberta che anche ad Aitutaki la montagna c’è. C’è una collina alta sì e no cento metri, sufficiente certo a metterti al riparo da uno tsunami, ma di certo non ci sopravvivi a lungo in caso di necessità.

Aitutaki è tutta lì: una striscia di corallo e palme di cinque o sei chilometri di lunghezza, larga un paio, piatta, sparata in mezzo al vuoto dell’Oceano Pacifico, a cinquanta minuti di volo da Rarotonga.
L’isola delimita uno dei lati di una laguna triangolare dipinta di blu, verde e turchese ampia qualche chilometro quadrato, il cui fondale, profondo al massimo una ventina di metri, è di un bianco abbacinante punteggiato qua e là da banchi di corallo affiorante, pericolosi in caso di navigazione disattenta, attorno ai quali nuotano milioni di pesci da documentario di tutti i colori e dimensioni, alcuni anche parecchio grandi. Non ci sono squali: per qualche motivo che nemmeno Puna, il mio capitano che mi porta in giro per la laguna è in grado di spiegare, gli squali non attraversano i passaggi nella barriera corallina che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano aperto e se lo fanno ritornano subito indietro.

La laguna è sufficientemente grande, quando ci sei in mezzo, da farti appena vedere in lontananza la terraferma - se possiamo chiamarla così - e trasmetterti un senso assurdo di agorafobia e ansia, soprattutto se stai nuotando e la tua visuale è quella dal pelo dell’acqua.
Hai presente il film Deep water? Perché a un certo punto io mi sono sentito così.

È successo che Puna ha fermato la sua barca in mezzo a un punto qualunque della laguna e si è ancorato a un fondale di corallo piatto profondo circa un metro e mezzo. Sono sceso dalla barca e toccavo, con l’acqua sotto le spalle. Intorno il nulla. Blu, turchese, verde e questo fondale bianco per chilometri e chilometri attorno a me. Un paio di motu lontani all’orizzonte, i famosi banchi di sabbia coi ciuffi di palme, tipici degli atolli, che punteggiano i bordi delle lagune coralline. Niente altro. Ho infilato la maschera e mi sono allontanato di qualche bracciata, verso acque un po’ più profonde, all’inseguimento di un enorme branco di pesci. Con qualche ansia, ché non è proprio questo il mio ambiente, per quanto io sia un buon nuotatore.

Alzo la testa e vedo Puna che ha messo in moto la barca e si sta allontanando. Faccio a tempo a cogliere qualcosa del tipo che sta andando a cercare un posto migliore per ancorarsi. Si allontana lentamente, ma inesorabilmente, o almeno questa è la mia percezione dal pelo dell’acqua e io non sono affatto sicuro di aver capito esattamente cosa mi ha detto con quell’accento bastardo parente del neozelandese: dove cazzo sta andando?
Sarà forse qualche centinaio di metri, ma quanto basta perché mi assalga un’angoscia indescrivibile, anche perché dalla mia visuale non riesco a valutare bene né la distanza, né se si sia fermato o sia ancora in moto, né in generale riesco ad orientarmi. L’isola è a chilometri da me, questo è certo.
Inizio a provare a seguirlo ad ampie bracciate, cercando di rimanere calmo e di controllare la respirazione. Mi viene in mente che se mi prende un attacco di panico è troppo lontano per sentirmi e ormai non tocco nemmeno più da un pezzo. Nuoto, nuoto, nuoto, in mezzo a questo festival incredibile di pesci, sforzandomi di rimanere tranquillo. Sono anni e anni che non mi faccio una nuotata così, nel Mediterraneo poi, figurati qua in mezzo.
No, non è il mio ambiente, per nulla.

Mi bastano una decina di minuti per raggiungerlo. Ma sono lunghissimi.
Questa è Aitutaki, per me.
Un luogo di una bellezza sconvolgente, ma irrazionale. Non è come essere nel mezzo del deserto, perché nel deserto hai attorno terraferma all’infinito. Qui è acqua. È la stessa sensazione di vuoto e infinito del deserto senza avere i piedi, di fatto, per terra.
Nemmeno quando sei su un motu, o su un banco di sabbia affiorante in mezzo al nulla. Sono sceso su uno che sarà stato circa cento metri di lunghezza per trenta di larghezza. Solo sabbia. Sabbia piatta, compatta, corallina, affiorante dalla laguna. Null’altro, nemmeno una pianta. Qualche conchiglia, qualche pezzo di corallo, un granchio solitario. Sole a picco, sabbia abbagliante e acqua verde attorno.
Ho deciso di conquistarlo e dichiararne l’indipendenza. Terra mia. Magari un giorno si vedrà.

Aitutaki è meravigliosa arrivando in aereo - oddio, aereo: un coso a elica da una dozzina di posti, tenuto insieme con lo scotch, che ogni volta che sbatte contro una nuvola trema come avesse centrato un muro.
È meravigliosa quando navighi in mezzo alla laguna, senza un’anima attorno per chilometri e chilometri, cercando di non perdere di vista almeno una striscia di sabbia su cui poggiare i piedi. Ma come fanno i navigatori solitari, a pensarci? Io impazzirei.
Ad Aitutaki sono sbarcati Darwin e il capitano Bligh col Bounty diciassette giorni prima dell’ammutinamento.
Immagino di vederla coi loro occhi.

Ad Aitutaki, oggi, ci sono pochi ed esclusivissimi resort che costano un occhio, sufficientemente nascosti dalla poca vegetazione. Se poi capiti nell’isola in bassa stagione, come è il mio caso, non c’è davvero nessuno.
Non è un posto dove venire low budget se non hai fatto un po’ il pieno di spirito di adattamento, prima di atterrare: non potendo permettermi alternative più costose sono stato ospite di un autoctono che mi ha introdotto alla vita quotidiana di Aitutaki, ma ho dovuto fare i conti con l’acqua corrente pompata dai serbatoi domestici, l’isolamento quasi assoluto e una discreta fauna diurna e notturna a farmi compagnia, che nemmeno Noè.
Con galli e galline, maiali, capre e gatti nessun problema, per il resto grande uso di repellente e bombole di jungle formula contro zanzariere e fessure delle porte da cui, di notte, passava di tutto.
Notti difficili, caldissime e umide, senza nemmeno un ventilatore, popolate da sconosciuti oggetti striscianti e volanti che a un certo punto decidi di non voler sapere e basta.
Che poi, come cazzo ci sono arrivati, loro, fin qui?

Hai presente andare in giro di notte per Aitutaki - notte: sono solo le otto di sera, ma è buio pesto ovunque, non c’è nessuno in giro e in tutta l’isola ci saranno tre lampioni.
Andare in giro di notte, dicevo: con uno scooter in pezzi il cui sterzo rimane bloccato a destra mentre cerchi di andare dritto, alla ricerca non dico di un ristorante - scusi, dove posso trovare un ristorante? Mi spiace, non ce ne sono, l’unico che c’è questo mese è chiuso - ma almeno di uno spaccio dove poter trovare qualcosa per sopravvivere un paio di serate.
Alla fine mi imbatto in un mini market, dove riesco a comprare un paio di bottiglie d’acqua e due birre, delle arance, un paio di banane, dei biscotti al cioccolato, una scatoletta di tonno e un pezzo di formaggio.
Dall’altra parte della strada, avvolto dall’oscurità totale, un baracchino illuminato da una luce al neon. Chiedo se hanno qualcosa da mangiare. La tipa mi risponde, sorridendo, “tutto quello che desideri”.
L’unica cosa che non desidero, perché non mangio quasi altro da giorni e ho mangiato la stessa cosa a pranzo da un baracchino analogo, è anche l’unica che hanno: hamburger.

Mentre mi riaccompagna all’aeroporto Roro - Dr. Roro, come lo chiamano tutti - mi dice che lui è il pastore dell’isola. Mi chiede se so cosa è un pastore. Ci risiamo con l’evangelizzazione. Del resto anche Puna, ieri, mi ha fatto pregare prima di pranzare.
Mi dice che gli piace fare il pastore, perché così deve solo scrivere i sermoni e per il resto può dormire e non fare nulla.
Prima, mi dice, era in politica ed è stato ministro dell’agricoltura, ma era troppo faticoso. Prima ancora faceva il manager in una società di consulenza in Nuova Zelanda.
Lo osservo per un attimo: mi pare la cosa più incredibile del mondo. Potrebbe avere cinquanta o cento anni, boh. Indossa una camicia ridotta a brandelli, un paio di bermuda che hanno visto sicuramente il capitano Bligh, le infradito e guida una Nissan senza finestrini e con due portiere sfondate il cui contachilometri segna una cifra sopra i trecentomila chilometri che immagino non abbia fatto tutti qui.
Mi dice per quale società lavorava. Gli dico che ho lavorato per la stessa società, nello stesso periodo. Ci raccontiamo tutte le traversie di quella azienda che anni fa entrambi abbiamo abbandonato, lui per finire a fare il pastore ad Aitutaki, io per finire a combattere con i suoi insetti e il suo impianto di acqua corrente.
Scoppiamo a ridere insieme. Fine della storia.

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La mia casa ad Aitutaki
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TAG: aitutaki, cook, pacifico, oceano, Polinesia
18.14 del 09 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
08 Rarotonga inside
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Dice Roberta che qualche anno fa hanno avuto cinque cicloni consecutivi, ma che per fortuna qui arrivano solo le frange esterne, altrimenti tirerebbero giù tutto. Dice che il problema è il vento. A volte non viene nemmeno dato l’allarme per il ciclone e poi il vento ti frega lo stesso e ti scoperchia il tetto.
Dice Roberta che qua hanno tutti la mania del prato all’inglese e che segano via gli alberi per avere spazio aperto e giardini perfettamente rasati al millimetro, e in effetti avevo notato questa cosa. Roberta invece dice che il giardino deve essere libero di esprimersi e lei lo lascia fare.
Roberta in giardino ha un albero pazzesco che secondo me ha mille anni. Credevo fosse un baobab, incute un certo timore, anche perché è una foresta di radici e liane intrecciate che le avvolgono mezza casa. Invece mi dice Roberta che è un Ficus Benjamin, “come certo sai”, ma io invece non lo so e un po’ mi vergogno, così faccio finta di nulla e annuisco. Lei accarezza il suo albero, gli parla, perché le protegge la casa. Dice che la gente di qui continua a dirle che dovrebbe potarlo, ridurlo, ma lei lascia che si arrangi da solo e si esprima, e a me pare una cosa molto giusta.
Per quanto, io, sotto un albero così, forse non ci vivrei.

Perché la natura di Rarotonga è così, primitiva e vergine. Colorata in un modo assurdo da dozzine di specie di fiori tropicali spontanei trasportati qui da tutti i continenti attorno grazie, immagino, ai venti prevalenti oceanici.
Ovunque puoi riconoscere la flora africana, sudamericana e asiatica, e tutte le varianti mescolate fra loro.

Mi sono addentrato nel cross island track, il sentiero che attraversa Rarotonga passando per il Needle, la cima più alta.
E niente, ho camminato - o meglio, più che camminare direi che mi sono arrampicato e ho strisciato fra il fango, i rami e le radici - in una foresta sempre più fitta e calda e umida. Sempre più solo, sempre più risucchiato dalla vegetazione, sempre più sudato, accaldato, assetato. Nessun segnale del cellulare, incautamente non avevo nemmeno portato acqua con me.
Ho fatto il bagno nel repellente prima di addentrarmi, ma me lo sono sudato via tutto e un cartello all’ingresso segnalava, fra altri avvertimenti, di fare attenzione al pericoloso centipede di Rarotonga, e alla vespa della carta, e naturalmente avevo sempre in mente il problema della dengue.
E insomma, dopo un’ora, a malincuore, ho rinunciato e sono tornato indietro. Ho avuto paura di perdermi, non ritrovare la via a rovescio e soprattutto di farmi male, perché il terreno era sempre più verticale e scivoloso, la foresta sempre più fitta e non c’era nessuno. Ho così rinunciato alla cima del Needle e alla vista circolare su tutta Rarotonga.
Mi ha detto poi Roberta che nel punto in cui ho fatto retromarcia ero ormai a dieci minuti dalla vetta.
Le ho detto che in caso avessi avuto bisogno di aiuto non sapevo chi mai avrebbe potuto venirmi a riprendere. Mi ha risposto, ma io, che domande!

E ho fatto così una riflessione a cui non avevo pensato fino a quel momento. La differenza fra prenotare un hotel e appoggiarsi a una soluzione tipo Airbnb, come in questo caso, è in fondo tutta in questa risposta, soprattutto se viaggi da solo: se sei ospite di qualcuno, in qualche modo sai che per quanto solo tu sia in terra straniera e sconosciuta c’è qualcuno vicino che veglia su di te e si preoccupa per te, che sa esattamente dove sei, conosce il posto in cui sei, ti può aiutare in caso di bisogno.
E all’improvviso questo nuovo modo di viaggiare mi è apparso diverso e mi ha confortato ancora di più.

Epperò non essere stato sulla cima del Needle un po’ mi rode. Come quando non sono andato in cima al Fujiama. Alla fine son sempre quello delle cime mancate.

Poi c’è anche questa storia che i maori sono in overdose da evangelizzazione. Sembra che tutta la loro storia millenaria e cultura ruoti attorno al sottolineare ossessivamente che prima erano selvaggi ma poi, per fortuna, sono arrivati i missionari. Perfino nelle versioni delle danze tribali per i turisti le coreografie sono tutte centrate su un prete che sventola il Vangelo e i poveri selvaggi che scoprono nostro Signore.
E in effetti a Rarotonga ci son quasi più chiese che noci di cocco, perlopiù appartenenti alla Chiesa Avventista del Settimo Giorno. Ogni volta che qualcuno mi invita a mangiare prima bisogna pregare insieme e che God bless us tutti. Un po' tipo America insomma, o perlomeno quella che si vede nei film.

I morti poi se li tengono in casa. Vai in giro e ai lati della strada è uno sfilare ininterrotto di tombe e lapidi, alcune nuove, alcune abbandonate e in rovina, e ogni villetta prefabbricata ha il suo giardino con le tombe di famiglia in bella vista sulla strada principale.
Che va tutto bene ed è anche folkloristico. Solo un po’ inquietante se vogliamo, soprattutto quando vai in giro di notte per ‘ste strade avvolte dal buio pesto dove non esiste nemmeno un lampione.

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Rarotonga cross island track
TAG: rarotonga, cook, rtw2018
16.40 del 08 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
05 Kia orana
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Non so bene che aspettative avessi nel venire fin quaggiù, considerato che è un viaggio nato per caso e che nel Pacifico ero già stato. Forse per questo ho impiegato ventiquattr’ore prima di realizzare che Rarotonga balza diretta in testa alla classifica dei posti più pazzeschi che abbia visto nella mia vita. Magari è anche un fatto di memoria dei luoghi, ma mi sentirei di dire che spazza via Lifou e la spiaggia di Luegoni dal mio podio personale, dopo quasi vent’anni; sicuramente lascia La Digue a distanza siderale; Mauritius non ne parliamo nemmeno, del resto non mi era nemmeno piaciuta; La Reunion è un campionato diverso e le Bermuda paiono i bagni del Lido di Viareggio al confronto.
Le isole dell’Atlantico orientale poi tutto sommato son casa, non gareggiano, né d’altra parte l’alto Atlantico può essere confrontato con il Pacifico o con l’Oceano Indiano: son proprio nature diverse.

Mi son detto: be’ dài, però le Hawaii.
Però anche le Hawaii no, non sono paragonabili. Per quanto, forse, sempre lì tornerei alla fine, nonostante Rarotonga.
Almeno, così pensavo dopo i primi due giorni.
Al quarto non ne sono più nemmeno tanto sicuro.
Senza contare che qui tutti dicono aspetta di vedere Aitutaki, poi ne riparliamo.

Dice Roberta, la mia host, che l’importante è avere la montagna alle spalle. Mai l’isola piatta, dice. Capisco benissimo, non posso che essere d’accordo.
Qui la montagna c’è. Completamente ricoperta di foresta pluviale, tropicale, preistorica e vergine. Lost l’hanno girato alle Hawaii, ma era ambientato da queste parti. Ben a ragione. Te lo senti addosso tutto, Lost.
C’è il fatto che Rarotonga è davvero remota. Maledettamente remota. Anche le Hawaii sono remote, certo, anzi, forse ancor di più in termini di ore di aereo da qualunque altrove terraferma più vicina.
Ma Rarotonga è solitaria: le isole che formano l’arcipelago delle Cook sono disperse su una superficie di qualche milione di chilometri quadrati di mare, distanti centinaia di chilometri una dall’altra. E piccole, maledettamente piccole. Degli sputi di corallo, lava e giungla buttati a caso qua e là in mezzo al Pacifico. Capocchie di spillo in mezzo alla pianura dell’Arkansas interamente coltivata a granturco (è piatto l’Arkansas? Ed è coltivato a granturco?).

Come diavolo le han trovate, le Cook. Boh. Hai voglia a sbatterci contro per caso.
Ho noleggiato un motorino che a tiragli il collo non fa più di cinquanta all’ora e in quarantacinque minuti ho fatto tutto il giro di Rarotonga, nonostante la strada sia un po’ accidentata.
E questa è l'isola più grande, la "capitale". Le altre stanno almeno a un’ora d’aereo da qua.
Se ci pensi diventi matto.

Rarotonga è l’isola dei film: è disegnata col compasso, euclidea, interamente circondata dalla barriera corallina, come Saturno coi suoi anelli; la terraferma incorniciata da una striscia continua di sabbia perfettamente bianca e immacolata, qua e là punteggiata da noci di cocco cadute dalle palme che si spingono quasi a riva.
La striscia di sabbia è assolutamente regolare, larga non più di venti metri tutto attorno all’isola, e in qualunque punto lungo la costa puoi tranquillamente lasciarti scivolare nelle acque quasi immobili color smeraldo e turchese della laguna corallina, popolate di pesci da documentario che, invece di scappare, vengono a giocare attorno a te.
Ne ho visti alcuni con cui avrei potuto fare a braccio di ferro da quanto eran grandi e niente, non ci sono tagliato, non è il mio ambiente, non sono a mio agio, soprattutto se sono in acqua solo soletto. Preferisco marmotte e camosci, e dunque dopo un po’, a malincuore (lo riconosco sì), esco dall’acqua e mi guardo attorno.

Non c’è nessuno in vista oltre a me. Rarotonga è tutta per me. Sono solo in questo paradiso terrestre sprofondato agli antipodi in culo al nulla e non c’è un’anima. Non una voce. Non un altro asciugamano colorato a vista.
Siamo fuori stagione, certo, ma capisci la sensazione, capisci la differenza con le Hawaii, dove sì, puoi anche trovarti solo soletto, come mi capitò nel trekking a Kaena Point, ma dietro di te sai che c’è gente altrove, che ci sono perfino città, volendo. Gelati. Hamburger, benzina verde e roaming cellulare per leggere la posta dell'ufficio.
A Rarotonga no. Cioè, non è che non ci siano gli hamburger e la benzina verde, ma se è domenica, per esempio, è già un po' più difficile.
Città, be': no, non ci sono esattamente "città". Già Avarua fai un po' fatica a chiamarla "paese", è più un agglomerato di case prefabbricate e container, e poi nemmeno è così chiaro dove inizia e dove finisce, perlomeno lungo la strada, ché alle spalle sbatte inevitabilmente contro la foresta preistorica e dunque lì amen, davanti ha l'Oceano Pacifico e la barriera corallina, e dunque amen pure lì.

Il roaming invece no: quando son sceso dall'Air New Zealand l'iPhone mi ha testé detto "solo chiamate di emergenza". E da lì non s'è più mosso.
Vabbè, ok: ho fatto una scheda locale e almeno questa l'ho risolta.

Per il resto qui è così: prendi il tuo scooter e segui la strada circolare che bordeggia la striscia di sabbia tutto attorno all’isola. Dove vuoi ti fermi. Ti levi i sandali e ti butti in acqua.
Se poi per caso hai parcheggiato alla laguna di Muri ti vien forse da piangere.

Non è vero dài, sto di nuovo esagerando: a Muri ho visto alcune canoe colorate e altre persone. Ne ho contate almeno una quindicina su un paio di chilometri di sabbia, metà delle quali erano autoctoni.
Ci sta che venire qui a marzo cambi completamente la percezione, ma poi chissà. Mi dicono che l’alta stagione, l’inverno neozelandese, porta qui qualche camionata di kiwi a trascorrere le vacanze, ma non è forse la stessa cosa all’Elba, che a modo suo è un paradiso per dieci mesi all’anno?

Capisci che trovandomi a Rarotonga, sotto la Croce del Sud e una via Lattea dipinta a spruzzo, non ho potuto fare a meno di scriverlo quel “a modo suo”.

E niente: è la terza volta che vengo nel Pacifico e per la terza volta lo spirito del Bounty si è impadronito di me.
E a ogni giro è peggio di prima.

A Rarotonga, belìn.
Dove sei? A Rarotonga.

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23.51 del 05 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
02 Appunti di bordo dal mio primo Airbus 380
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
[1° marzo, appunti sparsi in volo]

Da qualche ora stiamo volando sull'Oceano Indiano. Su questo aereo incredibile, fra mille altre cose, oltre al WiFi si può usare liberamente il telefono perché c'è anche la rete rete cellulare in roaming.
I prezzi del WiFi sono accessibili, con pochi dollari si hanno a disposizione 180Mb, quanto basta per stare in rete a giocare coi social network per tutto il volo, non bastasse l'offerta infinita dell'intrattenimento di bordo personalizzato per ciascuno dei 590 passeggeri (sì, cinquecentonovanta): oltre a dozzine di film e serie tv fra cui scegliere, ci sono videogame, telecamere live che riprendono il panorama dal cockpit dei piloti e sotto la pancia dell'aereo, previsioni meteo mondiali, dirette televisive dei principali canali di informazione globale, informazioni di volo interattive in tutte le salse, bi- e tridimensionali, guide turistiche di tutte le località servite dalla compagnia aerea, informazioni sugli aeroporti e pure l'oroscopo.
Questo è tutto gratis. Il roaming invece costa caro, siamo sui 4 euro al minuto per telefonare. Mi pare che nessuno ci abbia provato, ma la prima e la business class stanno al piano di sopra, dove c'è anche il bar, e non fanno salire i peones dell'economy nemmeno per dare un'occhiata.
Per un istante mi viene in mente che anche sul Titanic la terza classe stava ai piani inferiori, ma allontano il pensiero per scaramanzia.

Nonostante centinaia di voli e trentacinque anni di viaggi in giro per il mondo, nell’attraversare il finger per imbarcarmi su questo gigante dei cieli più di un brivido mi è passato sotto pelle e ho dovuto controllare l’emozione in gola.
Ancora mi capita, in viaggio.

Il gate di imbarco di un A380 che fa rotta da Abu Dhabi, principale interporto stellare del Pianeta Terra, a Sydney, quasi ai confini della galassia, è forse la cosa più vicina al bar di Guerre Stellari che abbia mai visto in vita mia.
Centinaia di terrestri e forse anche non, provenienti da ogni angolo dell’impero, si allineano in un’interminabile coda per salire sull’astronave,

Nella fila ordinata davanti al gate 33 c’è un nutrito gruppo di beduini, gli uomini in tunica bianca, turbante e lunghissime barbe candide, le donne avvolte in tessuti dai colori vivaci, appesantite da qualche chilo di chincaglieria di ogni genere, le teste in parte nascoste da veli policromi: sembra che siano appena stati proiettati fuori da una pellicola su Lawrence d’Arabia, o in partenza con una lunga carovana di cammelli per trasportare spezie e tessuti al di là del deserto; c’è una famiglia numerosa di indiani Vaishnava, la fronte grondante di argilla rossa del tilaka; ci sono alcuni arabi che indossano la tradizionale kandura e la kefiah, e i pakistani con il classico kurta; e lavoratori filippini, mescolati a grassi occidentali ipernutriti che indossano piumini d’oca e maglioni pesanti, evidentemente provenienti dall’Europa innevata; e ancora muscolosi australiani vitaminizzati che viaggiano in t-shirt, bermuda, sandali coi piedi nudi, il bagaglio a mano che contiene solo il MacBook, l’iPhone in mano; e poi qualche cinese fuori rotta, africani non in fuga, trasandati backpacker biondi nordeuropei mescolati a businessmen anglofoni in cravatta con il tablet in mano, che fanno una puntata in Australia per concludere qualche rapido affare, e ricchi colonizzatori bianchi a stelle strisce con la borsa a tracolla che si imbarcano con calma, passando davanti a tutti, nell’inarrivabile prima classe del ponte superiore: l’A380 ha in dotazione persino degli appartamentini privati dove è possibile trascorrere le quattordici ore di volo meglio che in molte camere d’albergo di certi hotel a quattro stelle.

In realtà a bordo il gruppo più numeroso è quello dei siciliani, perlomeno al piano inferiore: non genericamente italiani, proprio siciliani, da Palermo, Catania, Siracusa, Messina, Mazara, Aci Trezza, e il siciliano è la lingua più parlata fra i corridoi.
Non si conoscono fra loro, sono arrivati ad Abu Dhabi con voli diversi, chi via Roma, chi via Milano, chi via qualche altro scalo europeo. Vanno - o tornano - in Australia a lavorare.
Ascolto i loro racconti: molti sono in Australia da anni, altri sono stati prima a Singapore, in Cina, in Malesia, in Germania.
Ascolto i loro racconti perché i giovani siciliani a bordo, appena saliti, attaccano immediatamente bottone con qualunque ragazza straniera occidentale che viaggi da sola, e sono delle macchine inarrestabili: parlano un inglese sciolto e brillante con inesorabile accento del sud, tipico dei film di genere, e le giovani occidentali solitarie, in viaggio per la prima volta verso la nuova frontiera, si lasciano conquistare facilmente, felici di scaricare un po’ di tensione del grande balzo attraverso gli oceani.
Il siciliano dietro di me non la smetterà per tutta la notte di provarci con la tedesca al suo fianco, tenendo sveglie con le sue insopportabili risate le ventinove persone disposte attorno a lui, fra cui la sfortunata sassone al suo primo volo intercontinentale e il sottoscritto.

Numeri: è la mia quinta volta sotto l’equatore, la quinta volta che metto piede nell’Oceano Pacifico, la terza in Oceania, contando le Hawaii.
Il siciliano dice (alla tedesca) che nell'ultimo anno ha già fatto cinque volte avanti e indietro da Palermo a Sydney.

Arrivare in Australia è infinito, mi ero scordato quanto fosse lungo questo viaggio. Quando sei in Oriente sei solo a metà strada. Non passa mai.
E quando arriverò in Australia non sarà ancora finita: avrò davanti una seconda lunga notte in aereo, sul Pacifico.

Questo è il mio mondo.

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Il momento dell'attraversamento dell'international dateline
TAG: volare, aerei
22.13 del 02 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
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