Orizzontintorno Carlo Paschetto
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10 Di sabati, di voli, di progetti, di solitudine
NOV Diario, Progetti
Sabato mattina, dai Velux filtra la luce del sole a illuminare la mansarda e il letto disfatto, dopo giornate e giornate di pioggia pesante, autunnale. Mi sono svegliato tardi, mi aggiro da solo per casa, questa settimana i ragazzi non ci sono. Ho il vuoto davanti per tutto il weekend.
Negli ultimi due giorni una botta di influenza mi ha messo fuori combattimento, male di stagione lo chiamano.
Il male di stagione sono questi fine settimana solitari che iniziano quasi all’ora di pranzo e terminano col buio che cala rapidamente quando è ancora metà pomeriggio, il tempo che scivola via nel nulla e che nessuno mi ridarà più indietro, buttato in silenzio, lo zero assoluto attorno e davanti a me.
L’impianto di casa diffonde Moonlight Benjamin e i Gotan Project, mando un messaggio a Carola per condividere la playlist con la mia piccola musicista. So che apprezzerà.
Metto su un paio di lavatrici ed esco a fare un po’ di spesa. Fine del weekend.

Sono stato sveglio fino a tardissimo a guardare gli aerei. A volte, quando non ho sonno e inizio a rigirarmi nel letto, se non ho voglia di andare avanti con la pila di libri a fianco del mio letto, apro al buio Flightradar24 sul telefonino e mi metto a guardare in tempo reale gli aerei che volano in giro per il mondo.
Vado a caccia di voli strani, lunghi, remoti. Di solito cerco quelli che volano il più a nord possibile, lungo le estreme rotte polari. Aerei solitari, che viaggiano distanti dall’affollatissimo traffico continentale europeo, americano e asiatico, lontani da qualunque alternativo. Gli alternativi sono gli aeroporti di emergenza, quelli che in ogni istante garantiscono un punto di atterraggio in caso di problemi.
Ne ho presi di voli così, come quando ho attraversato il Pacifico, da Seul alle Hawaii e dalle Hawaii agli Stati Uniti: otto ore di oceano per tratta, e in mezzo il nulla. Durante la notte spengono i monitor sui quali viene proiettata la rotta. Non c'è nulla da vedere nel raggio di migliaia di chilometri, solo oceano, e oceano, e oceano.
Come un anno fa, sul volo da Rarotonga a Los Angeles, di nuovo attraverso il Pacifico. Superate le Marchesi più nulla per quasi sei ore e monitor spenti. La notte che non finisce mai, per quanto breve possa essere volando incontro all'alba verso est, ogni minima turbolenza a ricordarti che non c'è nulla sotto di te. Acqua.
Ieri notte ho seguito per oltre un’ora United 807, in volo da Washington IAD a Pechino PEK.

Intercetto UA 807 mentre sta per oltrepassare la costa settentrionale della Groenlandia, ultimo lembo di terraferma prima del Polo Nord, a latitudine 84°N circa. Prosegue solitario in volo verso il Polo, nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro aereo attorno a fargli compagnia, o a seguirlo sulla sua rotta estrema. Nemmeno la mappa ce la fa a stargli dietro: attorno a latitudine 85°N il software lo perde, Google Map non ha i dati. La sua posizione è ora solo una coppia di coordinate, la cui variazione mi fa compagnia illuminando il buio della mia mansarda mentre la pioggia batte regolare sui Velux.
Non ho mai visto un volo spingersi così a nord. Mi capita di vederne a latitudine ottantadue, ottantatré qualche volta, soprattutto sulla rotta del Pacifico settentrionale attraverso lo Stretto di Bering. La seguono i voli fra la costa est degli Stati Uniti e l’estremo oriente, i voli Korean, Asiana, China Airways, da New York, Washington, Boston a Seul e Pechino. Ma così a nord, come questa notte si sta spingendo United 807, no, non ne ho mai visti.
Lo immagino volare nella notte polare sopra la banchisa dell’Oceano Artico, da solo, nessun alternativo. L’avvicinarsi al Polo, oltre che dalla latitudine che aumenta con regolarità costante, è segnato dalla variazione di longitudine sempre più rapida. Via via che il Polo Nord si avvicina i meridiani si stringono fino a convergere al vertice della Terra, a latitudine novanta. Più vola a nord, più l'aereo cambia longitudine rapidamente. Dove si trova adesso la variazione è ormai inarrestabile, i gradi convergono velocissimi a zero, Greenwich.
In realtà United 807 non sta seguendo rotta 0°, adesso sta volando lungo track 50° circa, piega a nord est, e infatti la variazione di latitudine diminuisce, circa un decimo di grado al minuto, poi ogni due minuti. Lo vedo scollinare latitudine 86°N, poi 87°N circa dodici minuti dopo. È ormai vicinissimo al Polo.
Mi chiedo se a bordo dormono tutti o c’è qualcuno consapevole di stare sorvolando il Polo Nord, che dall’oblò dell’aereo vede la luce della luna riflettersi nella chiara notte artica sul ghiaccio della banchisa, diecimila metri più sotto.

Il volo UA 807 attraversa longitudine 0° a latitudine 87°10’N e adesso so che non passerà esattamente sopra al Polo, lo sfiorerà solamente. La rotta è ora quasi 90°, est. Fra un po’ scivolerà verso il basso del pianeta.
87°20’N.
87°40’N.
87°60’N.
Attraverserà latitudine 88°N?
87°70’N.
87°76'N.
Track 91°.
Track 95°.
Track 100°.
Sta virando deciso, ha iniziato il rientro verso il sud del mondo. È arrivato a circa 220km dal Polo Nord, uno sputo.
Qualche minuto dopo è già a latitudine ottantacinque, fra qualche ora atterrerà nell’alba inquinata e liquida di Pechino.
Lo saluto e mi segno United 807 come un volo da prendere, prima o poi.

VoloUA807
La linea geodetica del volo United 807 IAD-PEK. In realtà ha virato più a nord.

United 807 mi fa venire in mente che niente più delle rotte degli aerei dà l’idea di quanto le terre emerse siano spostate a nord e l’Antartide sia un territorio infinitamente grande e remoto. Non esiste linea geodetica, ovvero la rotta più breve fra due punti della Terra, che passi attraverso l’Antartide.
Mi chiedo se esistano voli di linea che lo sorvolino, considerato che i lunghi voli intercontinentali tendono di norma a seguire rotte lungo le linee geodetiche.
Mi metto a studiare la faccenda su Flightradar24.
Le linee geodetiche che più si avvicinano all’Antartide sono quelle che collegano l’Australia al Sudafrica e al Sudamerica, ma almeno geometricamente non lo sfiorano nemmeno, per quanto siano rotte tremendamente estreme, ai veri confini del mondo. Solo oceano e null’altro per ore e ore e migliaia di chilometri, il Pacifico da una parte, l’Oceano Indiano dall’altra, oltre i Cinquanta ruggenti, nessun alternativo, nessuna traccia di vita, nemmeno le navi in mare, ché a quelle latitudini non si avventura nessuno, non c’è nemmeno alcun traffico commerciale, a parte le spedizioni scientifiche e rarissime crociere per ricchi turisti, che però perlopiù viaggiano verso la Penisola Antartica e gli arcipelaghi australi dell’Atlantico, non in quelle zone.

Passo in rassegna gli operativi South African e Qantas alla ricerca di voli che si avventurino laggiù, lungo le rotte più brevi dell'emisfero meridionale.
Scopro QF 27, un volo Qantas da Sydney a Santiago del Cile. Lo intercetto sull’Oceano Pacifico a latitudine 54°S. È un Boeing 747-400, un Jumbo, così solo laggiù in fondo al mondo che al suo confronto United 807 sta a un party di compleanno.
Mi pare però un po’ “troppo” a nord per sorvolare la banchisa, soprattutto nell’estate australe. Paragonato alla corrispondente latitudine boreale è come se stesse volando sopra la Germania, per dire quanto è lontano il sud del mondo, quanto è remoto l’Antartide, quanto vuote e solitarie e spaventose siano le latitudini meridionali del pianeta.
QF 27 sta peraltro volando lungo track 90°, non andrà più a sud di così, per quanto sia già altrove e solitario rispetto a qualunque altro aereo nel mondo.
Mi annoto il volo. Se non è la più estrema, è sicuramente una delle rotte candidate ad esserlo fra i voli di linea.

Studiando con più attenzione mi imbatto in QF 64, un altro volo Qantas, un altro 747-400, in viaggio da Johannesburg a Sydney. Lo trovo sull’Oceano Indiano a latitudine 51°S virgola qualcosa. È più a nord di QF 27, ma la sua rotta è 143°, sta andando a sud est. Guadagna latitudine meridionale, deciso. Inizio ad avere sonno e ammesso che prosegua in questa direzione ci vorranno ancora ore prima che arrivi perlomeno a sfiorarlo, l’Antartide.
Cerco nell’archivio di Flightradar24 la rotta che ha seguito i giorni scorsi. Scopro che in effetti non vola esattamente lungo la geodetica, ma come United 807 allunga la curva piegando sensibilmente verso sud, chissà perché. Forse per mettersi a un certo punto, dopo ore e ore di volo sopra l’Oceano Indiano, se non terra, perlomeno del ghiaccio sotto al culo. Che non sarà forse un grande alternativo, ma alla peggio, sai mai, ché la strada per l’Australia è ancora lunga e psicologicamente almeno respiri un po’.

In realtà non credo sia certo questa la ragione, ma mi piace pensarlo. Comunque sì, QF 64 sorvola l’Antartide! Lo ritrovo su Youtube, i passeggeri hanno filmato la banchisa e i ghiacci del sesto continente dagli oblò del Qantas in volo fra Sudafrica ed Australia.
Prendo nota, è un volo che assolutamente devo mettere nella lista dei miei progetti. QF 64 è il mio punto di ripartenza.

QA64
La linea geodetica teorica del volo Qantas 64 JNB-SYD...
QF27
...e quella del volo Qantas 27 SYD-SCL

Mi addormento mentre sto già dando forma al nuovo progetto per il mio prossimo giro del mondo, un anello che in qualche modo colleghi questi voli.
Potrei volare da Milano a Johannesburg, una rotta che ho già percorso due volte, e da lì a Sydney, sorvolando l'Antartide, e da Sydney a Santiago, e da Santiago all'Europa. Com'è che lo scorso anno, studiando il rientro da Sydney, non mi ero accorto di QF 27? Eppure mi sembrava di aver provato a trovare la via per chiudere il cerchio passando dal Sudamerica invece che dagli Stati Uniti.
Oppure, in alternativa, potrei volare diretto da Sydney a Pechino e da lì a Washington, concatenando i due Poli nello stesso giro del mondo.
Lo vedo già. Nel momento in cui ho iniziato a immaginarlo so che prima o poi il mio progetto diventerà realtà, il mio trolley pronto, il solito dubbio, porto la reflex o la lascio a casa?

Come i primi due giri del mondo.
Quello del 2011, nato in fuga dal passato che mi stavo chiudendo violentemente alle spalle, annunciato al telefono quando ero già a Parigi in attesa di imbarcarmi per Seul, la rotta disegnata interamente al di sopra dell'equatore perché non riuscii in alcun modo a trovare una sequenza di voli che mi permettesse di transitare dall'Oceania. Alla fine chiusi l'anello con circa quarantotto ore di volo e trentaseimila chilometri.
O quello dello scorso anno, più geometrico, più solitario ancora se possibile, più di quanto credessi e per quanto affatto lo desiderassi, quarantamila chilometri, oltre cinquanta ore di volo, passando questa volta sì per l'emisfero australe, attraversando in pochi giorni tutti i fusi orari e tutte le stagioni, in corsa contro a un tempo che in realtà non mi aspettava da nessuna parte, lasciando a terra il mio unico vero futuro senza capirlo e senza alcuna ragione che non fosse inseguire numeri, e statistiche, e disturbi ossessivi compulsivi, per trovarmi in un punto sperduto del Pacifico meridionale, da solo, a chiedermi il perché.
Con l'unico desiderio di non tornare mai più laggiù da solo. Mai più.

Giro 1
Il mio primo giro del mondo, nel 2011
Giro2b
Giro2a
Giro2c
Il mio secondo giro del mondo nel 2018

E del resto il progetto più difficile da realizzare resta pur sempre quello che ho in mente da una vita, girando in senso contrario, la cui rotta conservo gelosamente nel cassetto per non farmi soffiare l'idea.
Lo riprendo in mano, scorro la lista dei bookmark che in questi anni mi sono via via segnato per mettere insieme i pezzi del puzzle.
È un progetto nato solitario, solitario per sua stessa natura, così estremo, inutile, costoso, assurdo, che solo una vera fuga da tutto e tutti lo giustificherebbe. E d'altra parte non c'è nulla di più assurdo che affrontare un giro del mondo come progetto di fuga, perché sempre al punto di partenza ti riporta.
È la metafora perfetta delle mie sconfitte, a pensarci.
Ho già due giri del mondo alle spalle a far da specchio ai miei fallimenti.
Vieni con me a imbarcarti sul QF 64, lascio a te il posto a fianco del finestrino, ti chiedo solo di scattarmi due foto alla banchisa, per il resto del viaggio io sarò lì a fianco.
TAG: volare
16.05 del 10 Novembre 2019 | Commenti (1) 
   
26 Due volte il mondo (non quello che vorrei)
GEN Progetti
Saranno più d’uno i record che andrò ad aggiornare nella mia scorecard di viaggiatore globale con questo nuovo giro del mondo. Il primo, banalmente, è che per la seconda volta tornerò a casa avendo viaggiato sempre verso est e trasvolato tre oceani: un progetto nella mia lista at least once in my lifetime che avevo già centrato sette anni fa e che certo non pensavo avrei avuto occasione di ripetere, non negli stessi termini almeno, né soprattutto così a breve.
E invece, un po' per caso e senza averlo a piano, sono riuscito a tracciare una seconda rotta attorno al pianeta, ancora una volta grazie alle centinaia di migliaia di miglia premio accumulate negli ultimi anni.
Ancora una volta - peraltro - non la rotta dei miei sogni.
Per cui ce ne sarà una terza, prima o poi.

E poi.

Sulla tratta Abu Dhabi-Sydney volerò per la prima volta con l’aereo più grande del mondo, l’Airbus 380 a due piani, e sarà anche il volo senza scalo più lungo della mia vita: oltre quattordici ore, una in più dei miei precedenti sulle rotte per Giappone, Corea, Australia, Sudafrica e Sudamerica.
Mi viene in mente una sera di metà agosto del 2014, all’aeroporto di Johannesburg. Siamo tutti insieme, in attesa del volo di rientro per l’Europa. È un Jumbo 747: quando ero ragazzo era il simbolo dei grandi viaggi intercontinentali, da adulto ho poi avuto occasione di prenderlo diverse volte.
Prima di imbarcarci passiamo davanti alla fila degli A380 Lufthansa, British ed Emirates parcheggiati ai finger e ci chiediamo quando capiterà anche a noi l’opportunità di volare su uno di quegli impressionanti giganti dei cieli.

L'occasione capiterà il prossimo 1° marzo, ma per diverse ragioni sarò da solo. Lo ero anche nel 1998, quando mi imbarcai sul mio primo Jumbo alla volta della Malaysia.
Ripenso a quella sera a Johannesburg e niente: nell'ordine giusto delle cose questo battesimo del volo avrebbe dovuto essere a equipaggio completo e non riesco a scrollarmi di dosso l’inutilità di un secondo giro del mondo da solo, senza chi dovrebbe essere al mio fianco a decollare con me.

Farò il primo scalo e qualche ora di sosta negli Emirati, che ormai va un po' di moda: per me sarà un ritorno, diciotto anni dopo il mio viaggio in penisola arabica.
Mi trovavo ad Abu Dhabi la notte di capodanno del 2000. Prima di partire per il deserto e raggiungere l’oasi di Liwa, comprai il narghilè che ancora oggi arreda un angolo del salone di casa mia e feci una scorta di varie essenze e tabacchi aromatici che negli anni successivi ho poco consumato e che conservo, tutt’ora, non so esattamente dove. Ricordo di averli tirati fuori un paio d’anni fa da qualche scatolone, durante l’ultimo trasloco.
A questo giro non avrò il tempo di mettere il naso fuori dall’aeroporto, né d’altra parte quasi certamente la voglia. Prenderò un caffè, probabilmente americano, e mi attaccherò al WiFi aspettando di imbarcarmi per il balzo più lungo della mia vita.

Quattordici ore e un’altra manciata di fusi orari dopo, tornerò per la seconda volta anche in Australia. La prima fu nel 1999: mi fermai qualche giorno a Sydney, prima di ripartire per il Pacifico e la Nuova Caledonia. Quell’anno poi tornai indietro in modo tradizionale, viaggiando a ritroso verso ovest.
Questa volta invece farò solo un brevissimo stop over, meno di un paio d’ore, al punto che si potrebbe quasi dire che dalla terra dei canguri non passerò affatto. Rischio quasi di non avere il tempo di prendere il volo per Rarotonga, perché non so come e quando fare il check-in prima di arrivare a Sydney. Non viaggio con un biglietto unico e non potrò farlo né a Malpensa, né ad Abu Dhabi. Quando aprirà il check-in per il mio volo per Rarotonga, ventiquattr’ore prima, io sarò per aria da qualche parte in medio oriente.
Questo sarà il primo problema vero da risolvere: se in Australia mi obbligheranno a sdoganare, facendomi perdere tempo prezioso, potrei perdere il volo e mi ritroverei con un "no show" dall’altra parte del mondo, senza un biglietto aereo valido.
E sarebbe assai spiacevole.

Ma in qualche modo ce la farò. E resterà il fatto che per la seconda volta sarò arrivato fino in Australia senza di fatto metterci davvero piede, il che inizia a sembrarmi particolarmente assurdo. Parlandone razionalmente, intendo.
D'altra parte non c’è nulla di razionale in questo viaggio e dunque, sette anni dopo la prima occasione, per la seconda volta attraverserò il Pacifico e la linea del cambiamento di data e per la seconda volta ho sbagliato il conto dei giorni e delle notti nel prenotare e nel fare i calcoli. Ci sono cascato ancora.
Questa volta vivrò due volte il 2 marzo, nel 2011 vissi due volte il 20 aprile. Dopo questo viaggio avrò dunque guadagnato due giorni in più di vita sul calendario. Se fossi uno scrittore dell’ottocento ne verrebbe fuori un bel romanzo.

Alle Isole Cook mi fermerò una settimana, in attesa del primo volo diretto verso la costa occidentale dell’America. Un’intera settimana alle Cook per la verità mi pare una follia nella follia stessa di questo progetto di viaggio, soprattutto perché leggo che sarò lì in piena stagione ciclonica, una prospettiva non particolarmente allettante. È però l’unico modo per risparmiare tempo e denaro ed evitare di dover fare marcia indietro fino in Nuova Zelanda, aggiungendo voli a voli, scali a scali, cambi di fuso orario (e data) a cambi di fuso orario (e data).
Sfrutterò la sosta dividendomi fra Rarotonga e l'atollo di Aitutaki, sperando di non dover fare i conti non tanto con un uragano, che è un evento tutto sommato raro alla latitudine delle Cook, quanto col brutto tempo, che rovinerebbe irrimediabilmente le giornate nel Pacifico e complicherebbe il mio già pessimo rapporto coi voli oceanici.

Per aggirare lo spropositato costo del turismo nei mari del sud, ho approfittato dell'occasione per provare Airbnb e andare così a caccia di soluzioni alternative alla solita ricerca di un hotel su Booking.
Trovare una sistemazione ad Aitutaki non è semplicissimo, ci sono scarse opportunità: l'atollo è piuttosto remoto e piccolo, ma Airbnb è una risorsa incredibile e mi ha aperto orizzonti infiniti anche per tutti i miei futuri progetti - sì, lo so che sono l'ultimo arrivato. Inizio ad essere vecchio perfino per internet e d'altra parte non ho nemmeno un account su Instagram, per dire.
Comunque: ad Aitutaki c'è un po' da adattarsi insomma, a meno naturalmente di non soggiornare in uno dei due o tre resort da sette-ottocento euro a notte, che offrono la colazione inclusa, ma dove il WiFi si paga a parte.
Io sarò ospite di una coppia di medici in pensione che, mi pare di aver capito, sono di origine mista maori e neozelandese, e che vivono in un lodge isolato in mezzo alla foresta. Mi hanno avvisato che la connessione internet dipende dalle condizioni meteo. Non mi è chiarissimo quanto debba preoccuparmi degli ottocentoventicinque euro a notte di differenza rispetto ai bungalow del resort a un chilometro di distanza: di certo le zanzare sono le stesse.
A Rarotonga invece soggiornerò presso Carlo e Roberta, una coppia di italiani trapiantati laggiù. In questo caso la scelta è stata più difficile: su Airbnb c'erano almeno quattro o cinque opportunità interessanti che sulla carta, in base ai miei criteri di ricerca, se la giocavano alla pari. Alla fine ho un po' tirato la monetina e ho pensato che tutto sommato non mi dispiace l'idea di trascorrere una serata a chiacchierare con un paio di connazionali che han piantato tutto per trasferirsi in uno dei luoghi più remoti e sperduti del pianeta.
Comunque vada, prevedo un interessante travel log.

CarloeRoberta

Appena il tempo di essermi ripreso dai tredici fusi orari attraversati - se ho contato giusto - e dovrò nuovamente spostare le lancette avanti di altre due ore: un'altra notte in aereo mi porterà per la quinta volta negli Stati Uniti, la prima sulla costa occidentale. L’appello delle mie occasioni negli States racconta della mia natura di viaggiatore e dei miei viaggi ancor più delle opportunità perdute in Australia.

La prima volta fu nel 1991, una dozzina di giorni a New York e anzi, mi par di non essere nemmeno mai uscito da Manhattan, ché eran tempi che i tassisti nemmeno ti portavano più su della centodecima.
Mi sembrava assurdo andare a New York la prima volta e fermarmi solo due o tre giorni, volevo viverla davvero, impararla. Era la mia prima volta negli States e dovevo prenderne un po’ le misure, pur sapendo bene che non è certo America, New York. Ma se dovevo metter piede oltre oceano, tanto valeva iniziare da lì.
Da allora per me la Grande Mela è rimasta quella del panorama notturno dalle finestre del Windows of the world, in cima alle Torri Gemelle. Mi fa sempre strano pensare che non esiste più.
Alla fine, per diverse ragioni, presi New York assai male e non mi piacque. Tornai a casa e chiusi il capitolo America.

Lo riaprii nel ’96 per lavoro, a Chicago. Colsi l’occasione e ci attaccai una decina di giorni di ferie, che però trascorsi in Canada. Comunque a Chicago mi trovai tutto sommato bene e ne conservo un ricordo piacevole. Mi ripromisi di dare prima o poi una chance all’America, tipo chissà, un giorno coi figli.
La terza volta fu durante il giro del mondo del 2011: cercai in tutti i modi di evitare uno scalo negli Stati Uniti, a ribadire il mio disinteresse per una meta che tutto sommato è sempre lì e tanto prima o poi, ma non riuscii a trovare un volo dalle Hawaii a Vancouver e finii per arrendermi a uno scalo ad Atlanta, per rientrare poi in Europa da Panama. E che vuoi dire di una lunga e noiosa giornata ad Atlanta?
La quarta occasione fu nel 2014: ci andai di proposito e fu la volta di Boston, anche allora a marzo. Oddio, di proposito si fa per dire: fu l’unica destinazione per cui trovai posto con le solite miglia premio.
L'idea in sé alla fin fine non mi dispiaceva, era anche l'occasione per andare a vedere una partita dei Celtics. In realtà mi cautelai comunque verso la mia riluttanza agli Stati Uniti prenotando un volo da Boston alle Bermuda, che comunque erano "lì a due passi".
L’arrivo al Logan fu una delle mie peggiori esperienze di viaggio e contribuì a peggiorare la mia prevenzione verso gli americani, ma alla fine, quando ripartii alla volta dell’Atlantico, lasciai Boston a malincuore: nonostante ci abbia patito il freddo peggiore della mia vita, a tutt'oggi è una delle poche città al mondo, fra le migliaia che ho visitato, dove mi piacerebbe forse provare a vivere.
Peraltro proprio al Logan, sulla via del rientro, mi raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia di papà.
Non mi ha portato bene la mia quarta volta in America.

La quinta sarà questa. Transiterò da Los Angeles, giusto il tempo di cambiare aereo e tanto per aggiungere anche la California alla lunga lista delle occasioni lasciate indietro, per poi volare a Seattle, dove trascorrerò ventiquattr’ore: il solo tempo di fare una foto alla skyline e due passi per downtown, il minimo per respirare per la prima volta l’aria dell’ovest, versante grunge.
Ancora un volta la mia America durerà appena un battito di ciglia all’ombra di qualche grattacielo, nonostante ormai da qualche anno cerchi di farle il filo per un viaggio vero con tutta la famiglia, senza riuscire mai a far quadrare i conti.
Prima o poi accadrà, l’appuntamento è solo rimandato.

A Seattle prenderò un treno, come già feci nel ’96 da Toronto a Chicago, dal Canada agli States: questa volta sarà sulla costa opposta, a ritroso, dagli States al Canada, da Seattle a Vancouver.
A questo giro del mondo riesco dunque finalmente a transitare da Vancouver, dove trascorrerò due notti, che poi significa un solo giorno pieno per piazzare la mia bandierina.
E poi di nuovo scalo negli States, a Minneapolis, per spiccare il balzo finale verso l’Europa.
Ultimo touch and go ad Amsterdam, come nel 2011.

Alla fine non ho ancora fatto il calcolo delle ore che starò per aria e forse non voglio nemmeno saperlo. Mi viene in mente invece che nell’arco di ventiquattr'ore passerò dall'inverno europeo all'estate australe e, una settimana dopo, saranno sufficienti dodici ore per passare di nuovo dagli oltre trenta gradi delle Isole Cook, al rigido inverno boreale della costa pacifica americana. Solo il tasso di umidità sarà lo stesso, per quanto con effetti opposti.
Non sarà facile ragionare sull’unico bagaglio a mano che potrò portare con me: facendo i conti col peso, è fra l'altro probabile che anche in questa occasione rinunci a partire con la reflex e mi affidi solo al telefonino, come già fu a Boston e alle Bermuda, e nei Balcani, e alle Canarie, e in Ucraina e in Moldova, e in almeno un’altra dozzina di occasioni negli ultimi anni.
Deciderò all’ultimo istante, come al solito.

A làtere, questo giro del mondo sarà complementare a quello del 2011: allora attraversai il Pacifico settentrionale e rientrai dall’America meridionale, questa volta attraverserò il Pacifico meridionale e tornerò dall’America settentrionale, incrociando idealmente e perfettamente la rotta precedente.
Mi rimane il sogno nel cassetto di riuscire a fare un giro del mondo al contrario, d’inverno, passando per lo stretto di Bering: lo studio da tempo, ci ho provato anche questa volta, ormai conosco la teoria a memoria, ma metterlo in pratica continua ad essere logisticamente difficile nei tempi sempre molto stretti che ho a disposizione per queste avventure e, soprattutto, richiede risorse economiche impegnative.
Per quanto, trovato il volo per Anchorage, sono stato a un passo dallo schiacciare il tasto di conferma.

Perché sì, ci ho provato ad andare nell’Artico d’inverno. Avevo iniziato a comporre i pezzi del puzzle e informarmi su come affrontare i -50°C potenziali che mi avrebbero atteso a Barrow. Ma poi, al momento di trovarmi un alloggio, mi sono scontrato con il costo improponibile della logistica a quelle latitudini, persino su Airbnb, anche dieci volte quel che è possibile trovare alle Cook, a pari colazione, fuori scarafaggi e zanzare.
Il che è un peccato, perché sebbene sappia per esperienza che le zanzare artiche non hanno nulla da invidiare alle parenti tropicali portatrici di dengue, è pur vero che perlomeno non sopravvivono all'inverno.
Toccherà dunque investire in repellente, che comunque costerà meno di una colazione sulla banchisa.

Comunque.

Le Isole Cook saranno il mio Paese numero 100 secondo la classificazione del CIGV, il 120° in cui metterò piede secondo il ranking del Traveler's Century Club. Quando vent’anni fa o giù di lì doppiai quota cinquanta, raggiungendo così il limite minimo per iscriversi al CIGV, mi chiedevo quando mai sarei arrivato a guadagnarmi il titolo di socio Top 100. Allo stato dell'arte, se fossi ancora iscritto, il 2 marzo 2018 sarebbe la risposta. Il mio secondo 2 marzo 2018, per la precisione.
Il CIGV pone poi il traguardo successivo a quota 150 e naturalmente ho già un piano e un elenco. Fattibili, almeno nella mia testa.

Il dato più interessante l’ho però realizzato oggi e sono rimasto un po' sconcertato, perché ero convinto del contrario: le Cook non sono nella mia lista segreta. Ho dentro Kiribati, Tuamotu, Marchesi, Nauru, Niue e perfino Tokelau (considerando solo le isole del Pacifico, naturalmente), ma non Rarotonga ed Aitutaki.
Vorrei dire che è un errore di compilazione, ma non è così: in realtà mi sono sempre un po' sembrate la destinazione più scontata nel Pacifico, dopo Tahiti. Comunque ormai è andata: per batter eventualmente di nuovo il record d’inculoalmondo toccherà prima o poi spingersi perlomeno fino a Pitcairn.
Non la vedo facilissima.

Ma poi io sono quello dell’Everest e son claustrofobo, mi son sempre stati sul cazzo gli atolli sperduti.

Orizzontintorno torna dunque in pista a inizio marzo. Allacciate le cinture. Non staremo via molto, ma ce ne sarà comunque di che averne abbastanza molto rapidamente.
Soprattutto delle ben recensite bestiacce delle Isole Cook.

RTW2018Plan
RTW 2018: la rotta

P.S. No, non è questo, e non sarebbe stato nemmeno l'Alaska: alla fine quel piccolo progetto che avevo in mente per far fuori le miglia non sono riuscito a metterlo in pista. Ma meglio così: lo faremo in due, presto.
TAG: RTW2018, Cook Islands, cook, america, viaggi
00.53 del 26 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
   
25 Lost (#comingsoon)
GEN Progetti
"Expect a remarkable number of chickens to cross the road. It is hard to understand why they do this, but they do. Dogs, walkers, children, and coconuts provide other obstacles on the roads that keep driving interesting."
[Wikitravel, Rarotonga]

Rarotonga
Rarotonga
Aitutaki
Aitutaki
TAG: rarotonga, aitutaki, cook, rtw2018
11.51 del 25 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
   
11 Milano a piedi
FEB Progetti, Spostamenti, Centodieci, Diario
D’estate l’ora migliore per camminare in centro a Milano è il mattino presto, fra le sette e le otto, non solo per una questione di temperatura accettabile. I bar sono già aperti, in giro c’è poca gente: qualche pedone, qualche ciclista, traffico quasi nullo. L’aria è umida, ma conserva ancora un po’ della rinfrescata notturna. Piazza Duomo è quasi deserta, sebbene il concetto di deserto, in Piazza Duomo, suppongo abbia una connotazione diversa da quella dell’Arizona.

A un certo punto, la scorsa estate, ho iniziato a camminare. Camminare in città intendo, non camminare nel senso propriamente escursionistico del termine. Senza una ragione precisa, o meglio, per tante piccole ragioni, fisiche e psicologiche che messe in fila, semplicemente, senza quasi accorgermene, hanno fatto sì che iniziassi a infilare un passo dietro l’altro.

Lavoravo (lavoro, ancora per poco) vicino a Piazza Duomo. Ogni giorno, ogni maledetto giorno, prendevo l’auto al mattino, mi sparavo la mia ora di coda per fare diciassette chilometri e arrivare al parcheggio di interscambio di Sesto Marelli, prendevo la metropolitana - prima la linea rossa, poi la gialla. Tre cambi di mezzi e un’ora e mezza dopo essere uscito di casa ero infine in ufficio. Tre ore al giorno, a volte due e mezza, a volte quattro. Per un totale di meno di cinquanta chilometri. Un percorso che fuori dell’ora di punta richiederebbe poco più di un’ora fra andare e tornare. Lo so, mi è capitato di verificarlo.
Impiegavo meno quando andavo a lavorare ad Arco di Trento, a duecento chilometri di distanza. Milano è così.

Ma non è di questo che volevo raccontare. Questa al massimo è una delle ragioni per cui a un certo punto il mio equilibrio si è spezzato e sono finito dentro un tubo di plastica a fare una risonanza.

Una sera di inizio estate sono uscito dall’ufficio un po’ presto e ho pensato di fare quattro passi. Così. Solo per liberarmi la mente. Perché odio la metropolitana. Perché sono schiavo - siamo schiavi - dell’auto, dei mezzi pubblici, della tecnologia, dell’aria condizionata, del telefonino, di tutto. Perché non mi muovevo più da mesi e avevo raggiunto livelli di sedentarietà e di girovita pericolosissimi alla mia età. Perché volevo respirare (che già a Milano, d’estate, è una contraddizione nei termini). Perché volevo sentirmi in movimento e pensare, lasciare che i miei pensieri vagassero a caso. Perché volevo del tempo per me, un po’ di tempo che non fosse impegnato in mezzo alla folla della metropolitana, o a guidare nel traffico, o impegnato a casa in mille altre cose.

Così, invece di prendere la linea gialla davanti al portone dell’ufficio, mi sono incamminato verso Piazza Duomo, che in realtà è solo a cinque minuti da lì. Ho goduto delle luci del tramonto che tingono di rosa il Duomo, come un qualunque turista. Ho fotografato il Duomo. E da Piazza Duomo sono risalito lungo corso Vittorio Emanuele fino a San Babila, la fermata successiva lungo la rossa, diciamo altri dieci minuti. Mi guardavo in giro, come vedessi Milano per la prima volta. Come i giapponesi, che in realtà ormai sono cinesi.
Quanto tempo che non camminavo per Milano.

Vivo a Milano - o nei dintorni - da cinquant’anni, considero Piazza Duomo forse la più bella piazza del mondo. Il mondo l’ho girato parecchio e ho pure un Progetto 110 che avanza da anni, e quasi non conosco la mia città. Soprattutto non conosco come è cambiata in questi ultimi anni. Sono un alieno.
Ho praticamente lavorato sempre in trasferta: conosco quasi meglio Roma, Copenhagen e Varsavia di Milano, per dire.

Da San Babila, perso nei miei pensieri - forse avevo le cuffiette, non ricordo - ho proseguito per Palestro, continuando a seguire il percorso della linea rossa. Da Palestro a Porta Venezia è un attimo, saranno altri dieci minuti, forse.
Quarantacinque minuti dopo essere uscito dall’ufficio ero a Piazzale Loreto. Mi sembrava una cosa così fuori dell’ordinario che feci un post autocelebrativo sul mio socialino di riferimento.
Invece, diciamolo: è una cazzata. Camminare per quarantacinque minuti, intendo. Ne faccio di più, senza rendermene conto, ogni volta che vado a fare la spesa.
E però, per qualche strana ragione, le distanze in città ci sembrano incolmabili a piedi. A Milano pensi di andare a piedi da Piazza Duomo a Loreto e ti sembra una cosa assurda, o almeno, senza ragionarci a me lo è sempre sembrato. Sono poco più di tre chilometri, poco meno di cinquemila passi, quaranta minuti con una giacca in spalla, lo zaino col computer sull’altra spalla, le scarpe da ufficio e camminando con gli occhi per aria a guardarsi attorno.

Ho fatto mente locale. Da quel pomeriggio, complice la bella stagione e poco da lavorare, ho iniziato a uscire un po’ prima dall’ufficio e andare tutti i giorni a piedi fino a Loreto. Ha iniziato a farmi bene e in breve mi è diventato indispensabile farlo. Soffrivo le giornate in cui per un motivo o per l’altro non avevo il tempo.
Poi mi hanno detto che l’ideale è fare diecimila passi al giorno e mi sono reso conto che fra i pochi che facevo al mattino, quel che mettevo insieme in pausa pranzo e le camminate fino a Piazza Loreto, facevano circa ottomila. Dovevo racimolare un paio di migliaia di passi in più, che sembran pochi - e lo sono - ma ci vuole altro tempo, tipo una mezz’ora in più.

Perché poi il problema del camminare è il tempo. Se camminando vuoi ottenere lo stesso risultato, in termini di salute, che avresti correndo, be’, tocca moltiplicare per tre. Invece di correre un’ora devi camminarne tre di buon passo. E hai voglia a trovare tutti i giorni, o anche solo tre volte alla settimana, tre ore per camminare. È tutta un’altra storia. Soprattutto quando volente o nolente ne passi già altre tre bloccato nel traffico. Fan sei ore al giorno.
Puoi però lavorare sulle abitudini consolidate a cui non fai caso. Tipo, non importa se parcheggi l’auto a un chilometro di distanza. Invece che perdere venti minuti per cercare un parcheggio vicino, lasciala a un chilometro e cammina venti minuti. Ad esempio.

Così nulla, ho iniziato ad andare a caccia di duemila passi in più. In realtà bastava scendere dalla metro al mattino a San Babila invece che in Duomo e far due passi in più a pranzo.
Poi però è arrivata la noia del far sempre lo stesso percorso tutti i giorni e così ho iniziato a variare: nuove strade per andare a Loreto la sera, nuovi posti dove andare a pranzo. Spingersi da Piazza Duomo fino al Castello Sforzesco è stato un attimo e da lì attraversare il Castello, il Parco Sempione, arrivare all’Arco della Pace.
Certo andare da Piazza Velasca (dove è il mio ufficio) all’Arco della Pace e tornare indietro alla fine richiede un’ora. O salti pranzo, o devi aver poco da lavorare, senza contare che camminare per Milano in camicia e pantaloni di fresco lana, a luglio, con trenta e oltre gradi, non è esattamente il massimo, per cui poi rientri in ufficio con la camicia fradicia.
La sera, sulla via del ritorno, complice la luce tarda e la vita che anima Milano in estate, ho iniziato a passare per i giardini di Via Palestro, poi ad allargare il giro per Montenapoleone e Via della Spiga, confondendomi coi turisti nel triangolo della moda, fermandomi a guardare le vetrine. Quanto è turistica e piena di turisti Milano. Per certe vie si sentono solo lingue straniere.

Risalire Buenos Aires al crepuscolo era via via diventato una specie di terapia: mi fermavo da Viel, mi facevo una centrifuga media con arancia, carote e zenzero (- Quanto zenzero? - Medio, grazie.) (e quanto accidenti costano le centrifughe da Viel, e quanto sono buone), poi una sosta a Lima da Luigi, il mio focacciaro genovese di fiducia da oltre vent’anni, per fare la scorta della settimana: un chilo e due di focaccia normale, un po’ di farinata, un pezzo al formaggio e magari anche uno con le cipolle. Luigi mi offre sempre un pezzo di focaccia in omaggio e chiacchieriamo un po’, gli racconto della mia nuova mania del camminare.

Altri percorsi. Mi è sempre piaciuto molto attraversare la Galleria e risalire Via Manzoni. Da lì puoi piegare per Brera all’ora di pranzo, o raggiungere Piazza della Repubblica la sera, proseguire per la Stazione Centrale e rientrare a Loreto da Viale Brianza.
Ho iniziato ad accumulare migliaia di passi. Ogni sera arrivavo a Loreto sempre più sudato e con dodici, quindici, diciottomila passi nel sacco. Chilometri. E sempre più pezzi di Milano che mi appartenevano. Perché quando cammini a lungo per una città, piano piano quella città inizia ad appartenerti davvero. Esci dalle strade principali, ti infili nelle traverse, nei vicoli, scopri angoli, negozi, ristoranti, locali.
All’improvviso non ho più visto ragione di utilizzare né l’auto, né alcun mezzo pubblico. Milano è tutta a portata di passi, qualunque cosa è raggiungibile a piedi.

Un pomeriggio sono arrivato a Loreto ed ero ancora fresco, avevo voglia di continuare a camminare. Mi sono avviato lungo Viale Monza, sempre seguendo la metro.
Pasteur. Rovereto. Turro. Gorla. Sfilavo a piedi via via le fermate della metro. Quante migliaia di volte, in decine di anni, ho fatto questa strada sotto terra, o percorrendola in auto con la speranza di parcheggiare in qualche modo in centro a Milano.
Precotto. Villa San Giovanni.
Un’ora e mezza dopo essere uscito dall’ufficio ero a Sesto Marelli, al parcheggio di interscambio dove avevo lasciato l’auto al mattino. Avevo oltrepassato il cartello “Milano”. Mi sono fermato a un bar gestito da cinesi, ho comprato una bottiglia di minerale. Ero fradicio e con le gambe indolenzite. Mi sembrava una cosa incredibile: ero andato a piedi dal centro di Milano fino a Sesto San Giovanni e non era stato nemmeno così infinito, anzi, all’improvviso mi pareva una cosa normale, da farsi spesso. In fondo sono solo sette chilometri e mezzo.
Così l’ho rifatto, un paio di volte. Però è noioso, diciamocelo. Risalire Viale Monza a piedi, farsi la periferia nord di Milano fra officine, case popolari, bar usciti dai film polizieschi anni ’70, sottopassaggi ferroviari, parcheggi: non è così motivante.

Così ho allargato i miei orizzonti altrove. Ho studiato la guida turistica di Milano. Un giorno ho girato verso Cadorna. Un altro sono andato a visitare la basilica di Sant’Ambrogio: forse era da quando ero alle scuole elementari che non ci andavo. Sono sceso nella cripta per vedere le reliquie del Santo, che non ricordavo di avere mai visto. Hai presente abitare a Milano e non aver mai visto Sant’Ambrogio?
Ho percorso a piedi tutta la circonvallazione, sono andato al Parco delle Basiliche, ho raggiunto San Lorenzo e le Colonne, e poi da lì sono rientrato verso Porta Venezia lungo i viali esterni.
Un giorno sono andato a Sant’Eustorgio e da lì ho poi proseguito per la Darsena, che ancora non avevo visto nella nuova veste, e mi sono incamminato a piedi lungo i navigli, che fino a quel momento probabilmente nella mia vita avevo sempre frequentato solo e inesorabilmente di sera.
Sono belli i navigli in un pomeriggio di sole, con poca gente a passeggio. Non sapevo nemmeno che erano stati trasformati in isola pedonale.

Hai presente quanti chilometri si possono fare a piedi per Milano quasi senza rendersene conto? Ad esempio, un giorno, ho fatto questo giro, credo siano una decina di chilometri:

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Mi ha preso il pallino delle chiese di Milano. Ho fatto il censimento e ho iniziato a batterle una per una. Milano è costellata di basiliche.
A Sant’Eustorgio c’è il sarcofago che si dice custodisca i resti dei Re Magi e un interessante cimitero paleocristiano. Gli interni di San Maurizio al Monastero Maggiore sono interamente rivestiti di straordinari affreschi policromi. Sono entrato a San Babila: cinquant’anni a Milano e non c’ero mai stato. Siete mai entrati a San Babila?
E a San Carlo in Corso, che è quella chiesa in Corso Vittorio Emanuele, a destra andando verso il Duomo? E a San Bernadino alle ossa, che ha una cappella interamente tappezzata di teschi e ossa delle vittime della peste? E gli archi neogotici e i bellissimi affreschi colorati di Sant’Eufemia? E la meravigliosa finta abside prospettica del Bramante a Santa Maria presso Satiro, progettata così perché non c’era lo spazio, fra i palazzi, per costruire un’abside vera? Una struttura in mattoni e legno, terracotta e stucco dipinto, che simula tre campate identiche a quelle della navata centrale, in uno spazio di soli novantasette centimetri. Spettacolare.

Ho scoperto che esiste il Cammin breve delle Sette Chiese di Milano: Santa Maria presso Satiro, San Sebastiano, Sant’Alessandro, San Giorgio al Palazzo, San Lorenzo Maggiore, Santa Maria della Vittoria e Sant’Eustorgio: ovviamente le ho visitate tutte. Santa Maria della Vittoria è oggi il luogo di culto della comunità ortodossa rumena di Milano: mi sono affacciato e ho assistito a un rito ortodosso.

Ho anche scoperto che Milano, oltre a quello famoso in Piazza Meda, ha ospitato un altro disco di Arnaldo Pomodoro nel cortile interno del Poldi Pezzoli, in Via Manzoni. Lo fotografai qualche anno fa per caso e lipperlì non mi resi conto che non era quello esposto in Piazza Meda. Non so se fosse un’installazione temporanea o sia ancora lì.

Così ho viaggiato a Milano. L’ho fotografata quasi tutta. Mi mancano ancora alcune cose imperdonabili, lo so: il Cenacolo innanzitutto e me ne vergogno un po’; la Pietà Rondanini, una visita alla Pinacoteca di Brera. Ho tempo, un po’ alla volta.

Ho imparato che posso fare chilometri e chilometri a piedi. La scorsa estate ho addirittura iniziato ad andare in giro per la mia Brianza. Ho rispolverato il mio abbigliamento da runner per l’occasione, ché per le grandi imprese serve essere comodi e leggeri.
Un pomeriggio, uscendo di casa, mi sono avviato verso Montevecchia, poi mi sono un po’ perso per i paesi, alla fine ho raggiunto Casatenovo e sono tornato indietro dalla provinciale. Sono risalito un paio d’altre volte fino a Casatenovo, che è già provincia di Lecco. E pensare che in auto mi è sempre sembrato un viaggio.
Quando racconto in giro che sono andato da Arcore a Casatenovo e ritorno a piedi mi chiedono perché con aria smarrita.

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A piedi si può andare dappertutto. Ho perso quattro chili in due mesi di camminate. Inevitabilmente ho iniziato a fare progetti ambiziosi.

Voglio tornare in cima alla mia Grigna, partendo a piedi direttamente da casa. Ho studiato il percorso, posso farlo in tre tappe. È un viaggio d’altri tempi: mi carico lo zaino in spalla, il sacco a pelo e mi avvio verso Lecco e la Valsassina; la seconda notte potrei dormire in qualche B&B vicino al colle di Balisio e il terzo giorno pranzare in vetta.
Lo scorso agosto, durante il giretto per il Progetto 110 in riviera adriatica, ho immaginato di poter fare una settimana, dieci giorni di vacanza, viaggiando a piedi dal delta del Po fino al Conero, lungo la linea costiera. Non è difficile.
Si può sognare e fare progetti molto rapidamente camminando.

Milano la sto via via archiviando qui, un po’ alla volta.
Oltre, mi sto inventando una nuova vita. L’ennesima.
Devo solo sistemare qualche problema meccanico, ma tutto è fattibile.

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Arco della Pace, Milano
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San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano
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Piazza Meda, Milano
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Corso Matteotti, Milano
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Via della Spiga, Milano
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Darsena, Milano
TAG: Milano, camminare
01.26 del 11 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
   
29 Pause and rewind
MAG Spostamenti, Progetti
Con la pubblicazione del filmato girato in Islanda ho infine completato il caricamento della scheda completa di viaggio e archiviato in via definitiva su Orizzontintorno questa straordinaria esperienza.

Per un po', adesso, niente in programma: una rapida puntata a Londra verso fine giugno per il concerto di addio degli Who ad Hyde Park, in occasione del loro cinquantesimo anniversario, poi un'estate quasi sicuramente divisa fra il ritorno nel nostro eremo in Valnontey dopo due anni di assenza e il consueto buen retiro elbano, questa volta per almeno un paio di settimane filate. Le disavventure automobilistiche islandesi (e non solo) hanno un po' minato il budget che era stato stanziato per il classico viaggio estivo e dunque abbiamo ripiegato su tranquillità e serenità nei nostri rifugi più intimi.

Questo non vuol dire che in pentola non stia cucinando nulla, anzi. Solo, sto prendendo un po' di tempo. E approfittandone per riprendere un po' il Centodieci, che da un annetto in qua sta un po' latitando.


TAG: islanda
18.38 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
   
24 New entry
SET Progetti
Di nuovo al lavoro.

LPAO
TAG: progetti, africa
14.20 del 24 Settembre 2014 | Commenti (0) 
   
18 Lamerica
NOV Progetti
E all'improvviso svegliarsi con tutta questa voglia dentro de Lamerica.
Che forse, dopo tutti questi anni altrove, è arrivato davvero il momento.
TAG: progetti
10.24 del 18 Novembre 2013 | Commenti (0) 
   
18 L'importante è crederci
SET Progetti, Diario
Comunque il progetto la cui fattibilità sto studiando è il più assurdo che la mia dimensione zingara abbia mai partorito.
Non credo che andrà mai in porto ma, se fosse, ci sarà da divertirsi qua dentro. Sappiatelo.
11.48 del 18 Settembre 2012 | Commenti (0) 
   


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