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12 Iceland/7: Tröllaskagi, Vatnsnes, Reykjanes [9 e 10 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
È una notte a parecchi gradi sotto zero, sicuramente più fredda dei -7°C che registrerò alle nove del mattino seguente, col sole. È una lunga notte, una notte di neve e vento, neve che mi si attacca alla giacca a vento e che mi ricopre completamente. Stringo il cappuccio, armeggio al buio con la lampada frontale, cercando di ripararmi dal freddo e di sistemare il cavalletto in modo che la macchina fotografica non cada e non si bagni.

Le previsioni per l'aurora danno un eccezionale (per la stagione) grado 5, centrato proprio in prossimità della costa islandese, ma dopo una giornata insolitamente calda e soleggiata, con temperature che sono arrivate fino a 13°C, una giornata interamente spesa in una lunghissima tappa di oltre quattrocento chilometri, questa notte il meteo è cambiato all'improvviso e una perturbazione sta attraversando il cielo, spinta da un forte vento che arriva dalla Groenlandia.
Le nuvole vanno e vengono rapidissime. Raffiche di neve si alternano a squarci di cielo limpidissimo e stellato, e fra l'una e le due riesco ad approfittare delle brevi aperture per catturare qualche preziosa immagine di un'aurora che purtroppo, con condizioni atmosferiche diverse, sarebbe altrimenti meravigliosa.
Poi rientro al caldo confortevole della nostra camera, mi scrollo la neve di dosso, asciugo la macchina fotografica e cerco di approfittare delle poche ore di sonno che mi rimangono davanti. Domani sarà un'altra lunga tappa, l'ultima. Dovremo pure fermarci a Reykjavík per restituire il fuoristrada danneggiato e prenderne uno in sostituzione per percorrere gli ultimi chilometri attraverso la penisola Reykjanes, fino a Keflavik.

Il Hraunsnef Country Hotel è una fattoria ai piedi di un rilievo montuoso sulla strada per Borgarnes, dispersa in mezzo al nulla, ristrutturata ad albergo e ristorante. È un luogo incantevole, isolato dal mondo, immerso nella pace e nel silenzio. Ci sono alcuni animali, un cane, alcune piccole vasche di acqua termale all'aperto, in mezzo alla neve, chiuse da un coperchio di legno per conservare il calore.
Sollevo il coperchio e saggio l'acqua con la mano. È calda, ma non bollente, piacevole. Sono un po' perplesso: il cielo è color piombo e sta cadendo qualche fiocco di neve, ma infine mi decido: vado in camera, afferro un accappatoio e mi fiondo dentro a una delle vasche, attraversando di corsa sotto la nevicata, nudo, i pochi metri che mi separano dall'acqua. Una volta dentro non uscirei mai più.

La luce, ecco. Le luci sono forse la cosa più straordinaria di questo viaggio. Sono condizioni sempre estreme per la fotografia: il riverbero accecante della neve contro la lava nera, il cielo grigio piombo che si fonde col ghiaccio, la fosforescenza dell'aurora boreale nel buio profondo.
Ho scattato milioni di fotografie senza mai sapere bene se fidarmi dei parametri della macchina o tirare a indovinare. Perlopiù ho scattato improvvisando, sottoesponendo e in controsole. Non ho con me il portatile e non riesco a travasare le foto sull'iPad, così non ho modo di controllare i risultati. Tocca affidarsi all'esperienza e incrociare le dita.

Domani è previsto l'arrivo di una nuova tempesta assai violenta. Dovremmo solo sfiorarla.
Non so come tornerò a casa. Nel senso, la testa. Non voglio tornare a casa. Non vogliamo tornare a casa.
Keflavik non mi piace.

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Penisola Tröllaskagi
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Penisola Vatnsnes
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Verso Borgarnes
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Hraunsnef Country Hotel
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Kleifarvatn, Reykjanes
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Il ponte sulla faglia che divide Europa e America
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Hafnir, Reykjanes
TAG: islanda, trollaskagi, vatnsnes, Reykjanes
23.18 del 12 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
09 Iceland/6: shots from Krafla [8 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
Al Krafla siamo soli. Il vento è ancora intenso sebbene sia un po' calato, la temperatura è molto rigida, siamo sempre sotto zero.
Quassù, sull'orlo della caldera attiva, dispersi in mezzo a una pianura infinita di ghiaccio e lava disseminata di coni vulcanici che sbuffano ed emettono gorgoglii sordi, e pozze di fango ribollente che si aprono in mezzo alla neve, quassù sembra di essere su un altro corpo celeste.
Sulla Luna, dove la lava è nera. Su Marte, dove la terra e le rocce sono color ruggine. All'inferno, se preferisci.
Oppure potresti essere in mezzo all'Antartide, o in Groenlandia, anche.

Quassù l'isolamento è così totale e primitivo che l'unica cosa a cui riesco a pensare è che vorrei avere il mio zaino, i ramponi, la tenda, gli sci, e partire. Allontanarmi verso una direzione a caso.
Invece risaliamo sul fuoristrada, che nonostante i danni della tempesta di ieri e la spia gialla misteriosa ancora sta in marcia, lo tiriamo fuori dal deserto di neve nel quale lo avevamo abbandonato per salire a piedi fino al bordo del cratere, e ripartiamo. Abbiamo davanti meno di duecento chilometri oggi, come al solito tutti spettacolari.

Fermandoci a scattare fotografie ad ogni metro, e dopo una dovuta sosta alle cascate di Goðafoss, alle cinque del pomeriggio raggiungiamo infine Akureyri, la seconda città dell'Islanda. Un villaggio di diciassettemila abitanti appoggiato in fondo a un fiordo sulla costa settentrionale.

Alla reception dell'hotel lavora una ragazza italiana, arrivata qui da pochi mesi. Ci racconta che la comunità italiana di Akureyri conta ben sei persone: troppe, aggiunge lapidaria. Dice che a Reykjavík c'è troppo casino, ci sono sempre turisti e trovi tutto facilmente. E poi, due voli e sei in Italia. Da qui, se hai bisogno di rientrare rapidamente, devi metterne in conto almeno uno in più.
Da quando sono qui, lei e il suo ragazzo (un altro dei sei italiani), hanno visto l'aurora una volta sola. Chiacchierando, si intuisce che non gliene frega nulla. Sono solo in fuga, un po' a caso, pare.

Trascorriamo una piacevole serata in un ristorante di Akureyri. Cade qualche fiocco di neve. Mi trasferirei ad Akureyri? Soprattutto, mi trasferirei ad Akureyri invece che a Reykjavík?
Sì, credo di sì. Credo di capire.

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Il cratere ghiacciato del Viti, area del Krafla
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Hverir
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Goðafoss
TAG: islanda, krafla, hverir
21.05 del 09 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
06 Iceland/5: And the wind cries [7 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
Accade tutto in un attimo. Siamo appena riusciti ad arrivare a Dettifoss. Apro la portiera per scendere in questo deserto di ghiaccio e lava: una raffica improvvisa, violentissima, me la strappa di mano e la scardina letteralmente con uno scricchiolio sinistro che non dimenticherò più, piegando irrimediabilmente le cerniere e la carrozzeria.
Un disastro che può avere conseguenze gravissime: la portiera è andata e non c'è più modo di richiuderla.

La tempesta di vento sta spazzando da ore l'altopiano vulcanico ghiacciato, questa mattina l'ufficio meteorologico islandese ha emesso un gale warning. È quasi l'ora di pranzo, siamo a cinquanta chilometri dal centro abitato più vicino, su una deviazione secondaria interrotta per neve, a ventiquattro chilometri dalla strada principale. In tutto fino ad ora abbiamo incontrato forse dieci auto. La temperatura sta attorno ai -3°C, ai quali va aggiunto il raffreddamento dovuto al vento. Non abbiamo nulla, nemmeno acqua, ché questa mattina non siamo riusciti a fare la spesa.
Potremmo provare a telefonare al soccorso islandese, ma è tutto da vedere che quaggiù il cellulare riesca a tenere la linea e comunque dobbiamo riuscire a spiegargli dove siamo e aspettare, chissà quanto, in mezzo a questo inferno di vento, neve e gelo.
L'unica è affidarsi a qualche altro turista fra quei pochi che raggiungono questo posto in culo al mondo in questa stagione. Ma dell'auto, nel caso, che ne facciamo?

La portiera che non si chiude è un problema doppio: oltre alla semplice impossibilità di guidare in queste condizioni, se non riusciamo a bloccarla il vento può strapparla del tutto e rischia di ribaltare l'auto con la sola pressione esercitata all'interno. Dovremmo aprire tutti i finestrini per favorire il deflusso.

Nei pochi minuti che seguono mi passano davanti tutti gli scenari peggiori: non sappiamo come andarcene di qua, né a questo punto, come rientrare a Réykjavik, che è almeno ad ottocento chilometri di distanza di strade perlopiù deserte, attraverso il vuoto spinto per decine e decine di chilometri; in giro non c'è quasi anima viva e in stagione invernale i mezzi pubblici sono pochi e infrequenti; dobbiamo comunque raggiungerli, eventualmente, dei mezzi pubblici: come?
Le condizioni climatiche sono tutt'altro che favorevoli e lungo la nostra rotta in peggioramento, il che, nel caso tutto questo non bastasse, complica dannatamente le cose; sabato all'alba abbiamo il volo di rientro e dobbiamo prenderlo assolutamente; il nostro noleggiatore ha uffici solo nella capitale: anche potesse venirci a prendere in qualche modo, siamo comunque a due giorni di distanza; la situazione, al momento e a parte tutto, è estremamente pericolosa; in ogni caso, vacanza finita qui e, comunque ne usciamo, ci costerà una fortuna, non fosse altro perché questo danno è esattamente l'unico dal quale in Islanda non è possibile cautelarsi con un'assicurazione, proprio perché è purtroppo frequente.
Ci avevano avvertiti: erano giorni che facevamo attenzione, oggi in particolare, in mezzo alla tempesta, ogni volta che scendevamo dall'auto con il vento che spingeva sulle portiere con la forza di un bulldozer.

Studiamo la situazione cercando di mantenere la calma. Devo rimanere seduto al posto di guida, trattenendo la portiera con forza perché il vento non la spalanchi nuovamente spezzando definitivamente le cerniere, ma è una fatica improba e non resisterò a lungo.
Non abbiamo un solo pezzo di corda. Mi sfilo con una mano la cintura dai pantaloni, provo a passarla nella maniglia interna della portiera, ma non ho alcun punto di aggancio a cui arrivare all'interno dell'auto. Allora abbasso il finestrino di un centimetro, la passo attorno alla cornice e la ripasso nella maniglia interna attaccata al tetto dal mio lato, tirando il più possibile per cercare di non fare entrare aria.
Proviamo dunque a muoverci in questo modo per uscire fuori almeno dai guai più immediati.
Guido piano con il solo braccio destro, tenendo salda la portiera con la mano sinistra, ma dopo un paio di chilometri devo fermarmi. Raffiche di blizzard sempre più violente stanno spazzando la strada. Abbiamo il vento al traverso che entra di lato forzando la portiera verso l'esterno, il mio braccio non ce la fa più e la cintura da sola non reggerà a lungo, senza contare che tenere l'auto in strada con questa tempesta non è facile nemmeno tenendo il volante con entrambe le mani.

Siamo soli, davvero soli ora. Non c'è un'anima all'orizzonte. Io non riesco quasi più a trattenere la portiera. Inizio ad avere un po' paura, perché non c'è nulla che possa fare tranne rimanere aggrappato alla portiera sperando che il vento di lato, sempre più forte, non ci ribalti.
Lorenza scavalca i sedili e riesce ad accedere alle valigie dall'interno dell'auto. Tira fuori una calzamaglia, la leghiamo al mio poggiatesta e alla maniglia interna della portiera. Il secondo ancoraggio tiene bene e ripartiamo, io sempre aggrappato alla portiera con una mano.
Dopo venti chilometri rientriamo sulla strada principale e guido finalmente controvento, alleggerendo completamente la pressione sulla portiera e sul mio braccio destro ormai crampizzato. Dopo altri venti chilometri, un villaggio, un'officina.
Il meccanico chiama il noleggiatore a Reykjavík, si parlano, poi armeggia un po' con due attrezzi e qualche rondella, e infine ci sigilla la portiera. Non potremo più riaprirla, ma salviamo il resto del viaggio.

Nel pomeriggio, sulla strada da Husavík al Mývatn, ad altri cinquanta chilometri di nulla dalla nostra destinazione, si accende una spia del motore. È una spia generica, potrebbe essere qualunque cosa, da un semplice problema di miscelazione aria-benzina a qualcosa di più serio. Non abbiamo alcuna alternativa che proseguire e incrociare le dita. Non incontriamo anima viva e guido tutti i chilometri successivi prendendo mentalmente nota dei chilometri che ci separano da ogni segno di civiltà che incrociamo, che sia una fattoria, un palo della luce, una qualunque installazione, anche se perlopiù sembra tutto disabitato.
In officina, la sera, non sono molto rasserenanti, ma nemmeno pessimisti. Non c'è modo di diagnosticare quale sia davvero il problema, ma a parte i consumi molto irregolari la macchina sembra continuare ad andare. Decidiamo almeno per domani di provare a proseguire per Akureyri, la seconda città dell'Islanda: non abbiamo molte alternative, il chilometraggio previsto non è eccessivo e attraversa zone abbastanza abitate, e nel caso perlomeno là troveremo un aiuto.

È stata una giornata difficile e avventurosa. Abbiamo rischiato molto. Anche stasera siamo ai confini del mondo, dopo oltre trecento chilometri di meraviglia assoluta, di tempesta, di natura estrema, di vento, ghiaccio, lava.
Dormiamo a Reykjahlíð, Islanda settentrionale, sulle rive del Mývatn ancora ghiacciato, oltre milleduecento chilometri alle spalle da Reykjavík.
Durante la notte nevica forte. Niente aurora questa volta.
Siamo stanchi, ma carichi di adrenalina e felici. Ce la siamo cavata anche oggi.

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Sugli altipiani settentrionali, verso Dettifoss
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Mývatn
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Husavík
TAG: islanda, dettifoss, myvatn
00.25 del 06 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
02 Iceland/4: con gli occhi al cielo e al mare e alla terra [6 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
L'aurora sono gli alieni che arrivano. Inizia con una perturbazione nel buio, una distorsione del nero, qualcosa che non quadra mentre, avvolto nel piumino, sto fissando il cielo stellato, col cappuccio stretto attorno alla testa, lo sguardo fisso all’insù, sebbene non sappia nemmeno cosa e dove guardare esattamente. Come una specie di onda nell'oscurità, una flessione spazio-temporale che piega impercettibilmente la luce delle stelle; un'anomalia che, lipperlì, attribuisco all'autosuggestione, o alla stanchezza, al freddo, alla notte polare.
Poi, un flebilissimo raggio verde si accende dal nulla: inizialmente pallidissimo, appena appena osservabile con molta attenzione, tale che ancora mi chiedo se sia solo un'allucinazione, il frutto della mia immaginazione che sta cercando di costruirsi una propria figura di un fenomeno che i miei occhi non hanno mai visto.
E infine luce. Onde di luce improvvisa che attraversano tutta la volta celeste sopra di me. Luce inspiegabile, irragionevole, che illumina il buio con colori fosforescenti, verdi, viola, azzurri. Onde che appaiono e scompaiono, si confondono, si mescolano. Sembra una magia e probabilmente lo è.
Il tempo di realizzare che è vera, che la sto osservando davvero, di dimenticare all'improvviso il freddo, sistemare il cavalletto, accendere la lampada frontale e controllare i parametri della macchina fotografica, ruotarla verso l'aurora, e già il tunnel nel cosmo si sta richiudendo, il cielo si spegne e ritorna nero come l'inchiostro, bucato solo dalle stelle.
Rimango così, un po' attonito, con lo sguardo che riprova a penetrare il buio. E ora? Tornerà? Nello stesso punto? Fra quanto? Per quanto?

Siamo i primi a svegliarci alla guesthouse di Seljavellir, benché questa mattina decidiamo di prendercela con calma. Partenza più lenta del solito: in teoria davanti abbiamo solo una tappa di trasferimento, trecento chilometri di fiordi selvaggi e qualche isolato minuscolo villaggio dove forse rimediare almeno un hot dog e una birra per pranzo.
Ci muoviamo verso le dieci, è una giornata di sole pieno, inizialmente ventosissima mentre ci aggiriamo per il porticciolo di Höfn per scattare due foto da lontano alla calotta del Vatnajökull, prima di partire davvero. Poi anche il vento scompare e la temperatura sale fino a 13°C, regalandoci una giornata straordinaria per tutta la tappa. Stasera l’aurora è prevista con grado 3: potrebbe essere la nostra prima occasione.

Renne, cigni, cavalli, tanti cavalli ovunque. Incrociamo pochissime auto, perlopiù gente con gli sci sul tetto. A tratti, strada sterrata. Ogni fiordo una meraviglia differente da quello che lo ha preceduto; dietro ogni curva, in cima a un capo, un tratto di costa oceanica da togliere il fiato.
Pranzo a Djúpivogur, cena nell'unico posto aperto di Egilsstaðir: il fast food di una stazione di servizio.
Un tramonto da urlo. E infine la nostra prima aurora.
Che altro?

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Seljavellir Guesthouse, presso Höfn
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L'aurora boreale a Egilsstaðir
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Lungo la strada che collega Vik a Höfn e a Egilsstaðir
TAG: islanda, höfn, Egilsstaðir
17.22 del 02 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
26 Iceland/3: The rime of the ancient mariner [5 aprile]
APR Travel Log: Islanda
The ice was here / The ice was there / The ice was all around:
It cracked and growled, and roared and howled / Like noises in a swound!


Cose che mi vengono in mente, per confronto: il Perito Moreno in Patagonia, lo Stretto di Magellano, i leoni di mare e le foche del Canale Beagle, e il Cerro Torre, nell'inverno australe; la Terra di Alberto I alle Svalbard; il deserto infinito di lava del Pitón de la Fournaise a la Reunion; poi, certo, anche le distese infinite di lava delle Canarie e delle Hawaii, e degli Altai mongoli, l'inverno in Tasmania, le icefall sul versante tibetano dell'Everest, alcuni scorci delle Farøe, le colonie di foche della Skeleton Coast e delle Orcadi.
Immagini uniche e indimenticabili che ho strappato in giro per il mondo nella mia ormai lunga carriera di zingaro.

Qui c'è tutto questo. Ci sono l'inverno sul finire, l'Artico, l'oceano, il deserto, le pianure infinite di lava nera, la calotta glaciale immensa, gli iceberg, la geologia in costante movimento, le foche e le balene, l'isola, l'isolamento, il vuoto.
Il silenzio e il buio assoluti che ci sono questa notte, oltre seicentoventi chilometri di Islanda alle spalle da Reykjavík, naufragati in questa guesthouse prefabbricata sperduta nel nulla, tirata su per caso da un giovane islandese intraprendente in mezzo al mare di lava che circonda il Vatnajökull: un solo piano, camera con pavimento di pietra lavica nera e una parete interamente a vetro che dà direttamente accesso alla pianura circostante, senza soluzione di continuità, per cui il dentro e il fuori sono la stessa cosa.
Fuori piove, o per meglio dire sono nuvole di umidità marina che avvolgono e infradiciano l'aria tutta, ma oggi il clima ha retto e ha retto bene, senza pioggia, con nuvole alte, ampie schiarite e sole a tratti, avvolgendo i panorami di una luce sempre perfetta, livida quando doveva essere livida, scintillante quando doveva essere scintillante, crepuscolare quando doveva essere crepuscolare.

Così distanti da Reykjavík non c'è quasi più nessuno. Islanda per noi e pochi altri, a tratti in totale solitudine e silenzio. Freddo quasi no, abbiamo toccato i 9°C, non c'è stato vento, mi è capitato di sudare nel goretex e star solo in maglione.
Abbiamo camminato tanto.
Fotografie, milioni.
Ho raccolto pezzi di Islanda per la mia collezione di pezzi di mondo e sabbia nera di lava per la mia collezione di sabbie di ognidove.
Partiti alle 9:30, arrivati verso le 18:30. Siamo a pochi chilometri da Höfn. Nel nulla.
Nel silenzio più assoluto.
Praticamente da soli.
Domani altri trecento chilometri lungo la costa, risalendo verso nord-est.
Io sono a casa.

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Reynisdrangar
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Reynisfjara
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Dyrhólaey
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Hvannadalshnùkur, la montagna più alta d'Islanda
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Jökulsárlón
TAG: Islanda, Skaftafellsjökull, Jökulsárlón, Reynisdrangar, Reynisfjara
21.06 del 26 Aprile 2015 | Commenti (0) 
 
19 Iceland/2: on our way to Vík [4 aprile]
APR Travel Log: Islanda
Sveglia presto, alle nove siamo già in viaggio. La tappa è lunga, trecentoventi chilometri, che percorriamo quasi tutti con pioggia e vento a tratti molto forte. Non fa molto freddo, la temperatura è stazionaria fra i 4ºC e i 6ºC, ma il tempo oggi è davvero inclemente, decisamente peggio di quanto mi aspettassi, con nuvole bassissime, quasi ad altezza suolo, e orizzonte irrimediabilmente compromesso.
Che poi, che dire: pensi che sei in Islanda ed è esattamente il luogo in cui ti senti di essere.
Ad ogni sosta ci infradiciamo. La giacca da alpinismo tiene anche una colonna d'acqua di un metro ed è calda, ma i jeans sono inzuppati. Domani indosserò quelli impermeabili che uso in montagna.

Da segnalare un paio di sorprese, oggi. La prima, gli altipiani fuori Reykjavík completamente innevati, come deserti bianchi sconfinati, spazzati dal vento e schiacciati dalla nebbia, che paiono appartenere a un altro pianeta: pare decisamente di essere ancora in pieno inverno, non fosse per le giornate già lunghissime; e poi i turisti, tantissimi: avevamo scommesso apposta sulla bassa stagione per goderci la gelida e selvaggia Islanda, ma perlomeno sul Circuito d'oro, in un raggio di cento chilometri dalla capitale, le attrazioni più classiche sono invase dai pullman e dalle carovane di fuoristrada delle escursioni organizzate, per cui vien da chiedersi come possa essere la situazione durante l'estate.
Poi, tra una sosta e l'altra, ti capita di guidare per dozzine di chilometri nel vuoto spinto lungo nastri neri che attraversano deserti di lava e neve, fiumi e torrenti, tundra e pareti di antichi crateri vulcanici sventrati, tali che ti sembra quasi di essere alle Hawaii, o alle Canarie, a meno delle spiagge di sabbia bianca, della barriera corallina e delle palme, a più di nevischio, gelo, lagune ghiacciate, cielo color piombo.

Il geyser di Strokkur e le sorgenti di acqua bollente sulfurea parrebbero un girone infernale ambientato in un palcoscenico glaciale, non fosse per il miliardo di persone e lo sterminato centro turistico che irrimediabilmente uccidono l'atmosfera del luogo. Il canyon di Gullfoss, dove si riversano quelle che dicono essere le cascate più belle d'Islanda, stretto nella morsa nel ghiaccio invernale e spazzato da un vento di carattere patagonico, sarebbe magia pura, riuscendo a dimenticarsi gli autobus parcheggiati alle spalle. Gli altissimi salti d'acqua di Seljalandsfoss e Skógafoss, che precipitano sulle sterminate pianure laviche cadendo direttamente dai ghiacciai dell'Eyjafjöll, lasciano senza fiato, a meno delle carovane di giapponesi, americani e argentini che si radunano attorno alle cascate e si arrampicano sui sentieri tutti attorno.

L'Eyjafjöll fu il protagonista della famosa eruzione del 2010 che bloccò il traffico aereo di mezza Europa ed è davvero un peccato che sia completamente nascosto alla vista dalle nebbie e dalle nuvole bassissime che letteralmente permeano l'aria di acqua infradiciando le nostre apparecchiature fotografiche e i nostri abiti.
Arriviamo a Vik che sono ormai le diciannove. Stanchissimi. Diluvia sempre più forte e per stasera di aurora nemmeno a parlarne.

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Þingvallavatn
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Geysir
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Gullfoss
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Skógafoss
TAG: Islanda, Geysir, Skogafoss, Seljalandsfoss, Thingvellir
17.10 del 19 Aprile 2015 | Commenti (1) 
 
13 Era solo ieri
APR Travel Log: Islanda
Ma tu che ne sai di com’è alzarsi una mattina per andare in ufficio e infilarsi nella coda in tangenziale a Milano con il cielo d’Islanda negli occhi, quel cielo sotto cui camminavi fino a quarantott’ore prima? Che ne sai del salire e scendere dalla macchina preoccupandoti di trattenere la portiera con entrambe le mani perché il vento non te la strappi via, quando dove vivi tu quel vento non c’è e nemmeno lo conosci, nemmeno riesci a immaginartelo se ti chiedi come sia possibile che il vento possa strappare la portiera di una macchina?

Ma tu che ne sai dello star sveglio all’una, alle due, alle tre di notte, in piedi all’aperto con meno otto, o nove, fors'anche dieci gradi sotto zero, chiuso nel tuo goretex, con il berretto di pile, il passamontagna e il cappuccio completamente allacciato, per difenderti da quel vento che strappa le portiere e dalla neve che, invece di cadere al suolo, scivola via orizzontalmente più veloce delle automobili su un’autostrada, e scivolando ti si attacca addosso, ti ricopre di bianco, mentre aspetti che le nuvole, che corrono via rapidissime spinte dalla tempesta, lascino il posto a squarci di cielo stellato come la carta del presepe, e che in mezzo a quel cielo all’improvviso appaia l’aurora, scintillante, lasciandoti senza fiato e con un misto di incredulità, di inquietudine, persino di paura, come se nel buio si fosse aperta una porta luminosa sull’iperspazio e qualcosa di imponderabile, di imprevedibile e di mistico stia per accaderti davanti agli occhi a cui forse non sei preparato, e un brivido, non di freddo, ti percorre la schiena?

Ma tu che ne sai del vagare per ore in un deserto di soli neve, ghiaccio e lava nera, senza incontrare anima viva, sperando almeno di incappare prima o poi in quella stazione di servizio che è pur segnata sulla tua mappa, dove forse, ma solo forse, troverai almeno un hot dog e una bottiglia d’acqua per pranzare, ché sono le tre del pomeriggio e non ne puoi più dalla fame, perché al mattino, prima di partire, ancora una volta ti sei dimenticato di fare almeno un po’ di spesa, pur ben sapendo, ormai, dopo qualche giorno d’Islanda, che trovare un posto di ristoro sulla tua via sarà difficile, molto difficile, e quei biscotti al cioccolato che hai comprato a Reykjavik prima della partenza ormai ti hanno anche un po’ stancato?

Ma tu che ne sai delle luci dell’Islanda, della fine del mondo, dello spazio, della solitudine, del silenzio, del vento, della neve, del freddo, dell’acqua, del mare, del ghiaccio, del cielo, dei colori, della Terra, se non hai camminato da solo per le distese infinite del Krafla, resistendo al vento sull’orlo del cratere innevato di un vulcano perduto nel nulla dal quale esce vapore che riempie l’aria di un forte odore di zolfo, rendendola quasi irrespirabile, mentre la terra sotto ai tuoi piedi rimanda echi, suoni e gorgoglii profondi che ti fanno vibrare la cassa toracica e incutono timore reverenziale?

Ma tu che ne sai di quello che mi manca e del perché non potrò mai, mai e poi mai, appartenere al qua e ora, finché avrò modo di respirare, se non hai almeno una volta nella tua vita alzato gli occhi al cielo, in un silenzio assoluto, da solo, completamente isolato nel tuo altrove da qualsiasi altra cosa animata, in un raggio che a te appaia perlomeno infinito, per vedere questo e respirare?

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Aurora2
TAG: islanda, aurora
14.50 del 13 Aprile 2015 | Commenti (0) 
 
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00:58:19 Siamo esattamente in alto nel punto viola. Vi dirò, non è proprio agevolissimo. http://t.co/gD5ALWqoJH

00.58 del 08 Aprile 2015 | Commenti (0) 
 
07 Tweets
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03:02:49 Aurora boreale: checked (e fotografata, prossimamente su questi schermi).

19:44:33 Una raffica a 100km/h ha strappato la portiera del 4x4 in un deserto di ghiaccio e lava, 50km dal paese più vicino http://t.co/YqzuCMp2BZ

20:50:26 Qui era dieci minuti prima... http://t.co/hTiNVVycLA

03.02 del 07 Aprile 2015 | Commenti (0) 
 
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22:00:07 Cena nel posto più in di Egilsstaðir (l’unico, il fast food di un benzinaio), tramonto da urlo aspettando l’aurora http://t.co/qQGGQazR4L

22.00 del 06 Aprile 2015 | Commenti (0) 
 
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