Orizzontintorno Carlo Paschetto
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21 USA chapter 6th, section 3: Houston, anzi no
OTT Travel Log: USA for business
[una settimana fa, circa]

La limousine coi finestrini scuri mi sta portando in hotel e la skyline illuminata di Houston sfila rapida davanti al finestrino, mentre percorriamo un labirinto infinito di svincoli autostradali come quelli di Starsky & Hutch, o di Chips, o di Heat, che però sono ambientati tutti a Los Angeles, o di Walker Texas ranger, suppongo, ma non l’ho mai visto, e però questa è l’America delle highway a dodici corsie dentro le metropoli e dei grattacieli di cristallo e acciaio, e la limpida notte texana mi accoglie per la mia ultima notte a stelle e strisce.
Sto viaggiando verso Sugar Land, la mia terza tappa di questo viaggio rocambolesco fra le metropoli e il countryside degli States, a circa un’ora di autostrada dall’aeroporto, e purtroppo questa vista dal finestrino sarà l’unica immagine di Houston che porterò a casa, e mi dispiace da morire, mi dispiace sempre quando transito di corsa in posti che non ho mai visitato e non ho il tempo di fermarmi per dare nemmeno una rapidissima occhiata.
Sono riuscito a trascorrere almeno una giornata piena a Cleveland, ho anche messo piede al volo a downtown Philadelphia, ma con Houston no, non ce la farò proprio.
Non importa, so già che tornerò, probabilmente a breve fra l’altro, ché mi sono lasciato indietro anche Pittsburgh: era in programma, ma proprio non ci stava, Lamerica è grande, maledettamente grande, per quanto mi appaia tutta uguale

Sono in Texas e un po’ alla volta la mia lista di bandierine in America si allunga, nonostante continui a mancarmi il grande viaggio. Mi viene voglia come sempre di fare ordine, di vederla la mia America, raffigurarla, mettere insieme i miei sei viaggi, così punto gli spilli sulla mappa, ed eccola qui:

USAMap

Con la consueta pignoleria distinguo gli stop over del 2018 a Minneapolis e a Los Angeles, brevissime soste che non mi hanno permesso nemmeno di uscire dall’aeroporto, e dunque non valgono, dalle città che ho visitato o almeno attraversato rapidamente, come Houston: due volte New York, nel ’91 e quest’anno, Chicago per lavoro nel ’97, la giornata ad Atlanta nel 2011 arrivando dalle Hawaii, e poi la bella vacanza a Boston del 2014, e ancora Seattle a marzo di quest’anno, e le tappe di questo viaggio a Cleveland e Philadelphia.
La mia America inizia a colorarsi un po’ alla volta e un po’ la conosco, ormai, l’America.

E poi è già ora di tornare a casa: a Sugar Land mi fermo giusto il tempo di un paio di riunioni e il pomeriggio dopo sono già in aeroporto, pronto per la mia dodicesima traversata atlantica, il quarantaduesimo volo intercontinentale, e all’improvviso mi sembrano numeri troppo piccoli rispetto a quelli di un viaggiatore vero. Sono sempre un principiante, nonostante le tessere Privilege, le centinaia di migliaia di miglia, i miei trolley consumati, l’indifferenza che ostento e la posa che mi do mentre percorro il finger collegato all’aereo, diretto al mio posto in business class, nascondendo i brividi che sempre, sempre, sempre mi attraversano la schiena ogni volta che mi stacco dal suolo e volo verso la prossima meta.
Indosso una camicia bianca e la giacca blu, che consegno alla hostess mentre mi offre un calice di champagne, e mi scappa da ridere: non posso ingannare me stesso, anche se dentro al fedele trolley non ho le solite t-shirt.

Ma approfitto dell'occasione e recito la parte che a questo giro mi compete: reclino il sedile del mio privilegiato posto singolo fino alla posizione orizzontale, indosso le cuffie che cancellano il rumore e chiudo gli occhi per questa notte a diecimila metri che nonostante tutto non dormirò comunque, come sempre, ché mentre nell'aereo si fa buio e voliamo a oriente verso l'alba io cerco di fermare per sempre ogni istante del mio viaggio.

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Atterrando a Houston, TX
USABusiness24
Sugar Land from my hotel window, TX
USABusiness25
Houston dal finestrino, TX
TAG: USA, houston
01.23 del 21 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
13 USA chapter 6th, section 2: in the countryside
OTT Travel Log: USA for business
Ricordate la mia teoria sull’America dei telefilm che spiegavo quando ero a Seattle? Il countryside, o perlomeno il countryside dell’Ohio, è esattamente quella cosa lì, ma anche quello della Pennsylvania, per cui se ti trovi ad Hatfield, per dire, zucche di Halloween davanti alle casette di legno a prescindere, sei sicuramente dentro una qualunque serie di Netflix e a seconda del genere è possibile che attorno a te arrivino gli alieni, resuscitino i morti, cali una cupola di energia sconosciuta, o si verifichino fenomeni paranormali e se proprio niente di tutto questo ti sembra stia accadendo è solo perché non hai messo piede dentro al college.
Ché alla fine l’America, almeno per me, è tutta ad Hatfield, o anche a Chardon, o a Mentor-on-the-lake, o a Painsville, Ohio.
Painsville, capisci?

Ecco, prendi Painsville, che già il nome. Una sera ceno in un ristorante di Painsville e già non è che puoi chiamarlo esattamente “ristorante”. È sempre quella roba lì, quella di Netflix.
Ci sono i banconi, i tavoli, i grandi schermi che trasmettono in contemporanea le partite di hockey e basket. Ci sono gli americani, quelli molto grossi e molto grassi col cappellino da baseball, i bermuda, la t-shirt e le ciabatte anche se è gennaio - adesso è ottobre, ma sarebbe uguale a gennaio, fidatevi - e i pickup parcheggiati fuori, le bistecche, il cibo americano e le bibite americane, la birra americana, i side americani, sempre doppi: ne vuoi solo uno? Niente, devi prenderne due, perché il menù prevede due side col tuo piatto.

Io li odio i menù americani: non si capisce mai un cazzo. Sono sempre delle specie di brochure, con tante foto alla rinfusa, slogan, pubblicità, tutto mescolato in un ordine che non capisci mai quale sia, quantità impossibili da quantificare anche se puoi star certo che qualunque cosa ordinerai sarà sempre troppo grande, troppo unta, con troppe salse mescolate alla sperindio che non c’azzeccano nulla l’una con l’altra.
E poi il ghiaccio, diobono. Il maledetto ghiaccio. Che ti portano sempre sempre sempre il bicchiere colmo di ghiaccio fino all’orlo e, a parte, la bibita già ghiacciata.
Tranne il caffè: il caffè americano che è sempre bollente, anche dopo un’ora che te lo sei versato nel bicchiere. È l’energia del futuro il caffè americano, nessuna dispersione, versi a cento gradi e rimarrà a cento gradi per sempre.
E l’aria condizionata a palla, che io indosso la felpa e ho freddo, e questi stanno in bermuda, maglietta e ciabatte stanno, han le braccia viola, ma non gliene frega un accidente.

È bello l’Ohio. La Pennsylvania un po’ meno, pare più Abbiategrasso. L’Ohio invece sembra la Germania, ma la Germania più grande e coi cervi, le highway e le pattuglie della polizia dietro i cartelloni pubblicitari, e i semafori agli incroci in mezzo alle highway, e questi paesi assurdi, fatti di casette di legno tutte uguali e il prato all’inglese, e il centro commerciale lungo la highway, e il KFC, il Burger king, i concessionari della Toyota, i negozi dell’AT&T che vendono gli iPhone a due terzi del prezzo in Italia, e i college in mezzo al nulla.
Come ad esempio a Concord, dove si trova il mio ufficio, in mezzo alla foresta dell’Ohio. Non c’è nulla, ma ci sono i cervi e i tacchini che girano liberi, i pickup e i SUV parcheggiati nel parcheggio enorme dell’ufficio, Il centro commerciale, i bistro e i tex-mex dove andare a pranzo, che però puoi raggiungere solo col pickup, perché in America a piedi non ci vai in giro. Non ci sono nemmeno i marciapiedi. Nemmeno se devi fare cento metri.
Come a Colmar, Pennsylvania, una trentina di miglia da Philadelphia. L’altra sera sono uscito dall’hotel e mi sono incamminato a piedi verso una zona dove Google mi diceva esserci qualche posto dove cenare. E nulla, mi sono ritrovato al buio a camminare in mezzo a un prato sul bordo di una statale a diciotto corsie, puntando le luci di alcune insegne.
L’unico coglione a piedi in mezzo a un villaggio della Pennsylvania dove tutti, tutti, tutti si muovono solo in macchina anche per attraversare la strada,
Solo che io la macchina non ce l’avevo.

Ho usato Uber questi giorni, sempre, e dio benedica Uber eccetera - l’ho già scritto, vero? - perché in America funziona davvero in modo fantastico, anche in culo ai lupi. E se sei a quaranta miglia da Philadelphia, in un posto che nemmeno sai come si chiama, dove non c’è nulla di nulla, nemmeno i marciapiedi, solo il Burger King, il KFC, il concessionario Toyota e giassai il resto, esci dall’ufficio alle cinque del pomeriggio come fanno gli americani e ti salta in mente di andare a downtown Philadelphia, Uber è la tua risposta.
Così grazie a Uber e a Christopher e alla sua GMC che è una macchina americana molto grossa come le macchine americane che da noi non esistono, sono andato anche a downtown Philadelphia.

Che è bellissima, downtown Philadelphia. Philly, come dicono qui. Anche più di Boston, che sai che ho amato tantissimo.
Ho fatto quel che dovevo fare a Philadelphia, ho fotografato la statua di Rocky e salito la gradinata di corsa - che in realtà è molto più corta di quel che sembra nei film, sappiatelo - e Christopher, senza sovrapprezzo, mi ha aspettato e mi ha poi portato in centro, raccontandomi un sacco di cose di Philly, delle quali naturalmente io ho capito un decimo perché lo slang di Christopher, che è nero, proprio te lo raccomando, ma ho annuito sempre con espressione molto meravigliata e felice.
Ho maledetto di non potermi fermare di più: era sera tardi, era buio, ero a downtown Philadelphia e dovevo rientrare a Colmar, a un’ora di highway traffico permettendo. Christopher si era anche offerto di aspettarmi e riportarmi indietro, ma lo avevo lasciato andare per fermarmi un po’ dalle parti della Independence Hall e respirare almeno una mezz’ora l’aria di Philly, con calma.
E niente, è bastato nuovamente premere un tasto sul telefonino e zac, due minuti dopo una BMW Uber mi ha prelevato all’incrocio fra l’ottava strada e la Franklyn per riportarmi a Colmar.
Solo che questa volta ho beccato Travis.

Travis in realtà si chiama Gregory, ma per brevità lo chiameremo Travis - e i più bravi afferreranno immediatamente la citazione - ed è nazista, un nazista della Pennsylvania in effetti, che non so se vale come quelli dell’Illinois, bianco, ovviamente, di una certa età, diciamo la mia, rasato, molto grosso. Mentre guida parla in continuazione, perché ti illustra ogni angolo di Philadelphia, e intercala il racconto con un frequente “tonight I’m gonna kill someone”.
Che parli molto e che sia un’ottima guida di Philadelphia lo dicono anche le recensioni sul suo profilo Uber: Travis ha 4,7 stellette, valutazione media confermata da 2.743 utenti. È uno che piace, ma va anche detto che Uber non ti invoglia molto a valutare i tuoi autisti meno di cinque stelle, perché anche se gliene dai solo quattro immediatamente parte la survey che ti rompe il cazzo per sapere cosa c’è che non è andato bene e perché mai sei rimasto così insoddisfatto da non dare un voto pieno.
Così alla fine, sai che c’è, cinque stelle a tutti e vaffanculo. Tanto il servizio è a parte tutto ottimo.
Comunque.

Travis, invece di fare l’autostrada per riportarmi a Colmar, decide che siccome all’andata ho visto i quartieri fighi e ricchissimi di Philadelphia e mi sono innamorato di questa città - quei quartieri dove ci sono le ville americane da sogno col giardino e gli alberi e la piscina, quelle che nelle trasmissioni su Real Time vengono vendute e comprate dal neo impiegato della city e la sua giovane compagna che hanno un budget da due milioni di dollari cash e vorrebbero cambiare casa, ma due milioni sì, due milioni e cinquantamila no - per contrappasso al ritorno devo attraversare le zone periferiche abbandonate, la terra bruciata, come la chiamano, estesa per diverse miglia attorno a downtown e quasi completamente buia, abbandonata, piena di spazzatura per le strade.
Per tutto il tragitto, fatto a passo d’uomo attraverso questa specie di impressionante palcoscenico tipo Guerrieri della notte, Travis si lamenta dei negri che regnano indisturbati e spacciano la droga alla luce del giorno, luce che però adesso non c’è perché è sera tardi e manca l'illuminazione, e dei fuckin’ bastard cops che hanno paura, si tengono ben alla larga da questi quartieri e non fanno nulla, così in giro ci sono solo loro, i negri che spacciano in mezzo alla strada, che basta scendere dall’auto (sei matto Travis?) per tirare su tutta la droga che vuoi, e le puttane negre, e insomma “tonight I’m gonna kill someone”, ripete Travis. Che sono certo sia armato e tenga la pistola nel cruscotto.
In effetti, agli incroci bui di Germantown, coi semafori lampeggianti, le casette di legno tutte uguali, buie e abbandonate, i bidoni della spazzatura rovesciati e le insegne intermittenti al neon, stazionano solo i negri che spacciano (forse) e le puttane (di sicuro) negre, e ti chiedi perché non ci fermano l’auto e non ci fanno a pezzi.

La risposta me la dà il giorno seguente in ufficio Giammario, collega italiano trapiantato a Philadelphia da un paio d’anni, pronto a trasferirsi in Ohio e felice di trasferircisi, felice a modo suo perlomeno. Mi racconta della grande crisi dell’industria metallurgica che ha colpito la città, trasformandola un po’ tipo Detroit dopo il crollo del mercato automotive, per cui interi quartieri che una volta erano residenziali e assai vivaci, abitati anche dalla media borghesia, sono stati abbandonati a se stessi e versano adesso nello stato disastrato in cui li ho visti, un po’ dopobomba.
Mi dice anche, Giammario, che gli spacciatori e in generale le gang di Germantown lasciano passare i tassisti perché sanno che hanno la pistola nel cruscotto - vedi, lo dicevo io - e che le macchine sono tracciate dal gps, ma che se mai decidessi di noleggiare l’auto e girare da solo è bene che prenda le highway per entrare e uscire dalla città ed eviti accuratamente di infilarmi nei quartieri periferici anche solo per sbaglio.
Ecco, appunto.

E quindi nulla, Philadelphia è quella dei giovani collegiali che gareggiano in canoa sul fiume, un po’ come a Cambridge ma col la Skyline di grattacieli sullo sfondo, e di Germantown, solo pochi chilometri da downtown, ma però diciamocelo, quale metropoli non lo è?
Cerco di spiegare il concetto a Travis, che nel frattempo ha per fortuna ripreso la highway per riportarmi a Colmar, ma nel dubbio gli nascondo di essere italiano, ché non vorrei mai che gli spacciatori negri avessero a che fare con le gang italiane, ché non credo gli piacerei più tanto, nel caso.

Così, alla mia sesta volta ancora l'America non riesce a sorprendermi. Quel che c'è da sapere è tutto lì, dentro a Netflix, ma anche nei telefilm in bianco e nero degli anni ’70, La casa nella prateria, Hazzard, La famiglia Bradford, insomma un po’ tutta quella roba lì.
Siamo alle solite, da una parte subisco il fascino perverso dall’America, tant’è che ormai giro anche io tutto il giorno col mio bicchierone di caffè, tanto non raffredda mai, e ci metto pure la cremina half and half, ma dall’altra parte non riesce mai a stupirmi, proprio no accidenti.
E me ne dispiace sai, parecchio. E più ci vengo, tant’è, e più voglio venirci. È una sfida ormai, la mia all'America.

Joshua lavora con me. È di Colmar, ha una trentina d’anni o poco più, la camicia a quadri, la barbetta rossa, una grande berlina giapponese, tifa i Cincinnati Bengals perché, diciamolo, i Cleveland Browns proprio non si possono tifare tanto son brocchi, in realtà però segue tutti gli sport allo stesso modo - football, basket, baseball ed hockey ovviamente - ed è una via di mezzo fra un hipster di Seattle e un boscaiolo del Wyoming.
Joshua non si è praticamente mai mosso dall’Ohio. Una volta è andato presso la sede di Sugarland, in Texas, dove volerò dopo Philadelphia, e questo è stato praticamente l’unico viaggio della sua vita.
È molto interessato ai miei viaggi in giro per il mondo e mi chiede com’è la sensazione del jet lag, è incuriosito da quella che reputa sia un’esperienza abbastanza surreale.
Gli racconto che è ancora più surreale quella del cambio di stagione volando nell’emisfero australe e delle volte che sono partito da casa in inverno per ritrovarmi ventiquattr’ore dopo in estate nel Pacifico meridionale, o viceversa.
Mi risponde, serafico, che se prendo l’aereo e vado in Florida è la stessa cosa, ma in tre ore.
Fine della mia lezione di oggi sull’America.

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Philadelphia, PA
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La statua di Rocky a Philadelphia
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Hatfield, PA
TAG: philadelphia, usa, america, Ohio, pennsylvania
10.00 del 13 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
12 USA chapter 6th
OTT Travel Log: USA for business
6 ottobre, somewhere in USA

A Mentor, Ohio, sono le 22:00, anche se per me sono le quattro del mattino, perché sono partito all’alba da Milano, ho viaggiato per quasi ventiquattr’ore, sono appena arrivato e dunque il mio è ancora il fuso orario dell’Europa Centrale, e probabilmente per il sonno fra un po’ crollerò con la faccia dentro al piatto che ho davanti.
Fuori piove, o meglio, fa uno di quei temporali che si vedono nei film americani, con tantissimi lampi che illuminano la foresta, le casette di legno col prato attorno e il pickup parcheggiato davanti al garage (perché gli americani parcheggiano la macchina davanti al garage e non dentro il garage?), la Interstate 90, la stazione di servizio lungo la Interstate 90, il Burger king e il KFC lungo la Interstate 90, il mio Holiday Inn lungo la Interstate 90 e tutto quel che c’è sotto il cielo buio e nuvoloso di questa regione del Lago Erie attraversata dalla Interstate 90, che a Est va a finire alle Cascate del Niagara, credo un centinaio o poco più di miglia in là, e a Ovest porta fin sulla costa Pacifica, a Seattle, dove peraltro ero a Marzo.
Perché questa, a parte essere la mia sesta volta in America, è anche la seconda quest’anno, e non era programmata. Per essere un Paese che non mi sono praticamente mai filato davvero, Lamerica, negli ultimi anni, sta diventando quasi un'abitudine.

Dicevo.

A Mentor, Ohio, sono le 22:00, sono seduto a un tavolo del Ruby Tuesday, un ristorante come vi potete aspettare che sia un ristorante americano lungo la Interstate 90, tipo che in Italia ci sarebbe una trattoria per camionisti e invece in America sei dentro a un film di Tarantino e a un tavolo ci sono seduti Samuel L. Jackson e Tim Roth, l’aria condizionata è a palla e sto per cenare, diciamo così, anche se appunto per me continuano ad essere le quattro del mattino e questo, per la verità, è almeno il sesto pasto di oggi, perché ho fatto colazione a casa alle cinque prima di uscire, poi una seconda colazione in aeroporto alle sette, poi un’altra colazione in aereo sul volo per New York, che tuttavia era quasi un pranzo, anche perché ho volato in First Class e lì non fanno altro che darti da mangiare in continuazione, e infatti poi mi han dato un pranzo vero, che però a quel punto per me era quasi cena, e poi ancora uno spuntino prima di atterrare al Kennedy, che per me erano già quasi le otto di sera, ma per gli americani della costa est era appena passata l’ora di pranzo.
Poi invece la sera, la sera americana intendo, sul volo per Cleveland non mi hanno dato la cena, solo dei salatini, e quando a Cleveland sono infine arrivato, all’aeroporto era ormai tutto chiuso, quindi niente cena, che anche se per me ormai era notte fonda per gli americani invece eran le nove di sera, e comunque io avevo fame.

E questo a prescindere dai dodici litri di caffè americano che probabilmente ho bevuto dall’istante in cui sono salito sul primo volo questa mattina (e un succo di arancia, che chissà poi perché quando sono in volo mi vien sempre da prendere il succo d’arancia, forse perché quando passano col carrello, soprattutto in prima classe, ci son seimila cose da bere ed è sempre l’ora sbagliata per tutto, perché non è che prendi il vino o lo spumante alle dieci del mattino, e io non bevo praticamente più bibite gassate da quando sono entrato nell’età adulta e dunque alla fine, per non far la figura di quello che chiede solo acqua, ma anche per non rinunciare quando passa il carrello a prendere qualcosa che è pur sempre gratuito, ché un po’ di sangue genovese evidentemente mi è rimasto, va a finire che ordino sempre un succo d’arancia, oppure il caffè e se è un mattino che dura quindici ore finisce che bevo dodici litri di caffè americano).

Comunque niente, alle nove di sera passate sono arrivato a Cleveland e l’aeroporto era deserto. A margine, sappiate che esiste un volo Cleveland-Reykjavík, che immagino essere probabilmente una distorsione di Matrix, un errore di cui mi sono accorto per un caso fortuito, o forse perché sono l’eletto.
All’aeroporto di Cleveland ho preso un taxi e sono arrivato fino a Mentor, sperduta località sulle rive del Lago Erie dove si trova il mio hotel, l’Holiday Inn citato poc’anzi, a circa una quarantina di miglia da Cleveland. E a quel punto niente, ho lasciato il trolley in hotel e sono uscito, al semaforo ho attraversato l’Interstate 90 ormai deserta e fra il Burger King, il Taco Bell e il KFC qua davanti ho scelto il Ruby Tuesday e mi ci sono infilato dentro per mangiar qualcosa al volo, per cena, chiamiamola così, anche perché stava iniziando a piovere forte, ero (sono) molto stanco, per me sempre le quattro del mattino sono e non avevo voglia di perder troppo tempo a guardarmi in giro.
Tanto si vede benissimo che attorno a qua non c’è un belìno.

Siccome sono molto stanco e sono appena arrivato, mi sono peraltro dimenticato di essere in America, così a Mentor, Ohio, a questo punto della storia sono le 22:30, le quattro e mezza del mattino per me, sono in viaggio da quasi ventiquattr’ore, sono stanco e ho sonno nonostante tutto il caffè che mi sono scolato in viaggio, e questo sarebbe ormai il quarto pasto di oggi, volevo solo fare un rapido spuntino leggero, e invece ora davanti a me ci sono due petti di “chicken fresco” - non uno, due - che più o meno sarebbe la cosa più leggera nel menù, tipo un petto - due - di pollo alla griglia, e invece alla fine è un petto - due - di pollo marinati nel limone, affogati in una salsa barbecue, accompagnati da un chilo di patatine fritte e di insalata mista mescolata con varie cose, a sua volta accompagnata da almeno mezzo chilo di pane impregnato nel burro fuso, rosolato nel sale grosso, a sua volta accompagnato da una ciotola di senape dentro la quale andrebbe inzuppato, e infine un boccale da circa mezzo litro di birra.
Ho mangiato tutto, tranne l’ultimo pezzo di pane.

A làtere, per arrivare fin qui, ho anche fatto uno scalo a New York di qualche ora ed era dal 1991 che non venivo a New York, città della quale peraltro non avevo un bel ricordo. Ma ero giovane e inesperto, ed oggi, uscendo dal Kennedy e infilandomi nella metropolitana per tentare una sortita quick and dirty a Manhattan, un brivido mi è corso lungo la schiena, ché alla fine se non ti dà un po' i brividi essere a New York, checcazzo, ma che cosa deve darteli nella vita?
Così, forte ormai del fatto che - possiamo dirlo? - alla mia età, e con buona parte del globo terraqueo in tasca, la verità è che sono davvero capace di essere ovunque un cittadino del mondo - e mi piace pure pensare di saperlo essere davvero - be', sono sbarcato dall'aereo, mi sono fatto rapidamente due conti con Google - e dio benedica Google e gli Stati Uniti d'America, ché io proprio non lo so come facevamo quando Google e tutto l'ambaradan intorno non esistevano - e pur non tornando a New York da ventisette anni l'ho affrontata come fosse stata Milano, così che cronometrando al minuto il tempo che mi separava dal volo per Cleveland mi sono infilato nella metro, sicuro come a San Babila, e con 7$ sono sbarcato diretto a Fulton Street, Manhattan, dentro all'Oculus di Calatrava, attraversandolo di corsa e riuscendo pure a fare un paio di foto strappate al volo, per ritrovarmi infine esattamente dove volevo essere e non mancare l'occasione: Ground Zero, il 9/11 Memorial.

Perché io, nel 1991, in cima alla Torre 2 avevo cenato. Era stato l'unico momento davvero emozionante di quel viaggio: avevo ventisei anni, era la mia prima volta in America, mi ero portato una giacca e una cravatta apposta per cenare lassù al Windows of the World e l'America, da lassù, era tutta illuminata ai miei piedi.
Dove ventisette anni fa avevo cenato oggi c'è un buco con una fontana e lungo il perimetro della fontana sono incisi duemilaseicentrotre nomi. Il buco è quadrato ed esattamente grande quando il perimetro della torre che era lì e che non c'è più.
Tutta la zona attorno, bellissima, è completamente irriconoscibile. È un'altra città e no, non è la mia memoria.
Mi è venuto da piangere. Mi sono fatto il segno della croce, mi è sembrata l'unica cosa da fare. E mi sono infilato di nuovo nella metro per correre in aeroporto, che ormai ero al pelo per perdere il mio volo per Cleveland.

Ho anche sbagliato metro, nella fretta. Ché niente, sono un cittadino del mondo, ma New York è l'unico posto al mondo dove sbaglio la metro, anche ventisette anni dopo. Non a Pechino, non a Tokyo, non a Mosca. A New York, inesorabilmente, la sbaglio.

Comunque in Ohio sono arrivato ed eccomi seduto a un tavolo del Ruby Tuesday, a Mentor, provincia di Cleveland.
Nel caso vi stiate chiedendo che ci faccio a Mentor, è la località più prossima agli uffici di Concord, prima tappa di questa mia breve tournée per lavoro negli States che dopo Cleveland (Concord), toccherà Philadelphia (Colmar, una quarantina di miglia a nord) e Houston (Sugarland, giassai), ché da inizio settembre, come ho scritto altrove, è iniziata me una nuova vita. Una vita che, qualcosa mi dice, sarà molto poco sedentaria, un po' come ai vecchi tempi, e dunque perfettamente in linea con lo spirito di questo ormai anziano blog.
Del resto appena iniziata son finito subito in Germania, a distanza di un mese sono in America e presto, a occhio, davanti a me si apriranno nuove e sempre più remote avventure.
Perlomeno si spera.

Intanto a Mentor, Ohio, sono quasi le 23:00, o le 11pm come dicono qui, per me ormai è l'alba di domani, devo riattraversare l'Interstate 90 e avviarmi verso l'hotel, dove finalmente crollerò a dormire.
Siccome è sabato e in realtà inizio a lavorare lunedì, domani magari mi affido a Uber - dio benedica Uber e gli Stati Uniti d'America - e mi faccio portare a Cleveland downtown, affacciata sul lago Erie e nota perlopiù per quei brocchi dei Browns e per la Rock and Roll Hall of fame.
I prossimi giorni conto di appuntarmi cose qua e là, e magari al mio rientro tirarne fuori qualche post interessante. Ché Lamerica, è un dato di fatto, ben si presta sempre ai post interessanti.

P.S. Breve recensione del Lago Erie, tanto che ci sono: il Lago Erie (ricordate: Erie, non Eire) è uguale al lago Michigan, al lago Ontario e all'Oceano Atlantico. Non sorprende che poi vengano a cercar casa a Laglio, provincia di Como.

USABusiness01
Ottobre 2018, di nuovo partenza...
USABusiness02
L'Oculus di Calatrava a Ground Zero, NYC
USABusiness03
9/11 Memorial, Ground Zero, NYC
USABusiness04
WTC, Ground Zero, NYC
USABusiness05
NYC subway
USABusiness06
Flying to Cleveland, Ohio
USABusiness07
Tifosi dei Cleveland Browns
UsABusiness08
R&R Hall of Fame, Cleveland
UsABusiness09
UsABusiness10
UsABusiness11
UsABusiness12
UsABusiness13
Random shots from Cleveland, Ohio
UsABusiness14
Lake Erie, Mentor-on-the-lake, Ohio
TAG: USA, New York, cleveland, ground zero
02.34 del 12 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 


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