Orizzontintorno Carlo Paschetto
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09 Primo di due: iPad 2
FEB Web e tecnologia
Da un po' di settimane mi trastullo con un iPad di seconda generazione: un oggetto che, per quanto mi abbia affascinato fin dal suo esordio, ho sempre visto indirizzato a un target completamente differente da quello al quale appartengo.
Pensavo, in altri termini, che i tablet andassero a riempire perfettamente quella fascia di mercato comprendente persone che probabilmente mai si metterebbero un computer in casa, ma che ben volentieri sono disposte a spendere per uno strumento tecnologico portatile, di uso semplice e intuitivo, che meglio del proprio smartphone consenta di giocare, fruire di contenuti multimediali (foto e filmati), crearne di nuovi (fotocamera), garantendo in parallelo l'accesso al web e dunque, dati gli utenti di riferimento, ai social network preferiti.
In alternativa, immaginavo un uso adatto a quella fascia di nicchia costituita da professionisti come il mio amico Mario, che sono in perenne movimento e che col computer lavorano assai, ma che lo usano principalmente per leggere, più che per scrivere. In altre parole, per fruire e accedere a contenuti, più che per produrne.
Oppure, ancora, indirizzato a categorie specifiche di professionisti in mobilità, i contenuti del cui lavoro ben sposano le caratteristiche gestionali e architetturali proprie di un tablet: mi riferisco ad esempio agli area manager commerciali, agli informatori medico scientifici, eccetera.

Per quel che mi riguarda, buona parte della mia vita professionale si declina nel preparare presentazioni e produrre documenti, anche piuttosto corposi. Nel tempo libero, invece, uso il portatile soprattutto per la manutenzione del mio sito web e del mio vasto archivio fotografico. Tutte attività per le quali l'uso di particolari risorse (spazio disco, memoria, eccetera), ma soprattutto di una tastiera, sono abbastanza indispensabili.
Il mio amico Mario sopra citato, viceversa, fa uso del computer essenzialmente con priorità differenti: legge (e scrive) molte più e-mail di me, legge documenti, elabora testi con frequenza minore. Per Mario la tastiera fisica e risorse computazionali elevate non sono una discriminante, laddove massima portabilità, leggerezza e facilità d'uso lo sono invece eccome.

Dunque da qui le mie perplessità sui tablet, perlomeno con riguardo alle mie necessità.
Poi ho preso in mano l'iPad. Ed è stata la fine. Mi segue anche in bagno e a letto, per dire.
Quel che segue sono dunque le mie riflessioni in merito dopo le prime settimane di utilizzo e, lo anticipo da subito, sono indirizzate a tutti coloro che con i tablet non hanno ancora avuto a che fare e/o che hanno poca o nulla esperienza del mondo Apple: a tutti gli altri potrebbero sembrare solo un concentrato di scontate ovvietà.

Ho questo post in canna da qualche settimana, ma non ho trovato fino ad oggi la voglia, né il tempo, per completarlo. Così mi sono via via appuntato alcune note, come d'abitudine. Usando l'iPad. Ché l'iPad è sempre lì, pronto.
Quasi qualunque cosa mi serva quotidianamente e d'abitudine, e per l'accesso alla quale fino ad oggi abbia usato un personal computer, l'ho ora a disposizione lì - o meglio, dovrei dire qui - dentro.

L'iPad è diventato innanzitutto la mia porta primaria di accesso al web. Se me ne sto sul divano a correggere (correggere, non scrivere...) questo post, a seguire gli stream di FriendFeed, Twitter e G+ mentre guardo la tv, a leggermi la posta, ascoltare musica, eccetera, mi è molto più comodo farlo con l'iPad piuttosto che tenermi sulle ginocchia il portatile. Ho anche il sospetto che sia molto più salutare, fra l'altro.
Se devo andar via un paio di giorni e in agenda ho solo qualche intervista e una presentazione da fare, o al massimo appunti da prendere, l'iPad mi è più che sufficiente.
Se sono in viaggio e voglio bloggare, elaborando anche le foto da inserire nel testo, dentro l'iPad ho tutto quel che mi serve.
Il problema della mancanza (teorica) di un disco e di un file system l'ho superato installando la app per accedere al mio account Dropbox: in questo modo posso tenere l'iPad sincronizzato con il Mac, portandomi dietro tutti i file che mi servono. Non solo: con un'altra app specifica posso tranquillamente gestirmi i documenti in formato MS Office senza alcun problema, pur con qualche limite, che però è un compromesso più che accettabile a fronte della comodità complessiva offerta dallo strumento.
Inizialmente pensavo di abbinare una tastiera bluetooth, ma francamente, una volta abituato all'uso, mi son risparmiato qualche decina di euro e ne faccio tranquillamente a meno: la tastiera virtuale dell'iPad funziona tutto sommato in modo egregio per l'utilizzo che se ne fa.

E poi le letture: fino a qualche settimana fa partivo mettendo in valigia le mie copie di Internazionale, di altre riviste alle quali sono abbonato e/o dei libri che sto leggendo. Adesso quel che leggo è dentro l'iPad, a partire proprio dalle riviste. Con il vantaggio di avere l'archivio completo dei vecchi numeri sempre in linea.

Proprio il passaggio alla lettura su supporto digitale ha rappresentato il crollo della mia barriera tradizionalmente più resistente all'adozione sistematica della tecnologia in ogni contesto della mia quotidianità.
Di quanto l'informatica permei la mia vita ho scritto non molto tempo fa, ma il terreno della lettura, dei libri, dell'esigenza fisica della pagina stampata, è stato fino ad oggi un po' la cartina di tornasole del mio rapporto vero con il computer: il limite apparentemente invalicabile.
Col senno di poi, il paragone è banalmente servito: qualche anno fa mi sembrava un sacrilegio convertirmi alla smaterializzazione del prodotto musica, salvo poi rompere gli argini all'improvviso e, nel giro di pochi mesi, convertire l'intera mia discografia (quasi mille album, all'epoca) in mp3, rivoluzionando di conseguenza la mia esperienza di consumatore del settore; oggi anche la diga che avevo eretto in qualità di lettore ha ceduto di colpo e in pochi giorni ho scoperto tutti i vantaggi della lettura elettronica.
Non so ancora se si tratti davvero dell'ennesima rivoluzione tecnologica nella mia esistenza, e del resto sul mio comodino ho in coda ancora una torre di una ventina di tradizionalissimi libri di carta da leggere, ma intanto nella biblioteca virtuale del mio iPad hanno iniziato ad accumularsi riviste, manuali e un paio di e-book.

A caldo, dunque, un colpo di fulmine e un amore totale. In realtà qualche limite nell'uso dell'iPad, talvolta decisamente intollerabile, me lo sono appuntato e lo sconto quotidianamente.

Innanzitutto, parlando di tastiera, va segnalata la totale scomodità dovuta alla mancanza delle frecce per spostarsi nel testo. È un tema che emerge quasi ovunque nelle discussioni sull'iPad e non c'è nulla da fare: per quanto a Cupertino e gli irriducibili fan di Apple si ostinino a difendere la scelta in nome dell'ergonomia, del design, di un diverso paradigma che predilige l'utilizzo dello zoom per puntare direttamente a una posizione nel testo, resta il fatto che i cursori si usano normalmente e non averli è una continua seccatura. Fine della storia. È come dire che è più logico guidare a sinistra in un paese in cui tutti guidano a destra e ostinarsi di conseguenza a produrre auto con il volante a destra per quel medesimo mercato: sarà anche vero, ma noi guidiamo tutti a destra e il codice stradale è scritto su questa base. La nostra testa "funziona" con i cursori, non con lo zoom. E non c'è verso di abituarsi.
Sulla medesima falsariga, le modalità di selezione guidata del testo sono assurde: NON voglio che sia il software a decidere cosa voglio selezionare per poi consentirmi, nel caso, di correggere la selezione (peraltro non sempre con successo); voglio potermi posizionare in un punto qualsiasi del testo con i cursori (!) e da lì selezionare la parte che mi interessa. Oppure voglio che un doppio clic selezioni la parola o il paragrafo sui quali sono posizionato, non una porzione di finestra arbitrariamente decisa dal sistema con un rubber band eventualmente modificabile. Anche questi sono comportamenti inaccettabili e particolarmente irritanti per la mia esperienza utente.

La mancanza di una gestione dello spazio disco, poi, diventa particolarmente fastidiosa - per non dire un limite vero e proprio - ad esempio nelle situazioni nelle quali una pagina web richiede, o consente, l'upload di un file che, perlomeno con Safari, non è possibile nel classico modo di selezione dal disco locale.
Ad esempio, se voglio caricare sul mio blog un'immagine memorizzata sull'iPad, Safari non mi consente di utilizzare l'interfaccia web del mio gestionale: semplicemente, i pulsanti di upload sono disabilitati. Mancando infatti una gestione ordinaria del disco, le routine di caricamento non vedono il file system, che del resto non è direttamente indirizzabile, e dunque non funzionano perché non sanno dove cercare i file. Quando ho scoperto questa cosa sono francamente rimasto basito.
In effetti io non so dove l'iPad memorizza le mie immagini: quello che posso fare è caricargliele dentro e vederle/elaborarle con una qualunque delle app sviluppate per la gestione delle immagini. Sono le stesse app a "sapere" dove trovare quelle immagini dentro al mio iPad e a gestirne la memorizzazione.
Nel caso del blog il problema è stato risolto scrivendo una routine apposta: una volta caricata l'immagine sull'iPad devo poi inviarmela via e-mail a un indirizzo specifico che provvede ad alimentare il blog in modo automatico. Ma si tratta di un noiosissimo work around.
Se ad esempio voglio caricare un'immagine su FriendFeed non posso farlo dal browser: sono costretto a scaricarmi ed installarmi una app come FFHound per poterlo fare. In sostanza, lo scambio di contenuti fra l'iPad è il web è possibile solo via app: se non c'è la app sviluppata per uno specifico sito web, non è possibile scambiare contenuti con quel medesimo sito. Un bel limite, insomma, nonché la differenza principale fra l'iPad e un qualsiasi computer.

La concentrazione, poi, in un unico dispositivo di tante sorgenti di informazione e Media dà una spallata piuttosto decisiva alla capacità di focalizzarsi sui contenuti, in favore del multitasking più dispersivo. L'effetto più macroscopico è riscontrabile proprio nel processo di lettura: se da una parte leggere un libro tradizionale costringe all'attenzione e a un rapporto esclusivo e bidirezionale con i contenuti oggetto di quella medesima attenzione, la lettura attraverso un dispositivo elettronico come l'iPad è drasticamente dispersiva. La possibilità di passare da una app all'altra, di avere aperte contemporaneamente, che so, l'ultima copia di Internazionale, un qualunque libro, lo stream del vostro social network preferito, la pagina del Corriere sul browser, la posta elettronica, eccetera, è intrinsecamente fonte di distrazione continua, soprattutto nel momento in cui ciascuna app invii notifiche sullo schermo ad ogni aggiornamento dei relativi contenuti.
In altri termini si potrebbe dire che, avendo così tante cose da leggere, il risultato finale è che in qualche modo si legge molto meno. O almeno questo è l'effetto che mi trovo a dover contrastare io.

Tornando infine all'utilizzo quotidiano, il sistema delle app (è un'ovvietà, lo so) è la vera rivoluzione: c'è (altra ovvietà) una app per qualunque cosa. Qualunque. E, soprattutto, c'è quasi sempre gratis, laddove se non è gratis costa spesso meno di un euro. È come il paese dei balocchi, soprattutto per chi come me viene dal mondo Windows (e per quanto ormai la mia migrazione al MacBook sia prossima a compiere un anno; a proposito: mai più, mai più indietro!).
Sul mio iPad, che è ben lungi dall'essere pieno, in perfetto "stile Orizzontintorno" ho ad esempio installato applicazioni meteo a raffica di tutti i tipi, una bellissima sveglia, navigatori satellitari, almeno una dozzina di ottime funzionalità per viaggiare, fra cui le app di Expedia, di TripAdvisor, di TripIt, di Booking.com, di Trivago, gli orari delle compagnie aree e tutte le applicazioni specifiche per programmare rotte e percorsi, traduttori, mappe delle metropolitane, convertitori di ogni genere; e poi ancora app per elaborare le immagini, un database infinito di ricette di cucina, un virtualizzatore che mi permette di collegarmi al MacBook e di operare in remoto, eccetera. Si possono trascorrere giornate intere a navigare nei cataloghi delle app e la facilità di installazione e di gestione è definitivamente vincente.
Va da sé che tutto ciò è normalmente scontato e acquisito da anni per i fan della mela (e ultimamente di Android), ma il mio è il punto di vista dell'(ex-)utente tradizionale di Windows e di telefonini con Windows Mobile o il buon vecchio Symbian.

Un'ultima nota riguarda iCloud, al quale mi sono registrato contestualmente all'arrivo dell'iPad. Di per sé nulla di nuovo, perlomeno per utenti come me di altri servizi simili, tipo il già citato Dropbox.
In questo caso, la sincronizzazione fra iPad e MacBook via iCloud, perlomeno per quanto riguarda agenda, rubrica, posta e dati di navigazione, è per conto mio la vera killer application, soprattutto a quando penso a quanto abbia penato per anni per tenere sincronizzato il mio telefono con il pc, il web, eccetera. Qualunque modifica su uno dei due dispositivi si riflette immediatamente nell'aggiornamento del/i device gemellato/i. Se nella catena si inserisce anche un'iPhone è poi la fine del mondo (ci arriviamo con la prossima puntata di 'sta roba).
Peraltro, iCloud è un servizio ancora molto giovane rispetto alla concorrenza, con tutte le sofferenze del caso. Ad esempio, quel che per me (e non solo per me) è il limite più fastidioso è la modalità di gestione dello streaming immagini. La funzione consente la sincronizzazione fra dispositivi (Mac, iPad ed iPhone, ad esempio) delle immagini scattate con l'iPad o con l'iPhone. Se scatto una foto con l'iPad, con lo streaming attivo su iCloud, immediatamente avrò l'immagine disponibile sul Mac (via Aperture o iPhoto e a condizione di essere collegato a una rete WiFi, per problemi di prestazioni del sistema di trasferimento). Non è però possibile cancellare singole foto dallo streaming: una volta scattata, la foto rimarrà dentro a iCloud definitivamente, a meno di non cancellare l'intero archivio. Demenziale. Non solo: se non faccio attenzione e decido ad esempio di scollegare il Mac dallo streaming foto di iCloud, e se non ho provveduto a fare una copia altrove delle foto presenti nello streaming, automaticamente quelle medesime foto verranno cancellate dal Mac.
Stessa sorte accade con i dati di agenda e rubrica, rispetto ai quali è necessario fare molta attenzione. La sincronizzazione fra Mac e iPad può normalmente essere fatta via iTunes in modalità batch, oppure in modo molto più efficiente e sincrono via iCloud, ma con una differenza sostanziale: rispetto al metodo tradizionale, l'uso di iCloud crea una copia di rete della rubrica e dei calendari dell'agenda e, da quel momento, le applicazioni useranno e aggiorneranno di default quelle copie. La conseguenza spiacevole - o disastrosa, in alcuni casi - è che se si decide di scollegare uno dei dispositivi da iCloud, ad esempio il Mac, l'agenda e la rubrica verranno completamente azzerate, o perlomeno ricondotte all'ultimo stato precedente l'aggancio alla nuvola. Quel che accade, in realtà, è che le applicazioni, non potendo più accedere ai dati in rete, andranno a prendersi le ultime copie di quelli in locale.
Per precauzione io tengo la rubrica duplicata e riporto ogni aggiornamento anche nella copia locale del MacBook.
TAG: ipad, icloud, tablet
00.23 del 09 Febbraio 2012 | Commenti (3) 
 
10 Social flood
GEN Web e tecnologia
Nel frattempo mi sono iscritto anche a Path. Probabilmente, per quanto mi riguarda, farà la fine di altri esperimenti tipo iLike, Tumblr o, più recentemente, Diaspora (e di questo passo anche Google Plus).
Per ora quel che mi attira è l'idea alla base, che è un po' quella originale di Twitter usato con un profilo chiuso. Diversamente da quest'ultimo, però, che per natura rimane (o è diventato?) una piattaforma di microblogging aperta alla condivisione verso un'audience allargata, Path ha più le caratteristiche di una semplice timeline personale: una sorta di self tracking, di diario intimo, da aprirsi eventualmente solo a un ristretto gruppo di amici prossimi, ma non necessariamente.

Il punto chiave, ovviamente, è l'aggiornamento del profilo: mi sembra che l'uso attivo possa avere un senso solo se mantenuto con una certa regolarità. Per contro c'è il consueto problema di sovrapposizione dei contenuti con gli altri social network: Path può al solito combinare geolocalizzazione, import di immagini e musica, semplici stati e commenti, ridondando all'ennesima potenza quel che già ciascuno condivide altrove.
Peraltro, con buona probabilità, con un sottoinsieme della solita cerchia di contatti.
TAG: path
11.10 del 10 Gennaio 2012 | Commenti (2) 
 
01 Tanto poi i Maya (che comunque non c'entran nulla)
GEN Diario, Web e tecnologia
Ho chiuso il 2011 scrivendo molto poco qua dentro: un solo post in tutto dicembre per buttar giù due cose mie, niente di che. Ho però scritto molto e partecipato altrove, smentendo peraltro me stesso come al solito.

Scrivevo, non molto tempo fa, del modo in cui stavo via via ridefinendo il mio rapporto con il web e i social network: soprattutto, della mia progressiva migrazione verso Google Plus a scapito di FriendFeed, accompagnata dal proposito di chiudere definitivamente l'account su quest'ultimo, e del rinnovato amore verso Twitter. A parte però consolidare effettivamente il rapporto con i cinguettii ed estendere la mia rete di collegamenti, nei confronti delle altre due piattaforme le cose sono andate esattamente al contrario del previsto, come del resto è accaduto per molti.
Esaurita la spinta propulsiva della novità, G+ è rapidamente diventato un deserto. Poco più di un repository di link da condividere, almeno per quanto mi riguarda e per l'utilizzo che ho poco a poco visto farne da parte dei contatti che appartengono alle mie cerchie. Interazioni pressoché nulle, partecipazione in caduta libera: per il social network che si proponeva come la vera alternativa a Facebook, ecco, non è che sia stato così un gran botto, al di là dei numeri che quotidianamente Google sfodera con gran clamore.
La verità, al solito, sembra essere ben diversa: passata la corsa ad accaparrarsi un account sull'ultimo social network alla moda, alla fine ognuno è tornato, o semplicemente rimasto, a casa propria. In particolar modo per quanto riguarda gli appartenenti alla ristretta comunità di FriendFeed.
È così accaduto anche per me: in punta d'abbandono, ho ripreso a scrivere parecchio proprio su FriendFeed e ad allargare, anche lì, la mia rete di relazioni sul web. Facendo anche selezione nei contatti, che è poi un po' la chiave perché la presenza nel contesto di un social network funzioni come nella vita di tutti i giorni (non uso di proposito il termine vita reale: chi mi segue da tempo sa che, per quanto mi riguarda, non faccio alcuna distinzione fra relazioni sul web e relazioni in carne ed ossa, un po' perché i due insiemi non sono del tutto mutuamente esclusivi, un po' perché continuo a sostenere che il modo in cui ciascuno di noi si propone in Rete non è affatto dissimile dal modo di rapportarsi nel quotidiano. Ma è un discorso lungo che porta altrove e, al solito, vado fuori tema).

Di recente Massimo Mantellini, che seguo da anni e che ho spesso citato fra queste pagine, ha scritto qualcosa di interessante a proposito dello stato di salute dei blog ai tempi di Facebook e dei social network, in particolar modo qui e qui. È un tema che in Rete ultimamente è abbastanza ricorsivo.
Personalmente mi ritrovo, al solito, a condividere parecchio di quel che va sostenendo, pur muovendomi da un punto di osservazione che, numeri alla mano, sta un paio di zeri al di sotto degli ordini di grandezza e degli esempi ai quali fa riferimento.
Bloggare stanca, eccome. E però resta il fatto che si blogga (o si dovrebbe bloggare) innanzitutto per dare una via di sfogo a una propria esigenza, a un gusto e a un bisogno personali, a prescindere dalla dimensione reale dell'audience.

Il pubblico di questo blog è ormai più o meno costante da anni e si attesta sui duemila visitatori al mese, con picchi di circa tremila in occasione, ovviamente, dei travel log. Di questi, ad occhio, un centinaio sono visitatori ricorrenti, affezionati, con alcuni dei quali nel corso del tempo si è anche stabilita una forma di colloquio alternativo e parallelo. Quando scrivo qui, lo faccio innanzitutto per soddisfare una mia esigenza personale di comunicazione che usa una grammatica e contenuti assai differenti da quelli che adotto e riverso nei social network; in seconda battuta, però, lo faccio anche per conservare - e perché mi piace conservare - questo dialogo con chi mi legge.
A parte i travel log, col tempo ho iniziato a scrivere, qua, di tutto un po'. Scrivo dei miei vasi, scrivo dei Tati, scrivo di politica, di cose mie, di pensieri inutili che talvolta mi attraversano, di tecnologia, di musica. Scrivo anche di meno, sì, perché ho frammentato quel che voglio dire indirizzandolo altrove a seconda del metro e del linguaggio, così come ho deciso qualche mese fa di eliminare i miei tweet dallo stream del blog. E però scrivo di più, nel senso che, se son qui, di norma mi faccio trasportare dalla scrittura.

È che questa è casa mia. Non lo è FriendFeed, non lo è Twitter, men che meno lo sono altri canali. Quel che scrivo qui rimarrà sempre, innanzitutto, mio. Quel che scrivo altrove, molto probabilmente, andrà perso nel mare della Rete, certamente fuori dal mio controllo.
Dunque Orizzontintorno resta ancora, e vive. Anche se, magari, mi vedete - e vedrete - di meno. Ma non è nemmeno detto.
Quel che è certo è che, perlomeno quest'anno, ho un solo progetto in cantiere e forse neanche quello. Non aspettatevi, dunque, grandi trasferte come nel 2011. Ma se passate e suonate il citofono, sempre qui mi potete trovare.

Sono stati un ultimo dell'anno e un capodanno strani, questi, per molti versi. Non c'entra nulla. Ma mi serve per riuscire a chiudere, anche questa volta, il post del primo dell'anno.
E stay tuned, come sempre.
TAG: friendfeed, twitter, google plus, blog
23.57 del 01 Gennaio 2012 | Commenti (2) 
 
08 Oplà!
NOV Web e tecnologia, Coffee break
LP
23.56 del 08 Novembre 2011 | Commenti (0) 
 
01 Esclusi i presenti
NOV Web e tecnologia, Politica, Mumble mumble
Questo (lungo) post è nato altrove, ché l'ho in canna da mesi e mesi. Poi però càpita che una sera, nel ritrovarmi a vedere Giovanni Favia e Davide Bono del Movimento 5 stelle partecipare a un dibattito in televisione, provi il solito disagio a sentire quel che dicono e mi venga da associarli immediatamente ed inevitabilmente ai miei giovani freak, dei quali ormai scrivo da almeno due anni. E però mi viene anche in mente che, tant'è, forse è proprio lì il punto ed è lì che il post che ho nel cassetto da mesi pretende di andare a parare.
Non lo so. Però ci provo: la prendo alla lontana, da quel che voglio dire da tempo, e vediamo se i due temi si agganciano. Magari, una volta in fondo, il risultato non torna nemmeno a me.
L'executive summary è che, a mio parere, no: non esiste alcun popolo di internet. Su internet non nasce alcun movimento di opinione, né tanto meno rivoluzionario: al massimo internet può essere un mezzo rapido ed alternativo di diffusione di movimenti nati altrove. Né soprattutto (e questo è il punto) esiste in Italia un fenomeno, in così evidente crescita, di persone che si informano su internet.
Quel che esiste è solo una gran massa di gente che possiede uno smartphone. Che usa per giocare, ascoltare musica, fare fotografie e taggarle su Facebook. E per leggere le e-mail, se è obbligato per lavoro.

Il post che avevo in mente, però, iniziava in altro modo e da tutt'altra parte.

Io sono nato nel 1965. Ho messo le mani per la prima volta su un computer nel 1984 e son partito direttamente da un assemblato con processore 8088, saltando a pié pari la fase Commodore, Amiga, eccetera. Mi sono laureato in informatica - che all'epoca si chiamava Scienze dell'informazione (è ancora così?) - più per caso che per interesse vero e proprio nei confronti della tecnologia, passione che tuttavia ho iniziato a coltivare proprio nel corso degli anni di studi e soprattutto della tesi di laurea.
Ho fatto a tempo a toccare le schede perforate, ho lavorato sui mainframe, sui primi Macintosh e i primi PC, sulle workstation grafiche e sui primi portatili della Compaq che pesavano come jersey di cemento armato. Ho messo le mani un po' ovunque: dall'MVS al Dos, a tutti i sistemi Unix-like e a tutte le versioni di Windows note al genere umano. Come tutti coloro cresciuti davanti a un monitor, sono (stato) assai poliglotta, nel senso dei linguaggi di programmazione. Lavorando nel mondo della ricerca informatica ho avuto modo di partecipare, direttamente in alcuni casi, indirettamente in altri, alla nascita di parecchie delle tecnologie che oggi diamo per scontate: dalla masterizzazione dei cd, tanto per citarne una, alle tecniche di acquisizione, elaborazione ed interpretazione delle immagini (la mia specializzazione iniziale), allo sviluppo dei protocolli e delle reti di comunicazione.
Soprattutto, ho visto nascere internet.

Per dirla tutta, come quasi tutti "noi" all'epoca, in Rete c'ero già da prima, ché si chattava con i colleghi delle altre università e dei centri di ricerca con sistemi dei quali nemmeno più ricordo il nome, roba che girava su mainframe comunque. Così sorrido quando sento dire "ai tempi di irc", perché c'è stato un tempo, per me, in cui irc era ancora il futuro di un passato prossimo che stavamo già vivendo e sperimentando (fra parentesi, nel momento in cui sto scrivendo questo post, si sta discutendo per caso di questo tema in questo thread di FriendFeed, il che mi serve involontariamente un atout per quanto dirò più avanti)...
[Continua a leggere]

TAG: internet, digital divide, informazione, nativi digitali, identità digitale
22.52 del 01 Novembre 2011 | Commenti (5) 
 
11 Taglio e messa in piega
OTT Lavori in corso, Web e tecnologia
E' un pezzo che non scrivo qua dentro, più o meno da quando son rientrato dal Caucaso. Qualcosa nel cassetto, che rimando da giorni, ce l'ho, ma son cose futili, roba mia che non so dove altro mettere. Magari, dopo questo, provo a fare un po' d'ordine negli appunti.
Nel frattempo, con la complicità del solito Federico - che fa quel che io non so più fare ormai da tempo immemorabile, ossia tradurre in formato web quel che mi gira per la testa - con la complicità di Federico, dicevo, ho messo le mani nella manutenzione di Orizzontintorno, la cui attuale veste ha scollinato abbondantemente l'anno d'età: superato da un pezzo il periodo di collaudo, è venuto il tempo di dar qualche scalpellata di rifinitura qua e là.
I lavori sono tutt'ora in corso, nemmeno troppo dietro le quinte per la verità, ché ad esempio la sezione video è in fase di rimaneggio totale: non sappiamo proprio come farla in modo decente, procediamo a tentoni. Non che i relativi contenuti siano degni di nota, per carità, ma poiché nel corso degli ultimi viaggi ho indegnamente fatto lavorare un po' più del solito la videocamera dello smartphone, più per ragioni di memoria personale che altro, si vorrebbe qui fare un po' d'ordine conseguente.
Di altri piccoli interventi cosmetici non si accorgerà verosimilmente mai nessuno e dunque sorvolo direttamente.

Quel che invece sta cambiando rapidamente, negli ultimi tempi, sono la gestione della mia presenza in Rete e il mio approccio ai social network vari, l'ultimo aggiornamento in merito al quale avevo raccontato qualche mese fa. Ho dunque modificato di conseguenza anche l'integrazione dei miei vari webstream con questo blog.

Ho innanzitutto dato una sforbiciata ad alcuni account che, di fatto, non utilizzavo da tempo, e a registrazioni a servizi che non mi avevano mai convinto del tutto: primo, dunque, semplificare la mia identità on-line e dar meno roba in pasto all'indicizzazione di Google, che comunque, come regola, va sempre bene.
Non esisto dunque più né su iLike, né su Delicious (che ha onorevolmente svolto il suo compito per qualche anno, ma che ho egregiamente sostituito con Diigo), né, soprattutto, su Tumblr, che davvero non mi aveva mai catturato.
Sto seriamente pensando di rinunciare anche a Google reader: ormai praticamente tutti i feed ai quali sono iscritto fan capo a contenuti che vengono distribuiti dai relativi autori su mille altre piattaforme e dunque ho generalmente accesso ai medesimi post via Twitter, Google plus e Friendfeed.
Proprio sulla sovrapposizione ed integrazione di questi tre account mi sono fra l'altro soffermato.

Friendfeed sta francamente diventando un luogo sempre più infrequentabile, perlomeno per gente con poca inclinazione alle discussioni da condominio e da bar dello sport. Un anno e rotti fa, quando mi ero iscritto, cercavo un'alternativa efficiente a Delicious e a Twitter per la condivisione di contenuti generici con gli amici: un luogo dove segnalare link, articoli, foto ed altro materiale trovato in giro, che si prestasse ai commenti (dunque non Delicious) e che contemporaneamente mi permettesse di indirizzare questo genere di dialogo al di fuori del blogging tradizionale (quindi senza utilizzare il blog di Orizzontintorno, o Twitter).
Oggi con Google plus soddisfo questo requisito in modo molto più efficace: quasi tutte le persone con cui ho piacere di condividere contenuti hanno sia l'account su FriendFeed, sia su G+, e dunque non c'è ragione, per me, di continuare ad usare il primo, perlomeno con lo scopo originario.
Di conseguenza ho sganciato definitivamente il widget di Friendfeed dal blog di Orizzontintorno, ho lucchettato l'account, chiudendolo così all'indicizzazione dei motori di ricerca, e ho trasferito su Google plus il mio stream di condivisione contenuti. Mi piace di più la gente che lo frequenta, mi piaccion di più le discussioni, gli amici che avevo su FriendFeed son quasi tutti anche lì e, non ultimo, non c'è (ancora) la maniacale proliferazione di gattini fra le palle. L'unico neo, a voler ben vedere, è l'impossibilità (per ora?) di poter integrare dentro ad Orizzontintorno un widget con il flusso di G+ in modo analogo a quanto accadeva con FriendFeed, ma pazienza.
Credo a questo punto che a breve cancellerò anche l'account di FriendFeed. Tuttavia, per il momento lo uso - mio malgrado - come luogo di cazzeggio e discussioni da ascensore. Cercando di filtrare perlomeno i gattini.

Nella pagina del blog di Orizzontintorno il posto del widget di FriendFeed è ora occupato da quello analogo di Twitter. Sto tornando al mio primo amore: ho sempre amato il microblogging nello stile di Twitter ed un'altra delle ragioni per cui invece mi sono disaffezionato del tutto a FriendFeed è la recente impossibilità di indirizzare i contenuti di quest'ultimo su Twitter, come invece si poteva fare fino a qualche mese fa. Anche il percorso inverso è ora possibile solo utilizzando plugin di terze parti, come Advanced Tweets.
Insomma: da una parte FriendFeed sembra ormai più una nave alla deriva priva di timone, dall'altra Twitter e G+ sono ora facilmente integrabili e dunque, per quel che mi riguarda, posso riversare in modo selettivo il flusso di G+ dentro a quello di Twitter e da lì nella pagina di Orizzontintorno. Esattamente quel che voglio.
Di più: ho eliminato l'indirizzamento dei miei tweet all'interno della cronologia del blog di Orizzontintorno, come siete stati abituati a vedere fino a ieri. I tweet rimangono ora confinati nel widget a lato e non si inseriscono più nel flusso del blog, a meno di occasioni speciali che posso opportunamente filtrare (ad esempio, quando sono in viaggio e il microblogging via Twitter diventa, di fatto, il mio blog principale). Niente più retweet, né messaggi di Foursquare rimbalzati su Twitter e da lì al dentro al blog di Orizzontintorno.
La pagina del blog torna ad essere pulita e riservata solo ai post lunghi, nativi di Orizzontintorno, come questo.

Infine, mantengo il profilo professionale su LinkedIn, sempre sganciato dalle integrazioni con altri social network.
TAG: friendfeed, twitter, google plus
09.09 del 11 Ottobre 2011 | Commenti (2) 
 
27 Una mela al giorno: update
LUG Web e tecnologia
Breve aggiornamento sulla situazione a ormai un mese dalla migrazione. In ordine sparso, come sempre, ché al solito mi appunto le cose senza criterio e man mano che vengono.

Antivirus: come detto, a quanto pare, nella nuova Mac-vita non serve. Perlomeno fino a prova contraria. E perlomeno finché qualcuno non ti fa osservare, con un qualche fondo di ragione, che non non serve a te, forse, ma che se vivi in mezzo ad una catena di sistemi Windows il fatto di fottertene allegramente di virus, trojan, malware e compagnia cantante fa anche sì che tu sia del tutto trasparente al passaggio di schifezze varie fra un pc e l'altro.
In altri termini, e in via del tutto teorica naturalmente, se A mi passa una chiavetta infestata (successo parecchie volte nella mia precedente vita Win) ed io non ho a bordo un antivirus che me la blocca e ripulisce, a me non accade (probabilmente) nulla, ma quel che è certo è che passando la chiavetta a B contribuirò passivamente alla diffusione di qualunque cosa non debba essere distribuita.
Raccolgo l'obiezione ed amen, continuo (per il momento) senza barriere. Questa macchina ha tali prestazioni che mi rifiuto di caricarla con qualcosa di totalmente superfluo - per me.

File RAR: vi avevo parlato di UnRarX e dei suoi limiti. Poi ho scoperto Zipeg e fine dei problemi.

Sincronizzazioni varie agenda, rubrica, eccetera: continuo ad usare SyncMate con una coda di problemi non risolti. Diciamo che se sincronizzo a senso unico l'agenda con l'HTC, usando l'agenda come master, è tutto ok. Se tento una sincronizzazione bidirezionale fa sempre qualche microcasino: rapidamente risolvibile, ma tant'è. A sincronizzare entrambi anche con Google agenda ho rinunciato e ho mollato definitivamente quest'ultima: mi accontento di Mac e smartphone.
Il capitolo rubrica è il più stocastico: incongruenze random, poche ma buone. Si fa per dire.
Tutto sommato, comunque, la situazione complessiva è abbastanza sotto controllo e stabile e, pur con qualche difficoltà, mi sto abituando ad usare anche iCal invece di Outlook: più snello, più efficiente, anche se qualche "complessità" funzionale di Outlook aveva il suo perché ed alla fine rendeva il sistema più flessibile.
Quel che mi è comunque chiaro al di là di tutto è che questa migrazione sarà davvero completa ed efficiente quando, a questo punto, sarò passato anche io all'iPhone.

Importazione file Access (archivi mdb): ho per il momento rinunciato. Qualcuno mi ha anche gentilmente scritto per segnalarmi alcune procedure note, ma il punto è che non ho tempo di verificare, né per il momento mi serve. Dunque ho parcheggiato il problema, che poi, almeno per ora, problema appunto non è.

Da aggiungere alla voce non mi piace: la gestione delle applicazioni. Troppa confusione nello spazio lavoro. Ero abituato al mio ordine ed al modo nel quale raggruppavo da sempre in Windows le applicazioni sotto al pulsante Start, nonché dell'organizzazione ormai standard che mi davo sulla barra di avvio veloce.
Tutta quell'accozzaglia di icone raggruppate nel menù applicazioni di Mac mi dà invece fastidio e il dock lo amo poco. Devo studiare un metodo per razionalizzare il front end e riorganizzarlo come piace a me. Devo anche studiare meglio il launch pad di Lion.

Già, perché nel frattempo sono anche migrato a Lion. Senza nemmeno far prima un backup e senza paracadute alcuno. Roba che sotto Windows non mi sarei mai sognato di fare (non che sotto Mac sia stata proprio un'idea furbissima).

Comunque: rapido riepilogo delle complicazioni post-migrazione.
Necessario un aggiornamento di Java per far funzionare la CS5 di Adobe e la chiavetta 3G. Immediatamente scaricato, problemi risolti a brevissimo giro.
Necessario aggiornamento di iTaskX, ché altrimenti non parte. Già bell'e che pronto sul suo sito web, scaricato, installato, tutto ok.
Problema (serio) di iper attività della ventola dopo l'aggiornamento del sistema e surriscaldamento contingente della macchina. Roba da non poterla toccare. In questo caso ho dovuto studiare un po' e aspettare che qualcuno fra gli altri early adopter di Lion risolvesse il problema, che si è scoperto infine essere legato a Citrix. Appena la soluzione è stata pubblicata sul web, a qualche ora soltanto di distanza dal rilascio di Lion, ho seguito le relative indicazioni ed anche la ventola ed il surriscaldamento sono andati a posto.
Per il resto tutto perfettamente ok. Una meraviglia.
A parte l'assurdità dello scroll "naturale", immediatamente (come tutti) cassato dalle opzioni di sistema.

In sintesi, nel caso vi venisse il dubbio: no, non tornerei proprio indietro a Windows. Anche se domani, per ragioni di leggerezza e comodità, partirò al solito con il buon vecchio Vaio (col cavolo che mi porto il MacBook là dove sto per andare…).

Le puntate precedenti di "Una mela al giorno" qui:
1. The context: perché ho deciso di migrare da Windows a Mac.
2. Execution: come ho affrontato la questione.
3. So what? E dunque, com'è andata?
TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, lion, windows
09.15 del 27 Luglio 2011 | Commenti (0) 
 
20 Uno in (G) più
LUG Web e tecnologia, Lavori in corso
Colgo lo spunto dall'interessante analisi di Alessandra per fare un po' d'ordine, almeno per quei quattro gatti che mi seguono ostinatamente e ai quali sono particolarmente affezionato.
Come molti altri, grazie alla presenza su Friendfeed, ho avuto anche io un invito per unirmi agli early adopter di Google+, dentro al quale bazzico dunque ormai da più o meno tre settimane, il che ha ulteriormente frammentato la mia vita digitale, già assai distribuita un po' ovunque con l'unica eccezione, confermata e consolidata, di Facebook (me lo continuano a chiedere tutti, ma come, non sei su FB? No, non ci sono, né mi interessa entrarci. Magari prima o poi approfondirò il tema).

Ho già accennato molto brevemente altrove al fatto che a me, Google+, tutto sommato piace, pur con tutti i suoi evidenti limiti attuali, che è piuttosto lecito supporre siano in gran parte un semplice fatto di beta release. Per dire, non credo durerà molto la barriera all'importazione dei feed esterni nel mainstream, attualmente il principale ostacolo che si oppone alla resistenza dei più a migrare definitivamente verso G+ da altre piattaforme come Friendfeed, anche perché in caso contrario è assai probabile che Google Plus andrebbe rapidamente incontro al destino del suo sfortunato precedessore, Wave.
Fra l'altro, come ho osservato altrove, già il fatto che lo stream di Buzz non sia integrato nel mainstream di G+ è piuttosto sconcertante ed irritante. Attendiamo fiduciosi.

A parte ciò, non voglio addentrarmi qui nell'ennesima analisi socio-cultural-nerd dell'ultimo arrivato sulla inflazionatissima scena dei social network. Do fiducia a Google Plus soprattutto perché, personalmente, un po' mi piace fare il pioniere (anche per mestiere, del resto) e un po' perché tanto sono già da tempo inesorabilmente Google addicted, con buona pace degli altrui timori per cui meno si sa in giro chi siamo e cosa facciamo, meglio è: quel che penso in merito è, in un parola, bah.
Uso GMail da sette anni ed ormai tutti i miei account di posta sono residenti a Mountain View, ho un profilo Google completamente pubblico, il mio feed reader di default è Google reader, Orizzontintorno è agganciato a Google analytics e fa uso delle Google apps, ho un account Picasa, mi picchio con la Google agenda da mesi e all'occorrenza anche con Google docs, e infine ho tutta la storia dei miei viaggi regolarmente mappata sul mio account Google maps, dove peraltro apro ormai in anteprima gli itinerari delle mie prossime avventure a zonzo per il mondo e grazie al quale sto pure conducendo qualche esperimento di map-collaboration.
C'è forse qualcosa che Google di me non sa ancora? C'è forse qualcosa che Google, peraltro, sa più di quanto non sappiano già la mia banca, la società Autostrade che mi traccia col telepass, gli istituti che emettono le mie carte di credito, la compagnia telefonica che traccia il mio cellulare, lo Stato che traccia le mie transazioni economiche, eccetera?

Dunque, più o meno l'organizzazione temporanea che mi sono dato, allo stato attuale, è questa.

Al blog su Orizzontintorno sono ormai riservati in linea di massima solo i travel log estesi, i post lunghi(ssimi) e qualche incursione fotografica spot. Il resto del sito, come già anticipato, è work in progress, ché sto lavorando (con i soliti tempi biblici) alla ristrutturazione totale dell'archivio fotografico e ad altri piccoli enhancement.

FriendFeed lo uso sia per condividere contenuti altrui pescati in giro per il web, sia per chiacchierare del più e del meno con i miei (pochi) contatti, sia per blogging a carattere sintetico ed eterogeneo, roba che ormai con Orizzontintorno ha un po' poco a che fare. Uso FF anche come aggregatore dei miei contenuti su YouTube, Google reader e Diigo, che da qualche tempo ho adottato al posto di Delicious.
Tutti i post su FriendFeed vengono importati sia dentro a uno specifico widget inserito nella pagina del blog di Orizzontintorno, al di fuori del mainstream, sia dal mio account su Twitter.

Su Twitter indirizzo di regola il microblogging di viaggio ed eventualmente, in assenza di un pc a portata di mano, altri tweet isolati, questi ultimi essenziamente per ragioni di comodità, ché il client di FriendFeed per il mio HTC fa schifo mentre quello per Twitter funziona decentemente. I tweet vengono importati nel mainstream del blog di Orizzontintorno, a meno che non provengano da Friendfeed: ciò per evitare una ridondanza di contenuti poiché, come detto, quel che scrivo su FF va già di suo nella pagina del blog.
Sto peraltro studiando il modo di filtrare ulteriormente i tweet importati, proprio per evitare che qualunque stupidata occasionale e commento io posti su Twitter vada a finire dentro al blog.
I post di Orizzontintorno fanno invece il percorso inverso e vengono importati automaticamente su Twitter, così come i miei check-in su Foursquare (che di conseguenza, passano anche da Twitter al blog di Orizzontintorno).
In altre parole, Twitter è in questo momento il mio aggregatore principale.

L'introduzione di Tumblr come aggregatore ultimo di tutto 'sto ambaradan non ha mai funzionato un granché. A quanto pare Tumblr, se abbandonato a se stesso come faccio io, importa un po' quel che gli pare con frequenza del tutto casuale.
Son sempre lì lì per cancellare l'account, ma tant'è.

LinkedIn è scollegato da tutto: lo uso solo ed esclusivamente per mantenere il network professionale. Una volta lo avevo aperto all'importazione di Twitter, ma ho sganciato anche quel collegamento.

L'introduzione di Google Plus ha un po' scombussolato e complicato il panorama, soprattutto perché, come detto, non importa i contenuti degli altri sn, né in teoria li esporta, a meno di qualche app sviluppata ad hoc da terze parti. Poiché proprio grazie ad uno di questi plug-in riesco per il momento ad esportare G+ verso FF, sto pian piano migrando il ruolo di FriendFeed a Google Plus. Nel momento in cui dovesse essere possibile includere lo stream di G+ dentro Orizzontintorno, e sostituire dunque il widget di FF, è probabile che vada verso l'abbandono totale di quest'ultimo. Del resto ormai sono in parecchi a ritenere che, da quando è stato acquistato da Facebook, FriendFeed abbia i giorni contati. Non a caso buona parte dei suoi utenti sta migrando proprio verso il nuovo social network di Mountain View.

E' probabile quindi che nel giro di qualche mese mi assesti definitivamente distribuendo i miei contenuti in tre luoghi: travel blog e post lunghi di approfondimento su Orizzontintorno, microblogging di viaggio su Twitter (importato sul blog di Orizzontintorno) e tutto il resto su G+. Sempre che Google mantenga le promesse.

SN
Relazioni fra i miei social network
TAG: google plus, googleplus, g+, friendfeed, twitter, foursquare, social network
09.45 del 20 Luglio 2011 | Commenti (0) 
 
30 Una mela al giorno: parte terza (well, so what?)
GIU Web e tecnologia
Terza (ed ultima?) parte della mia miniguida alla migrazione da PC a Mac. Sono ormai a tre settimane dallo start-up e la situazione inizia a stabilizzarsi. E sì, confermo: iTaskX apre perfettamente i file mpp di MS Project. Ancora buio invece sul fronte file mdb. Infine, Outlook ormai quasi abbandonato in favore di iCal + iMail (migrazione archivio posta perfettamente ok) + Rubrica Mac OS, anche se ancora devo abituarmi un po' a muovermi nel nuovo ambiente applicativo.

Proprio alle abitudini e all'esperienza utente vera e propria ho riservato quest'ultimo capitolo. In altre parole, a parte i problemi tecnici (quasi) risolti in fase di migrazione, 'sto passaggio al Mac, insomma, dopo averci smanettato un po' di giorni, come va? E' davvero stata una buona idea?

Vediamo: ho preso qualche appunto in proposito questi giorni e per farlo ho usato un'applicazione della dotazione standard del MacBook, "Promemoria", che poi altro non è che il solito programmino che simula i post-it sul desktop. Roba vecchissima anche in ambiente Windows, ma qui, intanto, ce l'ho pronta di default sul Dock e non devo andare a scaricarmela da qualche parte.
A dir la verità, se escludiamo MS Office 2011 per Mac, iTaskX e SyncMate, non avrei praticamente bisogno di altro: sul Mac c'è tutto quello che mi serve, perlomeno così a botta calda e dopo tre settimane di uso abbastanza eterogeneo. Da notare peraltro che quel che ho comprato mi è servito esclusivamente per poter lavorare con i miei vecchi archivi nati sotto Windows, altrimenti avrei potuto farne tranquillamente a meno: in termini di software base per la produttività il MacBook arriva già piuttosto fornito e con ben poco di superfluo. Basterebbe aggiungergli OpenOffice ed oplà, più o meno fine della storia.
Non fosse che poi siamo i soliti nerd.

Vado dunque in ordine sparso, ché sono osservazioni nate così, in corso di lavori...
[Continua a leggere]

TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, windows, icloud, nuvola
09.30 del 30 Giugno 2011 | Commenti (1) 
 
25 Una mela al giorno: parte seconda (execution)
GIU Web e tecnologia
La prima puntata è qui. Questa è ancora più lunga e, ve lo anticipo, vi interessa solo se davvero vi sta solleticando l'idea di fare il gran salto. Il tema è l'approccio alla migrazione vera e propria. Ho peraltro già in canna una terza parte sulle mie prime impressioni da nuovo utente Mac che, vi dico già, non sono la solita promozione a pieni voti che pare accomunare tutti i neofiti della Mela appena sbarcati dal vecchio mondo Windows. Se dunque volete sapere solo cosa ne penso del MacBook dopo un paio di settimane di utilizzo, aspettate qualche giorno. Altrimenti proseguite.

Di solito, il primo banale passo nel migrare dal mondo di Bill Gates a quello di Steve Jobs parrebbe il censimento delle applicazioni che avete installato sul PC. Nel mio caso, dozzine. Avere installato, però, non è quasi mai un indicatore significativo. Piuttosto dovremmo parlare di applicazioni (frequentemente) utilizzate, insieme la cui numerosità è spesso di gran lunga inferiore a quella del parco applicativo che avete disponibile.
Anni di software che avete messo su solo per curiosità o per prova, a volte cancellati maldestramente senza ripulire del tutto il file system e, soprattutto, il registro di sistema; aggiornamenti di applicazioni che vanno a sovrapporsi a vecchie versioni; pezzi di utilità non più mantenute da tempo; gazzilioni di byte e file temporanei che sono andati ad accumularsi fra le pieghe nascoste del vostro sistema; e che altro?
Fra l'altro è quasi sempre questa la causa per cui i nostri PC, col tempo, diventano ingestibili ed inutilizzabili: il registro di sistema di Windows è una specie di inferno dantesco con tendenze evolutive prossime al blob. In altre parole, più roba ci mettete dentro, maggiore sarà il numero di conflitti di sistema, maggiore la necessità di aggiornamento frequente dei software installati, minore la stabilità di sistema complessivo.
Va comunque spesso a finire che una parte talvolta consistente delle migliaia di file che abbiamo in archivio, alcuni dei quali magari non apriamo da anni, sono in un qualche formato gestito solo da uno di questi software che sciaguratamente, per qualche tempo, abbiamo deciso di provare.

Il punto è dunque: cosa diavolo usate davvero di tutta quella spazzatura che vi siete installati sul PC?
In realtà dovete porvi la domanda in modo diverso: quali tipi di file gestite sul PC?
A valle di questa risposta potete poi pensare a quali siano le applicazioni più idonee per gestire quei tipi di file sul Mac, a prescindere da quel che avete usato fino ad oggi sul PC.

In altre parole, il tema fondamentale è fare tabula rasa del mondo Windows fin dall'inizio e cambiare approccio mentale: non dovete migrare le applicazioni, il vostro problema è migrare i dati e pensare a cosa vi serve per gestirli, senza comunque dimenticare che molto probabilmente (è il mio caso) dovrete continuare a poterli condividere con un mondo che perlopiù parla Microsoft.
Detta così sembra un'ovvietà, eppure nella mia breve esperienza, confrontandomi con altri che han fatto il passaggio prima di me, il punto di discussione sembra sempre essere "come faccio con Access", o "come faccio con MS Project". Ovvero: "Mi tocca installare per forza Parallel sul Mac."
Invece, la domanda da porsi dovrebbe essere: come importo e come gestisco, nel mondo Mac, i file mdb? Cosa è meglio per me, ad esempio, per elaborare le immagini jpg? Posso continuare a lavorare con i fogli Excel e scambiarli con i PC che montano MS Office per WIndows?

Per lavoro uso da sempre Microsoft Office: a naso, copre il 95% delle mie esigenze professionali. Il risultato è che perlomeno metà dei miei dati, in termini di numerosità dei file, è fatto da archivi in formato Powerpoint, Excel, Word e, in misura minore, MS Project ed Access. Parliamo di migliaia e migliaia di oggetti, per chiarirci, organizzati in un file system infinito.
L'altra metà del mio patrimonio informativo è costituita da musica (almeno trentamila file), filmati e immagini (circa quarantacinquemila) in quasi tutti i formati noti al genere umano.
A parte, poi, vanno considerate la posta, la rubrica indirizzi e l'agenda che, ahimè, se usate Outlook come strumento di gestione (è il mio caso) sono tutte blobbate in un unico famigerato file di tipo "pst", disperso da qualche parte nel vostro hard disk e che, nel corso degli anni, può aver raggiunto dimensioni paleozoiche (il mio viaggia sui 2Gb e contiene quindici anni di archivio, considerando che conservo una e-mail ogni cinquanta, in media).
Ho poi centinaia di altri archivi in vari formati, vedi il caso dei file gpx e dei formati proprietari di SportTracks, che sono l'output del gps da polso che uso per correre. Due anni di allenamenti moltiplicati per diverse uscite settimanali e per tre file ad uscita.
Ho inoltre valanghe di file compressi in formato rar, altra bella rognetta, per dire.
E infine, in questa rapida panoramica di sintesi, vanno considerati naturalmente i file pdf.

Ed ora andiamo con ordine...
[Continua a leggere]

TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, windows, office, outlook
01.40 del 25 Giugno 2011 | Commenti (2) 
 
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