Orizzontintorno Carlo Paschetto
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30 Una mela al giorno: parte terza (well, so what?)
GIU Web e tecnologia
Terza (ed ultima?) parte della mia miniguida alla migrazione da PC a Mac. Sono ormai a tre settimane dallo start-up e la situazione inizia a stabilizzarsi. E sì, confermo: iTaskX apre perfettamente i file mpp di MS Project. Ancora buio invece sul fronte file mdb. Infine, Outlook ormai quasi abbandonato in favore di iCal + iMail (migrazione archivio posta perfettamente ok) + Rubrica Mac OS, anche se ancora devo abituarmi un po' a muovermi nel nuovo ambiente applicativo.

Proprio alle abitudini e all'esperienza utente vera e propria ho riservato quest'ultimo capitolo. In altre parole, a parte i problemi tecnici (quasi) risolti in fase di migrazione, 'sto passaggio al Mac, insomma, dopo averci smanettato un po' di giorni, come va? E' davvero stata una buona idea?

Vediamo: ho preso qualche appunto in proposito questi giorni e per farlo ho usato un'applicazione della dotazione standard del MacBook, "Promemoria", che poi altro non è che il solito programmino che simula i post-it sul desktop. Roba vecchissima anche in ambiente Windows, ma qui, intanto, ce l'ho pronta di default sul Dock e non devo andare a scaricarmela da qualche parte.
A dir la verità, se escludiamo MS Office 2011 per Mac, iTaskX e SyncMate, non avrei praticamente bisogno di altro: sul Mac c'è tutto quello che mi serve, perlomeno così a botta calda e dopo tre settimane di uso abbastanza eterogeneo. Da notare peraltro che quel che ho comprato mi è servito esclusivamente per poter lavorare con i miei vecchi archivi nati sotto Windows, altrimenti avrei potuto farne tranquillamente a meno: in termini di software base per la produttività il MacBook arriva già piuttosto fornito e con ben poco di superfluo. Basterebbe aggiungergli OpenOffice ed oplà, più o meno fine della storia.
Non fosse che poi siamo i soliti nerd.

Vado dunque in ordine sparso, ché sono osservazioni nate così, in corso di lavori...
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TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, windows, icloud, nuvola
09.30 del 30 Giugno 2011 | Commenti (1) 
25 Una mela al giorno: parte seconda (execution)
GIU Web e tecnologia
La prima puntata è qui. Questa è ancora più lunga e, ve lo anticipo, vi interessa solo se davvero vi sta solleticando l'idea di fare il gran salto. Il tema è l'approccio alla migrazione vera e propria. Ho peraltro già in canna una terza parte sulle mie prime impressioni da nuovo utente Mac che, vi dico già, non sono la solita promozione a pieni voti che pare accomunare tutti i neofiti della Mela appena sbarcati dal vecchio mondo Windows. Se dunque volete sapere solo cosa ne penso del MacBook dopo un paio di settimane di utilizzo, aspettate qualche giorno. Altrimenti proseguite.

Di solito, il primo banale passo nel migrare dal mondo di Bill Gates a quello di Steve Jobs parrebbe il censimento delle applicazioni che avete installato sul PC. Nel mio caso, dozzine. Avere installato, però, non è quasi mai un indicatore significativo. Piuttosto dovremmo parlare di applicazioni (frequentemente) utilizzate, insieme la cui numerosità è spesso di gran lunga inferiore a quella del parco applicativo che avete disponibile.
Anni di software che avete messo su solo per curiosità o per prova, a volte cancellati maldestramente senza ripulire del tutto il file system e, soprattutto, il registro di sistema; aggiornamenti di applicazioni che vanno a sovrapporsi a vecchie versioni; pezzi di utilità non più mantenute da tempo; gazzilioni di byte e file temporanei che sono andati ad accumularsi fra le pieghe nascoste del vostro sistema; e che altro?
Fra l'altro è quasi sempre questa la causa per cui i nostri PC, col tempo, diventano ingestibili ed inutilizzabili: il registro di sistema di Windows è una specie di inferno dantesco con tendenze evolutive prossime al blob. In altre parole, più roba ci mettete dentro, maggiore sarà il numero di conflitti di sistema, maggiore la necessità di aggiornamento frequente dei software installati, minore la stabilità di sistema complessivo.
Va comunque spesso a finire che una parte talvolta consistente delle migliaia di file che abbiamo in archivio, alcuni dei quali magari non apriamo da anni, sono in un qualche formato gestito solo da uno di questi software che sciaguratamente, per qualche tempo, abbiamo deciso di provare.

Il punto è dunque: cosa diavolo usate davvero di tutta quella spazzatura che vi siete installati sul PC?
In realtà dovete porvi la domanda in modo diverso: quali tipi di file gestite sul PC?
A valle di questa risposta potete poi pensare a quali siano le applicazioni più idonee per gestire quei tipi di file sul Mac, a prescindere da quel che avete usato fino ad oggi sul PC.

In altre parole, il tema fondamentale è fare tabula rasa del mondo Windows fin dall'inizio e cambiare approccio mentale: non dovete migrare le applicazioni, il vostro problema è migrare i dati e pensare a cosa vi serve per gestirli, senza comunque dimenticare che molto probabilmente (è il mio caso) dovrete continuare a poterli condividere con un mondo che perlopiù parla Microsoft.
Detta così sembra un'ovvietà, eppure nella mia breve esperienza, confrontandomi con altri che han fatto il passaggio prima di me, il punto di discussione sembra sempre essere "come faccio con Access", o "come faccio con MS Project". Ovvero: "Mi tocca installare per forza Parallel sul Mac."
Invece, la domanda da porsi dovrebbe essere: come importo e come gestisco, nel mondo Mac, i file mdb? Cosa è meglio per me, ad esempio, per elaborare le immagini jpg? Posso continuare a lavorare con i fogli Excel e scambiarli con i PC che montano MS Office per WIndows?

Per lavoro uso da sempre Microsoft Office: a naso, copre il 95% delle mie esigenze professionali. Il risultato è che perlomeno metà dei miei dati, in termini di numerosità dei file, è fatto da archivi in formato Powerpoint, Excel, Word e, in misura minore, MS Project ed Access. Parliamo di migliaia e migliaia di oggetti, per chiarirci, organizzati in un file system infinito.
L'altra metà del mio patrimonio informativo è costituita da musica (almeno trentamila file), filmati e immagini (circa quarantacinquemila) in quasi tutti i formati noti al genere umano.
A parte, poi, vanno considerate la posta, la rubrica indirizzi e l'agenda che, ahimè, se usate Outlook come strumento di gestione (è il mio caso) sono tutte blobbate in un unico famigerato file di tipo "pst", disperso da qualche parte nel vostro hard disk e che, nel corso degli anni, può aver raggiunto dimensioni paleozoiche (il mio viaggia sui 2Gb e contiene quindici anni di archivio, considerando che conservo una e-mail ogni cinquanta, in media).
Ho poi centinaia di altri archivi in vari formati, vedi il caso dei file gpx e dei formati proprietari di SportTracks, che sono l'output del gps da polso che uso per correre. Due anni di allenamenti moltiplicati per diverse uscite settimanali e per tre file ad uscita.
Ho inoltre valanghe di file compressi in formato rar, altra bella rognetta, per dire.
E infine, in questa rapida panoramica di sintesi, vanno considerati naturalmente i file pdf.

Ed ora andiamo con ordine...
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TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, windows, office, outlook
01.40 del 25 Giugno 2011 | Commenti (2) 
22 Una mela al giorno: parte prima (the context)
GIU Web e tecnologia, Coffee break
Questa versione di Orizzontintorno, che compie un anno proprio fra qualche giorno, a differenza delle precedenti è nata su un Mac, salvo poi essere stata amministrata fino ad oggi all'interno del consolidato mondo Windows del suo titolare. Da una settimana in qua, però, c'è stata la rivoluzione e in qualche modo il nuovo Orizzontintorno è tornato a casa.

Nella mia ormai lunga carriera di informatico (cosa che peraltro, nonostante il pezzo di carta, non sono mai stato davvero: perlomeno non nel significato che la gente associa comunemente al termine) col Mac ho avuto pochissimo a che fare. All'epoca si chiamava ancora Macintosh, era pressoché un cubo di plastica bianca e mi capitava di usarlo qualche volta al CNR per scrivere testi in preparazione di qualche esame, ché Windows, Office e tutta quella roba lì che adesso a voi pare scontata come la luce elettrica, all'epoca aveva ancora in gran parte da venire, o comunque si era gli albori dell'homo technologicus uno punto zero. Per dire, io la tesi di laurea l'ho scritta con un editor per mainframe ed un compilatore di script per la stampa di formule matematiche, che nemmeno ve l'immaginate voi, giovani rampolli cresciuti in un mondo popolato di finestre colorate, touchpad, tablet e telefonini che combattono con gli alieni (in realtà le prime edizioni di Windows e di Word risalgono agli inizi degli anni '80, ma quella è Lamerica, mica il Belpaese. Io, nel 1985, usavo ancora Wordstar sotto Dos 2.0, non so se mi spiego).

Il mio, insomma, è (quasi sempre stato) un mondo Windows, almeno da quando ho lasciato l'ambiente universitario e i sistemi Unix-like prima (sui quali, peraltro, mi sono però fatto le ossa per almeno dieci anni), e il Dos poi. Che volete farci: si può nascere al caldo del welfare norvegese e in seguito ai casi (s)fortuiti della vita finire nelle miniere di rame del Congo.

Comunque.

Come tutti coloro cresciuti sotto alla stella di Redmond, ho sempre guardato con un po' di diffidenza ai fanatici della Mela. Bello il Mac, per carità, nulla da dire. Come un telefono della Bang & Olufsen. Ma io ho bisogno di lavorare e il (mio) mondo orbita in una galassia Microsoft, ché siam gente da quartieri popolari, noi che di strategie dei sistemi informativi aziendali viviamo davvero, altro che quei fighetta che campan di web design, content management, che scrivon sulle riviste e fanno i blogger di grido coi loro MacBook Air.
Di conseguenza, nel corso degli anni, le mie borse da viaggio e la scrivania di casa han visto l'avvicendarsi di pc portatili di un po' tutte le generazioni (e peso), con a bordo via via tutta le versioni possibili di Windows, dal 3.0 a Seven, passando per 2000 e anni di XP, in un continuo alternarsi di amore e odio verso quello che, tant'è, rimane il sistema operativo più diffuso in ambito aziendale, dunque lo standard di riferimento per chi fa il mio mestiere.
Solo Vista mi son saltato e a quanto pare ho fatto un gran bene.

Non so identificare con precisione quand'è che questo rapporto più che ventennale ha iniziato a mostrare le prime crepe irreparabili. Quel che però è sicuro è che a un certo punto quelle piccole crepe si sono via via trasformate in un terremoto di magnitudo epocale.
Come molte vittime del medesimo tunnel, ho iniziato qualche anno fa con un piccolo iPod nano, al quale pochi mesi dopo ne ho subito affiancato un altro più grande sul quale trasferire tutto il mio vasto archivio musicale e che da allora è il mio compagno di viaggio inseparabile. l'iPod è stato senza dubbio il primo mattone della rivoluzione, un amore immediato. E ha funzionato un po' come la stampella di Enrico Toti nella battaglia dell'Isonzo.
Tempo dopo è arrivata la Apple TV e ancora ricordo la meraviglia che mi aveva travolto alla prima accensione: da settimane mi picchiavo con la rete casalinga e quel misterioso parallelepipedo bianco piatto di alluminio, come nulla fosse, appena acceso si era immediatamente autoconfigurato, collegandosi al router wifi e sincronizzandosi senza batter ciglio con iTunes sul mio pc. Il mondo delle fate per qualunque utente medio abituato a combattere quotidianamente con Windows. E che bella interfaccia, che colori. Che impatto!

A quel punto era chiaro come ormai fosse solo questione di tempo...
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TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, dell, sony vaio, htc
09.13 del 22 Giugno 2011 | Commenti (0) 
04 Personas
GIU Web e tecnologia, Segnalazioni
Così mi vede il web. Ora devo capire perché se lo lancio due volte di fila dia risultati così differenti. E, soprattutto, perché mai nel primo caso religion abbia lo stesso peso di professional, books e sports.

Personas
Personas2
TAG: personas
11.26 del 04 Giugno 2011 | Commenti (0) 
10 Tenetevelo (per ora, almeno)
FEB Web e tecnologia
Oggi per la prima volta ho avuto finalmente occasione di giocare per un po' sia con un iPad che con un Samsung Galaxy Tab.

Be', dovessi dire, sono rimasto esattamente della medesima opinione che avevo fino a ieri: (a me personalmente) non servono a una cippa, o perlomeno continuo a non capire perché mai dovrei (spendere una fraccata di soldi per) comprare uno di quegli aggeggi quando il mio netbook, di fatto praticamente quasi a pari dimensioni e peso dell'iPad, e decisamente a minor costo, è molto più potente, fa molto di più ed è molto più comodo per scrivere.
Che poi è almeno il 50% di quel che faccio davanti a uno schermo.
TAG: ipad, samsung, galaxy tab, netbook
21.05 del 10 Febbraio 2011 | Commenti (2) 
02 Radical chic
GEN Web e tecnologia
Aver trascorso una vita a girare per mezzo mondo, epperò su Foursquare essere il Mayor della A4 e del centro commerciale Il gigante di Villasanta.

Ci vorrebbe un badge specifico.
TAG: foursquare
14.33 del 02 Gennaio 2011 | Commenti (0) 
30 Però il profilo del programma c'è
NOV Mal di fegato, Web e tecnologia, Prima pagina
Scompare una ragazza. I soliti cannibali della televisione si avventano sulla notizia. A Pomeriggio sul 2 Lorena Bianchetti ci riempie ovviamente la trasmissione.
I servizi scivolano inevitabilmente su Facebook. Chiede la Bianchetti all'inviata di turno: "La ragazza aveva per caso un profilo su qualche social network, frequentava Facebook?". Risposta da manuale: "No Lorena, niente del genere, era una ragazza tranquilla".
Poteva anche chiederle se frequentava i negozi di ferramenta, per dire.

Segue il consueto dibattito fra esperti di tonno sott'olio sui pericoli di internet e del mostro Facebook, che consente agli adolescenti di sfuggire ai controlli dei genitori.

E voi state a preoccuparvi dei festini di Berlusconi.
TAG: facebook, social network, internet
16.43 del 30 Novembre 2010 | Commenti (2) 
13 Di Twitter e dintorni
OTT Web e tecnologia
Per quanto appartenente alla comunità dei perennemente e (potendo) ovunque connessi da prima ancora che internet fosse internet, da qualche tempo ci vado piano con le iscrizioni ai social network di qualunque natura. Un po' per non perdere il controllo della mia identità digitale, sempre più pubblica e sempre più destinata ad essere tanto incancellabile quanto consultabile dalle sorgenti più inimmaginabili; un po' per non adeguarmi inutilmente alle evidenti ridondanze e sovrapposizioni degli strumenti web di condivisione dei contenuti che ormai dilagano ognidove; un po' per focalizzare quegli stessi contenuti che voglio condividere, controllandone l'effetto dispersivo e il sempre maggior pericolo di looping nelle sincronizzazioni reciproche fra i vari account.

Di Twitter ho seguito fin dall'inizio l'evolversi della diffusione con poca convinzione, molte perplessità e un po' di normale curiosità geek. Non riuscivo a farmi un'opinione specifica in merito, né a chiarirmi a che potesse servire a me, in veste di titolare di un sito web con blog e feed annessi, dunque già condivisore di contenuti rispetto ad una comunità di persone, identificabile con i miei lettori, senza alcun obbligo per i medesimi di doversi registrare ad un servizio specifico per accedere, né limite architetturale imposto a monte.
Mi son comunque iscritto a Twitter un anno fa, con il semplice obiettivo di provare ad usarlo per un po' e vedere se mi catturava.
Dieci mesi ed oltre quattrocento cinguettii dopo, Twitter è ormai lo strumento che più accompagna le mie scorribande e al quale affido contenuti con maggior frequenza, al punto da essere la prima applicazione accessibile dal menù contestuale del mio smartphone.
Questa nuova versione del blog di Orizzontintorno è del resto stata in parte costruita proprio attorno all'integrazione con le API di Twitter.

Uso Twitter con un obiettivo specifico, che è poi quello evidente per cui è stato inizialmente concepito: il microblogging. Twitter è lo strumento perfetto per l'instant publishing del pensiero che ti attraversa la testa e che vale solo in quel momento. Del commento che affideresti al tuo compagno di viaggio, se non fosse che in auto sei dai solo. Della foto senza foto (per quanto, parlando di ridondanza dei social network, adesso sia possibile anche twittare immagini, ad esempio tramite il server di Twitgoo).
In viaggio Twitter è fantastico, è il realizzarsi ultimo della visione di Wim Wenders in Fino alla fine del mondo: viaggio, vedo, penso, catturo e condivido: parole e immagini, nell'istante esatto, nello spazio di 140 caratteri. Telegrafico, essenziale. Ti insegna ad essere estremamente sintetico e diretto, che è poi l'esercizio più difficile.
Càpita di buttar giù il testo di corsa, sforare del 300% con i caratteri e dover ridurre all'osso per poter inviare il messaggio, cercando di non alterare il significato né lo stato emotivo dietro il messaggio stesso.

Ho l'impressione che Twitter non sia amato proprio da chi ha un pessimo rapporto con la sintesi. Noto peraltro una continua migrazione locale ("locale" nel senso che credo sia un fenomeno limitato alla community italiana) di utenti Twitter verso FriendFeed, grazie alla possibilità di sincronizzare i contenuti dei due account. In particolare, mi sembra che sempre più utenti Twitter aprano un account FriendFeed ed utilizzino quest'ultimo come strumento di microblogging e discussione, ribaltandone poi i contenuti in automatico sull'account Twitter originale.
Naturalmente anche io ho un account su FriendFeed, che però uso in modo differente, credo anche in questo caso con uno spirito più prossimo a quello per cui è stato ideato. A Friendfeed affido la condivisione immediata di quanto trovo in Rete e che mi sembra possa essere interessante per la mia community di lettori. Si tratta dunque quasi sempre di semplici link, al massimo con qualche commento personale accessorio. In questo senso mi sta un po' cannibalizzando Delicious, al quale mi ero registrato tempo addietro con il medesimo scopo.
Oggi suddivido i contenuti perlopiù indirizzando su Delicious solo quei link che voglio in qualche modo taggare e conservare, a mo' di archivio e per eventuali future ricerche, mentre mando su Friendfeed tutto quel che mi pare di consumo esclusivamente immediato. Entrambi gli account sono aperti alla community e la replica è monodirezionale: quel che va su Delicious va anche su FriendFeed, ma non viceversa. Fra parentesi, convoglio su FriendFeed anche i post che condivido attraverso Google Reader, sul quale ho l'ennesimo account e che uso come feed reader standard.

A differenza di quanto osservo accadere nelle community di Twitter e FriendFeed, con l'avvio del nuovo sito di Orizzontintorno ho sganciato il legame fra i miei due account, in modo che non si alimentino più vicendevolmente e non diano luogo a ridondanze. Contemporaneamente, ho eliminato la replica incrociata fra i due social network ed i post del blog, cosicché quanto viene pubblicato su Orizzontintorno non venga a propria volta inutilmente ridondato. Adesso indirizzo a senso unico i contenuti di Twitter all'interno della cronologia del blog, conservandone dunque la natura intrinseca, e lascio quel che condivido su FriendFeed nella colonna di segnalazioni qua a lato. Mi sembra una ripartizione coerente dei contenuti.
Grazie a questa suddivisione posso dunque bloggare rapidamente via Twitter, lasciando perlopiù ai post veri e propri di Orizzontintorno argomenti tipicamente oggetto di approfondimento, che richiedono maggior tempo per essere sviluppati (come questo, ad esempio), decontestualizzati da un particolare istante temporale.
In viaggio, poi, Twitter fissa brevemente gli eventi nell'istante in cui accadono, il blog è il diario vero e proprio. Twitter è la Polaroid, il blog è la galleria fotografica post-prodotta. Mi sembra funzioni.

La migrazione d'uso, invece, che sta accadendo in Rete da Twitter a FriendFeed (attorno al quale, peraltro, si continua a vociferare di un ciclo di vita a breve termine) mi convince poco. Oggi accade che su FriendFeed fioriscano thread chilometrici in occasione di determinati eventi (ad esempio, durante il messaggio video di Fini sulla questione della casa a Montecarlo, o nel corso di trasmissioni televisive particolarmente al centro di polemiche), all'interno dei quali si dibatte in diretta dell'evento in sé, che poi è esattamente quello che accadeva ed accade tutt'ora con gli analoghi thread su Twitter, che su questa potenzialità è nato e si è diffuso.
A livello di interfaccia Twitter è un po' più spartano, e del resto è sempre stata la sua impronta caratteristica. I singoli tweet riferiti ai thread rimangono dispersi nel flusso informativo complessivo che scorre dentro alla propria schermata principale, a meno di non visulizzare direttamente i contenuti del solo #thread a scapito degli altri. FriendFeed aggrega un po' meglio i contenuti, consente di essere più prolissi, dà spazio ai commenti sul singolo post. Ma, appunto, mi pare un'altra cosa rispetto a Twitter: ho l'impressione che migrare da Twitter a FriendFeed solo per superare i limiti del primo sia un po' come passare dalla canoa alla vela perché in canoa non si sono le cuccette (è un paragone un po' contorto, ma non me ne vengono di migliori, così su due piedi).

Due parole anche su geolocalizzazione. Io sono registrato su Latitude, che è ovviamente attivo (quando voglio che lo sia) sul segnale del mio smartphone. La combinazione di Twitter con la geolocalizzazione su Latitude mi permette di fare del full-liveblogging quando sono in viaggio. Di più, integrando Twitter con Twitgoo posso anche postare immagini, taggarle, georeferenziarle e commentarle in tempo reale. Per le ragioni esposte all'inizio ed (anche) per quest'ultimo motivo non sono registrato ad esempio su Foursquare: nel mio caso sarebbe solo l'ennesima frammentazione della mia identità digitale, per usufruire di un servizio con qualche accessorio in più rispetto agli obiettivi che mi pongo nell'aprire l'accesso alla mia geolocalizzazione (e peraltro son già profilato anche su TripIt).

Da Facebook continuo invece a tenermi ben alla larga, per tutta una serie di ragioni legate a quanto talvolta condivido via FriendFeed, per le note questioni sulla esplicita allegra open-policy di Facebook relativamente alla condivisione dei contenuti e dei dati personali, e non ultimo per l'inutilità generale di possedere un profilo su FB avendo già da anni un intero sito personale ben indicizzato.
Verso FB, peraltro, son prevenuto da sempre: mi sembra, probabilmente senza ragione alcuna, un prodotto di per sé assimilabile ai viaggi a Sharm tutto compreso. Perfetto per l'uso di massa del web e per far saltare il digital divide a gran parte dell'umanità che di internet non ha in realtà la benché minima ragionevole cognizione, o che ne ha una visione ancora ferma a dieci anni fa.
In fondo, Facebook nel 2010 altro non è che il telefonino nel 2000.
TAG: twitter, friendfeed, blog, google latitude, delicious, social network
00.02 del 13 Ottobre 2010 | Commenti (1) 
01 Svegliarsi con quel motivetto in testa che fa...
SET Web e tecnologia, Coffee break
Non è vero che su internet puoi trovare qualunque cosa, o perlomeno che ci riesca Google.
Ad esempio, il testo di Bom de de bom bom di Augusto Martelli.

Per dire.

Adesso scrivo a Mountain View.
TAG: augusto martelli, google
17.26 del 01 Settembre 2010 | Commenti (0) 
02 Bispensiero 2.0
GIU Web e tecnologia
La domanda è di quelle che non capitano tutti i giorni e vale trecentomila euro: "Come morì Henry Hudson, l'esploratore che per primo risalì il fiume che oggi attraversa New York?"
Il concorrente non ha più aiuti: fino ad ora si è dimostrato in gamba, anche prendendosi qualche rischio. Del resto Jerry Scotti lo dice sempre, only the brave, e l'ingegnere è tentato di dare la risposta.

La domanda è interessante, le possibili quattro risposte sono tutte plausibili: a causa della puntura di un insetto, per indigestione, caduto dalla nave, vittima di un ammutinamento.
Sono curioso. Smetto per un momento di occuparmi della cena e faccio quello che sta facendo una buona parte degli spettatori: cerco Henry Hudson su Google. Il primo risultato rimanda alla solita Wikipedia e questa è la pagina (clicca per ingrandirla):


Ho evidenziato la risposta cercata, che del resto salta subito all'occhio: a quanto pare venne punto da una vespa. La risposta giusta è dunque la "A". Mi cade anche l'occhio sull'errore di battitura, curiosamente proprio sulla parola chiave, vaesp, ma lipperlì non do importanza alla cosa e del resto non faccio nemmeno caso all'evidente incongruenza.
L'avete già notata?

Se il programma fosse stato trasmesso in diretta, e se il concorrente avesse avuto ancora a disposizione l'aiuto da casa, questa sarebbe stata quasi certamente la risposta che avrebbe dato: facile, immediata, pochi secondi con Google e del resto è in bella vista e si nota subito, addirittura in prima posizione nelle righe di sintesi dei risultati di Google, senza nemmeno dover per forza entrare nella pagina di Wikipedia da cui sono state estratte per leggersela tutta.

Così dunque, probabilmente, avrebbe risposto. E avrebbe sbagliato.

Dopo qualche minuto di riflessione, infatti, il concorrente decide (saggiamente) di lasciar perdere e come di consueto Jerry Scotti legge quella che sarebbe stata la risposta corretta: vittima di un ammutinamento.

Ma come? Eppure Wikipedia dice che.

La faccenda mi incuriosisce ancor più. E' vero che Wikipedia è tutt'altro che infallibile, però è un errore ben strano: una delle possibili risposte del quiz era "punto da un insetto" e guarda caso su Wikipedia si dice proprio che venne punto da una vespa. Nel 1850. Un errore un po' troppo perfetto, quantomeno.
Ho ancora il browser aperto sulla pagina di Wikipedia e torno a controllare: ecco infatti cosa mi era sfuggito.

Hudson è vissuto a cavallo fra il 1500 ed il 1600: non può essere morto nel 1850. E peraltro, continuando adesso a leggere la pagina fino in fondo, scopro che la biografia termina esattamente riportando come il navigatore sia effettivamente scomparso nel 1611, vittima di un ammutinamento.
Strano: a inizio pagina si dice che è morto nel 1850 a causa della puntura di una vespa, a fine pagina si dice che è morto nel 1611 per un ammutinamento. E' piuttosto insolito che Wikipedia si contraddica all'interno della medesima pagina.

Ho un'intuizione e faccio un reload della pagina. Ed ecco che magicamente la prima morte all'improvviso scompare: sono passati solo pochi minuti.


La spiegazione è ovviamente nella cronologia delle modifiche ai contenuti della pagina, che Wikipedia dà sempre la possibilità di consultare per mettere a confronto versioni successive. Ed ecco quanto:

,
I timestamp delle modifiche corrispondono all'intervallo temporale durante il quale Jerry Scotti ha posto la domanda al concorrente: alle 18:57 la pagina era ancora quella originale e corretta. Alle 19:00 qualcuno l'aveva modificata (maldestramente, sparando un anno a caso e commettendo un errore di battitura per la fretta).
Google ormai indicizza quasi in tempo reale: quando ho fatto la ricerca io, qualche minuto dopo le 19, ho trovato immediatamente la pagina modificata, e così è stato per tutti quelli che hanno fatto come me. Se la trasmissione fosse stata in diretta ed il concorrente avesse avuto ancora a disposizione l'aiuto da casa, questa è la pagina che avrebbero trovato i suoi amici e questa è la risposta che gli avrebbero fornito subito, piazzata ad arte nel testo proprio in posizione strategica in modo che Google la intercettasse immediatamente e la sparasse fuori in testa ai risultati della ricerca.
E il tipo si sarebbe fumato i suoi trecentomila euro.

Naturalmente, attorno alle 19.15 la pagina era già tornata a posto nella sua versione originale.

Questa piccola scoperta casuale si presta a diverse riflessioni. La prima, a voler far della sociologia spicciola, è che la gente è davvero stronza e invidiosa, e comunque stupida, o perlomeno disattenta: la modifica è stata fatta con l'evidente scopo di far sbagliare il concorrente (e perché mai, altrimenti?), sebbene non si capisca come ciò sarebbe potuto accadere, considerato che la trasmissione non è in diretta e che peraltro, anche nel caso lo fosse stata, il tipo non avrebbe comunque più potuto, appunto, chiamare a casa.
Oppure chi ha modificato la pagina voleva forse provare a dimostrare che è possibile aiutare i concorrenti al di fuori delle tre possibilità canoniche? Mah, resta il fatto che il programma è in differita, e comunque non sta in piedi. E' stato il gesto di un cretino e punto.

Secondo, e dico una tremenda ovvietà: internet è ormai uno strumento inquietante nella sua potenza e negli effetti che può indurre rispetto alla nostra percezione dei fatti e della realtà attorno a noi. Chiunque abbia fatto la mia medesima ricerca - e parliamo certamente di migliaia di spettatori - è perlomeno rimasto sconcertato. Qualcuno, fidandosi ciecamente di Wikipedia, avrà pensato ad un errore degli autori e starà magari pensando di scrivere a Striscia per denunciare l'accaduto; qualcun altro avrà visto confermata la propria teoria, altrettanto distorta, che internet e Wikipedia siano solo un pozzo di informazioni false e spazzatura; eccetera.
A pochi sarà venuto in mente di provare ad approfondire la questione come ho fatto io e peraltro quelli consapevoli degli strumenti per poterlo fare, rispetto all'insieme di coloro in grado di fare la semplice ricerca, sono probabilmente una frazione irrisoria.

Allo stesso modo potete fare tutte le considerazioni e trarne le conclusioni che credete. Ad esempio, fare uno zoom out e dedurne che il passo fra il Milionario e la manipolazione dell'informazione pubblica è maledettamente breve.
Così, a voler fare della dietrologia naturalmente.

E comunque è colpa della sinistra.
01.07 del 02 Giugno 2010 | Commenti (2) 
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