Orizzontintorno Carlo Paschetto
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22 Una mela al giorno: parte prima (the context)
GIU Web e tecnologia, Coffee break
Questa versione di Orizzontintorno, che compie un anno proprio fra qualche giorno, a differenza delle precedenti è nata su un Mac, salvo poi essere stata amministrata fino ad oggi all'interno del consolidato mondo Windows del suo titolare. Da una settimana in qua, però, c'è stata la rivoluzione e in qualche modo il nuovo Orizzontintorno è tornato a casa.

Nella mia ormai lunga carriera di informatico (cosa che peraltro, nonostante il pezzo di carta, non sono mai stato davvero: perlomeno non nel significato che la gente associa comunemente al termine) col Mac ho avuto pochissimo a che fare. All'epoca si chiamava ancora Macintosh, era pressoché un cubo di plastica bianca e mi capitava di usarlo qualche volta al CNR per scrivere testi in preparazione di qualche esame, ché Windows, Office e tutta quella roba lì che adesso a voi pare scontata come la luce elettrica, all'epoca aveva ancora in gran parte da venire, o comunque si era gli albori dell'homo technologicus uno punto zero. Per dire, io la tesi di laurea l'ho scritta con un editor per mainframe ed un compilatore di script per la stampa di formule matematiche, che nemmeno ve l'immaginate voi, giovani rampolli cresciuti in un mondo popolato di finestre colorate, touchpad, tablet e telefonini che combattono con gli alieni (in realtà le prime edizioni di Windows e di Word risalgono agli inizi degli anni '80, ma quella è Lamerica, mica il Belpaese. Io, nel 1985, usavo ancora Wordstar sotto Dos 2.0, non so se mi spiego).

Il mio, insomma, è (quasi sempre stato) un mondo Windows, almeno da quando ho lasciato l'ambiente universitario e i sistemi Unix-like prima (sui quali, peraltro, mi sono però fatto le ossa per almeno dieci anni), e il Dos poi. Che volete farci: si può nascere al caldo del welfare norvegese e in seguito ai casi (s)fortuiti della vita finire nelle miniere di rame del Congo.

Comunque.

Come tutti coloro cresciuti sotto alla stella di Redmond, ho sempre guardato con un po' di diffidenza ai fanatici della Mela. Bello il Mac, per carità, nulla da dire. Come un telefono della Bang & Olufsen. Ma io ho bisogno di lavorare e il (mio) mondo orbita in una galassia Microsoft, ché siam gente da quartieri popolari, noi che di strategie dei sistemi informativi aziendali viviamo davvero, altro che quei fighetta che campan di web design, content management, che scrivon sulle riviste e fanno i blogger di grido coi loro MacBook Air.
Di conseguenza, nel corso degli anni, le mie borse da viaggio e la scrivania di casa han visto l'avvicendarsi di pc portatili di un po' tutte le generazioni (e peso), con a bordo via via tutta le versioni possibili di Windows, dal 3.0 a Seven, passando per 2000 e anni di XP, in un continuo alternarsi di amore e odio verso quello che, tant'è, rimane il sistema operativo più diffuso in ambito aziendale, dunque lo standard di riferimento per chi fa il mio mestiere.
Solo Vista mi son saltato e a quanto pare ho fatto un gran bene.

Non so identificare con precisione quand'è che questo rapporto più che ventennale ha iniziato a mostrare le prime crepe irreparabili. Quel che però è sicuro è che a un certo punto quelle piccole crepe si sono via via trasformate in un terremoto di magnitudo epocale.
Come molte vittime del medesimo tunnel, ho iniziato qualche anno fa con un piccolo iPod nano, al quale pochi mesi dopo ne ho subito affiancato un altro più grande sul quale trasferire tutto il mio vasto archivio musicale e che da allora è il mio compagno di viaggio inseparabile. l'iPod è stato senza dubbio il primo mattone della rivoluzione, un amore immediato. E ha funzionato un po' come la stampella di Enrico Toti nella battaglia dell'Isonzo.
Tempo dopo è arrivata la Apple TV e ancora ricordo la meraviglia che mi aveva travolto alla prima accensione: da settimane mi picchiavo con la rete casalinga e quel misterioso parallelepipedo bianco piatto di alluminio, come nulla fosse, appena acceso si era immediatamente autoconfigurato, collegandosi al router wifi e sincronizzandosi senza batter ciglio con iTunes sul mio pc. Il mondo delle fate per qualunque utente medio abituato a combattere quotidianamente con Windows. E che bella interfaccia, che colori. Che impatto!

A quel punto era chiaro come ormai fosse solo questione di tempo...
[Continua a leggere]

TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, dell, sony vaio, htc
09.13 del 22 Giugno 2011 | Commenti (0) 
 
04 Personas
GIU Web e tecnologia, Segnalazioni
Così mi vede il web. Ora devo capire perché se lo lancio due volte di fila dia risultati così differenti. E, soprattutto, perché mai nel primo caso religion abbia lo stesso peso di professional, books e sports.

Personas
Personas2
TAG: personas
11.26 del 04 Giugno 2011 | Commenti (0) 
 
10 Tenetevelo (per ora, almeno)
FEB Web e tecnologia
Oggi per la prima volta ho avuto finalmente occasione di giocare per un po' sia con un iPad che con un Samsung Galaxy Tab.

Be', dovessi dire, sono rimasto esattamente della medesima opinione che avevo fino a ieri: (a me personalmente) non servono a una cippa, o perlomeno continuo a non capire perché mai dovrei (spendere una fraccata di soldi per) comprare uno di quegli aggeggi quando il mio netbook, di fatto praticamente quasi a pari dimensioni e peso dell'iPad, e decisamente a minor costo, è molto più potente, fa molto di più ed è molto più comodo per scrivere.
Che poi è almeno il 50% di quel che faccio davanti a uno schermo.
TAG: ipad, samsung, galaxy tab, netbook
21.05 del 10 Febbraio 2011 | Commenti (2) 
 
02 Radical chic
GEN Web e tecnologia
Aver trascorso una vita a girare per mezzo mondo, epperò su Foursquare essere il Mayor della A4 e del centro commerciale Il gigante di Villasanta.

Ci vorrebbe un badge specifico.
TAG: foursquare
14.33 del 02 Gennaio 2011 | Commenti (0) 
 
30 Però il profilo del programma c'è
NOV Mal di fegato, Web e tecnologia, Prima pagina
Scompare una ragazza. I soliti cannibali della televisione si avventano sulla notizia. A Pomeriggio sul 2 Lorena Bianchetti ci riempie ovviamente la trasmissione.
I servizi scivolano inevitabilmente su Facebook. Chiede la Bianchetti all'inviata di turno: "La ragazza aveva per caso un profilo su qualche social network, frequentava Facebook?". Risposta da manuale: "No Lorena, niente del genere, era una ragazza tranquilla".
Poteva anche chiederle se frequentava i negozi di ferramenta, per dire.

Segue il consueto dibattito fra esperti di tonno sott'olio sui pericoli di internet e del mostro Facebook, che consente agli adolescenti di sfuggire ai controlli dei genitori.

E voi state a preoccuparvi dei festini di Berlusconi.
TAG: facebook, social network, internet
16.43 del 30 Novembre 2010 | Commenti (2) 
 
13 Di Twitter e dintorni
OTT Web e tecnologia
Per quanto appartenente alla comunità dei perennemente e (potendo) ovunque connessi da prima ancora che internet fosse internet, da qualche tempo ci vado piano con le iscrizioni ai social network di qualunque natura. Un po' per non perdere il controllo della mia identità digitale, sempre più pubblica e sempre più destinata ad essere tanto incancellabile quanto consultabile dalle sorgenti più inimmaginabili; un po' per non adeguarmi inutilmente alle evidenti ridondanze e sovrapposizioni degli strumenti web di condivisione dei contenuti che ormai dilagano ognidove; un po' per focalizzare quegli stessi contenuti che voglio condividere, controllandone l'effetto dispersivo e il sempre maggior pericolo di looping nelle sincronizzazioni reciproche fra i vari account.

Di Twitter ho seguito fin dall'inizio l'evolversi della diffusione con poca convinzione, molte perplessità e un po' di normale curiosità geek. Non riuscivo a farmi un'opinione specifica in merito, né a chiarirmi a che potesse servire a me, in veste di titolare di un sito web con blog e feed annessi, dunque già condivisore di contenuti rispetto ad una comunità di persone, identificabile con i miei lettori, senza alcun obbligo per i medesimi di doversi registrare ad un servizio specifico per accedere, né limite architetturale imposto a monte.
Mi son comunque iscritto a Twitter un anno fa, con il semplice obiettivo di provare ad usarlo per un po' e vedere se mi catturava.
Dieci mesi ed oltre quattrocento cinguettii dopo, Twitter è ormai lo strumento che più accompagna le mie scorribande e al quale affido contenuti con maggior frequenza, al punto da essere la prima applicazione accessibile dal menù contestuale del mio smartphone.
Questa nuova versione del blog di Orizzontintorno è del resto stata in parte costruita proprio attorno all'integrazione con le API di Twitter.

Uso Twitter con un obiettivo specifico, che è poi quello evidente per cui è stato inizialmente concepito: il microblogging. Twitter è lo strumento perfetto per l'instant publishing del pensiero che ti attraversa la testa e che vale solo in quel momento. Del commento che affideresti al tuo compagno di viaggio, se non fosse che in auto sei dai solo. Della foto senza foto (per quanto, parlando di ridondanza dei social network, adesso sia possibile anche twittare immagini, ad esempio tramite il server di Twitgoo).
In viaggio Twitter è fantastico, è il realizzarsi ultimo della visione di Wim Wenders in Fino alla fine del mondo: viaggio, vedo, penso, catturo e condivido: parole e immagini, nell'istante esatto, nello spazio di 140 caratteri. Telegrafico, essenziale. Ti insegna ad essere estremamente sintetico e diretto, che è poi l'esercizio più difficile.
Càpita di buttar giù il testo di corsa, sforare del 300% con i caratteri e dover ridurre all'osso per poter inviare il messaggio, cercando di non alterare il significato né lo stato emotivo dietro il messaggio stesso.

Ho l'impressione che Twitter non sia amato proprio da chi ha un pessimo rapporto con la sintesi. Noto peraltro una continua migrazione locale ("locale" nel senso che credo sia un fenomeno limitato alla community italiana) di utenti Twitter verso FriendFeed, grazie alla possibilità di sincronizzare i contenuti dei due account. In particolare, mi sembra che sempre più utenti Twitter aprano un account FriendFeed ed utilizzino quest'ultimo come strumento di microblogging e discussione, ribaltandone poi i contenuti in automatico sull'account Twitter originale.
Naturalmente anche io ho un account su FriendFeed, che però uso in modo differente, credo anche in questo caso con uno spirito più prossimo a quello per cui è stato ideato. A Friendfeed affido la condivisione immediata di quanto trovo in Rete e che mi sembra possa essere interessante per la mia community di lettori. Si tratta dunque quasi sempre di semplici link, al massimo con qualche commento personale accessorio. In questo senso mi sta un po' cannibalizzando Delicious, al quale mi ero registrato tempo addietro con il medesimo scopo.
Oggi suddivido i contenuti perlopiù indirizzando su Delicious solo quei link che voglio in qualche modo taggare e conservare, a mo' di archivio e per eventuali future ricerche, mentre mando su Friendfeed tutto quel che mi pare di consumo esclusivamente immediato. Entrambi gli account sono aperti alla community e la replica è monodirezionale: quel che va su Delicious va anche su FriendFeed, ma non viceversa. Fra parentesi, convoglio su FriendFeed anche i post che condivido attraverso Google Reader, sul quale ho l'ennesimo account e che uso come feed reader standard.

A differenza di quanto osservo accadere nelle community di Twitter e FriendFeed, con l'avvio del nuovo sito di Orizzontintorno ho sganciato il legame fra i miei due account, in modo che non si alimentino più vicendevolmente e non diano luogo a ridondanze. Contemporaneamente, ho eliminato la replica incrociata fra i due social network ed i post del blog, cosicché quanto viene pubblicato su Orizzontintorno non venga a propria volta inutilmente ridondato. Adesso indirizzo a senso unico i contenuti di Twitter all'interno della cronologia del blog, conservandone dunque la natura intrinseca, e lascio quel che condivido su FriendFeed nella colonna di segnalazioni qua a lato. Mi sembra una ripartizione coerente dei contenuti.
Grazie a questa suddivisione posso dunque bloggare rapidamente via Twitter, lasciando perlopiù ai post veri e propri di Orizzontintorno argomenti tipicamente oggetto di approfondimento, che richiedono maggior tempo per essere sviluppati (come questo, ad esempio), decontestualizzati da un particolare istante temporale.
In viaggio, poi, Twitter fissa brevemente gli eventi nell'istante in cui accadono, il blog è il diario vero e proprio. Twitter è la Polaroid, il blog è la galleria fotografica post-prodotta. Mi sembra funzioni.

La migrazione d'uso, invece, che sta accadendo in Rete da Twitter a FriendFeed (attorno al quale, peraltro, si continua a vociferare di un ciclo di vita a breve termine) mi convince poco. Oggi accade che su FriendFeed fioriscano thread chilometrici in occasione di determinati eventi (ad esempio, durante il messaggio video di Fini sulla questione della casa a Montecarlo, o nel corso di trasmissioni televisive particolarmente al centro di polemiche), all'interno dei quali si dibatte in diretta dell'evento in sé, che poi è esattamente quello che accadeva ed accade tutt'ora con gli analoghi thread su Twitter, che su questa potenzialità è nato e si è diffuso.
A livello di interfaccia Twitter è un po' più spartano, e del resto è sempre stata la sua impronta caratteristica. I singoli tweet riferiti ai thread rimangono dispersi nel flusso informativo complessivo che scorre dentro alla propria schermata principale, a meno di non visulizzare direttamente i contenuti del solo #thread a scapito degli altri. FriendFeed aggrega un po' meglio i contenuti, consente di essere più prolissi, dà spazio ai commenti sul singolo post. Ma, appunto, mi pare un'altra cosa rispetto a Twitter: ho l'impressione che migrare da Twitter a FriendFeed solo per superare i limiti del primo sia un po' come passare dalla canoa alla vela perché in canoa non si sono le cuccette (è un paragone un po' contorto, ma non me ne vengono di migliori, così su due piedi).

Due parole anche su geolocalizzazione. Io sono registrato su Latitude, che è ovviamente attivo (quando voglio che lo sia) sul segnale del mio smartphone. La combinazione di Twitter con la geolocalizzazione su Latitude mi permette di fare del full-liveblogging quando sono in viaggio. Di più, integrando Twitter con Twitgoo posso anche postare immagini, taggarle, georeferenziarle e commentarle in tempo reale. Per le ragioni esposte all'inizio ed (anche) per quest'ultimo motivo non sono registrato ad esempio su Foursquare: nel mio caso sarebbe solo l'ennesima frammentazione della mia identità digitale, per usufruire di un servizio con qualche accessorio in più rispetto agli obiettivi che mi pongo nell'aprire l'accesso alla mia geolocalizzazione (e peraltro son già profilato anche su TripIt).

Da Facebook continuo invece a tenermi ben alla larga, per tutta una serie di ragioni legate a quanto talvolta condivido via FriendFeed, per le note questioni sulla esplicita allegra open-policy di Facebook relativamente alla condivisione dei contenuti e dei dati personali, e non ultimo per l'inutilità generale di possedere un profilo su FB avendo già da anni un intero sito personale ben indicizzato.
Verso FB, peraltro, son prevenuto da sempre: mi sembra, probabilmente senza ragione alcuna, un prodotto di per sé assimilabile ai viaggi a Sharm tutto compreso. Perfetto per l'uso di massa del web e per far saltare il digital divide a gran parte dell'umanità che di internet non ha in realtà la benché minima ragionevole cognizione, o che ne ha una visione ancora ferma a dieci anni fa.
In fondo, Facebook nel 2010 altro non è che il telefonino nel 2000.
TAG: twitter, friendfeed, blog, google latitude, delicious, social network
00.02 del 13 Ottobre 2010 | Commenti (1) 
 
01 Svegliarsi con quel motivetto in testa che fa...
SET Web e tecnologia, Coffee break
Non è vero che su internet puoi trovare qualunque cosa, o perlomeno che ci riesca Google.
Ad esempio, il testo di Bom de de bom bom di Augusto Martelli.

Per dire.

Adesso scrivo a Mountain View.
TAG: augusto martelli, google
17.26 del 01 Settembre 2010 | Commenti (0) 
 
02 Bispensiero 2.0
GIU Web e tecnologia
La domanda è di quelle che non capitano tutti i giorni e vale trecentomila euro: "Come morì Henry Hudson, l'esploratore che per primo risalì il fiume che oggi attraversa New York?"
Il concorrente non ha più aiuti: fino ad ora si è dimostrato in gamba, anche prendendosi qualche rischio. Del resto Jerry Scotti lo dice sempre, only the brave, e l'ingegnere è tentato di dare la risposta.

La domanda è interessante, le possibili quattro risposte sono tutte plausibili: a causa della puntura di un insetto, per indigestione, caduto dalla nave, vittima di un ammutinamento.
Sono curioso. Smetto per un momento di occuparmi della cena e faccio quello che sta facendo una buona parte degli spettatori: cerco Henry Hudson su Google. Il primo risultato rimanda alla solita Wikipedia e questa è la pagina (clicca per ingrandirla):


Ho evidenziato la risposta cercata, che del resto salta subito all'occhio: a quanto pare venne punto da una vespa. La risposta giusta è dunque la "A". Mi cade anche l'occhio sull'errore di battitura, curiosamente proprio sulla parola chiave, vaesp, ma lipperlì non do importanza alla cosa e del resto non faccio nemmeno caso all'evidente incongruenza.
L'avete già notata?

Se il programma fosse stato trasmesso in diretta, e se il concorrente avesse avuto ancora a disposizione l'aiuto da casa, questa sarebbe stata quasi certamente la risposta che avrebbe dato: facile, immediata, pochi secondi con Google e del resto è in bella vista e si nota subito, addirittura in prima posizione nelle righe di sintesi dei risultati di Google, senza nemmeno dover per forza entrare nella pagina di Wikipedia da cui sono state estratte per leggersela tutta.

Così dunque, probabilmente, avrebbe risposto. E avrebbe sbagliato.

Dopo qualche minuto di riflessione, infatti, il concorrente decide (saggiamente) di lasciar perdere e come di consueto Jerry Scotti legge quella che sarebbe stata la risposta corretta: vittima di un ammutinamento.

Ma come? Eppure Wikipedia dice che.

La faccenda mi incuriosisce ancor più. E' vero che Wikipedia è tutt'altro che infallibile, però è un errore ben strano: una delle possibili risposte del quiz era "punto da un insetto" e guarda caso su Wikipedia si dice proprio che venne punto da una vespa. Nel 1850. Un errore un po' troppo perfetto, quantomeno.
Ho ancora il browser aperto sulla pagina di Wikipedia e torno a controllare: ecco infatti cosa mi era sfuggito.

Hudson è vissuto a cavallo fra il 1500 ed il 1600: non può essere morto nel 1850. E peraltro, continuando adesso a leggere la pagina fino in fondo, scopro che la biografia termina esattamente riportando come il navigatore sia effettivamente scomparso nel 1611, vittima di un ammutinamento.
Strano: a inizio pagina si dice che è morto nel 1850 a causa della puntura di una vespa, a fine pagina si dice che è morto nel 1611 per un ammutinamento. E' piuttosto insolito che Wikipedia si contraddica all'interno della medesima pagina.

Ho un'intuizione e faccio un reload della pagina. Ed ecco che magicamente la prima morte all'improvviso scompare: sono passati solo pochi minuti.


La spiegazione è ovviamente nella cronologia delle modifiche ai contenuti della pagina, che Wikipedia dà sempre la possibilità di consultare per mettere a confronto versioni successive. Ed ecco quanto:

,
I timestamp delle modifiche corrispondono all'intervallo temporale durante il quale Jerry Scotti ha posto la domanda al concorrente: alle 18:57 la pagina era ancora quella originale e corretta. Alle 19:00 qualcuno l'aveva modificata (maldestramente, sparando un anno a caso e commettendo un errore di battitura per la fretta).
Google ormai indicizza quasi in tempo reale: quando ho fatto la ricerca io, qualche minuto dopo le 19, ho trovato immediatamente la pagina modificata, e così è stato per tutti quelli che hanno fatto come me. Se la trasmissione fosse stata in diretta ed il concorrente avesse avuto ancora a disposizione l'aiuto da casa, questa è la pagina che avrebbero trovato i suoi amici e questa è la risposta che gli avrebbero fornito subito, piazzata ad arte nel testo proprio in posizione strategica in modo che Google la intercettasse immediatamente e la sparasse fuori in testa ai risultati della ricerca.
E il tipo si sarebbe fumato i suoi trecentomila euro.

Naturalmente, attorno alle 19.15 la pagina era già tornata a posto nella sua versione originale.

Questa piccola scoperta casuale si presta a diverse riflessioni. La prima, a voler far della sociologia spicciola, è che la gente è davvero stronza e invidiosa, e comunque stupida, o perlomeno disattenta: la modifica è stata fatta con l'evidente scopo di far sbagliare il concorrente (e perché mai, altrimenti?), sebbene non si capisca come ciò sarebbe potuto accadere, considerato che la trasmissione non è in diretta e che peraltro, anche nel caso lo fosse stata, il tipo non avrebbe comunque più potuto, appunto, chiamare a casa.
Oppure chi ha modificato la pagina voleva forse provare a dimostrare che è possibile aiutare i concorrenti al di fuori delle tre possibilità canoniche? Mah, resta il fatto che il programma è in differita, e comunque non sta in piedi. E' stato il gesto di un cretino e punto.

Secondo, e dico una tremenda ovvietà: internet è ormai uno strumento inquietante nella sua potenza e negli effetti che può indurre rispetto alla nostra percezione dei fatti e della realtà attorno a noi. Chiunque abbia fatto la mia medesima ricerca - e parliamo certamente di migliaia di spettatori - è perlomeno rimasto sconcertato. Qualcuno, fidandosi ciecamente di Wikipedia, avrà pensato ad un errore degli autori e starà magari pensando di scrivere a Striscia per denunciare l'accaduto; qualcun altro avrà visto confermata la propria teoria, altrettanto distorta, che internet e Wikipedia siano solo un pozzo di informazioni false e spazzatura; eccetera.
A pochi sarà venuto in mente di provare ad approfondire la questione come ho fatto io e peraltro quelli consapevoli degli strumenti per poterlo fare, rispetto all'insieme di coloro in grado di fare la semplice ricerca, sono probabilmente una frazione irrisoria.

Allo stesso modo potete fare tutte le considerazioni e trarne le conclusioni che credete. Ad esempio, fare uno zoom out e dedurne che il passo fra il Milionario e la manipolazione dell'informazione pubblica è maledettamente breve.
Così, a voler fare della dietrologia naturalmente.

E comunque è colpa della sinistra.
01.07 del 02 Giugno 2010 | Commenti (2) 
 
27 Tovshin 2 approx. only
MAG Amarcord, Web e tecnologia
Da qualche mese, con l'aiuto di un amico che ne capisce un bel po' più di me, sto lavorando a un'idea che galleggiava latente da queste parti da almeno un paio d'anni, e niente, non è ancora il momento di parlarne, ma per ragioni connesse sto trascorrendo parecchie nottate a studiare e a trafficare con il kml nelle sue varie release, a smanettare con Google Earth, Google Map e QuikMaps (no, non mi sono dimenticato la c, si scrive proprio così) e a rompermi la testa nel tentativo di far dialogare in modo coerente le tre applicazioni, apparentemente tutte fondate sulle api di Google Map, ma che in realtà si amano come baschi, andalusi e catalani.
Alla faccia, al solito, degli standard web duepuntosailcavolo.

Comunque.

Il web duepuntosailcavolo, la geolocalizzazione for dummies e tutte queste belle app, tanto per dirla alla Steve Jobs, nel 2002 non c'erano. Peraltro eravamo appena all'alba dell'era dei weblog, avere un telefonino umts non era un'opzione e già era un miracolo se il tuo triband, che avevi pagato una fortuna, ti permetteva di chiamare casa - ad esempio - da almeno un decimo dei Paesi dell'Asia. Per dire: non potevi farlo dalla Mongolia, dal Nepal, dagli Stati dell'Asia Centrale, da buona parte della Cina, dall'Iran, da mezza Indocina, eccetera, e se non sbaglio anche chiamare dalla Russia non era così scontato.

Apro parentesi utile al contesto: uno dei miei film preferiti in assoluto è Until the end of the world di Wenders (Wenders è il mio guru, sappiatelo), che è del 1991, mica del dopoguerra dunque, ed è ambientato nel 1999. In una delle scene più evocative Claire è in viaggio sulla Transiberiana. Dal finestrino del treno fotografa il paesaggio con il suo telefonino e lo usa per mandare le foto appena scattate a Trevor, che riceve le foto a casa sul suo computer.
Ehi: quella era fantascienza, capito? 1991.

Tu eri al cinema e ti dicevi guarda che figata, ma t'immagini?
Per un viaggiatore come me era un sogno.

Solo un anno prima mi ero laureato facendo una tesi al C.N.R. sulla georeferenziazione delle immagini da satellite e sviluppando algoritmi in grado (in grado si fa per dire, perché non ci riuscivano quasi mai) di allinearle alle foto aeree ed alle carte geografiche della medesima zona.
Lavoravo su immagini di cinquecento pixel di lato - per inciso, un'enormità all'epoca. Uno dei miei algoritmi contrastava l'immagine per estrarre i contorni degli oggetti. Sapete quella cosa che oggi fate in un nanosecondo su immagini che pesano decine di megabyte utilizzando il vostro amato Photoshop, no? Ecco, appunto.
Io usavo un 386 con due monitor, uno dei quali dotato di una futuristica scheda Matrox. Lanciavo l'algoritmo al venerdì sera, prima di andare a casa, e tornavo il lunedì a controllare il risultato, sperando che il programma avesse terminato e, soprattutto, che non fosse crashato.
Cinquecento pixel di lato. Otto bit di profondità, banda singola. No erregibì-sedicimilionidicolori. 1990.

E in laboratorio si fantasticava. C'immaginavamo le applicazioni del futuro: pensa avere un computer che è in grado di capire dove sei e ti indica la strada giusta. Seee, ciao, fra cent'anni forse (io son sempre quello che di fronte al primo browser della storia, nel 1992, sentenziò 'sta roba non serve a una mazza, non avrà mai alcuna diffusione su larga scala) (capisci anche perché vent'anni dopo io mi arrabatti con Powerpoint ed Excel per mettere insieme il pranzo con la cena mentre alcuni miei coetanei di Silicon Valley si soffiano il naso nei biglietti da mille dollari) (e perché a me tocchi andare in giro vestito come un pinguino anche con quaranta gradi all'ombra mentre nel guardaroba di Steve Jobs ci siano solo polo nere).

Lo sapete che non è di questo che volevo parlare, vero? Mi son perso come al solito. Del resto perdersi è un po' l'argomento di questo post (a proposito: l'altro giorno mi è capitato di prendere la metro in direzione contraria a quella dove dovevo andare. A Milano. La cui metro frequento da quarant'anni e nella quale a cinque anni mi divertivo a imparare le stazioni a memoria con mia nonna. In pieno centro. Ho bisogno di una vacanza. Ma molto, molto lontano).

Rewind: dunque, vi dicevo. Queste settimane sto facendo 'sto lavoro con Google Map eccetera, e in effetti il fatto che nel 2002 questa roba non ci fosse è proprio il punto della questione.
Nel 2002, durante i sei mesi di Asia Overland, ci è capitato spesso di sapere benissimo dove dovessimo andare e quale fosse il nostro obiettivo, ma di non avere la minima idea di dove ci trovassimo o di quale fosse la strada per andare da A a B, ammesso che strada ci fosse.

Se vi pare strano, provate ad immaginarvi di essere in Mongolia, in mezzo al Gobi, senza carta geografica né gps, affidati unicamente all'esperienza della vostra guida che, per inciso, si orienta con il sole e con le indicazioni tracciate sulla sabbia dai nomadi incontrati occasionalmente qua e là in mezzo al deserto. Tanto per dire.
O, chessò, di dover attraversare la Cina occidentale e il deserto del Taklamakan, per cui sapete bene di essere, ora, nella leggendaria oasi di Turpan, riuscite più o meno a collocarla sull'atlante nel posto giusto e avete anche un'idea piuttosto chiara del fatto che il vosto obiettivo sia Kashgar, dall'altra parte del deserto, suppergiù duemila chilometri di nulla a sudovest. Dopodiché a vostra disposizione avete una carta stradale scritta solo in cinese, un autista cinese che quel deserto non lo ha mai attraversato ed una guida cinese che non si è mai mossa da casa propria. Entrambi, inutile dirlo, non parlano altro che non sia cinese, puro han nella fattispecie. In una regione grande come mezza Europa la cui popolazione parla invece uyghuro e scrive in arabo. Eccapirài.

Siccome siete bravini e avete una certa esperienza nel viaggiare in culo al mondo, eppoi siete in giro per l'Asia ormai da quattro mesi consecutivi, la prima sera della vostra traversata riuscite a capire che il paese dove fate sosta si chiama Luntai. Forse. E comunque questo è quello che annotate sul vostro diario.
E siccome avete preso anche nota dei chilometri percorsi tenendo d'occhio il cruscotto dell'auto, sapete che vi trovate circa seicento chilometri ad ovest di Turpan, ai margini settentrionali del Taklamakan, e che domani mattina dovrete puntare decisamente a sud.

Poi, cambio scena. Qualche mese dopo siete a Milano e avete sulle ginocchia il vostro bell'atlante De Agostini scritto in Italiano.
E mo' adesso provate a tracciare esattamente quale sia stata la vostra rotta attraverso i deserti della Cina Occidentale, fra Turpan e Kashgar, e a piazzare una bella X proprio su Luntai. A trovarla. Ammesso si chiamasse davvero così, poi. Perché quella era scritta in cinese e voi adesso la state perlomeno cercando trascritta in alfabeto latino.
Potrei farvi decine di esempi analoghi.

Così, fino ad oggi, parecchie tratte del nostro Asia Overland erano state tracciate - anche qui su Orizzontintorno - in modo parecchio sommario, per non dire che la toponomastica di alcuni dei luoghi citati nel diario di viaggio e nelle mappe degli itinerari, dove facemmo sosta o dai quali transitammo, è quantomeno approssimativa e basata sul mio diario.
Località tipo Dundgobi camp, Gobi centrale, che poi vattelapesca se davvero si chiamassero così: questo era quello che avevo capito cercando di traslitterale nel modo più preciso possibile i suoni gutturali della nostra guida mongola, o fidandomi delle località scritte in cirillico (versione mongola) che mi indicava sulla sua cartina, detto che nemmeno lui era certissimo del fatto che ci trovassimo esattamente in un certo punto in un dato momento. Di fatto, dove davvero fossimo e di come si chiamasse il luogo di turno, spesso avevamo un'idea molto molto vaga. Né riuscii in seguito, nei mesi seguenti, a ricostruire con precisione percorsi e località.

Fino ad oggi.

Ché uno dei risultati di questo lavoro che sto portando avanti è stato proprio la ricostruzione, il più fedele possibile, dell'itinerario da noi seguito durante Asia Overland 2002.
Ci sono riuscito usando pesantemente - e non avete idea quanto - sia Google che le foto da satellite di Google Map per confrontare alcuni luoghi con le mie fotografie e georeferenziare a colpi di coordinate gps i punti cardine precisi della nostra lunga rotta.

Così, riprendendo l'esempio di Dundgobi, scopro oggi su Google fra le pochissime citazioni riconducibili a ciò che sto cercando (e già il fatto che lo stesso motore di ricerca di Google sia in difficoltà ve la dice lunga su di cosa diavolo stia andando a caccia) che esiste un luogo nel Gobi Centrale a cui due o tre diari di viaggio russi fanno riferimento chiamandolo Dundgovi, e mi viene così in mente che la b e la v, in effetti, in russo e nella trascrizione cirillica si confondono.
Google Map non è in grado di localizzare alcun toponimo simile, ma uno di questi siti russi ne riporta le coordinate gps e così riesco a puntarlo una prima volta.
Solo che quella è una generica località chiamata Dundgobi, o Dundgovi che sia. In effetti noto che la posizione approssimativa è riconducibile al luogo dove probabilmente abbiamo pernotatto noi.
Sul mio diario ho annotato "Campo ger di Dundgobi, circa 30km a sudest di Erdenedalay". Aumentando il fattore di zoom noto che le coordinate gps riportate dal sito russo sono relative ad un punto che è a circa 10km da un villaggio che Google Map etichetta come Erdene, e su un altro sito russo il nome viene indicato come Erdenedalai. Ci siamo.
Adesso si tratta di capire con precisione dove è il campo: trattandosi di un insediamento fisso deve essere ben visibile dal satellite. Mi ci vuole un'ora di paziente ricerca al fattore di zoom massimo possibile, ma alla fine lo trovo: non è 30km a sudest, è 30km a nordest e non c'è dubbio, è lui. Tombola.
Accedo al mio account di Google Map, apro la mia mappa personale della tratta numero 3 di Asia Overland, "Mongolia", con un segnaposto rosso fisso il punto esatto al metro in mezzo al deserto e passo alla ricerca della tappa successiva.
Infine, quando ho segnato con precisione tutte le tappe, provo a collegarle seguendo le flebili tracce delle piste nel deserto, che però sono centinaia e dunque devo affidarmi un po' all'intuito e un po' ai ricordi, anche perché spesso noi stessi non seguimmo alcuna pista ed attraversammo aree completamente vergini.

Così per la Mongolia, per la Cina, per alcune zone dell'Asia Centrale. Ma anche del Tibet, ad esempio.

Siamo stati al campo base dello Shisha Pangma, e fin qui vabbè. Ma dov'è esattamente il campo base dello Shisha Pangma? Perché la verità è che io, fino a qualche giorno fa, non ne avevo la minima idea.
E se questo vi sembra ancora più assurdo, perché in fondo lo Shisha Pangma è uno dei quattordici 8000, è pure uno dei più saliti e dunque su Google si trovano centinaia di diari di spedizioni e di siti web che vi fanno riferimento, be', bravi, benvenuti: provateci.

Il punto è che di campi base, lo Shisha Pangma, ne ha innanzitutto almeno tre, uno per ciascun versante. E a differenza del campo di Dundgobi, in nessuno dei tre vi è alcuna struttura permanente che possa servire come riferimento. Peraltro, nessuna spedizione è solita annotare nelle proprie relazioni le coordinate gps del campo base, né descrivere esattamente la strada per arrivarci.
E sapete perché? Perché viaggiano tutti come noi, ovviamente: "Partiamo da Nyalam [da Tingri, nel nostro caso] ed arriviamo al campo base. Piantiamo la tenda e bla bla bla", e fine della storia (o meglio, inizio del diario della spedizione vera e propria).
Al massimo note su quanto sia bello e difficile il viaggio, e dura la pista fuoristrada di avvicinamento. Dunque, vallo a scoprire dove accidenti è situato effettivamente 'sto campo base, sulla cartina geografica o sull'immagine da satellite. Tutti son capaci di arrivarci, ma peste se a qualcuno è venuto in mente di piazzarci una bella bandierina su una mappa e di pubblicarla poi su internet, o di trascriverne le coordinate gps, o almeno di buttar giù due righe di indicazioni sommarie per arrivarci.

Eggià: perché in realtà tutti noi, sia che siamo due peones italiani dispersi per l'Asia da mesi o spedizioni alpinistiche miliardarie, volenti o nolenti veniamo inesorabilmente accompagnati al campo base dello Shisha Pangma dalle guide autoctone, e le guide autoctone non usano, né certo hanno bisogno, del gps, delle carte e di Google Map. Sanno dove andare e di norma la loro seconda attività non è pubblicare foto ed informazioni su internet, né giocare con Google.
A pensarci, è tutto molto ovvio è stupido, nel senso di normale (per carità, certamente su qualche sito cinese ci sarà ben scritto dov'è 'sto campo base, basta probabilmente saper leggere il mandarino).

Ci sono riuscito, comunque, anche in questo caso.

Ovviamente ho dovuto innanzitutto stabilire quale fosse il versante dal quale ci eravamo arrivati noi e ho "deciso" che non potesse essere altro che quello settentrionale, dal quale parte la via normale di salita.
Il campo base nord è il più lontano dalla montagna e si trova a circa 18km di morene e ghiacciai dal campo base avanzato, dove le spedizioni iniziano effettivamente la salita. Ho letto in giro che è possibile arrivare fino al campo settentrionale in fuoristrada e in più, osservando le immagini da satellite, ho notato un grande lago nelle vicinanze della probabile zona di riferimento. In effetti ricordo che durante il viaggio di avvicinamento al campo base costeggiammo a lungo un lago, lasciandolo alla nostra destra.
A quel punto, zoomando nuovamente al massimo l'immagine, ho notato che in quella direzione è possibile intravvedere una sottilissima pista in mezzo al deserto d'alta quota, che guarda caso passa alla sinistra del lago e termina in un punto che, misurandolo, è a circa diciotto chilometri dall'inizio del grande ghiacciaio che scende dal versante settentiornale dello Shisha Pangma.
Tombola anche in questo caso: lì dove termina la pista, quello è il nostro campo base, e la pista è esattamente il percorso da noi seguito per arrivarci.

E via così: il campo nomade presso il caravanserraglio di Tash Rabat, la yurta al Song Kol, in Kyrgyzstan, il tracciato della strada che collega Mary in Turkmenistan a Mashhad in Iran, l'antica città di Merv nella steppa turkmena, il Torugart Pass, il Karakul, le cave di Bing Ling Si, il campo sugli Altai mongoli.
Ma anche il percorso esatto della Transiberiana e le stazioni sperdute che via via annotai al tempo sul mio diario ad ogni sosta, e la strada verso Shakhrisabz, la toponomastica esatta delle località in Mongolia ed in Cina, il traghetto sul lago Van in Kurdistan, e via fino al ponte sul Danubio fra Ruse in Bulgaria e Giurgiu in Romania.
Metro a metro, oltre trentottomila chilometri ricostruiti passo a passo a distanza di otto anni: come ripercorre di nuovo quello straordinario viaggio, impararlo da capo.
Per accorgersi, ad esempio, che forse 38.000 chilometri - la stima fatta all'epoca sommando tutte le distanze che mi ero annotato via via sui diari di viaggio, giorno per giorno - non sono affatto, perché il satellite e Google non perdonano e ad ogni tappa che fissi ti restituiscono la distanza esatta al metro da quella precedente calcolata lungo il percorso che hai tracciato.

No, non l'ho rifatta la somma con Google Map. Ormai per me quei trentottomila sono un dato acquisito ed archiviato della mia vita, pure definitivamente consegnato alla storia dalla pubblicazione di "Notizie dall'Asia Centrale", per cui non ha alcun senso, per me, ora, andare a riverificare se effettivamente fossero di più o di meno (l'impressione è che siano di meno, comunque, ad intuito più o meno duemila).

Intere nottate trascorse a guardare il mio passato con l'occhio del satellite. Asia Overland, ma anche il deserto del Namib, le distese infinite della Patagonia, la pista che attraversa lo Chott-el-Jerid, il percorso ferroviario delle ferrovie lapponi verso Narvik, la strada verso Port Arthur in Tasmania e il Bac sulla costa occidentale della Nuova Caledonia.
L'inutilità, tutto sommato, di questo stesso lavoro di rimappatura. Di cinquantamila fotografie ordinate negli scaffali della mia libreria. Di centinaia di cartine geografiche accumulate in quei medesimi scaffali.
Internet che fa a pezzi i miei stessi ricordi, che mi corregge i nomi trascritti sui miei diari di viaggio, i percorsi, le distanze. Che mi mette inesorabilmente di fronte al fatto che la maggior parte degli alberghi dove ho dormito in trent'anni di viaggi in giro per il mondo non esiste nemmeno più. Basta passare sui link di Orizzontintorno, nelle schede viaggio: molti di quei link non puntano già più a nulla, si perdono nel vuoto codificato 404. Per quanto Google scolpisca qualunque informazione in modo definitivo all'interno della Rete, dentro internet tutto si crea e tutto si distrugge con la medesima velocità, per qui ciò che è oggi esiste e ciò che era ieri è ormai dato e svanito.

Eppure io ci sono stato in quegli alberghi, ho dormito in quei letti, mi sono seduto ai tavoli di quei ristoranti, e mi ricordo benissimo che il contachilometri della macchina segnava duecento, non centotrenta.
Mi ricordo che quella strada non era asfaltata, anzi, non era nemmeno segnata sui roadmap del deserto, e adesso eccola lì, il numero è quello, così come la segnai sul mio diario. Solo che oggi il satellite me la fa vedere asfaltata.

Così come mi fa vedere il nuovo aeroporto di Calafate, la pista per Zaafrane, le case del Chalten.

E no: secondo Google non esiste alcun ristorante "da Eugenio" al Chalten.

Così chiudo Patagonia 1990. E penso che me ne andrò a dormire.

Tutto sommato, forse, non mi interessa poi così tanto sapere davvero dove sono passato. Quel posto probabilmente o non è mai esistito o non esiste più, tranne che nel mio diario.
03.48 del 27 Maggio 2010 | Commenti (1) 
 
17 Aliens are yellow
MAG Web e tecnologia, Cina e non solo
Scopro per caso che secondo Google Map la toponomastica del Tibet è funzione del livello di zoom con il quale viene visualizzata la mappa. Finché si naviga a livello, diciamo così, planetario, il Tibet è quello conosciuto agli atlanti geografici del resto del mondo: sono indicate Lhasa, Shigatse e altre due o tre località più o meno note al turismo internazionale. Se però aumentate il fattore di ingrandimento quel minimo indispensabile a dare un'occhiata appena più da vicino, ecco che meravigliosamente scompare tutta la consueta toponomastica autoctona e appare quella nuova cinese, un nuovo pianeta sconosciuto, per cui Lhasa - il primo esempio che salta immediatamente all'occhio - non esiste più e al suo posto si trova una città misteriosa chiamata Chengguan.

Curioso anche il fatto che la usuale precisione nell'allineamento fra immagini satellitari e carta topografica salti qui del tutto, per cui sempre a Lhasa, ad esempio, la cartina stradale e la foto aerea sono del tutto fuori registro.

Cambiando il fattore di zoom Lhasa scompare...
09.15 del 17 Maggio 2010 | Commenti (0) 
 
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