Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 Western Balkans/4: pics, route & more notes
SET Travel Log: Western Balkans
Ho studiato tanto questi giorni, e letto, e guardato, e cercato cose. Stavo mettendo a posto le foto del viaggio nei Balcani e continuavo a soffermarmi su quelle del Kosovo, e su quella sensazione che non mi abbandonava di qualcosa che non torna.
Nel gennaio del 2005, in Bosnia, ero andato sulla scia di un percorso che avevo in testa e di idee a cui volevo provare a dare una forma concreta in qualche modo. Lasciata alle spalle la frontiera con la Repubblica Srpska, una volta entrati in territorio bosniaco, la strada correva attraverso una surreale campagna deserta e innevata, completamente minata per chilometri e chilometri. Non le avevano tolte: erano ancora lì, a milioni. Semplicemente, ai bordi della carreggiata, a intervalli regolari, i cartelli rossi col teschio bianco ti ricordavano di non fermare l'auto per andare a pisciare in mezzo ai campi.
E poi quei villaggi, interamente piallati. A dozzine. Piallati vuol dire che non c'era rimasto altro che i perimetri delle fondamenta a ricordare la dislocazione delle case. Per il resto, frammenti di pietre bruciate. Da allora, per me, la pulizia etnica è rappresentata dai perimetri delle case disegnati per terra dai resti delle fondamenta bruciate.

Poi arrivavi a Sarajevo, entravi in città proprio attraverso il viale dei cecchini - ormai lo chiamavano così. C'era ancora lo scheletro bruciato di quel grattacielo che tante volte avevo visto in televisione, quello dell'hotel, come si chiamava... C'erano i fori dei proiettili sui muri delle case e le buche scavate nell'asfalto dalle granate, riempite con la gomma rossa, a simboleggiare il sangue. C'era quel mercato, quello dove era caduta la bomba. E i blindati in città. E c'erano i cimiteri attorno a Sarajevo: ce n'era anche uno, grande, proprio dietro alla casa dove alloggiavamo.
E mentre giravi a piedi per Sarajevo, col freddo e la neve, e ti guardavi attorno, all'orizzonte, verso le montagne che la circondano, Sarajevo all'improvviso ti era chiara. In qualche modo ti entrava dentro con violenza e potevi - forse - capire.

Sarajevo
Sarajevo, 2005

Al ritorno non scrissi quasi nulla di Sarajevo, allora. Né di Mostar. Né di quelle case bruciate e di quelle mine che non ti abbandonavano e ti seguivano ben oltre la frontiera bosniaca, anche una volta rientrati in Croazia, e la gente andava al mare qualche chilometro più avanti senza nemmeno immaginare che dietro di loro, molto vicino a loro, ci fossero i cartelli rossi a bordo strada, ché tanto i turisti mica si spingono nei paesi all'interno.

Così, mi viene anche da pensare che c'è sempre chi ti chiede perché vuoi passare un Capodanno a Sarajevo nel 2005 e che ci vai a fare in Kosovo nel 2013, e peraltro non sono nemmeno gli unici avanzi di guerra che io abbia visto in questi anni, sono solo i più vicini. Poi, spesso, quelli che te lo chiedono sono gli stessi che vanno al mare in Croazia a pochi chilometri dalle case bruciate e dai cartelli rossi, perché il mare è così bello e sei in Croazia, mica in Bosnia; o ad esempio in giro col pullman turistico in Birmania, o con Avventure nel mondo a vedere i gorilla in Rwanda. Per dire.
Ma non è di questo che volevo scrivere. E poi non ho scritto allora per motivare il mio viaggio in Bosnia, non vedo perché farlo oggi.

Ma, quel che andavo pensando mentre guardavo le foto del Kosovo, era che mi mancavano dei pezzi. Ché sulla strada fra Pristina e Pejë ne abbiamo viste eccome di case bruciate e di villaggi piallati, ma il Kosovo, in qualche modo, non mi penetrava sotto la pelle e non è che io possa dire di essere vaccinato a certe cose, ammesso che ci si possa vaccinare per certe cose, ché poi io in vita mia ho solo visto avanzi di guerre, nemmeno guerre vere, oppure guerre fantasma a pochi chilometri da me, ma che stavano tutto attorno a me, non in mezzo a me. Ché l'angoscia della guerra è devastante e irreale allo stesso tempo, ché quando l'affronti a viso aperto, davanti a te, ti viene fame lo stesso, e da bere una Coca Cola lo stesso, e da farti una doccia in un hotel e guardare la televisione lo stesso.
Provai a farne un flame qualche settimana fa su un social network, con quelli che si indignavano e inorridivano per i turisti a Sharm tirando in ballo l'ignoranza, la necessità di studiare, di approfondire, di capire, la psicologia, la cultura, il dolore.
Sì, certo. La psicologia delle Nike prodotte nel terzo mondo, anche.

E insomma, io studiavo, l'altra sera, senza alcuna necessità se non quella di fare ordine in alcune mie cose e nei percorsi che mi avevano portato in Kosovo anche con lo scopo di mettere una delle mie ultime bandierine in Europa. E di far tornare il quadro.
E ho trovato questo. Che vorrei pregarvi di trovare il tempo di guardare, tutto. Dura poco più di un'oretta. Magari al posto di una puntata di CSI.
Non perché ci sia nulla da imparare, o qualche messaggio rivelatore, o chissà che risposte alla psicologia, alla cultura, all'indignazione, al dolore. Ma solo così, perché è - cercate di comprendere il significato del termine, nel contesto - molto bello.
Attenzione: è anche molto duro, a tratti.


In realtà quel che volevo fare era scrivere due righe anche sull'Albania, e sulla Macedonia, e sul Montenegro. Ché questo non è stato solo un viaggio in Kosovo e d'altra parte il Kosovo è pure stato il posto dove ci siamo fermati meno, a conti fatti una sola notte a Pristina, e però allo stesso tempo è stato quello che abbiamo visitato di più, complici le dimensioni del Paese (più o meno quelle dell'Abruzzo ) e una rete stradale interamente ricostruita nelle sue vie di comunicazione principali.
È che quando viaggi per otto giorni consecutivi quasi senza soluzione di continuità, attraverso quattro Paesi sostanzialmente differenti, cambiando lingua, moneta, cultura, costumi, religione e a tratti persino paesaggio, il tempo percepito subisce una dilatazione spaventosa e ti sembra di essere in viaggio da mesi, perché la verità è che mentalmente è così.
Così, ora, io, a distanza di una settimana peraltro, dovrei scrivere di quattro viaggi diversi. O anche solo di tre, avendo già detto altrove del Kosovo...
[Continua a leggere]

TAG: balcani, kosovo, albania, montenegro, macedonia, guerra, bosnia, sarajevo, pristina
17.49 del 01 Settembre 2013 | Commenti (0) 
 
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16:11:11 Back to Tirana: anello balcanico completato e job done. Totale 1300km.

16.11 del 24 Agosto 2013 | Commenti (0) 
 
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19:26:33 Intanto la 500 albanese si è già sparata 1000km di strade balcaniche e oggi ha scollinato a quota 1100 dalla costa in meno di 40 tornanti

19.26 del 23 Agosto 2013 | Commenti (0) 
 
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18:39:17 Comunque alla fine il Kulina Pass era una sciocchezza confrontato a certi nostri passi alpini (ma anche alla A7 sui Giovi, per dire).

18.39 del 22 Agosto 2013 | Commenti (0) 
 
22 Western Balkans/3: welcome in Kosovo
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Poi, dopo un passaggio di frontiera piuttosto anonimo, caratterizzato solo dalla presenza di (pochi) militari della KFOR addetti al controllo dei passaporti e da un confine di Stato appena inventato, che di fatto ancora non c'è, sul quale sventola innanzitutto una enorme bandiera albanese e solo poi una più piccola kossovara, dove nemmeno ti timbrano il passaporto perché tanto sei italiano e dove scopri che la carta verde albanese che hai fatto alla frontiera macedone ancora vale, anche qui; dopo una breve sosta a un bancomat, appena varcata la frontiera, giusto il tempo di renderti conto che distribuisce euro e di rimanere contemporaneamente e conseguentemente sorpreso e deluso, e poi incazzato, perché per ritirare 50 euro, valuta che avevi già abbondantemente in tasca, ne hai pagati due di commissione per prelievo estero; dopo cartelli stradali rotondi e gialli per indirizzare il traffico dei blindati, che lipperlì ti sembran più una curiosità da fotografare che altro e che noti essere solo in presenza di ponti, tutti nuovissimi - i ponti; dopo altri cartelli gialli che riportano frecce direzionali e figure di animali, fra cui un leone, sul cui significato ti interroghi smarrito, finché qualcuno su internet non ti spiega che si tratta della simbologia usata dalla NATO per catalogare le strade in presenza di problemi (politici, etnici) nell'uso di un determinato alfabeto (uhm, cirillico o latino?), per cui oggi hai guidato lungo la route Hawk, poi Lion e infine Duck; dopo chilometri e chilometri di strada tutto sommato scorrevole, certo più che in Albania, circondato da bandiere albanesi, solo albanesi, sorpassato da auto che sventolano bandiere albanesi, attraverso paesini interamente ricostruiti a nuovo e colorati da dozzine di bandiere rosse dell'Albania, che attraversi con la tua macchina targata Albania, tutto sommato felice di esibire una targa albanese; dopo un mausoleo dedicato ai caduti albanesi dell'UCK, che ti fermi a fotografare, all'ingresso di un canyon, lungo una strada che entra poi in una foresta completamente deserta e vergine; dopo almeno un'ora così, appena un po' inquietato dal mausoleo dell'UCK, all'improvviso, dietro una curva, un cimitero.
In mezzo al quale sventola una bandiera serba.

Cento metri più avanti una casa. Sulla quale sventola una bandiera serba.
Altri cento metri e le bandiere serbe diventano parecchie e le case sulle quali sventolano anche.
Poi gente, tanta gente all'improvviso. E non sono albanesi, lo vedi immediatamente, perché le donne sono bionde ed esili, e gli uomini sono muscolosi, rasati e indossano mimetiche nere.
E una scritta su un muro: "Il Kosovo è albanese". Solo che albanese è stato cancellato e sotto è stato scritto, marcato bene, SERBO.
E i cartelli e le insegne, che fino a un chilometro fa erano tutti scritti in alfabeto latino, all'improvviso sono tutti in cirillico e le scritte in alfabeto latino sono state tutte cancellate.
E le moschee, e i minareti. Che sono scomparsi e qua e là spuntano invece piccole cupole con croci ortodosse, sulle quali sventolano, ancora, bandiere serbe.
E, proprio in quel preciso momento, un camioncino davanti a te rallenta e quasi ferma la tua macchina, in mezzo alla folla.
Ed è in quel preciso istante, mentre ancora stai cercando di capire cosa è successo e come sia potuto cambiarti l'universo tutto attorno così all'improvviso, che ti ricordi di quel particolare: che hai la targa albanese.
E sei l'unico.
Giusto un secondo prima di realizzare che attorno, dal nulla, per le strade, si sono materializzati quei militari della KFOR la cui presenza fino a pochi minuti prima sembrava completamente fantasma.

E un brutto, brutto brivido ti corre lungo la schiena, mentre in macchina cala il gelo e state entrambi in silenzio, col fiato sospeso, tu e la tua socia, aspettando che quel maledetto camioncino si levi dai coglioni per potersi togliere il più rapidamente possibile da questa accidenti di situazione imprevista, chiedendovi allo stesso tempo se non sia il caso di invertire velocemente il senso di marcia e riprendere la direzione dalla quale siete appena arrivati, puntando diretti Pristina e lasciando perdere questa deviazione che ti sei inventato per raggiungere Prizren.

Poi, così come sono apparse, le bandiere serbe scompaiono e di colpo sono solo albanesi. E di nuovo moschee. E cimiteri mussulmani.
Finché a Prizren, finalmente, non arrivi e ti ricordi perfettamente come fosse oggi di Mostar, dieci anni fa quasi. Ti fermi a pranzo e ti chiedi chi abbia ammazzato, stuprato, sgozzato, solo cinque anni fa, l'uomo che ti sta servendo al tavolo, mentre centinaia di turisti vagabondano davanti a te lungo la nuovissima passeggiata sul fiume.

Due ore dopo sei nel tuo nuovissimo hotel di Pristina, insieme a funzionari ONU e ingegneri civili e volontari di qualche NGO, con la doccia a pioggia e il WiFi in camera e no, Pristina non è affatto come te l'aspettavi e davi per scontato che fosse: non è come Sarajevo, né come Beirut, né come Phnom Penh, né tanto meno come Stepanakert. Non c'è nulla di ciò.

C'è un viale alberato nuovo di zecca che sembra il lungomare di Morro Jable a Fuerteventura.
Ci sono grattacieli di cristallo in costruzione, il nuovo negozio di Benetton che probabilmente è stato ricavato da una vecchia chiesetta ortodossa rasa al suolo e che annuncia una imminente prossima apertura, e venditori ambulanti di AK47 di plastica mescolati a giovani americani in gita scolastica, e delegazioni diplomatiche di ogni gradazione di biondo e pelle bianca.
Ci sono ragazze altissime e magrissime in hot pants.
Ci sono molti SUV neri con targhe estere e molti, moltissimi, infiniti lavori in corso, cantieri stradali ed edili, per cui è tutto polvere, cemento, sabbia e traffico di ruspe.
Ci sono statue, nuove, e fontane, nuove.
Ci sono pub, caffè, bar, ristoranti, una teoria interminabile di nuovissimi locali che espongono menù prezzati in euro, serviti da cameriere che parlano inglese, affollatissimi di giovani neoeuropei arricchiti grazie a business e traffici che i padri tessono e intrecciano con vecchi cacciatori d'affari della confinante Europa e ragazzi poliglotti laureati in qualche facoltà di economia o ingegneria in occidente.

E, cento metri più in là, e attorno ovunque, per qualche chilometro quadrato, quartieri di orrore come le vele di Scampia, identici, estesi fino all'orizzonte, il cui degrado e la cui disumanità ti entrano e ti devastano le narici molto prima che gli occhi, mescolati qua e là, a macchia di leopardo, con condomini nuovi di zecca e coloratissimi, in un caos percettivo e sensoriale unico che non ha soluzione di continuità alcuna.
E bambini, molti bambini per strada, stracciati e scalzi, che rovistano nei bidoni della spazzatura e che sono figli, ormai, solo della guerra.
Che la senti che non è affatto finita.
Che lo sai che è ancora, proprio ora mentre scrivi, solo trenta chilometri a nord di te, anche se, a differenza di Sarajevo, e Mostar, e Beirut, e Stepanakert, i fori di proiettile sui muri li hai visti solo su una casa rurale abbandonata in campagna e non c'è ombra attorno dei palazzi sventrati dai bombardamenti di pochi anni fa.
Ché i giovani ingegneri biondi sono già passati a scopare via tutto, perlomeno le macerie.

Che poi, se ti guardi intorno e vedi quello per cui si menano, quell'accidenti di nulla geografico che può valere una pulizia etnica, la follia umana, proprio.

Kosovo11
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Kosovo13
On the road in Kosovo
Pristina1a
Il monumento al nuovo Stato, Pristina

P.S. Non c'era poi alcuna deviazione sull'autostrada, entrando a Pristina. Google si è sbagliato questa volta.
TAG: Kosovo, pristina
01.06 del 22 Agosto 2013 | Commenti (0) 
 
21 Western Balkans/2: della guida nei Balcani
AGO Travel Log: Western Balkans
Siamo a Skopje, Macedonia. Ma ne parliamo un'altra volta. Parliamo invece della difficile arte della navigazione sulle strade dei Balcani.
L'altro giorno stavamo studiando la strada migliore per andare da Pristina, in Kosovo, a Podgorica, capitale del Montenegro. Son zone difficili da guidare, per l'orografia e la quasi totale assenza di infrastrutture, ma anche perché martoriate dalla guerra. Buona parte del Kosovo, fra l'altro, non è ancora transitabile in totale sicurezza, o perlomeno non è consigliabile provare ad attraversarla con un'auto targata Albania come la nostra cariola. Inoltre non tutti i valichi di frontiera sono aperti.
Comunque montagne, strade strette e asfaltate per modo di dire, parecchio trafficate anche da mezzi pesanti, passi a quote prossime ai duemila metri.

La carta stradale della Michelin e una rapida occhiata a Google Map indicano un percorso piuttosto "diretto", nel senso balcanico del termine, lungo la strada M9. Sono circa trecento chilometri con un paio di valichi che si preannunciano impegnativi, soprattutto fatti con la Cinquecento che abbiamo a noleggio, ma dovremmo cavarcela in sette-otto ore calcolate sulla base dell'esperienza dei giorni scorsi.
Solo che, se cerchiamo di fargli calcolare la rotta, Google ci fa passare più a nord, allungando il percorso attraverso il Kulina Pass, un altro scollinamento a quasi quota duemila. E non c'è verso di fargli cambiare idea. Non capisco perché.
Il Kulina Pass sembra più malleabile della M9, ma allunga parecchio e soprattutto ci spinge più a nord, che lipperlì non mi sembra un'idea grandiosa, visto che per ragioni di sicurezza è consigliabile rimanere il più a sud possibile della linea Pristina-Mitrovica e del confine con la Serbia.

Così ingrandisco la mappa di Google. E scopro che la M9, apparentemente, si interrompe proprio sulla linea di frontiera fra Kosovo e Montenegro. Come se mancasse un chilometro di strada. Eppure l'immagine da satellite conferma che la strada esiste ed è pure riportata dalla carta Michelin.

Kosovo1
La strada fra Pejë in Kosovo, e Andrijevica, Montenegro
Kosovo2
Il passo sulla frontiera: la strada si interrompe?
Kosovo3
Secondo l'immagine da satellite, no, e al massimo ingrandimento si vede bene

La mia compagna di viaggio e navigatrice ufficiale va così a caccia su internet e scopre un travel log recente scritto da una coppia francese che ha affrontato la M9 con una Renault Clio, riportandone un'esperienza piuttosto al limite: oltre ad essere sterrata per decine di chilometri, tutta in alta quota e molto esposta, pare essere così stretta che in alcuni punti hanno avuto difficoltà per riuscire a passare con la piccola Clio e raccomandano di evitarla assolutamente.
Infine, un'altra ricerca scaccia ogni dubbio: valico di frontiera chiuso. Esiste un solo passaggio aperto fra Kosovo e Montenegro, il Kulina Pass, che dunque andremo ad affrontare fra un paio di giorni. Insomma, tant'è, Google ha ragione contro tutti.
Ne consegue però anche la consapevolezza che, se ci fossimo affidati solo alle carte, ci saremmo trovati nei pasticci. Così decidiamo di verificare meglio tutto il percorso attraverso il Kosovo.

E insomma: domani partiamo per Prizren e Pristina. Così ingrandisco la mappa degli ultimi chilometri prima della capitale, anche per memorizzare il percorso che porta all'hotel che abbiamo prenotato.
E scopro questo:

Pristinaway

Ora, ipotesi per cui Google decide che a un certo punto dobbiamo uscire dall'autostrada e rientrare qualche chilometro più avanti, contromano, per poi fare un'inversione a U, considerando che secondo l'immagine da satellite l'autostrada continua ed è regolarmente trafficata:

a) È crollato un viadotto, o è stato minato.
b) Hanno usato l'autostrada (che in quel punto è indicata come aerodromska) per fare la pista dell'aeroporto di Pristina.
c) Il presidente del Kosovo l'ha chiusa per farne il suo parcheggio privato.
d) ...

(Continua, mi sa. Stay tuned...)
TAG: Kosovo, pristina, google, google map
01.01 del 21 Agosto 2013 | Commenti (0) 
 
19 Western Balkans/1: chapter one, Tirana, Albania
AGO Travel Log: Western Balkans
Il fatto che siano western lo sostiene in verità il titolo della Lonely Planet, perché a me pare che a oriente di dove stiamo noi non ci siano altre catene montuose balcaniche: al massimo, così ad occhio, l'Olimpo, ma vabbè.
Se teniamo poi conto che in un giorno e mezzo a Tirana le due qua sotto sono probabilmente le migliori foto che ho scattato e che fino a settantadue ore fa ero in mezzo all'Oceano Atlantico, ecco, qualche problema di orientamento - o di schizofrenia, se preferite - può in effetti essere che lo avverta.

Comunque oggi ho guidato nel traffico di Tirana la nostra cariola albanese qua immortalata. Che no, non è quella che avevo prenotato (e pagato) un mese fa: era previsto che almeno un paio di trolley, nel bagagliaio, ci stessero. In questa no, anzi, per la verità a questa il baule nemmeno si apre, pare. L'auto che avevo prenotato, dicono, ha avuto qualche problema ed è tutto un casino, Carlo.
Dicono proprio così: è un casino, Carlo. Perché in Albania parlano tutti perfettamente italiano (dandoti del tu, o del vecchio pirla, se gli sei abbastanza in confidenza), per cui attento a fare battute cretine in giro per strada.

E insomma, un navigatore non lo abbiamo. Cartelli non ce ne sono e se ce ne sono non c'è scritto quel che noi pensiamo dovrebbe esserci scritto. Del resto noi la chiamiamo Albania, loro Sqhiperia, dunque vedete un po' voi.
Del resto di qua, domani mattina, dobbiamo cercare di andarcene imboccando la direzione giusta, ché dobbiamo fare rotta per Skopje, Macedonia.
Del resto questa è la parte facile di questo quick tour balcanico che mi porterà a concludere l'album di tutti i Paesi europei, a meno della sola Islanda, ché da domani cambiamo anche alfabeto e guidare in cirillico nel traffico balcanico, effettivamente, ancora mi manca. Per non parlare dei passi montuosi fra il Kosovo e il Montenegro, che già stasera, mettendo a confronto Google e carta Michelin, abbiam capito non saranno esattamente una passeggiata di salute.
Del resto la nostra cariola è decappottabile e io non ho mai avuto una spider. Una 500. Col cambio automatico, il bluetooth e il collegamento iPod. E il volante in pelle bianca. Proprio quella che ci voleva, sì. Certo. Per un migliaio di chilometri fra le strade cazzute dei Balcani (occidentali), con qualche passo a quasi quota duemila. Forse sterrato. Occhei.

Ah, Tirana, mi dite? Niente: prendete Chisinau, togliete i palazzi neo imperialisti del nuovo presidente e del governo indipendentista moldavo, aggiungete i palazzi fatiscenti e assurdamente (ri)colorati del buon vecchio Hoxha, date ovunque un pennellata grigia di Croda (citazione solo per gli anzyani come me), et voilà.
E sì: ricordatelo sempre che qui si parla italiano (e si mangia bene) (e si spende un tubo) (e i tassisti non vi fregano, nemmeno quelli dell'aeroporto) (e sono tutti molto amichevoli e gentili, alla faccia dei luoghi comuni).

E insomma, ci si arrangia come al solito.

Albania01
Albania03
TAG: Albania, Tirana
01.53 del 19 Agosto 2013 | Commenti (0) 
 
16 Coming soon
GIU Travel Log: Western Balkans
Ho appena prenotato un volo per Tirana. Adesso devo cercare qualcuno che mi noleggi un'auto per entrare in Kosovo.
E non è finita qui.
TAG: tirana, balcani
15.02 del 16 Giugno 2013 | Commenti (0) 
 


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