Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Progetto 110: L'Aquila
01-09-2018 - Dentro l'epicentro (Centodieci/70: L'Aquila)

[Sì, siamo poi partiti, e questo post sarebbe stato molto diverso se lo avessi scritto a caldo la scorsa settimana, nel momento in cui (non) ho scattato le fotografie. Oggi mi viene così ed è molto diverso da quel che avrei voluto fosse.]

Dentro l’epicentro la prima cosa che ho imparato è a guidare. La seconda orientarmi. La terza improvvisare.
Dentro l’epicentro può capitare che le strade non portino dove devono portare. Qualche volta un cartello ti avvisa in tempo, qualche volta lo fa Google, qualche volta lo scopri davanti a una barriera, con ormai molti chilometri alle spalle, e fare inversione di marcia può essere complicato perché non c’è spazio.
Così può essere che il percorso più breve fra due punti che si trovano dentro l’epicentro sia quello che apparentemente richiede più tempo, lungo la strada più stretta e meno battuta, oppure che esista una nuova carrozzabile appena aperta, non censita dal navigatore, ma finché non ci sei in mezzo non puoi saperlo.

La strada provinciale ottantanove delle Marche attraversa l'epicentro. Fra la località Balzo e il bivio per Pretare a un certo punto si interrompe. Per la precisione, è interrotta per un solo chilometro, a trenta da Ascoli Piceno. Se è da lì che arrivi, l’interruzione non è segnalata, se invece arrivi da Arquata del Tronto, sì.
Noi arriviamo da Ascoli e stiamo andando ad Arquata. Quel chilometro chiuso significa tornare indietro fin quasi ad Ascoli e allungare la nostra rotta di due ore.
C’è un’altra macchina, sono dei ragazzi che stanno cercando di raggiungere il Monte Vettore, come noi. Anche loro incastrati di fronte all’interruzione della ottantanove. Li ritroviamo un quarto d’ora dopo bloccati nuovamente su una deviazione secondaria che, come noi, hanno inutilmente tentato di forzare.
Davanti alla strada sterrata interrotta scambiamo due chiacchiere con un tizio che abita in questo minuscolo villaggio disperso ai bordi del Parco dei Monti Sibillini, dove con la coda dell’occhio registro alcune case in pietra che hanno le mura esterne sventrate. Ci dice che non c’è modo di proseguire per Pretare, dobbiamo per forza tornare al punto di partenza e passare dalla superstrada.
Mentre ora, a casa sul mio divano, sto ricostruendo sulla mappa il punto esatto dove siamo rimasti bloccati, noto che Google mi segnala l’interruzione della strada, ma una settimana fa la indicava aperta.
Così niente, siamo tornati indietro e ripassati dal Via, punto e a capo.

Nel centro dell’epicentro anche i cartelli stradali possono perdere di significato, ma ci metti un po’ a rendertene conto. Così, se è sera e ti sei infilato con la macchina nel bel mezzo della zona rossa a L’Aquila - perché puoi farlo, è consentito, e se il tuo hotel è in mezzo alla zona rossa perlomeno ci provi - e stai cercando di rispettare i sensi unici, i divieti di svolta, le zone pedonali, i cartelli di pericolo e le barriere dei lavori in corso, in breve tempo sei nei guai e ti affanni preoccupato a cercare un modo sicuro per uscire dal labirinto buio e spettrale scavato fra centinaia di palazzi in rovina ed altri legati e puntellati da chilometri di impalcature in ferro.
È un reticolo nero, completamente privo di illuminazione pubblica, deserto, senza rumori. C’è solo un modo per descriverlo e se non ci sei stato non puoi comprendere o immaginare, perché nessuna fotografia né articolo di giornale può davvero raccontartelo.
Fa-paura.
Così, all’improvviso capisco, o semplicemente ci provo, perché non ho alternativa: svolto a destra e infilo contromano con la mia station wagon quel senso vietato che avevo già visto nel giro a vuoto precedente.

Non succede nulla. Non esiste in realtà alcun senso vietato. Non esiste un divieto di sosta, non esistono le strisce blu e gialle, non esistono i sensi unici, né i divieti di transito, né la zona disco, né il passo carraio. È tutta una messa in scena, un’intera segnaletica incoerente col contesto circostante, surreale, messa a nuovo o rimasta lì dal passato a rappresentare una quotidianità inesistente.
La verità è che devi arrangiarti e provare, ogni volta, anche perché quello che impari un giorno il giorno seguente potrebbe non essere più vero, e se ieri sei riuscito a entrare in quella piazza, domani potrebbe essere transennata, o esserci una manifestazione, o un nuovo cantiere, o semplicemente potresti non riuscire a ritrovarla più.

Riusciamo infine a raggiungere il parcheggio dell’hotel. Secondo Google siamo in mezzo a un labirinto di strade rosse chiuse.
Non ce la può fare, non ce la farà mai a portarci fuori di qui.

La quarta cosa che ho imparato è che l’epicentro sembra la guerra, ma non è la guerra.
Perché la guerra ha i suoi tempi e forse - forse - esiste un modo di prepararsi e assimilarla un po’ alla volta una guerra, mentre nell’epicentro, come mi ha detto Piero, è successo tutto in trenta secondi. E come puoi prepararti se il tuo mondo alle 3:32 del mattino c’è e alle 3:33 del mattino non c’è più?
Io ho visto gli effetti della guerra in Libano, in Nagorno, in Kosovo. Dentro all’epicentro la prima cosa che mi viene in mente è la Bosnia, i villaggi cancellati dalla follia della pulizia etnica, ma poi mi rendo conto che no: l’unica associazione possibile forse è con quel che ho visto a Chernobyl.
Quella sensazione angosciante di camminare in mezzo ai fantasmi. Perché la vita la vedi a Beirut e a Pristina, eccome, per non dire di Sarajevo, ma a Chernobyl no, e nemmeno a Pretare.
Adesso ti racconto Pretare.

Se arrivi da Ascoli Piceno e ti stai dirigendo verso il Monte Vettore - e come ora sai non puoi farlo lungo la provinciale ottantanove del Parco dei Sibillini - il primo pugno in faccia lo prendi ad Arquata del Tronto, appena superato un tornante che nasconde alla vista quel che c'è oltre: il "Madonna santa" che ti esce dalla bocca è più o meno l'unica cosa che lipperlì riesci a dire, ma la verità è che ancora non hai la minima idea di quel che ti aspetta più avanti e non sei preparato, nonostante tutto quello che credi di sapere e avere letto in proposito.
Più avanti, in direzione Castelluccio, attraversi Pretare. Solo che Pretare non c’è più. C’è solo un cumulo di macerie, enorme e schiacciante. Qualche tornante più sopra, dove si aprono dei prati, ci sono alcuni agglomerati di case prefabbricate, poco più di container, ciascuna con il suo giardino curato, tutte identiche, cambia solo il colore, marrone o giallo.
Non vedi nessuno in giro. Immagini che siano tutti lì, dentro quelle case prefabbricate col serbatoio dell’acqua sul tetto, ma non vedi un’anima.
La strada è stata riscavata fra le rovine del paese cancellato in pochi secondi una notte di due anni fa e non puoi che percorrerla piano, in silenzio, senza nemmeno respirare, perché non ci riesci. Fra i cumuli di macerie c’è quel che resta di una casa in pietra con un letto in ferro rimasto in bilico sulle rovine di un pavimento che non c’è più. Un armadio rotto al primo piano di un palazzo completamente sventrato. Montagne di pietre, ferro, detriti, polvere. Una sedia. Una vasca da bagno in pezzi. Assenza totale di rumore.
TI vergogni quasi a passare lì in mezzo, cerchi di farlo senza farti notare, ma la strada di lì passa, non c’è alternativa.
Vorresti forse fermarti, parlare con questa gente, ma non hai il coraggio e prosegui, indugiando appena di curva in curva perché non c’è nulla da fare, davanti agli incidenti si rallenta sempre per sbirciare.

Qualche tornante ancora e siamo sotto la bella parete del Monte Vettore, fra prati fioriti, animali, non un’anima in giro. Il contrasto è così forte che non piangere è davvero difficile.
La strada prosegue, scollina ed entra nell’altopiano dei Sibillini, girando attorno al Vettore e sconfinando in Umbria. È un panorama spettacolare, unico, selvaggio, da togliere il fiato. Anni trascorsi sull’arco alpino e non ho mai visto niente di simile. La giornata è splendida.

In mezzo all’altopiano, sulla cima di un piccolo promontorio, un paesino in lontananza: vista dal passo sul confine regionale, Castelluccio di Norcia è un gioiello, la cartolina perfetta. Decidiamo di fermarci per pranzo.
Un quarto d’ora dopo siamo a Castelluccio, che non c’è più. Quella dal passo è solo un’illusione ottica. Non le vedi le rovine da lontano. Sembrano case, sono macerie.
Se Pretare è un paese fantasma, Castelluccio è invece aggrappata coi denti alla vita: gli abitanti, quelli che sono rimasti, hanno inventato una nuova piazza lungo la strada principale, ai bordi delle macerie, circondata da roulotte e container, alimentata dai generatori di corrente. Ogni container un ristorante, un bar, un negozio di prodotti alimentari locali, uno di artigianato, un agriturismo, una locanda, un bed and breakfast. C’è moltissima gente, turisti, motociclisti, trekker: sono tutti qui per il pranzo.
Questa vita è una sfida alle rovine, uno schiaffo al terremoto, che è tutto attorno. Castelluccio è interamente distrutta, è tutta zona rossa, transennata, presidiata dai militari. C’è qualcuno che ha osato e ha aperto un negozio di souvenir ai bordi della strada, dentro quel che è rimasto in piedi della sua casa completamente sventrata.
Ci fermiamo a mangiare presso un camper che serve prodotti tipici, formaggi e salumi di Norcia, salsicce, birra artigianale. Condividiamo le tavolate in mezzo alla strada con gli altri turisti, i motociclisti, i camperisti, in un surreale palcoscenico da sagra paesana improvvisata in mezzo alla devastazione. Il cielo è color cobalto, il paesaggio del Monte Vettore domina l’altopiano e c’è una luce meravigliosa, c’è vento e fa fresco.
E nulla, veniteci.

Ci abbassiamo verso Forca Canapine per raggiungere Amatrice. Su un tornante giacciono - è il termine esatto - i resti di un rifugio appenninico collassato sotto il suo tetto.
Puntiamo L’Aquila per la via più breve, ma ancora una volta l’epicentro ci tradisce dopo molti chilometri: SS685 delle Tre Valli Umbre, una superstrada a quattro corsie, chiusa. Era aperta ieri, dannazione, avevo controllato. Tocca risalire sull’altipiano, perché anche la stretta strada del passo a Forca Canapine è franata. Di nuovo indietro fino al Vettore, dunque, di nuovo le rovine di Pretare, di nuovo quelle di Arquata del Tronto. Sono decine e decine di chilometri e tornanti a ritroso.
Rientrati sulla rotta, saltiamo Accumoli e Illica, che rimangono su deviazioni secondarie: quasi tutte le strade attorno a noi sono interrotte, ancora, a due anni dal terremoto.
E poi Amatrice, la regionale duecentosessanta in direzione L’Aquila le passa in mezzo.

Amatrice inizia con un cartello, “Sorveglianza armata”, e un posto di blocco dell’esercito che controlla il transito sulla strada. Tutti in fila a passo d’uomo.
La strada è stata scavata fra le macerie ed è chiusa ai lati da alte palizzate di legno. Non è possibile fermarsi e non è quasi possibile vedere nulla. Le palizzate nascondono Amatrice alla vista di chi le transita in mezzo con l’auto.
In realtà la barriera delimita ormai solo un’infinita distesa di macerie, ché quel che rimaneva del paese è stato interamente demolito e spianato dalle ruspe, per cui, attorno, non c’è più nulla, nel senso letterale del termine.
Più avanti, oltre il deserto di macerie e le palizzate, inizia la nuova Amatrice: una distesa di casette prefabbricate, giardini all’inglese tutti perfettamente uguali, uffici, negozi, ristoranti dentro strutture modulari. Insegne. Gente, tanta gente in giro. Una sagra, turisti. Vita. Parecchia, inaspettata, soprattutto dopo essere arrivati dalla parte del posto di blocco militare e delle palizzate.
All’improvviso sembra di essere in una qualunque località turistica alpina a Ferragosto, non fosse per le strane architetture prefabbricate. C'è pure un traffico piuttosto irreale. Quasi non hai percezione di quel che ti sei lasciato alle spalle solo cinquecento metri prima. Qui ci sono le televisioni, la stampa, lo Stato.

Be' certo, leggerete che lo Stato invece non c'è, che sono passati due anni e non è stato fatto nulla, che la politica ha fallito, che la gente di Amatrice è stata abbandonata, sapete tutto e avete probabilmente anche votato di conseguenza.
Ho guidato per nove ore in un territorio vastissimo, la cui orografia è complicata e le strade sono poche e tortuose. Vorrei scrivere cosa penso della ricostruzione, ma invece non lo farò. Ci vorrebbe un post altrettanto lungo, ci vorrebbe tempo, ci vorrebbero (altre) immagini (diverse), e poi ci vorrebbero dati e informazioni che non ho e che mi servirebbero per interpretare nel modo più oggettivo possibile quello che abbiamo visto coi nostri occhi e argomentare.
Mi mancano dei pezzi, ne mancano a tutti, e non è aria di ragionamenti complessi.
Magari davanti a uno spritz a L'Aquila.

Post scriptum: Non ho scatttato foto al terremoto per tutta la tappa. Non ho avuto il coraggio. Ho fotografato il Kosovo, ho fotografato la Bosnia e Chernobyl, e le case di Stepanakert e Shushi sventrate dai bombardamenti, ma davanti a Pretare non sono riuscito. E nemmeno a Castelluccio, né ad Amatrice. Ho fotografato il Monte Vettore, che è bellissimo.
Poi, nel labirinto spettrale della zona rossa dell’Aquila, dove non vive più nessuno, sì, mi sono lasciato andare. Volevo portare qualcosa con me delle sensazioni provate in quei due giorni dentro l’epicentro e fra le vie deserte del centro non avevo più la sensazione schiacciante addosso di disturbare l’intimità della gente in mezzo a quel che resta delle sue cose.
Adesso, a casa, passo in rassegna le mie foto per sceglierne qualcuna da inserire qua dentro e niente, non ci sono riuscito. Non c'è quel che abbiamo visto. Nessuna foto, perlomeno che sia in grado di scattare io, è in grado di raccontare la zona rossa dell'Aquila.


Aquila01
Il Monte Vettore salendo da Pretare
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Panorami sul Monte Vettore da Castelluccio
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Castelluccio di Norcia
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Il Duomo dell'Aquila
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Immagini dalla zona rossa dell'Aquila

Tutte le foto del Parco dei Monti Sibillini sono qui.
Tutte le foto dell'Aquila sono qui.



17-09-2018 - Viaggio in Italia Centrale (Centodieci/66-74)

Insomma, un po' tirata di corsa, ma alla fine, a dispetto delle premesse, missione compiuta: nove giorni, otto notti, poco meno di duemila chilometri per inanellare, rigorosamente nell'ordine, Macerata (tappa numero 66 e primo pernottamento), Fermo (67), Teramo (68, che per qualche giorno ha strappato a Rovigo il titolo di capoluogo più inutile del Belpaese), Ascoli Piceno (69, seconda notte), L'Aquila (70, di cui ho già scritto un paio di post fa, dove abbiamo trascorso altre due notti), Rieti (71, che ha inesorabilmente scalzato Teramo dal podio dopo soli tre giorni di regno), Terni (72, sesta notte, dove ci siamo schiantati contro l'unico ristorante di tutta l'Italia centrale dove si mangia peggio che in un Burger King di Atlanta, bilanciato peraltro dal migliore aperitivo e dallo spritz più economico di tutto il viaggio, la sola ragione per cui fare una sosta a Terni), Viterbo (73, piacevole e inattesa sorpresa, e settima notte nell'unico B&B del tour) e infine Perugia (74, ultima notte, una città la cui circolazione automobilistica non ha nulla da invidiare al famigerato cuore della vecchia Shenzen).

Ai lettori più attenti, in grado di digerire il lungo periodo precedente senza essersi persi fra parentesi e subordinate, non sarà sfuggito che manca una notte all'appello, la quinta, trascorsa nella ridente, be' no, frizzante, no, allegra, no, rilassante - vabbè, diciamo rilassante - località di Arrone. Anzi, per la precisione a "Vocabolo Isola", frazione di Arrone, un punto qualunque lungo la provinciale 209 dell'Umbria, individuato su Booking perché così "dormiamo vicino alla Cascata delle Marmore e il giorno dopo siamo già lì", salvo il giorno dopo rendersi conto che Arrone è a sei chilometri dalla cascata, l'hotel prenotato a Terni per la notte successiva a soli cinque.

È stato un giro improvvisato di giorno in giorno, disegnato a partire dal piano originale che prevedeva di scendere almeno fino in Molise e che già di per sé era abbastanza indefinito: in verità alla fine è probabilmente riuscito meglio in questa versione, più coerente, sebbene più breve e un po' tirato, a cavallo fra Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria; lungo la rotta, oltre ai Sibillini, al Gran Sasso e al salto delle Marmore, soste anche a Orvieto e a Todi, il giro completo del lago di Bolsena e pure il tempo per una passeggiata sulle rive del Trasimeno.
Non ero mai stato in queste regioni, intese come luogo geografico: mi era capitato per lavoro, molti anni fa ormai, di attraversare la dorsale appenninica verso sud spingendomi anche fino a Napoli lungo la A1, o seguire talvolta la costa adriatica fino in Puglia lungo la A14, ma si parla degli anni '90.
Ancora per lavoro tre anni fa ero sì arrivato fino in Basilicata, ma saltando tutta l'Italia grazie all'alta velocità che mi aveva depositato direttamente a Salerno. E poi spesso a Roma, certo, ma direttamente in aereo, o più recentemente in treno. In mezzo, il grande boh.

In Italia centrale, nel senso prettamente turistico della questione, non tornavo probabilmente da quando ero ragazzo e viaggiavo coi miei, e comunque a memoria direi che non ero mai stato in questi posti: non davvero sugli Appennini, mai sul Gran Sasso, né alle Marmore, né sui laghi. Tutti luoghi perlopiù sempre appartenuti alla toponomastica imparata diligentemente a memoria alle scuole elementari, nomi nella mia testa privi di alcuna connotazione e reale collocazione geografica.
Teoria e basta.
Ho finalmente dato loro un volto.

E peraltro, a distanza di ormai dieci anni da quando l'ho ideato, è un dato di fatto che il Progetto 110 abbia via via cambiato anima. Alle toccate e fuga dei primi anni riservate ai capoluoghi vicini a casa, spesso attraversati in corsa approfittando di qualche trasferta per lavoro con una rapida uscita dall'autostrada per un panino in centro, uno scatto al duomo col cellulare, un caffè e via, hanno iniziato a seguire classiche gite domenicali, armato di Wikipedia, ché tanto che c'ero e avendo più tempo perché fermarsi solo al duomo?
E poi, inevitabilmente, le prime notti fuori per poter completare il Nord Italia, a iniziare dalla trasferta fino a Belluno, prendendo dentro lungo la rotta anche Verona e Treviso, o il ritorno a Venezia regalato per il mio cinquantesimo compleanno, fino al primo viaggio vero e proprio di due anni fa, la prima settimana intera dedicata al Progetto 110. Capoluoghi, sì: Mantova, Ravenna, Siena, Urbino, ma anche la bellissima deviazione per Chioggia e il delta del Po. Ché ormai sei in macchina e sei in viaggio e inizi a spingerti sempre più in là, e non è detto che tornerai in zona nel medio termine, magari nemmeno mai più, che ne sai. Quindi tanto vale approfittarne.

E dunque viaggio, sì. Dieci anni fa erano puntate dirette ai capoluoghi, ai soli duomi addirittura. Dieci anni dopo sono occasioni di viaggio vero, in giro per l'Italia: itinerari disegnati come quando andiamo all'estero, cercando di approfittare del tempo a disposizione per prender dentro tutto il prendibile, guide turistiche alla mano, scegliendo gli hotel su Booking come abbiamo sempre fatto per andare in capo al mondo, investendo serate a studiare, a prenotare, a immaginare.
A mettere in fila i puntini studiati a scuola decine di anni fa e collegarli oggi su Google Map, per poi salire in macchina, fare il pieno, e via. Possibilmente facendo il meno autostrada possibile, ché in viaggio dobbiamo guardarci attorno e fare foto a ogni curva.
Senza mai dimenticare il duomo del prossimo capoluogo sulla strada, ché sempre del Progetto 110 si tratta.

Nota: Gli hotel son segnati sulla mappa di Google, le recensioni le ho lasciate direttamente su Booking, le foto sono archiviate su Smugmug (non tutte, ci sto ancora lavorando).
Sono passati dieci anni anche nel modo in cui documento i miei viaggi e ormai di Orizzontintorno sopravvive solo questo blog.

centodieci2018b
L'itinerario del Progetto 110/2018
centodieci2018c
Lo stato attuale del Progetto 110
MC01
Duomo di Macerata (66/110)
FM01
Duomo di Fermo (67/110)
TE01
Duomo di Teramo (68/110)
AP01
Duomo di Ascoli Piceno (69/110)
AQ01
Duomo dell'Aquila (70/110)
RI01
Duomo di Rieti (71/110)
TR01
Duomo di Terni (72/110)
VT01
Duomo di Viterbo (73/110)
PG01
Duomo di Perugia (74/110)











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