Orizzontintorno Carlo Paschetto
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30 20km di delirio
NOV Diario, Fotoblog
Ne avremmo di materiale da buttar qua dentro. Il folder Lavori in Corso è pieno. Ma dobbiamo fare i conti con 250 scatoloni, cartone pių, cartone meno. Che, se vi sembran pochi, sono 3 camion per trasportarli ed una gru per caricarli al sesto piano e scaricarli al quarto, venti chilometri pių a nord. Fino a notte.

Ora, sono passati quattro giorni e i resti dell'apocalisse sono ancora intorno a noi. Solo, un po' diradati rispetto a giovedì scorso. Ah, scordatevi Internet: Fastweb ha fatto naufragio completo. Trasloco linea fallito miseramente (ed altre amenità). Quindi, da capo: si aggiorna 'sto affare con mezzi di fortuna, come la scorsa estate.

Per dire: non ho la minima idea di quando le trasmissioni riprenderanno regolarmente. Se proprio insistete, possiamo darvi una vaga idea grazie a un cellulare, qualche lampadina che funziona, un collegamento a infrarossi ed un'antennina gprs. E poi non dite che non siamo tecnocrati.


Sì, venti chilometri, metro pių, metro meno. E non avete idea di che razza di viaggio.
01.05 del 30 Novembre 2004 | Commenti (0) 
 
12 Serata Asia overland 2002
NOV Iniziative ed eventi
Oggi alle 20:45, presso Villa Camperio a Villasanta (MI), in via Confalonieri 55, serata Asia Overland 2002. Carlo ed Emanuela raccontano in conferenza i loro sei mesi di viaggio in Asia, una rotta di 38.000 km attraverso 22 Paesi. Due ore di immagini in dissolvenza incrociata, musiche e racconti dal vivo. Ingresso gratuito. Vi aspettiamo!
12.26 del 12 Novembre 2004 | Commenti (0) 
 
11 Via Redi, 23
NOV Diario, Fotoblog
Ancora pochi giorni e abbandoneremo le nostre quattro mura milanesi. Se vi siete chiesti perché nelle ultime settimane, giornale di bordo a parte, non abbiamo pių aggiornato questo sito, beh, ecco una delle ragioni. I lavori qua dentro riprenderanno non appena il ciclone trasloco si sarà esaurito e, con un pizzico di fortuna, avremo un bel po' di novità.

Così lasciamo Milano. Non è che sia una rivoluzione epocale, ma una bella svolta alla nostra vita sì. Io lascio questa città dopo undici anni, che sommati ai sette che vi ho trascorso da bambino fanno di me un milanese ormai maggiorenne. Oddio, intendiamoci: pių che emigrare ci spostiamo un poco, quel che basta ad avvicinarci un po' alle montagne, trasferirci vicino agli alberi, conquistare una vista aperta a trecentosessanta gradi e portare Leonardo in un mondo pių adatto a lui. Insomma, ci attende una nuova vita di paese e dimensioni quotidiane assai pių circoscritte e a misura umana.
Che significa, anche: fine dello slalom con il passeggino fra le automobili parcheggiate sui marciapiedi; fine della caccia al parcheggio; fine delle finestre in faccia al palazzo di fronte; fine dell'orizzonte grigio piombo; fine delle maledette zanzare nucleari milanesi; fine di questi odori; fine di una lista piuttosto lunga di abitudini che ci siamo cuciti addosso in tutti questi anni e di alcuni rovesci della medaglia che, certo, ci mancheranno. Compresa la focacceria di via Plinio, che per un genovese come me è un distacco traumatico.

Fine, anche, dell'infinita sequenza di immagini scattate dalle finestre di via Redi 23, alcune delle quali sono finite qua dentro, e qui, qui, qui, qui, qui, e ancora qui e qui. Pant, pant. Però... non mi sembrava di avervene rifilate così tante.

Io amo queste immagini. E queste sere ci sto anche giocando un po'...


E' che, talvolta, Milano ti sorprende con delle luci al monossido di piombo e le finestre di via Redi, dalle quali la sera vedi la Madonnina illuminata, sono un discreto punto di osservazione...


E le volte, e le ore, e le stagioni che ho passato a guardare queste luci. Amo questi tetti. Questo orizzonte fisso che non cambia mai. Queste antenne che invadono il mio cielo a trentosessantagradi attorno a me.
Comunque, mi mancheranno.


Avremo invece tutta la corona delle Alpi attorno a noi. Può essere che vi porti a vedere le luci del prossimo temporale avvolgere il Monte Rosa e le Grigne. E scusate se è poco.
00.26 del 11 Novembre 2004 | Commenti (0) 
 
07 Date a Cesare
NOV Alta quota
Questo mese Alp Grandi Montagne dedica il suo numero monografico al Cerro Torre ed al Fitz Roy. I visitatori abituali di questo sito, e soprattutto chi mi legge da tempo, sanno quanto io sia legato alla Patagonia ed in particolare alla storia del Cerro Torre, sicuramente una delle più leggendarie, belle e difficili vette del mondo. Ne ho anche accennato qui.

Ogni bambino cresce portandosi dietro, e dentro, alcune storie. Io amo la montagna e le mie sono storie di alpinismo, storie che raccontano di Mallory e Irvine all'Everest, di Hermann Buhl sul Nanga Parbat, di René Desmaison sullo sperone Walker alle Grandes Jorasses, di Kurt Diemberger e Julie Tullis sul K2, di Tomo Cesen alla Sud del Lhotse.
E di Cesare Maestri e il Cerro Torre.
A differenza di tutte le altre storie, però - delle quali un po' alla volta magari vi racconterò fra queste pagine - Maestri occupa un posto speciale nel mio cuore. Si può quasi dire che a Maestri io debba il mio amore per la montagna, o forse è solo l'illusione ottica di un ricordo sbiadito e lontanissimo. Tant'è, questa è la mia storia e la racconto come mi pare.

Era il 1971: lo so, l'ho già scritto, ma mi serve riprender qui il filo dei ricordi. Era il '71, dicevo. Avevo sei anni, un periodo in cui trascorrevo mesi in Brenta con i miei, e quell'estate una sera andammo a Molveno a vedere una conferenza di Cesare Maestri, che fra l'altro in Brenta era di casa. Veniva a raccontare di come, l'anno precedente, avesse vinto per la seconda volta il Torre. Veniva a raccontarci l'Urlo di Pietra, Maestri, e io quella sera mi innamorai di lui, del Cerro Torre e delle montagne. Per la prima volta guardai in alto e mi accorsi di quelle pareti verticali di dolòmia grigia, gialla e rosa, che si innalzavano sopra alla mia testa.
Poi, ma solo poi, anni dopo vennero Messner a raccontarmi degli ottomila, Buscaini e la Metzelin a farmi innamorare definitivamente della Patagonia, e il mio viaggio per andare a toccarlo davvero, l'Urlo di Pietra. Quanto tempo ho già visto allontanarsi davanti a me da allora. Dal mio Cerro Torre.
E' che la Patagonia te la porti dentro tutta la vita e non c'è bisogno che te lo vengano a raccontare né Chatwin, né Sepulveda, né Theroux, né Buscaini. E' che c'è la tua Patagonia e poi c'è quella di tutti gli altri, che però è sempre un po' diversa dalla tua.

Ora, io non vi racconterò nuovamente né della mia Patagonia, né della leggenda di Maestri e del Cerro Torre. La storia la trovate riassunta qui e nel racconto del mio viaggio del '90. Leggetevelo, prima di proseguire. Altrimenti vi manca un pezzo chiave della faccenda.

Leggo dunque Alp di novembre. Mi perdo fra le straordinarie fotografie di un mondo che ho vissuto in prima persona e che ben conosco, mi lascio cullare dalla nostalgia e dai ricordi, rileggo per l'ennesima volta di quelle imprese che conosco a memoria e che sono scolpite nel granito di quelle pareti e fra i crepacci di quegli incredibili mondi di ghiaccio e vento e polvere di Re Azul.
Ancora una volta, la milionesima suppongo, ritorno fra le righe della vicenda di Maestri, su quelle antiche polemiche, sulla nuova intervista rilasciata questo mese.
Io, di Maestri, mi sono innamorato a sei anni, ve l'ho detto. E' il mio mago di Oz. Magari voi, se avete la mia età, vi addormentavate sognando Franco Causio o Raffaella Carrà e il suo ombelico. Io mi addormentavo sognando di trascorrere una serata in un rifugio del Brenta chiacchierando con Maestri, e di sentirlo raccontare di come avesse domato l'Urlo di Pietra, della sua leggendaria e fantastica impresa, di come avesse ingannato Re Azul piantando i suoi ramponi sul fungo di ghiaccio sommitale.
Ho disprezzato i suoi detrattori per un'intera vita e il mio Re Azul è un racconto su Maestri e il Torre. Vi siete lasciati ingannare, o non siete stati attenti, se credete che vi abbia raccontato un viaggio, il mio viaggio in Patagonia. No, vi trascinavo con me sotto al Torre a respirare la leggenda di Maestri e delle sue due salite impossibili.

Leggo Alp, sì, mentre sgranocchio il mio solito squallido panino nel baretto di via Murat, pausa pranzo. E scopro alcune cose.

Scopro che nel 1970, Maestri, non è affatto arrivato in vetta al Torre. Il mio eroe si è fermato a trenta metri dalla vetta, dopo aver attaccato quello stupido compressore alla parete. Dice, nell'intervista: "Il Torre finisce dove finisce la roccia, il fungo non conta"
E no, caro Cesare. Il Torre finisce in cima, come tutte le montagne del mondo. Tu, nel 1970, non hai salito il Torre, hai salito un pezzo del Torre, precisamente il Torre meno trenta metri, che sono un palazzo di dieci piani per la cronaca, mica peanuts, e sono anche trenta metri bastardi, durissimi, di ghiaccio vaporoso, strapiombante e maledetto, un fottuto e maledettissimo fungo di ghiaccio che qualcuno, anni dopo, ha persino dovuto forare scavando un tunnel a forza di braccia e martellate per riuscire a sbucare in vetta.
Hai fatto traversa, Cesare, mica gol. E no, cazzo, non hai fatto gol! E già mi innervosisco parecchio, perché un mito è un mito, il tuo eroe è il tuo eroe, e il mago di Oz è il mago di Oz. E io sono anche un po' stronzo, perché non ho mai letto bene la storia, evidentemente, visto che questo è un fatto, a quanto pare, noto da sempre. Ho sempre sentito dire che Maestri, nel '70, aveva salito il Torre per la seconda volta e tanto mi era bastato. Questo era rimasto nei miei ricordi di bambino, di quella sera a Molveno nell'estate del '71.
Ora ho capito, Cesare, perché non vogliono accreditarti quella salita, anche a distanza di oltre trent'anni. Ed è inutile che tu ti ci incazzi, non lo stabilisci tu dove finisce la montagna, è la montagna che stabilisce se tu sei arrivato in vetta o meno.
E che rivincita sarebbe, scusa, sui tuoi avversari? Trenta fottutissimi metri di ghiaccio vaporoso e bastardo...

Vabbé, la salita del '70 non l'ho mai capita bene, tutto sommato. E' quella del '59 che conta, no? La vera, unica, prima ascensione assoluta della montagna più difficile e leggendaria del mondo. Il piccolo uomo contro l'Urlo di Pietra, impossibile a salirsi by fair means, a detta di tutto il resto del mondo.
Quella salita che è diventata davvero una leggenda e che, da quarantacinque anni, americani ed inglesi ti contestano, stupidi invidiosi anglosassisti ignoranti. Oh, scopro però ora, qui fra le pagine del mio Alp, che anche il buon Carlo Mauri te la contestava. Anzi, scopro che nel '70 sei tornato sull'Urlo proprio perché Mauri ti aveva provocato con quella dichiarazione ai giornali, "sono tornato salvo dalla montagna impossibile". Un messaggio fin troppo esplicito, diretto evidentemente proprio a te. Che infatti replicasti, stizzito: "Impossibile solo per chi non è capace". E' Mauri l'altro protagonista della corsa al Torre, l'eroe sconfitto. Non lo sapevo, non l'avevo mai letto.
Invidioso, Mauri, certo. Accidenti quel Mauri. Certo che Carlo Mauri... No, perché stiamo parlando di Carlo Mauri, mica di Gianni e Pinotto. Cioé, come se Platini si mettesse a contestare un gol a Maradona. Non te lo contesta l'ultimo sfigato difensore di serie B, è Platini che sta dicendo che quel gol non l'hai affatto segnato.
Scopro che anche il tuo amico Cesarino Fava non l'ha mai spiegata bene 'sta storia del '59. Rimasto giù mentre tu salivi con Egger, ha più volte cambiato la sua versione dei fatti, mai esattamente la stessa. Tu, poi, niente. Due parole in croce, due righe scarse, poi il silenzio. Per quarantacinque anni. Resistendo a qualunque pressione, provocazione ed attacco frontale. Niente foto, praticamente niente relazione, nulla. Solo tu e la leggenda infranta del Torre. Ed Egger morto mentre stavate scendendo.
Ora leggo anche che non solo non l'hai mai raccontata quasi per nulla, ma che quel poco che hai raccontato proprio non quadra un accidente, no no, ma veramente zero zero, eh?

Perché è un fatto che ormai sono quarantacinque anni che ci provano tutti a ripetere quella via. Tutti. I migliori fuoriclasse del mondo, gente che il Torre l'ha scalato ormai anche a testa in giù e a piedi nudi per altre vie. Fino in cima, eh? Fungo di ghiaccio compreso.
Ci hanno provato Salvaterra, Giarolli, Orlandi. Miti viventi dell'alpinismo patagonico, che del Torre conoscono ogni cristallo di ghiaccio ed ogni fessura. Qualcuno è persino arrivato a sfiorarla quella vetta bastarda, salendo per la tua mitica, e mai ripetuta via. E son passati quarantacinque anni. L'alpinismo ha attraversato generazioni, i materiali e la tecnica sono ormai fantascienza paragonati a quelli di quarantacinque anni fa. Tutto è stato salito, ma proprio tutto, e in tutti i modi possibili.
Ma quella cazzo di via no, la Maestri al Torre del '59 no, non c'è mai più riuscito nessuno.
Strano. Sì, Cesare, davvero strano.

Strano leggere che tu hai scritto di avere usato, allora, 120 chiodi, ma di quei chiodi nessuno ha mai trovato traccia, nessuno di coloro che ci hanno riprovato e che l'hanno ormai percorsa quasi tutta quella maledetta via, quasi fino in vetta, prima di arrendersi. Strano, tanto più che hai detto di averli usati anche per la discesa, quindi dovrebbero essere ancora lì.
Strano leggere che tu parli di alcuni tiri piuttosto semplici di quarto e quinto, seguiti da una durissima traversata obliqua di sesto grado, mentre chi è riuscito a ripetere la via fino a quel punto non solo dice esattamente il contrario, ma aggiunge che quella rampa obliqua, vista dal basso... vista dal basso, Cesare... appare molto più difficile di quanto non si riveli poi essere davvero. Un po' inquietante, non trovi?
Strano leggere che tu ed Egger avete impiegato, secondo la tua scarnissima relazione, tre giorni per salire quel diedro di 300 metri in mezzo alla parete e solo sette giorni per salire l'intera via, almeno quattro volte più lunga. Strano, tanto più che la parte alta, sopra a quel diedro, è quella dove nei quarantacinque anni successivi tutti coloro che ci hanno riprovato hanno dovuto arrendersi. E' la parte più dura, senza dubbio, molto più di quel famoso diedro. Com'è possibile? Razionalmente, Cesare, com'è possibile?
E questo fatto che nessuno, insomma, nessuno abbia mai trovato un accidente di prova del tuo passaggio, nulla, ma davvero nulla di tutto quel (poco) che hai raccontato. Ma da dove diavolo sei passato allora?
Ormai aumenta sempre più il numero di coloro che iniziano a pensare che questa sia la più grande bufala mai raccontata nella storia dell'alpinismo.
Non vorrai mica farmi credere davvero che hanno ragione quelli che nel '74 hanno scritto sui giornali "Casimiro Ferrari vince l'invincibile Cerro Torre", sottintendendo, ovviamente, per la prima volta.
E no Cesare, tu sei il mio mago di Oz.

E allora, perché te ne vai? Perché abbandoni l'ennesimo intervistatore senza rispondergli? Perché lanci solo il tuo criptico messaggio, "Io il Torre lo odio, vorrei vederlo crollare, a me ha fatto solo del male"?

Sono passati quarantacinque anni, Cesare. E anche tu ormai, scusa, sei un anziano eroe in pensione con la barba bianca. Sono quarantacinque anni che te ne stai in silenzio, con l'unica esclusione di quella pagliacciata mediatica del '70 con il compressore. Già, appunto... per una via diversa, fra l'altro. Anche questo è strano alla fine, no? Perché una via diversa, se proprio doveva essere una rivincita, e non la stessa del '59? Perché quella via del '70 è ormai stata ripetuta decine di volte e senza l'aiuto di alcun martello compressore, come facesti tu allora, e la via del '59 continua invece ad essere inviolata dopo il tuo passaggio, nonostante gli stessi tentativi e ben più tecnologia in parete?

Dillo Cesare. Diccelo com'è andata davvero nel '59. Raccontaci di come tu ed Egger siete arrivati su quella vetta maledetta, in cima, sopra al fungo di ghiaccio. Raccontaci ancora di come Egger sia morto precipitando in discesa, portando con sé quella stramaledetta macchina fotografica, e perché, quando il corpo di Egger è stato infine trovato qualche anno fa, la ricostruzione della sua morte non abbia ancora quadrato con la tua versione e, soprattutto, la macchina fotografica non fosse con lui.
Cesare, raccontacelo. A che pro ormai questo infinito silenzio? A cosa serve? Io non voglio credere che il mio mago di Oz abbia mentito a un bambino di sei anni raccontandogli di un orco che non era affatto stato domato.
Pazienza se ormai non ti ricordi più tutti i dettagli, anche se chi ha compiuto davvero un'impresa come quella che tu hai detto di aver compiuto quarantacinque anni fa non può dimenticarsi i particolari. E' la Storia Cesare, imprese come quella fanno la storia dell'uomo.
E se non è più possibile credere nemmeno a queste storie, a cosa dobbiamo credere?

Cesare, lascia perdere i giornalisti, gli invidiosi, i malfidenti e tutti coloro che ti hanno dato addosso in questi quarantacinque anni. Dillo solo a me. Per favore.
Telefonami e dimmelo come è andata davvero. Io continuo a credere che tu sia stato lassù. Voglio la mia favola. Ma voglio sentirla raccontare dalla tua voce e voglio che sia credibile. Altrimenti, piuttosto, dimmelo che è stata la più grande balla che tu abbia sparato in vita tua. Perché se è così, ti giuro, è riuscita davvero bene, puoi esserne fiero lo stesso. In cambio te ne racconto una io che ho sparato per anni: ci ridiamo insieme, tu rimani il mio mito, credimi, e io mi metto il cuore in pace. Tanto la verità è che a me 'sta storia del compressore è sempre piaciuta, è per quella che sei il mio mito. Chissenefrega di quegli ultimi fottuti trenta metri. Sei stato un grande a lasciare appeso lassù quel ferrovecchio arrugginito da un quintale.

Ma adesso dimmelo se nel '59 ci sei davvero arrivato lassù. Telefonami e dimmelo, per favore. Lo tengo per me. Credimi.
15.30 del 07 Novembre 2004 | Commenti (0) 
 
03 Post-it
NOV Prima pagina, Segnalazioni, Cina e non solo
E io continuo a collezionarle e a farvele leggere, perché lo so che altrimenti vi passano sotto gli occhi e non le vedete: qui, qui e qui. La cosa interessante è che la prima notizia non è riportata dalla CNN. Perché ormai anche ad occidente le filtriamo, ancor prima di passarle, nel caso, in secondo o terzo, o quarto piano.

Noi, a questa gente, abbiamo regalato le Olimpiadi e stiamo consegnando l'intera economia mondiale. A volte, parlando di Cina, ci ricordiamo del Tibet, ma solo vagamente sapremmo esprimere una qualche opinione in merito supportata da argomenti e cognizione di causa.
Noi parliamo di Cina, ma nessuno sa un tubo della causa uyghura, e dello Xinjiang praticamente nessuno conosce l'esistenza. Stiamo parlando di una "minoranza" di una decina di milioni di persone, per intenderci, mica tanto per caso musulmane. Che fa scopa, guarda un po', con la prima delle notizie in cima a questo post. It. Giallo, ancora una volta.
00.55 del 03 Novembre 2004 | Commenti (0) 
 
02 Mosca e dintorni
NOV Prima pagina, Segnalazioni
Comunque la si voglia leggere, questa notizia è irresistibilmente comica. Mi viene in mente il Principato di Gruviera, visitato da Paperino in una bella storia del '64. Non è per analogia: è che me li vedo gli osservatori russi, fianco a fianco a quelli dell'OSCE, e mi scappa da ridere allo stesso modo. Aggiungerei, in calce: "Ma va'?"

Pfaal, invece, pubblica una bella analisi dell'eurocorsa prendendo spunto da un episodio analogo ad altri dei quali noi stessi abbiamo iniziato ad esser testimoni un paio d'anni fa, quando ancora il fenomeno era nella sua fase embrionale. Nel 2002 in Asia Centrale la nostra moneta iniziava già ad essere preferita al dollaro in gran parte delle transazioni commerciali, al cambio nero ed a quello ufficiale. In buona parte della regione era normale assistere alla diffusione dell'euro come mezzo di scambio, parallelamente alla valuta americana. E ancora lo scorso anno, di passaggio a San Pietroburgo, osservammo che l'euro aveva di fatto quasi soppiantato il dollaro sull'intera piazza est europea e centroasiatica.
Se la mafia russa si converte all'euro, l'impero del dollaro crolla come le tessere del domino disposte in fila indiana, da Mosca fino ad Hong Kong, via Siberia e Medio Oriente.
01.36 del 02 Novembre 2004 | Commenti (0) 
 


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