Orizzontintorno Carlo Paschetto
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27 Overlander
FEB Mumble mumble
Sono capitato qua. C'entra qualcosa con il fatto che, per quanto mi riguarda, non mi sono mai ripreso del tutto (né credo mai mi riprenderò, almeno fino al prossimo overland) dal nostro 2002.

Rimango sempre affascinato da coloro che hanno anticipato esperienze che negli anni ho fatto mie e provo sempre un po' di sana invidia per chi ha avuto la possibilità di vedere un tempo che a me potrà solo essere raccontato. Anche io, del resto, ho visto una Patagonia che non era già più quella di Chatwin, ma che ancor più non è quella di oggi, ed è stato così anche alle Svalbard.
Il fenomeno di urbanizzazione, copertura telematica ed omologazione di ogni angolo del pianeta, che voi chiamate globalizzazione, ma che a me riempie la bocca solo a dirlo, corre con accelerazione esponenziale, per cui la differenza fra ieri e oggi è sempre minore di quella fra oggi e domani. Sto divagando.

Chi ha apprezzato, o sta apprezzando, i nostri diari di Asia Overland ancor più si perderà fra gli appunti e le fotografie di Steven Abrams. Bisogna amarla davvero questa dimensione del viaggio, interiorizzarla, farla propria, per comprenderla e saperla apprezzare. Se non ti piace la montagna è inutile che stia qui a spiegarti la dolcezza e la profondità del suono di un rampone che morde la neve dura in quota: stiamo parlando due lingue diverse. E' anche inutile che tu mi spieghi la poesia di una rovesciata acrobatica davanti a una porta: io allo stadio non vado.
Così, se non ti piace davvero il Viaggio, se non lo hai nel sangue, anche Steven non ti dirà nulla. A me dice molte cose, moltissime. E mi ritrovo. Senza conoscerlo, già gli sono amico.
Perdonami, ancora una volta sto divagando, proprio come in un grande overland. Quello che invece voglio dire è che la storia di Steven mi riporta ad un paio di temi sui quali mi ero già soffermato in passato.

Uno. La misura di quanto cambi davvero il mondo attorno a noi è anche nelle rotte che vi tracciamo attraverso.
Proprio prima di partire, il mio caro amico Sergio, che su questi percorsi ha costruito una vita, mi fece notare che la distanza fra il mondo nel quale era cresciuto lui e quello che ci accingevamo ad attraversare noi è equiparabile alla distanza fra le latitudini dei nostri differenti itinerari. Nel nostro mondo io oggi passo di sopra. Nel suo, lui era passato di sotto. Lui non poteva passare di sopra, noi non siamo potuti passare di sotto. In trent'anni il mondo intero è stato rovesciato.

Antefatto: all'inizio degli anni '70, Sergio, che allora aveva circa la mia età oggi, piantò di punto in bianco la sua poltrona di dirigente di una grande multinazionale, attrezzò la sua R4 e partì per l'oriente lungo la hippy trail. Un anno di viaggio. Sergio ha vissuto due vite, separate da quello che lui chiama "anno zero", un intervallo che ha scavato un solco infinito fra le sue esistenze. Non ha caso, dichiara di avere 44 anni. Credo ne abbia 73.
Nella sua rotta verso est passò "da sotto": Iran, Afghanistan, Pakistan, la hippy trail, battuta all'epoca da legioni di europei e americani in viaggio verso il nirvana. Sergio è poi tornato più volte in Afghanistan e ha scritto anche un libro su quello straordinario Paese.
Anche avesse voluto, non sarebbe potuto passare da "sopra": c'era il filo spinato, il Muro di Berlino e una Cina che chiudeva le porte perfino alla Russia. Quasi non esisteva la carta geografica del sopra.
Trent'anni dopo, di sopra siamo passati noi: Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Cina. Anche volendo (e ci abbiamo provato, accidenti), passare di sotto sarebbe stato davvero un casino.
Sono trascorsi trent'anni e il mondo è stato ribaltato.

Anche Steven, come Sergio, è passato di sotto e rimango incantato dalle sue brutte fotografie scattate in un oriente che noi non abbiamo conosciuto, nel mezzo di un'Indocina che solo con un eufemismo possiamo definire semplicemente diversa da quella di oggi. Così mi sono trovato a perdermi nel suo di sotto. E a sognare, naturalmente. Ciò mi porta verso la seconda riflessione.

Due. Eravamo a Lhasa quando me la sono sentita addosso la prima volta, la sensazione. Io, oggi, mi sento finalmente parte di un mondo che per anni ho soltanto letto e sognato. Adesso sì, adesso ne faccio parte, lo sento dentro, lo conosco. Ne partecipo l'ideologia (sì, perché a voler ben vedere è anche una ideologia). Immagino che sia come stare seduti per anni a battere i denti sulle gradinate di uno stadio e, per una volta, avere l'occasione di indossare la maglietta, calpestare l'erba, scambiar due pallonate con quelli che hai visto in tv per una vita intera.
Qualcuno ha letto un mio profilo in rete da qualche parte, dove sta scritto che amo i viaggi overland, e mi ha chiesto se sia solo una boutàde. No, io *sono* un overlander, ora.
Anche io ho dunque scavato il mio solco. A differenza di Sergio però, ho portato da questa parte alcune cose essenziali, ma inevitabilmente vietate per chi aspira alla cittadinanza di Ùtopia. E ho saltato il fosso accompagnato, mano nella mano, da Emanuela. E' una differenza non da poco.

Ricordo perfettamente ciò che Sergio ci disse prima della nostra partenza: "Dopo, nulla vi sembrerà più lo stesso". Sì, forse è una banalità ed un'esagerazione.
Ma quanto ancor piccolo e riduttivo di prima mi sembra, oggi, il palcoscenico nel quale, nostro malgrado, dobbiamo recitare il solito copione per poter dare a Leonardo almeno la possibilità di scegliere, domani, se quel solco scavarlo ancor più profondo, o se rimanerne al di qua, con gli occhi dentro alla televisione, sognando una rovesciata acrobatica davanti a un rettangolo di tubi dipinti di bianco.

Fino al prossimo overland.
00.50 del 27 Febbraio 2004 | Commenti (0) 
 
14 Com'è profondo il mare
FEB Blog e luoghi
Noi ci siamo stati sull'Aral, mica a Paperopoli. Oddio, sull'Aral: si fa per dire, perché là non c'era un tubo. Acqua? Io non ho visto nemmeno le casse di minerale. Ho visto un bambino che beveva da una pozzanghera in mezzo alla strada, questo sì. E comunque è certo che sull'Aral piove poco e ho il sospetto che quel po' di pioggia sia pure contaminata da tutto il resto: avanzi di ddt, avanzi di esperimenti chimici e batteriologici, sale. Che altro?

Noi ci siamo stati sull'Aral. Abbiamo scritto un libro su Asia Overland 2002 e all'Aral abbiamo dedicato una pagina, ma avremmo potuto scrivere un libro sull'Aral e dedicare una pagina al resto, anche.
Perché l'Aral, io, ce l'ho ancora negli occhi. O meglio, non ce l'ho proprio: io non ho visto nulla. Ho visto un buco e molta sabbia. Mr. Usmanov mi ha detto che l'acqua in realtà c'è, a ben vedere, ma un po' più in là: cento chilometri più o meno. Ci si può andare in elicottero, volendo. Non so, ma questa cosa di volare su un avanzo arrugginito dell'era sovietica, sopra al fantasma di un mare prosciugato, a me sembra quasi una sfida alle leggi della sfiga. Altro che la mia paura di volare. Lasciamo perdere, eh, Mr. Usmanov? Ci credo e basta.

Noi ci siamo stati "dentro" all'Aral. Abbiamo camminato sul fondo del mare. Avete mai provato a camminare sul fondo del mare? Sulle acque uno c'è riuscito e molti, dopo, hanno millantato di saperlo fare, ma camminare sul fondo del mare - senza maschera e pinne, ovvio - provateci a farlo, non è mica uno scherzo. Una cosa bisogna dirla: raccogliere le conchiglie è più facile così. Non che ce ne siano rimaste molte e, a dirla tutta, fa anche un po' senso raccogliere "quelle" conchiglie. Sai mai cosa stai toccando davvero...

Dovessi dire, non saprei esattamente perché siamo andati all'Aral. Io volevo andarci perché qualcosa avevo letto, avevo visto in tv, avevo sentito dire. E poi che ne so, andiamo in tanti posti solo perché sono lì (citazione), e quindi tanto che siamo in zona perché no: chiamatela curiosità, turismo catastrofico, avventura, coscienza, chennesò. Comunque, tanto che eravamo in zona, abbiamo preferito l'Aral ad Osh, per fare un esempio. Se l'Aral non fosse quello che è oggi, probabilmente saremmo andati ad Osh. O tanto valeva andare sul Caspio.

Ricordo bene quella strana sensazione nel venire via dal dopobomba: io mi sarei fermato, avrei voluto rimanere seduto su quella spiaggia - spiaggia? - ad aspettare il tramonto. Dormire a Moynaq, sentire di notte il vento contaminato dell'Aral che soffia attraverso le fessure di qualche avanzo di casa costruita in fondo al mondo. Così, per provare a capire cosa vuole dire, oggi, vivere sull'Aral.
Non è che adesso, qui, valga la pena riassumere per chi non lo sa cosa *non* c'è all'Aral, che è successo laggiù, riportare a galla (bè, "a galla" si fa per dire...) la storia degli ultimi quarant'anni di follia umana abbattutasi in mezzo alla già di per sé deprimente piattitudine dell'Asia Centrale. Internet è una miniera, anche per questo. Se siete curiosi, potete fare una capatina qui, qui, qui, e ancora qui. O, più semplicemente, fare così.

Quello che è impossibile descrivere, spiegare, anche solo provare ad immaginare, è la dimensione.

Il fatto è che tu te ne stai lì a Moynaq a camminare sul fondo del mare, davanti a pareti di arenaria che qualcuno ti racconta essere scogliere, hai capito bene, vagando in mezzo agli scheletri arrugginiti e surreali di navi arenate fra la sabbia e i cespugli: quello che avanza di una specie di porto spettrale. Il tuo sguardo può spaziare fino all'orizzonte, dove il cielo diventa bianco perché il vento salato e contaminato dell'Aral solleva ogni sorta di schifezza e la trasporta per centinaia di chilometri, ed è inquietante, certo. La tua curiosità è magari soddisfatta anche solo da tutto questo.
Ma il problema è che ciò che vedi non è affatto tutto questo. E' solo una milionesima parte, un francobollo in una biblioteca, 35mm di fotografia per un infinito panorama day after. La verità è che tu te ne stai lì a raccogliere conchiglie cercando di non toccarle troppo, ma di fronte a te la follia è infinita. Per centinaia di chilometri, centinaia di migliaia di chilometri quadrati.
I tuoi occhi non la inquadrano l'angoscia, la tua mente può forse intuirne la portata, ma non riesce a darle la dimensione, la scala reale.

Provaci con questa:


dimensione 600x800
fonte
www.redtailcanyon.com

L'avete aperta? Adesso fate due conti: ogni pixel dell'immagine è pari a un quadrato di 1km di lato. Voi siete un cinquecentesimo di ciascun punto. E siete a Moynaq, che più o meno si trova dove ho piazzato quel brufolo rosso: a molti, molti, molti punti di distanza da dove oggi inizia l'acqua. Acqua? Sì, quella schifezza verde. Oddio, non vi deprimete del tutto, il sensore del satellite ci mette il suo zampino nel colorare le cose, ma insomma, fa senso sì.
A proposito: il mio punto rosso copre un'area di circa 10x10 km... Moynaq è molto più piccola.
Dicevamo: siete dunque distanti dall'acqua molti punti, verso il basso dell'immagine, dalle parti del punto rosso. Perché siete lì? Bè, perché è lì che è la spiaggia. Ops: che era la spiaggia. E gli ombrelloni. E le cabine. E il porto, i pescatori, i bagnanti, i turisti, le conchiglie - vive, la vita. Era tutto lì, una volta. C'è ancora il cartello a ricordarlo: "Moynaq, stazione balneare".
Non sopravvivono più a Moynaq, quei pochi che non sono riusciti a scappare, ma certo hanno il senso dell'umorismo. Nero.

Ancora fate un po' fatica, vero? Io ho provato a contare i pixel. Un po' a spanne eh, tanto per farmi un'idea. La "pozza" più grande è lunga circa 250 km. Se ho capito bene, una volta, quando al posto di tutte quelle pozzanghere verdi c'era il quarto bacino chiuso al mondo, quell'unica "pozza" era più o meno circolare e aveva un diametro suppergiù di 400 km. In altre parole, copriva anche tutta quella regione che qui vi sembra grigio-biancastra. Biancastra? Sì. Sale. Solo sale, oggi. Sale per centinaia di chilometri.
Chi ha la mia età ricorderà le cartine geografiche alle scuole elementari: non c'era mica quella roba lì, non era mica fatto così l'Aral.
Io studiavo "c'è il Mar Caspio, ci sono i grandi laghi americani, c'è l'Aral...". Col cavolo. Un sacco di balle mi raccontavano.

Non so se a Moynaq ci fossero le discoteche come a Rimini, ma di sicuro c'era lo stesso numero di bambini a fare il bagno, e molta più acqua. Molta è un eufemismo: un qualcosina tipo il 50% in più in superficie ed il 75% in volume. Si faceva lo struscio sul lungomare di Moynaq negli anni '50? Mah, non lo so mica se i russi si strusciano. Però pescare si pescava. E non c'era la mucillagine.
Oggi sono scappati quasi tutti. Il vento bianco dell'Aral li insegue fino oltre Nukus, 200 km a sud est, e ancora per migliaia di chilometri quadrati. Deserto che avanza, sale, polveri chimiche, veleni. Per chi invece da Moynaq, e dalle zone circostanti, non è riuscito ad andarsene c'è solo una Chernobyl invisibile e sconosciuta a gran parte del resto del mondo.
Moynaq è una città morta popolata da fantasmi. Dovete guidare per parecchie ore prima di avere il coraggio di respirare di nuovo a pieni polmoni.

Fatto sta che all'Aral, e a Moynaq, ci siamo stati. Chissà se qualcuna delle mie amate t-shirt di cotone ha qualche relazione con quell'immagine. Cosa c'entrano le t-shirt? Le mie non lo so, quelle degli abitanti di Moynaq, loro malgrado, temo qualcosa.
Viene da chiedersi se abbiano per caso provato a fermare il sidecar e quelle tre Zigulì arancioni che abbiamo visto arrancare per strada in paese. No perché, con le micropolveri in sospensione, pare che funzioni...

N.B. Le immagini più surreali e incredibili stanno qui. Potete visualizzare l'immagine da satellite precedente alla risoluzione 2400x3200, cliccando qui (1Mb).

[avercelo il tempo di aprire 'sto affare ai commenti... si potrebbe buttar lì qualcosina in proposito sulla diga dello Yangtsé...]

02.15 del 14 Febbraio 2004 | Commenti (0) 
 
12 Milanocolor (con gli Earth, Wind & Fire)
FEB Diario, Fotoblog
Non è che Milano sia proprio grigia grigia. È che bisogna essere capaci di vederli i colori, a Milano. È che ci vuole immaginazione. È che dipende anche da come ti svegli al mattino.

Oppure spegni il monitor e per una volta al diavolo: non è ancora buio e pianti lì, esci dall'ufficio che è appena iniziato il crepuscolo e il cielo - anche a Milano qualche volta c'è - si sta colorando di indaco.
Ti infili nel traffico fra migliaia di stop rossi che illuminano questo inizio di serata e 105 Classics (perché stai ascoltando 105 Classics?) sta trasmettendo That's the way of the world degli Earth, Wind & Fire che, non so perché, ma con gli stop illuminati di rosso fluorescente ci sta proprio bene e mi commuove anche un po'.

È che stai correndo a casa, ché ti aspetta tua moglie e ti aspetta lui, e sarà che in istanti così per forza elabori ciò che ti sta intorno in modo del tutto diverso.
Non so, comunque navigo fra gli stop e ripenso a quello che ho letto oggi qui, e mi riconosco, e sono d'accordo con lui, quasi su tutto (ma non sul ghiacciolo all'anice e la colazione al bar e, ne sono certo, su un googol di altre cose non dette).
Perché io, la nebbia, la amo. E nessuno è mai riuscito a capirlo.
È che a Milano, i colori, bisogna anche saperli vedere, o almeno provare ad immaginarseli. Perché io li vedo, a volte.

Milanocolor1
Milanocolor2

C'è qualcosa di più malinconico e antico del campetto da calcio di un oratorio soffocato da là-dove-c'era-l'erba-ora-c'è (un campo sintetico)?

E pensare che stavo preparando un post infinito sull'Aral.
TAG: milano
20.41 del 12 Febbraio 2004 | Commenti (0) 
 
09 Io che ho girato il mondo
FEB Segnalazioni, Diario
Può anche darsi che sia vero, come ogni tanto mi fa notare qualcuno, che io ami girare il mondo per collezionare bandierine e numeri. Che possa essere una delle mie tante motivazioni, anzi, è quasi certo. Sono altrettanto certo che non è né la prima, né l'unica. E, del resto, collezionare cianfrusaglie e contare sono solo un paio delle mille attività inutili con le quali riempio il mio tempo.
Ci aveva già pensato il CIGV a sdoganare il collezionismo di bandierine; ora anche (e non solo) Wittgenstein segnala un sito grazie al quale è possibile misurare quanto (...?) ciascuno di noi conosce il mondo. Inevitabilmente, l'ho misurato anche io: il 32%:

Tralasciando ovviamente il fatto che stiamo parlando di un innocuo passatempo, e che qualunque volontario di una NGO, che abbia lavorato sei mesi in Sudan ed abbia passato il resto della sua vita a Cologno Monzese, conosce il mondo sicuramente più del sottoscritto, questo risultato merita alcune considerazioni:

1) A prima vista non mi sembra affatto che le zone rosse siano solo il 32%... Umpf!

2) Vedere tutto quel rosso soddisfa il mio ego, ma la mappa mente palesemente, a me e a gran parte di quelli che partecipano al gioco. Se sei stato a Hurgada una settimana non hai visitato l'Egitto un accidente. Io sono stato a New York e a Chicago, ma non conosco affatto gli States, alla faccia di tutto quel rosso in Nord America. Sono anche stato a Sydney e in Tasmania, ma la mappa mi regala la conoscenza dell'intera Australia. Grazie. Inizio a guardare con sospetto a quel 31%... Vuoi forse dire che conosco il mondo ancora meno di ciò che penso? Il mio ego di grande viaggiatore vacilla...

3) La mappa mi dice qualcosa che ho sempre saputo e che mi rode da sempre: non conosco per un tubo l'Africa. Nessun viaggiatore che ami definirsi tale può vantarsi di conoscere il mondo se non ha masticato un bel po' d'Africa. Il nostro prossimo overland è già pronto nel cassetto.

4) La mappa mi dice che conosco molto bene l'Asia. Ma sì, almeno questo è vero. Ma siamo alle solite: nascondo nel rosso la grande lacuna dell'India. Ho visitato solo Delhi e il Taj Mahal. E quindi, posso forse affermare di conoscere davvero l'Asia? Ma va', chiunque abbia giorovagato qualche settimana per l'India, conosce forse l'Asia molto meglio di me che ho gironzolato per l'intero continente per mesi e mesi.

5) E il Brasile dove lo mettiamo? E' la quinta nazione al mondo per superficie, certamente una delle più interessanti, multietniche, ricche di contrasti, culture, razze e religioni. Io sono stato solo a Rio de Janeiro e all'aeroporto di San Paolo. Altro che ego vacillante, inizio a pensare di dovermi andare a nascondere. E un altro po' di rosso se ne va.

6) Non sono d'accordo sulla lista dei Paesi. La mappa me ne accredita 72. il CIGV me ne accredita 76. Io ne conto 79. I 7 Paesi in più che considero, rispetto a quelli proposti da World66, sono il Tibet, lo Xinjiang, la Tasmania, le Svalbard, la Scozia, Ceuta e Hong Kong. Per lo più si tratta di mere quisquilie geopolitiche, ma sfido chiunque a dire che andare in Tibet o nello Xinjiang sia equivalente al visitare la Cina, e che mettere piede alle Svalbard sia come andare a Capo Nord. Provate poi a dire a uno scozzese che, per quanto ci riguarda, fra lui e il suo vicino londinese non c'è alcuna differenza politico-geografica.
Del resto, se la lista di World66 include Gibilterra, la Nuova Caledonia e Reunion, non vedo per quale motivo debba escludere il Tibet e Hong Kong. Al solito, non esiste un metro universale. Difendo i miei 79 Paesi e al diavolo il loro 32%. Riacquisto il mio ego.

Ritorno sulle mie: la lista ufficiale ONU elenca 257 territori e Paesi. Io ne ho visitati 79, e pure in cinque continenti. Quindi ho visitato... il 30,7%... Di nuovo...! Allora è proprio vero e devo arrendermi all'evidenza. Di questo mondo non conosco un tubo.

00.30 del 09 Febbraio 2004 | Commenti (0) 
 
07 No blog
FEB Lavori in corso
Nota inserita nell'aprile 2005. Prima di questo post il Giornale di Bordo di Orizzontintorno non esisteva: al suo posto, c'era una pagina mensile intitolata "Primo Piano" e, in tempi successivi, vennero aggiunte alcune pagine speciali dedicate alla nascita di Leonardo e alle prime prove con la nuova macchina fotografica digitale.
Con la nascita del Giornale di Bordo (oggi definitivamente trasformato in questo blog), avvenuta con la pubblicazione su Orizzontintorno di questo primo post, quelle pagine vennero riorganizzate e archiviate inserendole nel giornale con data antecedente. Si tratta dei post che appaiono datati 2003 e gennaio 2004..


***

Questo è un sito solo di viaggi? O più in generale è un sito di fotografie? O è il nostro sito e basta? O ancora, è il nostro diario di bordo?
Ripensandoci, ma perché abbiamo inventato Orizzontintorno? Nella pagina introduttiva abbiamo scritto che Orizzontintorno "ambisce ad essere una rada di approdo per naviganti come noi"...
Forse a me piace pensarlo più come a un luogo di ritrovo: una sorta di taverna fumosa vicino al molo di un porto, l'arredamento in legno e le lanterne appese ai muri. Fuori dalla porta la nebbia serale che sale dal mare avvolge ogni cosa, dalle finestre filtra una luce gialla e i suoni che giungono all'esterno risultano ovattati.

In questo luogo di ritrovo ci si incontra, si chiacchiera, si gioca a carte, si sussurrano nuove rotte. Chi sta dietro al bancone tira le fila, magari decide l'argomento. Chi gioca a carte, se ha voglia, dice la sua. Oppure ascolta e basta: il nostro luogo non è una taverna rumorosa, è frequentato da avventori che si osservano silenziosi e con un po' di circospezione, ma che sono tutti lì perché qualcosa li accomuna.
Noi appendiamo alcune fotografie alle pareti imperlinate, oppure raccontiamo per l'ennesima volta della grande tempesta del '99, o del Marlin che abbiamo pescato quella volta e che, ovviamente, ad ogni racconto è sempre più grosso.
Che strano: scrivo spesso per metafore marinare e sono un uomo di montagna, essenzialmente. Il sangue genovese non mente...

Ci ho pensato a lungo: "Primo Piano" non mi piaceva. Primo piano di che? Quando abbiamo lanciato Orizzontintorno pensavo a una qualche rubrica da aggiornare tutti i mesi, dove scrivere qualcosa, prendendo spunti qua e là, così da rinnovare in qualche modo, periodicamente, l'appuntamento con i visitatori.
Ma a dire il vero non è che abbiamo qualcosa da dire periodicamente. Per lo meno, non alla scadenza di ogni mese, come le bollette. E a dirla tutta, non è che se abbiamo voglia di dire qualcosa questo sia necessariamente legato ai viaggi e al viaggiare, per quanto possa essere allargato il significato stesso del Viaggio.
A me, ad esempio, piace scrivere: punto. Mi piace anche avere la libertà di essere noioso e considero un Viaggio anche la mia stessa esistenza. Soprattutto ora che è arrivato Leonardo e che, insieme a Emanuela, siamo appena partiti per la più grande avventura della nostra vita. Che certo, ci porterà anche fisicamente in molti luoghi lontani, ma che sarà fatta soprattutto di immagini ed eventi quotidiani.

Abbiamo una nuova macchina fotografica digitale e già non me ne separo quasi mai. Ho sempre sognato di poter fermare dentro alla mia esistenza alcune immagini a caso, senza apparente necessità, solo per congelare alcuni istanti che non hanno significato alcuno se non il fatto di essere vissuti e basta. Fotografare cose, momenti, situazioni, facce a caso. Sparare nel mucchio.

Non è certo un'idea nuova, anzi, sono l'ennesimo ritardatario. I fotoblog spopolano in rete, quindi non voglio fare un fotoblog. Anche perché a me piace - anche - scrivere. Ma non voglio neanche fare un blog. Ne leggo già alcuni e c'è sempre quella pia illusione di voler essere un po' più originali a tutti i costi, senza mai riuscirci.
Però lascio appesi commenti qua e là, navigando a caso fra i blog altrui: lascio le impronte come Pat, che adesso è intuile star qui a spiegare chi è. Ma la verità è che non mi piace commentare, se non posso decidere io qual è il tema. E il mio tema non è mai quello di altri.

No, non lo faccio un blog, e nemmeno un fotoblog. Cambio titolo alla rubrica (Emanuela, posso?) e ci metto quel che capita. Ad esempio, ci piazzo questo, perché è un frammento del mio viaggio quotidiano, ed è anche un po' inquietante:

E poi ci piazzo tutto quello che in quest'ultimo mese è entrato di soppiatto dentro Orizzontintorno: Leonardo, Milano, e ancora Milano. E ancora, tutto quello che era "Primo Piano": la Cambogia, via Murat (che devo ancora fotografare), le Facce di Emanuela, l'attesa di Zuz.
Ed è solo l'inizio. Anche perché ora, finalmente, mi sono liberato di questo appuntamento mensile: posso scrivere, fotografare, annoiare, quando ne ho voglia. Anzi, Manu, lo fai anche tu?

(Come dite? Si chiama blog? E' già stato inventato? Maddai... Vabbè, allora, appena avrò tempo, magari lo aprirò anche ai commenti. Fino ad allora mi rifiuto di definire "blog" questo spazio).

E se non è un Viaggio anche questo‚Ķ

00.31 del 07 Febbraio 2004 | Commenti (0) 
 


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