Orizzontintorno Carlo Paschetto
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19 Cappuccino anche per me (*)
LUG Prima pagina
Anche questa volta me lo sono letto tutto. Nulla da dire: la Fallaci, tecnicamente parlando, viaggia sempre una spanna al di sopra della media. Scorre, scorre e corre, eccome. Se inizi, non la molli fino alla fine, non ce n'è. Magari ti fa imbestialire, magari useresti la pagina di giornale per attività che mal si accoppiano con il piombo dell'inchiostro. Ma in fondo ci arrivi, non fosse altro per vedere dove va a parare.
Peraltro, è fin troppo noiosa e scontata la solita levata di scudi che da buona parte delle "pubblica" opinione intellettualpolitica si solleva scandalizzata contro il suo ennesimo anatema.

Me lo sono letto con attenzione il pezzo. In via del tutto generale, la Fallaci argomenta i concetti in un modo francamente smontabile solo con difficoltà e avendo ottime cognizioni di causa. Altrimenti alzi la mano, davvero, chi non ne condivide alcune posizioni, considerate singolarmente, una ad una. Perché il fatto è che sono proprio quelle argomentazioni a tenere banco, laddove invece i suoi detrattori si arrampicano su luoghi comuni consueti e bolliti, in nome di principi che molto raramente sono in grado di sostenere con altrettanti argomenti e difendere in modo altrettanto intelligente.
Abbaiare è fin troppo facile, soprattutto quando la materia si presta ad essere frullata da un'opinione pubblica anestetizzata dai nostri monoMedia; mordere davvero è molto più difficile e richiede denti, che spesso chi abbaia non ha.

Ci provo io. O meglio, oso. Ché certamente non ho affatto le credenziali per farlo, né la statura, ma poiché sono assolutamente d'accordo con la Fallaci quando afferma che perseguire il reato d'opinione è una cagata pazzesca (lo scrive Villaggio, posso scriverlo anche io), allora difendo in primis il mio diritto ad avere un'opinione e a ritenerla confrontabile, almeno nella mia piccola quotidianità, con la sua.

Io credo molto banalmente che sia il filo logico, sia il risultato dell'analisi fallaciana, non stiano in piedi. Almeno, non sulla base di quegli stessi principi di democrazia, civiltà e tolleranza, laici o cristiani che siano, che lei prende quale metro di riferimento.
Poi posso darle (ahimé) ragione su mille altre cose. Ma non sul pacchetto complessivo che confeziona con il fiocco per i lettori del Corsera.

Faccio un passo indietro. Iran, autunno 2002. Emanuela ed io siamo ormai in viaggio verso casa e Tehran è sulla nostra strada. Abbiamo già esperienza di Paesi arabi: ci siamo sempre trovati bene, certamente molto più di quanto - tanto per fare un esempio - entrambi non ci siamo trovati in estremo oriente. Ne veniamo dall'Asia Centrale e, ancor prima, dal subcontinente e dalla grande Cina.
Entriamo in Iran non attraverso la porta principale, né intruppati in qualche anestetizzata comitiva di occidentali filoradical-chic, anzi. Attraversiamo una remota frontiera nel deserto, a pochi chilometri dall'Afghanistan, nelle estreme regioni orientali che sono fra l'altro la culla dell'integralismo sciita. Del resto, la nostra prima tappa è proprio Mashhad, la città santa per eccellenza, al di fuori delle rotte turistiche tradizionalmente battute.
Tehran è molto lontana da Mashhad, non solo fisicamente. Non meno di quanto Palermo sia lontana da Bolzano, tanto per intenderci. Con qualche differenza fondamentale: i treni a Mashhad funzionano bene come nella capitale e in generale è così per tutti i servizi. Gli impiegati pubblici di Mashhad parlano inglese correttamente, come quelli di Tehran, e la disponibilità verso il turista occidentale è esattamente la medesima. Lo sono anche i sorrisi della gente e la famosa quanto temibile (!) ospitalità aggressiva iraniana.
Le strade - ben asfaltate e segnalate - ed il traffico sono uguali, ad est come ad ovest. Gli iraniani allacciano le cinture anche a Mashhad e se ti capita di prendere il taxi puoi stare certo che l'autista ti farà segno, per favore, di adeguarti al codice. In cambio, se il viaggio è lungo, può capitare che si fermi da qualche parte e ti offra un'anguria per rinfrescarti.

Ci sono anche molte differenze fra Mashhad e Tehran, un po' come fra Palermo e Bolzano. A Mashhad le donne scompaiono sotto lo chador nero, a Tehran le giovani iraniane progressiste sfidano le secolari leggi coraniche lasciandosi scappare lunghe ciocche di capelli fuori dai foulard colorati, provocatoriamente portati sempre più indietro sulla testa.
Però, sul treno fra Mashhad e Tehran, così come su quello fra Tehran e Tabriz, puoi lasciare più o meno tranquillamente il tuo bagaglio incustodito. E a proposito: a Mashhad e a Tehran a quanto pare puoi andartene in giro abbastanza tranquillamente anche di notte, anche se sei donna e straniera. O almeno, diciamo senza usare certo più precauzioni di quelle che useresti a Milano, o a New York, o ad Amburgo. Cito a caso.

Parlano volentieri gli iraniani. Di business, soprattutto. In questo, non sono molto diversi dai loro colleghi di quasi tutta l'Asia. Non ti parlano, però, come se si rivolgessero ad un estraneo - come invece fanno i loro colleghi cinesi, ad esempio. Né certo come ad un cane infedele. Oddio, che tu, in quanto occidentale, sia una curiosità per loro è innegabile e se poi ci può scappare del business tanto meglio. Ma non ricordo di alcuno che mi abbia dato l'impressione di vedermi come un potenziale bersaglio, o come un essere inferiore, o come un bianco, grasso e ricco imperialista. Né mi sembra di averne incontrati con lo zaino in spalla carico di esplosivo, o desiderosi di immolarsi per una qualunque stronza causa.
Nemmeno gli impiegati di Mashhad. Nemmeno quelli che lavorano ad Àstàn-é Qods-é Razavì, che è un po' come dire che non mi sembra di aver mai incontrato predicatori cattolici invasati in San Pietro.
E sì che i muezzin di Àstàn-é Qods-é Razavì non devono certo essere particolarmente moderati verso noi corrotti e corruttori occidentali.

Ma forse queste sono tutte percezioni distorte. Una cosa, però, è certa: sono percezioni vissute. Mi chiedo quanti, fra coloro che abbaiano in una direzione piuttosto che nell'altra, possano dire di avere la medesima cognizione di causa. E parlo di opinione pubblica, non di opinionisti titolati a farlo.

Ritorno al punto.

Il grido della Fallaci, ormai trito e ritrito, affonda le radici in esperienze certo molto più consolidate, tangibili e credibili di quelle che porto io. Non mi metto sicuramente a confrontare le credenziali, ci mancherebbe. Ma quello che personalmente non condivido è il ragionamento che via via lei sviluppa.

Guerra, e va bene: ma contro chi? Non si spara ad una ideologia, tanto meno senza selezionare fra le possibili interpretazioni alle quali quella medesima ideologia si presta. E la gran parte della gente comune, di qualunque Paese, luogo, razza, religione, cultura di appartenenza sia, non è mai né direttamente coinvolta, né riconducibile all'ideologia in quanto tale professata da pochi.

Salgo un gradino. Tralasciando lo sciagurato errore strategico compiuto dall'amministrazione Bush - e da tutti coloro che l'hanno seguita - con la campagna irachena, diciamo che va bene: l'America e l'Occidente sono stati attaccati per primi l'11 settembre 2001. Diciamo anche, semplificando così mostruosamente, che i mandanti dell'attacco se ne stessero rintanati in Afghanistan con la benedizione del Mullah Omar, e che di conseguenza radere al suolo l'intero Paese abbia potuto essere una reazione umanamente inevitabile, ancorché discutibile, o non condivisibile, ma che ci sia potuta stare. Per carità, agghiacciante.

So what? Guerra a chi, dopo?
Perché ciò che distingue - o che dovrebbe distinguere - la nostra moderna concezione occidentale, laica o cattolica che sia, di civiltà, democrazia e libertà, da quella barbara e disumana che la Fallaci attribuisce in toto alla cultura islamica, dovrebbero proprio essere la logica razionale, la capacità e la predisposizione al dialogo, la moderazione, il rifiuto della violenza, il proporsi come alternativa - soprattutto nei fatti - alla cultura della guerra e dell'odio. Come si dice: non metterti a discutere con un idiota, la gente potrebbe non cogliere la differenza. E' un'astrazione estrema, va bene, ma giusto per cogliere il punto.

E allora: guerra a chi? Perché? In nome di cosa? E qual è il messaggio della Fallaci? Io non riesco a coglierlo e lei non me lo spiega, mi riempie solo la testa di anatemi, insulti e terribili profezie.
Non capisco: dobbiamo forse buttarli tutti a mare? Invadere ogni Paese musulmano e raderlo al suolo in nome della nostra democrazia? E perché, allora, tanto che ci siamo, non includere nella lista anche la Corea del Nord, o meglio ancora la Cina, che proprio ieri è tornata a paventare l'impiego delle armi atomiche in risposta ad un uso ipotetico di armi convenzionali occidentali a supporto di Taiwan? E perché non andare a prendere a calci Putin e i suoi amici, che certo musulmani non sono, ma che in Asia Centrale calpestano quotidianamente qualunque fra i principi che tanto piacciono alle nostre civili democrazie e alla Fallaci stessa?

Io ho camminato sicuro per le strade di Tehran, ed Emanuela - con un velo in testa - pure. Ho trovato gente cordiale, aperta, disponibile. Non posso dire la stessa cosa di Almaty, tanto per tirare un nome a caso. Non posso certo dire la stessa cosa nemmeno di Milano, tanto per tirare un altro nome a caso. E vorrei osservare che non potevo dirlo nemmeno prima dell'avvento delle ondate migratorie che hanno portato in Italia e in tutta Europa il Mostro, come lo chiama la Fallaci.

Torniamo in Cina. Lo Xinjiang, nell'estremo occidente del Paese, occupa circa un quarto della Cina intera ed è abitato da una larga maggioranza etnica musulmana. C'è qualche milionata di uyghuri nell'area che da cinquant'anni è perseguitata dal governo di Pechino, né più né meno di quanto accada analogamente ai tibetani in casa loro.
Chi sono, dunque, i cattivi nello Xinjiang? E se anche nella moschea di Kashgar si nascondessero estremisti islamici fanatici carichi di dinamite, chi ha ragione fra questi ultimi e la temibile polizia politica cinese che controlla l'intera regione? Già mi viene la pelle d'oca ad usare il termine ragione.

Io ho mangiato al tavolo dei commercianti di Kashgar, e sono stato invitato a prendere il té dagli avventori di Hotan. Non mi è sembrato che nessuno di loro volesse sterminarmi: di certo non mi hanno avvelenato, perlomeno non più di quanto non abbiano fatto induisti, confuciani, taoisti, ebrei, seguaci dello sciamanesimo mongolo e atei in generale in giro per tutto il resto dell'Asia.

Quindi, siamo in guerra? Con chi, Iraq a parte? Con l'Iran? Con l'Arabia Saudita? Con la Libia, la Tunisia, l'Egitto, la Siria, gli Emirati, l'Oman, l'Algeria? O con il Senegal, l'Albania, la Romania, le Filippine, la Cina, l'intero Sudamerica, l'Ucraina? Così, per dire: tutta gente che arriva e lavora qui, legalmente o meno. Si infiltra nella nostra società, manda i propri figli a scuola con i nostri, professa talvolta altre religioni. Ruba, come noi. Tende spesso a farlo più per fame che per altri motivi. Noi, più che altro, per farci il Cayenne.
Sto estremizzando, lo so. Ma cerco di ragionare, giocando sullo stesso piano della Fallaci, e quindi devo volare alto.
Butto lì: la nostra democrazia e civiltà è anche quella dell'ETA, dell'Irlanda del Nord, delle Brigate Rosse. Che c'entra il Corano? Lo Stato Italiano ha forse combattutto le Brigate Rosse dichiarando guerra al PCI?

Sono tuttavia d'accordo quando scrive - o vorrebbe scrivere - che tolleranza, integrazione e disponibilità, non significano e non devono significare annullamento dei nostri valori per far spazio a culture aliene. Ma entriamo su un terreno assai spinoso. E' un po' come il dibattito crocifisso sì, crocifisso no: non ha mai dato fastidio a nessuno, il crocifisso, finché qualche testa vuota non ha iniziato a strumentalizzarne stupidamente il valore simbolico.
Sono d'accordo con la Fallaci quando si scaglia contro la faciloneria e la demagogia con la quale i nostri politici e una certa classe intellettuale mescolano indifferentemente alcuni episodi di criminalità comune compiuti dagli immigrati con il problema del razzismo e della tolleranza. Ma il brevissimo passo verso la generalizzazione è tanto stupido quanto strumentale.
Peraltro la Fallaci, in questo senso, non fa altro che dar fiato a quello che pensa(va) la mia segretaria - che spero non legga, o che se legge mi auguro non me ne voglia. Sta di fatto che è un campione statistico perfetto: "Non ho nulla contro di loro, finché se ne stanno a casa propria e non mi danno fastidio."
Certo, bisognerebbe capire chi sono loro, anche perché davanti alla fotocopiatrice lei non me lo sa spiegare, tranne genericamente indicare tutti quelli che vengono qui. Dice solo che rubano tutti, che ci vogliono solo male, che sono tutti terroristi e delinquenti. Chissà cosa ne pensa la mia filippina che ormai da dieci anni lavora per me ed alla quale affidiamo qualche volta anche Leonardo.

La Fallaci gioca a fare la Cassandra e dall'alto della sua penna lancia mòniti a noi, povera massa inerte e rincoglionita che accoglie il diavolo in casa e assiste impotente alla propria condanna a morte.
Ora, io posso anche svegliarmi, come mi chiede lei, ma quand'anche mi sia seduto sul bordo del letto che altro posso fare se non smettere di andare in metropolitana? Non devo più parlare al macellaio egiziano? Smetto di versar soldi ad Emergency? Voto Lega?
Grazie, ma dovendo proprio scegliere preferisco tenermi l'egiziano e mandare a casa Calderoli.

Alla Fallaci vorrei poter rispondere che mi è piaciuto il suo pezzo. Davvero: vorrei saper scrivere io così e inventarmi quattr'anni o finoggi. Ma vorrei spiegarle che temo nessuno di noi abbia bisogno di lei per immaginare che con buona probabilità il prossimo sarà il nostro turno e sì, attorno alle elezioni del 2006. Se vuole lo scrivo anche io, così poi potrò unirmi a coloro che lo avevano detto e starnazzare che noi sì che eravamo svegli.
Ma a parte che preferirei passare l'intera mia vita da idiota, piuttosto che far centro su questo tipo di previsioni, come preveniamo questa possibilità? Bombardando Tehran e Mashhad? O dialogando con il macellaio egiziano sotto casa?

(*) Lo spunto per il titolo l'ho preso da qui.
00.34 del 19 Luglio 2005 | Commenti (2) 
 
17 Paese che vai
LUG Segnalazioni
Non ho resistito alla tentazione e mi sono registrato per il download. Pensavo anche, quasi, di fare il furbo e metterla direttamente in linea su Orizzontintorno, disponibile a tutti, ma suvvia: basta utilizzare un indirizzo e-mail dummy ed anche voi potrete accedere a questo incredibile documento, vero patrimonio dell'umanità: la mappa del rischio terrorismo nel mondo, utilizzabile per programmare le vostre vacanze, o per stipulare - naturalmente - una bella assicurazione con la compagnia che gestisce il sito web in questione.

Nel caso non abbiate tempo, ve lo anticipo io: in Groenlandia siete al sicuro. In Italia mica tanto e c'è pure rischio di incontrare qualche comunista. In Iraq va un po' peggio.
Nel Laos, invece, tutto tranquillo. Fino a che non mettete per sbaglio il piede su una vecchia mina.
16.49 del 17 Luglio 2005 | Commenti (0) 
 
16 Surfing the web
LUG Prima pagina, Cina e non solo, Segnalazioni
Come d'abitudine, ecco un po' di rassegna stampa raccolta a zonzo sul web che mi sono via via appuntato nelle ultime settimane. Al solito viaggio in ritardo, così faccio di tutte l'erbe un fascio: tanto, sempre di orizzontintorno si parla.

Il nostro giro di oggi parte dalla Corea del Nord con questa interessante testimonianza da Pyongyang e dintorni. Nulla di nuovo sotto il sol levante nordcoreano, ma ogni tanto qualcuno fa bene a ricordarlo, mentre gli occhi mediatici sono sempre orientati altrove.

E a proposito di occhi altrove, il sempre aggiornatissimo Pfaal infila due begli interventi, aprendo una finestra sul Dagestan e mettendo qualche puntino sulle "i" a proposito di quanto si legge questi giorni sui nostri giornali in tema di Francia e accordi di Schengen. C'è anche una nota sulla situazione in Uzbekistan.

Dall'Asia Centrale al Tibet. Tre anni fa vi raccontavamo dei lavori sull'asse ferroviario Golmud - Lhasa. Adesso sembra che il progetto sia ormai prossimo al suo sciagurato capolinea. Peraltro, il soggetto è ampiamente trattato sul web: non mi sono segnato altri articoli in particolare, ma se volete approfondire il tema potete iniziare dall'Associazione Italia-Tibet.

Questo articolo, comparso anche su altri giornali, lo conoscete probabilmente già in tanti. Sta di fatto che è interessante: il tema degli aiuti all'Africa è sempre un po' spinoso e meriterebbe un bel po' di approfondimento da parte di tutti i soggetti attivi, cioè noi.

Se a questo punto qualcuno di voi inizia a pensare che le mie fonti siano un po' monotone, date un'occhiata a questa: si parla di Mongolia, per la cronaca. A rigor del vero, la segnalazione mi è arrivata dalla mia dolce metà.
14.35 del 16 Luglio 2005 | Commenti (0) 
 
15 Tre anni dopo...
LUG Fotoblog, Diario, Amarcord
Mi è venuto in mente all'improvviso: tre anni fa, proprio a quest'ora, stavamo scaricando i nostri zaini al campo base dell'Everest. Piovigginava, e la valle di Rongphu scompariva dentro a un muro di nuvole monsoniche che solo a tratti lasciavano intuire la parete nord della montagna più alta della Terra.
L'aria sottile e pungente dei cinquemila metri ci si appiccicava addosso, umida, come le coperte del lodge nel quale ci preparavamo a trascorrere i giorni successivi.
Ero in paradiso. E non avevo altro spazio che non fosse per la mia commozione nel trovarmi nel luogo che più di ogni altro al mondo avevo sognato per una vita intera.
Molto di me stesso è rimasto laggiù, e non è mai più tornato.

...Ma non era questo ciò che volevo bloggare. La seconda settimana a Maranello è ormai alle spalle e anche questa volta ho portato con me qualche pezzo della mia nuova esistenza emiliana. A partire dal cancello che varco ogni mattina, davanti al quale sostano spesso carovane di turisti incuriositi:


Che poi, uno potrebbe anche credere che Maranello sia un posto come mille altri. Beh, mica tanto, credetemi. Per dire: non è che nel centro di Kragujevac vi possa capitare di trovare il cofano di una Zastava in mezzo ad un'aiuola...

In una piazza di Maranello...

Inizio a credere che possedere un telefonino in grado di scattare fotografie non sia poi così male...
18.04 del 15 Luglio 2005 | Commenti (2) 
 
08 Neve ad Hohsaas
LUG Viaggi verticali
L'avevamo programmata da settimane. Per me sarebbe stato il ritorno su un quattromila dopo ben otto anni. Ero rientrato apposta da Maranello a metà settimana per ripartire oggi alla volta del Vallese. Ancora ieri pomeriggio non volevo arrendermi all'idea. Avevo tirato fuori i ramponi, speso un buon quarto d'ora a regolare le viti sugli scarponi da ghiaccio, a stringere i bulloni della piccozza con il manico corto, la mia preferita.
Ero andato a fare la spesa, la solita di sempre: molto da bere, pane quadrato, buste di speck e salame. Non avevo trovato le barrette di Ovomaltina, le mie preferite e avevo dovuto ripiegare sui Kinder Cereali, maledicendo il supermercato, ché non è mica la stessa cosa andar su con i Kinder e noi collezionisti di aria sottile siamo tutti un po' superstiziosi, abbiamo i nostri riti, la nostra maglietta preferita, quel cordino ormai in pezzi al quale non rinunciamo mai.
La notte al rifugio era prenotata, l'appuntamento con gli altri fissato.

Il bollettino meteo svizzero non prometteva nulla di buono già dal primo mattino. Avevo trascorso la giornata a guardare la grandine disfare le fronde degli alberi qua attorno, i ramponi - pronti - appoggiati in un angolo. All'orizzonte, nero. Nero. Nero. Niente Grigna, men che meno il Monte Rosa. Né certo la Weissmies, che da casa nostra si vede, se sai dov'è.
Io lo so. A destra del Monte Rosa, oltre le cime del Mischabel. Dal rifugio, mi sarebbe apparsa così:

La Weissmies, fotografata dall'Hohsaas

Ieri sera decidiamo di rimandare la partenza di un giorno, al sabato, e di aspettare quindi il bollettino di questa mattina. Poi quello di questa sera. E infine mi telefona Enrico: annulliamo tutto, le previsioni sono pessime fino a domenica. Le avevo appena viste anche io. Nessuna speranza, weekend andato. In più la beffa, poiché sembra che da lunedì le condizioni tendano a deciso miglioramento.

Rimetto il libretto con la descrizione della via di salita al suo posto in libreria. Ho come il sospetto che anche quest'anno la mia stagione finisca qui, a guardar fuori dalla finestra la pioggia che lava la strada. E mi assale una tristezza infinita.
21.01 del 08 Luglio 2005 | Commenti (0) 
 
06 Rosso, ovunque
LUG Diario
Il primo giorno di scuola non è come tutti gli altri. Soprattutto se ad attenderti c'è una palazzina di mattoni rossi, con un cancello rosso, attraverso il quale passa un sacco di gente vestita di rosso.

Varchi la soglia e vedi rosso un po' dappertutto. Le poltrone sono rosse, alcune pareti sono rosse, le lavagne punta spilli sono rosse.
Nel parcheggio ci sono molte macchine rosse, solo qualcuna è gialla, o blu, o addirittura grigia. Nell'aria, a tratti, un ruggito in sottofondo che accompagna il tuo girovagare per i viali interni. Qua è là pezzi di storia, anche recente: esposto in un corridoio, il motore - esagerato! - che ha vinto il mondiale costruttori nel 2000; nel piazzale interno, la macchina di Schumacher del 2002; nell'ufficio del mio interlocutore, il volante di Schumacher del 2001.

All'entrata, anche a me danno qualcosa di rosso. Mi secca un po' doverglielo restituire.


Mica male come viaggio...
00.21 del 06 Luglio 2005 | Commenti (0) 
 
04 Cianfrusaglie
LUG Lavori in corso
Sono state settimane piuttosto turbolente. Ho girato come una trottola a caccia di lavoro, ho accumulato chilometri e idee, riempito l'agenda di numeri di telefono e promemoria. Adesso la to-do list sta rientrando ad una dimensione accettabile e si inizia a vedere anche qualche risultato.

Ad esempio: il prossimo viaggio è pronto. Dunque, ripartiamo - e di conseguenza anche Orizzontintorno (a Ferragosto, stay tuned).
Ad esempio: dopo sette mesi tondi tondi abbiamo finalmente terminato di svuotare i 250 scatoloni. Ne erano rimasti ancora quattro ormai mimetizzati fra l'arredamento di casa: c'è voluto un intero fine settimana per trovare una collocazione a tutte le cianfrusaglie che contenevano. Uno degli scatoloni superstiti, peraltro, era ancora chiuso dal trasloco precedente: stiamo parlando del 2001, per intenderci...
Ad esempio: nel frattempo mi sono anche trovato un lavoro per un paio di mesi. Sono riuscito a rimanere disoccupato un solo giorno e da domani sarò a Maranello. Sì, proprio lì. Ciò non toglie che ho sempre le antenne dritte, che passati i due mesi mi rimangono almeno vent'anni di lavoro da coprire.

Certo, non ho ancora messo in linea le foto della nostra zingarata in Oberland. E chissà quando lo farò, di questo passo.
Certo, dovrei preparare la conferenza per Immagimondo, che ci vedrà protagonisti il prossimo ottobre (dettagli a tempo debito), ma come faccio a portarmi a Maranello tutta l'attrezzatura per il montaggio?
Certo, dovrei sistemare ancora un po' di dettagli fra queste pagine e finire di montare i videoclip che ho in cantiere da mesi, ma questo è ormai ai confini della realtà.

Una cosa, però, voglio farla: dare qualche risposta ad alcuni di voi capitati da queste parti ultimamente. Dunque:

- Marjuana in Marocco: a) non siamo ancora stati in Marocco; b) amico, non hai visto Marrakesh Express?

- Tacchi spillo microgonne trasparenti: ora, è certamente possibile che fra le oltre duemila pagine di Orizzontintorno le parole "tacchi", "spillo", "microgonne" e "trasparenti" siano citate almeno una volta, ma devi sapere che Google non è molto forte a contestualizzare i contenuti. Mi spiace.

- Foto ragazze asiatiche: qualcuna ce n'è. Non ha le tette di fuori però. Più probabilmente, ha fame.

- Sexy shop Chiasso: ancora tu? Ma quanto è che lo cerchi questo benedetto sexy shop? Se proprio a Chiasso non c'è, fatti un giro a Como, no? Comunque io non lo so dov'è, non so che farci.

- Minsk night life: credimi, è davvero scarsina. Meglio di Pyongyang probabilmente, ma certo non all'altezza di quella di Phnom Phen.

- Rami legno tipo corallo: ma uscire la sera con una donna, o farsi una birra con gli amici, non è meglio?

- Gastroenterite acuta: guarda, da qualche parte devo avere ancora la ricetta che mi fece il medico di Kathmandu. E' potente e funziona, ma la polverina arancione sapeva di olio motore. Disgustosa.
23.38 del 04 Luglio 2005 | Commenti (0) 
 
03 Lui polenta , io ossigeno, grazie
LUG Diario, Viaggi verticali
Cosa c'è di meglio, dopo essere franati a letto alle tre di notte, che alzarsi di prima mattina per andare in Grigna ad allenarsi un po', in vista di un certo progettino che ho in cantiere per la prossima settimana?
Simulare 15 kg di zaino portandosi Leonardo. Che, per la cronaca, ama moltissimo andare in montagna con il suo papà, sbriciolargli i fiorellini fra i capelli, tirargli le orecchie, dargli qualche pugnetto sulla testa per avvertirlo quando vede delle cose interessanti, spiaccicargli sul collo i suoi biscottini, grattargli le spalle e mangiare polenta e coniglio al rifugio.

Tutte cose che peraltro il mio zaino di solito non fa. Ma volete mettere?

23.18 del 03 Luglio 2005 | Commenti (0) 
 
03 Grazie David, grazie Roger
LUG Viaggi fra le note
Pete Townshend non ruota quasi più il braccio e Roger Daltrey non riesce più a far volare il microfono afferrandolo per il filo, ma io non vedo altre differenze fra i ragazzacci che trentasei anni fa incendiarono il pubblico di Woodstock e i due simpatici nonni che stasera mi hanno ancora una volta dato i brividi sul palco del Live8.

E potrei anche non aggiungere altro, a meno di non voler riprendere il post di Giulia ed estenderlo di altre sei o sette pagine.

Ma una curiosità mi rimane e stanotte non ci dormo. Ditemi, voi che a Roma c'eravate: ho capito male o, mentre io e probabilmente altri quattro billion di esseri umani avevamo le lacrime agli occhi guardando Gilmour sorridere a Mason e Waters commuoversi fra i vecchi compagni, voi vi stavate davvero sciroppando Venditti?

N.B. per Giulia: mi meraviglio di te. Bastava avere un paio di portatili collegati in banda larga e non solo ti risparmiavi la sciagura di assistere alla performance dei Gemelli Diversi (condoglianze, ti sono vicino), ma potevi saltare a tuo piacimento fra tutti i sei palcoscenici senza incappare, fra l'altro, in un nanosecondo di pubblicità.
02.25 del 03 Luglio 2005 | Commenti (1) 
 


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