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E' vero: mancano i bottoni. E' vero: mancano anche la sciarpa
e il cappello. Non cominciamo a fare i pignolini: saranno
stati trent'anni che non facevo un pupazzo di neve, perciò
come viene viene. Il naso è una carota come da manuale.
I pezzettini di carbone per gli occhi non li avevamo, quindi
abbiamo dovuto arrangiarci con quel che c'era. Bocca con
un ramoscello secco, secondo gli standard più diffusi.
E a proposito: la dimensione del pupazzo è conforme
a quanto richiesto dal committente...
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Leonardo e
il suo primo pupazzo di neve
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Lo so che lo hanno già fatto tutti. Questa mattina,
mentre butto all'aria l'armadio per tirar fuori tutta la
ferraglia, giù in strada è già pieno
di gente che - guarda un po' - ha avuto la mia stessa idea.
Ecchessarà mai, è solo un po' di neve, dài.
Per la cronaca, alle 15.05 quel po' di polvere bianca riportata
sulla nostra terrazza misura già trentacinque centimetri
di spessore, millimetro più, millimetro meno. In
strada affondo fino al ginocchio: mezzo metro, diciamo.
Insomma, ne ho guidati mille di neve e ghiaccio solo tre
settimane fa, tanto vale approfittare dell'allenamento...
Quindi: storyboard di una giornata fra Villasanta e Monza,
Siberia Centrale. Le ho divise a gruppi. Si parte questa
mattina con la constatazione che è il caso di tirar
giù la neve dagli alberi della nostra terrazza...
..
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Leonardo alza la testa, guarda la neve che cade e apre
la bocca. Buona! Ride. Affonda gli stivali rossi
e guarda le sue impronte. Vieni Leonardo, andiamo nel
giardino. Dondola un po', come sempre quando qualcosa
gli piace, mi dà la manina e ci incamminiamo lungo
il marciapiede. Papà, papà! Quello!
Mi indica il ramo più basso. Lo scuoto e una nuvola
di neve lo avvolge. Scoppia a ridere. Ancoa papà,
ancoa!
Di ramo in ramo, fino a casa.
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Mi ritrovo davanti ad un foglio bianco.
Scriva qualcosa. Quello che vuole, non è importante.
Lei ha viaggiato tanto, può ad esempio scrivere qualcosa
dei suoi viaggi. Diciamo non più di venti righe.
Ci vediamo fra qualche minuto.
Rimango a fissare il foglio bianco. Devo scrivere qualcosa,
ora. Non ho tempo per pensare. E scrivo.
Io sono un punto che si muove nel continuum. Sono il
mio passato che si allontana davanti a me, immagini che
vedo via via sfocarsi. Sono il mio fututo, che mi arriva
alle spalle e del quale non so nulla.
Nel mio passato che si allontana vedo l'immagine del campo
base dell'Everest, e i ghiacciai di Rongphu scintillare
nel sole e scomparire nella nebbia del monsone. Vedo gli
infiniti ghiaioni del Qomolongma innalzarsi verso il cielo
e perdersi nell'aria sottile degli ottomila metri.
Nel mio fututo non posso vedere nulla. Ma so che è
là che tornerò. |
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Aspetto. Aspetto e leggo. Ho due libri con me. Ho scoperto
che i libri dell'Einaudi riportano gli accenti corretti,
à ed ò con l'accento grave,
í ed ú con l'accento acuto.
Questa tastiera non riporta gli accenti corretti, li ha
solo per é ed è.
Così (accento sbagliato), ho con me i "Quaderni
dei Tigi" di Marco Paolini e gli accenti sono giusti,
e sono contento perché io adoro Paolini. Ho anche
"L'infinito Viaggiare" di Claudio Magris:
è della Mondadori e gli accenti sono tutti gravi,
tranne quelli sulle e.
Sul comodino di casa ho lasciato il Milione. Chissà
che edizione è, e come sono gli accenti.
Quante cose si notano, quando si aspetta. Come in aeroporto,
o in stazione.
Aspetto. Aspetto e leggo. Non posso fare altro che aspettare
e leggere.
Sono qui che ti aspetto. Domani
aprirai gli occhi e sarò ancora lì. Dài papà. |
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E' che io voglio salire l'Everest. Ora, lo so che sono noioso. Ma vi spiego: ci sono quasi nato con questo sogno che mi martella in testa. E non è che debba per forza salirlo, l'Everest. Potrebbe essere anche, che so, lo Shisha Pangma. O il Gasherbrum II. O il solito Cho Oyu. Insomma, io voglio il mio 8000 e certo fosse mai l'Everest avrei anche fatto scopa. Ma diciamocelo: avendo salito il Cho Oyu, volete che a quel punto non ci provi davvero con l'Everest? Sta di fatto che non è tanto una questione di Everest o meno. Ce ne sono decine, prima, che vorrei salire. Devo farvi l'elenco? Detto ovviamente delle Seven Summit, ci sarebbe anche il Muztagh Ata. E l'Illimani. E l'Alpmaio. Ma anche, perché no, il Chimborazo, il Pumori, le cinque cime dello Snow Leopard, l'Eiger, una trentina di 4000 che ho nel cassetto da una vita. E' che io ci sono cresciuto con il sogno dell'Everest e non lo mollo, no. Lo tengo con i denti, credetemi. E se non saranno ottomila, potete scommetterci che mi ci avvicinerò parecchio.
E' che io voglio attraversare l'Africa, da una vita. O meglio, volevo attraversare l'Asia, l'Africa, e l'Antartide. Intanto, con l'Asia sono a posto. Oddio, a ben vedere ho ancora un piccolo progettino nel cassetto, che tengo di scorta, fra Peshawar, Kabul e Dushambe: Kyber Pass, Irkeshtan Pass, Kunjerab Pass, uno dietro l'altro. E tutto sommato è un sogno molto più dietro l'angolo di quanto crediate.
L'Antartide può aspettare, per ora. E' quasi un progetto da pensione. Ma l'Africa, l'Africa no. L'Africa ce l'ho dentro da quando ho imparato a sognare in orizzontale. Servono altri sei mesi, forse solo quattro. Si troveranno, non sarà mai questo un problema. Ho la rotta stampata in testa, ho la musica che mi accompagna nelle orecchie, ho lo zaino pronto sulle spalle: il quadro astrale arriverà, come è stato per l'Asia. Potete scommetterci: prima o poi vi bloggo l'overland in Africa.
E' che io sono i miei sogni, o non sarei qui a parlarvene. Io sono sempre stato i miei sogni e i miei sogni sono sempre stati gli stessi. Li avevo a quindici anni, li avevo a venti. E poi a trenta. E hanno doppiato i quaranta. E non crediate, la lista è sempre lunga, ma ho tirato molte righe nel frattempo, almeno tante quante ne ho aggiunte di nuove. Certo, ho un figlio. Certo, ho famiglia. Certo, ho un mutuo, una casa, un lavoro. E dunque? C'è spazio per tutto dentro questa testa, vi assicuro. E fiato a sufficienza in questi polmoni. E resistenza quanto basta in questo cuore. E continuerà ad esserci tutto questo, per molto tempo a venire, o non sarò più io.
Io, che mi ci addormento da sempre con i miei sogni. Sera dopo sera, mese dopo mese, anno dopo anno. Beh, a volte sogno altro, che domande. Ma è per farvi capire. Intendo, I mean: non è una metafora. Io vado a letto, chiudo gli occhi e vedo la linea di salita che dal campo avanzato del ghiacciaio orientale di Rongphu sale al Colle Nord, per proseguire poi lungo la cresta nord, fino al primo step, e poi al secondo, oltre il terzo, fino in vetta. Vedo il canale del couloir Norton incidere la parete nord alla mia destra e, una volta sbucato in cresta, ormai sopra agli ottomila, la parete del Kangchung precipitare ad est, alla mia sinistra, in un oceano di ghiaccio e seracchi, verso la valle di Karta, quattromila metri più in basso. Ci credereste? Sento il rumore dei miei ramponi mordere il ghiaccio e l'odore del vento in quota e l'aria sottile che mi colpisce la pelle del volto, e me la trafigge come punte di spillo.
Lo studio da quasi trent'anni, l'Everest. Quasi come ne conoscessi ogni sasso - e ce l'ho un sasso dell'Everest, fra i miei scaffali, raccolto quattro anni fa a Rongphu - ed ogni volto che è stato lassù, ogni impronta lasciata, ogni respiro in aria sottile. Gli uomini, i sassi, la storia, la geografia, il clima, l'orografia. Ché salire dal Colle Sud non è come la via dal Colle Nord. Ché L'Hillary Step non è uno scherzo e le cornici terminali fanno paura. Ché dall'anticima sud ti tocca ridiscendere, e poi risalire. Ché la ovest è interminabile e dura, davvero dura. E non parliamo poi delle vie di parete.
Ne faccio quarantuno fra qualche giorno. E io ci credo che sono nell'età dell'oro. Credo nei miei sogni perché io sono quei sogni. Ma, mi guardo in giro e vi chiedo: com'è che sono rimasto solo? |
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E tre! In principio fu questa,
poi questa,
adesso è il turno del Tibet. Ho visto che nelle librerie
è disponibile la nuova edizione della Lonely Planet
alla quale, come già accaduto per quelle dell'Iran
e dell'Asia Centrale, abbiamo collaborato.
Va anche detto che le cose in Tibet cambiano alla velocità
della luce: ricordo che molte delle informazioni che durante
il nostro viaggio inviavamo via via alla Lonely Planet erano
obsolete già qualche mese più tardi, come
ad esempio la trafila per ottenere i permessi come viaggiatori
indipendenti.
Peraltro, l'avvento della ferrovia
da Golmud a Lhasa sta per dare una spallata definitiva
ad un'epoca e a un modo di viaggiare verso il Tibet che,
purtroppo, presto potremo dire di essere stati fra gli ultimi
a sperimentare.
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Come sempre al ritorno, la lista degli aggiornamenti da
fare qua dentro è piuttosto lunga. Arriveranno le
fotografie delle Åland, arriverà la scheda
del viaggio, arriverà la foto del mese nello spazio
ospiti. Certo, se penso che devo ancora importare l'Oberland
in archivio...
Nel frattempo però, come d'abitudine, vi segnalo
qualche lettura interessante pescata qua e là.
Premesso che probabilmente, e almeno per il momento, io
faccio parte dei buoi citati nell'articolo, ecco che ne
pensa Lia
della fine
di Sharon. Sono interessanti anche i commenti che,
come sempre quando il tema scotta, sull'argomento si dividono.
A dicembre il Corriere ha pubblicato questo
interessante fondo di Venturini sulla situazione
in Kosovo. Purtroppo non sono riuscito a trovare in rete
un link più leggibile, per cui dovete accontentarvi
di questa "fotocopia" scaricata dalla rassegna
stampa disponibile sul sito del Senato della Repubblica.
Suppongo invece che molti di voi siano già al corrente
delle ultime dalla Russia in termini di relazioni fra Putin
e le ONG presenti nel Paese. Nel caso vi sia sfuggita la
notizia, la trovate anche
qui.
Interessante, infine, il fondo
di Alberto Ronchey pubblicato lo scorso 7 gennaio sul
Corrierone. Il tema è il dibattito sulla TAV e mi
sembra un bel contrappunto agli articoli che vi ho segnalato
in merito a dicembre in questo
post. |
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4 gennaio. Anche quest'anno metterò nell'album
dei ricordi la mia solita multa straniera per divieto di
sosta: 540 corone. Ora, bisogna dire che il nostro albergo
è in pieno centro storico e non ha garage. A Copenhagen
parcheggiare nel centro storico è praticamente impossibile:
vietato ovunque, a parte nelle rare zone delimitate e tariffate
a parchimetro selvaggio. Ma se arrivate di sera, non avete
una corona e alla reception dell'albergo vi fanno gentilmente
intendere che potete arrangiarvi, come pensate di regolarvi?
Poiché in camera l'auto non ci sta, lasciate l'auto
nelle zone delimitate senza pagare.
Risultato: tempo mezz'ora e vi portate a casa come souvenir
la vostra bella multa. Con preghiera stampata in italiano
(sic!) di pagare entro dieci giorni e coordinate bancarie
internazionali nel caso pensaste di tornare a casa prima...
Vabbè, la inserisco nella Lonely Planet come segnalibro.
Ed anche in Danimarca mi toccherà tornare, nel caso,
con un'altra macchina.
Copenhagen è certamente la tappa più gelida
di questo viaggio. Curioso: non c'è praticamente
neve e la temperatura si aggira attorno allo zero, ma oggi
l'umidità ti entra nelle ossa e a tratti arriva dal
mare qualche soffio d'aria tagliente che ti smorza un po'
l'entusiasmo.
Traffico in centro a Copenhagen pari a zero: e ti credo,
volano più multe che piccioni, per non parlare delle
rimozioni forzate per i più sprovveduti.
Densità di italiani a Copenhagen, come sempre, maggiore
di quella degli autoctoni. Ne ho persino visti con la guida
verde del Touring: ma esiste ancora? La cosa incredibile
è che ci sono ancora le comitive di ragazzini che
vanno a cercar l'hashish libero a Christianshavn, o che
vengono qui perché "si ciula". Beh, risparmiatevi
il viaggio: è una leggenda urbana e le danesi, credetemi,
ne avevano le tasche piene già vent'anni fa degli
italiani che cercano di rimorchiarle nei locali e per le
vie del centro di Copenhagen. Quanto a Christianshavn, ormai
è più o meno come se vi aspettaste di trovare
ancora i capelloni a Woodstock. Aggiornatevi (nel senso:
trovate probabilmente quello che cercate, allo stesso modo,
anche a Milano).
Per il resto, Copenhagen è sempre lei, quasi immutata.
C'è la metropolitana adesso, che magari a qualcuno
di voi che c'è stato di recente sembra ovvio, ma
erano un bel po' di anni che io non me la giravo. Ci sono
stato l'ultima volta nel 2000 per lavoro, sotto Natale:
come a dire, in quell'occasione non ho visto un tubo tranne
l'hotel, l'ufficio e l'albero in piazza. L'ultima visita
vera e propria, ad occhio, la daterei nel 1989. Che non
è esattamente dietro l'angolo, e mi viene anche un
po' la pelle d'oca a pensarci.
Me la sono rifotografata lo stesso, nonostante il tempo
uggioso. Ci ho rimesso qualche dito per il freddo, ma almeno
ho qualche scatto aggiornato. Sono certo che, una volta
a casa, mi accorgerò di avere fatto le stesse identiche
foto di vent'anni fa.
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Postcards
from Copenhagen
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La Sirenetta,
simbolo di Copenhagen
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Nota: sono stato a lungo indeciso se mettervi qui lo scatto
della Sirenetta con la carovana di russi che l'abbracciava
sventolando una bandierina danese; o quella dei giapponesi
in tuta antigelo supertecnica; o quella degli italiani in
gita con pentole e guida verde del Touring in primo piano...
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Niente male il tempo il 2 mattina. Fa un freddo bestia,
ma la verità è che i giorni scorsi la temperatura
si era sempre mantenuta sopra zero - non l'avreste detto,
vero? - ed i -2° di questa mattina sembrano perciò
gelo artico. All'orizzonte si vede persino un raggio di
luce che sembra quasi sole, al di sotto della solita cappa
grigia.
E a proposito di sole, da queste parti albeggia attorno
alle otto e trenta del mattino: diciamo che il "giorno"
vero e proprio inizia più o meno alle nove e trenta.
In compenso alle quattro del pomeriggio è già
quasi buio. C'è capitato persino di vedere
il sole dalle parti di mezzogiorno: beh, era poco più
alto dell'orizzonte.
Se tutto ciò a voi può sembrare un po' deprimente,
sappiate invece che quel poco di luce solare tagliata quasi
orizzontale che filtra fra le nuvole conferisce una colorazione
straordinaria alla natura circostante e ad un paesaggio
che, solo all'apparenza, è completamente bianco.
Per dire: la sera, rientrando a Mariehamn, il cielo è
rosa e viola, la luna è uno spicchio sottilissimo
inciso nell'atmosfera e la neve scintilla di colori pastello.
Sono un poeta, eh? Rimane però il freddo bestia:
quindi, col cavolo che scendo dall'auto per fotografarvi
tutta 'sta poesia. Accontentatevi di qualche shot
preso a zonzo qua e là, durante il nostro tour dell'isola
grande.
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Gelo ed acque
ghiacciate , costa settentrionale
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Ormai la mano è presa: a tratti riesco a "volare"
quasi a novanta sulla neve ghiacciata e sono perfettamente
integrato nel traffico locale, peraltro assai scarso.
Tocchiamo la costa settentrionale e quella orientale: a parte
qualche minuscolo villaggio, le Åland sono costellate
di casette di legno colorate. In merito ci sono solo quattro
correnti di pensiero nell'arcipelago: casetta rossa, gialla,
azzurra, o verde. ..
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