Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Still breathing into thin air
GIU Viaggi verticali
Un anno dopo. Alla faccia delle solite premesse, mi affido alla proverbiale precisione millimetrica del meteo svizzero: tempo assai variabile per tutto il weekend e forti temporali in quota, ma le prime ore del mattino - almeno fino a mezzogiorno - dovrebbero consentire un tentativo, a patto di darsi una mossa.
Insomma, dopo nove anni di assenza dai miei 4000, pare giunta l'ora di andare a caccia del mio ventiduesimo centro. Non si rimanda più. Ed è così che sabato mattina Bruno ed io ci mettiamo in viaggio verso Saas Grund, valicando il Sempione sotto un cielo più plumbeo che amichevole.

Ora, ci sono dei segnali nella vita di un uomo interpretabili a proprio piacimento, ma personalmente, se volessi essere obiettivo, dovrei cominciare a pensare seriamente di rivolgermi ad un istituto. Perché saranno anche nove anni che non vado a cercar guai in alta quota, ma in montagna, che diàmine, per quanto poco continuo ad andarci, ogni tanto.
Così, non starò a raccontarvi né la mia faccia, né quella di Bruno, né ciò che è uscito dalla mia bocca quando, dopo aver parcheggiato la macchina davanti alla funiva dello Hohsaas ed accingendomi al consueto rito della vestizione - che, tradotto per i non addetti, significa a) togliersi la t-shirt e i pantaloncini per indossare sei strati di inutili e costosissimi tessuti termici dai nomi improponibili in mezzo ad un piazzale d'asfalto a cinquantotto gradi, cercando di ignorare alcuni passanti che stanno segnalando la vostra presenza in mutande ai vigili urbani; b) caricarsi sulle spalle uno zaino pieno di altrettanto inutile ferraglia, pesante come il meteorite di Tunguska - dicevo: nell'accingermi al rito della vestizione, mi rendo conto all'improvviso di essermi dimenticato a casa una sola cosa: la GIACCA A VENTO! Ho con me solo un paio di magliettine a maniche corte ed un pile sottile. E dovrei risalire un ghiacciaio a quattromila metri...
Nemmeno vi racconterò quanto mi sia costato, quindi, comprarmi una giacca nuova nell'unico negozio aperto di Saas Grund, località alpina fra le più esclusive della Svizzera, in balìa della commessa Zurbriggen perfettamente conscia di avermi in pugno e di potermi svenare a suo piacimento.
E infine sorvolerò anche sul particolare che di tutta la mia paleozoica attrezzatura l'unico oggetto che NON avevo alcun bisogno di cambiare e che mi andava benissimo era proprio la mia preziosa ed amata giacca a vento gialla, che altre volte avete potuto vedere in onda su questo blog.
Insomma, comunque vada, alla fine questo weekend mi costerà come una settimana bianca a Gstaad.

Saliti ai 3.098 metri della Hohsaas, posso constatare che quello che si dice sulla situazione attuale dei ghiacciai è vero: rispetto a dieci anni fa il il ritiro delle calotte, almeno in questa zona che conosco bene, è evidente ed è andato di pari passo con l'aprirsi di un gran numero di brutti crepacci trasversali. Constato anche che i rifugi alpini non sono più quelli di una volta: alla Hohsaas c'è l'acqua calda, la doccia, i cessi sono più belli di quelli di un albergo a tre stelle - standard svizzero - e si possono anche vedere i mondiali di calcio su un 32" ultrapiatto.
Quello che non è cambiato è il caldo torrido delle camerate di notte e il solito vicino di branda che russa come un Tornado delle frecce tricolori.

Nel pomeriggio il gestore del rifugio ci fa il quadro: "Tomani mattina tempo pello. Se antate alla Weissmies, sfeglia alle quattro e trenta, colazione alle zinque, massimo mezzociorno tofete essere ti ritorno. Poi arrifa fiolento temporale". E infatti tiriamo sera davanti a una birra immersi nelle nuvole nere, al centro di un bel temporale che, quassù a tremila, si fa sentire non poco e scarica anche una bella grandinata. Questo, peraltro, non impedisce ad un buon numero di buontemponi svizzeri di arrivare al rifugio in serata, fradici zuppi, dopo essere saliti a piedi dal fondovalle, fregandosene tranquillamente della funivia, dei lampi, dei tuoni e dell'acqua a scrosci. E del freddo: tutti in t-shirt, naturalmente.
Cerco di darmi un tono gettando la mia giacca a vento nuova, con ancora attaccato il biglietto della funivia, in fondo a un crepaccio.

Fra un temporale e l'altro la parete NO della Weissmies, teatro del nostro itinerario dell'indomani, ci regala anche qualche schiarita: a guardarsi attorno, comunque, non c'è affatto di che ben sperare.

La parete NO della Weissmies con il temporale in agguato

La solita notte in bianco mi ricorda che io, nelle prime ventiquattr'ore in altitudine, non chiudo mai occhio. Devo ahimè anche rilevare che gli anni mi hanno abbassato la quota insonnia: una volta accusavo sopra i tremilasei, adesso evidentemente mi bastano tremila metri per passare le ore a contar pecore.
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00.43 del 29 Giugno 2006 | Commenti (0) 
 
26 The Japan trip ignition/2
GIU Travel Log: Japan
Atto secondo: ovvero, dei giapponesi e della leggenda urbana dei giapponesi che non vanno mai in ferie, dei giapponesi e dei bambini (reloaded), dei giapponesi e del ma che tempo fa in Giappone.
Riassunto delle puntate precedenti: stiamo seguendo le peripezie dei nostri eroi, i viaggiatori indipendenti, alle prese con l'organizzazione indipendente di un fichissimo viaggio indipendente in Giappone (paese indipendente).


Uno dice: oh, ma i giap ci vanno al mare? No perché noi si vorrebbe anche andare al mare per portarci Leonardo, ché mica possiamo sbatterlo in giro per un mese di qua e di là. Massì dai, ci sono quelle isolette in mezzo al Pacifico, tutte fighe tipo atolli polinesiani ma con in più i servizi giap, che anche i bungalow di paglia c'hanno l'LCD a trecento pollici, la vasca da bagno con barriera corallina sintetica e le noci di cocco con apertura a scatto e cannuccia elettronica a dosaggio controllato. Dai, andiamo a fare gli indipendenti in mezzo al Pacifico, che poi anche la bandierina sul planisfero di casa ci sta bene e fa pure snob.

Uno dice: oh, ma non è che poi agosto non è stagione, sai com'è, lì nel Pacifico, magari ci sono i tifoni, mannò, maddai, lo dice anche la Lonli, la stagione dei tifoni va da settembre ad ottobre, e lo dicono anche Paesi Online e Giapponemania. A proposito, ormai tutti i siti web più fighi c'hanno la scheda "quando andare"... Hai visto quella del Corriere? E quella della EDT? E quella di Yahoo? Come dici? Ah, è vero... Aspetta, aspetta... Sono tutte identiche, parola per parola. Se le sono copiate fra di loro.

Uno dice: sì, ma dicono tutti che quella è proprio l'unica settimana dell'anno in cui tutto il Giappone va in ferie, forse sarà meglio che prenotiamo e che ci diamo pure una mossa, sai mai. Maddai, prenotare il mare in Giappone, manco fosse Bibione a Ferragosto, vabbè, se proprio insisti, ma sai che sbattimento provare a prenotare su Internet, già è un casino con l'hotel a Tokyo. ..
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00.17 del 26 Giugno 2006 | Commenti (4) 
 
23 L'evidenza dei fatti
GIU Diario
Stavo facendo la riflessione che segue.

Questa mattina (come da un paio di settimane a questa parte), ho inforcato la bicicletta e mi sono sparato un giretto di quelli che facevo da ragazzo: 41 chilometri, metà dei quali di salita a tratti anche piuttosto tirata. Ci ho messo due ore e venti praticamente senza sosta e, per dirvela tutta, sono rientrato a casa piuttosto soddisfatto dei miei progressi: tutto sommato potevo tirarne ancora una decina (e infatti nel pomeriggio mi sono caricato Leonardo sul seggiolino e ho fatto cifra tonda).
Ma il dato di fatto non è questo.

La riflessione è che ho percorso una distanza di un chilometro inferiore a quella della maratona, impiegando un tempo leggermente superiore a quello dei campioni della specialità.
Come a dire che un atleta allenato impiega meno tempo a fare di corsa quello che io ho fatto in bicicletta.

Mi sembra un'ottima ragione per tornare a non fare un tubo e ad ingozzarmi di robaccia fritta e bevande gassate.

Un anello di 41 km in giro per la Brianza
00.34 del 23 Giugno 2006 | Commenti (1) 
 
23 Bundesamt fur meteorologie
GIU Viaggi verticali
Ora, quale tipo di espressione gergale dovrebbe usare un uomo di mezz'età e discreta educazione che, dopo nove anni, sta tentando da un mese di infilare il suo ventiduesimo 4000 e che per la quarta settimana consecutiva si ritrova davanti a questo identico bollettino meteo?

Bollettino meteo svizzero per Saas Almagell
00.18 del 23 Giugno 2006 | Commenti (1) 
 
23 Pev il cellulave non pvende
GIU Alta quota
Com'è che dopo averlo sognato per quarant'anni mi sta passando la voglia?
00.08 del 23 Giugno 2006 | Commenti (0) 
 
19 The Japan trip ignition/1
GIU Travel Log: Japan
Atto primo: ovvero, dei giapponesi e delle agenzie di viaggio giapponesi, dei giapponesi e dei bambini, dei giapponesi e del non chiedere mai informazioni ai giapponesi.

Uno dice: andiamo in Giappone perché è un viaggio facile, ché abbiamo il bambino. Che ti credi? E' una vita che facciamo i viaggiatori indipendenti, noi. Abbiamo attraversato il Torugart Pass da soli, noi. Il Sol Levante nemmeno quasi lo consideriamo un viaggio, noi. Sai che ci fa il Sol Levante, a noi.
Dice, ma sai il giapponese? Ma chissenefrega del giapponese, ho discusso di storia romana con un venditore siriano di musicassette taroccate, io, e di motori diesel con un autista mongolo. Sai che mi fa il giapponese, a me.

Uno dice anche, poi però: sì, maddai, abbiamo il piccolino con noi, almeno un micropiano di viaggio ed un paio di rapide prenotazioni facciamole, ché non si sa mai. Massì, almeno poi non stiamo a perdere troppo tempo laggiù a sbatterci. Ok, cerchiamo l'albergo a Tokyo, va'.

Così va a finire che uno, poi, dice: seee, vabbè, che sbattimento però stare a prenotare da soli un albergo a Tokyo. Cioè, te la immagini Tokyo? Che già a capire cos'è che a Tokyo chiamino centro ci vuole un rabdomante. Ché tu ti credi che faccia ridere atterarre alla Malpensa e dire che sei a Milano, finché non atterri a Narita e scopri che i treni proiettile giapponesi, quelli che viaggiano a trecento all'ora, impiegano un'ora per andare a Tokyo. Ché Narita e Tokyo le distingui sulla scala di un planisfero. Ché per forza l'Hilton di Narita Airport costa come la pensione Mariuccia a Gabicce mare: prova a vedere quanto costa il Park Hyatt in centro. Ché tu butti dentro a Google "hotel Tokyo" e viene fuori l'enciclopedia britannica, solo che è scritta come un fumetto giapponese e vieni travolto da uno tsunami di ideogrammi che nemmeno dopo un'indigestione di sushi, e allora com'era quella storia che a te il giapponese? Che poi i giap le mappe le disegnano come i manga, per cui prova a capirci qualcosa, se ci riesci, di dov'è 'sto belìn di albergo che stai provando a prenotare da un'ora.

Sai che c'è? Quasi quasi chiedo ad un'agen... agenz... gasp... gosgh... aaaagghhh... GULP... agenz... AGENZIA! Cough cough... L'ho detto. Sob. Ecco. [nuvoletta nera sopra la testa]

- Buongiorno.
- BuongioLno.
- Vorrei pRenotaRe un alberRgo a Tokyo. [che poi, diciamolo, la mia erre fa schifo, ma almeno non parlo com Ten, quello che va in giro con Nick Carter e Patsy, che se avete meno di quarant'anni lasciamo perdere, va'...]
- Sì, abbiamo albeLgo a Tokyo. Uno. Che gioLni?
- Dal 6 agosto all'11 agosto.
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00.37 del 19 Giugno 2006 | Commenti (3) 
 
16 Post-it reloaded
GIU Prima pagina, Segnalazioni, Cina e non solo
Ed eccoci alla consueta rassegna stampa di Orizzontintorno, che ormai da un po' di tempo mancava da questo blog. Come sempre, buona parte delle segnalazioni mi arrivano da Francesco, ma anche il contributo della gentil consorte si fa sentire. Qualche link è ormai vecchiotto, ma al solito ciò che conta è il contenuto. E a proposito: càpito casualmente proprio a ruota del fondo di Gianni Riotta. Del quale condivido ogni parola - anche perché, tra parentesi, non esistono i blogger in quanto categoria.

Tanto per cambiare iniziamo con la Cina, ma non solo: la BBC ci fa sapere che la censura sul web non è una prerogativa solamente dei nostri amici di Pechino, che peraltro continuano a praticarla alla grande con la pacifica collaborazione delle grandi e democratiche compagnie occidentali. Quello però che l'articolo della BBC non dice è che anche in Italia la censura sul web viene tranquillamente applicata grazie alla solita devastante disinformazione e senza che i Media osino occuparsi un po' seriamente della questione, magari al posto di un articoletto sulla prova costume da bagno. Vale la pena osservare che, almeno nell'applicazione del principio in quanto tale, siamo in buona compagnia, con la Corea del Nord ed il Turkmenistan. Tanto per dire.
E per rimanere sempre in Cina, il Mail on Sunday ha pubblicato un interessante reportage sulla vita nelle fabbriche dove vengono prodotti gli iPod - perché lo sapevate, vero, che il vostro oggettino designed in California è prodotto in Cina. L'articolo non è disponibile on line, ma Macworld e il Guardian Unlimited ne fanno un sunto quanto basta.
Ancora Cina e ancora BBC news: della ferrovia del Tibet si è parlato a lungo in questo blog. Il completamento dell'opera è ormai una triste realtà. Il mio pensiero in merito, romanticamente filtrato da qualunque opinione di tutt'altro profilo io abbia già espresso abbondantemente sulla questione, rimane questo.

Anche del Turkmenistan si è già dissertato fra queste pagine. Vorrei ricordare in proposito un post al quale sono particolarmente affezionato. A quanto segnala il Corrierone, le comiche continuano, naturalmente nell'indifferenza globale dell'altra metà del cielo che invece continua a sparacchiare in Iraq ed Afghanistan. E già, ma lì ci sono i cattivoni, mentre in Turkmenistan ci sono i nostri.
E visto che siamo dalle parti degli Stan, vi segnalo questo interessante articolo della BBC che a distanza di un anno ritorna sulla rivolta in Kyrgyzstan.

Ce n'è anche per l'Australia, ebbene sì. Date un po' un'occhiata a questi due articoli del Corriere on line: prima questo, poi questo. Recentissimo invece questo pezzo sulla Birmania, il primo di un reportage completo che verrà pubblicato da BBC news.

Io non amo particolarmente né Beppe Grillo (ultima versione), né il suo blog. Intendiamoci: è in assoluto un bene che in questo paese circolino (ancora) opinioni forti come le sue. Sarebbe altrettanto bene informarsi meglio prima di cadere nella facile demagogia dei comici improvvisatisi santoni (tipo la bufala del carburante dall'olio di colza, per intenderci). In altre parole: come è stato già sottolineato da altri, se abbiamo bisogno di un comico come nostro portavoce, siamo messi davvero male.
Ma, a parte questo, è proprio dal blog di Beppe Grillo che arrivano queste due segnalazioni, una e due, sull'ennesima polemica che ha visto coinvolto Gino Strada ed Emergency. Fra parentesi, prima o poi un post su Emergency lo faccio anche io (che comunque - a scanso di equivoci - rimango un sostenitore di Strada, pur se forse, ultimamente, con qualche ma).

E poi: voi lo sapevate, vero, che esiste la Transnistria, altrimenti detta Transdniester. Noi sì, e infatti l'abbiamo già segnata sul taccuino. Abbiate fede, che prima o poi vi bloggo anche da lì.

Infine: visto che si è parlato di Transdniester e che di questi tempi va di moda occuparsi di Seborga, salto (quasi) di palo in frasca. Le due questioni, pur molto differenti fra loro, danno lo spunto per approfondire un tema molto interessante di diritto internazionale, ossia: cos'è che determina ed è la base affinché sia riconosciuta ad un territorio qualunque la condizione di Stato?
Senza voler entrare nel merito (ma mi piacerebbe che qualche lettore esperto in materia contribuisse con un commento al dibattito), se vi interessa il tema, potete iniziare da Wikipedia occupandovi di micronazioni e di Sealand. Credetemi: è interessante. A proposito: Wikipedia, su Seborga, la pensa così.

00.05 del 16 Giugno 2006 | Commenti (0) 
 
09 Effe-esse
GIU Travel Log: Japan
Dalla brochure delle Japan Railways, cito: "Japan has the most convenient (*) and efficient railway network. JR Group railways are proud of their international reputation for frequent service, punctuality, high speed and safety. Frequent: 26.000 departures a day (**). Punctual: JR trains are so reliable you can use them to set your watch. Fast: these trains are famous throughout the world for their fast speed of 300 km per hour. Comfort: modern, clean, complete facilities for comfortable travel in today's age."

Praticamente come Trenitalia.

Il nostro Japan Rail Pass

(*) Sul concetto di "conveniente" avrei qualcosa da dire...
(**) Per dire: sull'asse Tokyo-Kyoto, pi o meno la distanza Milano-Roma, ci sono cento treni al giorno che impiegano una media di tre ore (i pi rapidi due ore e mezza). Avete presente la TAV, no?
01.36 del 09 Giugno 2006 | Commenti (3) 
 
09 Vai al cine, vacci tu
GIU Diario
Ieri ho comprato una bicicletta (*).
Oggi ho pedalato per venti chilometri.
Domani (forse) riprenderò a camminare.


(*) In realtà me l'ha regalata Emanuela. Erano ventiquattro anni che volevo una bicicletta, da quando mi rubarono la mia gloriosa bici da corsa: avevo diciassette anni. Da allora sono salito su una bicicletta solo due volte: un'ora nel 2001 in Thailandia e qualche pedalata in giro per La Digue, nel 2003. Riesco ancora a pedalare senza le rotelline. Sono felice come un bambino.
00.28 del 09 Giugno 2006 | Commenti (1) 
 
07 @afghangov.org
GIU Segnalazioni, Viaggi fra le parole
A dire il vero, per quanto mi ci sia messo di buona volontà, due righe in merito scritte come si deve proprio non riesco a buttarle giù, cosicché dovrei forse smentire la mia indimenticata professoressa di italiano del liceo che a mia mamma diceva sempre che io sarei in grado di fare un tema anche sull'elenco telefonico. Fra parentesi, non è affatto vero. Infatti bucai il tema di maturità: non avevo nulla da dire su alcuno dei cinque titoli possibili.

E' che in questo capitolo che ho appena letto di "In Afghanistan" ("The places in between") Rory Stewart ha già detto tutto quel che credo ci sia da dire, e qualunque commento mi suona irrimediabilmente stonato e fuori luogo.
Magari un'altra volta, eh?


[...] Ormai in Afghanistan avevo una mezza dozzina di amici che lavoravano nelle ambasciate, nei gruppi di esperti, nelle agenzie internazionali per lo sviluppo, alle Nazioni Unite e al governo afghano, e che dirigevano progetti da milioni di dollari. Un anno prima erano stati in Kosovo o a Timor Est, un anno dopo sarebbero stati trasferiti in Iraq, o in uffici di New York o di Washington.
Il loro obiettivo era (per citare la Missione di aiuto all'Afghanistan delle Nazioni Unite) "la creazione di un governo centralizzato, ad ampia base e multietnico, impegnato nella promozione della democrazia, dei diritti umani e del principio di legalità". Lavoravano dalle dodici alle quattordici ore al giorno redigendo documenti relativi a iniziative riccamente finanziate sulla "democratizzazione", la "capacità di miglioramento", la "differenza di genere", lo "sviluppo sostenibile", la "formazione professionale" o i "problemi di tutela". Per la maggior parte erano sulla trentina, con almeno due lauree, spesso in Diritto internazionale, Economia o Sviluppo. Provenivano da ambienti borghesi di paesi occidentali, e di sera cenavano tra di loro e si scambiavano aneddoti sulla corruzione nel governo e l'incompetenza delle Nazioni Unite. Raramente uscivano da Kabul sui loro fuoristrada perché gli era stato vietato dai loro consiglieri per la sicurezza.

C'erano persone, come i due funzionari politici di Chakhcharan, esperte e ben informate sulle condizioni di vita nelle aree rurali dell'Afghanistan, ma erano a malapena una cinquantina su molte migliaia. La maggior parte degli amministratori non sapeva quasi nulla dei villaggi in cui viveva il novanta per cento della popolazione afghana. Provenivano da paesi postmoderni, laici, globalizzati, di tradizione liberale nelle leggi e nel governo. Per loro era naturale avviare progetti su piani regolatori, diritti delle donne e cablaggi in fibra ottica, parlare di processi trasparenti, lineari e responsabili, di tolleranza e società civile, e riferirsi a un popolo "che desidera la pace a ogni costo e comprende la necessità di avere un governo centrale e multietnico".
Ma che cosa capivano loro dei processi mentali della moglie di Sayyid Kerbalahi, che in quarant'anni non si era mai allontanata di più di cinque chilometri da casa sua? O del dottor Habibullah, il veterinario, che si portava in giro il suo fucile con la stessa disinvoltura con cui loro portavano la ventiquattrore? Gli abitanti dei villaggi che avevo incontrato erano in maggioranza analfabeti, ben lungi dall'avere elettricità o televisione, sapevano ben poco del mondo esterno e avevano opinioni molto particolari sull'islam e sul concetto di etnia. La gente di Kamenj comprendeva il potere politico dal punto di vista del suo signore feudale Haji Moshin Khan. A Herat Ismail Khan voleva un ordine sociale basato sulla politica islamica dell'Iran. Gli hazara come Ali non sopportavano l'idea di un governo centrale perché lo associavano al dominio di altri gruppi etnici e alle sofferenze patite sotto i talebani. Queste differenze tra gruppi etnici erano profonde, sfuggenti e molto difficili da risolvere. In alcune aree, la democrazia del villaggio, i problemi di disparità tra i sessi e la centralizzazione sarebbero stati concetti difficili da far passare.
I loro amministratori non avevano il tempo, le strutture o le risorse per uno studio serio su una cultura che non conoscevano. Giustificavano la propria mancanza di conoscenza e di esperienza concentrandosi sulla povertà e insinuando che non esistessero drammatiche differenze culturali. Si comportavano come se gli abitanti dei villaggi fossero interessati a tutte le priorità delle organizzazioni internazionali, anche quando erano contraddittorie.
In un seminario a Kabul udii per la prima volta Mary Robinson, alto commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani, dire: "E' da venticinque anni che gli afghani lottano per i diritti umani. Non c'è bisogno di spiegar loro quali siano". In seguito il capo di un'importante agenzia per l'alimentazione aggiunse in privato: "Agli abitanti dei villaggi non importano i diritti umani. Sono come tutti i poveri del mondo. Tutto quello di cui si preoccupano è da dove arriverà il loro prossimo pasto". Al che, il capo di una organizzazione non governativa afghana che si occupava di terapia rispose: "L'unica cosa che bisogna sapere di queste persone è che soffrono di disturbi da stress post-traumatico".

Le differenze tra gli amministratori stranieri e un hazara come Ali andavano ben oltre la sua mancanza di cibo. Raramente Ali si preoccupava da dove provenisse il suo pasto successivo. Se definiva se stesso era principalmente in quanto musulmano e hazara, non in quanto afghano affamato. Le diverse correnti dell'islamismo, i punti di vista sulle etnie, il governo, i metodi appropriati per la risoluzione dei conflitti (inclusi i conflitti armati) e l'esperienza di venticinque anni di guerra differivano molto da una regione all'altra. Persino all'interno dell'area coperta in una settimana di cammino, mi imbattei in zone in cui i beg locali erano stati fatti cadere da una rivoluzione sociale finanziata dall'Iran, altre in cui le strutture feudali erano ancora al loro posto, e altre ancora che avevano subito la violenza dei talebani, oltre a zone in cui gli abitanti dei villaggi usavano violenza gli uni sugli altri. Gli amministratori non erano in grado di dedicare il tempo, l'immaginazione e l'ostinazione necessarie a comprendere queste diverse esperienze. Pertanto era quasi impossibile cambiare la società afghana nel modo in cui volevano cambiarla.

I critici hanno accusato di neocolonialismo questa nuova genia di amministratori. In realtà il loro approccio non è quello dei funzionari coloniali del XIX secolo. Gli amministratori coloniali forse sono stati razzisti e sfruttatori, ma perlomeno si sono dedicati con serietà al compito di comprendere le persone che stavano governando. Reclutavano persone disposte a trascorrere tutta la loro carriera in province pericolose di uno stato sconosciuto. Investivano denaro nell'insegnamento della lingua locale agli amministratori e agli ufficiali militari. Fondavano veri e propri ministeri, addestravano una élite locale e portavano avanti innumerevoli studi accademici sui loro soggetti attraverso istituti e musei, reali società geografiche e reali giardini botanici. Mantenevano in pareggio il bilancio locale e generavano entrate fiscali perché, in caso contrario, difficilmente il governo della madrepatria li avrebbe tolti dai pasticci. Se fallivano nel buon governo la popolazione si ribellava.
Gli esperti che intervengono dopo i conflitti hanno acquisito il prestigio senza lo sforzo o lo stigma dell'imperialismo. La negazione implicita delle differenze tra culture è il nuovo marchio globale della mediazione internazionale. La loro politica fallisce ma nessuno ci bada. Non ci sono organismi di controllo credibili e non c'è nessuno che si prenda una responsabilità formale. I singoli funzionari non stanno mai nello stesso posto e raramente abbastanza a lungo in un'organizzazione per essere valutati in modo adeguato. L'impresa coloniale poteva essere giudicata dal grado di sicurezza o dalle entrate che produceva, mentre i neocolonialisti non hanno simili criteri sul risultato. In realtà la loro inutilità li favorisce. Evitando ogni seria azione di giudizio essi, a differenza dei loro predecessori colonialisti, riescono a sfuggire a qualsiasi accusa di razzismo, sfruttamento e oppressione.
Il fatto è, forse, che nessuno richiede più di un'affascinante illusione di attività a favore dei Paesi in via di sviluppo. Se gli amministratori sanno poco dell'Afghanistan, la gente comune ne sa ancora di meno, e pochi si preoccupano dei fallimenti politici quando degli effetti si risente soltanto in Afghanistan. [...]
11.08 del 07 Giugno 2006 | Commenti (0) 
 
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