Orizzontintorno Carlo Paschetto
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17 This (too) small world
GIU Mumble mumble
A quanto pare, a Villasanta (undicimila abitanti o giù di lì) siamo (almeno?) in due ad avere la maglietta dell'Hard Rock Cafè di Kuala Lumpur.
13.09 del 17 Giugno 2007 | Commenti (3) 
 
12 Sarajevo delayed, Milano on time (per ora)
GIU Travel Log: The Slavic job
Aeroporto internazionale di Zagreb. Wi-fi gratuito, anche qui. Controllo raggi X, non c'è nessun altro a parte il mio socio ed io.

- Un attimo per favore, devo tirare fuori dallo zaino i flaconi di liquido che...
- [dialetto croato] Levati dai piedi, muoviti.
- Ah, mi scusi, sì, ma aspetti, ho il pc e...
- [dialetto croato] Ti ho detto di muoverti rimbambito!
- Mi scusi, mi muovo, ecco passo, ma vede...

BIIIIPPPPPPPP BIIIIPPPPPPPP BIIIIPPPPPPPP BIIIIPPPPPPPP!!!!

- ...Ecco, appunto, le stavo dicendo che ho addosso...
- [dialetto croato] Senti citrullo, ti togli dai piedi e passi o devo prenderti a calci?
- No la prego, grazie, mi scusi se le ho fatto perdere tempo, riprenda pure il suo giornale.

Praticamente come all'aeroporto di Lussemburgo.
10.10 del 12 Giugno 2007 | Commenti (1) 
 
12 Cevapci
GIU Travel Log: The Slavic job
Mica scherzavano. Puonciorno zignori i zignori, zono il fostro komantante, penfenuti a porto ti kuesto airoplano tornier trecentofentotto kon testinazione Zagreb (giuro). Che poi, fosse solo per il cugino del Barone Rosso. Il problema è che quello blatera, io guardo fuori dall'oblò e, mentre le eliche iniziano a girare e a mandare l'intera fusoliera in risonanza, osservo con raccapriccio lo stato del motore proprio sul mio lato. E penso che forse, tutto sommato, con un Antonov bulgaro mi sarebbe andata meglio.


Sopravvivo, sì, anche al panino alla bresaola e caprino servito in volo alle nove del mattino. Ed è così che con una bella picchiata degna delle Tigri Volanti, che ci porta in cinque minuti da quota settemila a duecento, il nostro mi scodella in un caldo lunedì mattina a Zagreb, Croazia. Dove, per la cronaca, all'aeroporto 'sti qua ti timbrano ancora il passaporto.
Ad onor di statistica annoto che all'aeroporto di Zagabria, di lunedì mattina ore 11.10, si contano all'appello: un Tupolev dell'Aeroflot, un turboelica battente bandiera sconosciuta, forse aliena, un piper arrugginito ed il nostro già leggendario ed inquietante Dornier 328. Per dire: in classifica, quelli fichi saremmo noi.

Il solito tassista baffone locale mi aspetta con il solito cartello (è un periodo che agli aeroporti trovo ad aspettarmi sempre tassisti con i baffoni), mi carica, mi dice un paio di parole in serbo-croato stretto, una delle quali suona tipo òffiz, tiro a indovinare e dico yez, e c'azzecco, perché in effetti mi porta in ufficio. Zagreb òffiz, ultima tappa di questa tourné, per ora.
Va detto che lo Zagreb òffiz ben si presta ad un po' di fotoblog sperimentale, trovandosi nel solito nuovo complesso acciaio e cristallo. In pausa caffè mi affaccio alla finestra dell'ottavo piano e scatto a casaccio qua e là. Sai mai che queste rimangano le uniche testimonianze del mio rapidissimo passaggio da queste parti. E poi qualche foto a Zagreb già l'ho fatta un paio d'anni fa.
Al solito, anche questa volta telefonino e via. Averla, la fida Canon...


E invece no. Per una volta Gianluca ed io esauriamo la fila di riunioni e di appuntamenti ad un'ora decente. Albergo abbastanza centrale (questo, per la cronaca, bello bello) e dunque possiamo chiudere la nostra giornata con due passi nell'isola pedonale e un paio di birre.
Zagabria è più o meno come la ricordavo, non fosse che l'ultima volta c'eravamo stati d'inverno. Qualche bel pub, qualche locale interessante, vita discreta alla sera. Rimane più che altro una tappa da touch and go sulla rotta per Belgrado.

Gianluca, socio di tourné
Zagreb

Poiché i voli diretti da/per Milano da/per Zagreb (con qull'affare lassù) sono solo al mattino, non possiamo rientrare fino a domani. Poco male. Non che del resto muoia dalla voglia di riaffrontare la vasca da bagno ad elica di cui sopra.
Non fosse che ho la macchina alla Malpensa, un pensierino a rientrare in Italia in monopattino, piuttosto che risalire su quel coso, lo farei davvero. Mica per altro, è che io la bresaola proprio la odio.
01.06 del 12 Giugno 2007 | Commenti (1) 
 
10 That jazz of Praha
GIU Travel Log: The Slavic job
Di corsa, di corsa, di corsa. Non ho tempo, è tardi, ho sonno e tante altre cose da fare. E ne avrei di cose, ad iniziare da quanto Praha sia ancor più bella di come la ricordavo. Di quanto sia verde, viva, musicale, affollata - anche troppo. E dovrei anche parlarvi - come ormai d'abitudine - del Best Western Hotel Kampa, che si trova proprio nel cuore di Malá Strana, a due passi da Karluv Most: è ricavato all'interno di un vecchio palazzo medievale completamente ristrutturato, soffitti affrescati, armature in giro ovunque, atmosfera un po' inquietante, bello e straordinariamente silenzioso e comodo. Centro, questa volta, nel senso del bersaglio.

E del resto, cosa puoi volere di più che svegliarti al mattino nel cuore di Praha-Praga e sì, dover andare a lavorare, ma fuori la giornata è calda e stupenda, e fai colazione al buffet apparecchiato nelle cantine a grandi volte di questo strano hotel, circondato dai cavalieri della tavola rotonda e accompagnato in sottofondo da un pianista lounge che suona dal vivo. Cosa puoi volere di più da una qualunque giornata di lavoro?

Cena in terrazza a Malá Strana con vista sui tetti della città? Giovani violinisti che ti accompagnano attraverso il parco mentre rientri in albergo? Una birra ceca alla spina prima di andare a dormire? Lieve arietta fresca che soffia dalla Moldava? Due passi fino a Staré Mesto per vedere se è ancora come la ricordi, aprendoti il passaggio fra la folla di migliaia di turisti da ognidove ed ogniquando?

Sì, in aeroporto, nel nuovissimo ed esagerato aeroporto di Praha, c'è il wi-fi gratuito. Come a Budapest, del resto. Come spesso accade, ormai. Finché non ripassi da Malpensa.

Averla avuta la fida Canon, invece del telefonino.

Best Western Hotel Kampa...
Sul Karluv Most (Ponte Carlo), verso Malá Strana
Staré Mesto e la Moldava
Sul Karluv Most (Ponte Carlo), guardando Malá Strana
Malá Strana
La sponda di Staré Mesto sulla Moldava
Malá Strana, verso Karluv Most (Ponte Carlo)
La torre di Ponte Carlo sulla sponda di Malá Strana
Questa l'ha scattata Gianluca in Staromestské Námestí

E adesso una rapida sosta a casa, prima di ridecollare per Zagreb, Croazia, quarta ed ultima (almeno per ora) tappa di questo strano tour balcanico. Sono inseguito da una scia di fogli bianchi riempiti di appunti volanti scritti fitti fitti, o anche no. Dipende dalle pagine.
Ma sono note di lavoro, non di viaggio. Sorry.
01.47 del 10 Giugno 2007 | Commenti (0) 
 
09 Omeopatia
GIU Travel Log: The Slavic job
Ieri ho lavorato persino in aereo. Delle due l'una: o l'entusiasmo improvviso per questo lavoro ha addirittura anestetizzato la mia proverbiale paura di volare, oppure sono disastrosamente indietro.
16.01 del 09 Giugno 2007 | Commenti (0) 
 
09 Solo per adepti
GIU Spostamenti
Cinquantuno a/r Malpensa-Lussemburgo, un dirottamento in Germania, un atterraggio non riuscito per condizioni vento proibitive, tre nella tormenta di neve, più di cinque con raffiche oltre i cento orari.

Ma finalmente è arrivata. Sigh.


[Inutile dire che non ho più volato Luxair da quando ho conquistato la tessera]
01.41 del 09 Giugno 2007 | Commenti (2) 
 
09 Non Schengen
GIU Travel Log: The Slavic job
Catalogo generale dei passeggeri sui voli Milano - capitale qualunque dei paesi dell'est:

- gita pentole casalinghe e pensionati di Gorizia;
- giovani odiosi che andiamo a Praga (a Budapest, a Varsavia, ...) perché è pieno di gnocca e là si ciula, mica come le italiane che se la tirano;
- imprenditori del Bel Paese con catena d'oro attorno al collo, camicia bianca a collettone alto aperta fino al secondo bottone, giacca blu con bottoni d'oro, capelli lunghi, occhiali da sole firmati rigorosamente tenuti sulla testa;
- ragazze giovani dell'est che vanno in Italia a caccia di lavoro/tornano in famiglia senza un lavoro, o forse anche no;
- giovani consulenti alle prime armi sparati presso clienti di dimensioni planetarie: solitamente producono ruote zincate per macchine agricole ed hanno il proprio stabilimento nella campagna polacca/rumena/ungherese, a sette ore di Apecar abusivo dall'aeroporto della capitale di turno;
- donne polacche/rumene/ecc. alla pari, con annesse borse di plastica;
- backpacker nostalgici (quelli ci sono sempre, immancabili, con il loro inseparabile zaino);
- da qualche tempo in qua: due pirla con trolley; il secondo varia a seconda della destinazione.
01.34 del 09 Giugno 2007 | Commenti (0) 
 
07 Intervallo
GIU Diario
Sto facendo il lavoro più bello della mia vita. Ma ho bisogno di un letto, ora.
15.36 del 07 Giugno 2007 | Commenti (2) 
 
07 Danubius, olé
GIU Travel Log: The Slavic job
Il Danubius Hotel Flamenco quattro stelle in aria di cinque era l'hotel nel quale stavo quando lavoravo a Budapest nel '98, o giù di lì. Da allora è rimasto nella top five degli hotel stafichi nei quali ho avuto occasione di alloggiare in giro per il mondo, per cui, quando ho dovuto prenotare le notti a Budapest, non sono minimamente stato sfiorato da alcun dubbio esistenziale e, da vero uomo di mondo uso a decine di platinum fidelity card e frequent flyer con trolley d'ordinanza, assumendo un tono adatto al ruolo che mi compete, ho guardato il mio giovine collega e ho sentenziato (da leggersi con voce leggermente trascinata ed annoiata, quasi infastidita): ma non pevdeve tempo, a Buda (noi uomini di mondo distinguiamo *sempre* se andiamo a Buda o a Pest) si va al Flamenco (noi uomini di mondo lo chiamiano semplicemente il Flamenco, ed è un errore da pirla: se noi uomini di mondo avessimo notato che dieci anni fa *non* si chiamava Danubius Flamenco, forse...).

Quando il General Manager dell'azienda presso la quale lavoro a Budapest, uomo sì di mondo, a differenza di un titolare a caso qui un po' pirla, appena siamo atterrati a Pest (noi uomini di mondo distinguiamo sempre ecc. ecc.), mi ha guardato un po' strano e mi ha detto Flamenco? Strano, non lo conosco, io avrei anche potuto e dovuto capire qualcosa, invece ho replicato (tono ecc. ecc.): ma è a Buda, che diàmine!
Ora, il vostro uomo di mondo e co-titolare pirla del presente sito web potrebbe scrivere un libro intero sul Danubius - perché ora si chiama *Danubius* - Flamenco Hotel di Budapest, ma questa mattina a colazione, prima di abbandonarlo definitivamente, sono stato travolto da quaranta pensionati di Gorizia in gita pentole, tre dei quali si sono seduti al *mio* tavolo (-Xe ocupato? -Sorry? -No, dicevo, me scuse, xe ocupato? -Sorry? -Ah, no capise l'italiano, be' Marta, sedemose qui ghe il signor non se arabierà mica!), che disquisivano di questi paesi comunisti e sapete com'è, ho gettato la spugna e ho pensato che non ce la potevo fare. Così quando la cameriera, in mezzo ad otto pullman di gite pentole e quattro di cinesi in assetto panico, mi ha avvicinato e mi ha chiesto sguzi, ke numero di kamera ha?, io ho risposto, anche a lei, maledetto me snob lo so, "Sorry?" e mi sono ritirato mestamente ammainando la bandiera.

Non senza comunque dimenticare di osservare che: la tappezeria è macchiata e non rimuovono gli insetti spiaccicati, la moquette verde acido è leopardata in nerofumo catramato, non c'è l'aria condizionata, in camera ci sono cinquantatre gradi e crescono le mangrovie e il ventilatore - che peraltro non serve a una fava - sembra un ATR in frenata, la doccia mi arriva all'altezza delle ascelle ed è strano, perché gli ungheresi non sono bassi, e comunque la vasca arrugginita ed il cesso scrostato mi fanno sempre un po' impressione, soprattutto se mancano alcune piastrelle dal muro del bagno, ed è brutto trovarsi sotto la doccia (in ginocchio) ed accorgersi che non ci sono i saponini, né gli shampini, né almeno una pietra pomice come usava l'uomo del Cretaceo, per lavarsi, non solo perché Emanuela le colleziona, ma soprattutto perché noi uomini di mondo non portiamo *mai* alcun gener di sapone in viaggio, perché tanto ce li danno gli hotel, e se invece gli hotel quattro stelle in (ex-)aria di cinque non ce li danno a noi non fa proprio piacere, ecco, e poi, signori miei del Danubius bla bla bla, credetemi, quelle luci al neon nelle camere fanno davvero schifo, e il comando della luce, almeno uno, vicino al letto è spesso comodo a meno di non voler prendere tibiate contro ogni genere di suppellettile in fòrmica presente in camera nel tentativo di raggiungere al buio l'agognato giaciglio dopo aver spento la luce, e poi capite perché ci sono otto pullman in gita pentole e tremila cinesi in ansia, ed invece gli unici con il trolley d'ordinanza e il pc siamo noi due.
E il mio giovane socio che mi guarda e scoppia a ridere ogni due minuti: ao', a Carlo, ma 'ndo m'hai portato?
Al Danubius Flamenco hotel quattro stelle, 'li mortacci. Taci e ringrazia.

Che poi sei lì che aspetti l'ascensore insieme ad una coppia di anziani tedeschi (gita pentole anche loro, ma pentole tedesche, tutt'altra storia), l'ascensore arriva, le porte si aprono e dentro ci sono ottantatre cinesi schiacciati che guardano fuori ma non escono. Tu e i tedeschi li guardate, loro guardano voi, e la capobanda cinese si ostina a schiacciare il pulsante <T> arrabbiandosi perché l'ascensore non si muove. Mi scusi, signora cinese, guardi che ci siete già al <T>. No, lei schiaccia e si incazza come solo una signora cinese capobanda di un pullman di cinesi si può incazzare, e quasi lo prende a martellate quel dannatissimo pulsante <T>.
Alla fine, com'è come non è, per una qualche legge della fisica dei corpi solidi, gli ottantatre cinesi con valige dentro l'ascensore max quattro persone 300 kg esplodono e vengono catapultati fuori, suppongo per un processo di osmosi o variazione della pressione interno/esterno ascensore. Mentre loro si guardano intorno smarriti, io e gli anziani coniugi tedeschi ci infiliamo a tradimento nell'ascensore e fuggiamo al terzo piano. Appena chiuse le porte i due simpatici nonni mi guardano e lui, in perfetto inglese British, mi dice you never know what's going to happen. Gli rispondo, above all with Chinese people. Ci guardiamo e scoppiamo tutti e tre a ridere per il resto del viaggio, fino al terzo piano.

Scappo dal Danubius bla bla bla, con questo trofeo, trovato in camera al posto del classico "do not disturb". Mai più senza, ricordarsi di tenerlo sempre in valigia pronto all'occorrenza.


E a parte questo, che devo dirvi di Budapest oltre ai trenta gradi umidi-si-muore-dal-caldo-per-fortuna-grandina-a-chicchi-grossi-come-ananas? Credo di averlo già scritto, ed anche se fosse lo ripeto: per quanto torni a Budapest (naturalmente, Buda o Pest che sia: sapete, noi uomini di mondo...) io non riesco ad innamorarmene.
Ho visto questa città con la neve a gennaio e il Danubio ghiacciato, sotto la pioggia autunnale e con il caldo sole continentale estivo. Adoro il Danubio, è uno dei miei sogni percorrerlo tutto, e il Parlamento che si affaccia sulla sponda di Pest è una delle cartoline più suggestive del mondo. Però, io non riesco ad amare Budapest. Le voglio bene, questo sì, ma non la amo.

Però, quando esci la sera e fai un paio di vasche nel centro pedonale di Pest lungo Váci, poi salti su un taxi per farti un giro alla cattedrale di Buda ed osservare il centro monumentale della città, completamente illuminato, che si riflette nelle acque del grande fiume, e infine ti affacci dai bastioni Fischer proprio davanti alle cupole rosse e alle mille guglie del Parlamento, be', allora non ce n'è: sei nel cuore dell'impero austro-ungarico e la Storia pesa tutta sulla tua testa.

Veniteci, se ancora non lo avete fatto (ma non andate al Danubius Flamenco hotel quattro stelle, due vinte alla morra, a meno che non abbiate bisogno proprio di quelle pentole). Io posso solo affidarvi al mio telefonino e scattare al volo dal taxi mentre vado, o torno, dal lavoro.

Il Parlamento si affaccia sul Danubio dalla sponda di Pest
Buda, il palazzo reale fotografato da Pest
Buda, Matthiaskirche
Lungo Danubio a Pest, verso il Ponte delle Catene
Buda, bastioni Fischer

Un piccolo (ahimè) Fokker 70 della Malev si alza in silenzio nel cielo temporalesco di Budapest e, scivolando morbidamente in questo tardo pomeriggio fra le correnti di aria calda, si lascia alle spalle la Magyarország, portandoci in serata a Praha, Repubblica Ceca.
Arrivando dal cielo è meravigliosa. La Moldava scintilla sotto di noi e siamo già alla terza tappa del nostro Slavic job. Peccato non avere il tempo di bloggare questa corsa sfrenata ad oriente giorno per giorno.
01.46 del 07 Giugno 2007 | Commenti (2) 
 
05 Budapest frigobar
GIU Travel Log: The Slavic job
Ma l'acqua naturale è Theodora kékkúti o Theodora kereki?
No perché a me l'acqua gassata di notte fa schifo.
01.09 del 05 Giugno 2007 | Commenti (0) 
 
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