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| A quanto pare, a Villasanta (undicimila abitanti o giù di lì) siamo (almeno?) in due ad avere la maglietta dell'Hard Rock Cafè di Kuala Lumpur. |
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Aeroporto internazionale di Zagreb. Wi-fi gratuito, anche
qui. Controllo raggi X, non c'è nessun altro a parte
il mio socio ed io.
- Un attimo per favore, devo tirare fuori dallo zaino
i flaconi di liquido che...
- [dialetto croato] Levati
dai piedi, muoviti.
- Ah, mi scusi, sì, ma aspetti, ho il pc e...
- [dialetto croato] Ti
ho detto di muoverti rimbambito!
- Mi scusi, mi muovo, ecco passo, ma vede...
BIIIIPPPPPPPP BIIIIPPPPPPPP BIIIIPPPPPPPP BIIIIPPPPPPPP!!!!
- ...Ecco, appunto, le stavo dicendo che ho addosso...
- [dialetto croato] Senti
citrullo, ti togli dai piedi e passi o devo prenderti a
calci?
- No la prego, grazie, mi scusi se le ho fatto
perdere tempo, riprenda pure il suo giornale.
Praticamente come all'aeroporto di Lussemburgo. |
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Mica scherzavano.
Puonciorno zignori i zignori, zono il fostro komantante,
penfenuti a porto ti kuesto airoplano tornier trecentofentotto
kon testinazione Zagreb (giuro). Che poi, fosse solo
per il cugino del Barone Rosso. Il problema è che
quello blatera, io guardo fuori dall'oblò e, mentre
le eliche iniziano a girare e a mandare l'intera fusoliera
in risonanza, osservo con raccapriccio lo stato del motore
proprio sul mio lato. E penso che forse, tutto sommato,
con un Antonov bulgaro mi sarebbe andata meglio.
Sopravvivo, sì, anche al panino alla bresaola e caprino
servito in volo alle nove del mattino. Ed è così
che con una bella picchiata degna delle Tigri Volanti, che
ci porta in cinque minuti da quota settemila a duecento, il
nostro mi scodella in un caldo lunedì mattina a Zagreb,
Croazia. Dove, per la cronaca, all'aeroporto 'sti qua ti timbrano
ancora il passaporto.
Ad onor di statistica annoto che all'aeroporto di Zagabria,
di lunedì mattina ore 11.10, si contano all'appello:
un Tupolev dell'Aeroflot, un turboelica battente bandiera
sconosciuta, forse aliena, un piper arrugginito ed il nostro
già leggendario ed inquietante Dornier 328. Per dire:
in classifica, quelli fichi saremmo noi.
Il solito tassista baffone locale mi aspetta con il solito
cartello (è un periodo che agli aeroporti trovo ad
aspettarmi sempre tassisti con i baffoni), mi carica, mi dice
un paio di parole in serbo-croato stretto, una delle quali
suona tipo òffiz, tiro a indovinare e dico yez,
e c'azzecco, perché in effetti mi porta in ufficio.
Zagreb òffiz, ultima tappa di questa tourné,
per ora.
Va detto che lo Zagreb òffiz ben si presta ad un po'
di fotoblog sperimentale, trovandosi nel solito nuovo complesso
acciaio e cristallo. In pausa caffè mi affaccio alla
finestra dell'ottavo piano e scatto a casaccio qua e là.
Sai mai che queste rimangano le uniche testimonianze del mio
rapidissimo passaggio da queste parti. E poi qualche foto
a Zagreb già l'ho fatta un
paio d'anni fa.
Al solito, anche questa volta telefonino e via. Averla, la
fida Canon...
E invece no. Per una volta Gianluca ed io esauriamo la fila
di riunioni e di appuntamenti ad un'ora decente. Albergo abbastanza
centrale (questo,
per la cronaca, bello bello) e dunque possiamo chiudere la
nostra giornata con due passi nell'isola pedonale e un paio
di birre.
Zagabria è più o meno come la ricordavo, non
fosse che l'ultima volta c'eravamo stati d'inverno. Qualche
bel pub, qualche locale interessante, vita discreta alla sera.
Rimane più che altro una tappa da touch and go
sulla rotta per Belgrado.
Poiché i voli diretti da/per Milano da/per Zagreb (con
qull'affare lassù) sono solo al mattino, non possiamo
rientrare fino a domani. Poco male. Non che del resto muoia
dalla voglia di riaffrontare la vasca da bagno ad elica di
cui sopra.
Non fosse che ho la macchina alla Malpensa, un pensierino
a rientrare in Italia in monopattino, piuttosto che risalire
su quel coso, lo farei davvero. Mica per altro, è che
io la bresaola proprio la odio. |
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Di corsa, di corsa, di corsa. Non ho tempo, è tardi,
ho sonno e tante altre cose da fare. E ne avrei di cose, ad
iniziare da quanto Praha sia ancor più bella di come
la ricordavo. Di quanto sia verde, viva, musicale, affollata
- anche troppo.
E dovrei anche parlarvi - come ormai d'abitudine - del Best
Western Hotel Kampa, che si trova proprio nel cuore
di Malá Strana, a due passi da Karluv Most: è
ricavato all'interno di un vecchio palazzo medievale completamente
ristrutturato, soffitti affrescati, armature in giro ovunque,
atmosfera un po' inquietante, bello e straordinariamente silenzioso
e comodo. Centro, questa volta, nel senso del bersaglio.
E del resto, cosa puoi volere di più che svegliarti
al mattino nel cuore di Praha-Praga e sì, dover andare
a lavorare, ma fuori la giornata è calda e stupenda,
e fai colazione al buffet apparecchiato nelle cantine a grandi
volte di questo strano hotel, circondato dai cavalieri della
tavola rotonda e accompagnato in sottofondo da un pianista
lounge che suona dal vivo. Cosa puoi volere di più
da una qualunque giornata di lavoro?
Cena in terrazza a Malá Strana con vista sui tetti
della città? Giovani violinisti che ti accompagnano
attraverso il parco mentre rientri in albergo? Una birra ceca
alla spina prima di andare a dormire? Lieve arietta fresca
che soffia dalla Moldava? Due passi fino a Staré Mesto
per vedere se è ancora come la ricordi, aprendoti il
passaggio fra la folla di migliaia di turisti da ognidove
ed ogniquando?
Sì, in aeroporto, nel nuovissimo ed esagerato aeroporto
di Praha, c'è il wi-fi gratuito. Come a Budapest, del
resto. Come spesso accade, ormai. Finché non ripassi
da Malpensa.
Averla avuta la fida Canon, invece del telefonino.
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Best Western
Hotel Kampa...
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Sul Karluv
Most (Ponte Carlo), verso Malá Strana
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Staré
Mesto e la Moldava
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Sul Karluv
Most (Ponte Carlo), guardando Malá Strana
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Malá
Strana
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La sponda
di Staré Mesto sulla Moldava
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Malá
Strana, verso Karluv Most (Ponte Carlo)
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La torre di
Ponte Carlo sulla sponda di Malá Strana
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Questa l'ha
scattata Gianluca in Staromestské Námestí
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E adesso una rapida sosta a casa, prima di ridecollare per
Zagreb, Croazia, quarta ed ultima (almeno per ora) tappa di
questo strano tour balcanico. Sono inseguito da una scia di
fogli bianchi riempiti di appunti volanti scritti fitti fitti,
o anche no. Dipende dalle pagine.
Ma sono note di lavoro, non di viaggio. Sorry. |
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| Ieri ho lavorato persino in aereo. Delle due l'una: o l'entusiasmo improvviso per questo lavoro ha addirittura anestetizzato la mia proverbiale paura di volare, oppure sono disastrosamente indietro. |
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Catalogo generale dei passeggeri sui voli Milano - capitale
qualunque dei paesi dell'est:
- gita pentole casalinghe e pensionati di Gorizia;
- giovani odiosi che andiamo a Praga (a Budapest,
a Varsavia, ...) perché è pieno di gnocca
e là si ciula, mica come le italiane che se la tirano;
- imprenditori del Bel Paese con catena d'oro attorno al
collo, camicia bianca a collettone alto aperta fino al secondo
bottone, giacca blu con bottoni d'oro, capelli lunghi, occhiali
da sole firmati rigorosamente tenuti sulla testa;
- ragazze giovani dell'est che vanno in Italia a caccia
di lavoro/tornano in famiglia senza un lavoro, o forse anche
no;
- giovani consulenti alle prime armi sparati presso clienti
di dimensioni planetarie: solitamente producono ruote zincate
per macchine agricole ed hanno il proprio stabilimento nella
campagna polacca/rumena/ungherese, a sette ore di Apecar
abusivo dall'aeroporto della capitale di turno;
- donne polacche/rumene/ecc. alla pari, con annesse borse di plastica;
- backpacker nostalgici (quelli ci sono sempre, immancabili,
con il loro inseparabile zaino);
- da qualche tempo in qua: due pirla con trolley; il secondo
varia a seconda della destinazione. |
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| Sto facendo il lavoro più bello della mia vita. Ma ho bisogno di un letto, ora. |
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Il Danubius
Hotel Flamenco quattro stelle in aria di cinque
era l'hotel nel quale stavo quando lavoravo a Budapest nel
'98, o giù di lì. Da allora è rimasto
nella top five degli hotel stafichi nei quali ho avuto occasione
di alloggiare in giro per il mondo, per cui, quando ho dovuto
prenotare le notti a Budapest, non sono minimamente stato
sfiorato da alcun dubbio esistenziale e, da vero uomo di
mondo uso a decine di platinum fidelity card e frequent
flyer con trolley d'ordinanza, assumendo un tono adatto
al ruolo che mi compete, ho guardato il mio giovine collega
e ho sentenziato (da leggersi con voce leggermente trascinata
ed annoiata, quasi infastidita): ma non pevdeve tempo,
a Buda (noi uomini di mondo distinguiamo *sempre* se
andiamo a Buda o a Pest) si va al Flamenco (noi uomini
di mondo lo chiamiano semplicemente il Flamenco,
ed è un errore da pirla: se noi uomini di mondo avessimo
notato che dieci anni fa *non* si chiamava Danubius
Flamenco, forse...).
Quando il General Manager dell'azienda presso la quale lavoro
a Budapest, uomo sì di mondo, a differenza di un
titolare a caso qui un po' pirla, appena siamo atterrati
a Pest (noi uomini di mondo distinguiamo sempre ecc. ecc.),
mi ha guardato un po' strano e mi ha detto Flamenco?
Strano, non lo conosco, io avrei anche potuto e dovuto
capire qualcosa, invece ho replicato (tono ecc. ecc.): ma
è a Buda, che diàmine!
Ora, il vostro uomo di mondo e co-titolare pirla del presente
sito web potrebbe scrivere un libro intero sul Danubius
- perché ora si chiama *Danubius* - Flamenco Hotel
di Budapest, ma questa mattina a colazione, prima di abbandonarlo
definitivamente, sono stato travolto da quaranta pensionati
di Gorizia in gita pentole, tre dei quali si sono seduti
al *mio* tavolo (-Xe ocupato? -Sorry?
-No, dicevo, me scuse, xe ocupato? -Sorry?
-Ah, no capise l'italiano, be' Marta, sedemose qui ghe
il signor non se arabierà mica!), che disquisivano
di questi paesi comunisti e sapete com'è, ho gettato
la spugna e ho pensato che non ce la potevo fare.
Così quando la cameriera, in mezzo ad otto pullman
di gite pentole e quattro di cinesi in assetto panico, mi
ha avvicinato e mi ha chiesto sguzi, ke numero di kamera
ha?, io ho risposto, anche a lei, maledetto me snob
lo so, "Sorry?" e mi sono ritirato mestamente
ammainando la bandiera.
Non senza comunque dimenticare di osservare che: la tappezeria
è macchiata e non rimuovono gli insetti spiaccicati,
la moquette verde acido è leopardata in nerofumo
catramato, non c'è l'aria condizionata, in camera
ci sono cinquantatre gradi e crescono le mangrovie e il
ventilatore - che peraltro non serve a una fava - sembra
un ATR in frenata, la doccia mi arriva all'altezza delle
ascelle ed è strano, perché gli ungheresi
non sono bassi, e comunque la vasca arrugginita ed il cesso
scrostato mi fanno sempre un po' impressione, soprattutto
se mancano alcune piastrelle dal muro del bagno, ed è
brutto trovarsi sotto la doccia (in ginocchio) ed accorgersi
che non ci sono i saponini, né gli shampini, né
almeno una pietra pomice come usava l'uomo del Cretaceo,
per lavarsi, non solo perché Emanuela le colleziona,
ma soprattutto perché noi uomini di mondo non portiamo
*mai* alcun gener di sapone in viaggio, perché tanto
ce li danno gli hotel, e se invece gli hotel quattro stelle
in (ex-)aria di cinque non ce li danno a noi non fa proprio
piacere, ecco, e poi, signori miei del Danubius bla bla
bla, credetemi, quelle luci al neon nelle camere fanno davvero
schifo, e il comando della luce, almeno uno, vicino al letto
è spesso comodo a meno di non voler prendere tibiate
contro ogni genere di suppellettile in fòrmica presente
in camera nel tentativo di raggiungere al buio l'agognato
giaciglio dopo aver spento la luce, e poi capite perché
ci sono otto pullman in gita pentole e tremila cinesi in
ansia, ed invece gli unici con il trolley d'ordinanza e
il pc siamo noi due.
E il mio giovane socio che mi guarda e scoppia a ridere
ogni due minuti: ao', a Carlo, ma 'ndo m'hai portato?
Al Danubius Flamenco hotel quattro stelle, 'li mortacci.
Taci e ringrazia.
Che poi sei lì che aspetti l'ascensore insieme ad
una coppia di anziani tedeschi (gita pentole anche loro,
ma pentole tedesche, tutt'altra storia), l'ascensore arriva,
le porte si aprono e dentro ci sono ottantatre cinesi schiacciati
che guardano fuori ma non escono. Tu e i tedeschi li guardate,
loro guardano voi, e la capobanda cinese si ostina a schiacciare
il pulsante <T> arrabbiandosi perché
l'ascensore non si muove. Mi scusi, signora cinese, guardi
che ci siete già al <T>. No, lei schiaccia
e si incazza come solo una signora cinese capobanda di un
pullman di cinesi si può incazzare, e quasi lo prende
a martellate quel dannatissimo pulsante <T>.
Alla fine, com'è come non è, per una qualche
legge della fisica dei corpi solidi, gli ottantatre cinesi
con valige dentro l'ascensore max quattro persone 300 kg
esplodono e vengono catapultati fuori, suppongo per un processo
di osmosi o variazione della pressione interno/esterno ascensore.
Mentre loro si guardano intorno smarriti, io e gli anziani
coniugi tedeschi ci infiliamo a tradimento nell'ascensore
e fuggiamo al terzo piano. Appena chiuse le porte i due
simpatici nonni mi guardano e lui, in perfetto inglese British,
mi dice you never know what's going to happen. Gli
rispondo, above all with Chinese people. Ci guardiamo
e scoppiamo tutti e tre a ridere per il resto del viaggio,
fino al terzo piano.
Scappo dal Danubius bla bla bla, con questo trofeo, trovato
in camera al posto del classico "do not disturb".
Mai più senza, ricordarsi di tenerlo sempre in valigia
pronto all'occorrenza.
E a parte questo, che devo dirvi di Budapest oltre ai trenta
gradi umidi-si-muore-dal-caldo-per-fortuna-grandina-a-chicchi-grossi-come-ananas?
Credo di averlo già
scritto, ed anche se fosse lo ripeto: per quanto torni
a Budapest (naturalmente, Buda o Pest che sia: sapete, noi
uomini di mondo...) io non riesco ad innamorarmene.
Ho visto questa città con la neve a gennaio e il Danubio
ghiacciato, sotto la pioggia autunnale e con il caldo sole
continentale estivo. Adoro il Danubio, è uno dei miei
sogni percorrerlo tutto, e il Parlamento che si affaccia sulla
sponda di Pest è una delle cartoline più suggestive
del mondo. Però, io non riesco ad amare Budapest. Le
voglio bene, questo sì, ma non la amo.
Però, quando esci la sera e fai un paio di vasche nel
centro pedonale di Pest lungo Váci, poi salti su un
taxi per farti un giro alla cattedrale di Buda ed osservare
il centro monumentale della città, completamente illuminato,
che si riflette nelle acque del grande fiume, e infine ti
affacci dai bastioni Fischer proprio davanti alle cupole rosse
e alle mille guglie del Parlamento, be', allora non ce n'è:
sei nel cuore dell'impero austro-ungarico e la Storia pesa
tutta sulla tua testa.
Veniteci, se ancora non lo avete fatto (ma non andate al Danubius
Flamenco hotel quattro stelle, due vinte alla morra, a meno
che non abbiate bisogno proprio di quelle pentole).
Io posso solo affidarvi al mio telefonino e scattare al volo
dal taxi mentre vado, o torno, dal lavoro.
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Il Parlamento
si affaccia sul Danubio dalla sponda di Pest
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Buda, il palazzo
reale fotografato da Pest
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Buda, Matthiaskirche
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Lungo Danubio
a Pest, verso il Ponte delle Catene
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Buda, bastioni
Fischer
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Un piccolo (ahimè) Fokker 70 della Malev si alza in
silenzio nel cielo temporalesco di Budapest e, scivolando
morbidamente in questo tardo pomeriggio fra le correnti di
aria calda, si lascia alle spalle la Magyarország,
portandoci in serata a Praha, Repubblica Ceca.
Arrivando dal cielo è meravigliosa. La Moldava scintilla
sotto di noi e siamo già alla terza tappa del nostro
Slavic job. Peccato non avere il tempo di bloggare
questa corsa sfrenata ad oriente giorno per giorno. |
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Ma l'acqua naturale è Theodora kékkúti o Theodora kereki? No perché a me l'acqua gassata di notte fa schifo. |
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