Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Autogrilling (*)
FEB Coffee break
Perché la società Autogrill ha sostituito il panino alla mortadella, il cui successo era evidente dal fatto che alle undici del mattino era già inesorabilmente esaurito sull'intera rete autostradale, con il panino alla mortadella e provola, che fa schifo e che non vuole nessuno, anche perché la provola non c'entra nulla con la mortadella?

Perché dovrei comprare una mappa di Cuneo?

Perché negli autogrill vendono il libro di Avril Lavigne e, soprattutto, perché Avril Lavigne ha scritto un libro? Perché Ken Follet non riesce a scrivere libri con meno di dodicimila pagine? E come fa a sfornare libri di dodicimila pagine con quella frequenza? Dan Brown e Ken Follet chattano di notte su Skype e fanno a gara a chi è pił logorroico? Ma poi, qualcuno davvero compra i libri (quei libri) in autogrill?

E c'è qualcuno che ha mai comprato uno dei prosciutti appesi nel reparto gastronomia dell'autogrill? O le casse di vini regionali? O la raccolta di successi di Elvis? O la confezione di 5 penne Bic a sfera?

(*) Per la cronaca, io ci ho vissuto un anno e mezzo in un autogrill, in particolare presso quello dell'area di Firenze Nord, lato ovest, ai tempi in cui la società Autostrade era mio cliente e avevo lì l'ufficio. Sono insomma uno studioso del fenomeno sin dai tempi del debutto della Rustichella.
23.05 del 29 Febbraio 2008 | Commenti (0) 
 
25 E' la fine
FEB Segnalazioni, Coffee break
Lenny Kravitz a Sanremo che stringe la mano a Pippo Baudo.
23.35 del 25 Febbraio 2008 | Commenti (1) 
 
24 Io lo so che non sono solo
FEB Viaggi verticali, The summit quest
Terza cima di stagione, il Piz Lunghin in Engadina, una montagna che in anni passati avevo già salito un paio di volte. Tre cime su tre dopo anni di inattività: epperò! Soprattutto, salita in solitaria: ho macinato i quasi mille metri di dislivello allo stesso ritmo che tenevo pił di dieci anni fa. Il mesetto speso a correre e ad andare in piscina sta evidentemente iniziando a dare qualche risultato apprezzabile.

Tornare a fare una salita in solitaria dopo tutti questi anni è stato un passo importante. A metà degli anni '90 avevo fatto diverse salite da solo, anche a qualche 4000. Ero molto allenato e, soprattutto, grazie a tutto quel tempo passato in montagna fra ghiacciai, rocce e neve di tutti i tipi, avevo preso quella confidenza con l'ambiente d'alta quota che iniziava a permettermi di muovermi in totale autonomia con un accettabile margine di sicurezza. Era una questione di testa, molto prima che di gambe, e la testa c'era, anche se ovviamente una delle ragioni era proprio il sapere di poter contare totalmente sul mio stato di forma. La confidenza con l'ambiente è un elemento imprescindibile per evitare di cacciarsi nei guai e per non farsi male, innanzitutto.
E proprio la mancanza di confidenza, o meglio, la confidenza completamente perduta, è stata la prima causa del mio fallito tentativo di tornare in alta quota due anni fa sulla Weissmies. Lo scrissi anche allora: le gambe c'erano, o meglio, in qualche modo mi ci avrebbero anche portato in vetta, ma era la testa a non esserci pił. Smarrita negli anni di inattività.

Così ieri pomeriggio, quando ho capito che non avrei trovato un socio per la salita di oggi nemmeno a pagarlo, ho dovuto far due conti con me stesso. Se devo riprendere davvero, non ce n'è: devo ritrovare anche quella confidenza smarrita, e devo tornare a imparare a muovermi (anche) da solo.
Non che fossi convinto, eh? Anzi. Però, il vantaggio di essere da soli inizia a casa mentre fai lo zaino: nessuno ti obbliga, non ti senti costretto né trascinato. Puoi sempre decidere, in qualunque istante, che non te la senti e smettere di infilare roba dentro allo zaino, o girare la macchina a metà strada e tornare a casa, o fermarti all'inizio della salita a prendere il sole senza fare un metro di pił. Sei solo tu a decidere: se fai un passo in avanti è perché ti senti di fare un passo in avanti. Senza naturalmente dimenticare che per prima cosa viene la sicurezza - da soli non c'è spazio per gli errori, punto - poi viene il divertimento, e solo per ultima, nel caso, la cima.

Ho scelto il Piz Lunghin perché è una salita che conosco bene e so che è comunque sempre frequentata da qualcuno, è una classica dell'Engadina. E ho puntato la sveglia alle cinque e un quarto.
Questa mattina alle cinque e mezza ero ancora a letto che mi rigiravo: no, non ero proprio convinto e avevo un sonno bestia. Ma sapevo che sarebbe stata una giornata spettacolare e l'alternativa era di tornare a dormire, svegliarmi alle dieci e andare al massimo a far vasche in piscina. Non me la sarei perdonata. Così, ho tirato su lo zaino e i miei dubbi e sono partito. Tanto posso sempre girare la macchina a metà strada e tornarmene a dormire.

Al Maloja, alle nove del mattino, si schiattava già dal caldo e la giornata era da incorniciare. All'attacco della via di salita eravamo solo in quattro gatti però: uhm, non il massimo, speravo ci fosse pił gente. Peraltro ero anche l'ultimo arrivato. Ancora dovevo prepararmi che quelli erano già bell'e partiti e scomparsi in alto.

Una cosa è certa: se voglio salire fino in vetta - ammesso di farcela - devo riprenderli e superarli, perché non ho alcuna intenzione di scendere per ultimo totalmente da solo, senza nessuno dietro di me in grado, ci fosse mai bisogno, di aiutarmi. Sicurezza innanzitutto.
Così mi ficco l'iPod in testa e, per nulla convinto di andare molto in là, inizio la mia salita.

Il problema del Piz Lunghin è che la via discesa, negli ultimi duecento metri, non è la stessa di salita. La parte bassa della montagna è una sequenza di brutti salti rocciosi intervallati da canaloni pieni di neve, alcuni dei quali portano fin gił alla strada del Maloja, mentre altri finiscono invece nel vuoto. Dal basso la via di discesa è evidente, ma dall'alto, se non è ben tracciata, è tutt'altra storia. Per salire si percorrono i primi cento metri di dislivello su uno stretto sentierino che taglia una cengia rocciosa e dà accesso diretto alla parte alta dei canaloni. Il sentiero si sale spesso a piedi con gli sci in spalla, perché è un po' ripido e non c'è quasi spazio di manovra con gli sci. Con la neve di questi giorni - tanta, fonda e dopo le dieci del mattino irrimediabilmente fradicia - scendere a piedi di lì è comunque praticamente impossibile, a meno di non volersi fracassare una gamba sprofondando nei buchi coperti di neve fra le rocce.
Così, appena risalito il sentierino e infilati gli sci, mi guardo attorno: già... e poi da dove scendo? La neve trasformata di questi giorni ha cancellato completamente le tracce di discesa, confondendole fra migliaia di rughe e buchi nella neve. Un discreto casino.
Evito di pensarci per il momento, non serve a nulla: il sole splende a palla, ho Pat Metheny in cuffia, scorgo un centinaio di metri sopra di me il gruppetto che mi ha preceduto, e dunque mi avvio. Fin dove arrivo arrivo.

Be', arrivo fino in vetta, poco meno di tre ore dopo e dopo averli ripresi e sorpassato alcuni di loro. Tombola.
Toccherei il cielo con un dito, anche perché, in effetti, in vetta a una montagna la sensazione è sempre un po' quella. Ma il gruppetto che mi fa compagnia da lontano decide di fermarsi lassł e qualcuno di loro scende pure sul versante opposto della valle. Così non ho scelta: devo iniziare a scendere da solo e devo muovermi, perché ormai è l'una del pomeriggio, la neve è completamente trasformata e pesantissima, e con le gambe che mi ritrovo di questi tempi non sarà una passeggiata ridiscendere i mille metri di dislivello in queste condizioni.

Infatti una passeggiata non è, affatto: impiego quasi due ore a scendere, me ne faccio una buona parte addirittura a scaletta affondando fino alle ginocchia nelle neve fradicia e in un paio di occasioni mi infilo pure in dei buchi fra le rocce che mi inghiottiscono letteralmente fino alla vita, per uscire dai quali divento matto. Un massacro, complicato dalla difficoltà di dover riuscire a ritrovare la via di discesa in mezzo a tutti quei canaloni pieni di neve fonda e fradicia. Togliersi gli sci è assolutamente impensabile, manovrare con gli sci è un disastro. Ho tutti i nervi all'erta perché non posso permettermi né di cadere né, meno che meno, di farmi male, e con questa neve fonda e pesantissima, piena di buchi e rocce nascoste, è un bell'affare mica no.
Quando arrivo finalmente a metter piede sull'asfalto della strada del Maloja quasi lo bacio. Sono letteralmente sfinito. Disidratato, cotto, esausto. Però felice: ho portato a casa la mia cima in solitaria e, francamente, non ci avrei scommesso una lira questa mattina. Soprattutto, sono ritornato gił intero.

Credo che al prossimo giro, se il tempo va avanti così, non sceglierò un versante sud.

P.S. Naturalmente, mentre mi stavo cambiando al parcheggio della macchina, ho visto su in alto alcuni dei tipi che avevo raggiunto in vetta scendere a serpentine elegantissime e strettissime in mezzo ai canaloni di neve fradicia dove io ero appena affondato come il Titanic e stavo quasi per chiamare l'elisoccorso svizzero.
Il che mi suggerisce che la strada per rimettere le mie gambe in sesto è ancora parecchio lunga...

P.P.S. Comunque il vero dato di fatto è che stamattina, prima di partire, pesavo 82,3 Kg. Secondo il mio computer da polso stellare oggi ho bruciato 2.817 KCal. Stasera a casa pesavo 82,4 Kg.
Per dire.

Salendo al Piz Lunghin
Il ripido pendio sotto alla vetta del Piz Lunghin
40 metri sotto alla vetta si abbandonano gli sci
Dalla vetta del Piz Lunghin, verso le cime dei Grigioni
23.48 del 24 Febbraio 2008 | Commenti (1) 
 
24 Appunto
FEB The summit quest, Running
Lo dicevo io. Il mio fido aggiustaossa ha confermato: è colpa della scarpette nuove se mi fanno male le ginocchia da una settimana e non riesco pił a correre. Per opporsi al pronamento, forzano un movimento per me del tutto innaturale.
Prognosi: tornare a correre con le vecchie scarpette e usare quelle nuove solo per camminare, almeno per un po' di tempo. Se non dovesse funzionare, buttare le scarpette nuove nel caminetto.

Nel frattempo, per consolarmi e rimediare alla settimana di corsa andata perduta, ci ho dato dentro con il nuoto. Non si molla qui, no no. Per ora.
21.58 del 24 Febbraio 2008 | Commenti (3) 
 
22 Non nel mio iPod
FEB Segnalazioni, Viaggi fra le note, Coffee break
Ho appena scoperto che non sono l'unico a trovare Giovanni Allevi piuttosto insopportabile (lui e la sua musica).
00.31 del 22 Febbraio 2008 | Commenti (3) 
 
21 Meanwhile
FEB The summit quest, Running
Stasera ho dovuto saltare per la prima volta la mia sessione sul circuito di Alba: ancora troppo male alle ginocchia, da lunedì. Inizio a pensare seriamente che la colpa sia dovuta alle scarpette.
E così rischio di bucare l'intera settimana.

Peraltro, come prevedibile, ho annullato gli effetti dell'ultimo mese in una sola mezz'ora al ristorante dell'hotel.
Sono depresso.
23.52 del 21 Febbraio 2008 | Commenti (0) 
 
21 Solo per addetti
FEB Mumble mumble
Il mio amico Luso mi ha appena fatto notare che il nostro (nel senso, il suo, il mio e di una manciata di altri personaggi come noi che fra un paio di righe si riconosceranno immediatamente) è un universo inesorabilmente suddiviso in as-is e to-be, dal quale non c'è alcun modo per noi di evadere, indipendentemente dal tipo di lavoro, di business e di cliente con il quale abbiamo ed avremo a che fare per tutto il corso della nostra vita professionale.

E dunque mi appresto a passare le prossime notti guardando il soffitto, nel vano tentativo di rispondere al dubbio se, effettivamente, sia davvero possibile o meno uscire da questo schema e sviluppare una qualunque delle nostre presentazioni sulla base di regole esistenziali e filosofiche completamente differenti.

So di aver rovinato il pomeriggio a buona parte di voi.
16.06 del 21 Febbraio 2008 | Commenti (3) 
 
20 Takes from the sub (was short cuts from the tube)
FEB Diario
Così, dopo sedici mesi trascorsi all'estero, da un paio di giorni ho iniziato una nuova avventura a due passi da Corso Como, Milano (per i non milanesi: Corso Como è ancora - credo, nemmeno io sono molto aggiornato in materia - uno degli ultimi luoghi dove Milano si beve) e, come dire, mi sento un po' puzzled, anche perché io sto a Corso Como, Milano, come un operaio della Magneti Marelli sta alle sfilate di Valentino.

Fra una cosa e l'altra era un bel po' che non facevo il pendolare sulla mia città di riferimento e adozione e, dovessi dire, non ne sentivo affatto la mancanza, anzi. L'ultima volta, poi, che ho preso un mezzo pubblico milanese risale ancora al tempo delle carrozze con i cavalli: mi sembra fosse un periodo di targhe alterne nel 2003, o gił di lì.
Capite perciò come oggi io mi aggiri nella metropolitana milanese con la stessa disinvoltura di un immigrato clandestino cinese appena sbarcato in città.

E' così che ho scoperto che.

Uno: apparentemente oggi la metropolitana di Milano arriva in tutto il mondo, isole comprese. A dir la verità, la metropolitana non è cambiata affatto, ma la società MM (Metropolitane Milanesi) deve aver speso un bel mucchio di soldi in un qualche studio di immagine affidato, chessò, a McKinsey o gił di lì, perché adesso se tu scendi in metropolitana e guardi la mappa delle linee ti sembra all'improvviso di essere come minimo a Londra. In realtà le linee sempre tre sono, e sempre con le medesime fermate (be', no, hanno allungato la verde di una fermata), ma il vero colpo di genio è stato trasformare le linee ferroviarie in "Linee di superficie", contrassegnate con la lettera S, per cui in corrispondenza delle stazioni Centrale, Garibaldi, Lambrate, ecc, sono magicamente spuntate una miriade di interconnessioni con queste inesistenti linee di superficie che, ovviamente, sempre Ferrovie dello Stato o Ferrovie Nord sono. Insomma, tu prendi la metro a Sesto Marelli, scendi alla Stazione Centrale e con qualche semplice cambio ti connetti con la Transiberiana per arrivare fino a Pechino. Corsa interurbana naturalmente.

Due: avevo in tasca qualche biglietto ATM che mi avanzava, dal 2003 suppongo. Non solo ovviamente quei biglietti non valgono pił, ma ho scoperto che a Milano è scomparso il vecchio biglietto da timbrare. Siamo come le grandi capitali del mondo adesso, c'è il ticket magnetico, nel senso che sempre di un pezzettino di carta si tratta, ma lo infili in una fessura a monte del tornello di ingresso e ti viene sparato a valle del tornello stesso, dove lo recuperi. Insomma, non è cambiato nulla, ma sono cambiati i tornelli, che sono stati adeguati a quelli delle capitali pił fighe con una spesa, immagino, da paura. Siccome a priori do sempre per scontata la buona fede delle iniziative del mio Comune, suppongo che questa rivoluzione comporti vantaggi che a me sfuggono totalmente, ma che certamente ai veri pendolari sono del tutto evidenti.
Per la verità, per i peones come me, ad ogni stazione hanno lasciato un tornello "old style" attraverso il quale passare timbrando eventuali vecchi biglietti (non del 2003, comunque), ma c'è da vergognarsi a transitare di lì, perché tutti ti guardano stupiti tipo maddai, ancora coi vecchi biglietti stai?

Tre: in metropolitana distribuiscono i giornalini gratuiti e questo già lo sapevo, solo che adesso non si tratta pił di una sola testata (e già fa ridere a chiamarla così), ma di un'edicola intera di pseudoquotidiani e persino riviste di parole crociate ed enigmistica. Interessante. Quasi quasi domani ne tiro su una copia.

Quattro: in metropolitana a Milano ti sembra di essere a Londra anche perché c'è un solo italiano per vagone. I milanesi viaggiano (meglio, sono intasati) tutti in superficie con le loro auto.

Infine, non c'entra nulla, ma mi viene così: vorrei spezzare una lancia a favore di Jovanotti, in arte Lorenzo Cherubini.
Ora, io ve lo devo dire: Lorenzo a me è simpatico. In fondo siamo quasi coetanei, lui è solo un filo pił giovane di me, ma ogni volta che lo sento a me, come si direbbe dalle mie parti, o pą ūn figgiêu. E' che ci crede davvero, per questo mi è simpatico.
Cioè, lui si è fatto crescere la barba con vent'anni di ritardo sui tempi, si è messo il cappello da sandinista e ha iniziato a viaggiare con lo zaino quando ormai la mia (nostra) generazione lo zaino lo ha messo in cantina da un pezzo, dopo averlo consumato per bene, e si è comprata un bel trolley comodo, se capite la metafora.
Cioè, lui adesso risale "da solo" i fiumi dell'Amazzonia con la piroga e torna ispirato per registrare un album intitolato Safari. Cioè lui, adesso che viaggia, ha allargato molto i suoi orizzonti e capisce molte cose del mondo, è molto peace and love and fate l'amore non fate la guerra, è molto dalla parte delle cause giuste, e viaggia, viaggia molto da solo, dall'Himalaya all'Africa, dalle Alpi alle Piramidi, e non puoi capire quante cose ha visto, lui. Come Licia Colò, insomma.
Cioè, lui c'ha il messaggio adesso (per la verità è qualche anno ormai che ce lo propina).

Resta il fatto che sempre stonato è, e ancora non ha imparato a cantare.
Epperò che devo dirvi, a me Fango piace, e lui mi è simpatico. Anche se, comunque, me pą ūn figgiêu.

Ma forse è solo invidia e sono io che sono vecchio.
13.32 del 20 Febbraio 2008 | Commenti (18) 
 
18 Live from Pristina
FEB Segnalazioni, Prima pagina
A proposito di Kosovo, tema sul quale magari, prima o poi e con un po' di tempo a disposizione, questo blog tornerà, c'è qualcuno che sta raccontando in diretta quello che accade.

[via Wittgenstein]
09.22 del 18 Febbraio 2008 | Commenti (1) 
 
16 Prono, prono eccome
FEB The summit quest, Running
Puntata numero tre. Riassunto delle puntate precedenti: dopo essere stato vittima ad inizio anno dell'ennesimo disastroso colpo della strega, il titolare qui ha improvvisamente dato di testa ed è in preda ad un incontenibile rush adolescenziale. Da circa un mese (epperò, è già un mese?) si sbatte fra vasche in piscina e chilometri per le strade cittadine, nel vano tentativo di inseguire un obiettivo misterioso, non ancora dichiarato. Di conseguenza, questo blog ha (temporaneamente?) preso una insostenibile piega competitiva ed è stato aperto un nuovo thread. Resta inteso che, qualora il suddetto titolare dovesse vergognosamente alzare bandiera bianca e arrendersi inesorabilmente alla pancetta ed al colesterolo (ipotesi peraltro affatto remota), non saprete mai quale sarebbe stato l'obiettivo.

Ebbene: c'eravamo lasciati con questo. Ora, lipperlì pensavo di fare il bravo scolaro e seguire pedissequamente le istruzioni, giusto per non passare proprio proprio per il classico invasato quarantenne dell'ultima ora, ma poi, pensandoci bene, perché? In fondo - a questo punto - non è vero che parto da zero. Ho perfino il mio bel foglio Excel dove annoto scrupolosamente le mie performance e tengo traccia del calendario delle varie uscite (ad oggi una decina di misere righe). E dunque.
Ho deciso che potevo affrontare direttamente il livello quattro, la Fascia Rossa! Non solo: poiché ormai mi sono fissato con le sedute di un'ora, fatti due conti, per riempire sessanta minuti ho personalizzato il livello 4 portandolo a sette serie da 6' l'una, intervallate da pause di 3'. Una sfida epocale, insomma, altro che Pechino 2008.
E così, dopo la mia ormai usuale ora del lunedì trascorsa a far vasche in piscina (che ormai riesco a fare quasi non-stop senza fatica), martedì sera mi sono presentato puntuale con tutina e berretto di lana sul mio ormai noto circuito di Alba (CN), pronto per il livello 4 modificato.
Ho iniziato facendo il compitino corretto, camminando come da istruzioni per 5' (sarà che serve a riscaldarsi, ma la verità è che faceva un freddo porco ed io gelavo) e poi mi sono sparato la mia oretta di corsa divisa in sette serie da 6' regolarmente intervallate dalle pause di 3'. In cuffia, a titolo di cronaca, una compilation di Moby, che alla fin fine sembra essere l'ideale per dare il ritmo e per distrarmi da quella sensazione di inadeguatezza e stupidità che non riesco a scrollarmi di dosso, soprattutto quando mi sento addosso gli occhi dei passanti (ma che c'avete da guardare? Sciò, aria, pensate alle sigarette vostre, tsè).
Be', cari miei: mi sono (quasi) bevuto anche il livello 4 modificato. Ero così esaltato che ho salito di corsa anche le due rampe di scale che portano alla mia camera d'albergo, sotto lo sguardo sconcertato della receptionist, che ormai, abituata a vedermi uscire una sera sì ed una no nella mia fantozziana uniforme atletica balzellando come faceva Mohammed Alì quando entrava sul ring, si è rassegnata alla mia infermità mentale. Insomma: ho completato il mio livello 4 modificato e di San Sebastiano nemmeno l'ombra. Mi sono illuso al punto che, in piena crisi mistica, un'ora dopo al ristorante ho bevuto solo mezzo bicchiere di Malvirà e mi sono fatto portare mezza minerale naturale. Capite bene lo stato.

Però, però. Avevo sempre quel tarlo delle scarpette che mi aveva messo in testa Gianni nel commento a questo post. Così, giovedì mattina, dopo la visita finale dalla mia fisioterapista (- mi raccomando Paschetto, non esageri però adesso! - Nooo dottoressa, ma si figuri....), prima di mettermi in autostrada in direzione di Alba, sono passato dal leggendario Runner Store di Milano. Che è esattamente come lo ha descritto Gianni.
Ero in tenuta d'ordinanza da pinguino e mi vergognavo come un ladro. I due tipi del Runner Store, molto atletici, molto dinamici, molto in tuta, molto yeah, mi hanno squadrato per un istante.

- Si tolga le scarpe e le calze, e si arrotoli i pantaloni al polpaccio.
- Ecco, sì, scusate se sono venuto in giacca e cravatta, ma il fatto è che...
- Non si preoccupi, siete tutti così. Ne vediamo molti. Salga sul tapis roulant.
- Si, ecco, magari mi tolgo anche la giacca che...
- Lei lo sa che ha i piedi piatti?
- Err, sì, ecco io...
- Lei lo sa che prona? Vede come prona? Lei prona, prona, guardi qua!

Ora, io sono un povero ragazzo del '65. Ho fatto sport agonistico per una decina di anni e ai miei tempi compravi un paio di "scarp de tennis" e usavi quelle per tutto. Io ci giocavo a basket, le usavo per correre i cento metri e ci andavo pure a scuola. Adesso arrivano 'sti due tizi molto atletici, molto dinamici, molto in tuta, molto yeah, mi piazzano in giacca, cravatta, piedi nudi e pantaloni arrotolati al polpaccio su un tapis roulant circondato da monitor e sensori, e mi dicono che ho i piedi piatti e che prono come m'avessero trovato l'epatite. Capite che poi, uno, se non proprio un senso di inadeguatezza, una certa propensione al suicidio la sviluppa.
Comunque, io prono. Che mi hanno anche spiegato cosa vuol dire: sono stati lì dieci minuti a mimarmi il movimento dei miei piedi e a farmi una lezione dettagliatissima per spiegarmi che con le mie scarpette dozzinali, di lì a poco, sarei rimasto steso da tendiniti e infiammazioni che nemmeno Ronaldo. Però io non ci ho capito nulla. Sono rimasto attonito a pensare che pronavo e che forse, all'improvviso, alla tenera età di quarantatre anni, mi sentivo un po' complessato.
Ma il peggio doveva ancora venire.

- Lei quanto fa?
- In che senso, scusi?
- Quanto fa? Quanto corre?
- Ehm, be', sa, a dire il vero io ho appena iniziato, cioè, è un mesetto - ehm - tre settimane che cerco di correre regolarmente e pił che altro lo faccio per mantenimento, perché sa, io vado in montagna alla domenica e...
- Quanto fa?
- Ecco io... diec... ott... sette chilometri [bugiardo!] in un'oretta, due o tre volte alla settimana...
- ...
- Ma vorrei arrivare a dieci, perché...
- ...
- Cioè, lo so che è poco, ma il fatto è che io vado in montagna e...
- ...
- Capisce?
- Capisco.

Lapidario. Gelido. Silenzio. Mi guardo attorno facendo finta di nulla. Mi chiede che numero porto. 44. Quello parte e torna con un paio di scarpette stellari, fosforescenti, corredate di un libretto di istruzioni alto come quello del mio pc. Taglia 46. Io non oso fiatare. Infilo. Mi spiega che quelle scarpe sono il massimo concentrato di tecnologia per quelli che pronano come me, perché è ormai evidente che io prono un casino, e quando si prona un casino non ce n'è, è tutta una faccenda di scarpe ipertecnologiche, che con quelle normali mica ci puoi correre, e saresti un pazzo a farlo.
Io penso alle mie scarpette da 29 euro comprate da Decathlon con le quali ho corso benissimo fino ad oggi e mi sono bevuto il mio livello 4 modificato, ma ormai è evidente che sono completamente plagiato dal tipo molto altletico, molto dinamico, ecc.
Faccio due passi per il negozio con l'Enterprise ai piedi chiedendomi se hanno anche l'ABS e l'ESP - in effetti, devo riconoscerlo, sono comodissime - quando quello mi dice: - Su, esca e corra.

- Come, esca e corra? Dove, scusi?
- Avanti, esca, le provi! Si faccia una corsa qua fuori.
- Ma... proprio qui fuori in mezzo alla strada?
- Sì, avanti, che devo vedere come corre! Vada fino al tombino e torni indietro!
- Deve vedere... come corro?

Così esco. Sono in camicia, cravatta, pantaloni del vestito bello arrotolati al polpaccio, scarpette fosforescenti stellari. Mi guardo rapidamente in giro, c'è un milione di passanti. Ma quello mi guarda. Io allora corro, fino al tombino e ritorno. E, credetemi, mi sento davvero pirla.

Ve la faccio breve. Le scarpette stellari vanno bene, ma lui dice che si vede che prono ancora. Così me ne porta un altro paio, io infilo di nuovo, e di nuovo vado fuori a correre. Quello dice che adesso non prono quasi pił, ma non sono ancora perfetto. Nuove scarpe, nuova corsa, ma questa volta non si fermi al tombino, vada, vada fino in fondo alla strada, si faccia una bella corsa. Io vado, vado fino in fondo alla strada, tutti mi guardano, è evidente, io faccio finta di nulla, torno e sono un po' sudato, affaticato e mi sento pirla. Lui dice che ora sono perfetto, io dico Va bene, allora prendo queste. Mi dice Benissimo, vedrà che si troverà da dio adesso, e non costano nemmeno molto. Io tiro fuori la carta di credito, però è vero, non costano uno sproposito, ma non sono nemmeno regalate, ecco.
Salgo in macchina elettrizzato (e mi sento ancora un po' pirla), parto per Alba e non vedo l'ora di provare le nuove scarpette galattiche la sera stessa sul mio circuito, pronto a bermi nuovamente il mio livello 4 modificato, anzi, a volare questa volta, visto che finalmente non prono pił, e chissà come ho fatto tutti questi anni ad andare avanti pronando in questa maniera.

Alle 19 sono pronto al via. La receptionist mi vede passare, scuote la testa e riprende a leggere la sua copia di Chi. Inizio con i famosi cinque minuti di camminata, fa sempre lo stesso freddo siberiano di due giorni prima e mi riscaldo 'na cippa, ma non prono, è evidente che non prono, sono troppo elettrizzato. Accendo Moby. E poi parto.

Un'ora dopo - perché comunque boia chi molla: in fondo alle mie sette serie da 6' ci sono arrivato - San Sebastiano in persona mi chiede se deve chiamare l'eliambulanza o se preferisco farmi tumulare nei pressi della rotonda di Corso Torino. Opto per la seconda ipotesi. L'allarme del cardiofrequenzimetro sta suonando allegramente da almeno venti minuti: credevo che fosse un nuovo arrangiamento di Moby. Mi trascino in camera sui gomiti, provando persino a fare la rampa di scale di corsa, ma solo per caso non inciampo e non picchio i denti contro il secondo gradino. La receptionist si gira dalla parte opposta con una smorfia di disgusto. Mi arrendo un'ora sotto la doccia bollente. Poi scendo al ristorante e ordino la mia mezza bottiglia di Malvirà. Praticamente non cammino pił.
Ma non prono pił, ah no.

Comunque aspetto un po' a passare al livello 5, va'.
01.15 del 16 Febbraio 2008 | Commenti (10) 
 
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