Orizzontintorno Carlo Paschetto
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10 Centodieci/5 - The running tour
DIC Centodieci
La partecipazione alle mezze maratone di Riva del Garda e di Sanremo mi ha dato anche l'occasione per aggiungere qualche tassello all'album "centodieci", che pian piano va popolandosi. Finché si tratta di capoluoghi del nord, peraltro, è facile: il bello arriverà quando per andare avanti con la collezione inizieranno a mancarmi solo città del centro-sud.

A Brescia mi son fermato tornando da Riva. A dir la verità non ne avevo alcuna voglia, anche perché la giornata era particolarmente uggiosa e tutto sommato Brescia si trova lungo una tratta della A4 che percorro piuttosto spesso, ma tant'è era una buona occasione da non sprecare, considerato soprattutto che per una volta non avevo alcuna fretta. Così, detto fatto: ho inforcato Brescia est e piazzato un'altra facile bandierina sulla mappa dei capoluoghi italiani.

Una piazza del duomo, qui, c'è, ed anzi, di duomi ce ne sono ben due: quello vecchio, noto ai più come La Rotonda, un edificio romanico dell'XI secolo all'interno del quale pare siano custoditi bellissimi tesori dell'arte medievale, e quello nuovo al suo fianco, in stile manieristico e barocco, costruito tra il XVII secolo e gli inizi del XIX, anch'esso ricco di opere artistiche come la rinascimentale Arca dei SS. Apollonio e Filastrio. Sembra che la cupola sia la terza più grande d'Italia dopo quelle di San Pietro a Roma e di Santa Maria del Fiore a Firenze (inevitabile citazione da Wikipedia).
Inutile dire che io ho trovato chiusi entrambi i duomi, come da regola di questo progetto. E la domanda si ripropone inevitabilmente spontanea: perché?

Duomo vecchio e Duomo nuovo, Brescia
Torre del Pegol (o del Broletto) e Duomo nuovo di Brescia
Il Duomo vecchio (La Rotonda), dell'XI secolo

A Piazza della Loggia no, non ci sono stato, per quanto in effetti fossi tutto sommato nei pressi. Pioveva, avevo l'auto in super rimozione forzata, non ne avevo voglia, volevo andarmene a casa e insomma, non so nemmeno cosa avrei potuto aspettarmi di vedere in Piazza della Loggia. Per quanto.

La riviera ligure, quella di ponente in particolare, non ha praticamente segreti per me. Sono di Genova, di famiglia genovese, di settimane estive in riviera da bambino credo di averne fatte a dozzine, per non parlare della naja, interamente trascorsa proprio da queste parti. Conosco ogni paese da Genova e Ventimiglia (e quasi ogni paese da Genova a La Spezia): a Pegli e ad Arenzano andavo a fine anni '60 ed inizio anni '70 con i nonni, a Varazze con i miei, a Finale ho arrampicato negli anni '80, a Spotorno sono andato per la prima volta in campeggio da solo a diciassette anni, a Diano ho fatto il militare fra il '91 e il '92. Non c'è angolo di questo tratto di costa - e pure dell'entroterra, delle Alpi e dell'Appennino ligure - nel quale non abbia messo piede almeno una volta. Ancora, ad esempio in provincia di Imperia: nel Marguareis, al Colle di Nava, a Monesi, Triora, Bussana, Cervo; oppure più verso Savona, con Alassio, Albenga, Pietra Ligure, Borgio Verezzi.
Non c'è luogo da queste parti che non abbia per me un qualche significato, o al quale non associ un qualche ricordo.

Eppure proprio a Savona, per quanto faccia mente locale, direi che non ero mai stato prima. E' sempre stata solo l'enneesima uscita autostradale fra le tante mai inforcate nei miei percorsi abituali.
Così, in occasione della trasferta a Sanremo, non potevo certo lasciarmela sfuggire, anche perché negli ultimi anni non è che in realtà mi sia capitato così di frequente di tornare da queste parti.

A Savona sia Google map che il Tom tom tendono a perdere la bussola. Tipo che mi trovo in via Paleocapa, nel pieno centro di Savona, ed entrambi insistono nel provare a convincermi che sono esattamente davanti al duomo, praticamente che sto sbattendo il naso contro la facciata. Sono assolutamente d'accordo fra loro sul punto esatto, praticamente al metro.
Solo che, dove dicono loro, il duomo non c'è. Anzi, per la verità non c'è proprio l'ombra di una chiesa che sia una, nemmeno di una piazza. C'è solo questo corso largo e dritto che taglia in due il centro, con i suoi portici, le illuminazioni natalizie, i babbi natale, le vetrine fiche, le strisce blu per parcheggiare e il profilo di un'esaagerata nave da crociera che svetta in fondo alla via al di sopra dei tetti dei palazzi, ancorata in porto proprio davanti alle vie del centro storico. Molto suggestiva invero, ma non assomiglia affatto ad un duomo.
Eppure prima di partire, contravvenendo alle regole del gioco (diciamolo, passato l'integralismo iniziale mi sono un po' lasciato andare...) mi ero ben informato su Wikipedia. Il duomo di Savona - che, indovinate un po', tanto per cambiare si chiama Cattedrale di Maria Assunta (ma quante ce ne sono in Italia?) - esiste, è in via Paleocapa e si affaccia proprio su Piazza del Duomo, che qui esiste. Così uno pensa toh, finalmente una piazza del duomo come dio comanda, con un duomo vero lì in mezzo.

Invece no. In via Paleocapa non c'è. Rimango lì un po' perplesso, con il mio fedelissimo HTC che insiste a dirmi che ce l'ho davanti al naso. Chiedere ai passanti, diciamolo, mi scoccia. Twitto il mio disappunto e cerco di guardare al di sopra dei tetti circostanti se per caso sbuca una cupola da qualche parte, ma le vie sono troppo strette e non vedo nulla.
Così mi metto a passeggiare a casaccio per le vie del centro e ad osservare i truzzi savonesi - molto truzzi, i truzzi savonesi - che invadono le piazze del sabato pomeriggio. Finché, ad un incrocio, non mi cade per caso l'occhio su un classico cartello marrone che indica per di là, Duomo di Savona. A-ha! Tombola.

Il Duomo di Savona, alias appunto Cattedrale di Maria Assunta, eretto in stile neo-barocco fra il XVI ed il XIX secolo in effetti si trova in Piazza del Duomo. Che, per la cronaca, è una piazzetta di cinque metri per venti, ad occhio: più che una piazza, una strettoia che dà sui vicoli del centro storico. Ma soprattutto, quel che conta, Piazza del Duomo NON è affatto lungo via Paleocapa, ma qualche centinaio di metri più a sud, all'incrocio fra via Verzellino e via Aonzo.
Il duomo se ne sta pacificamente piantato lì in mezzo da secoli, suppongo, alla faccia della tecnologia palmare del terzo millennio e dell'omniscenza umana riversata su Internet.
Non solo: è miracolosamente aperto.

Cattedrale di Maria Assunta, il duomo di Savona
Chiesa di Sant'Andrea apostolo, Savona
Savona

A fianco del duomo, affacciata sul chiostro interno, la Cappella Sistina (sic!), anch'essa incredibilmente aperta ma con divieto assoluto di fotografare, chissà poi perché. Poco male comunque, perché la cappella non è un granché ed anzi, è un po' troppo rococò, pacchiana e naïf, pure piccola. Dimenticatevi insomma quella del Vaticano, sebbene sempre Wikipedia mi riveli che il nome non sia affatto casuale, poiché la Cappella Sistina di Savona venne anch'essa fatta erigere da papa Sisto IV, come mausoleo per i propri genitori. Pensa un po' che botta di cultura che vien da farsi in questo tour dei capoluoghi italiani.

Ad Imperia sono in qualche modo particolarmente legato. Ho fatto la naja a Diano, a pochi chilometri da qui - ci si va quasi a piedi da Diano ad Imperia, volendo. Era la classica uscita serale settimanale: non che ad Imperia ci sia chissaché di più che a Diano, ma tant'è.
Così sono stato qui a lungo in passato, è una città che in teoria dovrei conoscere bene. Nel rientrare da Sanremo mi ci fermo dunque solo per scattare la classica foto al duomo, tanto più che diluvia e che tornare sui luoghi della naja, dopo quasi vent'anni, esercita sul mio umore una strana influenza triste e malinconica. La naja è qualcosa che ho seppellito così in fondo a me stesso che il solo parlarne mi è difficile.

Invece mi fermo a Borgo Foce a far qualche foto sotto alla pioggia. Non ho fretta, e poi c'è la questione del mare d'inverno.
Cammino un po' da solo sulla scogliera, non c'è un'anima e mi sto anche un po' infradiciando. La gara di Sanremo, ieri, è andata bene. In effetti non ho alcuna foto di Imperia. Ed anzi, all'improvviso è come se mi trovassi in un luogo del tutto sconosciuto. Non credo di essere mai stato qui a Borgo Foce. Dov'è finita la mia Imperia, quella che ricordo io?
Lo scopro solo al momento di ripartire. Imperia è divisa in due: la vecchia e caratteristica Imperia Porto Maurizio, dove si trovano Borgo Foce e il duomo - la neoclassica basilica di San Maurizio, che fra l'altro è la chiesa più grande di tutta la Liguria; ed Imperia Oneglia, più nuova e "cittadina", quella che frequentavo io e che si trova, appunto, sul lato orientale, verso Diano.
E' possibile arrivare in macchina e parcheggiare proprio davanti alla gradinata della basilica di San Maurizio, il che è in fondo un peccato ed anche poco fotogenico.

La basilica è aperta, anche questa, come già a Savona. I liguri ne capiscono, evidentemente. Dentro c'è un silenzio assoluto. Lo spazio interno è davvero grande e luminoso. Non c'è nessuno, sono del tutto solo, anche qui. All'improvviso Imperia mi appare tutta per me. Sarà il diluvio, sarà il mare d'inverno, sarà che è la domenica del ponte dell'Immacolata.
Scatto qualche foto, cammino piano per non fare rumore.

E riparto. Non prima di essermi fermato a comprare un po' di focaccia e di farinata. Quel tanto che basta per osservare che la focaccia e la farinata di Imperia non hanno alcuna parentela, nemmeno per discendenza, con quelle di Genova. Era meglio pranzare in qualche trattoria deserta sul mare a Borgo Foce, con la mareggiata che sbatte sugli scogli.

Imperia Porto Maurizio, borgo Foce
Basilica di San Maurizio, il duomo di Imperia
16.15 del 10 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
10 Non male
DIC Prima pagina, Politica
"Felice Belisario ricorda che «anche gli alberi di Natale hanno le palle ma non pretendono di fare il presidente del Consiglio»."
15.43 del 10 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
09 Appuntamento a Gallarate
DIC Iniziative ed eventi
Il 15 dicembre alle 21.00 sarò ospite presso la sede del CAI di Gallarate (VA), via Cesare Battisti 1, per un altro appuntamento con la presentazione di Notizie dall'Asia Centrale e la consueta conferenza con proiezione su Asia Overland 2002.

Se passate da quelle parti ci si vede là.
19.36 del 09 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
09 Orizzontale o verticale che sia il passo
DIC Mumble mumble, Running
Pensavo, sabato sera prima di correre la mezza maratona di Sanremo, che in effetti il mio approccio ad ogni gara è molto simile, per non dire identico, al modo in cui da sempre mi avvicino alle salite alpinistiche.
Da qualche parte ho già scritto del parallelismo fra la maratona e l'alpinismo d'alta quota, del fattore psicologico, del metodo. Macinare chilometri è esattamente come salire in vetta: parti senza pensare davvero al traguardo finale, suddividi mentalmente il percorso in frazioni e ti concentri su obiettivi ridotti e più vicini. E' un po' come lavorare ad ingannare te stesso per non cedere alla demotivazione: se all'inizio ti fermi a pensarci, tutto sommato puoi anche renderti conto che non esiste correre per due, tre, quattro ore. Né salire per centinaia, magari migliaia di metri al freddo, in mezzo a pericoli oggettivi, solo per arrivare in cima e tornare immediatamente giù a valle, correndo contro la stanchezza, prima che la temperatura si alzi troppo, o che arrivi il cattivo tempo, o che venga buio.
Tutto questo è privo di senso. E' esattamente la conquista dell'inutile di Herzog, del tutto traslabile dalla dimensione alpinistica a quella della corsa di resistenza.
Ma non è qui che voglio andare a parare.

In effetti mi rendo conto che, al di là di ciò, io vivo emotivamente le due situazioni nello stesso identico modo, gara podistica o salita alpinistica.

Mi preparo per giorni, magari per settimane. Poi arriva la vigilia, sale la tensione, e il salire è inversamente proporzionale alla motivazione, che all'improvviso viene meno, cede brutalmente, come si schiantasse su se stessa. E' come se inconsciamente l'istinto di conservazione si risvegliasse di colpo e mi mettesse di fronte alla logica del fatto che no, forse non ne ho così voglia di correre per tutti quei chilometri, o di salire per ore fra ghiaccio, neve e sassi, anzi, non ne vedo proprio il fine, rinuncio, me ne sto a letto e non ci penso più, ma chi diavolo me lo fa fare.
Ansia, tensione in circolo, senso di malessere quasi. Voglia di mollare e allo stesso tempo di essere già oltre.

E così mi addormento ogni volta alla vigilia. Che si tratti di una gara o, ad esempio, di un quattromila.

Poi suona la sveglia. Perché un altro fattor comune è curiosamente quello della sveglia alla domenica mattina.
E mi vesto, comunque. Mi preparo. Tanto ormai sono in ballo. Mi vesto e poi si vedrà.
E' la testa che, senza che nemmeno me ne renda conto, ha già iniziato a dividere il percorso in obiettivi più facili, prossimi e razionali: intanto mi vesto, poi si vedrà.

Intanto salgo in macchina, poi si vedrà.
Intanto metto i ramponi. Intanto allaccio le scarpette. Poi si vedrà.
Intanto parto e muovo i primi passi sulla neve. Intanto mi preparo al nastro di partenza. Poi si vedrà.
Intanto salgo per cento, magari duecento metri. Intanto corro tre o quattro chilometri.
Poi si vedrà.

Poi, di solito, arrivo in fondo. O in vetta. In questi anni qualche volta, molto raramente per la verità, mi è capitato poi di rinunciare davvero a metà salita. Con la corsa ancora non è successo, ma sono un neofita, ho appena iniziato: accadrà sicuramente prima o poi.
Capitano quei giorni in cui la demotivazione è davvero più forte di te e non ce n'è proprio, per quanto fisicamente tu possa essere preparato e in palla. Credo sia una specie di campanello d'allarme, un segnale mandato dal subconscio per avvertirti che non è giornata, che devi lasciar perdere, qualunque sia la ragione dietro. Non è nemmeno importante saperla tutto sommato, è importante invece capire quando fermarsi e riconoscere che certe sfide le fai solo con e per te stesso, che non c'è davvero alcun obbligo né merito particolare nel portarle a termine a tutti i costi, e puoi sempre riprovarci un'altra volta.
Nella corsa e nell'alpinismo c'è dentro anche tutta l'arte della pazienza, tutto sommato la più difficile da esercitare.

Così, ogni volta, immancabilmente, al ritorno mi chiedo come sia possibile che il giorno prima per qualche ora abbia anche solo pensato di rinunciare, e mi ritrovo a far già progetti per la prossima gara o per la prossima salita.
Corsa o montagna che sia, identico approccio mentale, identico sviluppo, identica conclusione.

Curioso. Mi chiedo se sia un'esperienza comune ad altri.
00.28 del 09 Dicembre 2009 | Commenti (1) 
 
08 Half marathon poker 2009
DIC Running
Nonostante le premesse poco convinte e tre mezze maratone nelle gambe corse in due mesi e mezzo, anche questa volta obiettivo più che centrato e nuovo record personale in 1h48'09". Sono addirittura quasi ventuno minuti in meno rispetto all'esordio di otto mesi fa alla Stramilano. Posso dire di aver chiuso la stagione 2009 ben oltre le mie aspettative, tanto più che ad inizio anno ne avevo in programma una sola ed alla fine ho partecipato invece a quattro mezze maratone, portandole tutte a termine e migliorandomi ogni volta.

Percorso molto più filante del previsto, anche se un po' noioso come immaginavo: ripetere due volte un anello non è un granché, perché al primo giro non puoi fare a meno di pensare che dovrai rifarlo una seconda volta e i cartelli chilometrici doppi sono lì a ricordartelo ad ogni passo. Temperatura perfetta, attorno ai 12º, si è perfino visto un raggio di sole.
Ormai scendere sotto all'ora e quarantacinque non è più un miraggio e chi lo avrebbe mai detto a inizio anno. Fra l'altro nelle ultime tre settimane non mi sono allenato nemmeno molto, anzi, le ho passate più che altro a rimettermi a posto dopo la mezza di Riva del Garda, dalla quale ero uscito piuttosto malconcio.
Adesso ci sta un po' riposo e di scarico per tutto dicembre, ché me lo sono meritato. Al massimo qualche lungo lento qua e là, a tempo perso, tanto per tenere il fondo.

Il programma 2010 è più o meno tracciato. Ché qui si va avanti, è scontato: a quasi due anni ormai da quando ho iniziato è un fatto che la corsa mi abbia preso definitivamente e abbia occupato (quasi) tutto il mio tempo libero, a costo di andarselo a ritagliare di notte. E di conseguenza gli obiettivi si fanno più ambiziosi e mirati.

Così, il piano prevede il 14 febbraio la partecipazione alla classica Maratonina delle Due Perle, ben nota nel circuito delle mezze maratone, e il 28 marzo il ritorno alla Stramilano, per rifinire la preparazione in vista del primo appuntamento serio: la Milano City Marathon dell'11 aprile, l'esordio in una vera maratona.
Poi si vedrà: è quasi certo che correrò nuovamente la mezza di Monza, e probabilmente, se il calendario fosse favorevole, anche la Milano-Pavia, un'altra grande classica.

Mi piacerebbe anche metter dentro magari un'altra maratona prima di fine anno. Un'occasione potrebbe essere la Berlin Marathon, considerata una delle più famose al mondo insieme a New York, Londra, Chicago e Boston. Logisticamente sarebbe la più accessibile, anche perché Londra si corre in aprile come quella di Milano ed è a numero chiuso, ma Berlino è prevista per il 26 settembre che è una data infelice, sia perché cozza contro i miei programmi per Monza e Pavia, sia perché vorrebbe dire prepararsi a fondo durante luglio ed agosto che, come ho sperimentato quest'anno mio malgrado, sono i mesi peggiori per allenarsi, per il caldo e perché con le vacanze di mezzo paradossalmente va a finire che dedico molto meno tempo agli allenamenti. Quest'anno a luglio sono andato solo un paio di volte e ho ripreso davvero la preparazione solo nella seconda metà di agosto, dopo quasi un mese e mezzo di stop.

C'è comunque tempo per pensarci. Ho un intero anno davanti e poi iniziamo a vedere se e come riuscirò a chiudere la maratona di Milano, ché per cominciare devo ancora imparare a misurarmi davvero con i quarantadue chilometri e spiccioli, che non son mica noccioline. Nel caso, poi, penserò al resto del programma.

Mezza Maratona del Mare, Sanremo, 6 dicembre 2009
17.13 del 08 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
08 Fra altre cose
DIC Amarcord, Diario
Fino a qualche anno fa non era per me concepibile arrivare a dicembre senza aver toccato almeno una volta la neve di inizio stagione. A dire il vero nemmeno a novembre, spesso anzi andavo a caccia già ad ottobre, di solito allo Julierpass, o su di lì.

Da due o tre anni, invece, buco l'appuntamento.

Ormai anche per quest'anno è andata. Dal prossimo si riprende con le vecchie tradizioni, però. Appuntarselo da qualche parte.
16.00 del 08 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
05 Saint Oar
DIC Spostamenti, Running
La vigilia la trascorro qui. Con gli hotel ultimamente non sono particolarmente fortunato a quanto pare, al di là del fatto che in Italia - di default - vada sempre sottratta una stella per allineare la classifica agli standard europei. Questa volta mi tocca una camera singola-vera con letto di conseguenza, che credevo nemmeno esistessero più, e considerato che le dimensioni complessive della stanza sono più o meno quelle di una cella di Alcatraz, che l'unica finestra dà su un cortile cieco interno e che sono al quarto piano, be', è assolutamente perfetta per la mia claustrofobia.

La bustina con lo shampino (una) c'è, il microsaponino (uno) anche, e a dire il vero perfino un frigobar dignitoso. Appeso al muro sopra al letto, esattamente all'altezza dei piedi. Speriamo stia lì almeno ancora per un paio di notti.
La doccia non ha il box, solo un'orribile tenda che spero di riuscire a non sfiorare nemmeno, ed è aperta su due lati. Poiché non c'è lo scarico di servizio in mezzo al pavimento del bagno, suppongo che domani nel dopo gara allagherò irrimediabilmente l'intera camera.
Minitavolino di fòrmica bianca, ovviamente senza presa di corrente nelle vicinanze. Pavimento rivestito di finto parquet adesivo, direi. Intonacata di fresco, pare, però. Ma pareti di carta velina, per cui dalla mia stanza, che è la più prossima alla sala comune con la tv, mi sembra di capire che di là stian guardando i pacchi su RaiUno.

La particolarità vera, però, è che questo hotel si trova in un palazzo normale: nel senso, citofonate, entrate nell'atrio, prendete l'ascensore e salite al quarto piano. Quello dell'hotel. Il resto del palazzo sono appartamenti normali.
Insomma, per certi versi mi sento un po' in Cina, ma a voler ben vedere l'esperienza più familiare mi sembra quella dell'Ammar Hotel di Al Raqqa.

A due passi, il parcheggio del Casinò. Mi fermo ad osservare le auto parcheggiate. C'è un po' di tutto. Non so perché, mi viene da chiedermi chi siano le persone che le guidano, che volti abbiano. Io sto al gioco d'azzardo più o meno come un ateo sta ad un predicatore evangelico, così guardo il tipo in giacca e cravatta, la camicia bianca un po' stropicciata, salire sulla sua A6 e scomparire per le strade di Sanremo dopo un inizio di sabato sera trascorso al Casinò, e non capisco.

Di buono, anzi, di ottimo, c'è che sono a venti metri in linea d'aria dalla partenza della gara. Quindi domani sveglia con calma, tanto più che il via è alle 10.30.

Annoto infine che non sopporto i "tipici" ristoranti della Riviera, sul lungomare, di fronte al porto vecchio, che (pure d'inverno) ti stroncano con la musica latino-americana tipo bandoleri vari. Ma perché porcaccio giuda, perché? Ma che c'entra? Ma a chi piace?
Soprattutto se mi rifilano le trofie al pesto con i fagiolini (vi odio, belìn!), le patate (eddagli, maledetti eretici) e la panna... la PANNA? Ma io vi mando al rogo, dannatissimi blasfemi!

Il resto delle impressioni volanti le lascio ai cinguettii.
23.07 del 05 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
04 Seiduesei / reloaded
DIC Mal di fegato
Torno sul tema. Perché non ce n'è, a me pare proprio surreale, almeno tanto quanto il fatto che sia sotto agli occhi di tutti e che sia considerato del tutto normale.

Villasanta, provincia di Monza e Brianza (MB), che oltre ad essere una provincia del tutto priva di ragion d'essere non ho idea di come si collochi nella classifica delle province più ricche d'Italia, ma di certo non nella seconda metà.
Piazza Martiri della Libertà, centro di Villasanta, dove si affaccia il palazzo del Comune. Le istituzioni pubbliche, dunque.
Lavori in corso nella piazza, da mesi: stanno facendo un (del tutto inutile) parcheggio sotterraneo. Cantiere enorme, gru, viabilità deviata in modo delirante di conseguenza, secondo lo schema "come più ci gira".
Otto e trenta del mattino di un lunedì. Conto una decina di operai nel cantiere. Sono tutti italiani direi, non sento accenti strani. Non stiamo parlando di lavoratori extracomunitari clandestini nei campi di pomodori della Campania, per intenderci. E' pure probabile che abbiano tutti contratto regolare, qui in provincia di MB.
Metà di loro sta lavorando alla gru, agganciando pesi da quintali (minimo). Altri lavorano con la sega circolare e tagliano tondini di ferro provocando cascate di scintille roventi.

Non ce n'è uno - ripeto, non UNO - che indossi il casco. A partire da quelli che si muovono allegramente sotto al carico sospeso qualche metro sopra alle loro teste, agganciato alla gru.
E naturalmente, quello che ci sta dando dentro con la sega circolare non indossa nemmeno gli occhiali protettivi.

Sui guanti non giurerei. Non fosse altro perché caldo non fa.

Tutto questo - lo ridico, non si fosse capito - sotto alle fineste del palazzo del Comune. Tutti i giorni, da mesi.

Questa è l'Italia "che funziona". Immagina ora il resto.
22.06 del 04 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
04 Finisco ascoltando Jesahel (che non c'entra)
DIC Viaggi fra le note
Però, tant'è, anche se lipperlì in mente non mi venivano ormai il pensiero mi si era piantato in testa e ha iniziato a scavare inesorabile.
Perché il punto è che puoi anche avere un archivio di ventiduemilanovecentocinquantanove tracce, pari a 71,5 giorni ininterrotti di musica, dispersi fra 1851 album e 634 artisti, ma di fronte alla domanda sì, vabbè, ma a te, cosa piace? va a finire che non sai che rispondere e passi per un onnivoro qualunque, un obeso consumatore dozzinale da carrello pieno al discount.
E forse è anche così, ma una risposta io ce l'ho in realtà. So di averla da qualche parte, almeno. Devo averla. E' solo che così su due piedi non è facile, ho bisogno di riflettere, ché sennò poi ci ripenso mille volte, e mi dimentico quello e quell'altro, e torno sui miei passi, e non la finisco più.

Dunque, con calma ed ordine.

Lasciamo perdere per un attimo tutto ciò che è targato Pink Floyd (93 album in archivio, senza contare i lavori solisti) e Police (151 album complessivi, se ho contato bene, compresi i lavori solisti e gli album con altre formazioni precedenti e successive), perché in realtà qualunque forma di collezionismo trascende alla fine la pura valutazione soggettiva. In altre parole, parlando di cose che mi riguardano, Pink Floyd e Police non valgono in questo contesto.

E poi il post era intitolato "And make me cry", che è ben diverso da mi piace, ed anche da secondo me è il capovaloro del millennio. Significa che è roba che ti bastano due accordi e ti viene la pelle d'oca, potrebbe cadere la Bomba e tu rimarresti lì ad aspettare che finisca il pezzo, perché consideri blasfemia il solo interromperlo.
Te lo spiego bene: non c'entra nulla con mi piacciono i Pink Floyd. E' tutta un'altra questione. Magari quel gruppo ti piace comunque e a prescindere, magari consideri quel cantante un genio, o magari invece ti fa mediamente schifo, ma il fatto è che quella canzone, proprio quella, è tutta un'altra storia. Oppure adori l'opera omnia del tal autore, ma se proprio devi scegliere con la pistola alla tempia, allora be'.
Ché a provarci, e a passare in rassegna un po' rapidamente (per forza di cose) le ventiduemilanovecentocinquantanove tracce (e so già che comunque, immediatamente dopo, mi verrà in mente qualche altro titolo che assolutamente non potevo dimenticarmi), ne vengono fuori delle belle. Anche roba che manda in briciole in un istante qualunque parvenza di standing uno cerchi di darsi. Ma se di mezzo non c'è un po' di outing fatto bene, che gusto c'è?

Quindi vi diffido, nel caso, dallo scoppiare a ridere. E comunque non valgono i Pink Floyd e i Police.

P.S. Non è una classifica. Per quanto, anche in questa short list, abbia delle preferenze esclusive.

P.P.S. Fra un secolo, poi, faccio un'altra lista con i brani cannot listen and keep still, che è tutt'altra roba e c'è da pompar volume a manetta.

***

Di Anime salve e Creüza de ma si è già detto. Nella produzione intera di De André, inarrivabili.

Genesis: Firth of fifth e Supper's ready, inevitabilmente. Una méssa cantata, entrambe, ancora dopo trent'anni di ascolto. Forse sì: due capolavori del millennio.

E dunque, di rimbalzo, Peter Gabriel: Here comes the flood, rigorosamente dal vivo, e Father, son. Mi fa venire le lacrime agli occhi davvero, ogni stramaledetta volta.

Billy Joel: New York state of mind. Ora, per sempre legata al cielo innevato di Varsavia.

Tears for fears: Woman in chains. Il mio addio al Sudamerica, dalle finestre di un appartamento affacciate sulla notte di Buenos Aires, al dodicesimo piano di un grattacielo. Sono passati vent'anni e ogni volta che la sento non posso scappare da quei brividi e dalle lacrime di quella notte.

People get ready, e non so dire se preferisco la versione cantata dai Blind boys of Alabama, o quella di Rod Stewart in coppia con Jeff Beck. Entrambe schiaccianti nella loro struggente bellezza.

Del resto, parlando di Rod Stewart, impossibile lasciar fuori Sailing. E ho detto tutto.

Outing atto primo: I Trilli, gruppo popolare genovese d'annata, non so nemmeno se esistano più. Pistola alla tempia, scelgo Piccon, dagghe cianin. C'è dentro tutto il mio legame con Genova e con i miei ricordi più lontani.

Di Lucio Dalla è assolutamente imprescindibile Com'è profondo il mare, l'album intero. Ma siamo daccapo: pistola alla tempia, Il cucciolo Alfredo. Chi conosce solo il Dalla degli ultimi anni non ha la minima idea di cosa fosse in grado di sfornare una volta quest'uomo. Com'è profondo il mare poi, il brano intendo, è ancora oggi più ipnotico di qualunque album dei Pink Floyd. All'epoca era avanti di vent'anni almeno.

Per osmosi, Francesco De Gregori: Compagni di viaggio. Un manifesto della mia vita.

Per David Bowie ho coltivato una malattia a lungo e ancora oggi è per quanto mi riguarda un must: Quicksand, sopra qualunque altra. Meglio (quasi introvabile) dal vivo.

Procol Harum: A salty dog. E qui davvero non ho altro da aggiungere. So che qualcuno capirà, ma probabilmente avrà i capelli bianchi almeno come me.

Eagles: Take it to the limit, anche questa rigorosamente dal vivo, ché sennò non è affatto la stessa cosa. Ascoltarla in autoradio, magari guidando al tramonto lungo un'autostrada deserta, è l'esperienza più prossima al sesso che conosca.

The Verve: Lucky man. Me lo chiesero in fuori onda, prima di un'intervista: volevano una canzone da mettere in background e come intermezzo per spezzare la chiacchierata. Risposi senza nemmeno pensarci, e ancora oggi non so perché fra decine di possibilità scelsi proprio questa. E' la mia canzone.

The Commodores: Easy. Capace di rimettermi in piedi nelle giornate più orrende della mia vita. Come un'ode al bicchiere mezzo pieno. Infallibile e terapeutica.

Outing atto secondo. (respiro profondo). Claudio Baglioni: Avrai e Mille giorni di me e di te. E piantatela di fare quelle facce. La prima è la canzone che ho sempre pensato avrei voluto saper scrivere io per mio figlio quando fosse nato, la seconda è che tanto ce l'avete tutti una baglionata legata a qualche amore di gioventù. Ché Baglioni è un'icona per 'ste cose, quindi tacete. Io ho questa.

Francesco Guccini, chevvelodicoaaffà? Via Paolo Fabbri 43 ed Eskimo. Fin troppo facile, banale ed inevitabile. Eskimo è peraltro una canzone che ogni anno che passa ti si stringe sempre più attorno al cuore: da ragazzo la suonavi sulla chitarra solo perché andava di moda, ma il senso ti scivolava completamente addosso, adesso è una poesia che ti si appiccica amaramente addosso e non riesci a scollartela. Guccini è un po' stronzo: secondo me quando l'ha scritta lo sapeva benissimo e lo ha fatto apposta.

Non amo particolarmente Roberto Vecchioni, ma mi inchino sempre alle prime note di Luci a San Siro. Anche questa meglio dal vivo, così piangiamo tutti.

Sinéad O'Connor: Jealous. E pensare che non è quella che ascoltavo ad oltranza a Montevideo, anzi, non c'entra nulla. Non saprei dire nemmeno il perché, ma è un dato di fatto che in viaggio con me, per una ragione o per l'altra, Sinéad O'Connor c'è sempre.

You are so beautiful, ovviamente ed esclusivamente nella versione di Joe Cocker, che non è quella inclusa nella colonna sonora di Carlito's Way, che è invece però quella del film, il che non si spiega in alcun modo.

Ebbè, certo, che c'entra: sullo stesso filone anche What a wonderful world cantata da Louis Armstrong, ma così è troppo facile, suvvia. Comunque sì, anche lei.

Prima di scrivere Tom Waits devo fare un attimo di silenzio (almeno metaforico, visto che son qui da solo alla scrivania a scrivere). Perché Tom Waits ce l'ho talmente nel sangue che mi ci vuole altro che una pistola alla tempia per scegliere. Se non siete capaci di apprezzare Tom Waits questo mondo deve essere un posto ben desolato per voi. Provo ad avventurarmi: Kentucky avenue e l'intero album Closing time. Se siete al termine di una di quelle giornate che in qualche modo sapete che segneranno la vostra esistenza, nel bene o nel male che sia, è mpossibile arrivare in fondo ad Ol' '55 senza scoppiare in lacrime.

Soul food to go dei Manhattan Transfer la metto nell'elenco perché non posso non mettercela. In qualche modo c'entra poco con le altre, perlomeno con il mood che ispira il resto della lista, ma l'amalgama voci e orchestra che i Manhattan hanno centrato in Soul food to go non gli è mai più riuscito, almeno fra gli album che ho io. Quando la sento, giuro, non riesco a non cantarla con una nota di malinconia. Chissà poi perché.

E infine, sempre, da sempre, per sempre: Oh happy day, sull'autoradio, la notte di Natale, in qualunque versione la preferiate fra le migliaia esistenti. Io ne colleziono una decina e chiudo con un piccolo segreto: la mia preferita è quella di The Edwin Hawkins Singers. Perché Oh happy day è un classico, e i classici devono essere puri. Esattamente come nella pubblicità dello spumante, ché il Natale vero inizia solo quando alla tv la senti per la prima volta all'ora di cena durante gli spot. Sennò non vale.

Quando riuscirò a cantarla in coro con Leonardo e Carola, be', dalla vita avrò veramente avuto tutto.
21.35 del 04 Dicembre 2009 | Commenti (0) 
 
02 Luci spente, chiavi da riconsegnare
DIC Diario, Spostamenti
Metti una fredda e limpida tarda sera di inizio dicembre, il mio terzo dicembre qui fra l'altro (*), le illuminazioni natalizie che rischiarano le strette, buie e deserte vie del centro, un'osteria in un vicolo trasversale, una bottiglia magnum di Nebbiolo ed una di Passito di Pantelleria, dieci amici attorno al tavolo, tre di loro sopravvissuti fin dai tempi di Arlon, almeno sei dei quali chitarristi di lungo corso (uno di loro parecchio arrugginito a dire il vero, ma si sa come vanno certe serate, anche se lipperlì non ne volevo proprio sapere), una vecchia Ibanez nera che tiene a fatica l'accordatura, briocole di tartufo qua e là, nero sugli avanzi di carne, bianco sul fondo dei piatti di tajarin, che giassai che in un paio d'ore hai bell'e che buttato al vento l'ultima settimana di allenamento, e pazienza, chissenefrega.
Manca solo il tappeto di neve che lo scorso anno già imbiancava ognidove.

Ed è così che chiudo la porta e mi lascio alle spalle anche Alba.
E il cioccolato, definitivamente, dopo tre anni.

(*) In generale sarebbe il quarto, per la precisione, ma quello del 2006 l'ho trascorso in Belgio. Ad Alba ho messo piede la prima volta un mese dopo.
01.37 del 02 Dicembre 2009 | Commenti (2) 
 
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