Orizzontintorno Carlo Paschetto
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31 On air
LUG Iniziative ed eventi, Segnalazioni
"Notizie dall'Asia Centrale" sul numero del Venerdì di Repubblica in edicola oggi. Fra parentesi, è ora disponibile anche qui e qui.

Venerdì di Repubblica del 31 luglio 2009
12.57 del 31 Luglio 2009 | Commenti (0) 
 
31 Dimmi con chi vai
LUG Coffee break
Per dire, il mio amico M. (che quando gli ho detto che lo avrei bloggato ha preteso l'anonimato, e lo credo bene...) corre ascoltando sull'iPod i podcast delle conferenze di McKinsey. In inglese.
12.54 del 31 Luglio 2009 | Commenti (0) 
 
31 Trentasette sull'asfalto
LUG Fotoblog
Oltre la soglia dei quarantamila all'anno anche gli autogrill ti appaiono sotto una luce diversa.

12.05 del 31 Luglio 2009 | Commenti (0) 
 
15 Gulp!
LUG Segnalazioni
Ommammamia...
20.11 del 15 Luglio 2009 | Commenti (0) 
 
14 La fine Ŕ nota (*)
LUG Iniziative ed eventi, Viaggi fra le parole
Insomma, per quanto mi ci metta alla fine non so nemmeno come metterla gi¨. Il punto è che penso di avere inseguito questo sogno pi¨ di cento altri ai quali abbia dedicato in passato tutta la mia perseveranza e determinazione nel crederci, e sui quali sia riuscito a mettere il bollino "done". Prosaicamente, potrei quasi affermare con ragionevole certezza che stavo seduto ai banchi delle elementari quando ho iniziato ad annotarlo nella mia personalissima to-do-list per una vita.
Pi¨ razionalmente, ho speso una discreta parte degli ultimi sei anni accanendomi ostinatamente in questa avventura, bussando a mille porte senza mai arrendermi, un po' allo stesso modo di come vado inesorabilmente a caccia del mio 8000.

Vabbè, ve la faccio breve.

Dopo essere stato prossimo per ben due volte negli anni scorsi, con altrettanti editori, ad affacciarsi alle vetrine delle librerie ed essersene riallontanato ancor pi¨ velocemente per ragioni che non starò qui a riesumare (ma per chi proprio volesse, se ne è parlato qui qualche anno fa), pare che questa sia davvero la volta buona: grazie ad una giovane e caparbia casa editrice di Milano, Baku Editore, che in questo progetto ha creduto fin dall'inizio scegliendolo fra mille altre proposte e nel quale ha investito (non poco),

NOTIZIE DALL'ASIA CENTRALE
di Carlo Paschetto ed Emanuela Gris

verrà ufficialmente presentato alla stampa il 16 luglio alle 21.00, presso lo Spazio Tadini di Milano. Durante la serata sarà anche possibile acquistare in anteprima il libro, che arriverà nelle librerie il 20 luglio.

Mi sono chiesto per settimane come buttarvela lì. Vi dirò: non l'ho ancora avuto in mano e immagino, a questo punto, che io stesso ne accarezzerò la copertina, fisicamente, solo giovedì sera. Credo che allora, forse, realizzerò davvero 'sta cosa. Per ora non aggiungo altro, salvo che il libro esce corredato anche di una nutrita selezione di fotografie (alla faccia dei costi di produzione).

Mi auguro inevitabilmente che molti di voi si lascino vincere dalla curiosità, così come mi auguro che vi piaccia, che lo consigliate ai vostri amici e agli amici degli amici. Soprattutto, come amo sempre dire durante le conferenze, mi piacerebbe che riuscisse a farvi sognare almeno tanto quanto ho sognato io per anni prima di chiudermi davvero la porta alle spalle, il 3 maggio di sette anni fa, per salire su quel treno che ci ha portato via verso est e riportato a casa centosessantasette giorni dopo.

P.S. In sintesi - se non si fosse capito: COMPRATELO (e regaletelo agli amici)!

Copertina Notizie dall'Asia Centrale

(*) Di sicuro c'è che in sei anni di blog il titolo di questo post è il pi¨ difficile che abbia dovuto partorire. Citazione per esperti, naturalmente.
22.11 del 14 Luglio 2009 | Commenti (3) 
 
08 La recherche/7: Piz Pal¨ ridge (was: Bernina 3rd attempt)
LUG Viaggi verticali
A parte tutto ciò che segue, la sintesi è che anche il mio terzo tentativo al Bernina è andato a vuoto, il secondo in due anni consecutivi.

***

Sin dall'alba, quella di martedì 30 giugno è una gran bella mattinata ai tremilaseicento metri del Marco e Rosa. Molto fredda e ventosa, ma bellissima. Il sole tinge di rosa i ghiacciai e le pareti tutto attorno. Dalle finestre l'orizzonte è infinito. Chissà quattrocentocinquanta metri più su.

Alle sette e trenta del mattino al rifugio non c'è più nessuno da un pezzo e del resto ieri sera eravamo solo in otto a cena. Mi aggiro in ciabatte per la sala guardando i poster alle pareti. Non ho chiuso occhio tutta la notte: di fatto, fra una cosa e l'altra, sono sveglio da ventisette ore. Definitivamente in piedi dalle quattro e trenta, l'ora alla quale avevamo puntato la sveglia per la salita di oggi.
Loro, infatti, stanno salendo. Fatti due conti, probabilmente a quest'ora dovrebbero essere sulla cima.

Il Bianco si aggira con un cacciavite in mano. Mi guarda. - "Il Bernina non mi ha voluto nemmeno questa volta", gli dico.
Sorride. -"Sei tu che non hai voluto il Bernina", mi risponde, e riprende a lavorare a quelle apparecchiature per attrezzare il nuovo ponte cellulare del rifugio.
L'elicottero appare all'improvviso dal basso ed è sempre spettacolare vederne le evoluzioni fra le pareti di roccia e ghiaccio, l'atterraggio, preciso, sulla piattaforma sospesa nel vuoto. Scendono un paio di guide, un tecnico, un ragazzino, probabilmente il figlio. Si abbassano sotto alle pale che ruotano velocemente tagliando le raffiche di vento gelido, scaricano gli zaini, salutano il pilota e corrono verso l'ingresso del rifugio. L'elicottero riparte subito, tuffandosi nell'abisso del canalone di neve e ghiaccio sotto di noi. Da quell'abisso eravamo saliti lo scorso anno, Mauro ed io. Oggi - anzi, ieri - siamo arrivati da un'altra via.

Così sono nuovamente qui, al rifugio Marco e Rosa, un anno dopo tondo tondo. C'è sempre il Bianco a fare il padrone di casa. L'orizzonte è il medesimo di un anno fa. Il Bernina, poco sopra di me, pure.
Poco sopra: quattrocentocinquanta metri da qua per l'esattezza. Una sciocchezza in confronto ai milleottocento che mi separano dal parcheggio dove ieri ho lasciato l'auto, giù in basso.

E' tutta la notte che non ho altro in testa. E' tutta la notte che me lo dico e che sono fermo nella mia decisione: questa volta non scenderò di qua con le mie gambe, mi faccio portar giù dall'elicottero e stop. Non mi importa quanto costa. Pago. Non mi importa più nulla del Bernina, non mi importa più nulla di tutto questo a dire il vero. E' finita, basta. E' venuta l'ora di appendere definitivamente gli scarponi al chiodo.
Basta con i soliti programmi che faccio tutti gli anni, vecchi sogni di ragazzo che mi illudo ancora di poter inseguire. Di avere il tempo, il fisico, ma soprattutto la testa per poterli realizzare davvero. Tutti gli anni la stessa, ormai noiosa, storia. Ultimamente, poi, sembra essere diventata un'ossessione, come se il tempo mi sfuggisse sempre più dalle mani e io cercassi di rimanergli attaccato ad ogni costo, il perché nemmeno lo so più.
Tutti gli anni a far piani: prima due o tre quattromila tanto per far gambe, numero e quota. Chessò, il Bernina, il Lyskamm, il vattelapesca che ancora mi manca. Poi si chiude la stagione a luglio salendo finalmente il Monte Bianco, cancellando dalla lista questo maledetto sogno che mi porto appresso da non mi ricordo più nemmeno quando.

Eccerto: il Monte Bianco solo come aperitivo, poi. Perché si sa, la mia ambizione va molto più in là, i miei sogni mi portano ben oltre. Sono due anni almeno che la mia testa lavora già all'Elbrus, e magari poi a tre o quattro delle Seven Summit. Ché c'ho quarantaquattro anni, accidenti, e se non ci do dentro adesso allora è mai più, ormai.

Però alla fine il punto è sempre lo stesso ed ogni anno si ripete inesorabilmente: i miei programmi sono sempre più pie illusioni e tutto va regolarmente a puttane. Non ne faccio un tubo.
Ché non basta mettersi all'improvviso, a quarant'anni suonati, a correre la maratona (la mezza, vabbè...) come un invasato. Non basta centrare nuovamente - grazie all'aiuto di una guida - un facile facile quattromila, dopo dieci anni di assenza dall'alta quota. Non basta aver salito un paio di volte la Grigna da solo negli ultimi mesi, o aver fatto un paio di banali, e peraltro corte, scialpinistiche in più rispetto alla media degli ultimi anni - leggi, zero.
Il punto è che dieci anni fa in montagna ci andavo davvero - e fra l'altro sarebbe anche ora che imparassi a contare: non sono più dieci, sono dodici, tredici... quindici, a ben vedere... La carrellata massima, il mio grande slam di quattromila, dieci in una stagione, la metà dei quali saliti da solo, è del 1994. In che anno siamo?

Il punto è sempre il solito: tutti questi anni di quasi totale inattività, perlomeno di inattività ad un livello essenziale minimo amatoriale, hanno minato la mia preparazione ineluttabilmente. Io non sono più abituato: non all'ambiente, non all'esposizione ai pericoli oggettivi, non al vuoto, non alle condizioni mentali, psichiche e fisiche necessarie ad affrontare anche le salite più elementari. Perlomeno, elementari dal punto di vista di un alpinista amatoriale con un'esperienza sufficiente alle salite classiche sulle Alpi.
Non ci sono più abituato, ebbasta dài! E dunque, è molto semplice: ormai, quando mi capita di provare a fare davvero qualcosa, ho paura. Non mi diverto più, non sono sereno. Sono sempre un fascio di nervi tesi, ogni volta a chiedermi perché son lì, perché lo sto facendo, perché ci sono cascato di nuovo. E il fatto di essere legato ad una guida non migliora le cose (senza, peraltro, a questo punto non mi passerebbe più nemmeno la testa di provarci).
Devo piantarla di raccontarmi balle, di sognare come un ragazzino, di perder tempo dietro a 'ste stronzate per mesi per poi trovarmi ogni volta a combattere con la tensione, la paura, la stanchezza infinita, la demotivazione improvvisa e totale, e sempre la solita stramaledetta domanda: ma chi diavolo me lo ha fatto fare?
Ormai non riesco più nemmeno a godermi la cima (quelle poche volte che la centro): arrivo su, due rapide foto, giù di corsa. Ché non c'è tempo, sono stanco, ho freddo, voglio tornare a casa.
Maddai, eccheccavolo, avanti: basta perdìo, mai più, giuro!

Così è deciso: fine. Appendo gli scarponi al chiodo.
E un senso infinito di tranquillità si impadronisce ora di me, come se all'improvviso mi fossi liberato di un macigno che trasportavo da solo, da tempo immemorabile.
Sisifo.
Ho avuto il coraggio di guardarmi allo specchio e di dirmelo. Per la prima volta. Non ne ho più voglia. Non ne ho più voglia. Non ne ho più voglia.

Sì, basta.
E al diavolo anche il Bernina.

Intanto, però, devo tornare giù da qui. E di affrontare i duemila metri di dislivello in discesa e le cinque o sei ore necessarie, minimo, fra crepacci, neve fonda molle e sfiancante, salti di roccia da disarrampicare nel vuoto con i ramponi ai piedi, o facendosi calare - tutta roba assolutamente elementare, per carità, per chiunque sia solito frequentare vie normali come questa: ma siam sempre lì, per me solito non lo è più da un pezzo - ecco: di affrontare tutto questo, oggi, proprio non se ne parla. Io, di qui, con le mie gambe, non scendo. Voglio l'elicottero, e vi giuro che non sto affatto scherzando.
Voglio l'elicottero, voglio farmi depositare giù al parcheggio dell'auto, caricare tutta la roba in macchina, tornare a casa, sbatterla in cantina e metterci una pietra sopra. Definitivamente.
Da ora in poi, per me, montagna significherà solo portare i bambini a fare passeggiate nei boschi, o raggiungere con loro qualche rifugio. Che è quello che mi piace, che mi fa vivere davvero, che mi entusiasma e mi commuove. Camminare al loro fianco, tenendoli per mano. Insegnargli le mie montagne.
Ma che ci faccio, io, ancora quassù?

Do un'occhiata in alto, verso la cima del Bernina. Sono quasi le nove. Fra un po' dovrei ormai vedere i miei tre soci scendere dalla vetta. E' fuor di dubbio che siano arrivati fin su: Enrico è più forte di me ed è pure in compagnia di due guide. Dopo la mia rinuncia, infatti, questa mattina Mauro è andato su con lui e Yuri, la sua guida. Io sono rimasto qui al Marco e Rosa ad aspettarli.
La giornata è splendida, le condizioni perfette. Devo solo attendere, faranno presto. Però non voglio tornar giù a piedi.
Né voglio mai più tornare quassù: due volte in due anni, per due fallimenti consecutivi, sono troppi. E arrivare qui è già di per sé, per qualunque via - e ormai io le ho fatte tutte - maledettamente sfiancante e complicato. Anche ieri, come l'anno scorso e pur avendo fatto un altro percorso: quasi nove ore per oltre dieci chilometri di ghiacciai, creste, neve fonda, crepacci, sempre abbondantemente sopra i tremila metri, fin quasi a quattromila.
Con in più quella disavventura che mi ha gettato quasi nel panico totale per almeno dieci minuti, bruciandomi tutte le energie, fisiche e psicologiche.

***

Ieri mattina, lunedì. Sveglia a casa alle quattro. Ho dormito poco, quasi nulla. La solita tensione prima di una salita importante.
Zaino pronto, parto. A Lecco tiro su Mauro e Yuri. All'inizio della Val Chiavenna prendiamo anche Enrico, il cliente di Yuri. Enrico e Yuri sono una simpatica ed affiatata coppia cliente-guida, hanno già fatto tante salite insieme in questi anni. La compagnia è bene assortita. Yuri partirà per lo Shisha Pangma in autunno. Io vivo anche per queste storie, per la compagnia di persone così.
La nostra destinazione è il Bernina. Per me è il terzo tentativo: l'ultimo, quello dello scorso anno, è andato come è andato.
Questa volta, d'accordo con Mauro, abbiamo deciso di salire dal versante svizzero, partendo dall'arrivo della funivia del Diavolezza. Il dislivello complessivo è minore.
Questa volta arriverò in cima. Lo so. Devo arrivare in cima. Non posso fallirlo di nuovo. E poi non avrei nemmeno il coraggio di bloccarmi ancora, di affrontare nuovamente il disappunto di Mauro.

La via che vogliamo seguire oggi non sale diretta al Marco e Rosa, dove dobbiamo pernottare come lo scorso anno: ho accettato la proposta di Mauro di arrivare al rifugio facendo la traversata integrale delle cime del Piz Palù. E' una zona che conosco molto bene quella del circo del Diavolezza e del Morteratsch, sono sceso tante volte in sci da qui. Ho già salito il Palù orientale con Bruno, qualche anno fa, senza peraltro arrivare sulla cima principale, ma scendendo poi in sci: una giornata memorabile (ed uno dei freddi peggiori della mia vita!). Ci sono tornato ancora l'anno scorso con Massimo, per un tentativo andato a vuoto a causa del tempo pessimo che ci ha colto sul ghiacciaio.
Così accetto volentieri di tornare sul Palù per toccare finalmente la cima principale a 3.905 metri, attraversare tutta la cresta - una delle salite più belle delle Alpi - per poi abbassarsi verso il Marco e Rosa, sul versante opposto. E' una classica traversata, un concatenamento tipico, quello della cresta del Palù combinata con la salita al Bernina. Un gran bell'anello per il mio curriculum alpinistico.

Alle otto e trenta siamo a prendere la prima funivia del Diavolezza, che ci scarica a duemilanovecento metri. La giornata è bella, nemmeno eccessivamente calda. L'innevamento, nonostante la stagione avanzatissima, è ancora esagerato. La neve è fonda, molle. Si fa fatica ad avanzare, nonostante la via sia già ben tracciata, perlomeno fino al colle del Palù orientale. I crepacci però sono ben chiusi: l'anno scorso, salendo con Massimo a primavera appena iniziata, la situazione era ben diversa e il passaggio della seraccata era stato piuttosto incasinato.
Oggi no, si sale regolari.
Avverto la quota - tant'è, salire a quasi quattromila metri direttamente da Milano, senza aver fatto praticamente nulla tutto l'inverno a parte i tre giorni fra Cevedale e Gran Zebrù ormai più di due mesi fa, è dura. Correre non basta, non ce n'è, per quanto ci sia andato.

Le tre cime del Piz Palù, dal Diavolezza
Il Bernina fotografato dall'arrivo della funivia del Diavolezza
In avvicinamento al Piz Palù

Così faccio fatica. Salgo regolare, ma faccio fatica. Più di Enrico, perlomeno: è in cordata con Yuri, io e Mauro seguiamo a distanza.
Passato mezzogiorno siamo ai tremilasettecento metri della spalla, dove inizia la cresta del Palù orientale e la traversata delle cime. Attorno all'una del pomeriggio tocchiamo la vetta del Palù orientale a 3.882m. Fin qui, giassapevo, è tutto come una volta. Non ci fermiamo nemmeno, adesso comincia il bello.

La cresta scende ora fino al colle che divide le prime due cime, poi si impenna e risale affilata come una lama di coltello verso la vetta principale, quella del Palù centrale, a 3.905m.
Adesso fa un po' impressione: si cammina delicatamente sul filo di cresta, seguendo esattamente le orme dei passi scavati nella neve molle e fonda dal compagno che precede, rimanendo lievemente spostati - un mezzo metro - sul versante settentrionale, la piccozza ben piantata a sinistra, esattamente sul vertice dello spigolo di cresta. In bilico sui ramponi: guardo per un attimo giù a destra la parete nord dei Palù che precipita per un migliaio di metri sotto ai miei piedi e distolgo immediatamente lo sguardo, fissando nuovamente davanti a me, verso la vetta.

Palù centrale: cima verso l'una e mezza. E' una calotta nevosa piuttosto larga. Adesso sono contento, in effetti mi rodeva un po' non aver mai toccato la cima principale. Foto di rito.
Il tempo si è un po' coperto, nuvoloni neri tutto attorno fino all'orizzonte. Speriamo che tenga, non mi piacerebbe affatto se il temporale ci sorprendesse quassù, la via per il Marco e Rosa è ancora piuttosto lunga. Peraltro Mauro e Yuri sono tranquillissimi, per loro è ordinaria amministrazione, anche di meno, se possibile. Enrico invece è piuttosto stanco, come me.

Mauro sotto la vetta del Palù orientale
Verso il Palù centrale
L'affilata cresta che sale verso il Palù centrale
Mauro, cima del Piz Palù
Il titolare qui in vetta al Piz Palù (Palù centrale)

..
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00.15 del 08 Luglio 2009 | Commenti (3) 
 


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