Orizzontintorno Carlo Paschetto
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31 Trattarli come deficienti
MAG Mondo piccolo
Per quale stramaledetta ragione la terza domanda che qualunque sconosciuta - perché son sempre, sempre, sempre le donne a farla - deve immancabilmente rivolgere a Leonardo dopo la prima, "Come ti chiami?" (Leonardo...) e la seconda, "Quanti anni hai?" (sei...), è inesorabilmente l'idiotissima "Ce l'hai l'amichetta?", mettendolo peraltro ogni volta in imbarazzo e troncando così immediatamente sul nascere qualunque eventuale possibilità di dialogo?

Gliela leggi in faccia, poi, la risposta: "Mafatt'icacchituoi".

(Che a pensarci, non so voi, ma da bambino io non sopportavo a prescindere le sconosciute che, non richieste in merito, mi rivolgevano la parola e attaccavano con "ma che bel bambino, ma come ti chiami, ma quanti anni hai" e i soliti bla bla bla, istingandomi per contro un'irrefrenabile voglia di mirare con decisione ai loro stinchi)
23.31 del 31 Maggio 2010 | Commenti (1) 
 
27 Tovshin 2 approx. only
MAG Amarcord, Web e tecnologia
Da qualche mese, con l'aiuto di un amico che ne capisce un bel po' pių di me, sto lavorando a un'idea che galleggiava latente da queste parti da almeno un paio d'anni, e niente, non è ancora il momento di parlarne, ma per ragioni connesse sto trascorrendo parecchie nottate a studiare e a trafficare con il kml nelle sue varie release, a smanettare con Google Earth, Google Map e QuikMaps (no, non mi sono dimenticato la c, si scrive proprio così) e a rompermi la testa nel tentativo di far dialogare in modo coerente le tre applicazioni, apparentemente tutte fondate sulle api di Google Map, ma che in realtà si amano come baschi, andalusi e catalani.
Alla faccia, al solito, degli standard web duepuntosailcavolo.

Comunque.

Il web duepuntosailcavolo, la geolocalizzazione for dummies e tutte queste belle app, tanto per dirla alla Steve Jobs, nel 2002 non c'erano. Peraltro eravamo appena all'alba dell'era dei weblog, avere un telefonino umts non era un'opzione e già era un miracolo se il tuo triband, che avevi pagato una fortuna, ti permetteva di chiamare casa - ad esempio - da almeno un decimo dei Paesi dell'Asia. Per dire: non potevi farlo dalla Mongolia, dal Nepal, dagli Stati dell'Asia Centrale, da buona parte della Cina, dall'Iran, da mezza Indocina, eccetera, e se non sbaglio anche chiamare dalla Russia non era così scontato.

Apro parentesi utile al contesto: uno dei miei film preferiti in assoluto è Until the end of the world di Wenders (Wenders è il mio guru, sappiatelo), che è del 1991, mica del dopoguerra dunque, ed è ambientato nel 1999. In una delle scene pių evocative Claire è in viaggio sulla Transiberiana. Dal finestrino del treno fotografa il paesaggio con il suo telefonino e lo usa per mandare le foto appena scattate a Trevor, che riceve le foto a casa sul suo computer.
Ehi: quella era fantascienza, capito? 1991.

Tu eri al cinema e ti dicevi guarda che figata, ma t'immagini?
Per un viaggiatore come me era un sogno.

Solo un anno prima mi ero laureato facendo una tesi al C.N.R. sulla georeferenziazione delle immagini da satellite e sviluppando algoritmi in grado (in grado si fa per dire, perché non ci riuscivano quasi mai) di allinearle alle foto aeree ed alle carte geografiche della medesima zona.
Lavoravo su immagini di cinquecento pixel di lato - per inciso, un'enormità all'epoca. Uno dei miei algoritmi contrastava l'immagine per estrarre i contorni degli oggetti. Sapete quella cosa che oggi fate in un nanosecondo su immagini che pesano decine di megabyte utilizzando il vostro amato Photoshop, no? Ecco, appunto.
Io usavo un 386 con due monitor, uno dei quali dotato di una futuristica scheda Matrox. Lanciavo l'algoritmo al venerdì sera, prima di andare a casa, e tornavo il lunedì a controllare il risultato, sperando che il programma avesse terminato e, soprattutto, che non fosse crashato.
Cinquecento pixel di lato. Otto bit di profondità, banda singola. No erregibì-sedicimilionidicolori. 1990.

E in laboratorio si fantasticava. C'immaginavamo le applicazioni del futuro: pensa avere un computer che è in grado di capire dove sei e ti indica la strada giusta. Seee, ciao, fra cent'anni forse (io son sempre quello che di fronte al primo browser della storia, nel 1992, sentenziò 'sta roba non serve a una mazza, non avrà mai alcuna diffusione su larga scala) (capisci anche perché vent'anni dopo io mi arrabatti con Powerpoint ed Excel per mettere insieme il pranzo con la cena mentre alcuni miei coetanei di Silicon Valley si soffiano il naso nei biglietti da mille dollari) (e perché a me tocchi andare in giro vestito come un pinguino anche con quaranta gradi all'ombra mentre nel guardaroba di Steve Jobs ci siano solo polo nere).

Lo sapete che non è di questo che volevo parlare, vero? Mi son perso come al solito. Del resto perdersi è un po' l'argomento di questo post (a proposito: l'altro giorno mi è capitato di prendere la metro in direzione contraria a quella dove dovevo andare. A Milano. La cui metro frequento da quarant'anni e nella quale a cinque anni mi divertivo a imparare le stazioni a memoria con mia nonna. In pieno centro. Ho bisogno di una vacanza. Ma molto, molto lontano).

Rewind: dunque, vi dicevo. Queste settimane sto facendo 'sto lavoro con Google Map eccetera, e in effetti il fatto che nel 2002 questa roba non ci fosse è proprio il punto della questione.
Nel 2002, durante i sei mesi di Asia Overland, ci è capitato spesso di sapere benissimo dove dovessimo andare e quale fosse il nostro obiettivo, ma di non avere la minima idea di dove ci trovassimo o di quale fosse la strada per andare da A a B, ammesso che strada ci fosse.

Se vi pare strano, provate ad immaginarvi di essere in Mongolia, in mezzo al Gobi, senza carta geografica né gps, affidati unicamente all'esperienza della vostra guida che, per inciso, si orienta con il sole e con le indicazioni tracciate sulla sabbia dai nomadi incontrati occasionalmente qua e là in mezzo al deserto. Tanto per dire.
O, chessò, di dover attraversare la Cina occidentale e il deserto del Taklamakan, per cui sapete bene di essere, ora, nella leggendaria oasi di Turpan, riuscite pių o meno a collocarla sull'atlante nel posto giusto e avete anche un'idea piuttosto chiara del fatto che il vosto obiettivo sia Kashgar, dall'altra parte del deserto, suppergių duemila chilometri di nulla a sudovest. Dopodiché a vostra disposizione avete una carta stradale scritta solo in cinese, un autista cinese che quel deserto non lo ha mai attraversato ed una guida cinese che non si è mai mossa da casa propria. Entrambi, inutile dirlo, non parlano altro che non sia cinese, puro han nella fattispecie. In una regione grande come mezza Europa la cui popolazione parla invece uyghuro e scrive in arabo. Eccapirài.

Siccome siete bravini e avete una certa esperienza nel viaggiare in culo al mondo, eppoi siete in giro per l'Asia ormai da quattro mesi consecutivi, la prima sera della vostra traversata riuscite a capire che il paese dove fate sosta si chiama Luntai. Forse. E comunque questo è quello che annotate sul vostro diario.
E siccome avete preso anche nota dei chilometri percorsi tenendo d'occhio il cruscotto dell'auto, sapete che vi trovate circa seicento chilometri ad ovest di Turpan, ai margini settentrionali del Taklamakan, e che domani mattina dovrete puntare decisamente a sud.

Poi, cambio scena. Qualche mese dopo siete a Milano e avete sulle ginocchia il vostro bell'atlante De Agostini scritto in Italiano.
E mo' adesso provate a tracciare esattamente quale sia stata la vostra rotta attraverso i deserti della Cina Occidentale, fra Turpan e Kashgar, e a piazzare una bella X proprio su Luntai. A trovarla. Ammesso si chiamasse davvero così, poi. Perché quella era scritta in cinese e voi adesso la state perlomeno cercando trascritta in alfabeto latino.
Potrei farvi decine di esempi analoghi.

Così, fino ad oggi, parecchie tratte del nostro Asia Overland erano state tracciate - anche qui su Orizzontintorno - in modo parecchio sommario, per non dire che la toponomastica di alcuni dei luoghi citati nel diario di viaggio e nelle mappe degli itinerari, dove facemmo sosta o dai quali transitammo, è quantomeno approssimativa e basata sul mio diario.
Località tipo Dundgobi camp, Gobi centrale, che poi vattelapesca se davvero si chiamassero così: questo era quello che avevo capito cercando di traslitterale nel modo pių preciso possibile i suoni gutturali della nostra guida mongola, o fidandomi delle località scritte in cirillico (versione mongola) che mi indicava sulla sua cartina, detto che nemmeno lui era certissimo del fatto che ci trovassimo esattamente in un certo punto in un dato momento. Di fatto, dove davvero fossimo e di come si chiamasse il luogo di turno, spesso avevamo un'idea molto molto vaga. Né riuscii in seguito, nei mesi seguenti, a ricostruire con precisione percorsi e località.

Fino ad oggi.

Ché uno dei risultati di questo lavoro che sto portando avanti è stato proprio la ricostruzione, il pių fedele possibile, dell'itinerario da noi seguito durante Asia Overland 2002.
Ci sono riuscito usando pesantemente - e non avete idea quanto - sia Google che le foto da satellite di Google Map per confrontare alcuni luoghi con le mie fotografie e georeferenziare a colpi di coordinate gps i punti cardine precisi della nostra lunga rotta.

Così, riprendendo l'esempio di Dundgobi, scopro oggi su Google fra le pochissime citazioni riconducibili a ciò che sto cercando (e già il fatto che lo stesso motore di ricerca di Google sia in difficoltà ve la dice lunga su di cosa diavolo stia andando a caccia) che esiste un luogo nel Gobi Centrale a cui due o tre diari di viaggio russi fanno riferimento chiamandolo Dundgovi, e mi viene così in mente che la b e la v, in effetti, in russo e nella trascrizione cirillica si confondono.
Google Map non è in grado di localizzare alcun toponimo simile, ma uno di questi siti russi ne riporta le coordinate gps e così riesco a puntarlo una prima volta.
Solo che quella è una generica località chiamata Dundgobi, o Dundgovi che sia. In effetti noto che la posizione approssimativa è riconducibile al luogo dove probabilmente abbiamo pernotatto noi.
Sul mio diario ho annotato "Campo ger di Dundgobi, circa 30km a sudest di Erdenedalay". Aumentando il fattore di zoom noto che le coordinate gps riportate dal sito russo sono relative ad un punto che è a circa 10km da un villaggio che Google Map etichetta come Erdene, e su un altro sito russo il nome viene indicato come Erdenedalai. Ci siamo.
Adesso si tratta di capire con precisione dove è il campo: trattandosi di un insediamento fisso deve essere ben visibile dal satellite. Mi ci vuole un'ora di paziente ricerca al fattore di zoom massimo possibile, ma alla fine lo trovo: non è 30km a sudest, è 30km a nordest e non c'è dubbio, è lui. Tombola.
Accedo al mio account di Google Map, apro la mia mappa personale della tratta numero 3 di Asia Overland, "Mongolia", con un segnaposto rosso fisso il punto esatto al metro in mezzo al deserto e passo alla ricerca della tappa successiva.
Infine, quando ho segnato con precisione tutte le tappe, provo a collegarle seguendo le flebili tracce delle piste nel deserto, che però sono centinaia e dunque devo affidarmi un po' all'intuito e un po' ai ricordi, anche perché spesso noi stessi non seguimmo alcuna pista ed attraversammo aree completamente vergini.

Così per la Mongolia, per la Cina, per alcune zone dell'Asia Centrale. Ma anche del Tibet, ad esempio.

Siamo stati al campo base dello Shisha Pangma, e fin qui vabbè. Ma dov'è esattamente il campo base dello Shisha Pangma? Perché la verità è che io, fino a qualche giorno fa, non ne avevo la minima idea.
E se questo vi sembra ancora pių assurdo, perché in fondo lo Shisha Pangma è uno dei quattordici 8000, è pure uno dei pių saliti e dunque su Google si trovano centinaia di diari di spedizioni e di siti web che vi fanno riferimento, be', bravi, benvenuti: provateci.

Il punto è che di campi base, lo Shisha Pangma, ne ha innanzitutto almeno tre, uno per ciascun versante. E a differenza del campo di Dundgobi, in nessuno dei tre vi è alcuna struttura permanente che possa servire come riferimento. Peraltro, nessuna spedizione è solita annotare nelle proprie relazioni le coordinate gps del campo base, né descrivere esattamente la strada per arrivarci.
E sapete perché? Perché viaggiano tutti come noi, ovviamente: "Partiamo da Nyalam [da Tingri, nel nostro caso] ed arriviamo al campo base. Piantiamo la tenda e bla bla bla", e fine della storia (o meglio, inizio del diario della spedizione vera e propria).
Al massimo note su quanto sia bello e difficile il viaggio, e dura la pista fuoristrada di avvicinamento. Dunque, vallo a scoprire dove accidenti è situato effettivamente 'sto campo base, sulla cartina geografica o sull'immagine da satellite. Tutti son capaci di arrivarci, ma peste se a qualcuno è venuto in mente di piazzarci una bella bandierina su una mappa e di pubblicarla poi su internet, o di trascriverne le coordinate gps, o almeno di buttar gių due righe di indicazioni sommarie per arrivarci.

Eggià: perché in realtà tutti noi, sia che siamo due peones italiani dispersi per l'Asia da mesi o spedizioni alpinistiche miliardarie, volenti o nolenti veniamo inesorabilmente accompagnati al campo base dello Shisha Pangma dalle guide autoctone, e le guide autoctone non usano, né certo hanno bisogno, del gps, delle carte e di Google Map. Sanno dove andare e di norma la loro seconda attività non è pubblicare foto ed informazioni su internet, né giocare con Google.
A pensarci, è tutto molto ovvio è stupido, nel senso di normale (per carità, certamente su qualche sito cinese ci sarà ben scritto dov'è 'sto campo base, basta probabilmente saper leggere il mandarino).

Ci sono riuscito, comunque, anche in questo caso.

Ovviamente ho dovuto innanzitutto stabilire quale fosse il versante dal quale ci eravamo arrivati noi e ho "deciso" che non potesse essere altro che quello settentrionale, dal quale parte la via normale di salita.
Il campo base nord è il pių lontano dalla montagna e si trova a circa 18km di morene e ghiacciai dal campo base avanzato, dove le spedizioni iniziano effettivamente la salita. Ho letto in giro che è possibile arrivare fino al campo settentrionale in fuoristrada e in pių, osservando le immagini da satellite, ho notato un grande lago nelle vicinanze della probabile zona di riferimento. In effetti ricordo che durante il viaggio di avvicinamento al campo base costeggiammo a lungo un lago, lasciandolo alla nostra destra.
A quel punto, zoomando nuovamente al massimo l'immagine, ho notato che in quella direzione è possibile intravvedere una sottilissima pista in mezzo al deserto d'alta quota, che guarda caso passa alla sinistra del lago e termina in un punto che, misurandolo, è a circa diciotto chilometri dall'inizio del grande ghiacciaio che scende dal versante settentiornale dello Shisha Pangma.
Tombola anche in questo caso: lì dove termina la pista, quello è il nostro campo base, e la pista è esattamente il percorso da noi seguito per arrivarci.

E via così: il campo nomade presso il caravanserraglio di Tash Rabat, la yurta al Song Kol, in Kyrgyzstan, il tracciato della strada che collega Mary in Turkmenistan a Mashhad in Iran, l'antica città di Merv nella steppa turkmena, il Torugart Pass, il Karakul, le cave di Bing Ling Si, il campo sugli Altai mongoli.
Ma anche il percorso esatto della Transiberiana e le stazioni sperdute che via via annotai al tempo sul mio diario ad ogni sosta, e la strada verso Shakhrisabz, la toponomastica esatta delle località in Mongolia ed in Cina, il traghetto sul lago Van in Kurdistan, e via fino al ponte sul Danubio fra Ruse in Bulgaria e Giurgiu in Romania.
Metro a metro, oltre trentottomila chilometri ricostruiti passo a passo a distanza di otto anni: come ripercorre di nuovo quello straordinario viaggio, impararlo da capo.
Per accorgersi, ad esempio, che forse 38.000 chilometri - la stima fatta all'epoca sommando tutte le distanze che mi ero annotato via via sui diari di viaggio, giorno per giorno - non sono affatto, perché il satellite e Google non perdonano e ad ogni tappa che fissi ti restituiscono la distanza esatta al metro da quella precedente calcolata lungo il percorso che hai tracciato.

No, non l'ho rifatta la somma con Google Map. Ormai per me quei trentottomila sono un dato acquisito ed archiviato della mia vita, pure definitivamente consegnato alla storia dalla pubblicazione di "Notizie dall'Asia Centrale", per cui non ha alcun senso, per me, ora, andare a riverificare se effettivamente fossero di pių o di meno (l'impressione è che siano di meno, comunque, ad intuito pių o meno duemila).

Intere nottate trascorse a guardare il mio passato con l'occhio del satellite. Asia Overland, ma anche il deserto del Namib, le distese infinite della Patagonia, la pista che attraversa lo Chott-el-Jerid, il percorso ferroviario delle ferrovie lapponi verso Narvik, la strada verso Port Arthur in Tasmania e il Bac sulla costa occidentale della Nuova Caledonia.
L'inutilità, tutto sommato, di questo stesso lavoro di rimappatura. Di cinquantamila fotografie ordinate negli scaffali della mia libreria. Di centinaia di cartine geografiche accumulate in quei medesimi scaffali.
Internet che fa a pezzi i miei stessi ricordi, che mi corregge i nomi trascritti sui miei diari di viaggio, i percorsi, le distanze. Che mi mette inesorabilmente di fronte al fatto che la maggior parte degli alberghi dove ho dormito in trent'anni di viaggi in giro per il mondo non esiste nemmeno pių. Basta passare sui link di Orizzontintorno, nelle schede viaggio: molti di quei link non puntano già pių a nulla, si perdono nel vuoto codificato 404. Per quanto Google scolpisca qualunque informazione in modo definitivo all'interno della Rete, dentro internet tutto si crea e tutto si distrugge con la medesima velocità, per qui ciò che è oggi esiste e ciò che era ieri è ormai dato e svanito.

Eppure io ci sono stato in quegli alberghi, ho dormito in quei letti, mi sono seduto ai tavoli di quei ristoranti, e mi ricordo benissimo che il contachilometri della macchina segnava duecento, non centotrenta.
Mi ricordo che quella strada non era asfaltata, anzi, non era nemmeno segnata sui roadmap del deserto, e adesso eccola lì, il numero è quello, così come la segnai sul mio diario. Solo che oggi il satellite me la fa vedere asfaltata.

Così come mi fa vedere il nuovo aeroporto di Calafate, la pista per Zaafrane, le case del Chalten.

E no: secondo Google non esiste alcun ristorante "da Eugenio" al Chalten.

Così chiudo Patagonia 1990. E penso che me ne andrò a dormire.

Tutto sommato, forse, non mi interessa poi così tanto sapere davvero dove sono passato. Quel posto probabilmente o non è mai esistito o non esiste pių, tranne che nel mio diario.
03.48 del 27 Maggio 2010 | Commenti (1) 
 
26 (E anche per me) finisce con Metalmarco
MAG Coffee break
* Attenzione: se ancora non avete visto l'ultima puntata dei maledetti naufraghi, da qui in avanti rischio di spoilerissimo *

Nel senso che c'avevamo ragione sei anni fa, sin dalla prima puntata? Cioè: ma davvero ci avete preso per i fondelli?

O non è che nell'interminabile ora e mezza finale di abbracci al rallentatore, pacche sulle spalle, luci divine, sorrisi e terremoti, qualcosa (per l'ennesima volta) mi è sfuggito?

No perché, in effetti, dopo sei anni, centotrentanove puntate (speciali compresi), seimiladucentocinquantacinque minuti trascorsi sull'isola (ma anche no), fra orsi bianchi, fumi neri, viaggi nel tempo in ogni direzione, flashback, flashforward, flash gordon ed altre minchiate di genere, diciassette possibili trame intrecciate fra loro e un cast di personaggi che nemmeno con un database in Access era ormai possibile tenere a bada, be', un filino qua e là, ma proprio pochino pochino eh?, quel minimo di tanto in tanto, mi è magari capitato di perdermi un attimo, chessò, quel microscopico particolare, quell'easter egg fondamentale per sciogliere qualcuno dei dodicimila enigmi disseminati qua e là da sceneggiatori talvolta accusati dal proprio pubblico di ubriachezza molesta e abuso di oppiacei.

E insomma, per dirla in altri termini: ma era proprio così idiota o sono io che non ci ho capito una mazza?
Ché non ho voglia di ripassarmi tutti i quarantasei gigabyte delle sei stagioni complete alloggiate sul mio hard disk per riprovare a riprendere il filo dall'inizio.

Quindi, tutto lì?

Sei anni.

Sei anni.

Tipo che in questi sei anni è trascorsa una vita, ne è iniziata un'altra, e poi un'altra ancora.
Tipo - per dire - che Leonardo era nato da pochi mesi e adesso va alle elementari.
Tipo che io navigavo ancora nei trenta.
(Tipo che c'avevo un lavoro normale e un cedolino tutti i mesi, e capirài).

Eppure c'è che alla fine, tant'è, ti è piaciuto. Adesso che finalmente posso anche andare a leggermi un po' di blog - attività lasciata in sospeso nelle ultime quarantott'ore perché trasudavano spoiler da ognidove - scopri che non sei l'unico pirla ad essere rimasto lì, dopo i titoli di coda finali, un po' incredulo, un po' incazzato (diciamolo, era in conto eccome), un po' commosso.
Ecco, è quello l'incredibile: che anche tu sei un po' commosso, come tutti quelli che via via vai leggendo. Ché son passati sei anni, è finita, ce l'abbiamo fatta, siamo arrivati in fondo, ci hanno scodellato un finale un po' pirla e talmente ovvio da essere stato il primo possibile ad essere scartato sei anni fa, eppure siam contenti.
Ché tutti si vogliono bene alla fine, i tasselli dell'ammmmore (con tante m) vanno tutti al posto in cui devono andare e certo, è un amore un pochetto platonico per così dire, a voler ben vedere, ma è quel tipo di amore universale che poi c'è la luce che tutto avvolge e tutto è bene quel che finisce bene e abbracciamoci fratelli e cantiamo tutti insieme e insomma, a parte tutto, secondo me resta il fatto che:

- Desmond è il pių figo di tutti.
- Anzi, è Hurley. Dì la verità che il sospetto ti stava venendo.
- Anzi, è Jack. Noddai, va bene tutto, ma cazzo, finire proprio con Jack. E Kate. E vabbè, era ovvio, ok.
- Ma appunto, lo era sei anni fa. Quarantacinque gigabyte fa.
- E alla fine Sawyer, Sayid, Linus, Alpert, Jacob, Widmore, eccetera eccetera, chissenefrega. Ruotavano attorno un po' come gli orsi bianchi. Con le decine di nottate che abbiam perso dietro alle loro menate.
- E Locke, pure. Maddai. Cioè: finisce così? Nel senso del prima, sull'isola, non del poi, che poi non è perché lì non c'è ora, della luce insomma, e vabbè, ci siam capiti.
- No, niente. Quasi degli imbucati alla fin fine. Ché la chiave sono Hurley, Desmond e Jack. E Linus a fare da assistente.
- Quanti anni abbiam perso dietro a quel mentecatto di Linus, fra l'altro?
- E la ruota da girare? Dài, lascia perdere, non l'hai ancora capita?
- E i numeri? Ti ho detto, lascia perdere.
- Evangeline Lilly in tubino nero nella scena finale vale le sei stagioni intere. Ebbé, se la son tenuta lì per quello.
- E comunque alla fine, te lo dico, io preferivo Sun.

See you in the next life, bro.

(E mi sa che non son nemmeno l'unico a chiosarla così).
00.22 del 26 Maggio 2010 | Commenti (2) 
 
19 Rimmel
MAG Coffee break
A me fa un po' tristezza questa improvvisa overdose di dalladegregori ognidove fra radio e televisione, a trent'anni di distanza da Banana Republic.

Soprattutto per il Principe, le cui comparsate sul piccolo schermo, in tanti anni di carriera, si contan davvero sulle dita di una mano, ché non ne ha mai avuto bisogno e tutto sommato le ha sempre schifate anzichenò.

Mah. Capisco la pensione, epperò...
12.36 del 19 Maggio 2010 | Commenti (1) 
 
19 In questo post si parla di calcio
MAG Coffee break
[Non c'è nulla come perdere inavvertitamente un post dopo aver scritto per un'ora, roba da sbattere il pc gių dalla finestra. Poi va a finire che se l'idea non ti molla lo riprendi da capo, ma non sarà pių come prima]

Non seguo molto il calcio, nel senso del fųtbol, né l'ho mai amato particolarmente. Per dire, pur abitando a Milano e dintorni da quarant'anni e pių, ho messo piede a San Siro, alias Stadio Meazza, una sola volta, credo fosse nel '73 o nel 74', ed era ancora lo stadio vecchio, quello senza terzo anello. La partita era Inter-Sampdoria, finale 4-4. Forse anche per questo la ricordo. Anzi, visto che siamo nel 2010, aspetta che googlo e vado a vedere quando è stata...

9 gennaio 1972, epperò! Ancora prima di quel che pensavo (certe volte faccio fatica a credere che sia esistito un mondo senza Google e che io ci abbia pure vissuto per un bel pezzo).
Comunque, capisci bene che.

Che poi fosse proprio un Inter-Sampdoria non è un caso, ma ci arrivo. Un attimo di pazienza che finisco i preamboli del caso.
Dicevo: al Meazza, o San Siro che dir si voglia, ho messo piede solo quella volta e in effetti non ci sono nemmeno mai stato per un qualche concerto rock. Ci son passati Patti Smith, Bob Marley, gli U2, il Boss, tanto per buttarne lì alcuni, eppure, nonostante la lunga militanza rockettara e un discreto curriculum di partecipazioni a megaconcerti lungo almeno vent'anni, a San Siro non sono mai pių stato.
Mah, che vuoi che ti dica.

Però mi sto perdendo, tanto per cambiare. Non è San Siro la questione.

Ti dico di pių: io, di fatto, non ho mai nemmeno comprato una Gazzetta dello Sport e la mia mente fa un po' fatica a comprendere l'esigenza di un giornale come la Gazzetta e la sua sopravvivenza sul mercato, soprattutto quando tale quotidiano sembri essere il pių letto in assoluto. Ma anche all'estero esistono testate equivalenti?

Insomma, di calcio mi son sempre occupato poco o nulla, tranne un po' ai tempi della scuola, nel senso che lo seguivo con un orecchio pių o meno attento a quel che capitava, ma fra una domenica allo stadio ed una domenica a fare qualunque altra cosa ha sempre vinto qualunque altra cosa, perlomeno nel 99,99% dei casi, perché in effetti almeno un paio di volte allo stadio di Monza (quello vecchio, anche lì) a veder Monza-Sampdoria e a Marassi a Genova (e forse adesso inizia ad esserti chiaro il perché proprio di Inter-Sampdoria) ci son stato con mio zio, anche se pur sempre di inizio anni '80 si parla.

Due palle, fra l'altro, andare allo stadio. Ché già mi ha sempre annoiato, il calcio, ma allo stadio poi ci si rompe due volte, non fosse altro perché non c'è l'omino che la partita te la racconta (è ancora così, vero?) e per uno come me, che di calcio non capisce un tubo, non avere nemmeno l'omino che te la racconta è la morte civile e l'emarginazione assoluta, perché non capisci mai perché la gente attorno a te s'incazzi in quel modo ogni due per tre.
E poi quei ventidue, visti dagli spalti di uno stadio, sembran le pedine del Subbuteo. Mica te lo sembra, quella, una vera partita di calcio. Almeno in tivų il pallone lo vedi.

Comunque poi son di quelli che se gioca l'Italia è facile che la partita la vedan sì, diciamolo, anche se non è che caschi proprio il mondo nel caso abbia altro da fare.
Se c'è la finale dei mondiali, vabbè, la spaghettata con gli amici la si fa, anche se ormai nemmeno so pių chi diavolo siano almeno i sei undicesimi della formazione. Spesso anzi capita che sian nomi che probabilmente mi dicono assolutamente nulla. Tuttavia faccio parte di quelli che l'Italia di Bearzot l'han vista e che nell'estate dell'82 andarono eccome in Piazza Duomo a festeggiare Zoff & c. (e chi non ci andò?), e son sempre fra coloro che si sono pure visti sfuggire un mondiale nel '78 in Argentina (ché tutti ricordano quello dell'82 in Spagna, ma quello del '78 sembra che non lo ricordi pių nessuno).

Questo per dire del mio rapporto in genere con il calcio.

Tifoso (termine che nel mio caso assume un senso parecchio vago) dunque laico, molto laico, laicissimo che pių laico non si può, quasi inesistente e sicuramente assai indifferente. Della Sampdoria, appunto.
Ché alla fin fine una squadra del cuore ce l'abbiamo tutti, va da sé, e bugiardo chi nega. Sampdoria (che poi si scriverà anche Sampdoria, ma tutti la chiaman Sandoria) perché son di Genova, si sa, di radici genovesissime da generazioni e di genealogia blucerchiata (a parte il nonno materno, che era genoano: io lo adoravo però è vero che, calcisticamente parlando, in famiglia - famiglia quasi interamente laica peraltro, sempre calcisticamente parlando - il nonno Ettore era un po' guardato con sospetto per questa sua fede rossoblų).
Ora: capisci che crescere e durarci una vita da sampdoriano (sandoriano?), pur avendo vissuto i 43/45 della tua esistenza a Milano, be', non è da tutti. E io ne vado pure un po' orgoglioso perché, diciamolo, alle elementari ed alle medie i compagni di scuola ti facevano nero se non tenevi alla Juve, all'Inter o al Milan, e ti emarginavano peggio di un magrebino in una scuola di Conegliano Veneto: Sampdoria, e che cazzo è? Non ha vinto un tubo ed è già un miracolo che le permettano di giocare in serie A.
Non è che ti odiassero proprio, come si odiano fra loro i tifosi di squadre storicamente rivali, semplicemente ti consideravano inoffensivo, debole, una specie di parìa, un povero incompetente nella migliore delle ipotesi.
I bambini son carogne, calcisticamente parlando (ma anche no) (nel senso, anche non parlando calcisticamente).

Mettici pure che io son sempre stato negato a giocare a pallone. Praticamente mai giocato. E se proprio dovevo ero quello che inevitabilmente stava in porta. Ricordo una tragica occasione, credo fosse in seconda o terza liceo, nella quale mi ero fatto trascinare dai compagni probabilmente perché a guardare c'era la tipa della quale ero stracotto e non volevo sfigurare, e naturalmente mi misero in porta, salvo il fatto che al primo tiro della squadra avversaria mi feci passare la palla in mezzo alle gambe.
Ecco, questo sono "io e il calcio" (e la tipa, ovviamente, ciao).

Aggiungi anche la malcelata frustrazione di non aver mai avuto nulla di che parlare al lunedì mattina, con i compagni di scuola prima, con i colleghi poi. Soprattutto fra i venti e i trenta, ché per me le domeniche invernali erano interamente votate a collezionare vette alpine con le pelli sotto agli sci ed il calcio era lontano mille miglia dal mio universo.
Il confronto popolare pelli di foca vs. classifica della serie A è impietosamente sfavorevole al primo, soprattutto davanti alle macchinette aziendali del caffè.

Capisci insomma la fonte, quando ti dico che sto per scrivere un post sul calcio.

Parlando di tifo, e tenendone sempre a mente la giusta declinazione del significato nel mio caso, ad onor del vero ricordo che alle elementari provavo segretamente una certa simpatia anche per l'Inter. Segreta per due ragioni almeno: perché non volevo darla vinta ai compagni che cercavano di convincermi a tifare una squadra diversa dalla Sampdoria e perché ovviamemente mi vergognavo un po' con il resto della famiglia sampdoriana. Laici sì, ma in ogni caso tutti orgogliosamente blucerchiati.

E comunque essere sampdoriano mi ha dato anche qualche soddisfazione e permesso di prendermi le mie rivincite nel famoso biennio '91-92', quando la Samp di Mancini e Vialli, dopo avere incredibilmente infilato qualche Coppa Italia negli anni precedenti, inanellò una sequenza mai vista nella storia dello sport genovese portando a casa nell'ordine Coppa delle Coppe, scudetto (vinto proprio a spese dell'Inter, per dire i corsi e ricorsi) e finale di Coppa dei Campioni.
Laico e indifferente sì, pelli di foca sempre e ci mancherebbe, ma cazzo, la finale persa a Wembley nel maggio del '92 con il Barcellona, quasi alla fine del secondo tempo supplementare con un gol di Koeman al 112', quella no, non ho bisogno di Google per ricordarla: brucia ancora, perfino ad uno come me.

Già. Perfino ad uno, incorreggibile, come me: che fra l'essere a Wembley (ci avevo fatto un pensiero, eccome) per quello che già si sapeva sarebbe stato un evento unico ed irripetibile nella storia della Samp, ed uscire quella stessa sera con una tipa alla quale del calcio fregavuntubo, proprio a Genova fra l'altro, ché mi trovavo lì per altre ragioni, optai ovviamente per uscire con la tipa, pur trascorrendo l'intera serata tipo Fantozzi quando durante la partita dell'Italia è costretto ad andare a vedere la Corrazzata Potëmkin.

Per onore di cronaca, compresi che avevamo perso la finale perché alle undici di sera piazza De Ferrari era deserta e non c'era in giro un cane per tutta Genova.
Capisci che in quel momento avrei ben strozzato la tipa, perché uno può anche perdersi la partita della vita alla tele per una giusta causa, ma perderla davvero in senso sportivo, la finale di Coppa, ennò perdìo. Tanto pių se alle undici di sera ti è ormai chiaro che la tipa non te la darà mai.
E' un caso che rischia di arrivare diretto alla sezione omicidi, anche per uno laico laico come me.

Suppongo infine che sia per tutto questo, storicamente parlando, che quest'anno ho seguito con un po' pių di interesse le vicende dell'Inter, mi son visto le ultime partite di coppa e ho tifato - tifato davvero, poco laicamente persino - Inter nella semifinale contro il Barcellona. E poi c'è il fattore innegabile Special One, che piace al di là del calcio. Siccome uno così, umanamente in generale, o lo ami o lo odi, io faccio parte di quelli a cui piace.

C'è poi che quest'anno, dopo diciotto anni di tutto sommato anonimato generale, la Samp è tornata in auge avendo addirittura fatto sognare un po' troppo i suoi tifosi con un inizio di campionato piuttosto inatteso e scoppiettante. Bene comunque, ché l'accesso alla Champions se l'è guadagnato tenendo duro e comportandosi in modo decisamente onorevole, andando addirittura a battere la Roma in aria da scudetto a casa sua e uscendo indenne dalla sfida con il Palermo.

Vedi? Sto seguendo di nuovo: con un orecchio soltanto, come al solito, ma seguo. E poi è l'anno dei mondiali: serve perlomeno per imparare a conoscere i nomi degli azzurri e non farsi cogliere proprio impreparati alla prossima macchinetta del caffè.

In realtà volevo scrivere una cosa molto pių breve sul calcio prendendo spunto proprio dalla Sampdoria di quest'anno, tuttavia 'sta lunga curva per arrivarci ci sta.
Perché la vera ragione per cui io non amo il calcio, alla fin fine, è proprio l'epilogo di quest'annata sandoriana.

Leggo oggi che sia Del Neri, l'allenatore artefice della resurrezione blucerchiata, capace di riportare la squadra dopo moltissimi anni sul palcoscenico internazionale pių importante e immagino adorato di conseguenza dai tifosi genovesi di parte, sia Beppe Marotta, amministratore delegato della società, hanno accettato l'offerta della Juve e lasceranno dunque la Samp, decapitando di fatto l'organizzazione che è riuscita a ricostruire la Genova calcistica con tale successo.
E questo mi induce a parecchie riflessioni sul calcio e in parte su una certa umanità, al solito tutte negative.

La Juve è indubbiamente una grande squadra, gli Agnelli sono gli Agnelli e i soldi son soldi, ci mancherebbe.
Ma siam sempre lì: intanto parliamo di cifre iperboliche per la gente comune, dove iperbole per due fa sempre iperbole. Dunque non capisco.
Come non capisco la strategia umana che guida certe scelte: a Genova 'sta gente era amatissima, aveva realizzato l'impossibile e l'anno prossimo avrebbe avuto la soddisfazione di guidare la stessa squadra in Champions League. A Torino troveranno una squadra che oggi, per carità, avrà anche una pacconata di soldi da spendere e darà loro il doppio dell'iperbole attuale, ma che per il momento ha solo un blasone un po' impolverato e non gli darà l'opportunità di giocare ai massimi livelli europei. Di pių, se sbaglieranno verranno fatti a pezzi dai tifosi e dai Media, e silurati alla velocità della luce; se vinceranno sarà solo il minimo indispensabile atteso dalla tifoseria juventina.
A Genova se avessero perso nessuno avrebbe avuto tanto di che dire, in compenso ogni nuova vittoria sarebbe stata salutata da mezza città come un evento epocale.
A vincer con la Juve sono in teoria tutti buoni e se non vinci sei un pirla. A vincer con la Samp, se ci riesci, sei un genio ed un eroe, e se perdi pazienza, tutti ti vogliono bene lo stesso (basta che non perdi il derby, naturalmente).

E dunque, dato che iperbole per due fa sempre iperbole, questo cambio di bandiera all'apice di un successo tanto poco scontato in partenza quanto eroico in senso sportivo, che avrebbe potuto avere un seguito solo positivo o neutro, ma certo non negativo nell'immediato, ecco, questo abbandono è proprio una nota stonata.
E' quella nota per cui alla fine sei costretto a concludere che i soldi possono tutto, che viviamo in un mondo che è governato davvero solo dal vil denaro e che, soprattutto, il denaro non è mai abbastanza, per quanto uno ne abbia. Perché io non capisco nulla di calcio, non lo seguo e non mi piace (e questa, appunto, è una delle ragioni per cui non mi piace: quello che posso tollerare a livello umano, non posso a livello sportivo), ma mi è lo stesso difficilmente raffigurabile che questa dipartita di Del Neri e Marotta non puzzi solo di soldi lontano un chilometro e, trattandosi immagino di cifre per noi umani non dimensionabili, mi chiedo in generale che senso abbia.

Detta in altri termini: sei l'allenatore a cui è riuscito il colpo di (ri)portare dopo quasi vent'anni una mediocre e un po' sfigata squadra di provincia ai vertici del calcio internazionale e fra parentesi fino a ieri non è che tu fossi questo campione di notorietà nel panorama calcistico tutto; immagino che peraltro tale lavoro ti porti in tasca una camionata di soldi che nemmeno so con quanti zeri si scriva; la gente ti ama per quello che hai fatto, sei su un piedistallo e puoi solo salire ancora, o male che vada portare a casa l'eterna gratitudine dei tifosi per averli di nuovo fatti sognare; hai la stima di tutto l'ambiente calcistico e dei Media, e sei sulla cresta dell'onda; professionalmente parlando - visto che allenare è il tuo lavoro - hai davanti l'opportunità di dare continuità al tuo progetto e di volare ancora pių alto, portando la tua squadra a competere a livello europeo ai massimi vertici del calcio che conta: un'opportunità, peraltro, che questa squadra ha colto proprio grazie a te ed al tuo lavoro; l'ambiente è noto per essere tutt'altro che stressante; e poi ci sono il clima mite, il mare, la focaccia, il pesto e le canzoni di De André. Insomma, che vuoi di pių dalla vita?

E invece ecco che basta che arrivi mamma Juve ed apra il portafoglio; mamma Juve, che avrà sì il portafoglio ancor pių gonfio di quanto già non siano quelli a cui sei abituato, che si chiama sì Juve e chi glielo nega, epperò ha appena concluso uno dei campionati peggiori della sua storia e l'anno prossimo giocherà al massimo per la coppa del nonno; ecco, basta quel portafoglio perché tu e il tuo compare, immediatamente, nel bel mezzo della festa, vi stracciate la maglietta e corriate ad indossare quella nuova, cacciandovi peraltro in un'avventura dove, nella migliore delle ipotesi, arriverete secondi in campionato e verrete per questo crocifissi (a meno di non credere davvero che Del Neri e la Juve, all'improvviso, il prossimo anno vincano il campionato) (nel caso i commenti a questo post saranno ancora aperti); dove al primo pareggio zero a zero che infilerete con l'oratorio San Gerardo nelle amichevoli estive i giornali vi taglieranno la gola e già si parlerà di sostituirvi; in una città grigia, ostile, fredda e senza mare; e nemmeno montagne, per quanto i torinesi la raccontino; dentro ad un ambiente stressato, inviperito ed avvelenato da questioni giudiziarie e non, da anni di frustrazione sportiva e non, obbligato a vincere a tutti i costi.

Ma porcaccio giuda: perché? Davvero sono i soldi?

Non so, magari amici calcisticamente pių ferrati di me hanno altre spiegazioni filosofiche e sportive.

Resta il fatto che, detta proprio proprio laicamente, in modo del tutto disinteressato e calcisticamente distaccato, con il consueto unico orecchio teso ed un solo occhio annoiato, pur con tutte le considerazioni che si possono fare relativamente alla relazione fra il sottoscritto ed il termine tifoso, ecco, tutto questo a prescindere e bla bla bla, francamente auguro alla Juve il peggior campionato possibile e a Del Neri di finire la carriera fra i trafiletti di fondo pagina dell'inserto sportivo della gazzetta di Bovisio Masciago.

E sabato sera mi piazzerò anche io davanti alla tele a vedermi la finale di Coppa: canottiera, frittata di cipolle, Peroni gelata e rutto libero, ovviamente.

Sempre che naturalmente non ci sia qualcosa di meglio da fare.
TAG: calcio
02.19 del 19 Maggio 2010 | Commenti (4) 
 
17 Aliens are yellow
MAG Web e tecnologia, Cina e non solo
Scopro per caso che secondo Google Map la toponomastica del Tibet è funzione del livello di zoom con il quale viene visualizzata la mappa. Finché si naviga a livello, diciamo così, planetario, il Tibet è quello conosciuto agli atlanti geografici del resto del mondo: sono indicate Lhasa, Shigatse e altre due o tre località più o meno note al turismo internazionale. Se però aumentate il fattore di ingrandimento quel minimo indispensabile a dare un'occhiata appena più da vicino, ecco che meravigliosamente scompare tutta la consueta toponomastica autoctona e appare quella nuova cinese, un nuovo pianeta sconosciuto, per cui Lhasa - il primo esempio che salta immediatamente all'occhio - non esiste più e al suo posto si trova una città misteriosa chiamata Chengguan.

Curioso anche il fatto che la usuale precisione nell'allineamento fra immagini satellitari e carta topografica salti qui del tutto, per cui sempre a Lhasa, ad esempio, la cartina stradale e la foto aerea sono del tutto fuori registro.

Cambiando il fattore di zoom Lhasa scompare...
09.15 del 17 Maggio 2010 | Commenti (0) 
 
14 E' oggettivamente un genio
MAG Mondo piccolo
"Ma papà, ma Wile Coyote non farebbe prima a farsi mandare dall'Acme una bella bistecca di Beep Beep già pronta, invece che tutte quelle inutili apparecchiature per catturarlo?"

[Leonardo, 6 anni]
20.36 del 14 Maggio 2010 | Commenti (0) 
 
13 Cose di cui č impossibile fare a meno
MAG Segnalazioni
Direttamente dall'Islanda. Più facile a farsi che a dirlo.

Cenere del vulcano Eyjafjallajökull
19.19 del 13 Maggio 2010 | Commenti (1) 
 
11 Chiamatemi quando la finisce
MAG Diario, Running
Belìn, altro che andare a correre. Mi faccio una tisana, mi faccio, ché c'ho la muffa addosso con tutta 'st'acqua che vien gių.
E non se ne può pių, perlamiseriaccia.
17.42 del 11 Maggio 2010 | Commenti (0) 
 
10 I work very well I fell very well
MAG Coffee break
Ecco, se quello di Carlo Ancelotti è un "ottimo inglese" (Tg2) io me la cavo niente male con il pashtu.
13.20 del 10 Maggio 2010 | Commenti (2) 
 
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