Orizzontintorno Carlo Paschetto
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30 Una mela al giorno: parte terza (well, so what?)
GIU Web e tecnologia
Terza (ed ultima?) parte della mia miniguida alla migrazione da PC a Mac. Sono ormai a tre settimane dallo start-up e la situazione inizia a stabilizzarsi. E sì, confermo: iTaskX apre perfettamente i file mpp di MS Project. Ancora buio invece sul fronte file mdb. Infine, Outlook ormai quasi abbandonato in favore di iCal + iMail (migrazione archivio posta perfettamente ok) + Rubrica Mac OS, anche se ancora devo abituarmi un po' a muovermi nel nuovo ambiente applicativo.

Proprio alle abitudini e all'esperienza utente vera e propria ho riservato quest'ultimo capitolo. In altre parole, a parte i problemi tecnici (quasi) risolti in fase di migrazione, 'sto passaggio al Mac, insomma, dopo averci smanettato un po' di giorni, come va? E' davvero stata una buona idea?

Vediamo: ho preso qualche appunto in proposito questi giorni e per farlo ho usato un'applicazione della dotazione standard del MacBook, "Promemoria", che poi altro non è che il solito programmino che simula i post-it sul desktop. Roba vecchissima anche in ambiente Windows, ma qui, intanto, ce l'ho pronta di default sul Dock e non devo andare a scaricarmela da qualche parte.
A dir la verità, se escludiamo MS Office 2011 per Mac, iTaskX e SyncMate, non avrei praticamente bisogno di altro: sul Mac c'è tutto quello che mi serve, perlomeno così a botta calda e dopo tre settimane di uso abbastanza eterogeneo. Da notare peraltro che quel che ho comprato mi è servito esclusivamente per poter lavorare con i miei vecchi archivi nati sotto Windows, altrimenti avrei potuto farne tranquillamente a meno: in termini di software base per la produttività il MacBook arriva già piuttosto fornito e con ben poco di superfluo. Basterebbe aggiungergli OpenOffice ed oplà, più o meno fine della storia.
Non fosse che poi siamo i soliti nerd.

Vado dunque in ordine sparso, ché sono osservazioni nate così, in corso di lavori...
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TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, windows, icloud, nuvola
09.30 del 30 Giugno 2011 | Commenti (1) 
 
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13.07 del 26 Giugno 2011 | Commenti (0) 
 
25 Una mela al giorno: parte seconda (execution)
GIU Web e tecnologia
La prima puntata è qui. Questa è ancora più lunga e, ve lo anticipo, vi interessa solo se davvero vi sta solleticando l'idea di fare il gran salto. Il tema è l'approccio alla migrazione vera e propria. Ho peraltro già in canna una terza parte sulle mie prime impressioni da nuovo utente Mac che, vi dico già, non sono la solita promozione a pieni voti che pare accomunare tutti i neofiti della Mela appena sbarcati dal vecchio mondo Windows. Se dunque volete sapere solo cosa ne penso del MacBook dopo un paio di settimane di utilizzo, aspettate qualche giorno. Altrimenti proseguite.

Di solito, il primo banale passo nel migrare dal mondo di Bill Gates a quello di Steve Jobs parrebbe il censimento delle applicazioni che avete installato sul PC. Nel mio caso, dozzine. Avere installato, però, non è quasi mai un indicatore significativo. Piuttosto dovremmo parlare di applicazioni (frequentemente) utilizzate, insieme la cui numerosità è spesso di gran lunga inferiore a quella del parco applicativo che avete disponibile.
Anni di software che avete messo su solo per curiosità o per prova, a volte cancellati maldestramente senza ripulire del tutto il file system e, soprattutto, il registro di sistema; aggiornamenti di applicazioni che vanno a sovrapporsi a vecchie versioni; pezzi di utilità non più mantenute da tempo; gazzilioni di byte e file temporanei che sono andati ad accumularsi fra le pieghe nascoste del vostro sistema; e che altro?
Fra l'altro è quasi sempre questa la causa per cui i nostri PC, col tempo, diventano ingestibili ed inutilizzabili: il registro di sistema di Windows è una specie di inferno dantesco con tendenze evolutive prossime al blob. In altre parole, più roba ci mettete dentro, maggiore sarà il numero di conflitti di sistema, maggiore la necessità di aggiornamento frequente dei software installati, minore la stabilità di sistema complessivo.
Va comunque spesso a finire che una parte talvolta consistente delle migliaia di file che abbiamo in archivio, alcuni dei quali magari non apriamo da anni, sono in un qualche formato gestito solo da uno di questi software che sciaguratamente, per qualche tempo, abbiamo deciso di provare.

Il punto è dunque: cosa diavolo usate davvero di tutta quella spazzatura che vi siete installati sul PC?
In realtà dovete porvi la domanda in modo diverso: quali tipi di file gestite sul PC?
A valle di questa risposta potete poi pensare a quali siano le applicazioni più idonee per gestire quei tipi di file sul Mac, a prescindere da quel che avete usato fino ad oggi sul PC.

In altre parole, il tema fondamentale è fare tabula rasa del mondo Windows fin dall'inizio e cambiare approccio mentale: non dovete migrare le applicazioni, il vostro problema è migrare i dati e pensare a cosa vi serve per gestirli, senza comunque dimenticare che molto probabilmente (è il mio caso) dovrete continuare a poterli condividere con un mondo che perlopiù parla Microsoft.
Detta così sembra un'ovvietà, eppure nella mia breve esperienza, confrontandomi con altri che han fatto il passaggio prima di me, il punto di discussione sembra sempre essere "come faccio con Access", o "come faccio con MS Project". Ovvero: "Mi tocca installare per forza Parallel sul Mac."
Invece, la domanda da porsi dovrebbe essere: come importo e come gestisco, nel mondo Mac, i file mdb? Cosa è meglio per me, ad esempio, per elaborare le immagini jpg? Posso continuare a lavorare con i fogli Excel e scambiarli con i PC che montano MS Office per WIndows?

Per lavoro uso da sempre Microsoft Office: a naso, copre il 95% delle mie esigenze professionali. Il risultato è che perlomeno metà dei miei dati, in termini di numerosità dei file, è fatto da archivi in formato Powerpoint, Excel, Word e, in misura minore, MS Project ed Access. Parliamo di migliaia e migliaia di oggetti, per chiarirci, organizzati in un file system infinito.
L'altra metà del mio patrimonio informativo è costituita da musica (almeno trentamila file), filmati e immagini (circa quarantacinquemila) in quasi tutti i formati noti al genere umano.
A parte, poi, vanno considerate la posta, la rubrica indirizzi e l'agenda che, ahimè, se usate Outlook come strumento di gestione (è il mio caso) sono tutte blobbate in un unico famigerato file di tipo "pst", disperso da qualche parte nel vostro hard disk e che, nel corso degli anni, può aver raggiunto dimensioni paleozoiche (il mio viaggia sui 2Gb e contiene quindici anni di archivio, considerando che conservo una e-mail ogni cinquanta, in media).
Ho poi centinaia di altri archivi in vari formati, vedi il caso dei file gpx e dei formati proprietari di SportTracks, che sono l'output del gps da polso che uso per correre. Due anni di allenamenti moltiplicati per diverse uscite settimanali e per tre file ad uscita.
Ho inoltre valanghe di file compressi in formato rar, altra bella rognetta, per dire.
E infine, in questa rapida panoramica di sintesi, vanno considerati naturalmente i file pdf.

Ed ora andiamo con ordine...
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TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, windows, office, outlook
01.40 del 25 Giugno 2011 | Commenti (2) 
 
22 Pausa pranzo nel Parco delle Giudicarie
GIU Spostamenti, Diario
Negli ultimi sei mesi avrò fotografato dozzine di volte la vista su Torbole e la foce del Sarca. Quasi ogni settimana, quando riparto da Arco, mi fermo qualche minuto alla solita piazzola panoramica per godermi le luci del tramonto sul lago e sui monti attorno. E' un posto davvero bello, questo.

Cares1
La foce del Sarca a Torbole sul Garda

Poi, qualche giorno fa, mi capita di andare in tourné presso un paio di stabilimenti del mio cliente quassù, uno a Rovereto ed uno situato a Cares, una frazione del comune di Bleggio Inferiore, nei pressi di Ponte Arche, sulla strada per la Val di Non e nel mezzo del Parco nazionale dell'Adamello-Brenta.
Da Riva del Garda, dove dormo di solito, raggiungo Cares percorrendo la Valle di Ledro e passando per il lago di Tenno: un itinerario spettacolare, trenta chilometri di tornanti e altopiani ricoperti di prati e boschi attraversati da rettilinei ondulati, piccoli borghi di poche case, malghe, cime dolomitiche e strade che alle nove del mattino di un qualunque giorno feriale trovo completamente deserte. Anni che non mi diverto così a guidare.

Finita la riunione del mattino mi sposto a Rovereto percorrendo la strada che da Ponte Arche scende al lago di Toblino e attraversa poi la valle del Sarca. Altra bellissima via, nel mezzo del Parco delle Giudicarie.
Per pranzo sosto in un piccolo bar isolato, arrampicato su un tornante che si affaccia perpendicolare sulla gola del Rio Ranzo e che ha i tavolini all'aperto su una terrazza dalla quale si gode un panorama stupendo sulla parete est del Piccolo Dain, un contrafforte della Paganella, e sul lago di Toblino.

Nel bar non c'è nessuno e mi fermo un'oretta. Un panino al salame, vero, non di quelli da autogrill. Proprio un panino al salame come quelli che mangiavo da ragazzo. Così buono che me ne faccio subito un altro. Una birra piccola. Una fetta di strudel. E un bicchierino di digestivo della casa offerto dal padrone, mentre chiacchieriamo delle vie di arrampicata sul Piccolo Dain, che qui chiamano Dain Bas, e dei miei trascorsi giovanili in Brenta, che è proprio qui dietro sopra alle nostre teste, anche se le cime, oggi, sono nascoste da qualche nuvola.
C'è un silenzio totale. L'aria è limpida, non c'è un alito di vento e la temperatura è perfetta. E questa è una pausa pranzo fra due riunioni.

Poi, a sera, mi infilo in autostrada e rientro a Milano.

Cares2
Il lago di Toblino
Cares3
Piccolo Dain, o Dain Bas, parete est
Cares4
Gola del Rio Ranzo, sotto al Piccolo Dain
Cares5
Il bar Miravalle, sui tornanti del Limarò, di fronte al Piccolo Dain
TAG: piccolo dain, rio ranzo, toblino
12.50 del 22 Giugno 2011 | Commenti (0) 
 
22 Allucinazioni autostradali
GIU Fotoblog
E insomma, al km 230 della A4, in direzione Venezia, c'è una mucca tricolore impiccata. A guardar bene, c'è anche un maiale appeso un poco sopra.
All'inizio, quando l'ho notata, pensavo d'aver visto male. Per quanto il tutor ti inchiodi, sempre a centotrentasei-sette viaggi per cui, se con la coda dell'occhio ti par di vedere al volo una mucca tricolore impiccata, forse è solo che sei stanco ed è l'ora di una sosta al prossimo autogrill.

Invece la mucca c'è davvero. Nei passaggi successivi ho mentalmente preso nota del chilometro per ricordarmi, prima o poi, di fermarmi a fotografarla, ché una mucca tricolore impiccata poi uno non ci crede se non la vede.
Ho anche fatto qualche ricerca e ho scoperto questo. La mucca ha dunque un nome, si chiama Onestina e, a quanto pare, non è nuova ai suicidi.

A me, comunque, fa un po' impressione. E mi rende particolarmente antipatici gli allevatori.

mucca1
La mucca "Onestina", appesa lungo la A4 al km 230
TAG: a4, mucca onestina, allevatori, quote latte
12.26 del 22 Giugno 2011 | Commenti (3) 
 
22 Una mela al giorno: parte prima (the context)
GIU Web e tecnologia, Coffee break
Questa versione di Orizzontintorno, che compie un anno proprio fra qualche giorno, a differenza delle precedenti è nata su un Mac, salvo poi essere stata amministrata fino ad oggi all'interno del consolidato mondo Windows del suo titolare. Da una settimana in qua, però, c'è stata la rivoluzione e in qualche modo il nuovo Orizzontintorno è tornato a casa.

Nella mia ormai lunga carriera di informatico (cosa che peraltro, nonostante il pezzo di carta, non sono mai stato davvero: perlomeno non nel significato che la gente associa comunemente al termine) col Mac ho avuto pochissimo a che fare. All'epoca si chiamava ancora Macintosh, era pressoché un cubo di plastica bianca e mi capitava di usarlo qualche volta al CNR per scrivere testi in preparazione di qualche esame, ché Windows, Office e tutta quella roba lì che adesso a voi pare scontata come la luce elettrica, all'epoca aveva ancora in gran parte da venire, o comunque si era gli albori dell'homo technologicus uno punto zero. Per dire, io la tesi di laurea l'ho scritta con un editor per mainframe ed un compilatore di script per la stampa di formule matematiche, che nemmeno ve l'immaginate voi, giovani rampolli cresciuti in un mondo popolato di finestre colorate, touchpad, tablet e telefonini che combattono con gli alieni (in realtà le prime edizioni di Windows e di Word risalgono agli inizi degli anni '80, ma quella è Lamerica, mica il Belpaese. Io, nel 1985, usavo ancora Wordstar sotto Dos 2.0, non so se mi spiego).

Il mio, insomma, è (quasi sempre stato) un mondo Windows, almeno da quando ho lasciato l'ambiente universitario e i sistemi Unix-like prima (sui quali, peraltro, mi sono però fatto le ossa per almeno dieci anni), e il Dos poi. Che volete farci: si può nascere al caldo del welfare norvegese e in seguito ai casi (s)fortuiti della vita finire nelle miniere di rame del Congo.

Comunque.

Come tutti coloro cresciuti sotto alla stella di Redmond, ho sempre guardato con un po' di diffidenza ai fanatici della Mela. Bello il Mac, per carità, nulla da dire. Come un telefono della Bang & Olufsen. Ma io ho bisogno di lavorare e il (mio) mondo orbita in una galassia Microsoft, ché siam gente da quartieri popolari, noi che di strategie dei sistemi informativi aziendali viviamo davvero, altro che quei fighetta che campan di web design, content management, che scrivon sulle riviste e fanno i blogger di grido coi loro MacBook Air.
Di conseguenza, nel corso degli anni, le mie borse da viaggio e la scrivania di casa han visto l'avvicendarsi di pc portatili di un po' tutte le generazioni (e peso), con a bordo via via tutta le versioni possibili di Windows, dal 3.0 a Seven, passando per 2000 e anni di XP, in un continuo alternarsi di amore e odio verso quello che, tant'è, rimane il sistema operativo più diffuso in ambito aziendale, dunque lo standard di riferimento per chi fa il mio mestiere.
Solo Vista mi son saltato e a quanto pare ho fatto un gran bene.

Non so identificare con precisione quand'è che questo rapporto più che ventennale ha iniziato a mostrare le prime crepe irreparabili. Quel che però è sicuro è che a un certo punto quelle piccole crepe si sono via via trasformate in un terremoto di magnitudo epocale.
Come molte vittime del medesimo tunnel, ho iniziato qualche anno fa con un piccolo iPod nano, al quale pochi mesi dopo ne ho subito affiancato un altro più grande sul quale trasferire tutto il mio vasto archivio musicale e che da allora è il mio compagno di viaggio inseparabile. l'iPod è stato senza dubbio il primo mattone della rivoluzione, un amore immediato. E ha funzionato un po' come la stampella di Enrico Toti nella battaglia dell'Isonzo.
Tempo dopo è arrivata la Apple TV e ancora ricordo la meraviglia che mi aveva travolto alla prima accensione: da settimane mi picchiavo con la rete casalinga e quel misterioso parallelepipedo bianco piatto di alluminio, come nulla fosse, appena acceso si era immediatamente autoconfigurato, collegandosi al router wifi e sincronizzandosi senza batter ciglio con iTunes sul mio pc. Il mondo delle fate per qualunque utente medio abituato a combattere quotidianamente con Windows. E che bella interfaccia, che colori. Che impatto!

A quel punto era chiaro come ormai fosse solo questione di tempo...
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TAG: apple, macbook, mac os, migrazione, dell, sony vaio, htc
09.13 del 22 Giugno 2011 | Commenti (0) 
 
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16.19 del 13 Giugno 2011 | Commenti (0) 
 
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