Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Però la prossima volta compro una frusta a manovella
APR Masterchef
E visto il successo del salame al cioccolato, questo blog, con la consueta collaborazione dei Tati, ha pensato bene di impiegare la domenica in modo diverso dal solito, ritentare la sorte e avvicinarsi di nuovo alla cucina.
Il risultato, sappiatelo, è stato assai apprezzabile.

Tortelli1
Tortelli2
TAG: tortelli dolci
18.17 del 29 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 
20 Brianza, un anno dopo
APR Amarcord
L'anno scorso a quest'ora stavo mangiando qualcosa nella zona transiti di Seoul Incheon ed ero in attesa del volo per Honolulu. Di particolare c'era soprattutto che ero partito da meno di ventiquattr'ore e stavo vivendo il primo dei miei due 20 aprile consecutivi.

Oggi piove.
E la testa torna inevitabilmente a O'ahu.
TAG: rtw
09.19 del 20 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 
14 Secondo di due: iPhone 4S
APR Web e tecnologia
[Ho in canna questo post più o meno da quando ho scritto quello sull'iPad, ma poi, al solito, ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c'era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c'è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, eccetera.]

Ho amato molto gli HTC e fino a poco tempo fa li ho ritenuti i migliori smartphone in circolazione, nonostante il mio primo, un Diamond2 con a bordo Windows Mobile 6, mi avesse abbandonato di punto in bianco a un solo anno dall'acquisto, piantandomi in asso nel bel mezzo della Corea con il touchscreen completamente inerte. Nella (lunga) attesa che gli ormai leggendari cinesi di via Rosmini a Milano me lo sistemassero, un anno e mezzo fa avevo preso un HD2 con WinMobile 6.5, il modello di punta dell'azienda, che a differenza del Diamond montava un touchscreen capacitivo: in teoria, allora, l'unica vera risposta all'iPhone sul mercato.
La scelta di smartphone con WinMobile era dovuta semplicemente al fatto di avere un classico pc portatile con Windows e di usare Outlook per la gestione dell'agenda e della rubrica: dunque di poter continuare ad usare ActiveSync per la sincronizzazione pc-telefono.

Dell'HD2 sono stato davvero innamorato: risposta dell'interfaccia (quasi, credevo) a livello iOS di Apple, esperienza utente ottima sotto ogni punto di vista, connettività globale, display eccezionale, memoria espandibile, eccetera. Un vero e proprio mini personal computer. Finché ho usato il notebook Windows, anche la sincronizzazione non ha mai dato problemi: eccellente.
Poi sono migrato al MacBook e da lì sono iniziati i problemi, ché far dialogare Mac OS X con Windows Mobile ve lo lascio immaginare.

In realtà, confesso, sono stato a lungo uno degli irriducibili detrattori dell'iPhone, ritenendolo indietro di almeno un paio di generazioni rispetto alla concorrenza. Dello smartphone di Cupertino ho però sempre apprezzato la straordinaria fluidità dell'interfaccia, dovuta a uno schermo capacitivo la cui risoluzione grafica è sempre stata innegabilmente avanti anni luce, anche se leggo in giro che gli attuali schermi amoled di Samsung sono forse ancor più una meraviglia del display retina di Apple.
In ogni caso è un fatto che a partire dall'iPhone 3S il divario tecnologico fra Apple e la concorrenza sia andato via via riducendosi, perlomeno in termini di funzioni orientate alla produttività e all'impiego in ambito professionale, tant'è che oggi parecchi indici sembrano mostrare una decisa contrazione della quota di mercato tradizionalmente coperta da RIM, in parte proprio a favore di Apple.

Sta di fatto che, iCoso o non iCoso, me ne stavo bene ancorato al mio HTC, pur sacramentando quotidianamente per la difficoltà di farlo dialogare con il MacBook e consapevole che in un futuro prossimo, anche su questo fronte, mi sarei infine piegato alla Mela per ormai innegabili questioni di opportunità e omogeneità del mio substrato tecnologico.
Senonché proprio la sera di Capodanno, dopo qualche strano preavviso nei giorni precedenti, anche l'HD2 mi ha abbandonato di colpo, lasciandomi irrimediabilmente senza telefono. E, francamente, due KO in meno di tre anni, peraltro per la stessa ragione - touchscreen inerte - si meritano anche un bel vaffanculo.
Così ho abbattuto anche l'ultimo muro e da inizio 2012 il mio è un universo tecnologico interamente e definitivamente Apple: MacBook Pro, iPad 2 ed iPhone 4S, tutto annegato e sincronizzato via iCloud. Il paese dei balocchi.

E, come ebbi già modo di scrivere in occasione del passaggio da PC a Mac, prima, e dell'acquisto dell'iPad poi, già dopo qualche giorno di utilizzo dell'iPhone la domanda inevitabile che mi son trovato a farmi è stata: ma com'è che ho aspettato così tanto?

Sincronizzazione a parte di posta, agenda e rubrica, che a questo punto è diventata l'ultimo dei miei problemi - iCloud gestisce tutto in modo eccellente e in tempo reale - e che di fatto mi consente oggi di lavorare al 90% indifferentemente sul Mac, sull'iPad o sull'iPhone, e dando per scontata la fluidità dell'interfaccia sul retina display, quel che più mi ha colpito dell'iPhone è la foto/video camera. La qualità delle immagini e dei video è davvero impressionante, anche in condizioni estreme di luce e già senza bisogno di alcun fotoritocco in post produzione.
Il risultato è che ho abbandonato in via definitiva la mia piccola compattina Panasonic e da tre mesi tutte le immagini che ho pubblicato qua dentro arrivano dall'iPhone. Per non dire dei filmati in alta definizione che ho girato in montagna ai Tati, in movimento lungo le piste da sci, con tutte le difficoltà, vibrazioni e problemi di instabilità connessi: eccellenti, come se l'iPhone fosse dotato di uno stabilizzatore professionale d'immagine.

Dovessi proprio dire, i difetti storici dell'iPhone son comunque sempre gli stessi: la non espandibilità (i 64Gb interni sono tanti, ma tutto sommato non un'esagerazione, soprattutto in virtù proprio delle capacità di acquisizione immagini) e l'impossibilità di accedere direttamente a un eventuale cambio di batteria - ammesso che davvero sia così un limite.
È peraltro vero che io tutti questi problemi di autonomia della batteria, dei quali tanto avevo letto al tempo del lancio sul mercato del 4S, non li ho riscontrati, pur avendo sempre attive tutte le varie feature succhia-energia (WiFi, Bluetooth, localizzazione, eccetera). Sarà perché già con l'HTC ero abituato ad attaccarlo alla corrente ogni volta che potevo: l'HD2 dovevo caricarlo almeno due volte al giorno. L'iPhone, per contro, lo metto spesso in carica una sola volta alla sera.

Il maggior limite dell'architettura Apple, comunque, vista ora nel suo complesso (almeno per l'uso che ne faccio/farei io), sta tutto sommato proprio nelle dimensioni dello spazio a disposizione su iCloud.
Detto che i 5Gb gratuiti bastano di fatto solo per sincronizzare agenda, rubrica, preferiti e poche altre cose - e quelli ho, al momento - iCloud mette al massimo a disposizione 50Gb di spazio al non modico prezzo di 80€/anno, un taglio che secondo me ha un po' poco senso, costo a prescindere. Non vedo infatti particolarmente utile usare iCloud per fare i backup di iPhone e iPad, che posso tranquillamente continuare a gestirmi sul disco di rete di casa o su un qualunque disco esterno (senza contare peraltro che i 50Gb di iCloud, avendo un iPhone da 64Gb, potenzialmente non basterebbero comunque). Né quello spazio sarebbe sufficiente se volessi usarlo per condividere la mia libreria di musica (180Gb circa), o l'archivio immagini (100Gb almeno).
Il punto è che oggi gestiamo volumi dati notevoli, soprattutto in termini di contenuti multimediali: contenuti, però e guarda caso, che in gran parte sono generati proprio dalle nostre device mobili. E dunque, che senso ha proporre tagli massimi da 50Gb quando vendi device dotate di funzionalità di sincronizzazione reciproca, che potenzialmente vengono usate per generare contenuti multimediali di peso elevato e che hanno capacità superiori di storage interna?
Confesso che non mi è ben chiaro.
TAG: iPhone 4s, HTC, HD2, icloud
00.07 del 14 Aprile 2012 | Commenti (1) 
 
13 Comunque quello nella foto non è Marcello
APR Amarcord, Blog e luoghi
Douz
Ho iniziato a viaggiare in modo diverso nel '93, a Douz, dopo l'incontro con Marcello. E già incontrare per caso Marcello nella piazza del mercato di Douz era stata una di quelle inspiegabili e meravigliose coincidenze che capitano solo a coloro per cui il viaggio è una forma di divenire quotidiano, uno stato fisico e mentale a prescindere per il quale, comunque e dovunque ti svegli ogni mattina, quando apri gli occhi, per almeno una frazione di secondo ti chiedi dove.
Che peraltro è una condizione non facile. È far parte di una sorta di comunità parallela ed errante che si sposta invisibile attraverso il continuum di un mondo stanziale, al contrario e perlopiù dédito al pendolarismo ricorrente esotico o low cost. Che è cosa differente.

Me ne è capitata un'altra, per inciso, di queste coincidenze, ancorché indiretta in questo caso: quando Nicola, viaggiando da Melbourne a Cairns, incontrò e conobbe Giovanni e Sergio, e parlando del più e del meno - di viaggi, inutile dire - i due gli raccontarono del loro in Patagonia di qualche anno prima e dell'italiano che laggiù avevano incontrato. Così Nicola gli rispose che anche lui aveva un amico che aveva viaggiato in Patagonia, proprio nello stesso anno, che combinazione. Si chiamava Carlo, il suo amico, per caso lo stesso nome del tipo che Giovanni e Sergio avevano incontrato. Lo stesso Carlo. Certo, io.

Come la coppia di olandesi incontrati a Khiva, che avevo già incontrato a Kashgar qualche mese prima, e in effetti sì, c'eravamo già probabilmente incrociati a Lhasa ancor prima. Ma questo è facile, ché le lunghe rotte overland dell'Asia son poi sempre quelle e di questo ho già scritto e parlato parecchio altrove.
Questa è storia differente.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, in mezzo alla folla del mercato di Douz. Io arrivavo da Tozeur, lui da Ksar Ghilane. Ci eravamo visti l'ultima volta un paio di settimane prima in laboratorio al CNR di Milano, dove lavoravamo entrambi. Io sapevo dei suoi viaggi, lui sapeva dei miei, anche se all'epoca per me lui era un vero mito al cospetto del cui curriculum di viaggiatore la mia spedizione alle Svalbard dell'87 e i due mesi in Patagonia nell'inverno australe del '90 erano ben poca cosa.
Non parlavamo molto di viaggi, Marcello ed io, ché come tutti gli appartenenti alla comunità segreta ci si annusa a lungo, a distanza, si discute distrattamente di meteo e di aeroporti per misurare quanto l'altro ce l'abbia più o meno lungo di te, prima di entrare nel confronto diretto.
Che poi, in realtà, non c'è mai davvero alcuna deriva competitiva: se ci si annusa e ci si riconosce, dopo, si diventa amici. E in effetti Marcello ed io ci scoprimmo amici, dopo, almeno per un po', almeno prima di perderci di vista, solo per incontrarci nuovamente, molti anni dopo, su un volo Roma-Milano, entrambi al rientro da una settimana di lavoro nella capitale, entrambi in partenza la settimana successiva, lui per Bali col figlio neonato, io per Kuala Lumpur.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, e prima di scoppiare a ridere ci guardammo in faccia e ci chiedemmo, reciprocamente e contemporaneamente, ma tu che cazzo ci fai qui?
Ché è ben strano incontrarsi per caso nella piazza del mercato di Douz. Già lo sarebbe a Times square, per dire.

Marcello quella volta mi insegnò come procurarsi delle sbarre di ferro per smontare i copertoni dai cerchi di un'auto in un villaggio berbero del Sahara settentrionale. Ché smontare i copertoni è fondamentale per poter riparare una gomma in caso di foratura. Ché in caso di foratura, in mezzo al deserto, la gomma te la devi saper riparare da solo, ché mica vien l'ACI a prenderti.
E dove vuoi procurarti due sbarre di ferro - ne servon due - in un villaggio berbero, se non dal fabbro del paese? Basta farci un salto, disegnargli con una matita su un foglio a quadretti come vorresti che fossero forgiate le due sbarre e tempo venti minuti ecco pronti i tuoi strumenti del mestiere al modico prezzo di mille lire, o forse poco più.

Era giusto vent'anni fa. Ce l'ho ancora a casa una di quelle due sbarre. E non vi dico passarla dal metal detector dell'aeroporto di Tunisi.
Non l'ho mai usata, poi, comunque. Affondato nella sabbia parecchio, bucato mai. E quanta sabbia guidata negli anni successivi, grazie ai trucchi che imparai da Marcello quella volta.
Ma non è questo. Quel che mi insegnò Marcello non furono le sbarre di ferro, né le gomme da tenere un po' sgonfie, né le scale antisabbia.
Marcello mi insegnò i supermercati.

Quel pomeriggio Marcello ed io proseguimmo insieme il nostro errare a caso per i vicoli di Douz e, fra un tè e l'altro, Marcello mi portò in giro per supermercati ché, diceva lui, se tu vuoi conoscere qualcosa, davvero, di un Paese, va' al supermercato o guarda la televisione.
E in effetti la televisione io la guardavo già, sempre, ogni volta. È sempre la prima cosa che faccio tuttora quando arrivo in un Paese che non conosco: accendo la televisione e faccio zapping. Ché non c'entra nulla la lingua, non è importante la lingua, non è sulla lingua che ti devi concentrare. È sui contenuti. È sulle immagini. È nelle immagini della televisione lo specchio vero di ogni Paese e della cultura che vai per attraversare.
Ma al supermercato no: fino a quel giorno, al supermercato, non avevo mai pensato.

Nel '93 viaggiavo ancora con la guida turistica nello zaino: erano i tempi delle prime Lonely Planet, che ancora nessuno conosceva. Ricordo quella dell'Argentina: un volumetto di circa cento pagine. Quante sono l'edizione attuale?
Viaggiavo con la mia guida, prendevo nota di quel che assolutamente si doveva vedere, andavo, vedevo, fotografavo, spuntavo. Fatto.
Poi Marcello mi insegnò i supermercati: ad osservare la gente al supermercato e a comprare le cose nei supermercati. Cose strane. Oddio, strane per me, non per loro, quelli che in quei supermercati vanno ogni giorno.
Perché le cose migliori che puoi portarti a casa al ritorno da un viaggio lontano non sono le tipiche maschere di legno etiopi intagliate a mano, fabbricate in serie a Johannesburg, né le riproduzioni a mano delle antiche stampe Ming, prodotte in serie a Seoul, né le bussole dei sommergibili sovietici comprate al mercato di Yerevan, prodotte nelle fabbriche russe di vecchi giocattoli.
È la salsa per il kebab, comprata al supermercato di Douz, che chissà quando scade e, soprattutto, di cosa sa.
O la tazza del Nescafè, taroccata, comprata al supermercato centrale di Ulaan Baatar, reparto casalinghi.
O i maledetti pirogui surgelati, comprati al supermercato sotto casa a Warszawa.

Così adesso io viaggio parecchio per supermercati. E faccio la spesa. Con le borse di plastica.
I biscotti di Yerevan non sono male, per dire.
TAG: viaggiare, viaggio
00.01 del 13 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 
02 Where I belong
APR Amarcord, Blog e luoghi
A volte, senza un motivo particolare, mi capita all'improvviso di fermarmi a pensarci e mi rendo conto che io, a O'ahu, ho lasciato il cuore.

Io sono quello che non torna mai, soprattutto nei luoghi che ho davvero amato. Chiudo le porte alle spalle, catalogo, metto via. Preferisco ricordare piuttosto che riscoprire, scontrarmi col tempo che passa, travolge e cambia.
Tutto sommato non sono molti i luoghi dove io abbia pianto davvero, per quanto mondo abbia girato. Potrei contarli sulle dita di una mano. Mi è capitato spesso, sì, di emozionarmi, di vivere profondamente la mia condizione di eterno zingaro, ma le lacrime, la commozione incontenibile e insostenibile, il senso di appartenenza profondo a un luogo, quella sensazione estrema di fine corsa che ti si rompe in gola fino ai singhiozzi, per la quale ti ritrovi senza più energie a pensare sono arrivato, ecco, quella no, quella mi ha travolto in pochissime occasioni.
In Patagonia nel '90, in tenda da solo al campo base del Cerro Torre. E ancora ai campi base dell'Everest e dello Shisha Pangma nel 2002, quante lacrime nascoste. E nell'87 di fronte alla banchisa polare. O ancora l'alba a Sossusvlei nel '98. E poi al Muztagh Ata, in qualche modo, e nel nulla inesorabile di Mandal Ovoo. E la scorsa estate sul volo per Yerevan, che però erano lacrime di liberazione. E sì, Panama anche, durante l'attraversamento delle chiuse di Pedro Miguel: un'emozione così forte che mi si ruppe la voce mentre commentavo il filmato che stavo girando.

Ma O'ahu.

O'ahu è andata penetrando sotto alla mia pelle giorno dopo giorno, per mesi, e la cosa più strana è che vi ero capitato senza alcuna aspettativa, nemmeno con particolare entusiasmo. Era solo la tappa intermedia del mio giro del mondo, uno scalo che per mesi avevo tentato di evitare in favore di altre mete che mi interessavano maggiormente, ma al quale mi ero infine arreso per sola convenienza logistica.
Mi scocciava pure l'idea di dovermi fermare una settimana intera laggiù. Avrei voluto più tempo per il Centro America, o uno stop over più a sud, e invece niente. Mesi a combattere con il call center di cinque compagnie aeree diverse per chiudere la rotta transpacifica, ma nulla da fare: O'ahu non era possibile evitarla in nessun modo.

Se ci sono stati giorni di serenità totale nella mia vita, davvero totale, quello stato di grazia nel quale ti senti in equilibrio con l'universo intero, non hai un pensiero al mondo se non quello di respirare l'aria che ti circonda, di vivere istante per istante la tua dimensione interiore e la sensazione di appartenenza al mondo, di camminare con la pelle d'oca e i brividi per l'emozione che ti accompagnano ad ogni passo, quelli sono stati i miei giorni a O'hau. Le mie lunghe passeggiate e le serate di Waikiki. I miei chilometri in macchina verso le deserte spiagge settentrionali, a caccia di onde monumentali. L'isolamento e lo smarrimento totali di Kae'na Point. Quel senso di vuoto assoluto, su uno scoglio in mezzo al Pacifico, a migliaia di chilometri da qualunque altra terraferma, così sperduto da filmarmi da solo e mettermi a parlare con la telecamera. E i rientri a Honolulu al tramonto, con l'autoradio che trasmette da stazioni d'oltreoceano, o gli Eagles in cuffia che mi cantano Love will keep us alive e New York minute. Così struggenti, quei ricordi, che non posso più ascoltarle, quelle canzoni, senza che mi venga da piangere.

Così, un giorno io tornerò ad O'ahu. E, di nuovo, ogni mattina verrò svegliato dall'ukulele di quel ragazzo che suonava nascosto da qualche parte fra le palme e mi sederò ancora sulla spiaggia di Waikiki al tramonto, a guardare le onde e a fotografare i surfisti contro il sole che si immerge nell'oceano.
Poi mi alzerò, mi scrollerò la sabbia di dosso e mi avvierò con calma per le vie del lungomare alla ricerca di un posto dove mangiare qualcosa, scrivere il mio travel log e sorridere nel trovarmi a pensare a quanto sia lontano, maledettamente lontano, tutto, da laggiù.

Così lontano che per arrivarci devi pure viaggiare nel tempo.
TAG: oahu
21.39 del 02 Aprile 2012 | Commenti (2) 
 


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