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29 Centodieci/45: Reggio Emilia (seconda di due tappe in Emilia)
NOV Centodieci
Anche a Reggio Emilia mi sono fermato cogliendo l'occasione della convention a Bologna di fine agosto, ma siccome è capitato nel viaggio di andata l'ho girata in blue jeans e t-shirt, e infatti secondo me i reggiani ci son rimasti un po' male, figùrati poi se han scoperto che a Modena sono andato in giacca e cravatta.
Che poi mica lo so se si chiaman davvero reggiani: secondo me sì, per distinguersi dai reggini di Reggio Calabria, anche perché la squadra di calcio si chiama Reggiana e, guarda un po', quella di Reggio Calabria è la Reggina, quindi ci siamo, dài.
Che poi, a tal proposito, mi viene in mente una vecchia storia di Paperino che doveva venire in Italia per conto di Zio Paperone, come al solito, e nell'avventura si trascinava dietro Qui Quo Qua, e insomma, com'è come non è, per qualche motivo che non ricordo, dovevano andare a Reggio Emilia, ma invece capitavano a Reggio Calabria e quando scoprivano di essere nella Reggio sbagliata si guardavano un po' straniti e si dicevano Ma come, in Italia ci sono due Reggio?, e grazie al Manuale delle Giovani Marmotte scoprivano che sì, loro erano a Reggio Calabria, ma invece dovevano andare a Reggio Emilia.
Chissà poi perché dovessero andarci, proprio non ricordo.

Comunque, per la precisione e per mettere i puntini sulle i, si dice Reggio nell'Emilia (e Reggio di Calabria).
Comunque, per la precisione e per mettere i puntini sulle i, anche, questo post è sì il secondo di due tappe in Emilia, ma è in realtà nato prima di quello su Modena, dove son stato il giorno seguente.

Dunque.

Anche a Reggio nell'Emilia - ok, anche a Reggio Emilia, ché facciamo prima - mi sono ovviamente aggirato con smartphone e tablet. Era il 30 agosto e ho preso appunti. Se non avessi preso appunti, oggi non potreste leggere questo post, perché di Reggio Emilia in questo momento io ricordo solo il Lambrusco. Del Lambrusco comunque se ne parla più avanti, negli appunti, appunto. Appunto gli appunti. Appunto nel senso di appunto, non di presente indicativo di appuntare. Vabbè, ci siamo capiti, passiamo agli appunti.
Siccome sono scritti al presente indicativo, come "io appunto", mentre leggete fate conto che sia la sera del 30 agosto.

Mica male Reggio Emilia. C'è il wifi libero in centro a Reggio Emilia. Mi sa che mi ci fermo a cena a Reggio Emilia, anche se non ho ancora capito se i reggioemiliani mi piacciono.
A Reggio Emilia la gente prende l'aperitivo, c'è il giornale di Reggio e Il comune non si ferma, il parcheggio andrà avanti.
A Reggio ci sono i punk di Reggio. Ora, capisci amico che fare il punk a Reggio Emilia, ecco.
A Reggio in piazza ci sono i divani invece delle panchine. Promemoria per eventuale prossimo trasferimento.
A Reggio non ho ancora visto Ligabue e io mi immaginavo che quando uno arriva a Reggio Emilia incontra subito Ligabue che canta in un bar con una bottiglia di Lambrusco: un po' come andare a Pàvana e trovare Guccini ubriaco in trattoria. Invece no. Io poi, quando sono stato a Pàvana, mica l'ho trovato Guccini in trattoria. Così per trovarlo, Guccini, son dovuto andare a casa sua e in trattoria, nella sua trattoria, ci sono poi andato la sera con degli amici. A Pàvana. Qui comunque siamo a Reggio.

A Reggio ci sono le fontane come piacciono a lei e i bambini che passano in bici in mezzo alle fontane come a Pristina, però a Reggio non c'è la KFOR, anche se con tutti questi extracomunitari, signora mia, almeno un poliziotto di quartiere io ce lo metterei.
A Reggio ci sono in giro tante ragazze in branco che son tutte incazzate con qualcuno. Quella poi dice che quell'altra è solo una povera stronza zoccola e lo dice con forte accento emiliano. L'amica annuisce. Secondo me, quando l'amica non c'è, quella dice a quell'altra che questa amica è una povera stronza zoccola.

Che poi mi sovviene: ma a Reggio fanno il Parmigiano Reggiano?
Siccome mi sovviene, e siccome è ora di cena, mi sovviene anche la fame.
Amici on line che mi stanno leggendo in diretta mentre scrivo i miei appunti sul solito socialino, e che conoscono Reggio, mi consigliano di andare a mangiare al Canossa, in via Roma. Le panchine dove sono seduto a prendere appunti sono a due passi da via Roma. Lo so perché sono un nerd, ho un tablet in mano e consulto Google Map. Così vado al Canossa e, come sempre, mi chiedo come ho fatto ad avere una vita passata prima della discesa sulla Terra della dea tecnologia.
Al Canossa, a proposito, c'è il wifi libero. +10.
La specialità del Canossa è il bollito, ma io il bollito lo odio. Infatti uno dei miei ristoranti preferiti di Milano si chiama Non solo bollito: la specialità è il bollito, ma io ci vado per il Non solo.
L'oste del Canossa mi guarda male: nel ristorante non c'è nessuno, è evidente che son foresto e in più sono armato di smartphone e tablet, fotografo tutto e prendo appunti. Sono un tipo sospetto.
L'oste del Canossa mi impone il Lambrusco, che non è un vino: io odio il Lambrusco come odio il bollito, però non posso scegliere, devo tacere e obbedire (e bere). E del resto, se non lo bevo qui il Lambrusco, dove mai? Lo dice anche Ligabue, mi pare.
Io comunque Ligabue non lo reggo.

A Reggio ci sono le zanzare, padania maiala, sono certo che lo canta anche Ligabue, e io ho lasciato lo stick a casa.
Chiedo all'oste del Canossa del formaggio. Mi risponde irritato NOI ABBIAMO SOLO PARMIGIANO. Zitto e muto mangio Parmigiano e bevo Lambrusco.
Totalmente ubriaco di Lambrusco e divorato dalle zanzare vado a caccia dell'auto parcheggiata non mi ricordo più dove e mi rimetto in viaggio per Bologna.
Bella Reggio, ci sono un sacco di giovani e di locali e si ci beve il Lambrusco. Ma con tutte 'ste zanzare mica lo so se ci vivrei.

[Nota postuma di oggi, 29 novembre 2013: da quando sono tornato da Reggio Emilia mi sono riempito la cantina di bottiglie di Lambrusco ed è la mia nuova droga]

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La Via Emilia in centro a Reggio Emilia
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Piazza Prampolini a Reggio Emilia, col Duomo a sinistra
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La statua del Crostolo in Piazza Prampolini, Reggio Emilia
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Reggio Emilia, teatro municipale
TAG: reggio emilia
07.43 del 29 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
29 Centodieci/44: Modena (prima di due tappe in Emilia)
NOV Centodieci
A Modena sono stato a fine agosto, di ritorno da una convention aziendale a Bologna. Dunque, mi sono presentato vestito bene e indossavo anche la cravatta, che secondo me i modenesi un po' ci tengono a queste cose e apprezzano.
Siccome sono tecnologicamente evoluto, a parte far fotografie con lo smartphone come da regolamento, per prendere appunti mi sono aggirato per Modena accompagnato dal solito tablet, ché sennò poi mi dimentico le cose e invece il Centodieci vien sempre più bello se butto giù le mie impressioni lipperlì.
Così me ne sono andato a zonzo un paio d'ore per Modena, vestito come un pinguino, prendendo appunti sul tablet, postandoli in diretta su FriendFeed, fotografando con lo smartphone.
Quando i modenesi se ne sono accorti ho gettato tutto a terra, ho alzato le mani e mi sono arreso.

Quindi, ecco qua: fate conto che sia il 31 agosto e che io stia raccontando Modena agli amici su FriendFeed.

A Modena, quando arrivi, all'improvviso ti ricordi che c'è l'Accademia militare. Te ne ricordi anche perché davanti c'è un parcheggio enorme, vuoto, e tu hai lasciato l'auto a mezz'ora di cammino perché poi sennò chissà dove accidenti parcheggi. Solo che ci sono trentadue gradi, sei vestito da pinguino perché arrivi dalla convention a Bologna e quando arrivi nel piazzale dell'Accademia sei sudato come un grasso americano in visita alle Piramidi del Cairo.
Per inciso, l'Accademia ha sede nel palazzo ducale di Modena, ma da qui in avanti ignoreremo volutamente questo trascurabile dettaglio culturale, perché ai fini del racconto ci serve l'Accademia e del palazzo ducale ce ne impipiamo, ché tanto l'Italia è piena di palazzi ducali e uno più uno meno, certo, non cambierà un granché.
Fosse poi, chessò, almeno una reggia imperiale: ma i duchi di Modena, suvvia.

Che a Modena ci sia l'Accademia è evidente anche perché sabato 31 agosto la città è deserta, ché i modenesi sono tutti a Rimini e invece i cadetti no. Infatti il centro è pieno di cadetti. Adesso ti racconto dei cadetti.

I cadetti li riconosci perché sabato 31 agosto a Modena ci sono trentadue gradi e loro sono tutti in giacca e cravatta come i testimoni di Geova (e come te), e infatti hanno anche tutti i capelli rasati come i testimoni di Geova (ma non come te), e insomma, penseresti che Modena è piena di testimoni di Geova, e invece no, è perché c'è l'Accademia.

I cadetti sono praticamente dei bambini con le guance rosa, tutti perfettini, un po' smarriti, a passeggio con la fidanzata del cadetto. La fidanzata del cadetto è una ragazza per bene, pettinata per bene, che passeggia molto orgogliosa a fianco del fidanzato cadetto.
Poi ci sono anche i cadetti vestiti da soldatini di piombo e sono quelli più belli, ché io credevo che esistessero solo nelle confezioni della Atlantic degli anni '70 e invece a Modena camminano per strada portando il cappello sotto braccio, per mano alla fidanzata del cadetto in divisa, che è come la fidanzata del cadetto, ma più orgogliosa, perché lui è in divisa.

Poi ho scoperto che esistono anche le cadette. Le cadette escono in divisa, ma non hanno i capelli rasati, sono solo molto ben pettinate e orgogliose della loro divisa. Però non si accompagnano a un fidanzato, ma a un altro cadetto in divisa, sennò non vale.
E mi sa che dei cadetti ho detto tutto.

Comunque, ho mentito: io non posso essere scambiato per un cadetto perché la verità è che alla fine ho lasciato la cravatta in macchina. Poi ho i capelli parecchio brizzolati e un po' lunghi, ché non vado dal parrucchiere da tre mesi almeno, e pure la barba lunga, per cui se mi avvicino troppo all'Accademia mi dicono Va' a lavurà barbùn, ma me lo dicono con l'accento come quello di Vasco Rossi.

Poi a Modena ci sono il duomo e il matrimonio in duomo e, come nelle migliori tradizioni del Centodieci, siccome il duomo di Modena è veramente figo, ovviamente è ingabbiato dalle impalcature e sta in una piazza che si chiama Grande ma è otto metri per cinque, per cui le foto al duomo di Modena con lo smartphone, ecco, che te lo dico a fare.
Poi a Modena ci sono anche altre chiese, ma siccome fa caldo io mi faccio una birra piccola in piazza Grande, che mi sa che l'ho già detto che è otto metri per cinque, forse sei.
Ah, quando arrivi a Modena è uguale a quando arrivi a Piacenza, così uguale che dici Ma io qui ci sono già stato è come essere a Piacenza.
Solo che sei a a Modena, e poi Piacenza fa schifo.

A Modena c'è anche la Torre Ghirlandina, che poi è la torre del duomo. Nella Torre Ghirlandina c'è la Secchia rapita, che è qualcosa che ti ricordi devi aver studiato al liceo sull'Argan. Solo che forse la Secchia l'hanno rapita davvero, forse no, forse è a Rimini anche lei, perché la torre è chiusa tutto agosto. E che giorno è oggi? Ecco, bravo, appunto.

E mi sa che con Modena ho finito, finisco anche la birra e me ne torno a Milano.

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Modena, l'accademia militare, presso il Palazzo Ducale
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La Via Emilia in centro a Modena
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Cadetti dell'accademia militare di Modena
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Il Duomo di Modena e la Torre Ghirlandina
TAG: modena, accademia militare
00.11 del 29 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
18 Centodieci/43: Massa, Carrara (e anche Colonnata, va')
NOV Centodieci
[Massa, e Carrara (e Colonnata, va'), le ho fatte a luglio, deviando da una delle consuete rotte estive avanti e indietro dall'Elba, e non le ho scritte io. Le ha scritte Lilith, che ha condiviso con me questa tratta del Centodieci. E siccome non avrei saputo scriverle meglio, le lascio a lei.]

Per fare Massa Carrara hanno dovuto prendere due città e farne una, perché sono due piccole città che a farle capoluogo di provincia si sentirebbero le risate di quelli che vogliono tagliare la spesa pubblica fino qui.
Quindi abbiamo Massa e abbiamo Carrara. Vuol dire due duomi, due piazze centrali, due centri cittadini. Ma in realtà non è proprio così, perché il duomo di Massa è una chiesa a mezzo, una chiesa messa in mezzo ai palazzi in pieno stile seicentesco con una scalinata corta e ripidissima e una facciata che ti chiedi se davvero è una chiesa quella cosa lì.

Lo è.
Mal tenuta, quasi vuota. Niente di che.
Ci sarebbe un pezzo chiaramente più antico, ma mal tenuto.
Uno pensa che forse è stata bombardata durante la guerra e mi pare che sia così, e allora tira un sospiro di sollievo, perché pensa che una città meriti comunque un duomo più bello di così, anche Massa e i massesi. Poi a Massa fai un salto in piazza Aranci e fotografi una grande fontana piena di leoni e il palazzo. Scopri così che da queste parti hanno un po' la fissa con il Risorgimento e l'unità, perché trovi monumenti al 17 marzo, al plebiscito a Cavour e a Mazzini sparsi tra Massa e Carrara.

Lasci Massa dopo un'ora scarsa perché hai letto che la città d'arte è Carrara, non Massa, e per andare a Carrara prendi un pezzo di strada tutta tornanti, molto ligure (da qui in poi non puoi più fare a meno di chiederti perché Massa e Carrara non siano in Liguria ma in Toscana) e arrivi a Carrara dove ti aspetti un sacco di marmo.
Infatti trovi un sacco di marmo.
Statue e monumenti e installazioni in marmo; alcune belle (ne spedisci una con Rando, puoi farne a meno?) altre meno, ma comunque, come si dice in teatro, interessanti.
C'è anche un castello finto medievale, a Carrara, e deve essere la sede dell'università, perché ci sono quelli con le cose sceme in testa e i genitori festanti intorno.
Poi a Carrara vai a vedere la piazza principale che è completamente pavimentata di marmo e ti aspetti cose grandiose, e dici ok, bellissima, perché c'è scritto che è bellissima, ma poi, se ci pensi, non è bellissima. Più interessante, direi.

All'ora di pranzo a Carrara ci si infila in una pizzeria al taglio (hai un'ora di tempo, non è che puoi cercare un ristorante, no?) e trovi una pizzeria con madre, figlio e nuora tutti piuttosto incazzosi.
In effetti a Massa e a Carrara hanno un cattivo carattere come i liguri, e non sono per niente caciaroni come i toscani: mugugnano, parlano a voce bassa, hanno un accento non identificabile e ti trattano male.
Liguria pura, a pensarci bene.
Nella pizzeria al taglio scopri che c'è dell'ottimo lardo e lo colleghi al fatto che ci sono un sacco di cartelli che mandano in direzione Colonnata, e quindi fai due più due e ti convinci di aver mangiato del lardo di Colonnata, che forse non è vero, ma fa figo.

Poi, anche se hai fretta, pensi che sia assolutamente doveroso andare a vedere le cave, dato che sei a Carrara, e prendi le strade strette e tortuose che portano su, e le vedi, le cave. E pensi che fare il cavatore deve essere un lavoro di merda, a voler parlare francese, e ti spieghi tutte le madonne dei cavatori che hai visto nei negozi e davanti alle chiese. E pensi che non è tanto adesso, ma che già secoli fa gli uomini prendevano il marmo da quelle cave lì, come adesso, ma lo facevano con i picconi e i badili e un po' pensi che l'umanità è grande, anche se piccolissima.
Allora scendi dalla macchina e raccogli della polvere di marmo, e ti rendi conto in un istante quanto debba essere un incubo, davvero, vivere vicino alle cave, perché in un secondo sei sporco di marmo, e la polvere dei marmo si attacca, ed è fine e imbianca tutto.

Così pensi di avere visto tutto di Carrara, o almeno le cose che contano.
E vai via, verso un altro capoluogo.

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A zonzo per Massa
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Il Duomo di Massa
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Carrara, città del marmo
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Carrara, la fontana del Gigante a fianco del Duomo
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Il Duomo di Carrara
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Colonnata (MS)
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Carrara, le cave di marmo presso Colonnata
TAG: massa, carrara, colonnata
16.25 del 18 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
18 Lamerica
NOV Progetti
E all'improvviso svegliarsi con tutta questa voglia dentro de Lamerica.
Che forse, dopo tutti questi anni altrove, è arrivato davvero il momento.
TAG: progetti
10.24 del 18 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
16 Season IV/update
NOV Pollice verde
Vabbè, abbiamo deciso di allargarci. Altri cinque vasi e un'infornata di viole. Adesso invece di una terrazza abbiamo una muraglia vegetale. Prevedo una stagione impegnativa, ma potrebbe darci grandi soddisfazioni.

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TAG: viole, vasi
18.27 del 16 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
15 Season IV, a.k.a. non ci son più le stagioni signoramia, eccetera
NOV Pollice verde
E insomma, dopo una disastrosa stagione 2013 dedicata a nuovi e ambiziosi esperimenti, inesorabilmente terminati con un'ecatombe invernale dovuta in parte al gelo, ma soprattutto a una strategia errata di riempimento dei vasi (bulbi mescolati a piante da interrare), trascorsa di conseguenza l'intera estate con la terrazza completamente spoglia, siamo tornati alle origini e qualche settimana fa abbiamo fatto provvista di ogni specie di bulbi nota al genere umano agricolo, nonché della solita camionata di terra nuova.
Per metter giù i vasi ho poi aspettato ancora qualche giorno ché, nonostante avessimo scollinato i primi di novembre, le temperature si ostinavano a rimanere su livelli abbondantemente primaverili e volevo evitare sorprese, tipo cuccioli di giacinti che festeggiano sotto i primi fiocchi di neve e un nuovo prematuro genocidio vegetale.

Infine, un paio di domeniche fa, mi son messo lì e in quattro e quattr'otto ho preparato gli undici vasi di rappresentanza della terrazza Maison Paschetto, sparpagliando tulipani, narcisi di ogni specie, iris, giacinti e sa il diavolo che altro. Ho persino recuperato qualche bulbo di muscari armeniacum vecchio ormai di tre stagioni, ché son praticamente indistruttibili quelli, puoi abbandonarli nella terra secca per mesi e mesi e invariabilmente puff!, all'improvviso eccoli lì che nel bel mezzo dell'autunno di colpo ti ributtano i germogli.
Così, appena ho visto quelle foglioline verdi che per il terzo anno consecutivo spuntavano dalla Valle della Morte nell'angolo a sinistra della terrazza, ho dato loro nuova terra e le ho affiancate ai nuovi arrivi.
Insomma, tutto pronto per affrontare un nuovo inverno di pazienza, in attesa di vedere i primi germogli fra febbraio e marzo e puntare per il 2014 a una rinnovata primavera fiorita e colorata, come nelle prime due stagioni di successo.

Solo che questa mattina, 15 novembre, otto gradi Celsius, pioggia battente e vento di tramontana, cime prealpine imbiancate e Corriere che intitola "L'Italia stretta nella morsa del gelo", mi sono affacciato sulla terrazza e ho visto questo. Due sole settimane dopo aver interrato i bulbi.

Io non ci capisco più nulla.

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TAG: vasi, iris, narcisi
23.50 del 15 Novembre 2013 | Commenti (0) 
 
03 Centodieci/42: Genova (special guest edition)
NOV Centodieci, Blog e luoghi, Amarcord
Non ci tornavo da qualche anno, a Genova, almeno cinque così a occhio. E adesso devo scrivere delle cose di Genova, che mi son rimaste lì, come sempre, ogni volta che poi ritorno alla pianura.
Scrivere di Genova, che vuoi, lo han fatto in tanti e alcuni così bene che a me pare pure un po' sacrìlego provarci, per non parlare di quelli che l’han cantata. Che poi chi l’ha cantata meglio di tutti genovese non lo era nemmeno, per dire.
È che io con Genova ho questo rapporto mai risolto. Io non la sopporto, Genova, epperò è dentro di me, ché io son genovese nell'anima, ché il sangue è quello, per quanto mi abbiano cresciuto Milano prima, la Brianza poi, Milano poi ancora, la Brianza infine di nuovo. Ma non me lo scrollo di dosso l’esser nato a Genova, da stirpe genovese. Così va sempre a finire che a tutto il mondo io rispondo che son di Genova, tranne ai genovesi, a cui dico che sono di Milano. E non so più se è per far lo snob, il bauscia, o per vergogna, ché come fai a dire a quelli che a Genova son rimasti, che ci vivono, che la amano, che è loro, Genova, che gli appartiene, come fai a dirgli che sei uno di loro e non di quelli che calano al weekend dalla pianura, attraverso i Giovi e il Turchino?

Ché, per dire, sui tornanti della A7, che da Serravalle salgon su ai Giovi e poi scivolano in picchiata a Bolzaneto, io ho imparato i punti di corda, li conosco uno a uno, te li posso disegnare ad occhi chiusi, e i tempi che staccavo da casello a casello, quando ero giovane e incosciente (leggi: prima dell’era tutor), nemmeno te li immagini, ché per anni, quando mi toccava guidarla anche dozzine di volte per ragioni varie, non ricordo di esser mai stato sorpassato, che portassi una Fiesta o un duemila.
Ché per me, Genova, inizia in discesa dai Giovi, passata la raffineria di Busalla. Che poi, è una raffineria quella di Busalla? Non l’ho mai capito. E sì che sono più di quarant’anni che le giro attorno con quelle due curve asimmetriche a gomito verso destra, la seconda in salita, asfalto liscio non drenante. Quando piove - e lì piove spesso - te le raccomando.
Non esiste un’autostrada al mondo come la Serravalle: fate ridere, voi, con Barberino del Mugello e la Cisa, datemi retta.

Poi, Genova. Che la frontiera, noi, si passava a Bolzaneto, ché andavamo a Certosa dai nonni. Da grande invece, quando amavo qualcuno e poi anche per altro, Genova è diventata Genova ovest, che da lì ti infili diretto sulla sopraelevata.

Genova, se non l’hai mai guidata, non puoi capirla. Ché tutti pensano a Genova e s’immaginano i caruggi. Via del Campo, sì, come no. Ché Genova è in realtà l’allucinante e psichedelico groviglio di impossibili svincoli in cemento armato e guardrail in lamiera che la avvolge come una matassa di filo spinato, come i tentacoli di un mostro manga. Los Angeles gli fa le pippe, a Genova.
Strade e autostrade che stringono i palazzi in una morsa fatta di assurde spirali di asfalto, prive di qualunque spazio di manovra, caotiche come l’entropia, perennemente ingorgate o rallentate dai guidatori di Genova che a Genova non san guidare - perché una cosa è sicura, a Genova non san guidare, al volante son tutti abbelinati e se vieni da Milano non puoi che odiarli, ché si muovon tutti come tartarughe, ché sembran sempre che la macchina la tirino fuori solo alla domenica (che poi dove accidenti le tengono, le auto, a Genova, quando non le usano, ché non c’è un millimetro di spazio a Genova, a parte quello fra i cassonetti e le molecole d’aria compresse fra i vicoli larghi ottanta centimetri).
E a pensarci, la spiegazione sta forse nel fatto che i genovesi han paura delle strade aliene di Genova: salgono in auto, si affacciano sulla strada dal passo carraio e vengon colti dal panico. La paralisi di fronte ai tentacoli del mostro che loro stessi han creato. Ché per riuscire a muoversi in auto, a Genova, han dovuto costruire una strada che passa sopra ai palazzi, altrimenti non se ne usciva.
Non ho mai visto così tante Cinquecento come a Genova. No, non quelle nuove: quelle con la targa quadrata in bianco e nero.

Io la odio, Genova. Epperò mi lascia sempre quel non so che di struggente addosso, come un genitore che hai rinnegato ma che sai, dentro, che sei suo, che hai il suo sangue. È vecchia Genova. È sfigata. È triste in un modo assurdo. È fredda, umida, odorosa, sola, chiusa, grigia: ecco, per quanto colorata sia, per quanto quegli intonaci gialli e rossi, scrostati, quelle persiane verdi, quelle immancabili bandiere rosse, bianche e blu alle finestre del tifo calcistico ci provino, è grigia. Grigia dentro. Abbandonata, anacronistica, araba e africana, provinciale fino al fastidio, respingente, repulsiva. Ti odia perché sei foresto e ti odia ancor più se l’hai tradita.
È brutta Genova: ha scorci meravigliosi e poetici affogati nel cemento più grigio e orrendo, o forse è il contrario: ha colate di cemento tumorale che l’aggrediscono ovunque, alle spalle, al cuore, ai polmoni, al fegato, che le mangiano il verde delle montagne attorno, i giardini, le palme, i colori corrosi dalla salsedine.
È così soffocante, Genova, a tratti, così claustrofobica, che ti viene da buttarti a mare per scappare e forse non è strano che i genovesi siano un popolo di navigatori, perché puoi solo scapparne da Genova, altro che Ma se ghe pensu. E poi, il mare di Genova è sempre color del piombo e solo i genovesi, che a Genova ci vivono, lo vedono - e se lo credono - blu.

Così cala la sera, Genova si illumina, il vento si calma e io riparto per Milano. Ripercorro la Serravalle a rovescio e lo san tutti che a salire è molto più facile, puoi tirar giù il tempo anche di cinque o sei minuti, se credi.
A Busalla è buio e la fiamma della raffineria (sarà poi una raffineria? Dovrei chiederlo forse a Tony) rompe l’oscurità del canyon dello Scrivia.

Genova mi manca già. Come quelle donne che dopo aver lasciato ti penti d’aver lasciato, pur sapendo che no, non ce n’era proprio, né ce ne sarebbe mai stato.

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Boccadasse (Boccadäse)
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Centro storico, via San Bernardo
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Cattedrale di San Lorenzo, il duomo di Genova
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La Lanterna, il simbolo di Genova
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Il teatro Carlo Felice, in Piazza de Ferrari
Genova07
Palazzo San Giorgio
TAG: genova
18.29 del 03 Novembre 2013 | Commenti (1) 
 


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