Orizzontintorno Carlo Paschetto
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28 No way to Knysna
MAG Travel Log: Sudafrica e Swaziland
Dunque, il dado è tratto: torno in Sudafrica dopo sedici anni, cercando questa volta di infilare anche Swaziland e Lesotho, ché comunque non bisogna perder l'abitudine di piantar nuove bandierine e poi suvvia, il Lesotho: parliamone.
Torno coi Tati al seguito, ché si va a fargli vedere leoni, giraffe e pinguini a casa loro. Ché ancora non è comunque chiaro chi dell'equipaggio dovrà occuparsi di cacciare il pitone delle rocce dal bungalow, o l'ippopotamo dalla vasca, ma abbiamo ancora un paio di mesi per pensarci, comunque.

Torno in Sudafrica e ancora una volta salterò la Garden Route, cercando di barattarla con la traversata del Lesotho. Ché comunque il tempo a disposizione non è molto, sarà pieno inverno e che ci andiamo a fare lungo la Garden Route d'inverno. E poi non esiste che non si metta piede in Lesotho, dài: son pur sempre il viaggiatore imperfetto.

Abbiamo quindi prenotato il volo diretto da Cape Town a Port Elizabeth e da lì via, alla volta del Lesotho. Per la Garden Route ci vediamo la prossima volta, va', quando con più tempo a disposizione torneremo a fare (anche) Mozambico, Zambia e Malawi.
Ché con l'Africa son solo all'inizio ed è venuto ormai il tempo.

SA
TAG: sudafrica
00.36 del 28 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 
07 Io sono un viaggiatore molto imperfetto
MAG Mumble mumble
Io sono un viaggiatore molto imperfetto. Sono quello che alla domanda Ah, maddai, sei stato a [riempire a piacere], hai quindi visto [imprescindibile must]? nove volte su dieci rispondo no e in almeno sette casi nemmeno so di cosa si stia parlando. Sono quello che non mangia mai quello che sicuramente avrebbe dovuto mangiare e che probabilmente nemmeno ne conosce l'esistenza. Sono quello che non ha partecipato all'evento rarissimo che capitava proprio in quei giorni al quale assolutamente bisognava partecipare, che non ha comprato nulla di quello che tutti comprano e nemmeno sa cos'è, che non ha letto, non ha visitato, non ha sicuramente fatto.
Ho visitato più di cento fra Paesi e territori del pianeta, viaggiando sempre in totale autonomia, e quasi sicuramente non sono stato nella maggior parte dei posti dove sarei dovuto andare e non ho visto il cinquanta per cento delle cose che avete visto voi negli stessi posti, impiegando la metà del tempo, spendendo un terzo, viaggiando accompagnati, o a vostra volta da soli. No, non è che abbia visto o fatto di meglio: è solo che probabilmente ho perso tempo dietro a qualche obiettivo che mi ero fissato in testa sa dio perché, salvo poi scoprire che il fatto che non ci andasse/interessasse/non lo facesse nessuno forse voleva dire qualcosa; o anche solo per sciocca ostinazione anticonformista; o semplicemente perché sono un viaggiatore molto pigro, per cui se devo alzarmi presto per fare o vedere qualcosa di assolutamente imprescindibile, ma che non ho scelto io di fare o vedere, è quasi certo che dormirò fino alle undici del mattino, o al massimo mi alzerò in tempo utile per non perdere l’ultimo turno della colazione in hotel, ché uscire fuori senza aver fatto colazione è la cosa che più mi irrita al mondo.
Tanto, in ogni caso, dopo aver fatto colazione è molto probabile che torni in camera e perda tempo un’altra ora buona. Nella migliore delle ipotesi ad aggiornare il blog, altrimenti a fare assolutamente nulla.

Eppure studio i miei viaggi per mesi, leggo tantissimo, mi segno cose, compilo liste, mi concentro su particolari insignificanti. Ecco, appunto: insignificanti.
Io sono un viaggiatore imperfetto che segue percorsi tutti suoi, spesso del tutto insignificanti. Ad occhi altrui.
Così, per esempio, potete stare certi che sono stato a Parigi cento volte, ci ho anche lavorato, la conosco molto bene e, vi garantisco, conosco cose di Parigi che nemmeno voi che ci vivete conoscete. Ma in tutti questi anni sono stato al Louvre una sola volta e credo di non averci resistito più di un’ora, di cui quindici minuti trascorsi a cercare di aprirmi un varco in mezzo alla folla che sostava davanti a Monna Lisa. Ho di recente letto una lista di cose assolutamente da vedere a Parigi e ce ne fosse stata una della quale abbia potuto dire ah, sì, questa in effetti celo.

Non torno a Londra dal 1984, né mi frega di tornarci. Non ho mai visto le piramidi del Cairo, ché detesto farmi largo fra i pullman.
Ma sono stato in Tango-Hanto in Giappone e ho fatto una deviazione del cazzo che mi è costata una giornata di viaggio per andare a vedere quella minchiata di monastero ortodosso bombardato e circondato da filo spinato a Prizren, in Kosovo. Nemmeno ricordo più come si chiama, poi, quel rùdere. Ho anche speso un bel po’ per andare a Chernobyl e peraltro oggi non potrei raccontarvi di Al Raqqa, nella valle dell’Eufrate, se non mi ci fossi infilato a cazzo per non so quale motivo e non ci avessi pure dormito. Belìn, Al Raqqa.
Non sono andato in Polinesia: potendo scegliere, sono stato - di proposito - in Melanesia, ché sono certissimo che tanto il mare sia lo stesso, solo che alle Loyalty Islands c’ero solo io, a Tahiti eravate in centomila. E in Australia ho schifato Ayers Rock per andare in Tasmania. D’inverno. Che c’è pure un clima allucinante, fa un freddo porco e piove a dirotto, sempre.

D’altra parte io detesto andare nei luoghi quando il clima è favorevole. Se devo andare al Polo Nord dev'essere d’inverno. Che mi importa di andarci in estate: lo so benissimo che si sta meglio ed è più vivibile, ma che diamine, il Polo Nord è bello proprio perché è estremo e dunque per quale mai ragione dovrei volerlo vedere addomesticato dal calore estivo?
- Ma se vai in Patagonia d’inverno non vedi i pinguini! E chissenefrega: li ho incontrati in Sudafrica e in compenso ho così visto le famose tempeste invernali del Paine, ché altrimenti che Patagonia sarebbe stata, senza? Anche se quando al Paine c'è una tempesta, credimi, non fai un metro fuori dal tuo rifugio.

(E comunque no, non è vero che chissenefrega: mi sono girati i coglioni. Oh se mi sono girati, all’epoca, per non aver visto i pinguini imperiali di Capo Horn).

Ore ve ne dico un’altra. Partire mi fa paura. Sono una persona estremamente ansiosa e nel mio bagaglio porto sempre mille timori.
Soffro maledettamente di claustrofobia, il che mi rende ostile il viaggiare con quasi qualunque mezzo pubblico, soprattutto autobus e treni affollati, sedili posteriori nelle auto, taxi americani, per non dire che mi angosciano tutte le camere di hotel che non posso raggiungere a piedi con una scala: praticamente, ormai, il novantacinque per cento degli hotel nelle grandi città di tutto il mondo.
Maledetti viaggi in ascensore, dannatissimi grattacieli. E poi ho paura di quasi tutte le porte chiuse. Negli hotel non chiudo mai a chiave la porta di camera. Per inciso, questo mi crea parecchi problemi anche coi bagni pubblici.
Però ho preso i treni in India e ho viaggiato per venticinque ore sul leggendario sleeper bus Golmud-Lhasa senza dare di matto, o farmi prendere dalle crisi di panico.

Non sono per nulla socievole e diffido di chiunque voglia vendermi o mi proponga qualsiasi cosa, per cui dico no a priori a tutto, a qualunque occasione o programma o iniziativa che mi vengano proposte e che escano dal perimetro di viaggio che mi sono idealmente preconfigurato. Sono un viaggiatore autonomo e indipendente, ma questo non significa affatto che io ami gli imprevisti, tutt’altro. Anzi, tendono piuttosto a innervosirmi e a mettermi ansia.
Il mio viaggio è nella mia testa, prima che altrove: se per qualche motivo esce dai binari che mi sono creato impiego poi parecchio a ritrovare la mia serenità e il mio punto di equilibrio.
Lo so: ho usato quattro volte l'aggettivo mio in quest'ultima frase. Ma sto raccontando come viaggio io, non come viaggiano quelli attorno a me.

Ho paura degli insetti e più in generale di tutto quello che è piccolo e striscia, vola, cammina e ha tante zampe. Eppure ho viaggiato nella giungla, nei deserti, in ambienti ben poco addomesticati e a volte del tutto incontaminati, spesso dormendo in tenda (quanto amo dormire in tenda!), ma credetemi, se vedo una bestia in giro potrei dormire sigillato in un piumone con una temperatura esterna di quaranta gradi.
Del resto l’ho fatto, al dormitorio del campo nella giungla malese: una notte di caldo asfissiante trascorsa interamente sveglio e completamente avvolto in una coperta. Non è servito: mi hanno fatto un braccio come un pallone, cosa sia stato non so.

E che dire del mio proverbiale terrore di volare. Quanto ne ho scritto anche qua dentro. Qualche anno fa, quando per lavoro volavo decine, centinaia di volte all'anno, ero riuscito a sconfiggere la paura. Credevo fosse in via definitiva: basta coi mal di stomaco e le notti in bianco prima di ogni volo, fine dei miei stati catatonici prima di salire su qualunque aereo, mai più ore di angoscia e mascelle serrate, inchiodato al mio posto con le cinture sempre allacciate, a costo di rimanerci anche per tredici ore filate sospeso in aria, figuriamoci andare almeno a pisciare.
Quel che però può l’abitudine, distrugge immediatamente la disabitudine. E a distanza di soli due anni, ci risiamo.
Almeno per questo ho comunque scoperto le pillole. Van bene anche per la claustro. Con due pillole ho sorvolato tutto il Pacifico e ho fatto il giro del mondo dormendo come un sasso. Sono andato in bagno persino un paio di volte e mi ci sono pure chiuso dentro. Ora le porto sempre con me, nel mio trolley.

Viaggio sempre con il solo bagaglio a mano. Con gli anni ho imparato ad andare ovunque, con qualunque clima, per qualunque tempo, portando soltanto il mio piccolo trolley ed eventualmente uno zainetto di scorta da far passare inosservato all'imbarco. Lo zainetto, quando c’è, è il mio compagno inseparabile e almeno all’andata, se posso, infilo anche lui nel trolley.
Ho fatto un giro del mondo col trolley piccolo, l’ho usato per viaggiare a quindici sotto zero e a quaranta sopra, per una settimana o un mese. Ho imparato a lasciare a casa la reflex pur di far stare tutto dentro quel solo trolley, ma negli ultimi anni non ho più rinunciato a un ombrello pieghevole. L’avvento dell’iPad, poi, mi ha fatto guadagnare moltissimo spazio e peso, perché ho smesso di portare il computer.
Nel mio trolley, naturalmente, oggi non manca mai nemmeno il necessario per procurarmi ogni strumento di ricarica per qualunque altro aggeggio elettronico mi porti dietro: tablet e telefono, sempre presenti all'appello, videocamera e macchine fotografiche, quando ci sono.
Quel che è certo è che la tecnologia, nel corso degli anni, mi ha sempre accompagnato, di qualunque generazione fosse. Nel 1990, in Patagonia, non avevo certo il telefonino né il computer portatile, ma viaggiavo col migliore altimetro analogico disponibile sul mercato, solo perché quelli digitali di allora, pionieristici, non erano altrettanto precisi. E io sono uno preciso.
L’ho smarrito quell’altimetro, proprio al campo base del Cerro Torre. Be’, non ci sarebbe stato posto migliore al mondo dove perderlo.

Per quanto viaggi, per quanto sia nomade, per quanto mi deprima rimanere a casa più di qualche settimana e per quanto potrei stare via mesi e mesi (l’ho fatto), ho bisogno di un punto fisso di riferimento. Ovunque io sia nel mondo, per quanto possa stare lontano da casa, ho bisogno di sapere che casa c’è. Che è qui e che prima o poi ci passerò. Perché prima o poi, sempre, ovunque mi trovi e indipendentemente da quanto tempo io manchi da casa, arriverà un momento in cui scoppierò a piangere e vorrò tornare.
Salvo il fatto, poi, che quando arriverò non vedrò l’ora di riandarmene tre giorni dopo e diventerò sempre più irritabile al dilatarsi della distanza fra l'ultimo rientro e la prossima ripartenza.
Forse viaggiare è la mia eterna ricerca del punto fisso ideale di riferimento, il mio capolinea perfetto. Che non so dove sia.

Quando parto per un viaggio, infine, quel viaggio l’ho già vissuto dozzine di volte ed è già archiviato. Perché il viaggio, qualunque viaggio, io lo preparo nella mia testa per mesi. Leggo, studio, pianifico, immagino. Quando parto, nell'esatto momento in cui mi metto in moto, quel viaggio è un progetto già riuscito e quindi io sto già pensando al prossimo viaggio.
Ogni mio viaggio, nel momento in cui lo sto vivendo, è accompagnato da un progetto in corso per il viaggio successivo. Sono un moto perpetuo che avanza di viaggio in viaggio, mai presente nel presente, sempre avanti nel futuro prossimo venturo.
A volte, mentre sto viaggiando, mi capita di realizzare all’improvviso questa cosa e mi fermo. Di colpo. Mi fermo proprio, se sto camminando smetto anche di camminare, e mi guardo intorno. Quello che cerco di fare è esattamente fissare quell’istante nella mia testa. Scolpirlo dentro. Viverlo nel presente. È un esercizio difficilissimo, ma talvolta ci provo.

C’è poi il fatto del viaggio che si scontra con le mie paure. Per cui, quando mi prende l'ansia, ogni volta giuro a me stesso che quella è l’ultima volta che viaggerò, che mai più, che in fondo ho viaggiato troppo, che posso anche fermarmi.
Lo penso ogni volta che salgo su un aereo, soprattutto alla partenza di un viaggio. Mi maledico, mi chiedo chi me lo ha fatto fare di nuovo, mi do del cretino. Poi, appena rientro a casa, metto insieme le idee per il prossimo viaggio, che naturalmente ho iniziato a programmare durante il viaggio appena concluso.

E poi in viaggio, spesso, io piango. Soprattutto in quei momenti in cui realizzo che sono in viaggio, davvero, e che sono esattamente nel luogo in cui ho sognato per mesi, per anni, di essere. Che sono proprio lì, che respiro quell’aria, che il momento preciso è quello.
Sono estremamente emotivo, lo sono ancor di più in viaggio. Ho pianto di fronte all’Everest e sulla Transiberiana, e a Capo Horn, e dozzine di altre volte. Quando piango sono sempre da solo.

Ho fatto del viaggiare la mia vita, o meglio, ho fatto del bisogno di viaggiare la mia vita, perché la verità è che non sono mai riuscito a viaggiare tanto quanto avrei voluto, né sono mai riuscito davvero a fare del viaggiare la mia professione, come ho sempre sognato.
Dopo qualche anno trascorso davvero a saltare da un aereo all'altro, da un hotel all'altro, con un trolley mai disfatto sempre al mio seguito, alla soglia dei cinquant'anni sono addirittura arrivato al paradosso di lavorare così vicino a casa, e così stanziale, come mai mi era capitato prima d'ora.
Ho perso il treno. Capita. Aspetti un treno per anni, magari senza nemmeno sapere bene a quale binario sederti ad aspettare, e quando finalmente sei lì lì per partire, proprio all'ultimo momento non puoi. Così è capitato, non ho potuto.
Certo, è sempre una scelta. Dico sempre che ho dovuto scegliere, ma comunque sia andata ho scelto io e punto.

A volte mi chiedo poi cosa io abbia fatto, davvero, per cercare di fare del viaggiare la mia vita: la verità è che non ho fatto nulla. Ché quando in passato c'è stato da scegliere, da rischiare, da mettersi in gioco, alla fine ho quasi sempre scelto la via più semplice e tranquilla, a meno proprio di non essermici trovato in mezzo, perché ho ascoltato le mie paure, e dunque?
Tranne nel 2002. Quando ho pensato che se non fossi partito in quel momento non sarei partito mai più. Così l’ho fatto. Sono partito.
E nel 2006, quando però sono partito per necessità, non per scelta, salvo il fatto che di nuovo, poi, non sarei mai più tornato.
Invece sono tornato. Entrambe le volte. Nonostante e dopo tutto quel tempo. Maledicendomi poi per mesi per essere tornato.
Ma anche queste sono state scelte.

Comunque fra un po’ ripartirò ancora, e poi ancora, e poi ancora, e poi ancora. Perché devo partire. Ho bisogno di partire.
Se vuoi sapere come sono, chi è quello che scrive, devi partire con me. E fidarti, anche se per tutto il viaggio, in ogni istante del viaggio con me, ti potrà sembrare che io stia viaggiando da solo e che non mi curi minimamente della tua presenza, anzi, che sia solo un fastidio.
È solo che sono dietro alle mie ansie e alle mie paure, sono preso a scacciarle, ma lo so bene che stiamo viaggiando insieme ed è una differenza importante, mi piace.

Ho viaggiato a lungo da solo, da solo davvero. In viaggio mi è persino capitato di non parlare per giorni e giorni. Ti dirò una cosa: lo so fare, non ho più bisogno da un pezzo di dimostrarmelo. Se voglio partire da solo - quando voglio partire da solo, o ho bisogno di partire da solo, perché a volte può ancora accadere - io parto da solo. Se ti chiedo di venire è perché voglio viaggiare con te, ché non ho voglia di un mio viaggio, anche se so che la destinazione la scelgo sempre io.
Io non scelgo mai i vini, né il canale alla tv, né i colori. Scelgo le destinazioni.
Ma poi non è nemmeno del tutto vero, non sempre perlomeno.

(Né è più vero, ormai da qualche anno, che io non torni mai nei luoghi dove sono già stato).

kk
agosto 2002, sulla Karakoram Highway, nello Xinjang
TAG: viaggiare
08.56 del 07 Maggio 2014 | Commenti (6) 
 
05 Lumia 925 vs. iPhone 4S (e il Lario nel mezzo)
MAG Web e tecnologia, Fotoblog
Da qualche giorno sto usando un Nokia Lumia 925 in affiancamento all'iPhone 4S che mi accompagna da più di due anni e che è diventato il mio compagno inseparabile e insostituibile di lavoro e di viaggio.
Di quanto ormai l'iPhone (e l'iPad) abbiano cambiato il mio modo di viaggiare ho detto altre volte, soprattutto per quanto riguarda la fotografia: ne scrivevo qui dentro proprio un mese fa, al rientro dal viaggio a Boston e alle Bermuda. Tralasciando dunque il mero confronto tecnico fra le caratteristiche, i pro e i limiti dei due smartphone, sul quale mi sono soffermato altrove perlopiù per ragioni professionali, ho approfittato di una gita sul lago di Como la scorsa settimana per fare qualche test con la macchina fotografica del Lumia e avere così un raffronto diretto con l'iPhone 4S.

Detto che stiamo paragonando un telefono attuale ad uno di tre anni fa, e che dunque il giusto confronto sarebbe dovuto avvenire fra il 925 e il 5S, l'impressione a caldo è che la qualità delle foto del Lumia sia decisamente migliore rispetto a quella dell'iPhone, soprattutto in termini di fedeltà dei colori (le foto del 4S tendono a virare al blu, sempre).
La risoluzione dei due sensori è praticamente la medesima, anche se il Lumia offre qualche decimo di megapixel in più, ma è una differenza irrilevante. Le foto del Lumia appaiono però più "lucide" e definite. Inoltre, la maggior dimensione dello schermo del Lumia facilita parecchio l'inquadratura rispetto all'iPhone, anche se di per sé il telefono della Nokia è decisamente meno maneggevole (la pessima ergonomia della forma del Lumia è uno dei suoi difetti maggiori).
Il software del 925 (in questo caso, Windows Phone versione Black) batte poi alla grande iOS 7.1, consentendo di controllare tutti i parametri di apertura, velocità dell'otturatore e ISO come in una classica macchina fotografica compatta. Per contro, sull'iPhone è possibile solo lo scatto in automatico e iOS non lascia quasi alcun controllo manuale, tranne la selezione del punto di esposizione, cosa peraltro possibile anche sul Lumia in modo analogo.

L'iPhone offre però un paio di funzionalità che il Lumia non ha e che personalmente uso tantissimo: lo scatto panoramico in ripresa continua e il formato quadrato, oltre al nativo 4:3. Qualcuno mi faceva notare che in fondo per avere una foto quadrata basta tagliarla in post produzione, ma in realtà non è affatto la stessa cosa: un conto è inquadrare il soggetto con un campo visivo quadrato, caratteristico ad esempio del vecchio medio formato 6x6 che amavo moltissimo, un conto è scattare una foto rettangolare cercando di immaginare il perimetro di cropping.
Il Lumia scatta in formato 16:9, un rapporto ottimo per fotografare panorami, ma un po' limitante in altri contesti. Rende bene sul lago, insomma, ma credo farei fatica a utilizzarlo in situazioni ordinarie di viaggio, perlomeno in relazione al mio modo di fotografare.

Insomma: non so. Le foto del Lumia mi piacciono parecchio, ma temo che come macchina fotografica accessoria da viaggio possa essere meno versatile dell'iPhone.
Una discriminante importante, alla fine, potrebbe essere l'autonomia della batteria: l'iPhone non è certo un campione, ma il Lumia è davvero un disastro. Con la custodia-batteria della Mophie che uso regolarmente da due anni, il 4S tira in fondo alla giornata senza problemi. Se mi metto a fotografare a raffica con il 925 non tiro due ore, per dire.
Di più, il Lumia ha solo 16Gb di spazio contro i 64Gb del mio iPhone e come quest'ultimo non può montare micro SD a supporto per estenderne la capacità, che è poi una delle critiche maggiori rivolte da sempre all'iPhone.

Una preziosa funzionalità di Windows Phone, invece, è il backup automatico e nativo delle foto su OneDrive di Microsoft, sebbene le immagini trasferite sulla nuvola siano a risoluzione inferiore rispetto agli originali memorizzati sul telefono. È comunque un sistema più semplice e intuitivo del photostream di Apple, che invece di utilizzare iCloud in modo analogo permette di trasferire le foto sul Mac solo via iPhoto o Aperture: un passaggio inutile e frustrante per chi non utilizza regolarmente almeno uno dei due software. In più, funziona appunto solo per chi possiede un computer della Apple, mentre OneDrive è disponibile per qualunque sistema e accessibile ovunque via internet. Per ottenere una funzionalità simile sull'iPhone è necessario trasferire le foto via Dropbox o alternative del genere.

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Panoramica del lago di Como da Varenna, ripresa con l'iPhone 4S
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Varenna4
Il lago di Como e Varenna fotografati con il Nokia Lumia 925

A margine, alcune note tecniche su Lumia 925 e Windows Phone Black, visto che ci sono:

- Il Wifi non aggancia reti che necessitano dell'assegnazione di un IP statico: per quanto in teoria sia possibile assegnare un IP al telefono, pare sia un bug per il momento senza soluzione. Risultato, non posso agganciare il Lumia alla mia rete di casa...
[Continua a leggere]

TAG: nokia, lumia, iphone, varenna, lago di como
00.03 del 05 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 
03 Venti mesi
MAG Amarcord, Prima pagina
Di recente mi capita spesso. Scrivevo di Al Raqqa lo scorso dicembre e di Aleppo qualche tempo prima, e ancora di Kiev prima che la situazione degenerasse.
Oggi tocca a Odessa, per le cui bellissime strade mi aggiravo e di cui scrivevo appena un anno e mezzo fa.

E ancora una volta, quel senso di smarrimento totale nel vedere le immagini in fiamme di vie che ho vissuto e amato, la cui polvere porto ancora addosso, ché è solo ieri che trascorrevo le mie serate seduto ai tavolini di qualche caffè lungo la Derybasivska, a scattare foto, prendere appunti, chiacchierare con quella gente e vivere in mezzo a loro.

OdessaA
Odessa, agosto 2012
OdessaB
Odessa, maggio 2014 (fonte: Reuters, via Corriere)
TAG: odessa, ucraina
22.29 del 03 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 
03 Rigore è quando arbitro fischia
MAG Amarcord, Prima pagina
Il 20 maggio del 1992 a Wembley io non c'ero: un pensiero ce lo avevo fatto, ma per scaramanzia preferii uscire per il primo appuntamento con quella biondina a cui stavo dietro da un po'.
Genova era deserta quella sera, per le strade non volava una mosca; persino la metà rossoblu stava tappata in casa col fiato sospeso, ché se i ragazzi di Vujadin avessero davvero sbancato il tempio del calcio probabilmente non si sarebbe più vista una bandiera col grifone per almeno due anni a venire.

Non ero e non sono mai stato un gran tifoso. Il calcio mi ha sempre annoiato, ma sono stato un bambino, prima, e un adolescente, poi, orgoglioso di tener fede alla tradizione patriarcale di una famiglia, la mia, genovese e laicamente blucerchiata da sempre, nonostante il trapianto a Milano quando avevo appena due anni.
Ho attraversato elementari, medie e superiori senza mai cedere alle prese in giro dei compagni di scuola, inevitabilmente tifosi rossoneri, nerazzuri, o bianconeri che sempre tutto vincevano, mentre la mia squadra, stagione dopo stagione, annaspava inesorabilmente a cavallo fra il purgatorio della B e la massima serie. Non aveva alcun titolo da vantare ed era pure un po' difficile da pronunciare: Samp-doria, o san-doria, non era esattamente chiaro come si dovesse dire. Dichiararmi ostinatamente sampdoriano era uno dei tanti modi per rivendicare la mia identità personale e sfuggire all'omologazione del gruppo, che non mi era mai appartenuta.

A Genova, fra altri parenti tutti di rigorosa fede blucerchiata (tranne il nonno materno, orgogliosamente arroccato nel suo isolamento genoano), avevo uno zio tifosissimo che non perdeva una partita. Una volta venne a trovarci a Milano e mi portò a San Siro a vedere un'Inter-Sampdoria finita 4-4: calcio d'altri tempi, credo fosse il 1972, o giù di lì. A tutt'oggi rimane quella la mia unica occasione al Meazza. Non ci sono mai più tornato, nemmeno per qualche concerto rock. Non esisteva nemmeno il terzo anello a quel tempo.
Mi sa fra l'altro che 'sta storia devo averla già raccontata qua dentro da qualche parte.

Comunque. Ai tempi dell'università, pur continuando a disertare gli stadi e a sottrarmi alle discussioni calcistiche del lunedì, la Samp la seguivo eccome. La mia Cenerentola, sotto l'illuminata presidenza di Paolo Mantovani, all'improvviso aveva iniziato a infilare un trofeo dietro l'altro: una serie di Coppe Italia, l'ingresso fra le grandi d'Europa con la vittoria in Coppa delle Coppe, e infine il magico scudetto del '91, una rivincita insperata per il mio inossidabile orgoglio di tifoso solitario e sfigato, cresciuto in una città calcisticamente ostile, vincente, ricca e snob. Fra l'altro, quello scudetto incredibile la Samp lo vinse proprio a spese dell'Inter.
Quindi, la straordinaria e altrettanto inattesa cavalcata dell'anno successivo in Coppa dei Campioni, culminata con la finale del 20 maggio a Wembley, col Barcellona. Al timone di quella leggendaria squadra dei record capitanata da Vialli e Mancini sempre lui: Vujadin Boskov.

Boskov era uno che non potevi non amare, anche se di calcio non capivi un accidente come me. Aveva un po' quell'aria fra lo sfigato e il tizio che ti sfila il portafogli mentre ti chiede un indirizzo. Un po' come il tenente Colombo, tipo.
Io me lo sono sempre immaginato Vujadin, a casa, quella sera dopo aver vinto lo scudetto: va in bagno, si lava i denti, si mette in pigiama, si infila le ciabatte, si siede sul letto in silenzio, da solo. Si guarda un po' i piedi e sospira. Poi, alla luce dell'abat-jour, si alza, apre la finestra sulla città illuminata, respira a pieni polmoni l'aria notturna di Genova, socchiude gli occhi. E mostra il dito medio al mondo, prima di andare a dormire.

Quella sera del 20 maggio 1992 iniziai a sospettare che qualcosa non fosse andato per il verso giusto attorno alle ventidue, passando per Piazza De Ferrari: non un cane, silenzio assoluto. C'era un po' di brezza dal mare e anche le luci alle finestre erano in gran parte spente.
La biondina baciava da schifo e alla fine era chiaro che non me l'avrebbe neppure data, ché era il tipo che minimo voleva un anello al dito, prima.
Non avrei dovuto trovarmi lì. Avrei dovuto essere a Wembley ad applaudire in piedi i ragazzi e a ringraziarli lo stesso: loro e, soprattutto, Boskov.
Ché anche nel bel mezzo di una notte da miracoli può capitarti un Koeman che al 112° minuto tira una punizione da trenta metri e fa centro, dopo una battaglia infernale durata quasi quattro tempi e a soli otto minuti dai rigori.
Poi rimangono solo gli aneddoti: per dirne uno, a fianco di Koeman giocava un tale Pep Guardiola. Ti dice qualcosa? Fu anche l'ultima partita assoluta giocata per la Coppa dei Campioni: dall'anno successivo la chiamarono Champions League. Senti come suona diverso. È tutta un'altra storia, è roba per giovani bombati a Sky TV e palloni fosforescenti.

Per parte mia, da quella notte non ho più seguito il calcio. Quando sai di aver assistito a un miracolo irripetibile non c'è più nulla di straordinario nel partecipare alla normalità di un pallone che rotola sempre allo stesso modo. E poi a me il calcio ha sempre annoiato, appunto.

Ciao Vuja, grazie per il 20 maggio del '92 e per tutto il resto.

Boskov
TAG: boskov, calcio
01.35 del 03 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 


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