Orizzontintorno Carlo Paschetto
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20 Marco
GIU Amarcord
Ho incontrato Marco l’ultima volta nel 1999 a Bangkok, dove abitava e lavorava già da qualche anno. O almeno, mi pare, perché forse ci siamo incrociati a Milano qualche anno dopo, durante uno dei suoi rari passaggi da casa, ma non ne sono sicuro.
Eravamo stati compagni di università a Matematica e siamo poi rimasti buoni amici. Quegli amici, perlomeno, che in realtà non vedi mai, che se proprio va bene ti scambi gli auguri di Natale per sms e magari passano due o tre anni prima di risentirsi. Però, quando capita, è come se l’ultima volta fosse stata la sera prima.

Marco era un talento straordinario, capace di dimostrarti un nuovo teorema mentre stappava lattine di birra in serie e giocava a briscola chiamata. Dove trovasse il tempo di studiare io non lo so, ammesso che studiasse, perché forse non ne aveva nemmeno bisogno: all’apparenza era perennemente impegnato nel trovare nuovi modi per cazzeggiare, star dietro al suo Milan, provarci con qualche matricola e giocare a carte.
Ci sono persone che possiedono doti di rara ed eccezionale intelligenza, che quasi ti vien da vergognarti del tuo arrancare con scarso successo dietro ai libri: lui era una di quelle. Ça va sans dire, genio e sregolatezza assoluta.

Marco si era laureato molto rapidamente in Matematica a Milano, una facoltà di duecento iscritti che sul finire degli anni ’80 vedeva arrivare al traguardo della tesi al massimo un paio di dozzine di studenti l'anno, triturando inesorabilmente fra milioni di formule e teoremi pazzeschi, ai limiti della religione ortodossa, l’ottanta per cento dei rimanenti aspiranti dottori.
All’epoca (immagino tutt'oggi) a Matematica incontravi essenzialmente tre categorie di studenti. C’erano scioperati presuntuosi, convinti della propria superiorità intellettuale e di poter uscire senza sporcarsi le mani dalla West Point delle facoltà: gente che veniva regolarmente asfaltata all’esame di Analisi 1 ed era condannata a soccombere, chi per saggia resa immediata, chi per inerzia dopo anni e anni di fuori corso. Per la cronaca, era la categoria alla quale apparteneva colui che sta scrivendo.
C’erano poi ragazze irrimediabilmente curve sui libri giorno e notte, predestinate a una brillante carriera di professoresse di algebra alle scuole medie, che portavano scritta in fronte la loro ineluttabile missione scolastica.
Infine, ogni anno, emergevano tre o quattro ragazzi investiti dalla Luce: quelli che la Scienza gli scorreva direttamente nelle vene, quelli che capivano davvero i teoremi di analisi armonica (sì, esiste e si chiama così), quelli che la geometria differenziale l'assimilavano come noi comuni mortali ci diamo a Topolino mentre meditiamo al cesso.
Marco era uno di quelli.

Era anche un cinico bastardo Marco, un dropout, un disadattato capace di irridere qualunque miseria umana e di prendere la vita con un metro tutto suo che ad occhi altrui appariva spesso intollerabile e ingiustificabile.
E poi amava viaggiare da solo, come me.

Dopo la laurea, mentre la maggior parte dei suoi anonimi colleghi finiva reclutata fra i ranghi di IBM a scriver linee di codice e a timbrare il cartellino, Marco ruppe qualunque ponte alle spalle e partì. Inghilterra prima, poi Marocco, poi non ricordo nemmeno più dove, fino ad approdare in Thailandia, dove si stabilì definitivamente e mandò avanti una brillante carriera a livello internazionale per una prestigiosa multinazionale.
Era sempre in viaggio, fra un aereo e l’altro, copriva tutta l’Asia e il Pacifico. Si era anche sposato in Thailandia: quando lo andai a trovare a Bangkok aveva conosciuto da poco quella che in seguito sarebbe diventata sua moglie.

A Bangkok viveva in una casa grande e vuota. Ricordo l’impressione che mi fece: quasi non c’era arredamento. Era la casa di un uomo solo privo di radici, un uomo che aveva abbandonato tutto dietro di sé e non programmava alcunché del suo futuro.
C’era una camera completamente vuota con al centro uno stereo appoggiato per terra e una poltrona davanti alle casse: diceva Marco che quella era la stanza dove si ritirava ad ascoltare musica. Seduto in poltrona, in mezzo alla stanza vuota, da solo.
La cucina, bellissima, era immacolata e praticamente nuova: Marco pranzava e cenava sempre fuori.
Gli scaffali nei corridoi erano vuoti, i passi rimbombavano per le stanze.
Quella casa diceva tutto di Marco.

Negli anni successivi ci siamo scritti qualche volta: lui seguiva in silenzio il mio blog e i miei viaggi in giro per il mondo, io seguivo i suoi spostamenti professionali. Qualche notizia più dettagliata mi arrivava via amici comuni.
Eravamo legati in qualche modo, come quelle amicizie che sai che ci sono anche se non ti vedi e non ti senti per anni, ma che sai che esistono e che basterebbe alzare il telefono.
Tre anni fa lesse che ero in procinto di partire per Taiwan: mi scrisse che lui la odiava Taiwan, che ci sono terremoti tutti i giorni.
- Piuttosto vai a Seoul, che è bellissima - mi consigliò.
Infatti, andai a Seoul.

Nel 2012 ci mancammo per un pelo a Kiev: io partivo, lui era in arrivo ventiquattr’ore ore dopo. Ci scambiammo un paio di messaggi e quanto ci dispiacque non esserci incrociati.
Non molto tempo fa, dopo anni di permanenza, aveva lasciato la Thailandia per trasferirsi a Londra all’inseguimento di nuove motivazioni, forse ormai stufo di quell’oriente dove in realtà non si era mai integrato, né probabilmente aveva davvero cercato di farlo.
Qualcosa però non era andato nel suo rientro in Europa e recentemente aveva di nuovo piantato tutto per tornare indietro.

Ho impiegato qualche settimana a scrivere questo post. Una notte fra domenica e lunedì di circa un mese fa Marco era a casa sua a Bankogk e ha deciso di andarsene definitivamente.
Marco era uno di noi ed era un mio amico. Ciao Marco.

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23.55 del 20 Giugno 2014 | Commenti (0) 
 


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