Orizzontintorno Carlo Paschetto
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24 24 novembre
NOV Diario
Saranno state forse le otto del mattino, un anno fa, quando mamma mi telefonò.
Domenica ti ho portato una piantina con delle bacche arancioni (l'ha scelta Lorenza).
Ho preferito il 21, perché per me il giorno rimarrà quello per sempre.
TAG: papà
08.00 del 24 Novembre 2015  
 
23 Al Raqqa (una storia di Siria e di tassisti)
NOV Blog e luoghi, Travel Log: Libano e Siria
[Sto raccogliendo alcune storie che in questi anni ho raccontato altrove, con l’idea magari di mettere insieme un nuovo libro. Questa l’ho pubblicata due volte, una sul buon vecchio FriendFeed e una, recentemente, per gli amici di Frenf.it, sulla scia degli avvenimenti che in questi ultimi due anni hanno a Raqqa, in Siria, uno degli epicentri di maggior rilievo.]

In questa storia non sono solo. Per l’occasione avevo trascinato con me quelli che d’ora innanzi indicheremo genericamente come i miei tre Compagni Di Viaggio (CDV), alla loro prima (e per un paio di essi, ultima) esperienza di viaggio col Paschetto.
Questa è una storia di tassisti, come molte delle storie che racconto ultimamente. Ché metti di essere a Beirut il 30 dicembre 1999 e ai tuoi improvvisati CDV che han deciso di seguirti dire: ”Ehi, ma perché non andiamo a Damasco a festeggiare il nuovo millennio?"
Ché in effetti, per raccontarvi di Al Raqqa, devo prenderla un po' più indietro, da qualche giorno prima, dal lungomare di Beirut.

Andare da Beirut a Damasco non è molto complicato: devi solo attraversare le montagne su una bella strada e fine. Puoi farlo in autobus, se vuoi, ma devi capirci qualcosa, soprattutto nel solito caotico passaggio di frontiera (devo aver già detto altrove che il prossimo libro voglio scriverlo sui passaggi di frontiera via terra, mi pare).
Così, la soluzione più rapida ed efficiente, soprattutto se non sei da solo e hai la possibilità di dividere i costi, è il solito tassista, il primo che peschi a caso in piazza a Beirut, in mezzo ad altri compari tassisti, e a cui chiedi: “Ehi, ci porteresti mica a Damasco?"
Lui ti fa un sacco di feste - tutte in arabo, intendiamoci - ed è chiaro che sì, che ti ci porta eccome, quando vuoi, all'ora che vuoi, e lo racconta anche a tutti gli amici, e così siamo tutti lì a far finta di chiacchierare amabilmente con un gruppo di tassisti hezbollah su quanto sia bella Beirut e quanto lo sia altrettanto Damasco, e su quale delle due sia più straordinaria. E niente, allora d'accordo, appuntamento domani alle nove del mattino.

Che poi, a quel tempo, io non ero ancora così pratico di improvvisati tassisti asiatici e mediorientali coi quali condividere chilometri, storie, avventure, pranzi e cene, brande e camere d’albergo, mercati e frontiere, come sarei poi diventato negli anni a venire grazie a ripetuti e continui viaggi analoghi. Avevo imparato qualcosa l’anno precedente a Kuala Lumpur, ma era dall'altra parte dell'Asia, un mondo completamente differente, e avevo avuto una minima esperienza in nord Africa, ma insomma, checché i miei CDV ne pensassero ero un principiante. Loro si fidavano di me, io mi fidavo, boh, del primo tassista che pescavo in piazza a Beirut e più o meno facevo loro credere che fossi perfettamente padrone della situazione.

E dunque, il mattino dopo, eccoci tutti e quattro in piazza a Beirut imbarcati sul bel taxi giallo del nostro amico di cui non ricordo il nome, ma siccome non si può scrivere una storia senza dare un nome ai protagonisti lo chiameremo Samir.

Parentesi: alcuni giorni dopo la nostra traversata da Beirut a Damasco gli israeliani pensarono bene di sganciare qualche bomba dalle parti del nostro percorso. Quando si dice il tempismo. Fine parentesi.

Come tutti i tassisti mediorientali, che a titolo di cronaca sono molto diversi da quelli centroasiatici e russi, Samir parla. Parla tanto. Parla in continuazione, non smette mai. Ride un casino, fuma e parla tantissimo. Ti racconta cose ininterrottamente per ore e dialoga tranquillamente con te. Il problema, volendo, è che lo fa solo in arabo, senza minimamente preoccuparsene.
In realtà non è proprio un problema. Tu gli rispondi in italiano e siete amicissimi. Puoi anche rispondergli in inglese, se vuoi fare il figo, basta che ti sia chiaro che è un tuo inutile vezzo snob, perché tanto per lui è totalmente indifferente. Lui ti racconta le cose in arabo, tu gliele puoi raccontare in qualunque altra lingua (a meno che tu non sappia l'arabo, ovvio): tanto vale dunque farlo in italiano. Non so se avete idea di che viaggi meravigliosi si possano fare, per ore, raccontandosi cose così, in due lingue differenti, ciascuna delle quali non è conosciuta dall'altro interlocutore.
Samir ci porta fino alla frontiera siriana, ci guida attraverso il caos degli uffici di frontiera, prende in carico i nostri passaporti e pensa lui a tutto, discutendo con tutti, offrendo sigarette a tutti, fermandosi a chiacchierare con tutti. Italia, Italia, Italia, aaaaah! Italia! Grandi sorrisi.
In questi casi, la maggior del tempo si perde semplicemente perché le guardie di frontiera si incuriosiscono di fronte a passaporti che non sono soliti vedere. Quindi domande, sorrisi, passaporto che passa di mano in mano, Italia, Italia, aaaaah Italia!, e ancora chiacchiere. Folla che si raduna, gente che indica le fotografie e ancora sorrisi e sguardi interrogativi.
Alla fine, Inshallah, di nuovo tutti in macchina e si riparte sulla bella superstrada che scavalcando il valico montuoso si abbassa verso Damasco, come è ben evidente dai cartelli segnaletici scritti anche in alfabeto latino. Bene, tutto ok, Samir ci sta portando a destinazione.
Finché, all'improvviso e senza alcuna ragione, esce dalla superstrada e infila una strada fra le montagne. Una anonima e deserta stradina del cazzo.

Così. Lui prende, esce, e si infila su per le montagne. Cartelli solo in arabo. E continua a parlare, parlare, parlare. In arabo naturalmente. E a ridere molto.
I miei simpatici CDV guardano me. Io guardo lui e molto serenamente, in grande amicizia, in perfetto italiano senza accenti, gli chiedo: “Tutto ok amico, molto bello qui, ma dove cazzo stai andando? Perché sai, noi vorremmo andare a Damasco…”
Lui, in grande serenità e amicizia, mi risponde molto sorridente che Allah qualcosa, Allah qualcos’altro, Allah altro ancora, eccetera.
La scenetta va avanti per una buona mezz'ora e un po' di chilometri attraverso una zona montuosa apparentemente del tutto disabitata. Io inizio a chiedermi se vorranno un riscatto, il rilascio di prigionieri palestinesi, una trattativa con gli Stati Uniti, o semplicemente ci sgozzeranno come atto dimostrativo. Ai miei simpaticissimi CDV racconto che va tutto benissimo e che in effetti è una strada secondaria per Damasco, più panoramica. I miei simpaticissimi CDV pensano di sgozzare me prima che lo faccia Hezbollah.

E poi niente. Arriviamo in un piccolo paesino sulle montagne e parcheggiamo in un vicolo. Tempo di scendere dall’auto e guardarci attorno con aria perplessa che veniamo circondati e assaliti da tutti gli abitanti del luogo, tipo quando il vincitore del Grande Fratello esce dalla casa.
Dentro una casa, in effetti, veniamo spinti quasi a forza dalla folla. È la casa di Samir. Dove si raduna mezzo paese.
Ed è subito festa, perché in paese sono arrivati degli italiani!
Moglie! Fila in cucina e prepara il tè per gli amici italiani!
Figlie! Sparite nelle stanze adiacenti e copritevi subito quelle oscenità (la ciocca di capelli che fuoriesce appena dal velo)!
Uomini (figli, zii, cugini, nonni, parenti, vicini, eccetera)! Tutti in casa a festeggiare!

Insomma, per farvela breve (ché l’obiettivo di questa storia è pur sempre portarvi ad Al Raqqa), dopo un lungo pomeriggio di festeggiamenti e surreali conversazioni indecifrabili in italo-arabo con un’intera famiglia di uno sconosciuto e sperduto paese sulle montagne siriane, alla sera arriviamo ovviamente a Damasco, accompagnati da Samir, riempiti oltre ogni misura di quantità industriali di tè e dolcetti siriani, roba da farsi ricoverare immediatamente all'ospedale di Damasco per tasso glicemico siderale.
A quel punto è chiaro come sarà la nostra Siria da lì in avanti, come ci muoveremo e cosa potremmo aspettarci (va qui detto che, come avrei poi appreso in seguito con l’esperienza, l'ospitalità aggressiva siriana è seconda solo a quella iraniana, per cui se siete degli orsi asociali non sono posti per voi).

Cambio scena: alcuni giorni dopo, oasi di Palmyra, deserto della Siria centrale. Quella stessa Palmyra salita tristemente alle cronache negli ultimi mesi in seguito all’occupazione di ISIS. Un sito archeologico meraviglioso, del quale non avevamo mai sentito parlare prima, dove giungiamo per caso viaggiando verso il nord del Paese accompagnati dall’ennesimo tassista a caso. In questa circostanza abbiamo la fortuna di visitarla praticamente da soli, aggirandoci liberamente per un paio di giorni fra gli scavi.
A Palmyra, fra altre cose, viviamo l’avventura di un classico tè nel deserto, grazie all’invito di un gruppo di sconosciuti siriani che un incauto CDV, ormai esaltato dall’ospitalità locale, accetta entusiasta senza battere ciglio. La sera veniamo quindi caricati su un pickup, come quelli che si vedono ovunque nei filmati dei terroristi islamici, e portati in un posto in mezzo al nulla, completamente immerso nell’oscurità, dove i nostri nuovi “amici” accendono un fuoco sulla sabbia, ci fanno indossare una kefiah uguale alla loro (ce l’ho ancora a casa) e per un paio delle ore seguenti ci offrono tè, biscotti e le ormai consuete infinite chiacchierate incomprensibili in arabo, per poi riaccompagnarci in albergo senza ovviamente alcuna spiacevole sorpresa.
Parlatemi ora degli islamici e del terrorismo.

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Palmyra, Siria, fotografata nel gennaio del 2000
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Il vostro travel blogger (quello a sinistra) a Palmyra, nel 2000
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Il tè nel deserto di Palmyra

Comunque, al solito sto perdendo il filo, ché questa dovrebbe essere una storia su Al Raqqa.

Siamo dunque a Palmyra e dobbiamo raggiungere il nord della Siria, far rotta su Aleppo e da lì, poi, ridiscendere a sud verso Homs, proseguire per Crac des Chevaliers e rientrare in Libano dalla frontiera settentrionale. E quindi, come ormai di regola, parte la caccia al tassista di turno.
Cartina alla mano, il tipo che peschiamo ci fa capire che non ce la faremo mai ad arrivare ad Aleppo in giornata e che perciò dovremo trascorrere la notte da qualche parte nella valle dell'Eufrate.
Ed è così che una sera di gennaio un tassista siriano ci scarica all’Ammar hotel di Al Raqqa, sperduto e sconosciuto paesino della Siria settentrionale.

Descrizione dell’Ammar hotel di Al Raqqa: dall’entrata, un’anonima porta sbilenca di legno giallo che dà direttamente sulla strada, una rampa di scale in cemento armato porta al primo piano, dove si entra in una stanza circolare sulla quale si affacciano una dozzina di porte con finestre di vetro smerigliato, le camere. Anche le pareti della stanza circolare sono di cemento armato a vista.
Al centro della stanza un tavolo rotondo e un divano. Su un lato, una vecchia tv in bianco e nero che trasmette una telenovela araba. Su un altro lato, la scrivania del boss, un tipo che sembra Hafiz al-Asad (in Siria tutti sembrano Hafiz al-Asad, a parte il figlio Assad).
Dietro la scrivania, la porta (anch’essa a vetri) che dà sul cesso in comune.
Sul divano alcuni ospiti dell’hotel che sorseggiano un tè guardando la telenovela.
Appena entriamo noi quattro - due occidentali e due donne bianche al seguito - nella stanza cade improvvisamente un silenzio di tomba e tutti ci fissano.
Io: - ‘Sera, tutto bene? Che danno in tv?
Tutto in italiano, ovviamente.
Vi ho già detto, vero, che due dei miei CDV non hanno mai più viaggiato con me?
Il tassista parla con Hafiz al-Asad, mi sorride tantissimo, mi dà una pacca sulla spalla e ci saluta, Inshallah.
Io guardo Hafiz al-Asad e faccio la prima domanda che mi viene in mente, tipo “Ma dove cazzo siamo, qui?", mimando in modo opportuno. Al quindicesimo “Al Raqqa" inizio a capire che forse Al Raqqa non significa "cani infedeli state per essere giustiziati, che Allah abbia pietà delle vostre anime", ma che è effettivamente il nome del paese dove siamo stati scaricati.
Al che sorgono spontanee altre due domande: a) Possiamo dormire qui? e b) Come diavolo ce ne andiamo da qui, domani?

I miei sconfortati compagni si accomodano sul divano e si mettono a discutere di telenovele arabe con gli altri ospiti. In italiano loro, in arabo quelli, come ormai d’abitudine. Io affronto la situazione con Hafiz al-Asad che, perfettamente a suo agio, mi parla a raffica, molto sorridente, molto con accento siriano del nord.
Capisco che vuole i nostri passaporti: glieli passo. Li guarda. Li gira. Li rigira. Li gira un'altra volta. Poi guarda il registro degli ospiti. Poi riguarda i passaporti. È chiaro che non sa leggerli e allora me li ridà e chiede a me di compilare il registro degli ospiti, che però è scritto in arabo, per cui io lo giro, lo rigiro, lo giro ancora e gli faccio segno che non ho la minima idea di cosa debba scrivere dove.
Alla fine concordiamo che scrivo nomi, cognomi e numeri di passaporto nelle colonne che più mi aggradano del suo bel quaderno a righe. Scrivo in bella calligrafia, siamo tutti molto soddisfatti e ridiamo molto. Quindi Hafiz al-Asad ci mostra le camere che a onor di cronaca, per quanto spartane, sono molto pulite (e fredde, ché a gennaio, nella valle dell'Eufrate, fa un freddo porco) e ci consegna le lenzuola, la coperta e gli asciugamani per la notte, un po' tipo distribuzione generi di prima necessità quando arriva la protezione civile.
Dopo aver sbrigato la parte logistica, Hafiz al-Asad ci offre il solito tè e ci uniamo infine alla combriccola.

A questo punto affronto con lui la parte più difficile della questione: come ce ne andiamo domani e, soprattutto, come facciamo ad arrivare ad Aleppo? Traduco tutto in dialetto siriano usando l'unica parola che conosco: Aleppo (e mimando “domani”. Siete capaci di mimare "domani”?).
Che poi non è che in siriano Aleppo si dica proprio Aleppo, per cui alla fine risulta più facile mimare "domani" e sperare che lui capisca la destinazione.
La divertente scenetta va avanti un bel po', finché lui non si illumina, mi batte una pacca sulla spalla e mi fa segno di seguirlo. Abbandono dunque i miei tre sventurati CDV alla telenovela araba e seguo Hafiz al-Asad in giro per Al Raqqa.

Hafiz al-Asad, che evidentemente è un figo, mi porta alla stazione degli autobus di Al Raqqa, che è un po' un incrocio fra il mercato di Timbuctou e il raduno dei pellegrini sulle rive del Gange in occasione del Kumbh Mela. Di più c'è la complicazione che parlano tutti arabo, è scritto tutto in arabo e io non sono molto arabo.
Insomma: io non capisco un cazzo ed è già tanto che sappia più o meno dove mi trovo (tipo, se ho ben capito quel fiume è l'Eufrate, se ho ben capito Al Raqqa non vuol dire “a morte cani infedeli”, eccetera), ma il mio amico è perfettamente a suo agio, parla con tutti, mi trascina in mezzo al caos, mi presenta a tutti e, in men che non si dica, mi mette in mano quattro pezzi di carta scritti in arabo, trascinandomi davanti a una delle dozzine di pensiline, dove mi indica un cartello e mi fa segno “otto” con le mani.
Ne deduco che per andare ad Aleppo domani mattina alle 8 dobbiamo prendere l'autobus parcheggiato a questa pensilina.
Forse. Forse alle 8. Forse domani. Forse autobus.
Molto orgoglioso dei miei quattro biglietti, attraverso Al Raqqa a ritroso sempre accompagnato da Hafiz al-Asad e vengo via via presentato al resto del paese. Ormai sono completamente integrato, mi mancano solo sei o settecentomila vocaboli, ma so quasi tutto quel che c'è da sapere. Così, rientrati in albergo senza che io sia stato rapito e venduto ai ribelli del nord, ormai padrone della situazione, prendo i miei tre CDV, li convinco ad uscire per cena e ad andare a farci un giro da soli per Al Raqqa.

Cala dunque la sera su Al Raqqa e noi ci lanciamo per le vie, entriamo nei negozi, ci immergiamo nella tipica vita della Valle dell'Eufrate. Come altre volte mi è poi capitato di sperimentare qua e là per il mondo in casi come questo, andiamo in giro con quella sensazione di tutti che ci guardano con aria interrogativa tipo "e questi da dove accidenti sbucano". Alcuni ci fermano e ce lo chiedono, altri ci invitano nei loro negozi.
Finché non veniamo attratti da un negozio di musica che vende perlopiù audiocassette, buona parte delle quali naturalmente piratata, e ci infiliamo dentro. Il negozio è deserto e c'è solo il proprietario, l'unico siriano che non assomiglia a Hafiz al-Asad, ma piuttosto a Giancarlo Giannini in Diritto di uccidere. Allego foto esplicativa:

giannini

Vi assicuro che è identico.
Silenzio. Lui ci guarda, noi salam aleikum, lui aleik salam, ancora silenzio. Ci aggiriamo per gli scaffali con l'intento ovvio di comprare qualche cassetta scelta completamente a caso.
Pesco qualcosa dagli scaffali e glielo mostro con sguardo interrogativo. Lui fa cenno di sì col capo, molto serio. Allora gliene mostro un'altra e mi fa segno deciso di no. Bene, ci stiamo intendendo. Mi fa segno di seguirlo nel retro e mi mostra un mangianastri: vuole farmele sentire perché io possa scegliere meglio. Segue una mezz'ora di amabile conversazione sulla musica siriana, che più o meno si svolge tutta così: io prendo una cassetta, lui la mette su e poi ci confrontiamo col sì/no.
Alla fine, siccome è ormai ora, mette su la cena e il tè e ci invita a mangiare con lui nel retro.
Dovete immaginare davvero tutto questo praticamente nella totale assenza di comunicazione verbale, solo gesti, sì, no, e null'altro.
Ci sediamo sul tappeto per cenare insieme e proviamo quindi a sciogliere un po' la conversazione in qualche modo.
Lui indica se stesso e dice "Al Raqqa", e poi indica noi. Ok, fin qui è facile: ”Di dove siete".

- Italia.
- Aaaahhh…!
- Italia. Sì, Italia.
- Aaaaahhh, Italia!

Silenzio.
Ci fissa (sempre con quello sguardo là sopra). Poi ruota la mano in aria e dice: "Italia, roman!”
Noi, molto peones, rispondiamo da veri italiani: “No roman, Milano!”
Silenzio. Ci fissa. Ho l'impressione che non abbiamo capito un cazzo. Ruota ancora la mano in aria e ripete: "Italia! Roman!”
Noi, sempre molto italiani, dopo esserci consultati per mettere a confronto le nostre versioni, insistiamo: “No, no roman! Noi di Milano, Milàn, Milèn, Mailand!”
Lui continua a fare imperterrito la stessa faccia. Adesso sono sicuro che non abbiamo capito un cazzo e che lui invece ha capito che siamo quattro coglioni. Ancora ruota 'sta mano in aria all'indietro e riparte: “Roman!”, indicando per terra. "Roman! Cazzo, (in arabo), roman!"
A un tratto ho un'illuminazione.

- Aaaaahhh, ci sono stati qui altri italiani, di Roma! Maddai! Romani qui (capirai, son dappertutto quelli, li ho incontrati perfino in Patagonia nel '90)! Roman roman, certo, abbiamo capito! Dai, chissà quando! Ma sono venuti qui in negozio da te?

Lui ci fissa sempre, ripete "Roman!” e passa l'indice sotto la gola.
Avete capito anche voi adesso, vero?
Per inciso, l'unico posto al mondo a me noto dove quel gesto non vuol dire "sgozzato" è in Russia, dove significa "beviamoci su", ma questa è un'altra simpatica storiella che vi racconterò un'altra volta.
Comunque.
Sbianchiamo in volto e facciamo una faccia tipo “glom!” e lui, sempre di marmo, ripete "Roman!”, indica per terra e si passa l'indice sotto la gola.
Al che noi abbozziamo con aria sorpresa e, per quanto possibile, sorridente.

- Maddai, romani qui che sono stati sgozzati, diomìo che tragedia, chissà come mai visto che siamo tutti fratelli, perché siamo tutti fratelli, vero? Italiani, siriani, una faza una raza, oddio raga, la porta del negozio è ancora aperta? Il tè era drogato? Cazzo raga, tenetevi pronti!

Insomma, quello insiste che ci sono stati dei romani e li hanno evidentemente sgozzati e noi cerchiamo di capirci qualcosa di più con commenti fra noi tipo "ma sul giornale mica c'era nulla quando siamo partiti, ma chissà quando è successo, ma chissà poi perché, i soliti turisti idioti, romani poi, se la saranno cercata, mica scherzano da queste parti, saran venuti qui a fare gli sboroni”, e giù commenti pesanti col nostro amico per far capire che noi siamo tutt'altro tipo di italiani, che evidentemente quelli se lo meritavano, ché del resto si sa, i romani.
Lui annuisce, è fatta. Ancora tutti insieme commentiamo: ”Eeeeh, roman, già. Purtroppo“. Lui ripete “Roman!” e ancora ruota la mano in aria.
Finché uno dei CDV, folgorato da Allah, ha la rivelazione finale.

- Ragazzi, i romani! I romani cazzo! Gli antichi romani! Sono venuti qui, hanno combattuto (e secondo lui hanno evidentemente perso). Stiamo parlando di storia!

A quel punto lui capisce che abbiamo capito e scoppia a ridere: “Roman! Roman!”
Roteava la mano per dire "molto tempo fa".

Titoli di coda: naturalmente il giorno dopo, puntuali alle otto del mattino, abbiamo preso l'autobus per Aleppo, dove abbiamo poi alloggiato al mitico hotel Baron, già luogo di soggiorno di Lawrence d'Arabia, Agatha Christie, Charles Lindbergh e Theodore Roosvelt.
In valigia, alcune cassette di musica siriana acquistate ad Al Raqqa la sera prima, da un siriano discendente dei Parti che più o meno attorno al 50 a.C. sconfissero lì attorno le legioni di Crasso.
Vedi a volte aver strappato da ragazzo la sufficienza in storia.
(No, non è vero, mica avrete davvero creduto che lo sapessi: me lo ha detto quindici anni dopo un amico su un social network).

Raqqa
Al Raqqa, gennaio 2000
RaqqaBus
L'autobus per Aleppo, Al Raqqa, gennaio 2000
TAG: raqqa, siria, palmyra
23.45 del 23 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
14 Lo scontro di civiltà
NOV Prima pagina
Alcuni appunti personali e totalmente inadeguati su quel che è accaduto ieri sera a Parigi, in ordine sparso, così come via via mi vengono in mente; cose piuttosto superficiali, fors'anche un po’ del tipo grazie al cazzo, osservazioni che magari non riesco, per ora, a riformulare in un pensiero compiuto, che sono di pancia anche se in realtà vorrebbero essere ragionate.
Chissà che scrivendo non lo diventino.

La prima è che la donna col velo che ci attraversa la strada in centro a Milano, che magari è nostra vicina di casa e che in qualche modo, esplicito o implicito, percepiamo giustificare il retropensiero dietro ai terroristi pur prendendo le distanze dagli attentati, e che di conseguenza in questo momento siamo portati a disprezzare (ancora più di prima?) accomunandola a una corrente di pensiero che riteniamo intrinseca della sua cultura, non è altro che la rappresentazione speculare del nostro idraulico (premetto che ho molti amici idraulici), del nostro macellaio (premetto che ho molti amici macellai), del piastrellista, dell’imbianchino, dell’edicolante, del meccanico, del vicino di casa, del piccolo imprenditore, della casalinga di Voghera che vanno in piazza a Bologna con la bandiera del sole delle Alpi, anche se non necessariamente alzando il braccio teso, e che davanti a un microfono della tv dichiarano che bisogna sterminarli tutti, affondargli i barconi, che ci rubano il lavoro, che bisogna lasciarli ammazzare fra di loro, che il problema è l’Islam, che è la nostra civiltà cattolica ad essere sotto attacco, che “loro” sono sottosviluppati, incivili, che rubano, che ci odiano, e via, aggiungete un po’ quel che volete.
Questa gente, tutta questa gente, che onestamente io credo essere fra noi in gran maggioranza, pur distinguendo fra tutte le sfumature possibili (l’operaio disoccupato neonazista tatuato col braccio teso non è l’anziana cattolica che va in chiesa, manda dieci euro alla parrocchia per aiutare i negretti dell’Africa, ma poi sull’autobus non si siederebbe mai di fianco a un arabo), tutta questa gente, dicevo, è del tutto accomunabile alla donna col velo di cui sopra e a tutti quelli che scendono in piazza al Cairo, o a Baghdad, o a Teheran contro l’imperialismo occidentale e contro la decadenza, la corruzione e l’immoralità del nostro mondo cristiano, cattolico e occidentale, che ci sterminerebbero, che ci accusano di rubare le loro risorse, di essere incivili e bla bla bla.
E il problema non è chi abbia cominciato prima: il problema è che è esattamente lo stesso tipo di declinazione dell’essere umano. Ignoranza da fomentare, da indirizzare, da manovrare, a disposizione dell’interesse di turno.

Così, per estensione, noi che in piazza a Bologna col Sole delle Alpi non scendiamo, che facciamo i blogger intellettuali, che discutiamo di geopolitica, di cultura, di orrore, sul filo della dialettica, argomentando in modo meraviglioso le ragioni dell’odio e del dialogo (sto leggendo cose molto interessanti nella mia comunità virtuale di riferimento, in contrapposizione all'ignoranza dilagante su Facebook e social network di circostanza, e me ne compiaccio, perché frequento e dialogo con la gente “giusta”, sto dalla parte "giusta", come sempre), sfoderando la nostra profonda cultura contrapposta all’ignoranza di cui sopra, e che ci indigniamo, ci confrontiamo, magari anche litighiamo e ci accaloriamo per una tesi piuttosto che un’altra, ecco, noi siamo del tutto assimilabili a quella classe sociale altrettanto intellettuale - dove il termine è da intendersi nel senso più ampio possibile - che discute di geopolitica, dell’orrore, che argomenta in modo perlomeno altrettanto interessante le ragioni dell’odio e del dialogo, che non scende in piazza a Teheran, che tende a confrontarsi con l’occidente, che si accalora per una tesi piuttosto che un’altra: siamo sempre noi, visti allo specchio, dall’altra parte del mare.
Solo che no, non siamo affatto la maggioranza. Né di qua, né di là del mare.
Io non credo affatto alla supremazia di una civiltà rispetto a un’altra: credo invece parecchio all’ignoranza diffusa, alle dinamiche del pensiero di massa, all’equivalenza delle masse stesse, almeno in termini di peso relativo sulla civiltà di appartenenza, detto che tutti noi siamo inevitabilmente riconducibili a una specifica forma di “civiltà”.

La seconda osservazione è che sotto attacco non è il mondo occidentale, o perlomeno va capito cosa intendiamo per mondo occidentale.
Anche volendo identificare l’11 settembre come punto di svolta di un certo modo di intendere i rapporti globali fra mondo occidentale e islam (che comunque, secondo me, è una sciocchezza: l’11 settembre, a sua volta, è figlio di altrettanta Storia, in una infinita catena di eventi storici correlati), resta il fatto che da lì in avanti quello che noi intendiamo come attacco globale nei nostri confronti si è in realtà macroscopicamente focalizzato contro Stati Uniti, Francia, Inghilterra e in una occasione specifica contro la Spagna, nel 2004, a seguito dell’appoggio del governo all’invasione dell’Iraq.

(Sia messo agli atti che sto scrivendo completamente andando a memoria, per cui ci sta che infili anche una serie di castronerie).

Non sono (stati, fino ad ora) sotto attacco i Paesi scandinavi, per fare un banale esempio. Non il Benelux e nemmeno, soprattutto, la Germania. Non lo sono i Paesi dell’est, non lo è stata fino ad ora nemmeno l’Italia, mi verrebbe da aggiungere “nonostante tutto “.
La Russia ha problemi interni perlopiù dovuti alla incandescente situazione in Caucaso: sospettiamo, oggi, l’abbattimento dell’aereo russo in Egitto proprio come reazione terroristica alla recente presa di posizione russa sulla questione siriana.
Non è sotto attacco il Canada per dirne un’altra, non l’Australia, non la Nuova Zelanda. E nessun Paese del Sudamerica.
E, uscendo del tutto dal concetto di occidente, non è sotto attacco la Cina: parliamo di quella che di fatto è la prima potenza al mondo e di un quarto della popolazione terrestre. Non lo è l’India, non da questo punto di vista perlomeno, nonostante gli storici problemi di relazione col Pakistan.
Non è che siano proprio quisquilie.
Lo sono invece gli Stati Uniti, che hanno piallato mezzo Medio Oriente, lo è la Francia che ha guidato l’intervento in Libia, lo è l’Inghilterra, vista come potenza coloniale e in prima linea nella questione mediorientale.

Quando parliamo di “noi”, come reazione di pancia, ci identifichiamo immediatamente nella nostra matrice occidentale, ma questo non è uno scontro globale fra due mondi, bianchi occidentali cristiani contro arabi mediorientali islamici.
Poi, certo, possiamo obiettare che Londra, Parigi, New York, finanche Madrid, hanno un ruolo simbolico nel rappresentarci che certo non hanno Toronto o Stoccolma, nemmeno forse Roma (fino a prova contraria e ci auguriamo ovviamente anche no), che non è strano che l’odio si focalizzi verso simboli di potere, soprattutto su scala planetaria.

Non ho alcuna intenzione, con questo, di allungare le fila di quelli che i cattivi siamo noi (occidentali) che colonizziamo, sfruttiamo, occupiamo, bombardiamo, armiamo, finanziamo guerre. Capirai la novità. Sto solo dicendo che non riesco a vedere, in tutto questo, una generalizzazione, o uno scontro più allargato fra civiltà, di quanto non ci sia sempre stato.
Ci sono stati ad esempio Monaco ’72, Lockerbie ’88, così, per dire i primi che mi vengono in mente a caso. Ecco, prendiamo Lockerbie: 270 morti. Spagna 2004: 191 morti.
Mi si obietterà: ma dietro quegli attentati c’erano ragioni storiche diverse, obiettivi e contesti diversi. Io ci vedo solo terrorismo di matrice mediorientale e vittime occidentali dall’altra parte. Ci vedo sempre e solo una forma di guerra asimmetrica, non un attacco unilaterale. Soprattutto, ci vedo una strategia bilaterale immutata nel corso di decenni.
Non mi pare nemmeno, per dirla tutta, che ISIS costituisca una novità così eccezionale sullo scacchiere, se non forse per una effettiva transnazionalità del fenomeno, ma mi sembra che la reazione confusa del mondo occidentale nelle forme di contrasto (e/o di appoggio indiretto) ricordi invece scenari già visti altrove. Non so.
Forse, davvero, oggi mi fa un po' più paura prendere la metropolitana in ora di punta. Ma ho l'impressione che il cambio di percezione, della nostra percezione, sia la conseguenza più dello spostamento del conflitto su un nuovo fronte e piano mediatico, che non in termini effettivi di allargamento dello scontro stesso. Non sono certo che la società civile sia oggi più in pericolo di quanto non lo sia stata in altri momenti storici del medesimo conflitto.
Ad esempio, ho ricordi di periodi del passato in cui si riteneva altrettanto pericoloso prendere un aereo per il timore di dirottamenti, attentati, eccetera.
Ma forse è una visione, la mia, molto limitata e inadeguata.
Ammesso di potere mai avere una visione adeguata e commisurata rispetto a eventi come quelli di ieri sera a Parigi.

Io credo che continuerò, avendone la possibilità, a viaggiare, ad andare anche in Medio Oriente, a confrontarmi con altre forme di civiltà, soprattutto con quelle che non capisco e che non mi piacciono.
Io non capisco e non mi piace il velo in testa. Non capisco perché non mangiarsi una braciola di maiale sul barbecue. Ma ricordo bene l’ospitalità iraniana che ho sperimentato dopo l’11 settembre e continuo a preferire un kebap nel bazar di Istanbul piuttosto che mangiarmi un panino al salame con chi era in piazza a Bologna sventolando il crocefisso.
Non ci riesco proprio a farne uno scontro di civiltà, a sentirmi in guerra, io occidentale, contro un mondo islamico.
Io più che altro assisto impotente al massacro degli innocenti, perpetuato dall’odio fondamentalista che non ha bandiera, colore, nazionalità. Fa sempre schifo e orrore allo stesso modo.
Da Srebrenica a Beslan, ad Aleppo, via Parigi.
TAG: parigi, terrorismo, isis, islam
17.53 del 14 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
02 Centodieci/54: Napoli (Southtrip part IV & closure)
NOV Centodieci
Capirai, mi chiedi di scrivere di Napoli.

Nel corso di questo progetto, che è ormai quasi giunto a metà percorso e mi pare infinito (a proposito, nel frattempo ne ho messo in cantiere un altro assai più improbabile, ne riparleremo) - dicevo: che mi pare infinito, ho già dovuto scrivere di Roma, di Milano (di malavoglia), di Genova, che lo sai scrivere di Genova come può essere difficile per me. E ancora mi manca Venezia (e certo, son riuscito perfino con Rovigo). Ma confrontarsi con Napoli è tutt'altra cosa.
Poi adesso sono pure condizionato, ché altrove S. scrive che cado nei luoghi comuni, e c'ha pure ragione, ché mentre camminavo per la prima volta per Napoli come un qualunque turista io mi raffiguravo proprio un post interamente costruito sui luoghi comuni, mi piaceva l'idea, ché se non affronti proprio Napoli partendo dai luoghi comuni, dove altro allora puoi farlo?
Per esempio, vedi Napoli e poi muori: tipo, quando? Perché io sono tornato un paio di mesi fa e sono ancora vivo, ma non è che adesso possa svegliarmi ogni mattina con 'sto patema.

Per esempio, sì - e so che magari adesso tu crederai che lo scriva apposta, ma ti giuro che non è così: Napoli è il primo posto al mondo, e sottolineo al mondo, dove a un certo punto mi sia arreso e abbia abbandonato l'auto per l'incapacità di districarmi nel traffico, nonostante avessi due navigatori a guidarmi. Due. Ma niente. Ho guidato in Kosovo e in Albania, fra le montagne del Lesotho e in mezzo ai deserti del Namib e del Sahara, mi son perfino fatto strappare una portiera da una tempesta islandese e son riuscito lo stesso a tornare a casa, ma al punto di riconsegna dell'AVIS di Napoli Centrale, io, non sono riuscito ad arrivarci.
Alla fine, esasperato, ho mollato il colpo: ho accostato nel primo buco che ho trovato, fra dozzine di motorini parcheggiati a cazzo, ovviamente in sosta vietata, a circa un chilometro dalla mia destinazione, mi sono messo d'accordo con un parcheggiatore abusivo che mi ha immediatamente puntato - e adesso vi racconto anche di questa - e ho proseguito a piedi fino all'AVIS. E non so se mi giravano più per la stanchezza, per il caldo, o per non essere stato capace di una cosa davvero stupida come riconsegnare un'auto a noleggio all'ufficio di competenza.
Poi dice che cedo ai luoghi comuni. Credi che non ci abbia pensato, mentre mi chiedevo se lasciare il trolley nel baule, col tablet dentro, o trascinarmelo dietro per un chilometro per le vie e il caos di Napoli?

Nemmeno son sceso dall'auto che il tipo mi si avvicina: - Dottò, qui ci vuole il bigliettino. - Ah, e quanto fa? - Dipende dottò, quanto si ferma? - Mah, non so, forse nemmeno mezz'ora, è un'auto a noleggio, dovrei solo riconsegnarla. Sa come faccio a raggiungere l'AVIS? - Eeeeeeh, dottò, dia retta ammè, lasci perdere, vada a piedi. Se la lascia mezz'ora fa un euro.
(Avreste dovuto leggere metà conversazione con forte cadenza napoletana: rifate, su).
Gli do due euro. Si allontana. Si ferma a parlare con una ragazza che ha mollato l'auto in doppia fila poco avanti a me. Motorini che schizzano ovunque. Un autobus blocca di traverso un incrocio perché non riesce a fare manovra per girare. Traffico impazzito, clacson, croce uncinata, caldo.
Mi avvicino e gli chiedo: - Scusi, il bigliettino? - Eeeh, dottò, stia tranquillo, un attimo che sto parlando con la signora.
Poi sparisce. Dopo un po' torna con un bigliettino. C'è scritto "sosta 20 minuti". Me lo mette sotto il tergicristallo e se ne va. Coi miei due euro.

All'ufficio dell'AVIS c'è una coda assurda di gente incazzata, perlopiù stranieri, un solo impiegato al banco. Sono le 16 di un venerdì pomeriggio di fine estate, inizio del weekend. Un impiegato solo, decine di persone con in mano la stampa della prenotazione on-line. Conto diversi fuck ed espressioni in altre lingue aliene che ritengo analoghe.
In un angolo del piccolo ufficio se ne sta seduto un vecchio napoletano uscito da un film di Totò, con la camicia aperta, una giacca lisa e una specie di panama calato sugli occhi. Si fa un po' d'aria con un giornale.
Dopo un'ora e mezza di attesa è il mio turno e mi scontro subito con l'impiegato: gli metto le chiavi sul bancone, gli spiego dov'è l'auto e gli dico che se la vadano a riprendere, ché io non sono capace di riportargliela e ho già perso fin troppo tempo fra l'averci provato e la coda per riconsegnare le chiavi.
Mi dice che non è possibile, che lui è da solo e devo riportargli l'auto. Probabilmente io ho già gli occhi iniettati di sangue. Fuori minaccia temporale ed era una giornata bellissima. Gli rispondo che non è un mio problema, che s'arrangino.
Il vecchio alza la tesa del panama, mi guarda e stancamente mi fa: - Dottò, dove ha detto che l'ha lasciata?
Glielo spiego. Si alza e si sistema la giacca: - Ci penso io, mi porti all'auto.
Arriviamo dove l'ho parcheggiata, nessuna multa, il trolley è sempre lì. Ho pagato "il bigliettino". Da lontano il parcheggiatore mi saluta con un cenno. Il vecchio la guarda e mi fa: - Ma come c'è riuscito a parcheggiarla in mezzo a tutti questi motorini, dottò?
Sorrido: - Crede che a Milano sia facile parcheggiare?
Scuote la testa, si guarda attorno e commenta: - Eh, dottò, da qui è un macello riportarla all'ufficio.
Grazie, me ne ero accorto.
Sale e si mette alla guida, io al posto del passeggero. Ci vogliono venti minuti di giri assurdi, vicoli a filo di specchietti, slalom fra motorini, carretti, auto e autobus incastrati e anche un paio di divieti di svolta, ma alla fine arriviamo.
L'ingresso del garage però è bloccato dal traffico. Lui semplicemente si ferma in mezzo alla strada - in mezzo alla strada - scende, chiama il tipo dell'AVIS, mi consegna il trolley e mi fa: - Non si preoccupi dottò, va bene così, ci pensa lui.
Dietro si forma una coda spaventosa e si scatena un inferno di clacson, mentre gente inferocita abbassa i finestrini e inizia a chiamare in causa ogni santo del calendario. Lui con molta flemma napoletana li manda tranquillamente a quel paese e si allontana. Io pure, trascinandomi il trolley, mentre inizia a piovigginare. Raggiungo a piedi il mio hotel lì vicino.
Benvenuto a Napoli.

Dice, non cadere però nei luoghi comuni.

Per esempio, a Napoli la metropolitana ha la linea 1 e la linea 6. Cioè, a Milano ci prendiamo da soli per il culo perché abbiamo la 1, la 2, la 3 e la 5, ché la 4 è un'opinione e chissà per quanti anni lo sarà. A Napoli sono molto oltre: hanno la 1 e la 6, e fine. Perché? E perché no, tutto sommato. Han ragione loro.

Napoli è esattamente come deve essere Napoli se sei un turista e sbarchi per la prima volta a Napoli, pur essendo italiano e sapendo benissimo com'è Napoli nei luoghi comuni, nonostante Maradona, Gigi d'Alessio, Saviano, Pino Daniele e Tony Esposito. Perché poi, diciamolo, tutti dimenticano sempre Tony Esposito. Invece io arrivo a Napoli e mi viene in mente Tony Esposito. E pensare che da ragazzo ho imparato a suonare la chitarra sulle canzoni di Bennato. Quello dei Buoni e Cattivi eh, mica quello che conoscete voi giovani, quelle che canta con la Nannini e che poi va alla televisione da Massimo Giletti (in non lo so mica se Bennato sia mai stato da Massimo Giletti, ma oggigiorno non si può mai sapere).
Io poi avevo pure un ellepì di Enzo Avitabile. Tu pensa, cosa cazzo mi è venuto in mente nella mia vita di spendermi i soldi della paghetta per comprarmi un ellepì di Enzo Avitabile.

Ecco: io di Napoli, ad esempio, ho notato le centinaia di vetrine dei posti dove scommettere. L'intera città sembra esserne invasa, come un virus che si sia fatto strada per le vie (farsi strada per le vie mi pare stia poco in piedi, o forse anche no) e abbia aggredito tutto il tessuto urbano. E me li vedo i napoletani che scommettono, che scommettono su qualunque cosa, proprio come filosofia di vita, come è inevitabile non associare Napoli al gioco del lotto. Immagino fiumi di denaro che scorrono nelle cavità sotterranee di Napoli, rapidissimi, si scioglierà o non si scioglierà il sangue di San Gennaro?

Ci sono stato nella cappella di San Gennaro, nel duomo, che poi più che una cappella è quasi una cattedrale a sé. Ed ero di frettissima accidenti, ché a Napoli sono arrivato nel pomeriggio, ho perso tempo all'AVIS, e poi il diluvio universale, e il mattino dopo avevo il treno alle sette, e dunque mi erano rimaste solo pochissime ore per tutta Napoli, tutta Napoli, capisci, una missione impossibile.
Dice, vai a vedere il Cristo Velato: non era nemmeno lontano, avrei potuto tentare. Ma c'era il duomo, e il Vesuvio, e Palazzo reale, e Piazza Plebiscito, e il Maschio Angioino, e volevo pure mangiare la pizza e e' spaghett ca' pummarola 'ncoppa, che capisci che avendo un solo pasto a disposizione non era nemmeno facile, eppure sono riuscito a fare pure quello. E accidenti no, il Cristo Velato me lo sono proprio perso, ma quel che forse è ancora peggio è che sono stato nella cappella di San Gennaro, ma mi son perso il tesoro e ho letto poi che il tesoro di San Gennaro è davvero unico al mondo, imperdibile: lo avevo lì e nulla, non lo sapevo. Non avevo fatto nemmeno a tempo a documentarmi per bene.
Accidenti, Napoli. Vedi Napoli e poi muori un tubo, ché devo tornare a vedere il Cristo Velato e il tesoro di San Gennaro, perlomeno.

Napoli è una sfida improba fra poesia, umanità e degrado. Attraverso il piazzale della stazione in un'alba livida e umida, trascinandomi dietro il mio trolley. Sono uscito dall'hotel senza avere nemmeno fatto colazione. Un messaggio sul mio social network preferito mi ricorda di non partire da Napoli senza avere almeno preso una sfogliatella.
La piazza è circondata dalle vetrine dei bar che espongono milioni di sfogliatelle appena sfornate. Realizzo che forse non ho mai mangiato una sfogliatella in vita mia e mi fermo a fare colazione al tavolino di quello da cui esce il profumo più invitante.

Napoli11

Ho digerito la mia sfogliatella tre giorni dopo. Buona era buona, comunque, va detto. Però mi chiedo come si possa sopravvivere facendo colazione ogni mattina con una sfogliatella.
Poi dice, vedi Napoli e poi muori. Non so, ma nel dubbio del bicarbonato male non fa.

Sul treno che mi riporta al nord mi prende quella sensazione di rientro da un viaggio che di solito provo in aereo. Mi manca Napoli, accidenti. Non so com'è, l'ho solo attraversata nello spazio di un battito di ciglia, ancora non ho messo insieme tutte le immagini di questo strano e improvvisato giro al sud, Napoli nemmeno era prevista, mi era solo comoda per riportare l'auto - proprio così avevo pensato a casa prima di partire, rientro da Napoli perché mi è più comodo per lasciare l'auto. Sono un fine umorista.
Vabbè, tanto mi sono lasciato indietro anche Caserta, ché non è che puoi fare Caserta in mezza giornata, figurati Napoli. Quindi tocca tornare.
Mi appunto: Cristo Velato, tesoro di San Gennaro, Scampia.
No, forse Scampia no.
Per quanto.

(Poi va detto che mi sarei fermato un mese per fare tutta la costa amalfitana, Pompei, Paestum, Ischia, Capri, vabbè).

Napoli01
Napoli02
Napoli03
Napoli04
Napoli05
Napoli
Napoli06
Il Duomo di Napoli
Napoli07
Il Maschio Angioino
Napoli08
Piazza Plebiscito
Napoli09
Napoli10
Quartieri spagnoli
TAG: Napoli
16.37 del 02 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 


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