Orizzontintorno Carlo Paschetto
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26 Back in Maranello ten years later
MAR Diario
Nel 2005 lavorai per qualche mese a Maranello in Ferrari, sicuramente una delle mie esperienze professionali più esaltanti. Dieci anni dopo questo blog a Maranello è tornato per fare una cosa che all'epoca non ero riuscito a fare e che mi era rimasta un po' lì, tipo quelle cose che insomma, prima o poi però sì, accidenti.

Vi dirò: ho ancora l'adrenalina addosso. A parte l'accelerazione incredibile quando si scaricano a terra tutti insieme i cinquecentosessanta cavalli, quel che più mi ha impressionato è il modo in cui si guida in curva, come rimanere incollati a due binari, e la sensazione di estrema confidenza al volante che si ha fin da subito.

Insomma, grazie a chi mi ha invitato e mi ha consentito di realizzare un altro piccolo sogno nel cassetto.

Ferrari1
Ferrari2
A bordo della Ferrari California
TAG: ferrari, maranello, test drive
23.04 del 26 Marzo 2015 | Commenti (3) 
 
23 Þeir gætu líka verið Tittlingur
MAR Travel Log: Islanda, Spostamenti
"Allora facciamo un viaggio tranquillo. Prendiamo la macchina e giriamo la Bretagna una settimana, senza fare i soliti viaggi tirati fini al collo. Certo che una settimana... ci starebbe la Transilvania passando da Belgrado. Ah, ma tu hai dieci giorni: potremmo andare in Argentina e vedere le cascate di Iguaçu. Certo che a Pasqua Miami sarebbe perfetta. Belìn, duemilaseicento euro di iniettori, dobbiamo risparmiare.
Si vive una volta sola: ti porto in Islanda.
"

D'inverno (quasi), naturalmente.
Probabilmente ormai al limite per le aurore boreali.
Sicuramente troppo presto per i puffin (bastardi) (un'altra volta).
La scorsa settimana c'è stato un uragano con venti oltre duecento chilometri orari.
Il vulcano salcazzo ha smesso di eruttare, pare.
Dicono che parlano il norreno.
Abbiamo noleggiato una 4x4, di nuovo. Potrebbe tornarci utile.

E niente, si parte il 2 aprile e si va a finire l'Europa. Il piano è questo qua sotto, ma mica lo so se riusciamo davvero a completarlo.
Stay tuned.

icelandtrip
TAG: islanda
00.24 del 23 Marzo 2015 | Commenti (1) 
 
22 Non ci sono più le stagioni /reloaded
MAR Pollice verde
Lo scorso autunno ho messo su una piccola serra. La stagione precedente aveva visto l'avvicendarsi di un assurdo anticipo di primavera che aveva innescato la fioritura di alcuni bulbi già a febbraio, seguito da gelate e nubifragi tardivi che per contro avevano di fatto causato la morte prematura di tutto quel che avevo piantato nei miei poveri vasi, con la conseguenza di ritrovarmi già a fine aprile con la terrazza completamente spoglia.
Così, per questa stagione avevo deciso di premunirmi e fare le cose per bene.

E niente, non sono capace. Nonostante la serra, alla fin fine ho ottenuto risultati migliori gli scorsi anni.

Questa volta non ho dissotterrato i bulbi per ripiantarli nella terra nuova. Semplicemente, alla fine della scorsa stagione ho lasciato tutto com'era e che la natura facesse il resto da sola.
Al primo freddo vero, verso fine novembre, ho messo i vasi al coperto nella serra. Le prime settimane ho notato che la terra rimaneva sempre umida grazie al microclima sviluppatosi all'interno della serra e non sono dunque intervenuto. A gennaio tutto sembrava filare per il meglio, i bulbi avevano iniziato a germogliare bene, tutto procedeva regolare.
Poi, di nuovo, verso fine febbraio è basta una settimana di temperature anomale e sole pieno perché buona parte dei germogli rimanesse letteralmente bruciata dal calore della serra, senza nemmeno arrivare a inizio fioritura. Come un'improvvisa ondata di siccità: foglie completamente secche. Due vasi completamente morti e il resto delle piante in sofferenza avanzata.

Quando me ne sono accorto ho immediatamente tirato fuori i vasi dalla serra, ho innaffiato e qualcosa sono riuscito a salvare, ma il risultato complessivo è per ora davvero povero. Pochi fiori sbocciati mosci, qualche spruzzata di colore qua e là.
Qualcosa comunque deve ancora venir fuori, speriamo bene nelle prossime settimane.

Il risultato della mia prima fallimentare esperienza con la serra è che paradossalmente i vasi vanno seguiti ancor più che lasciandoli esposti all'aperto tutto l'inverno. Finché le temperature sono rigide (dove peraltro il concetto di rigido, negli ultimi due anni almeno, andrebbe completamente rimodulato) la terra rimane umida da sola, i germogli vengon su bene e non c'è praticamente nulla da fare.
Appena però la temperatura si alza di qualche grado sopra la media stagionale e fa sole per quarantott'ore di fila, se ci si dimentica di dare acqua e aprire la serra, il Darfur.

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TAG: vasi, iris, narcisi, fiori
23.38 del 22 Marzo 2015 | Commenti (0) 
 
19 19 marzo
MAR Diario
Mi piace venirti a trovare. Non ci vengo spessissimo, ma un paio di volte al mese sì, e se non c'è nessuno mi fermo un po' a chiacchierare con te. Del resto lo avevi detto tu che volevi riposare lì, così che potessimo venire a trovarti spesso.
L'ultima volta sono passato la scorsa settimana. La pianta grassa che ti avevo portato due settimane prima stava bene, era il primo pomeriggio di un bel venerdì di sole, sul tetto dell'auto avevo già gli sci, ché ero in partenza per la montagna coi ragazzi: non sono rimasto molto, perché di lì a breve è arrivato qualcuno e non mi piace star lì quando c'è altra gente. D'altra parte non avevo comunque molto tempo.
È stata la prima volta che sono riuscito a star lì con te senza piangere. Non credo che riuscirò a trattenermi prima della fine di questa lettera, ma cercherò di evitare: sono in un aeroporto, sto aspettando di imbarcarmi e non mi pare un granché mettermi a piangere proprio qui.
Quanto mi manca passare il mio tempo in volo per lavoro. Tu lo sapevi, papà.

Ci ho messo un po' di tempo a farmi piacere lì dove ti han messo. Il primo giorno, quando ti ci portarono, mi era sembrato orribile. Non capivo perché avessi voluto esser messo proprio lì, avevo pensato che forse non avessi mai visto prima che posto fosse. All'improvviso mi era sembrato tutto così assurdo. Mi pareva solo un antro triste, buio, umido, claustrofobico. Eri solo, in mezzo a pochi sconosciuti, disperso lì in mezzo. Non dissi una parola.
Ci tornai il giorno dopo, da solo, o forse era due o tre giorni dopo. Piansi tantissimo e ti comprai quei ciclamini bianchi.
Adesso, ogni volta che vengo a trovarti, mi sembra un luogo sempre più confortevole. Sono arrivate altre persone attorno a te, ci sono sempre tantissimi fiori. Tutto sommato è un angolo appartato, discreto, nascosto, e non c'è quasi mai nessuno.
La penultima volta che son passato siamo rimasti insieme tanto, ti ho parlato molto, ti ho sostituito i ciclamini ormai appassiti, ti ho raccontato cose e ti ho chiesto aiuto.
Tu non rispondi mai. A volte chiudo gli occhi, tocco la tua fotografia sorridente e rimango in ascolto, ma tu non mi rispondi mai.

Ti ho sognato pochissime volte, un paio, forse tre al massimo. La prima circa una settimana dopo che te ne eri andato. Sono sogni strani, sempre piuttosto lucidi, e in sogno io lo so che non ci sei e che non dovresti essere lì.
Pensavo ti avrei sognato per mesi, in continuazione. Che saresti forse venuto a dirmi cose così, in sogno. Invece no.

Ho sempre in mente di scriverti. Ogni tanto arrivo a casa la sera e mi metto lì sul divano col computer portatile sulle ginocchia, ma poi perdo tempo a navigare su internet, a fare zapping alla tv, sono stanco. Alla fine non riesco mai a farlo.

Ho tenuto un paio di tue giacche. Le ho fatte stringere, ma le spalle sono sempre troppo abbondanti. Ma mi piace portarle.
La cosa che più mi piace è quel maglione che indossavi gli ultimi giorni. Quest’inverno l’ho portato spesso. Profumava di te. Adesso non più, ha preso l’odore delle mie cose. È diventato mio.
Ho portato il tuo orologio a far lucidare il vetro. Sai che volevo fargli rimettere il quadrante originale, che avevi fatto sostituire pochi mesi prima, ma alla fine ho lasciato perdere e ho tenuto quello nuovo che avevi scelto tu. Continua a non piacermi, sai. Ma mi ci sono abituato.
Mi sono anche abituato a riportare un orologio dopo anni che avevo smesso. Volevi lasciarlo a me, è stata l’unica cosa di te che ho chiesto a mamma. Non ho più smesso di portarlo.

Qualche settimana fa, una delle volte che sono passato a trovarti, mi sono fermato un po’. Era una mattina presto, c’era il sole e in giro non c’era nessuno. Solo silenzio. Mi sono aggirato un po' per il cimitero, attraverso le corsie dove riposi tu. Ho guardato tutte le lapidi, una ad una. Ho immaginato le storie di tutte quelle persone. La più vecchia era del 1880, mi pare. In quella corsia centrale ce ne sono tante di fine ‘800.
Ero sereno. Sono stato lì a lungo, a osservare quelle fotografie, senza pensare nulla in particolare. Poi sono tornato da te per un ultimo saluto.

Poi all’improvviso oggi ho realizzato che è la festa del papà.
E niente. Mi manchi sempre tantissimo.
Se puoi, qualche volta rispondimi.
TAG: papà
21.44 del 19 Marzo 2015 | Commenti (0) 
 
11 Ciao FriendFeed, ci rivediamo in un'altra vita
MAR Web e tecnologia
Mi ero riproposto di non scrivere nulla in merito: non una riga sull'annunciata fine dei miei ultimi sei anni di vita sul web, del mio unico piccolo angolo protetto di esistenza digitale. Il solo spazio davvero mio che non fosse indicizzato da Google.
Anche perché è cosa mia, appunto. Niente di cui vi freghi. La prima regola del socialino dell'odio è, eccetera.

Il 9 aprile FriendFeed chiude. Zuckerberg non gli ha dato scampo e, nota personale a margine, è pure cosa buffa constatare che i soliti emeriti della Rete paiano goderne particolarmente, intitolandosi pure il merito di averlo abbandonato da tempo alla sua ingloriosa fine: in favore di Twitter, o di Facebook, per dire, mica di settantadue vergini.
O per inventare Quarantadue. Cioè: c'è gente che ha abbandonato FriendFeed per inventare Quarantadue.
Al prossimo giro chiuderanno, chessò, Twitter per inventare i telegrammi.

Sta di fatto che sugli altri social network sembra esserci quasi una specie di corsa questi giorni, fra quelli che fuori da FriendFeed stanno, nell'affrettarsi a scrivere che ritengono degli imbecilli quelli che barricati dentro a FriendFeed son rimasti fino ai suoi ultimi giorni.
Come a dire, a me le Alfa non piacciono: guidavo un'Alfa, ma adesso guido una Mercedes e se l'Alfa chiude sono contento perché secondo me chi guida un'Alfa è un imbecille.

E comunque, appunto, non volevo scriverne nulla. FriendFeed morirà, noi ultimi giapponesi ne stiamo già celebrando il funerale da ventiquatt'ore e con lui se ne andranno sei anni della mia vita che non è scritta da nessun'altra parte, né sarà più recuperabile da chichessia.
Come se poi dentro ci fosse più di un chissenefrega, per chiunque altro che non sia me.

Non volevo scriverne nulla, insomma. Poi lei ha scritto tutto quello che c'era da scrivere.

Il dato che conta, l'unico, è che grazie a FriendFeed quella mattina del 2011 il treno lei lo ha preso, e ormai è cosa fatta.
Poi, certo, dopo ci sono state le Farøe, l'Albania e il Kosovo, il Sudafrica (e il Lesotho, e lo Swaziland), Vienna. Ma anche Massa e Carrara, per dire, che fra l'altro le ha scritte lei.
E ancora non sapete dov'è la prossima, ché il biglietto lo abbiamo preso solo ieri e ci sarà da divertirsi, credetemi. FriendFeed o non FriendFeed.
E non mi consola sapere che, Kosovo o Lesotho che sia, potrei a questo punto risparmiarmi, ogni volta, quei settordicimila euro di roaming che regolarmente mi partivano solo per condividere coi compagni di FriendFeed i miei viaggi surreali: ricordo ancora un'allucinante notte in treno dalla Crimea a Kiev, tre anni fa, trascorsa interamente a raccontare sul socialino le disavventure con la mia ingombrante compagna di cuccetta.
E quanto abbia rotto il cazzo alla mia povera socia, a Tórshavn, per riuscire a procurarmi una dannatissima SIM delle Farøe, solo per scrivere su FriendFeed che avevo una SIM delle Farøe.

Che volete, io viaggio un po' così. Anche.

Io non lo so se e dove traslocherò. Tanto ho casa sempre qui (anche se qualche pensata pure su Orizzontintorno, ultimamente, la sto in effetti facendo). Il microblogging dei viaggi continuerò comunque a farlo su Twitter, ho sempre la mia inutile pagina su G+ e Facebook, per contro, continuerà a non avermi, come è sempre stato.
Poi magari vediamo se e dove emigrerà la mia piccola comunità virtuale di riferimento. Che son poi quei quattro gatti con cui davvero amo passare le mie giornate.

Ciao (amici del) FriendFeed. Ci rivediamo nella prossima vita.
TAG: friendfeed
15.30 del 11 Marzo 2015 | Commenti (0) 
 


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