Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Io non sapevo
MAG Prima pagina, Amarcord, Blog e luoghi
Io di Palmyra nemmeno conoscevo l'esistenza, non ne avevo mai sentito parlare. Ci arrivai nel gennaio del 2000, accompagnato da un tassista siriano, in mezzo a un viaggio che non avevo quasi programmato e che era nato per caso solo qualche giorno prima, al consolato di Milano. Mi pare, fra l'altro, che fu quello stesso tassista a portarmi il giorno dopo ad Al Raqqa, di cui raccontavo tempo fa fra queste pagine e che all'epoca credo fosse più sconosciuta al resto del mondo di Correzzana, frazione di Lesmo, Brianza orientale.
Ad Aleppo invece no, ci andai in autobus.
Comunque.
Pochi giorni fa, quando se n'è all'improvviso iniziato a parlare e a scrivere sui giornali, mi è venuto in mente che a Palmyra scattai alcune delle foto più belle della mia vita.

E niente, a volte mi chiedo come stanno il mio tassista e il padrone del mio albergo ad Al Raqqa. Del Baron, poi, chissà che ne è oggi.

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Palmyra, Siria, fotografata nel gennaio del 2000
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TAG: palmira, isis
22.16 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
29 Pause and rewind
MAG Spostamenti, Progetti
Con la pubblicazione del filmato girato in Islanda ho infine completato il caricamento della scheda completa di viaggio e archiviato in via definitiva su Orizzontintorno questa straordinaria esperienza.

Per un po', adesso, niente in programma: una rapida puntata a Londra verso fine giugno per il concerto di addio degli Who ad Hyde Park, in occasione del loro cinquantesimo anniversario, poi un'estate quasi sicuramente divisa fra il ritorno nel nostro eremo in Valnontey dopo due anni di assenza e il consueto buen retiro elbano, questa volta per almeno un paio di settimane filate. Le disavventure automobilistiche islandesi (e non solo) hanno un po' minato il budget che era stato stanziato per il classico viaggio estivo e dunque abbiamo ripiegato su tranquillità e serenità nei nostri rifugi più intimi.

Questo non vuol dire che in pentola non stia cucinando nulla, anzi. Solo, sto prendendo un po' di tempo. E approfittandone per riprendere un po' il Centodieci, che da un annetto in qua sta un po' latitando.


TAG: islanda
18.38 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
29 Piccole scosse d'assestamento
MAG Lavori in corso
Nel frattempo, dopo dodici anni di esistenza in rete, Orizzontintorno ha cambiato casa ed è migrato oltralpe sui server di OVH. Così, tanto per darsi un tono, per istinto di sopravvivenza e perché non è vero che i blog sono morti, non questo almeno: al massimo fa un po' l'eremita.

Altre cose sarebbero in programma, ma bisogna che qualcuno mi dia una mano. Vedremo.
Intanto, se inciampate in qualcosa che non va, nel caso battete un colpo.
TAG: ovh, hosting
17.28 del 29 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
12 Iceland/7: Tröllaskagi, Vatnsnes, Reykjanes [9 e 10 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
È una notte a parecchi gradi sotto zero, sicuramente più fredda dei -7°C che registrerò alle nove del mattino seguente, col sole. È una lunga notte, una notte di neve e vento, neve che mi si attacca alla giacca a vento e che mi ricopre completamente. Stringo il cappuccio, armeggio al buio con la lampada frontale, cercando di ripararmi dal freddo e di sistemare il cavalletto in modo che la macchina fotografica non cada e non si bagni.

Le previsioni per l'aurora danno un eccezionale (per la stagione) grado 5, centrato proprio in prossimità della costa islandese, ma dopo una giornata insolitamente calda e soleggiata, con temperature che sono arrivate fino a 13°C, una giornata interamente spesa in una lunghissima tappa di oltre quattrocento chilometri, questa notte il meteo è cambiato all'improvviso e una perturbazione sta attraversando il cielo, spinta da un forte vento che arriva dalla Groenlandia.
Le nuvole vanno e vengono rapidissime. Raffiche di neve si alternano a squarci di cielo limpidissimo e stellato, e fra l'una e le due riesco ad approfittare delle brevi aperture per catturare qualche preziosa immagine di un'aurora che purtroppo, con condizioni atmosferiche diverse, sarebbe altrimenti meravigliosa.
Poi rientro al caldo confortevole della nostra camera, mi scrollo la neve di dosso, asciugo la macchina fotografica e cerco di approfittare delle poche ore di sonno che mi rimangono davanti. Domani sarà un'altra lunga tappa, l'ultima. Dovremo pure fermarci a Reykjavík per restituire il fuoristrada danneggiato e prenderne uno in sostituzione per percorrere gli ultimi chilometri attraverso la penisola Reykjanes, fino a Keflavik.

Il Hraunsnef Country Hotel è una fattoria ai piedi di un rilievo montuoso sulla strada per Borgarnes, dispersa in mezzo al nulla, ristrutturata ad albergo e ristorante. È un luogo incantevole, isolato dal mondo, immerso nella pace e nel silenzio. Ci sono alcuni animali, un cane, alcune piccole vasche di acqua termale all'aperto, in mezzo alla neve, chiuse da un coperchio di legno per conservare il calore.
Sollevo il coperchio e saggio l'acqua con la mano. È calda, ma non bollente, piacevole. Sono un po' perplesso: il cielo è color piombo e sta cadendo qualche fiocco di neve, ma infine mi decido: vado in camera, afferro un accappatoio e mi fiondo dentro a una delle vasche, attraversando di corsa sotto la nevicata, nudo, i pochi metri che mi separano dall'acqua. Una volta dentro non uscirei mai più.

La luce, ecco. Le luci sono forse la cosa più straordinaria di questo viaggio. Sono condizioni sempre estreme per la fotografia: il riverbero accecante della neve contro la lava nera, il cielo grigio piombo che si fonde col ghiaccio, la fosforescenza dell'aurora boreale nel buio profondo.
Ho scattato milioni di fotografie senza mai sapere bene se fidarmi dei parametri della macchina o tirare a indovinare. Perlopiù ho scattato improvvisando, sottoesponendo e in controsole. Non ho con me il portatile e non riesco a travasare le foto sull'iPad, così non ho modo di controllare i risultati. Tocca affidarsi all'esperienza e incrociare le dita.

Domani è previsto l'arrivo di una nuova tempesta assai violenta. Dovremmo solo sfiorarla.
Non so come tornerò a casa. Nel senso, la testa. Non voglio tornare a casa. Non vogliamo tornare a casa.
Keflavik non mi piace.

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Penisola Tröllaskagi
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Penisola Vatnsnes
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Verso Borgarnes
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Hraunsnef Country Hotel
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Kleifarvatn, Reykjanes
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Il ponte sulla faglia che divide Europa e America
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Hafnir, Reykjanes
TAG: islanda, trollaskagi, vatnsnes, Reykjanes
23.18 del 12 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
09 Iceland/6: shots from Krafla [8 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
Al Krafla siamo soli. Il vento è ancora intenso sebbene sia un po' calato, la temperatura è molto rigida, siamo sempre sotto zero.
Quassù, sull'orlo della caldera attiva, dispersi in mezzo a una pianura infinita di ghiaccio e lava disseminata di coni vulcanici che sbuffano ed emettono gorgoglii sordi, e pozze di fango ribollente che si aprono in mezzo alla neve, quassù sembra di essere su un altro corpo celeste.
Sulla Luna, dove la lava è nera. Su Marte, dove la terra e le rocce sono color ruggine. All'inferno, se preferisci.
Oppure potresti essere in mezzo all'Antartide, o in Groenlandia, anche.

Quassù l'isolamento è così totale e primitivo che l'unica cosa a cui riesco a pensare è che vorrei avere il mio zaino, i ramponi, la tenda, gli sci, e partire. Allontanarmi verso una direzione a caso.
Invece risaliamo sul fuoristrada, che nonostante i danni della tempesta di ieri e la spia gialla misteriosa ancora sta in marcia, lo tiriamo fuori dal deserto di neve nel quale lo avevamo abbandonato per salire a piedi fino al bordo del cratere, e ripartiamo. Abbiamo davanti meno di duecento chilometri oggi, come al solito tutti spettacolari.

Fermandoci a scattare fotografie ad ogni metro, e dopo una dovuta sosta alle cascate di Goðafoss, alle cinque del pomeriggio raggiungiamo infine Akureyri, la seconda città dell'Islanda. Un villaggio di diciassettemila abitanti appoggiato in fondo a un fiordo sulla costa settentrionale.

Alla reception dell'hotel lavora una ragazza italiana, arrivata qui da pochi mesi. Ci racconta che la comunità italiana di Akureyri conta ben sei persone: troppe, aggiunge lapidaria. Dice che a Reykjavík c'è troppo casino, ci sono sempre turisti e trovi tutto facilmente. E poi, due voli e sei in Italia. Da qui, se hai bisogno di rientrare rapidamente, devi metterne in conto almeno uno in più.
Da quando sono qui, lei e il suo ragazzo (un altro dei sei italiani), hanno visto l'aurora una volta sola. Chiacchierando, si intuisce che non gliene frega nulla. Sono solo in fuga, un po' a caso, pare.

Trascorriamo una piacevole serata in un ristorante di Akureyri. Cade qualche fiocco di neve. Mi trasferirei ad Akureyri? Soprattutto, mi trasferirei ad Akureyri invece che a Reykjavík?
Sì, credo di sì. Credo di capire.

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Il cratere ghiacciato del Viti, area del Krafla
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Hverir
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Goðafoss
TAG: islanda, krafla, hverir
21.05 del 09 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
06 Iceland/5: And the wind cries [7 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
Accade tutto in un attimo. Siamo appena riusciti ad arrivare a Dettifoss. Apro la portiera per scendere in questo deserto di ghiaccio e lava: una raffica improvvisa, violentissima, me la strappa di mano e la scardina letteralmente con uno scricchiolio sinistro che non dimenticherò più, piegando irrimediabilmente le cerniere e la carrozzeria.
Un disastro che può avere conseguenze gravissime: la portiera è andata e non c'è più modo di richiuderla.

La tempesta di vento sta spazzando da ore l'altopiano vulcanico ghiacciato, questa mattina l'ufficio meteorologico islandese ha emesso un gale warning. È quasi l'ora di pranzo, siamo a cinquanta chilometri dal centro abitato più vicino, su una deviazione secondaria interrotta per neve, a ventiquattro chilometri dalla strada principale. In tutto fino ad ora abbiamo incontrato forse dieci auto. La temperatura sta attorno ai -3°C, ai quali va aggiunto il raffreddamento dovuto al vento. Non abbiamo nulla, nemmeno acqua, ché questa mattina non siamo riusciti a fare la spesa.
Potremmo provare a telefonare al soccorso islandese, ma è tutto da vedere che quaggiù il cellulare riesca a tenere la linea e comunque dobbiamo riuscire a spiegargli dove siamo e aspettare, chissà quanto, in mezzo a questo inferno di vento, neve e gelo.
L'unica è affidarsi a qualche altro turista fra quei pochi che raggiungono questo posto in culo al mondo in questa stagione. Ma dell'auto, nel caso, che ne facciamo?

La portiera che non si chiude è un problema doppio: oltre alla semplice impossibilità di guidare in queste condizioni, se non riusciamo a bloccarla il vento può strapparla del tutto e rischia di ribaltare l'auto con la sola pressione esercitata all'interno. Dovremmo aprire tutti i finestrini per favorire il deflusso.

Nei pochi minuti che seguono mi passano davanti tutti gli scenari peggiori: non sappiamo come andarcene di qua, né a questo punto, come rientrare a Réykjavik, che è almeno ad ottocento chilometri di distanza di strade perlopiù deserte, attraverso il vuoto spinto per decine e decine di chilometri; in giro non c'è quasi anima viva e in stagione invernale i mezzi pubblici sono pochi e infrequenti; dobbiamo comunque raggiungerli, eventualmente, dei mezzi pubblici: come?
Le condizioni climatiche sono tutt'altro che favorevoli e lungo la nostra rotta in peggioramento, il che, nel caso tutto questo non bastasse, complica dannatamente le cose; sabato all'alba abbiamo il volo di rientro e dobbiamo prenderlo assolutamente; il nostro noleggiatore ha uffici solo nella capitale: anche potesse venirci a prendere in qualche modo, siamo comunque a due giorni di distanza; la situazione, al momento e a parte tutto, è estremamente pericolosa; in ogni caso, vacanza finita qui e, comunque ne usciamo, ci costerà una fortuna, non fosse altro perché questo danno è esattamente l'unico dal quale in Islanda non è possibile cautelarsi con un'assicurazione, proprio perché è purtroppo frequente.
Ci avevano avvertiti: erano giorni che facevamo attenzione, oggi in particolare, in mezzo alla tempesta, ogni volta che scendevamo dall'auto con il vento che spingeva sulle portiere con la forza di un bulldozer.

Studiamo la situazione cercando di mantenere la calma. Devo rimanere seduto al posto di guida, trattenendo la portiera con forza perché il vento non la spalanchi nuovamente spezzando definitivamente le cerniere, ma è una fatica improba e non resisterò a lungo.
Non abbiamo un solo pezzo di corda. Mi sfilo con una mano la cintura dai pantaloni, provo a passarla nella maniglia interna della portiera, ma non ho alcun punto di aggancio a cui arrivare all'interno dell'auto. Allora abbasso il finestrino di un centimetro, la passo attorno alla cornice e la ripasso nella maniglia interna attaccata al tetto dal mio lato, tirando il più possibile per cercare di non fare entrare aria.
Proviamo dunque a muoverci in questo modo per uscire fuori almeno dai guai più immediati.
Guido piano con il solo braccio destro, tenendo salda la portiera con la mano sinistra, ma dopo un paio di chilometri devo fermarmi. Raffiche di blizzard sempre più violente stanno spazzando la strada. Abbiamo il vento al traverso che entra di lato forzando la portiera verso l'esterno, il mio braccio non ce la fa più e la cintura da sola non reggerà a lungo, senza contare che tenere l'auto in strada con questa tempesta non è facile nemmeno tenendo il volante con entrambe le mani.

Siamo soli, davvero soli ora. Non c'è un'anima all'orizzonte. Io non riesco quasi più a trattenere la portiera. Inizio ad avere un po' paura, perché non c'è nulla che possa fare tranne rimanere aggrappato alla portiera sperando che il vento di lato, sempre più forte, non ci ribalti.
Lorenza scavalca i sedili e riesce ad accedere alle valigie dall'interno dell'auto. Tira fuori una calzamaglia, la leghiamo al mio poggiatesta e alla maniglia interna della portiera. Il secondo ancoraggio tiene bene e ripartiamo, io sempre aggrappato alla portiera con una mano.
Dopo venti chilometri rientriamo sulla strada principale e guido finalmente controvento, alleggerendo completamente la pressione sulla portiera e sul mio braccio destro ormai crampizzato. Dopo altri venti chilometri, un villaggio, un'officina.
Il meccanico chiama il noleggiatore a Reykjavík, si parlano, poi armeggia un po' con due attrezzi e qualche rondella, e infine ci sigilla la portiera. Non potremo più riaprirla, ma salviamo il resto del viaggio.

Nel pomeriggio, sulla strada da Husavík al Mývatn, ad altri cinquanta chilometri di nulla dalla nostra destinazione, si accende una spia del motore. È una spia generica, potrebbe essere qualunque cosa, da un semplice problema di miscelazione aria-benzina a qualcosa di più serio. Non abbiamo alcuna alternativa che proseguire e incrociare le dita. Non incontriamo anima viva e guido tutti i chilometri successivi prendendo mentalmente nota dei chilometri che ci separano da ogni segno di civiltà che incrociamo, che sia una fattoria, un palo della luce, una qualunque installazione, anche se perlopiù sembra tutto disabitato.
In officina, la sera, non sono molto rasserenanti, ma nemmeno pessimisti. Non c'è modo di diagnosticare quale sia davvero il problema, ma a parte i consumi molto irregolari la macchina sembra continuare ad andare. Decidiamo almeno per domani di provare a proseguire per Akureyri, la seconda città dell'Islanda: non abbiamo molte alternative, il chilometraggio previsto non è eccessivo e attraversa zone abbastanza abitate, e nel caso perlomeno là troveremo un aiuto.

È stata una giornata difficile e avventurosa. Abbiamo rischiato molto. Anche stasera siamo ai confini del mondo, dopo oltre trecento chilometri di meraviglia assoluta, di tempesta, di natura estrema, di vento, ghiaccio, lava.
Dormiamo a Reykjahlíð, Islanda settentrionale, sulle rive del Mývatn ancora ghiacciato, oltre milleduecento chilometri alle spalle da Reykjavík.
Durante la notte nevica forte. Niente aurora questa volta.
Siamo stanchi, ma carichi di adrenalina e felici. Ce la siamo cavata anche oggi.

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Sugli altipiani settentrionali, verso Dettifoss
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Mývatn
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Husavík
TAG: islanda, dettifoss, myvatn
00.25 del 06 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 
02 Iceland/4: con gli occhi al cielo e al mare e alla terra [6 aprile]
MAG Travel Log: Islanda
L'aurora sono gli alieni che arrivano. Inizia con una perturbazione nel buio, una distorsione del nero, qualcosa che non quadra mentre, avvolto nel piumino, sto fissando il cielo stellato, col cappuccio stretto attorno alla testa, lo sguardo fisso all’insù, sebbene non sappia nemmeno cosa e dove guardare esattamente. Come una specie di onda nell'oscurità, una flessione spazio-temporale che piega impercettibilmente la luce delle stelle; un'anomalia che, lipperlì, attribuisco all'autosuggestione, o alla stanchezza, al freddo, alla notte polare.
Poi, un flebilissimo raggio verde si accende dal nulla: inizialmente pallidissimo, appena appena osservabile con molta attenzione, tale che ancora mi chiedo se sia solo un'allucinazione, il frutto della mia immaginazione che sta cercando di costruirsi una propria figura di un fenomeno che i miei occhi non hanno mai visto.
E infine luce. Onde di luce improvvisa che attraversano tutta la volta celeste sopra di me. Luce inspiegabile, irragionevole, che illumina il buio con colori fosforescenti, verdi, viola, azzurri. Onde che appaiono e scompaiono, si confondono, si mescolano. Sembra una magia e probabilmente lo è.
Il tempo di realizzare che è vera, che la sto osservando davvero, di dimenticare all'improvviso il freddo, sistemare il cavalletto, accendere la lampada frontale e controllare i parametri della macchina fotografica, ruotarla verso l'aurora, e già il tunnel nel cosmo si sta richiudendo, il cielo si spegne e ritorna nero come l'inchiostro, bucato solo dalle stelle.
Rimango così, un po' attonito, con lo sguardo che riprova a penetrare il buio. E ora? Tornerà? Nello stesso punto? Fra quanto? Per quanto?

Siamo i primi a svegliarci alla guesthouse di Seljavellir, benché questa mattina decidiamo di prendercela con calma. Partenza più lenta del solito: in teoria davanti abbiamo solo una tappa di trasferimento, trecento chilometri di fiordi selvaggi e qualche isolato minuscolo villaggio dove forse rimediare almeno un hot dog e una birra per pranzo.
Ci muoviamo verso le dieci, è una giornata di sole pieno, inizialmente ventosissima mentre ci aggiriamo per il porticciolo di Höfn per scattare due foto da lontano alla calotta del Vatnajökull, prima di partire davvero. Poi anche il vento scompare e la temperatura sale fino a 13°C, regalandoci una giornata straordinaria per tutta la tappa. Stasera l’aurora è prevista con grado 3: potrebbe essere la nostra prima occasione.

Renne, cigni, cavalli, tanti cavalli ovunque. Incrociamo pochissime auto, perlopiù gente con gli sci sul tetto. A tratti, strada sterrata. Ogni fiordo una meraviglia differente da quello che lo ha preceduto; dietro ogni curva, in cima a un capo, un tratto di costa oceanica da togliere il fiato.
Pranzo a Djúpivogur, cena nell'unico posto aperto di Egilsstaðir: il fast food di una stazione di servizio.
Un tramonto da urlo. E infine la nostra prima aurora.
Che altro?

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Seljavellir Guesthouse, presso Höfn
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L'aurora boreale a Egilsstaðir
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Lungo la strada che collega Vik a Höfn e a Egilsstaðir
TAG: islanda, höfn, Egilsstaðir
17.22 del 02 Maggio 2015 | Commenti (0) 
 


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