Orizzontintorno Carlo Paschetto
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31 A valigie chiuse
DIC Diario
E così si gira pagina un’altra volta, io per la cinquantatreesima. Mi lascio alle spalle un anno ambiguo, sofferto e impegnativo come gli ultimi tre, alla deriva senza timone e senza vela, nel quale però in qualche modo sono almeno riuscito a tenere la barca in rotta, un po’ per fortuna, un po’ con tenacia, un po’ grazie a qualche mano tesa al momento opportuno.

Nel 2017 sono tornato a viaggiare e, soprattutto, a volare. Che poi è l’essenza stessa della mia vita, o perlomeno quel che rimane delle mille passioni di una gioventù che mi ostino a chiamare “fino a qualche anno fa”, quando ormai quegli anni sono come minimo dieci, a voler essere generosi.
Nel 2017, per la prima volta, ho peraltro dovuto fare i conti davvero con l’età e con la salute, e ho avuto paura, più di quanta in realtà fosse ragionevole avere, ma tant’è, passare dal sentirsi immortale al rendersi conto di avere un cuore che può anche decidere, in un momento qualunque di una giornata qualunque, di fare un po’ il belino che crede, mi ha preso alla sprovvista e fatto prendere coscienza del fatto che sì, fra qualche giorno saranno cinquantatré, un’età alla quale può essere utile ricordarsi di avere un medico e all’occorrenza saper muoversi fra i meandri della sanità pubblica.

Nel 2017, così, ho tenuto fede alla promessa che mi ero fatto una sera uscendo dal medico, quando ho avuto paura, e dopo sette anni di quasi totale inattività sono finalmente tornato a correre un po’ seriamente. A quattro e mesi e mezzo dall’inizio di questa nuova avventura chiudo l’anno con quasi diciassette chili in meno [EDIT: alla pesata del 31 dicembre sono in realtà sedici scarsi, ché tener botta durante le feste è un’impresa] e i dieci chilometri in cinquantacinque minuti, che di per sé è un tempo ancora abbastanza lontano dalle mie prestazioni di qualche anno fa, ma certo quel pomeriggio di agosto, quando dopo anni ho infilato di nuovo le scarpette e mi sono avviato a camminare lungo la ciclabile che porta al parco, non pensavo che avrei davvero ripreso a correre sul serio in tempi così brevi e che sarei arrivato a questi numeri così rapidamente: mi ero dato almeno otto-dieci mesi di tempo per rompere il muro dell'ora e per la verità nemmeno ero certo che avrei tenuto abbastanza da scollinare l’autunno.
Invece son qui: ho corso con la neve e con la pioggia, ho corso la sera tardi uscendo dal lavoro e con temperature sotto lo zero, ho ricomprato dopo anni un paio di scarpette serie, una nuova maglia per il freddo, una giacca per la pioggia e qualche accessorio.
Ho anche scoperto che se mai volessi tornare a correre in qualche competizione dovrò studiarmi i nuovi regolamenti in vigore dallo scorso anno, ma la verità è che non so ancora quanto tutto sommato ne abbia voglia, quanto possa davvero ritrovare la motivazione necessaria e il tempo sufficiente per rispolverare anche uno solo di quegli obiettivi sfidanti che nel duemiladieci, dopo la maratona, mi sembravano tutti lì a portata di mano, a un passo dal poter essere afferrati e messi nel cassetto del “job done”, dell’anche questa è fatta.
Si vedrà. Intanto il primo obiettivo del 2018 sarà rientrare dalla montagna e riprendere a correre con regolarità anche dopo le feste, ché già, visto da qui adesso, sembra un appuntamento sufficientemente impegnativo.

Nel 2017 ho ripreso a leggere con una certa regolarità ed erano anni che non infilavo un po' di libri in sequenza: li compravo e li accumulavo fra i miei scaffali, in attesa che mi tornassero la voglia, la curiosità, la motivazione. Poi, una sera di un po' di mesi fa, a letto in attesa del sonno, ho messo giù il cellulare, annoiato, e ho preso dalla libreria uno di quei volumi impilati. E sono tornato alle buone vecchie abitudini.
Non tutti i libri che ho letto mi sono piaciuti, qualcuno anzi mi ha annoiato parecchio, ma ne annoto tre o quattro che mi hanno entusiasmato. Magari un giorno, se mi vien voglia, ne scrivo un po' qua dentro.

Nel 2017 ho cucinato tanto, o perlomeno molto più di quanto abbia mai fatto in passato, complice anche la dieta stretta che mi sono imposto di osservare parallelamente alla ripresa dell’attività fisica.
La verità è che mi piace cucinare, per quanto me lo sia sempre negato. Solo, vincono spesso la pigrizia e il fatto di essere perlopiù solo, per cui alla fine il piatto pronto e il microonde mi risolvono il pasto senza star troppo a perder tempo (per fare che, poi?) e, soprattutto, senza ritrovarmi con gli avanzi, che poi mi tocca mangiare la stessa cosa per giorni.
Però sì, cucinare mi piace. Non me la cavo nemmeno malaccio. Sto imparando a usare ogni angolo della mia cucina. E del resto che me la son fatta a fare la cucina a isola dei miei sogni se poi non la uso per cucinare?

Nel 2017, fra l’altro, ho vissuto il mio primo anno intero in questa casa nuova. Che sto imparando a conoscere e ad amare - ché sì, ho comprato questa casa perché ho immaginato che avrei potuto amarla, ma in verità non è stato un vero amore a prima vista: è stata un’opportunità, una scommessa, un calcolo. Uno spazio nel quale investire e costruire a mia misura, da modellare a mia immagine e somiglianza, che mi appartenesse, ma un colpo di fulmine no.
Ora, un po’ alla volta, sto imparando a sentirla mia, a riconoscerla come casa, a comprenderne la natura, gli umori e i punti deboli. A organizzarle all’interno, e spostarle attorno, la mia vita quotidiana.
È impegnativa, richiede attenzione costante, mi ha già dato anche qualche grattacapo imprevisto. Ma è il porto a cui tornare, nel quale rifugiarsi, o rinchiudersi alla bisogna. Le parlo, mi parla. Ci conosciamo.

Inizio il 2018 con un improvviso spazio da colmare, inatteso, non programmato. Per quanto. Ed è un problema.
Purtroppo. Come al solito, come sempre questi ultimi anni. Sembra ormai una regola maledetta. Dovrò riempire quello spazio il più rapidamente possibile.

Inizio il 2018 con un piccolo progetto a breve, che chissà. Avrei voluto lo stesso progetto in un altro modo, ma - se sarà - non sarà purtroppo possibile diversamente.
Non sarà - se sarà - un progetto comunque facile, anzi. Potrebbe forse essere uno dei più complicati che abbia mai messo in pista e farlo da solo lo renderà ancor più impegnativo per mille ragioni.
Vedremo. Vedremo anche quanta voglia ne ho davvero, ché proprio dovessi dire, così su due piedi, non è che la spinta di per sé sia proprio grandiosa, ma ho per le mani un'opportunità che proprio non voglio buttar via, ché sono quelle opportunità che non si buttano mai, per cui, intanto, ci lavoro, e poi si vedrà.
Nemmeno so se trolley o, dopo anni e anni, sarà bene riattrezzar lo zaino.

Intanto, come da tradizione, porto i ragazzi a far due curve, che quest’anno la neve è anche bella.
Dall’otto poi ne riparliamo.

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Alla fine è solo matematica, questione di numeri appunto. È sempre stato così. Per questo conto.

Ho impiegato sedici settimane, che in realtà è un tempo sorprendente considerata la mia condizione all'inizio di questa nuova avventura e che pensavo di impiegare non meno di sette-otto mesi. Peraltro non ero nemmeno certo che ce l'avrei davvero fatta, anzi, ero un po' del mood tipo ultimo treno, adesso o mai più.
Ed eccomi qui. Sedici settimane dopo.

Mi ci ero avvicinato molto una decina di giorni fa: una sera avevo staccato un 1h00'00"6, correndo i primi 5km in salita con una temperatura prossima allo zero e sbagliando poi i calcoli in discesa. Coi battiti oltre soglia, negli ultimi due chilometri avevo rallentato un filo, giusto quel minimo per non esagerare e rimanere tranquillo, convinto ormai di avercela fatta.
Sei decimi. Un battito di ciglia, la tolleranza dello strumento di misurazione, una stupidata: fermo in mezzo alla strada, avvolto dal vapore del sudore che si disperdeva nel buio, guardavo il display illuminato del cronometro e sorridevo fra me e me.
Sei decimi su un'ora sono una beffa, un solo passo in meno sulla distanza, un respiro in meno prima di fermarmi.
Mi ero incamminato verso casa prima che il freddo penetrasse lo strato termico della maglia e mi ero dato appuntamento alla prossima occasione.

Martedì sera ero a San Martino, come sempre da un po' di mesi a questa parte. Temperatura attorno agli zero gradi, probabilmente qualche grado sotto in mezzo ai campi spogli.
La corsa come rimedio all'umore, come un tempo, come unico modo che conosco per scollegarmi da qualunque pensiero, per spegnermi. Freddo e umidità a sufficienza per non perdere tempo, per accelerare da subito, per fare in fretta a scaldarmi e darmi una mossa a rientrare in albergo, ché a San Martino dopo le ventuno e trenta è tutto chiuso e non si cena più. La provinciale cinquantadue buia come al solito e la pettorina fosforescente dimenticata a casa. La mia tuta termica aderente, nera come l'oscurità attorno, solo due sottili cuciture arancioni lungo le spalle, e il verde fluo delle scarpette.
E via.

Cinquantasette minuti. Tre minuti sotto. Un tempo che addirittura mi ha riportato all'improvviso molto vicino ai miei allenamenti regolari di otto anni fa.
Ho fissato il cronometro incredulo. Limare tre minuti in un colpo è un'enormità.
Nel 2008 impiegai sette mesi per scendere sotto l'ora e quasi un anno per portarmi su tempi paragonabili, partendo da una situazione decisamente migliore di quella dello scorso agosto (e con quasi dieci anni in meno di oggi sulle spalle). È incredibile come il nostro corpo e la testa conservino memoria delle esperienze passate e vadano a ripescarle all'occorrenza, sappiano riadeguarsi. Non è una questione solo fisica e metabolica, è proprio una condizione mentale.

E matematica, naturalmente. Numeri. Questa mattina, 77,3kg. Eccoli lì, quei tre minuti, disegnati sul diplay a cristalli liquidi della mia bilancia.
Come previsto. Sempre tutto come previsto. Inesorabile.
I numeri non mentono mai, l'esperienza non inganna, insegna.
Metafore.

Non so se continuerò, non so dove posso arrivare. Sono al traguardo che mi ero posto quattro mesi fa e l'ho tagliato molto prima di quanto pensassi. Non lo avevo previsto. Adesso non ho un piano, e sono smarrito: io ho sempre un piano.

So che ora viene la parte davvero difficile.
So che se smetto di correre non sarò capace di mantenermi facendo solo attenzione alla dieta. Mi conosco bene, non sono in grado. È un metodo che richiede una condizione mentale che non mi appartiene.
So che adesso ci vorrebbe un nuovo obiettivo e non ho voglia di ripercorrere strade già battute. Ne avrei, ma qualunque cosa abbia in mente richiede tempo, impegno, disciplina, motivazione fortissima, sacrificio. Soprattutto tempo.
Un conto è trovare un paio di volte a settimana un'oretta e mezza strappata alla sera, rimandando l'orario di cena; o mettersi un'ora sul tapis-roulant il sabato pomeriggio, in casa, mentre i ragazzi studiano o fanno altro, poi la doccia lì a fianco, andare a fare la spesa, metter su la pentola sul fuoco, le solite cose.
Un conto è trovare il tempo per un nuovo traguardo sfidante. Ad esempio ripreparare una maratona, o anche solo una mezza tirata, per buttar giù i miei tempi del 2010. O addirittura qualcosa di nuovo e davvero motivante, magari una grande classica come la Monza-Montevecchia, o la Monza-Resegone. Le conseguenti necessarie uscite regolari tre, quattro, fino a cinque volte alla settimana, i lunghi da almeno un paio d'ore, le ripetute, la tabella fissa di preparazione.
Non so se ho questa motivazione. Soprattutto, per quanto potrei trovare la voglia, sono piuttosto certo di non avere il tempo per questo.
E quindi?
Son sempre lì, davanti allo specchio, con le stesse domande.

Mi guardo: studio il nuovo me stesso, o meglio, studio il me stesso di una volta che non vedevo riflesso da anni e che pensavo non avrei mai più rivisto. Gli stessi pensieri. Sono sempre io alla fine.
Ho lo sguardo stanco. Il volto scavato, le guance attraversate dai solchi delle rughe comparsi evidenti come conseguenza del calo drastico di peso.

Mi sento molto meglio. Il cuore funziona (e dovrò capire prima o poi se continuare a prendere i betabloccanti), niente più gastroprotettori da mesi, la macchina ha ripreso a funzionare abbastanza bene.
Tendini, menischi, legamenti, piante dei piedi: tutto perfetto.
La schiena no: è evidentemente rimasta danneggiata dalla condizione dello scorso anno. Ho ripreso quasi del tutto la mia mobilità ordinaria, ma al mattino ho difficoltà ormai cronicizzate e ho un problema abbastanza importante e ben identificato in mezzo alla schiena, più in alto delle mie vecchie protrusioni in L4-L5 ed L5-S1. Qualcosa è successo. Dovrò decidermi a fare una nuova risonanza e capire come affrontare la questione, perché non è di facile gestione e non mi abbandona un solo giorno.

E quindi non so. Non ho risposte. Non le ho mai. Mi siedo sul marciapiede, lascio che evapori il sudore e riparta il flusso dei pensieri.
Però sì, è vero.
Bravo Carlo.

Running1000

io
San Martino di Lupari, 5 dicembre 2017
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
13.00 del 07 Dicembre 2017 | Commenti (1) 
 


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