Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 Days of my life: instafake, chapter 17/12
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12.01 del 13 Dicembre 2017 | Commenti (0) 
 
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DIC Running, Salute, Diario
Alla fine è solo matematica, questione di numeri appunto. È sempre stato così. Per questo conto.

Ho impiegato sedici settimane, che in realtà è un tempo sorprendente considerata la mia condizione all'inizio di questa nuova avventura e che pensavo di impiegare non meno di sette-otto mesi. Peraltro non ero nemmeno certo che ce l'avrei davvero fatta, anzi, ero un po' del mood tipo ultimo treno, adesso o mai più.
Ed eccomi qui. Sedici settimane dopo.

Mi ci ero avvicinato molto una decina di giorni fa: una sera avevo staccato un 1h00'00"6, correndo i primi 5km in salita con una temperatura prossima allo zero e sbagliando poi i calcoli in discesa. Coi battiti oltre soglia, negli ultimi due chilometri avevo rallentato un filo, giusto quel minimo per non esagerare e rimanere tranquillo, convinto ormai di avercela fatta.
Sei decimi. Un battito di ciglia, la tolleranza dello strumento di misurazione, una stupidata: fermo in mezzo alla strada, avvolto dal vapore del sudore che si disperdeva nel buio, guardavo il display illuminato del cronometro e sorridevo fra me e me.
Sei decimi su un'ora sono una beffa, un solo passo in meno sulla distanza, un respiro in meno prima di fermarmi.
Mi ero incamminato verso casa prima che il freddo penetrasse lo strato termico della maglia e mi ero dato appuntamento alla prossima occasione.

Martedì sera ero a San Martino, come sempre da un po' di mesi a questa parte. Temperatura attorno agli zero gradi, probabilmente qualche grado sotto in mezzo ai campi spogli.
La corsa come rimedio all'umore, come un tempo, come unico modo che conosco per scollegarmi da qualunque pensiero, per spegnermi. Freddo e umidità a sufficienza per non perdere tempo, per accelerare da subito, per fare in fretta a scaldarmi e darmi una mossa a rientrare in albergo, ché a San Martino dopo le ventuno e trenta è tutto chiuso e non si cena più. La provinciale cinquantadue buia come al solito e la pettorina fosforescente dimenticata a casa. La mia tuta termica aderente, nera come l'oscurità attorno, solo due sottili cuciture arancioni lungo le spalle, e il verde fluo delle scarpette.
E via.

Cinquantasette minuti. Tre minuti sotto. Un tempo che addirittura mi ha riportato all'improvviso molto vicino ai miei allenamenti regolari di otto anni fa.
Ho fissato il cronometro incredulo. Limare tre minuti in un colpo è un'enormità.
Nel 2008 impiegai sette mesi per scendere sotto l'ora e quasi un anno per portarmi su tempi paragonabili, partendo da una situazione decisamente migliore di quella dello scorso agosto (e con otto anni in meno di oggi sulle spalle). È incredibile come il nostro corpo e la testa conservino memoria delle esperienze passate e vadano a ripescarle all'occorrenza, sappiano riadeguarsi. Non è una questione solo fisica e metabolica, è proprio una condizione mentale.

E matematica, naturalmente. Numeri. Questa mattina, 77,3kg. Eccoli lì, quei tre minuti, disegnati sul diplay a cristalli liquidi della mia bilancia.
Come previsto. Sempre tutto come previsto. Inesorabile.
I numeri non mentono mai, l'esperienza non inganna, insegna.
Metafore.

Non so se continuerò, non so dove posso arrivare. Sono al traguardo che mi ero posto quattro mesi fa e l'ho tagliato molto prima di quanto pensassi. Non lo avevo previsto. Adesso non ho un piano, e sono smarrito: io ho sempre un piano.

So che ora viene la parte davvero difficile.
So che se smetto di correre non sarò capace di mantenermi facendo solo attenzione alla dieta. Mi conosco bene, non sono in grado. È un metodo che richiede una condizione mentale che non mi appartiene.
So che adesso ci vorrebbe un nuovo obiettivo e non ho voglia di ripercorrere strade già battute. Ne avrei, ma qualunque cosa abbia in mente richiede tempo, impegno, disciplina, motivazione fortissima, sacrificio. Soprattutto tempo.
Un conto è trovare un paio di volte a settimana un'oretta e mezza strappata alla sera, rimandando l'orario di cena; o mettersi un'ora sul tapis-roulant il sabato pomeriggio, in casa, mentre i ragazzi studiano o fanno altro, poi la doccia lì a fianco, andare a fare la spesa, metter su la pentola sul fuoco, le solite cose.
Un conto è trovare il tempo per un nuovo traguardo sfidante. Ad esempio ripreparare una maratona, o anche solo una mezza tirata, per buttar giù i miei tempi del 2010. O addirittura qualcosa di nuovo e davvero motivante, magari una grande classica come la Monza-Montevecchia, o la Monza-Resegone. Le conseguenti necessarie uscite regolari tre, quattro, fino a cinque volte alla settimana, i lunghi da almeno un paio d'ore, le ripetute, la tabella fissa di preparazione.
Non so se ho questa motivazione. Soprattutto, per quanto potrei trovare la voglia, sono piuttosto certo di non avere il tempo per questo.
E quindi?
Son sempre lì, davanti allo specchio, con le stesse domande.

Mi guardo: studio il nuovo me stesso, o meglio, studio il me stesso di una volta che non vedevo riflesso da anni e che pensavo non avrei mai più rivisto. Gli stessi pensieri. Sono sempre io alla fine.
Ho lo sguardo stanco. Il volto scavato, le guance attraversate dai solchi delle rughe comparsi evidenti come conseguenza del calo drastico di peso.

Mi sento molto meglio. Il cuore funziona (e dovrò capire prima o poi se continuare a prendere i betabloccanti), niente più gastroprotettori da mesi, la macchina ha ripreso a funzionare abbastanza bene.
Tendini, menischi, legamenti, piante dei piedi: tutto perfetto.
La schiena no: è evidentemente rimasta danneggiata dalla condizione dello scorso anno. Ho ripreso quasi del tutto la mia mobilità ordinaria, ma al mattino ho difficoltà ormai cronicizzate e ho un problema abbastanza importante e ben identificato in mezzo alla schiena, più in alto delle mie vecchie protrusioni in L4-L5 ed L5-S1. Qualcosa è successo. Dovrò decidermi a fare una nuova risonanza e capire come affrontare la questione, perché non è di facile gestione e non mi abbandona un solo giorno.

E quindi non so. Non ho risposte. Non le ho mai. Mi siedo sul marciapiede, lascio che evapori il sudore e riparta il flusso dei pensieri.
Però sì, è vero.
Bravo Carlo.

Running1000

io
San Martino di Lupari, 5 dicembre 2017
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
13.00 del 07 Dicembre 2017 | Commenti (1) 
 


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