Orizzontintorno Carlo Paschetto
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22 Heart of gold (*)
FEB Salute
Dunque, parliamone (o meglio, scriviamone). Che magari serve anche a me a razionalizzare, esorcizzare e fare un po’ d’ordine.
Da qualche mese ho il cuore che fa i capricci. Fino all’estate scorsa facevo le lunghe camminate di cui ho raccontato, poi ho avuto un settembre molto difficile e infine a ottobre, evidentemente dopo anni psicologicamente molto impegnativi e difficili, qualcosa (in più) ha iniziato a girare male.

Scrivo “qualcosa in più” perché sono ormai cinque anni che convivo con un reflusso gastroesofageo che è andato via via cronicizzandosi. Ebbi il primo episodio a fine 2011, proprio sotto San Silvestro. Il 30 sera ero andato al pronto soccorso perché alcuni sintomi erano quelli dell’infarto e complici l’età, lo stress degli ultimi mesi, un po’ di vicende personali, mi ero allarmato.
Codice giallo, monitoraggio tutta la notte, dimesso la mattina dell’ultimo dell’anno con la prognosi del reflusso e la conferma che sì, molte volte i sintomi sono simili a quelli dell’infarto e che dunque avevo fatto bene ad andare.

Da lì in poi il compagno reflusso è andato peggiorando, complice lo stress continuo, fino a persistere in via definitiva. Ho fatto tutti gli accertamenti del caso, sono passato anche attraverso una spiacevole gastroscopia. Infine la terapia a base di pantoprazolo, inizialmente occasionale, negli ultimi tre anni diventata perpetua. Se smetto, ricominciano i disturbi. Dice il medico che è normale, nel senso che è comune. Che devo conviverci e un po’ rassegnarmi.
Da allora, pillola ogni mattina quando mi sveglio.

La scorsa estate stavo bene, nonostante tutto e gli avvenimenti recenti. Per un certo periodo avevo provato anche a sospendere autonomamente il pantoprazolo, con successo. Lunghe camminate, dieta, qualche chilo giù. Fiducioso nel futuro, a prescindere da qualunque considerazione a làtere.
Ma a settembre il panorama è cambiato, lo stress è salito ben oltre i livelli di guardia e a inizio ottobre sono arrivati i primi nuovi disturbi.

Fiato cortissimo, anche solo a salire una rampa di scale. Ansia fuori misura. Affaticamento costante. Poi i primi episodi significativi, sempre quando ero in giro durante il giorno, di solito mentre camminavo normalmente. Qualche battito a vuoto del cuore, sempre più frequente, sempre più fastidioso. Nervosismo. Accelerazioni cardiache inspiegabili, se non appunto imputandole allo stress e all’ansia.
I primi episodi seri sono iniziati a fine mese: cercavo di continuare a camminare un po’, sia all’ora di pranzo che alla sera, ma diventava ogni volta più difficile, avevo sempre più problemi. Dovevo fermarmi sempre più spesso anche solo dopo pochi passi, coi battiti accelerati, in preda all’ansia, appoggiarmi da qualche parte. Anche solo uscire per andare al lavoro, prendere la metropolitana era diventato un problema. Per un po’ mi sono ostinato nel cercare di ignorare la cosa, poi ho iniziato ad avere un po’ paura.
Misteriosamente, ma evidentemente - col senno di poi - nemmeno così tanto, i fenomeni regolarmente cessavano del tutto appena rientravo a casa, o in condizioni di estrema rilassatezza mentale, a prescindere dallo sforzo: ad esempio, durante le lezioni di pilates che seguo ormai da un anno e mezzo per la schiena (altro mio problema storico). Per quanti sforzi potessi sostenere a pilates, uscivo (ed esco) sempre freschissimo. Poi, il giorno dopo, mi incamminavo verso l’ufficio e di nuovo i battiti ripartivano a mille.

A novembre la situazione è peggiorata sensibilmente e sono capitati due episodi gravi. Una prima volta, un venerdì sera, uscendo dal cinema, alla fine di una settimana molto difficile. Feci due passi verso la fermata della metro e dovetti immediatamente fermarmi. Battiti a 180. Mi appoggiai a un muro. Lasciai passare del tempo. Pensai di chiamare il 118, ma la sola idea mi faceva ancora più paura, così aspettai per vedere se il fenomeno fosse rientrato.
Alla fine rientrò, ma per tornare a prendere l’auto al capolinea della metro dovetti ricorrere a tutto il mio self control e affrontare il “viaggio” con molta cautela, un passo alla volta. Arrivato a casa, fine di tutto…

Qualche giorno dopo un nuovo episodio. Uscito dall’ufficio, sceso in metropolitana (ormai non osavo più camminare per più di pochi passi, per paura), all’improvviso una nuova scarica con battiti oltre i 180. La testa che gira, fosse anche solo per il panico.
Mi siedo su una panchina. Aspetto. Cerco di calmarmi. Decido che è venuto il momento di vincere le paure, affrontare la cosa a viso aperto e andare da un cardiologo.

Sono passati tre mesi circa. Ho visto diversi medici, fatto due elettrocardiogrammi, un test sotto sforzo (interrotto quasi subito per battiti oltre 190; un altro l’ho in programma), due holter, una risonanza cardiaca con mezzo di contrasto (con buona pace della mia claustrofobia), un ecocardiogramma, tre esami del sangue. Ho temporaneamente smesso di sciare, dietro consiglio medico. Ho imparato a farmi all’occorrenza le iniezioni di eparina in pancia e solo superare questo passo mi ha fatto sentire capace di qualsiasi cosa, considerato il mio terrore precedente anche al solo sentirne parlare.

Non ho ancora una diagnosi certa e ho una terapia farmacologica, che ho iniziato a Natale e che sembra fare il suo lavoro, funziona insomma.
Ho un lieve “prolasso della valvola mitrale”, una cosa diffusa, conosciuta, ampiamente protocollata, comune nella popolazione maschile sopra i 50 anni. Causa probabile, o perlomeno possibile, lo stress. Per il momento, pare non destare particolari preoccupazioni, il cuore non è ingrossato, altri parametri sono abbastanza normali.
Ho aritmie sovraventricolari (avrò capito giusto?) che i medici stanno indagando per capirne l'origine e perché, ho capito, non piacciono molto.

Per ora cerco dunque di informarmi, come se dovessi in qualche modo prepararmi, sai mai, ad accettare mentalmente l'eventualità di accertamenti ben più invasivi e azioni per sistemare le cose, una possibilità dalla quale ovviamente mi sento lontanissimo, anche solo nel prendere in considerazione l’idea, e che al momento considero dunque assai remota.
Studio un po’, prendo le mie medicine, vado avanti a fare gli esami che mi prescrivono. Prossimo step, un nuovo test ergometrico.
Ho deciso che di 'sta cosa ci faccio un thread nel blog. Così ogni tanto ho qualcosa di nuovo da scrivere. Scrivere mi serve appunto a tenere la questione entro un perimetro razionale, prenderci confidenza, focalizzarla e affrontarla nel modo corretto. Guardarla dall’esterno e darle una misura.
Ignorarla, farla facile, ovvero nascondermela, mi mette molta più ansia di quanto non sia giusto e lecito averne.
E d'altra parte questo è il mio diario, no? In questi anni ho scritto (quasi) di tutto, adesso mi capita questo.

Ho capito che per il momento è escluso che torni a correre la maratona.
Internet dice di lavarmi molto bene i denti (lo sappiamo tutti, vero, che l’ultima cosa da fare in ambito salute è andare a cercare su Google?).
Ieri la cardiologa mi ha detto che posso invece tornare a sciare: di non esagerare e cercare comunque di non fare troppi sforzi, e rilassarmi.
Ci proverò, prima che l’ultima neve se ne vada. Obiettivo minimo, ora, non saltare la stagione. Come sempre.
Stasera me ne vado a pilates.
Da qualche altra parte scriverei "fate le vostre X".

[Nota: questo post è stato editato a distanza di qualche settimana, a valle di altri accertamenti e dopo aver meglio compreso alcune cose parlando coi medici che mi seguono]

Heart1

(*) Esistono dozzine di canzoni nella mia vita, e nel mio iPod, che contengono la parola "heart" nel titolo e sarebbe pure difficile sceglierne una. Senza una ragione precisa, il titolo del post se lo aggiudica Neil Young. Sarà che sono nel mio periodo americano.
TAG: cuore, salute, valvola mitrale
22.07 del 22 Febbraio 2017 | Commenti (2) 
 
20 Ritorno al Simplonpass
FEB Viaggi verticali, Amarcord
Ieri sono tornato al Passo del Sempione coi ragazzi, dopo - credo - almeno dieci anni che non risalivo da quelle parti. Ci siamo svegliati un po’ tardi, abbiamo fatto colazione, siamo saliti in macchina, autostrada per Gravellona, Domodossola, frontiera di Iselle e siamo venuti su per le gole di Gondo, fino al passo. È stato un ritorno alle origini della mia carriera di scialpinista, per mostrare loro uno dei luoghi che più amo.

Abbiamo fatto una sosta all’Ospizio per farci un panino al salame. Li fan sempre buoni come ricordavo. I panini al salame ai tavoli dell’Ospizio erano la meritata conclusione di ogni giornata trascorsa sulle nevi del Sempione.
Dovevamo partire presto da Milano, per le uscite lassù: alle cinque in macchina, alle otto colazione all’Ospizio, prima delle nove le pelli ai piedi, con temperature spesso glaciali e il vento che spazzava il passo.
Ancora peggio erano le uscite con il corso del CAI di Gallarate: la domenica mattina il ritrovo era alle otto e trenta a Rothwald, sul versante di Briga. Il sabato sera ero sempre fuori con gli amici, si faceva tardi, si beveva, si tirava l’una, le due del mattino. A quei tempi non c’era ancora l’autostrada fino a Gravellona, bisognava uscire ad Arona e fare la strada del lago, ed era infinita. Due ore di sonno, tre al massimo, poi lo zaino, la macchina e via al Sempione. Ricordo una volta che saltai la nottata: al Sempione nevicava fortissimo, la visibilità era quasi azzerata. Ero davanti ai compagni a far traccia, a un certo punto li distanziai e mi fermai un po’ ad aspettarli, lì in piedi, sugli sci. Appoggiai un istante la testa su un bastoncino e mi addormentai così. Proprio così: in piedi. La testa appoggiata al bastoncino. In mezzo alla nevicata.
Dopo qualche minuto gli altri mi raggiunsero e mi svegliarono fra le risate generali.
Poi, come sempre, giù all’Ospizio e i panini al salame.

E la domenica sera a tornar giù, poi, con quelle code di ore, che arrivavi a casa che ormai era passata l’ora di cena, e il lunedì mattina ti aspettava per ucciderti.

Così ho rimesso piede all’Ospizio, dopo tutti questi anni, coi ragazzi. Mi sono sentito strano. Mi ha preso un po’ di malinconia. Non ho riconosciuto gli ambienti all’interno, forse è stato ristrutturato, forse è solo che sono passati tanti anni.
I pendii innevati del Monte Leone, del Breithorn, del Galehorn, dello Spitzhorli, erano solcati da migliaia di serpentine perfette tracciate nella neve fresca. Siamo arrivati attorno all’una e mezza, l’ora del ritorno dalle salite del mattino. I parcheggi erano affollati (per quanto si possano definire “affollati” i parcheggi del Sempione) da dozzine di scialpinisti appena rientrati dalla loro uscita, che stendevano le pelli al sole, mettevano gli scarponi ad asciugare, si concedevano una birra e un panino.

Proprio davanti all’Ospizio ho messo per la prima volta in vita mia le pelli sotto agli sci forati, prestati per l’occasione dal mio amico e compagno di cordata Frank. Non saprei indicare l’anno esatto, era forse il 1985, o l’86. Non ricordo nemmeno se i corsi di fuoripista e sci ripido del CAI Gallarate li avevamo fatti prima o erano venuti in seguito. A quel tempo sciavo fuoripista con i K2 da slalom gigante, due assi da due metri e cinque, rigide come l’anima in titanio attorno alla quale erano costruite, perfette per il ghiaccio delle piste filanti coi pali, un inferno per galleggiare nella polvere di Rothwald.

Dopo la prima uscita al Sempione - un tentativo abortito al Monte Leone: ma quanto era lunga, diobòno, la salita al Leone? - comprai dal mio amico quel paio di vecchi Kastle da scialpinismo che mi aveva prestato e che pesavano una tonnellata. Qualche anno dopo presi i Fischer e infine i Tua Piuma, un paio di sci meravigliosi, come il loro nome.
E per quasi vent’anni praticamente non tornai mai più in pista.

Quante uscite, quanti anni, quante sveglie alla domenica prima dell’alba, che stagioni infinite. Come quella del ’94: riuscii a fare il giro completo dell’anno, dodici mesi sugli sci, dieci quattromila infilati, alcuni da solo, oltre quaranta weekend sulla neve. Da buon nerd asperger tenevo un foglio Excel aggiornato con tutte le uscite, anno per anno: segnavo la cima, la via di salita, il dislivello, il tempo di salita, il compagno di cordata, le condizioni della neve, il meteo. Devo averlo ancora da qualche parte nei meandri di questo computer, quel foglio Excel.

Sono ormai quasi dieci anni che le pelli giacciono nello scatolone del materiale da alpinismo, insieme ai miei due Arva e a tutto il resto dell’attrezzatura. Ho fatto le ultime uscite coi miei Piuma ai piedi nel 2009, le salite fantastiche al Cevedale e al Gran Zebrù. Poi i figli, le trasferte per lavoro, la vita che cambia, gli anni che passano, non sempre come te li sei immaginati nelle tue vite precedenti.

Così passeggiavo coi ragazzi attorno all’Ospizio e guardavo in alto gli ultimi scialpinisti che stavano rientrando, disegnando le loro curve nella neve farinosa e compatta, lievemente crostosa. In quota tirava vento, si vedeva, giù al passo calma piatta e caldo.
Quest’anno, per la prima volta da tutta la vita - che significa da quando avevo tre anni - non ho ancora messo gli sci e forse non riuscirò nemmeno a metterli. Forse domani il medico mi dirà qualcosa. Ho allertato un amico caro, gli ho detto di tenersi pronto, ché se mi vien dato uno spiraglio carico immediatamente gli sci sul tetto e partiamo subito per qualunque destinazione: ho bisogno della mia aria sottile, ne ho un bisogno quasi disperato.

Lì in mezzo alla neve del Sempione, con gli scarponi che affondavano rompendo la crosta sottile, mi guardavo attorno e pensavo a che ne è stato della mia vita. Com’è che non ero anche io lassù a disegnare curve su quei pendii.
È arrivata una coppia piuttosto avanti con gli anni, direi una decina più di me. Si sono fermati a pochi metri, si sono guardati alle spalle e hanno commentato la discesa appena fatta. Poi si sono levati gli sci e sono entrati all’Ospizio per mangiare qualcosa.
Che ne è stato della mia vita? Perché non sono anche io lassù in mezzo a quella neve?
Che ne è stato della vita che sognavo, che volevo, delle mie avventure, dei miei compagni di cordata, di quelle domeniche infinite che iniziavano al buio del mattino e finivano col buio della sera tardi e le gambe affaticate dalla giornata lunghissima, ma la testa libera, felice, carica?
Che ne è stato della mia collezione di cime, dei miei progetti, dei miei grandi sogni?
Dove li ho perduti? Quando è stato il momento? È davvero stato su quella cresta dei Palù, nel 2009, o è stato tutto il resto, tutto quello che è venuto prima e dopo?
Dove sono finito, io?

Trascorro mesi interi pensando spesso che non mi interessa più, che è finita, che sono cambiato io, sono cambiati i miei progetti, i miei interessi, sono passati anni. Ma non è vero.
Di tutte le cose che ho lasciato indietro e a cui ho rinunciato, di tutte le mie dimensioni, questa è in assoluto quella che più mi manca.

È strano - ma non troppo per la verità: fra le decine di migliaia di fotografie del mio archivio, ne ho pochissime dei miei anni d'oro passati a far tracce nella polvere. Solo quelle delle salite ai quattromila e poche altre. Praticamente nulla delle normali scialpinistiche domenicali.
È che non esistevano i telefonini, ancora non avevo comprato la mia prima macchina digitale compatta e di portare la reflex nello zaino tutte le domeniche, con quel che pesava, non se ne parlava proprio. Come del resto di fermarsi a far foto durante la discesa.
La portavo con me solo nelle grandi occasioni e comunque scattavo poco, ché se sei impegnato in un passaggio spettacolare e difficile, se fa molto freddo, se stai scendendo rapido o salendo col tuo ritmo regolare, col cavolo che ti fermi e tiri fuori la macchina fotografica.
E pensare che oggi esiste la GoPro. Averla avuta, quegli anni.

Così, niente. Non ho quasi nulla. Nulla del Sempione, nulla dell'Engadina, nulla della Valle d'Aosta e del Gran San Bernardo, nulla dell'Ossola, nulla dell'Oberland, nulla delle Orobie e delle Ticinesi, nulla di San Bernardino e dello Spluga.
Non rimane nulla di tutte quelle tracce che per anni ho disegnato sulle Alpi.

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Simplonpass, 19 febbraio 2017
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Aprile 2009, in discesa dal Cevedale
TAG: simplonpass, scialpinismo, sempione
20.09 del 20 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
11 Milano a piedi
FEB Progetti, Spostamenti, Centodieci, Diario
D’estate l’ora migliore per camminare in centro a Milano è il mattino presto, fra le sette e le otto, non solo per una questione di temperatura accettabile. I bar sono già aperti, in giro c’è poca gente: qualche pedone, qualche ciclista, traffico quasi nullo. L’aria è umida, ma conserva ancora un po’ della rinfrescata notturna. Piazza Duomo è quasi deserta, sebbene il concetto di deserto, in Piazza Duomo, suppongo abbia una connotazione diversa da quella dell’Arizona.

A un certo punto, la scorsa estate, ho iniziato a camminare. Camminare in città intendo, non camminare nel senso propriamente escursionistico del termine. Senza una ragione precisa, o meglio, per tante piccole ragioni, fisiche e psicologiche che messe in fila, semplicemente, senza quasi accorgermene, hanno fatto sì che iniziassi a infilare un passo dietro l’altro.

Lavoravo (lavoro, ancora per poco) vicino a Piazza Duomo. Ogni giorno, ogni maledetto giorno, prendevo l’auto al mattino, mi sparavo la mia ora di coda per fare diciassette chilometri e arrivare al parcheggio di interscambio di Sesto Marelli, prendevo la metropolitana - prima la linea rossa, poi la gialla. Tre cambi di mezzi e un’ora e mezza dopo essere uscito di casa ero infine in ufficio. Tre ore al giorno, a volte due e mezza, a volte quattro. Per un totale di meno di cinquanta chilometri. Un percorso che fuori dell’ora di punta richiederebbe poco più di un’ora fra andare e tornare. Lo so, mi è capitato di verificarlo.
Impiegavo meno quando andavo a lavorare ad Arco di Trento, a duecento chilometri di distanza. Milano è così.

Ma non è di questo che volevo raccontare. Questa al massimo è una delle ragioni per cui a un certo punto il mio equilibrio si è spezzato e sono finito dentro un tubo di plastica a fare una risonanza.

Una sera di inizio estate sono uscito dall’ufficio un po’ presto e ho pensato di fare quattro passi. Così. Solo per liberarmi la mente. Perché odio la metropolitana. Perché sono schiavo - siamo schiavi - dell’auto, dei mezzi pubblici, della tecnologia, dell’aria condizionata, del telefonino, di tutto. Perché non mi muovevo più da mesi e avevo raggiunto livelli di sedentarietà e di girovita pericolosissimi alla mia età. Perché volevo respirare (che già a Milano, d’estate, è una contraddizione nei termini). Perché volevo sentirmi in movimento e pensare, lasciare che i miei pensieri vagassero a caso. Perché volevo del tempo per me, un po’ di tempo che non fosse impegnato in mezzo alla folla della metropolitana, o a guidare nel traffico, o impegnato a casa in mille altre cose.

Così, invece di prendere la linea gialla davanti al portone dell’ufficio, mi sono incamminato verso Piazza Duomo, che in realtà è solo a cinque minuti da lì. Ho goduto delle luci del tramonto che tingono di rosa il Duomo, come un qualunque turista. Ho fotografato il Duomo. E da Piazza Duomo sono risalito lungo corso Vittorio Emanuele fino a San Babila, la fermata successiva lungo la rossa, diciamo altri dieci minuti. Mi guardavo in giro, come vedessi Milano per la prima volta. Come i giapponesi, che in realtà ormai sono cinesi.
Quanto tempo che non camminavo per Milano.

Vivo a Milano - o nei dintorni - da cinquant’anni, considero Piazza Duomo forse la più bella piazza del mondo. Il mondo l’ho girato parecchio e ho pure un Progetto 110 che avanza da anni, e quasi non conosco la mia città. Soprattutto non conosco come è cambiata in questi ultimi anni. Sono un alieno.
Ho praticamente lavorato sempre in trasferta: conosco quasi meglio Roma, Copenhagen e Varsavia di Milano, per dire.

Da San Babila, perso nei miei pensieri - forse avevo le cuffiette, non ricordo - ho proseguito per Palestro, continuando a seguire il percorso della linea rossa. Da Palestro a Porta Venezia è un attimo, saranno altri dieci minuti, forse.
Quarantacinque minuti dopo essere uscito dall’ufficio ero a Piazzale Loreto. Mi sembrava una cosa così fuori dell’ordinario che feci un post autocelebrativo sul mio socialino di riferimento.
Invece, diciamolo: è una cazzata. Camminare per quarantacinque minuti, intendo. Ne faccio di più, senza rendermene conto, ogni volta che vado a fare la spesa.
E però, per qualche strana ragione, le distanze in città ci sembrano incolmabili a piedi. A Milano pensi di andare a piedi da Piazza Duomo a Loreto e ti sembra una cosa assurda, o almeno, senza ragionarci a me lo è sempre sembrato. Sono poco più di tre chilometri, poco meno di cinquemila passi, quaranta minuti con una giacca in spalla, lo zaino col computer sull’altra spalla, le scarpe da ufficio e camminando con gli occhi per aria a guardarsi attorno.

Ho fatto mente locale. Da quel pomeriggio, complice la bella stagione e poco da lavorare, ho iniziato a uscire un po’ prima dall’ufficio e andare tutti i giorni a piedi fino a Loreto. Ha iniziato a farmi bene e in breve mi è diventato indispensabile farlo. Soffrivo le giornate in cui per un motivo o per l’altro non avevo il tempo.
Poi mi hanno detto che l’ideale è fare diecimila passi al giorno e mi sono reso conto che fra i pochi che facevo al mattino, quel che mettevo insieme in pausa pranzo e le camminate fino a Piazza Loreto, facevano circa ottomila. Dovevo racimolare un paio di migliaia di passi in più, che sembran pochi - e lo sono - ma ci vuole altro tempo, tipo una mezz’ora in più.

Perché poi il problema del camminare è il tempo. Se camminando vuoi ottenere lo stesso risultato, in termini di salute, che avresti correndo, be’, tocca moltiplicare per tre. Invece di correre un’ora devi camminarne tre di buon passo. E hai voglia a trovare tutti i giorni, o anche solo tre volte alla settimana, tre ore per camminare. È tutta un’altra storia. Soprattutto quando volente o nolente ne passi già altre tre bloccato nel traffico. Fan sei ore al giorno.
Puoi però lavorare sulle abitudini consolidate a cui non fai caso. Tipo, non importa se parcheggi l’auto a un chilometro di distanza. Invece che perdere venti minuti per cercare un parcheggio vicino, lasciala a un chilometro e cammina venti minuti. Ad esempio.

Così nulla, ho iniziato ad andare a caccia di duemila passi in più. In realtà bastava scendere dalla metro al mattino a San Babila invece che in Duomo e far due passi in più a pranzo.
Poi però è arrivata la noia del far sempre lo stesso percorso tutti i giorni e così ho iniziato a variare: nuove strade per andare a Loreto la sera, nuovi posti dove andare a pranzo. Spingersi da Piazza Duomo fino al Castello Sforzesco è stato un attimo e da lì attraversare il Castello, il Parco Sempione, arrivare all’Arco della Pace.
Certo andare da Piazza Velasca (dove è il mio ufficio) all’Arco della Pace e tornare indietro alla fine richiede un’ora. O salti pranzo, o devi aver poco da lavorare, senza contare che camminare per Milano in camicia e pantaloni di fresco lana, a luglio, con trenta e oltre gradi, non è esattamente il massimo, per cui poi rientri in ufficio con la camicia fradicia.
La sera, sulla via del ritorno, complice la luce tarda e la vita che anima Milano in estate, ho iniziato a passare per i giardini di Via Palestro, poi ad allargare il giro per Montenapoleone e Via della Spiga, confondendomi coi turisti nel triangolo della moda, fermandomi a guardare le vetrine. Quanto è turistica e piena di turisti Milano. Per certe vie si sentono solo lingue straniere.

Risalire Buenos Aires al crepuscolo era via via diventato una specie di terapia: mi fermavo da Viel, mi facevo una centrifuga media con arancia, carote e zenzero (- Quanto zenzero? - Medio, grazie.) (e quanto accidenti costano le centrifughe da Viel, e quanto sono buone), poi una sosta a Lima da Luigi, il mio focacciaro genovese di fiducia da oltre vent’anni, per fare la scorta della settimana: un chilo e due di focaccia normale, un po’ di farinata, un pezzo al formaggio e magari anche uno con le cipolle. Luigi mi offre sempre un pezzo di focaccia in omaggio e chiacchieriamo un po’, gli racconto della mia nuova mania del camminare.

Altri percorsi. Mi è sempre piaciuto molto attraversare la Galleria e risalire Via Manzoni. Da lì puoi piegare per Brera all’ora di pranzo, o raggiungere Piazza della Repubblica la sera, proseguire per la Stazione Centrale e rientrare a Loreto da Viale Brianza.
Ho iniziato ad accumulare migliaia di passi. Ogni sera arrivavo a Loreto sempre più sudato e con dodici, quindici, diciottomila passi nel sacco. Chilometri. E sempre più pezzi di Milano che mi appartenevano. Perché quando cammini a lungo per una città, piano piano quella città inizia ad appartenerti davvero. Esci dalle strade principali, ti infili nelle traverse, nei vicoli, scopri angoli, negozi, ristoranti, locali.
All’improvviso non ho più visto ragione di utilizzare né l’auto, né alcun mezzo pubblico. Milano è tutta a portata di passi, qualunque cosa è raggiungibile a piedi.

Un pomeriggio sono arrivato a Loreto ed ero ancora fresco, avevo voglia di continuare a camminare. Mi sono avviato lungo Viale Monza, sempre seguendo la metro.
Pasteur. Rovereto. Turro. Gorla. Sfilavo a piedi via via le fermate della metro. Quante migliaia di volte, in decine di anni, ho fatto questa strada sotto terra, o percorrendola in auto con la speranza di parcheggiare in qualche modo in centro a Milano.
Precotto. Villa San Giovanni.
Un’ora e mezza dopo essere uscito dall’ufficio ero a Sesto Marelli, al parcheggio di interscambio dove avevo lasciato l’auto al mattino. Avevo oltrepassato il cartello “Milano”. Mi sono fermato a un bar gestito da cinesi, ho comprato una bottiglia di minerale. Ero fradicio e con le gambe indolenzite. Mi sembrava una cosa incredibile: ero andato a piedi dal centro di Milano fino a Sesto San Giovanni e non era stato nemmeno così infinito, anzi, all’improvviso mi pareva una cosa normale, da farsi spesso. In fondo sono solo sette chilometri e mezzo.
Così l’ho rifatto, un paio di volte. Però è noioso, diciamocelo. Risalire Viale Monza a piedi, farsi la periferia nord di Milano fra officine, case popolari, bar usciti dai film polizieschi anni ’70, sottopassaggi ferroviari, parcheggi: non è così motivante.

Così ho allargato i miei orizzonti altrove. Ho studiato la guida turistica di Milano. Un giorno ho girato verso Cadorna. Un altro sono andato a visitare la basilica di Sant’Ambrogio: forse era da quando ero alle scuole elementari che non ci andavo. Sono sceso nella cripta per vedere le reliquie del Santo, che non ricordavo di avere mai visto. Hai presente abitare a Milano e non aver mai visto Sant’Ambrogio?
Ho percorso a piedi tutta la circonvallazione, sono andato al Parco delle Basiliche, ho raggiunto San Lorenzo e le Colonne, e poi da lì sono rientrato verso Porta Venezia lungo i viali esterni.
Un giorno sono andato a Sant’Eustorgio e da lì ho poi proseguito per la Darsena, che ancora non avevo visto nella nuova veste, e mi sono incamminato a piedi lungo i navigli, che fino a quel momento probabilmente nella mia vita avevo sempre frequentato solo e inesorabilmente di sera.
Sono belli i navigli in un pomeriggio di sole, con poca gente a passeggio. Non sapevo nemmeno che erano stati trasformati in isola pedonale.

Hai presente quanti chilometri si possono fare a piedi per Milano quasi senza rendersene conto? Ad esempio, un giorno, ho fatto questo giro, credo siano una decina di chilometri:

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Mi ha preso il pallino delle chiese di Milano. Ho fatto il censimento e ho iniziato a batterle una per una. Milano è costellata di basiliche.
A Sant’Eustorgio c’è il sarcofago che si dice custodisca i resti dei Re Magi e un interessante cimitero paleocristiano. Gli interni di San Maurizio al Monastero Maggiore sono interamente rivestiti di straordinari affreschi policromi. Sono entrato a San Babila: cinquant’anni a Milano e non c’ero mai stato. Siete mai entrati a San Babila?
E a San Carlo in Corso, che è quella chiesa in Corso Vittorio Emanuele, a destra andando verso il Duomo? E a San Bernadino alle ossa, che ha una cappella interamente tappezzata di teschi e ossa delle vittime della peste? E gli archi neogotici e i bellissimi affreschi colorati di Sant’Eufemia? E la meravigliosa finta abside prospettica del Bramante a Santa Maria presso Satiro, progettata così perché non c’era lo spazio, fra i palazzi, per costruire un’abside vera? Una struttura in mattoni e legno, terracotta e stucco dipinto, che simula tre campate identiche a quelle della navata centrale, in uno spazio di soli novantasette centimetri. Spettacolare.

Ho scoperto che esiste il Cammin breve delle Sette Chiese di Milano: Santa Maria presso Satiro, San Sebastiano, Sant’Alessandro, San Giorgio al Palazzo, San Lorenzo Maggiore, Santa Maria della Vittoria e Sant’Eustorgio: ovviamente le ho visitate tutte. Santa Maria della Vittoria è oggi il luogo di culto della comunità ortodossa rumena di Milano: mi sono affacciato e ho assistito a un rito ortodosso.

Ho anche scoperto che Milano, oltre a quello famoso in Piazza Meda, ha ospitato un altro disco di Arnaldo Pomodoro nel cortile interno del Poldi Pezzoli, in Via Manzoni. Lo fotografai qualche anno fa per caso e lipperlì non mi resi conto che non era quello esposto in Piazza Meda. Non so se fosse un’installazione temporanea o sia ancora lì.

Così ho viaggiato a Milano. L’ho fotografata quasi tutta. Mi mancano ancora alcune cose imperdonabili, lo so: il Cenacolo innanzitutto e me ne vergogno un po’; la Pietà Rondanini, una visita alla Pinacoteca di Brera. Ho tempo, un po’ alla volta.

Ho imparato che posso fare chilometri e chilometri a piedi. La scorsa estate ho addirittura iniziato ad andare in giro per la mia Brianza. Ho rispolverato il mio abbigliamento da runner per l’occasione, ché per le grandi imprese serve essere comodi e leggeri.
Un pomeriggio, uscendo di casa, mi sono avviato verso Montevecchia, poi mi sono un po’ perso per i paesi, alla fine ho raggiunto Casatenovo e sono tornato indietro dalla provinciale. Sono risalito un paio d’altre volte fino a Casatenovo, che è già provincia di Lecco. E pensare che in auto mi è sempre sembrato un viaggio.
Quando racconto in giro che sono andato da Arcore a Casatenovo e ritorno a piedi mi chiedono perché con aria smarrita.

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A piedi si può andare dappertutto. Ho perso quattro chili in due mesi di camminate. Inevitabilmente ho iniziato a fare progetti ambiziosi.

Voglio tornare in cima alla mia Grigna, partendo a piedi direttamente da casa. Ho studiato il percorso, posso farlo in tre tappe. È un viaggio d’altri tempi: mi carico lo zaino in spalla, il sacco a pelo e mi avvio verso Lecco e la Valsassina; la seconda notte potrei dormire in qualche B&B vicino al colle di Balisio e il terzo giorno pranzare in vetta.
Lo scorso agosto, durante il giretto per il Progetto 110 in riviera adriatica, ho immaginato di poter fare una settimana, dieci giorni di vacanza, viaggiando a piedi dal delta del Po fino al Conero, lungo la linea costiera. Non è difficile.
Si può sognare e fare progetti molto rapidamente camminando.

Milano la sto via via archiviando qui, un po’ alla volta.
Oltre, mi sto inventando una nuova vita. L’ennesima.
Devo solo sistemare qualche problema meccanico, ma tutto è fattibile.

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Arco della Pace, Milano
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San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano
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Piazza Meda, Milano
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Corso Matteotti, Milano
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Via della Spiga, Milano
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Darsena, Milano
TAG: Milano, camminare
01.26 del 11 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
01 Quando, non se.
FEB Diario, Running
Correre, ancora intendo, è uno dei miei sogni ricorrenti. Mi capita spesso: sono felice, mi meraviglio di andare ancora così bene, con poca fatica, pensavo ci sarebbe voluto molto di più a riprendere la forma; controllo il tempo e sono sorpreso, sto quasi volando.
Poi mi sveglio e mi assale un senso di frustrazione infinito.

Sono più di sei anni che ho smesso di correre, sto per compierne sette dalla maratona di Milano del 2010. Dopo quella maratona decisi di fermarmi per un po’. Gli ultimi due-tre mesi erano stati difficili, avevo dovuto combinare il carico massimo previsto dalle mie tabelle - allenamenti quattro, cinque volte alla settimana - con la separazione, la recente disoccupazione (che paradossalmente mi lasciava molto più tempo libero per rifinire la preparazione), il trasloco, una nuova vita che mi stava travolgendo con pochissimo preavviso. Il solo cambiare casa e spostarsi di pochi chilometri aveva implicato anche cambiare percorsi, inventarsi nuovi circuiti per i miei allenamenti serali, abbandonando quelli a cui ero mentalmente abituato da mesi, sui quali taravo i miei progressi e avevo i miei riferimenti.
Quelle settimane dell’inverno di sette anni fa arrivavo a sera fisicamente sfinito da tutte le incombenze per sistemare la casa nuova e riorganizzare la mia vita, e uscivo come al solito, al freddo, con la pioggia, al buio, su strade nuove, a macinare chilometri.
Correvo cinquanta, sessanta chilometri a settimana: lunghi, ripetute, salite in montagna.
La domenica salivo in Grigna da solo, con la neve fonda, cercando di abbattere il mio record.

L’ultimo mese fu determinante. Avevo in programma i due classici lunghi oltre i trenta chilometri per rifinire la preparazione, ma per via del trasloco e di tutto quello a cui dovevo star dietro riuscii a farne solo uno e pure qualche chilometro più corto di quel che era necessario, perché centrai una giornata di inizio marzo calda in modo innaturale e il rialzo anomalo della temperatura mi schiantò poco prima del trentesimo chilometro.

E infatti in gara mi fu poi fatale. Doppiai i 30km con un tempo fantastico, poco più di 2h30’, ma al trentaquattresimo le gambe mi abbandonarono improvvisamente. Chiusi qualche minuto sopra le quattro ore. La gioia di aver portato a termine la maratona si mescolò con l’amarezza di non aver centrato un gran tempo (per me), solo per non aver potuto completare la preparazione secondo quello che avevo pianificato.
Ma mi sarei rifatto certamente a breve: ero ben carico, motivato, lanciato.

Avevo corso tanto, sì. Troppo. Mi ero iscritto alla maratona di Ginevra, tre settimana dopo. A distanza di qualche giorno dal traguardo di Milano tornai in strada, tanto per sgranchire un po’ le gambe, non perdere la forma e prepararmi per la trasferta svizzera. Completai dieci chilometri molto a fatica, con un tempo assurdo.
Forse non avevo scaricato ancora la stanchezza.
Due giorni dopo riprovai. Mi fermai dopo soli cinque chilometri. Stanco morto. Accaldato. Vuoto. Non ne avevo più. Benzina finita di colpo. Forse anche un po’ la motivazione. La schiena, che da due anni era ritornata come nuova, mi dava inaspettatamente qualche noia. Un principio di tendinite a un malleolo, niente a cui non fossi ormai abituato da tempo. Quel po’ di fascite che si era manifestata proprio pochi giorni prima della maratona, ma che sembrava essere rientrata cambiando semplicemente le scarpette, e invece no.

Decisi di fermarmi per due-tre settimane, dopo mesi e mesi di allenamenti ininterrotti. Evidentemente era venuto il momento, ne avevo bisogno, dovevo ricaricare davvero le pile, avevo chiesto troppo al mio fisico.
A malincuore cancellai la maratona di Ginevra dal mio programma. A breve peraltro era in arrivo la stagione estiva e con essa la fine del circuito classico di competizioni, se ne sarebbe riparlato a settembre.

Quando avevo iniziato a correre, due anni prima, pesavo ottantatré chili e mi sembrava un peso spaventoso.
A due anni di distanza, dopo Milano, ne pesavo settantuno, ben al di sotto anche della mia quota d’atleta di vent’anni prima.
Mi ero consumato.

Nell’aprile del 2010 dopo Milano, avevo grandi progetti nel cassetto. Avevo iniziato a correre svogliatamente nel 2008, la sera tardi dopo il lavoro, con una vecchia tuta e un paio di scarpe dozzinali di Decathlon, solo per ribellarmi al mio fisico appesantito che non ne potevo più di vedere riflesso allo specchio. Odiavo le palestre, odiavo le piscine e odiavo anche l’idea di andare a correre, una moda che stava prendendo sempre più piede fra la generazione dei quarantenni da ufficio alla quale appartenevo mio malgrado. Mi sentivo cretino e omologato.
Due anni dopo, un bel po’ di mezze maratone alle spalle con buoni tempi, nelle gambe tempi sulla maratona sotto alle quattro ore, i miei obiettivi volavano sempre più lontano ed erano sempre più ambiziosi.
Sognavo la mitica Monza-Resegone, le sky marathon, la leggendaria Marathon du sable, la micidiale Polar Circle Marathon in Groenlandia: imprese che fino a un paio d’anni prima mi apparivano completamente folli, all’improvviso erano alla portata, si trattava solo di prepararsi, di lavorare sul metodo, sulla motivazione. Tutto mi sembrava possibile.
Se corri per quarantadue chilometri e quando sei arrivato in fondo non vedi l’ora di ricominciare, tutto è davvero possibile.

Non ho mai più ripreso. Non ci sono mai più riuscito. Le due settimane di riposo diventarono tre mesi e arrivarono le vacanze estive. Feci un paio di prove, ma avevo già rimesso su qualche chilo, i miei tempi ordinari si erano irrimediabilmente alzati e con loro la mia frustrazione. Decisi a quel punto di rimandare all’autunno, con temperature più favorevoli. Sicuramente era solo un problema di caldo.

In autunno ormai ero preso dai ritmi della mia nuova vita: avevo ricominciato a lavorare, avevo i ragazzi piccoli a cui badare un po’ di giorni alla settimana e quindi non potevo uscire a correre. Mi comprai un tapis roulant per ovviare al problema, ma lo usavo pochissimo, perché un conto è correre all’aperto e lasciare che la mente insegua il panorama e la strada davanti a te, un conto è stare chiusi in una stanza, fissando una finestra, correndo da fermi. E poi, invece di migliorarmi, arretravo sempre di più. A novembre accettai fra me e me di fermarmi definitivamente per un periodo più lungo. Era chiaro che ricominciare a correre davvero avrebbe richiesto molto più tempo e impegno di quel che avevo messo in conto, anche perché il mio peso a quel punto si stava riavvicinando pericolosamente a quota ottanta. Tutto era tornato ad essere piuttosto difficile.

La primavera successiva ci riprovai. Bastò la prima uscita per rendermi conto che anche solo tornare a correre dieci chilometri avrebbe richiesto tempo e correrli sotto i sessanta minuti anche di più. Però nel giro di meno di tre mesi, con costanza e determinazione, riuscii a centrare entrambi gli obiettivi.
Ero molto fiero di me. Allora potevo ricominciare davvero! Once maratoneta, maratoneta forever. Si trattava solo di dare continuità agli allenamenti, come un tempo: un passo alla volta, un obiettivo alla volta. Potevo recuperare molto rapidamente!

Quel ragionamento fu la fine definitiva. Di lì a un paio di settimane mi rifermai per ragioni di lavoro, figli, mancanza di tempo. Mancanza di continuità, il nemico peggiore.
Un mese dopo ero punto e a capo.

Ho raccontato questa storia passo a passo, gli scorsi anni, su questo blog. Avevo anche aperto un thread apposta per raccogliere i miei post sulla corsa, fin dagli esordi. Quel thread giace ormai abbandonato da tempo qua dentro. L’ultimo post risale ormai a più di quattro anni fa. Lo pubblicai anche sulla buon’anima di FriendFeed e ricordo che piacque molto.

Cinque anni dopo combatto con la soglia dei novanta chili e riesco a scendere al di sotto solo per brevi periodi, al prezzo di molto impegno, controllo alimentare e lunghe camminate di ore.
La scorsa estate ho camminato tantissimo, in città perlopiù, ma infilando anche giornate con quindici, venti chilometri, che mi avevano rimesso in forma la schiena e riportato a quota ottantacinque.
Poi però le vacanze, l’autunno, il lavoro che riprende ancora più stressante di prima, addio tempo anche solo per camminare quelle due-tre ore necessarie al giorno per compensare la mancanza di qualunque altra attività fisica.

Di correre non se ne parla proprio. Ho provato qualche volta, anche solo così, per curiosità, per vedere come reagiva il mio fisico, per verificare la distanza fra il sogno ricorrente e la realtà. Sono addirittura ripartito dalle serie di tre minuti, ma dopo le prime tre o quattro serie mi sono dovuto fermare tramortito. Quando avevo iniziato, nel 2008, correvo serie da sei minuti per un’ora.
Il mal di schiena e il mal di stomaco si sono ormai cronicizzati da tempo, il peso è quel che è e grava anche e soprattutto lì.
Un anno e mezzo fa mi sono costretto a iscrivermi a pilates, su indicazioni del mio medico: funziona, mi aiuta e mi tiene insieme la schiena, ma se salto anche una sola lezione la settimana dopo sono piegato in due.
Sono passati anni. E gli anni pesano, si fanno sentire sempre di più, chiedono il conto.

A cinquantadue anni è arrivato a chiedermi il conto anche il cuore. E ho smesso anche di camminare e - temporaneamente mi auguro - di sciare, l’ultima cosa che mi era rimasta, per quanto poco ormai ci andassi, un paio di settimane a stagione.
Da novembre ho fatto tre visite e cinque esami: elettrocardiogramma, prova sotto sforzo (interrotta dopo soli cinque minuti), ecocardiogramma, holter, cinerisonanza con mezzo di contrasto, e mi aspettano un altro esame e un’altra visita prima di avere almeno una diagnosi definitiva.

Mi hanno dato un farmaco per stabilizzarmi. Fa il suo dovere. Lo prendo da due mesi. Da qualche giorno ho ripreso a camminare. Niente di che: mi sforzo quando possibile - cioè molto poco - di fare almeno i diecimila passi al giorno che la scorsa estate mi ero dato come obiettivo minimo quotidiano. Fare diecimila passi richiede tempo, almeno un paio d’ore ai ritmi cittadini, con le scarpe da ufficio, la camicia, il giaccone invernale e la sciarpa, e non sempre - quasi mai per la verità - è possibile trovare il tempo.
Un paio di domeniche fa sono uscito apposta solo per camminare due ore. Sono rientrato a casa e ne avevo fatti 9.800.

Ho freddo, patisco il freddo. Da qualche tempo patisco il freddo, ho capito che almeno in parte sembra essere legato alla questione del cuore. Però camminare, dopo un po’, mi scalda sempre. Mi libera, soprattutto.
A novembre non riuscivo più nemmeno a infilare cento metri camminando: fibrillazioni a pioggia, aritmie, battiti a centonovanta. Un disastro. Da quando ho preso (inevitabilmente!) coraggio, ho affrontato la questione di petto - è il caso di dirlo - e ho iniziato a curarmi, a indagare le cause, ad approfondire la questione, la situazione è migliorata. Riesco di nuovo a camminare, quando ho tempo per farlo. Mi affatico un po’, devo prenderla con più calma. Dopo un’oretta e qualche chilometro devo fare anche una sosta o due di qualche minuto. Ma intanto cammino, so che posso tornare a camminare. Sembra una cretinata, una cosa scontata. A un certo punto, per qualche settimana, non lo è stata. Adesso voglio tornare a sciare, presto. Prima che finisca la stagione. Non esiste che per la prima volta in vita mia salti una stagione.

Mi piace camminare. Tanto.
Sogno sempre di tornare a correre.
Mi sveglio talvolta di notte dopo essermi illuso di essere tornato a correre.
Se rimetto a posto le cose voglio tornare a correre.
Quando rimetto a posto le cose torno a correre.
TAG: running, diario
17.15 del 01 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 


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