Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Ritorno in Giappone
NOV Travel Log: Far East for business
[A due settimane dal rientro inizio a metter mano agli appunti e alle foto]

Il mio secondo Giappone inizia con la sensazione fortissima di non essere mai andato via, dodici anni fa. Dall’istante in cui esco dall’aeroporto di Tokyo Narita e mi metto in coda alla fermata del Limousine bus, il Giappone in cui inciampo nel 2018 è immediatamente familiare e identico a quello che ho lasciato nel 2006, e mi sembra tutto chiaro, evidente, normale. Come lo avessi lasciato ieri.
O forse no.
Sta di fatto che sono ben oltre la sensazione di deja-vu.
Ma non accade proprio istantaneamente. C’è un momento esatto.

Mi aggiro per l’atrio degli arrivi internazionali decidendo il da farsi. Devo raggiungere Fujisawa, che è a un centinaio di chilometri di distanza. Sono quasi le sette di sera e ho un paio di opzioni: il Narita express fino a Totsuka e poi la Blue line, o il Limousine bus per Yokohama e poi la ferrovia suburbana.
Sono stanco, sono appena atterrato in Giappone, lipperlì sono un terrestre sbarcato su Plutone, come tutti, e la frustrazione sta per impadronirsi di me e annientarmi, quando a sorpresa mi arriva sul cellulare un messaggio di Ryo:

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La biglietteria del Limousine bus è davanti a me. Do un’occhiata alla coda che appare abbastanza impegnativa e cerco di venire a patti col tabellone elettronico degli orari che rimbalza fra il giapponese e l’inglese, con una certa preferenza per la lingua madre.
Sono le 19:21, ce ne sarebbe uno in partenza alle 19:30 e poi uno ogni quarto d’ora - perché è vero che è domenica sera, ma se sei all’aeroporto di Tokyo di domenica sera e devi andare al terminal di Yokohama, a un’ottantina di chilometri di distanza, hai almeno una mezza dozzina di opzioni diverse, tutte piuttosto rapide e con frequenze massime di un quarto d’ora: adesso immagina di trovarti a Malpensa alle sette di domenica sera e dovere andare, chessò, a Monza. O semplicemente anche in centro a Milano.

Mando un messaggio a Ryo per dirgli che, così a occhio, se va bene riesco a prendere quello delle 20:00. Senza che abbia nemmeno il tempo di rendermene conto, la coda davanti a me si smaterializza alla velocità della luce e alle 19:24 sto acquistando il mio biglietto: me lo fanno per la corsa delle 19:30. Obietto timidamente che non ce la farò mai.
Sorridono cortesemente e mi indicano l’uscita per la fermata del bus.
Alle 19:28 sono in coda ordinatamente in fila indiana alla fermata con un po’ di giapponesi. Un addetto mi etichetta il trolley e lo imbarca sul bus appena arriva. Alle 19:30 precise il Limousine bus parte, con me a bordo, dopo che l’autista in guanti bianchi e mascherina d’ordinanza davanti alla bocca si è inchinato per salutarci tutti e - suppongo - ci ha dato tutte le informazioni necessarie per il viaggio.
Circa un’ora dopo, puntuale al minuto, il Limousine bus mi scarica alla fermata del terminal di Yokohama, dove il buon Ryo, mio nuovo collega giapponese, mi sta aspettando per accompagnarmi durante il resto del viaggio fino a Fujisawa.

Ryo mi mette in mano una tessera magnetica precaricata che mi consente di muovermi senza soluzione di continuità attraverso tutta la rete giapponese di mezzi pubblici, ferroviari e non. Afferra la mia valigia e si infila nella metropolitana seguendo una app sul suo telefono che gli apre la via in tempo reale, suggerendogli le coincidenze immediate, e mi guida nel labirinto a sei livelli della stazione di Yokohama.
Trenta minuti dopo sono nella mia stanza di hotel a Fujisawa. Stanza che, trattandosi di un tradizionale business hotel giapponese, è grande esattamente come il letto a una piazza più uno spazio attorno al letto per stare in piedi e appoggiare la valigia per terra, ma non per poterla aprire completamente.
Un solo asciugamano piccolo, un bollitore, una tv, una vestaglia giapponese.

Tutto come ricordavo: In Giappone ti muovi alla velocità della luce con un’efficienza altrove inimmaginabile e negli hotel paghi per lo spazio, non per il livello di servizio, elevatissimo ovunque.
Tutto immutato, sì, sembra ieri. Sono perfettamente a mio agio (a meno dello spazio in camera).
Bentornato in Giappone.

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Fujisawa
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Tokyo
TAG: Giappone
22.24 del 29 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
24 Quattro.
NOV Diario
Questo sabato scivola via, ho appena finito la (seconda) colazione, piove, devo uscire con Carola per fare qualche commissione. Nel pomeriggio passo da San Materno, ché devo ritirare le chiavi, probabilmente stasera andiamo al cinema.
Do un’occhiata rapida all’agenda, c’è un appunto. Anniversario.
Lo sapevo in realtà, ma stamattina al risveglio non ho fatto mente locale, probabilmente perché andiamo domani dalla mamma per la messa e per cena, e così sono rimasto sfasato rispetto al calendario.
Sono già quattro anni.
Stavo per scrivere "ormai".

Sono passato da te a inizio mese, prima di partire per l’oriente, a ringraziarti e a chiederti come sempre di darmi un’occhiata. Sono sicuro che ci sia del tuo in tutto questo, o perlomeno tu lo sapevi da allora e adesso capisco alcune cose.
Detto fra noi, considerato che certo non eri la persona da cui potrei mai aspettarmi i numeri giusti, potevi magari farmelo capire, ché sono stati due anni di inferno papà, accidenti.

Io credo che saresti stato fiero di me oggi, a sapermi finalmente su quell'aereo.
Non mollarmi la mano proprio ora, per favore.

(mi correggo: credo che tu lo sia)

papa2018
TAG: papà
10.47 del 24 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
19 Ancora del volo
NOV Travel Log: Far East for business
[scritto un po' ovunque, fra il 3 e il 16 novembre]

Per quanto abbia volato in vita mia mai come quest’anno ho subìto la dissociazione da jet-lag, forse perché non avevo mai infilato così tanti voli intercontinentali nello spazio di pochi mesi mettendo piede un po’ in tutto il mondo, soprattutto nelle ultime settimane con questo concatenamento fra America ed Asia, ripassando da casa, attraverso quindici fusi orari avanti e indietro.
Sto galleggiando da settimane in un’esistenza parallela completamente distaccata dal mio normale ciclo vitale e viaggiare in business class aumenta esponenzialmente l’alienazione, perché il livello di confort è studiato per contrastare il più possibile la distorsione spazio-temporale e illuderti di vivere delle giornate ordinarie.
Ma ovviamente non è così e mi chiedo come fanno quelli che davvero il mondo lo girano in continuazione per professione, da un continente all’altro, attraversando oceani e continenti, adeguandosi al qui e ora e altrove senza soluzione di continuità.

Dopo un mese trascorso fra Stati Uniti, Giappone e Cina, la novità è che sono stanco più di quanto non sia immerso, come mio solito, dentro al viaggio.
Sono stanco e al prolungarsi della mia permanenza in oriente, invece di adattarmi al fuso, al cibo, alla gente, al clima, e recuperare i miei cicli, vado peggiorando, complici i ritmi di lavoro e il dovermi confrontare con interlocutori distribuiti su quindici fusi orari, il che fa sì che le mie giornate quasi non vedano albe né tramonti.
Solo negli ultimi due giorni a Suzhou sono riuscito a dormire almeno cinque ore filate per notte, ma mi sono lasciato alle spalle giornate da due ore di sonno scarse nell’arco di ventiquattr’ore.

Poi, i prossimi giorni, vi racconterò di Suzhou, e anche di Shanghai, di Tokyo e Fujisawa, ed Okayama e Kurashiki e Tongli, e un po’ tutto insomma. Con calma, che ho anche più di mille foto da sistemare e d’altra parte per la verità non so quando, ché anche a casa mi aspetta un’agenda improponibile almeno fin sotto Natale.

E quindi un paio di sabati fa mi sono svegliato alle otto a casa, ho fatto colazione, ho chiuso la valigia e sono partito attorno a mezzogiorno, ché avevo il volo per Tokyo alle 16 e ho pensato che tanto valeva andare a pranzare in aeroporto. E così ho fatto: un’insalata, una torta salata, un pasto leggero insomma, un caffè.
Alle 15 mi sono imbarcato e mi hanno chiesto se gradivo qualcosa in attesa del decollo.
Considerato il viaggio davanti ho chiesto un caffè americano, con l’idea, un po’ campata per aria per la verità, di tentare la sortita e provare a rimanere sveglio fino a Tokyo. Calcolavo infatti di arrivare a Fujisawa, la mia destinazione finale, alle dieci circa di domenica sera ora locale, ma per me sarebbero state le due del pomeriggio: se avessi dormito in volo potevo dimenticarmi di riuscirci la notte a Fujisawa e considerato che lunedì mattina alle otto, ora giapponese, mezzanotte per me, sarei dovuto essere in ufficio, arrivarci senza aver riposato almeno un po’ nella notte fra domenica e lunedì sarebbe stato un incubo.

Ho preso dunque questo mezzo litro di caffè americano. Ma poco dopo mi hanno portato l’aperitivo, un bicchiere di champagne con un po’ di noccioline tostate. E subito dopo il decollo, alle cinque del pomeriggio, le mie cinque del pomeriggio, la cena completa.
Ora, è vero che uno potrebbe anche fermarsi un attimo e riflettere, ma alla fine sei in aereo, ti portano il menù, non stai a pensarci e un po’ ti convinci che tutto sommato sì, hai fame. E siccome sei in business class approfitti anche del menù à la carte e perché no, della lista dei vini, e del dolce, e poi di nuovo il caffè.
Alle 18 - le tue 18, ora italiana - hai già fatto dunque tre pasti completi e un aperitivo: sull’aereo spengono le luci, oscurano i finestrini e all’improvviso è notte, come si usa sui voli lunghi.
Solo che il mio volo non andava a Tokyo, ma a Doha, in Qatar. Dove sono arrivato a mezzanotte circa ora del Qatar, le dieci di sera per me.

Alle due del mattino, ora del Qatar, sono ripartito per Tokyo: appena salito a bordo mi hanno offerto un altro calice di champagne e, tempo un’ora, di nuovo la cena. Una cena completa, a lume di candela.
Erano le tre del mattino ora del Qatar, l’una di notte per me, e quella era la mia seconda cena della serata, e quella davanti la mia seconda notte consecutiva nello spazio di poche ore.
Sei ore dopo mi hanno servito la colazione, non so più che ore fossero per me, ma presumibilmente notte fonda, mentre invece stavo per atterrare in Giappone ed era quasi ora di cena: stavo per iniziare la mia terza serata consecutiva in meno di ventiquattr’ore e avevo appena fatto colazione.

Infine, come previsto, Fujisawa: dieci di sera ora locale.
Non avevo sonno, ma avevo fame.
A quell’ora, a Fujisawa, l’unica cosa che ho potuto fare è stato infilarmi nel primo McDonald’s che ho incontrato.

C’è poi la faccenda dei betabloccanti, che di regola dovrei prendere ogni dodici ore, alle otto del mattino e della sera.
Per un po’ ci sono riuscito: nel senso, sono andato avanti approssimando un po’, tipo alle sette del mattino ora giapponese, al mio risveglio, e poi alle cinque del pomeriggio, quando me ne ricordavo, perché spesso a quell’ora ero ancora in riunione e quindi finiva che li prendevo alle sei, o alle sette, quindi in realtà a mezzogiorno ora di casa.
Infine ho saltato un giro, perché me ne sono ovviamente dimenticato.

Prendi poi questo post, ad esempio. Che ho iniziato a scrivere sul volo di andata, verso Tokyo, e ho poi ripreso qualche giorno dopo sullo Shinkansen mentre viaggiavo verso Okayama, e poi ancora a Shanghai e a Suzhou, e infine sul volo di ritorno per Doha, cambiando i tempi dei verbi ogni volta, e i dettagli, in modo da adeguarli ai miei spostamenti e ai miei orari.
È un post dissociato, come tutto il resto, perché più sono passate le giornate e più ha perso il suo significato iniziale, e all’improvviso mi appare del tutto sconclusionato e senza senso. Non riesco più a seguirlo nemmeno io, non c’è più alcuna coerenza in quel che scrivo ed è impossibile relativizzarne la successione dei periodi con una qualche logica, perché la verità è che sono stati scritti in tempi completamente diversi e in un ordine differente rispetto a quello col quale li state ora leggendo.
Magari proprio questo periodo è stato scritto per ultimo, prima di pubblicare il post.

Sul volo Qatar Airways è notte come al solito, credo anche che sia una notte vera, perché siamo decollati alle ventitré e qualche cosa, e mi hanno dato la cena attorno a mezzanotte, ora di Shanghai. Io comunque avevo già cenato alla lounge dell’aeroporto un paio di ore prima.
Ho una suite in business class e mi sdraio a letto, perché ho un letto vero a disposizione su questo volo. Nell’aereo non è buio, ma c’è una penombra lievemente illuminata da una luce rilassante che ruota i colori dal violetto al rosa, al verde, all’azzurro. Indosso le cuffie che cancellano il rumore e ascolto musica ambient.
È come galleggiare nel nulla, avvolto da questa lieve luce artificiale, isolato da tutto il resto, l’aereo non vibra nemmeno e provo a dormire un po’, cullato dalla musica.

Finisco questo post alle cinque del mattino, ora di Doha. Sono in aeroporto e per me sono le dieci del mattino, perché ormai da qualche giorno sono riuscito ad adeguarmi all’ora di Shanghai. A Milano sono le tre di notte.
Prima di atterrare mi hanno dato la colazione e credo fossero le cinque del mattino ora cinese.
Fra un po’ mi imbarco per casa e mi daranno un’altra cena, all’alba, o forse una colazione, chissà. Poi però sull’aereo calerà di nuovo il buio, anzi, quella penombra colorata che mi porta altrove e nella quale mi perdo inseguendo i miei pensieri, e quando riapriranno i finestrini, sei ore dopo, sarà metà mattinata sull’Europa e mi daranno un pranzo, prima di atterrare a Milano attorno a mezzogiorno.
E tutto tornerà al suo posto.

Chissà quando riuscirò a pubblicare questo post.
5:50am del 16 novembre, gate B4 dell’aeroporto di Doha, Qatar.

Post scriptum con la luce violetta che illumina la penombra finto-notturna del volo Doha-Malpensa, dopo che mi hanno servito, sì, un’altra colazione e sono immerso nel liquido amniotico della musica chillout diffusa dalle cuffie Qatar Airways che cancellano il rumore esterno, e volo sopra l’Arabia, verso casa: all’improvviso mi viene, fortissimo, da piangere. Ho un bisogno terribile di tornare.

FarEast01
FarEast02
Business class Qatar Airways
TAG: volare, aerei, jet-lag
22.40 del 19 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
01 The Far East chronicles, chapter 1: preparazione
NOV Travel Log: Far East for business
Dopodomani parto e sto studiando un po'. E niente, sono passati sedici anni e la Cina corre alla velocità della luce. O quasi.

2018. Da Suzhou a Shanghai ci sono 57 treni proiettile al giorno che coprono la distanza di oltre cento chilometri in un minimo di 25 minuti. Il biglietto in prima classe costa circa 9$.
Figo, penso, così uscendo dall'ufficio alle cinque riesco ad essere a Shanghai nel tardo pomeriggio e trascorrerci ancora un paio di serate, viaggiando pure comodo. Posso quindi prendermi con più calma il weekend in cui arrivo e soggiorno nella metropoli.
Verifico anche che la stazione ferroviaria di Suzhou è proprio a due passi dal mio hotel, comoda dunque se rientro da Shanghai la sera tardi.
Leggo le FAQ sull'acquisto dei biglietti: è possibile fare il ticket elettronico con una app fighissima, che scarico subito e mi installo sull'iPhone. Scopro però che il biglietto elettronico serve per recarsi alla biglietteria in stazione e ritirare quello cartaceo. Cioè, per prendere il treno è obbligatorio avere il tagliando di carta, quello digitale serve solo come facilitatore per non perdere poi tempo allo sportello a spiegarsi con l'impiegato delle ferrovie.
In effetti è un passo avanti rispetto a sedici anni fa, non fosse che praticamente usano la tecnologia come i Flintstones.

Una cosa che non è cambiata affatto in sedici anni è che in Cina, per prendere il treno, bisogna presentarsi in stazione almeno un'ora e mezza prima, meglio due. A quanto pare persistono le maledette procedure di controllo e check-in come in aeroporto (che poi per la verità è un po' come accade negli Stati Uniti).
Quindi, in sostanza, per fare venticinque minuti col treno proiettile impiegherei quasi cinque ore in totale di viaggio, tutto considerato. Tanto varrebbe andarci a piedi a Shanghai, anche perché a questo punto il tempo che avrei a disposizione si riduce a quello di un caffè.

Mi scrive la segretaria da Shanghai per dirmi che all'aeroporto mi aspetta una macchina con l'autista per portarmi all'hotel. È circa un'ora di viaggio, immagino il costo sia piuttosto elevato.
Mi viene in mente che all'aeroporto di Shanghai deve esserci qualcosa di figo. Controllo: c'è in effetti il Maglev, il treno a levitazione magnetica più veloce del mondo, che viaggia oltre i 400km/h. Costa circa 7$ e in 7' netti mi porta diretto a una fermata di metro di distanza dal mio hotel. In dieci minuti posso essere dall'aeroporto alla reception dell'hotel, a più di trenta chilometri di distanza.
Scrivo alla segretaria che rinuncio al driver. A parte l'assurdità di trascorrere un'ora nel traffico di Shanghai spendendo una cifra, avendo una qualsiasi alternativa più economica e veloce, non voglio certo perdermi l'esperienza del Maglev (che per fortuna fa parte della rete metropolitana di Shanghai e sfugge alle demenziali procedure delle ferrovie cinesi).

Confermo: a Suzhou sembrano esserci dei bellissimi giardini protetti dall'Unesco e ci sono anche tre o quattro linee della metro.

Coi giapponesi sto già diventando pazzo ancora prima di partire. Queste ultime due settimane di preparazione del mio viaggio in oriente hanno completamente ribaltato il punto di vista su cinesi e giapponesi che mi ero costruito nelle esperienze precedenti.

Questa volta, dopo anni e anni, non riuscirò a partire col solo cabin-trolley e mi toccherà imbarcare: non riesco a ficcare dentro al bagaglio a mano gli abiti e le camicie per due settimane di lavoro, e i giapponesi in particolare, a differenza degli americani, ci tengono al dress code. Maledetti.
TAG: cina, shanghai
23.21 del 01 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   


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