Orizzontintorno Carlo Paschetto
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18 (Senza) memoria analogica
APR Amarcord
Nel mettere a posto il mio archivio, scopro che sono almeno sei le occasioni in cui sono partito senza portarmi la macchina fotografica: nel 1995 per il capodanno a Praga e poi il viaggio di agosto a Thassos, in Grecia; nel 1997 per il capodanno a Budapest e l'agosto di quell'anno in Spagna per un viaggio nei Paesi Baschi e a Salamanca; nel 1999 a Berlino, mi pare fosse sempre per capodanno; e infine nel 2000, un bel viaggio in Polonia e Slovacchia per le vacanze di Pasqua.

Di questi viaggi non mi rimane praticamente nulla. Erano anni in cui non esistevano ancora i cellulari con la macchina fotografica ed evidentemente, in ciascuna di quelle occasioni, avevo scelto di partire senza la reflex; oppure forse, semplicemente, non ne avevo una (mi pare sia stato così almeno nel '97 in Spagna).
Conservo in un cassetto una vecchia foto stampata che qualcuno mi ha fatto a Thassos nel '95 e le scansioni di alcune fotografie non mie del viaggio del 2000 in Polonia.
Non ho nemmeno i diari di viaggio, perché erano anni in cui avevo smesso di scrivere e di tenere il mio diario cartaceo quotidiano, e i blog erano ancora di là da venire.

Di quei viaggi è quindi andato tutto perduto e non rimane traccia. Nemmeno una Lonely Planet consumata, uno scontrino, un biglietto aereo, a parte giusto la carta d'imbarco sul volo Olympic per Salonicco.
E mi spiace.
TAG: viaggi
13.25 del 18 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
12 Corea 2010 remastered
APR Travel Log: South Korea, Fotoblog, Lavori in corso
Nel frattempo prosegue il lavoro di riorganizzazione di tutto il mio archivio fotografico e anche le foto del viaggio in Corea del 2010 sono finalmente state rielaborate e ripubblicate su Smugmug, qui.

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TAG: corea, seoul, seul, Busan
11.02 del 12 Aprile 2018 | Commenti (1) 
 
12 Gare de l'Est (*) (**)
APR Fotoblog, Amarcord
Sto mettendo mano ad alcune (bruttissime) fotografie scattate a Rouen una sera del 2009 con un vecchio cellulare. Niente che valga la pena di far circolare, anche perché la risoluzione di quell'HTC di dieci anni fa, perdipiù utilizzato al buio, è davvero orribile.
Fra queste ce n'è una che direi ho scattato alla Gare de l'Est di Parigi, tornando da Rouen e diretto a Lussemburgo. Almeno questo è quel che mi sembra di ricordare.
Era il periodo in cui lavoravo perlopiù all'estero, anche se nel 2009 in realtà avevo già spostato nelle Langhe il centro della mia vita professionale e preso (la seconda) casa ad Alba, dopo aver lasciato quella di Varsavia.

Ricordo quella sera in transito da Parigi, anche se non rammento bene la dinamica dei miei spostamenti. Stavo lavorando su un progetto internazionale e in quel periodo mi occupavo della sede di Rouen. Mi capitava talvolta di farci un salto partendo da Alba: di solito volavo a Parigi e noleggiavo un'auto per raggiungere la cittadina nel nord della Francia.
Non ricordo perché quel giorno invece andassi e tornassi in treno da Lussemburgo, che avevo lasciato un paio d'anni prima, ma sono certo che quella fosse la direttrice e sono anche quasi sicuro che fosse stato appunto un viaggio in giornata. A pensarci, ricordo anche che a Parigi dovetti cambiare stazione, perché i treni per Rouen partivano e arrivavano alla Gare St. Lazare, mentre quelli per Lussemburgo erano alla Gare de l'Est, per cui in effetti non sono certo di quale sia la stazione nella quale scattai la foto.
Così a memoria, fu poco prima di salire sul TGV per Lussemburgo: Est, dunque.

Ricordo la corsa con la metro fra le due stazioni, ché non avevo molto tempo fra un treno e l'altro. Ricordo anche che mandai un messaggio a Barbara, che sapevo essersi trasferita a Parigi qualche anno prima, per farle sapere che ero in rapidissimo transito in città.
Mi pare fossi in viaggio da solo e che a Lussemburgo alloggiassi presso un'hotel di cui ricordo bene la stanza, ma quel che non mi torna è che giurerei di essere stato solo una notte in vita mia in hotel a Lussemburgo e che in quell'occasione specifica, quella della stanza che ricordo, fossi in viaggio con un collega. Tutto il resto della mia vita lussemburghese era stato durante i mesi ad Arlon e il periodo di Rouen era due anni dopo. Quindi forse no, non rientravo a Lussemburgo per tornare a quell'hotel. Ma perché Lussemburgo allora, e per dormire dove in particolare?

Poi mi viene in mente che più o meno registro la mia vita dentro questo blog da ormai quindici anni e che nel 2009 ancora scrivevo parecchio, e immagino dunque che di quello spostamento debba essere rimasta traccia proprio fra queste pagine. In effetti è così.
Era il giorno del mio compleanno e stavo andando da Rouen a Lussemburgo, non rientrando a Lussemburgo dopo un breve salto a Rouen, come mi pareva di ricordare. Per la precisione, stavo tornando proprio ad Arlon dopo un paio d'anni.
Ad aspettarmi alla stazione di Arlon avrei trovato il fido Gianluca e quella notte avrei di nuovo dormito, dopo molto tempo dall'ultima volta, al mitico Arlux.
Tutta la storia di questa foto è qui.

È la storia dell'immagine di testata di questo stesso blog: la scelsi perché, più di qualsiasi altra foto, aveva un forte valore simbolico di quel che per un certo periodo era stata la mia vita, di quel che avrei voluto fosse stata per sempre, di quel che ero io e del mondo visto attraverso i miei occhi.
In qualche modo è l'immagine del treno che ho perso.

Paris0001

(*) Un amico di frenf.it che vive a Parigi mi ha fatto notare che la stazione nella foto non sembra essere nessuna fra quelle citate e che secondo lui l'immagine non è nemmeno stata scattata a Parigi. A un nuovo controllo osservo che lo scatto è delle quattro del pomeriggio: in archivio ho una foto presa nella stessa giornata in una stazione evidentemente diversa, perché il cielo è buio e sono quasi le sette di sera.
Quella nella foto qua sopra deve dunque essere la stazione di Rouen, mentre la foto successiva l'ho effettivamente scattata a Parigi qualche ora dopo.


(**) E niente, il mio amico ha insistito nella sua indagine e ha scoperto che quella nella foto è la stazione di Lussemburgo. E infatti ho ricontrollato le mie fotografie di quei giorni e quella di cui parlavo nella nota precedente, scattata a Parigi, è del giorno prima, non dello stesso giorno di questa. Mistero definitivamente risolto.
TAG: parigi, Rouen, lavoro
10.31 del 12 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
11 Dell'altrove anche per poco
APR Mumble mumble, Spostamenti
Riflettevo sul fatto che lo scorso mese non mi sono nemmeno reso conto di aver messo piede negli Emirati Arabi e in Australia. È vero che sono stati solo dei brevi stop over di qualche ora trascorsi in aeroporto, giusto il tempo di orientarsi alla ricerca del gate per il volo successivo, un caffè, un giro per i duty free. Per non parlare poi della corsa a perdifiato attraverso i terminal dell’aeroporto di Los Angeles.
Ma insomma, a distanza di qualche settimana mi fa un po’ strano a pensarci e mi sembra un po’ alienante.

Anni fa il trovarmi in qualche posto agli antipodi, anche solo per ripartirne poco dopo, non mi sarebbe mai scivolato addosso così.
Nonostante quasi trent'anni di viaggi in giro per il mondo, mi ricordo ad esempio bene la sensazione di dislocamento estremo durante lo stop over a Seoul del 2011, in attesa del volo per le Hawaii, sebbene fra l'altro fossi stato nella capitale coreana proprio l’anno prima e l’atmosfera mi fosse dunque ben familiare.
Oppure la sosta a Singapore nel ’99, prima di ripartire per Sydney. Anche in quel caso non era una prima volta, ero stato a Singapore l’anno precedente per qualche giorno, e peraltro a quel giro non cambiai nemmeno aereo: semplicemente scendemmo per consentire il rifornimento di carburante, il tempo di un giro per lo scalo, e poi ripartimmo in piena notte alla volta dell’Oceania.
O ancora il passaggio da Bangkok andando a Kuala Lumpur, l’aria dolciastra dell’estremo oriente appena sceso dall’aereo.
Ma anche solo il semplice transito da Oslo nel 2015, sulla rotta dell’Islanda, e sì che conosco Oslo molto bene per esserci stato diverse volte; non ci tornavo però da qualche anno ed era quella la prima volta che passavo dall’aeroporto, per cui, in qualche modo, mi sentivo altrove eccome e la sensazione addosso era molto netta: eravamo in Norvegia, anche se solo per un'ora.

Nella mia mania ossessiva di tenere il conto delle cose, non ho mai considerato gli stop over nel numero di volte in cui sono stato in un Paese, ma ogni volta, durante il breve tempo dello scalo, mi sono sempre sentito addosso quella sensazione chiarissima del luogo in cui mi trovavo. Come piccoli segnali attorno, una qualche interferenza nello spazio tempo, volti esotici, alfabeti alieni, lingue non familiari, odore nell’aria, smarrimento, percezione del jet lag.

Ero già stato sia negli Emirati che in Australia, mi ci ero fermato in precedenza, erano destinazioni familiari, per quanto e ammesso che un viaggio di molti anni prima possa renderti familiare un qualunque luogo esotico. Forse è stato questo. Ma appunto era già stato così anche in tutte le occasioni precedenti.

Non so, sarà che quest'ultimo è stato un viaggio nato per caso all'ultimo momento e rocambolesco più del solito, sarà che negli ultimi anni ho viaggiato sempre più di corsa e girato sempre più per aeroporti, e che gli aeroporti sono sempre più tutti uguali, per cui ovunque tu sia in transito è sempre un unico, alienante e inquietante, deja vu.
Che tu sia a Tokyo, a Johannesburg, ad Atlanta, a Seoul, a Sydney, ad Abu Dhabi, in un qualunque scalo europeo o nell’ultima capitale africana, in fondo alla Siberia o in qualche metropoli sudamericana, passato il check-in entri in unico mondo uniforme, globale, ovunque perfettamente uguale a se stesso, con la stessa identica distribuzione degli spazi, colori, suoni, mescolanza di lingue, riti, procedure e tempi.
Mi sembra sempre più vero col passare degli anni. Uguali le lounge, i negozi, i bar e i fast food, le poltrone, i corridoi, la merce sugli scaffali, i tabelloni con gli orari. Se ti bendassero e ti abbandonassero in un qualunque aeroporto non saresti in grado in alcun modo di capire dove ti trovi.

Così, negli ultimi dodici mesi sono transitato dagli aeroporti di Lisbona, Madeira, Abu Dhabi, Sydney, Rarotonga, Los Angeles, Seattle, Vancouver, Minneapolis, Amsterdam e solo nel piccolo e remoto scalo di Aitutaki, per una volta, mi sono sentito “altrove”. Persino ai banchi del check-in di Rarotonga avrei potuto essere in mille altri posti.

E niente: sono stato in Australia e negli Emirati e mi sembra abbastanza impossibile. A distanza di un mese è come non fosse mai accaduto. Forse è normale per chiunque e solo a me appare piuttosto strano.
Eppure, nella mia linea temporale è rimasta traccia di un istante, quindi è accaduto davvero. Sono sbarcato a Sydney dopo venti ore di volo e mentre mi aggiravo per l’aeroporto mi è venuto in mente di mandare a mio figlio un messaggio per fargli sapere che stavo bene.
E, solo in quel momento, per un attimo, mi sono reso conto di dove ero, e sì: ero in Australia.

WASydney
TAG: aeroporti, viaggiare
16.46 del 11 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
05 Primavera
APR Running
Nel frattempo son quasi otto mesi, è iniziata la terza stagione, sono ritornato al monostrato e sono ancora in strada.
Ogni tanto me lo appunto qui, così, come mònito.

Io2018.04.05
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
19.09 del 05 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
04 Mallorca 2010 e Menorca 2008 photo album
APR Travel Log: Baleares, Fotoblog, Lavori in corso
Sistemate le foto del giro del mondo, ho ripreso ad aggiornare il mio archivio su Smugmug proseguendo di viaggio in viaggio a ritroso nel tempo. Ecco dunque le foto dei viaggi alle Baleari del 2008 e 2010, riorganizzate e pubblicate qui.
Nel frattempo sto già lavorando a quelle della stessa estate in Corea del Sud, quando partii per Seoul appena rientrato coi ragazzi da Maiorca, nel giro di sole ventiquattr'ore.

Mi è venuto così in mente che la maggior parte dei miei viaggi degli ultimi dieci anni sono stati per isole e così è per buona parte dei progetti che ho nel cassetto. E dire che mi definisco uomo di montagna.
E però se ci penso c'è in effetti una ragione: le isole mi permettono di concentrare il tempo a disposizione, a maggior ragione se sono particolarmente piccole, mentre tutti i miei progetti in terraferma richiedono un tempo che quasi mai ho.
Così rimando a tempi futuri i grandi overland continentali e i viaggi itineranti nei paesi di grande richiamo turistico, i secondi soprattutto per non fare di una vacanza una stressante corsa contro il tempo, e mi concentro su destinazioni che mi permettano di sfruttare periodi di pochi giorni per coniugare al meglio i miei bioritmi tradizionalmente lenti, soprattutto al mattino, con la frenesia di voler vedere tutto quel che c'è da vedere.

Son venute così le Cook e prima di loro Madeira, le Farøe, le Canarie, le Hawaii - che però ho limitato alla sola O'ahu proprio per ragioni di tempo, e allo stesso modo ho in lista quasi solo isole nei miei progetti a breve termine, soprattutto nell'Atlantico e nel Pacifico.
Le destinazioni più remote sono sempre, ahimé, condizionate dal budget a disposizione, ma la scoperta di ottime soluzioni economiche alternative ai pernottamenti in hotel mi ha in parte allargato l'orizzonte delle possibilità, sebbene i miei veri progetti nel cassetto, anche in termini di isole, siano per il momento piuttosto irraggiungibili perlomeno da un punto di vista logistico.

Ma ormai so che è solo questione di tempo e che un passo alla volta posso arrivare ovunque. Del resto solo sei mesi fa mai avrei pensato che davvero avrei messo piede a Rarotonga ed Aitutaki, e invece.

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Maiorca, Baleari, 2010
TAG: Baleari, Maiorca
12.56 del 04 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
03 Chiusura di stagione
APR Viaggi verticali, Diario
Complici la finestra di tempo splendido che si è aperta fra la domenica di Pasqua e il lunedì, e le straordinarie condizioni di innevamento, ne abbiamo approfittato per andare a chiudere la stagione e infilare così una sequenza Capodanno-carnevale-Pasqua che non ci riusciva da anni.
Un'annata con così tanta neve, soprattutto in condizioni pressoché invernali nonostante la primavera iniziata ormai da giorni, non si vedeva da parecchio tempo e il manto ha ancora una tenuta quasi perfetta perfino alle quote più basse nelle ore pomeridiane. Quest'anno rimpiango davvero di avere appeso le pelli al chiodo da diverse stagioni, perché avrei potuto approfittare di una primavera eccezionale. E in effetti potrebbe essere uno stimolo a riprendere anche questa attività, dopo essere tornato a correre.
Chissà.

E proprio la ritrovata ottima forma di questi ultimi mesi ha portato con sé anche il rinnovato piacere, dopo anni, di tornare finalmente a stare sulla neve ore e ore di fila, spingendo al massimo, come non accadeva davvero da troppo tempo. Mi sono persino riscoperto capace di affrontare dei bei muri di gobbe in assorbimento a velocità che ormai potevo solo sognare, con le gambe e i polmoni che tengono perfettamente anche al tardo pomeriggio, arrivando a chiudere la giornata senza averne ancora abbastanza.
Mi pare impossibile se penso allo sventurato scorso anno in cui riuscii a fare un'unica uscita molto a fatica, condizionata dalla paura per i problemi cardiaci che avevo appena attraversato, e alle ultime stagioni nelle quali inforcavo gli sci ormai di malavoglia, eccessivamente appesantito, portandomi appresso tutti i miei guai alla schiena, completamente senza fiato e allenamento, frustrato: salivo sempre in tarda mattinata, mi lasciavo trascinare demotivato giù da qualche pista, irrigidito e stanco, senza alcun entusiasmo, spinto solo dalla volontà di non cedere alla tentazione estrema di appendere definitivamente al chiodo anche i miei amati sci, dopo avere abbandonato già da tempo ogni altra velleità alpinistica.
Mi fermavo poi alla solita baita per il pranzo e chiudevo lì la giornata, affidando i ragazzi agli amici, ormai arreso a una condizione fisica e mentale in realtà inaccettabile alla mia età.

Sì, mi pare impossibile a ripensarci. Sono persino tornato a mettere le assi in neve fresca senza timore per i legamenti e la schiena, di nuovo in sintonia con me stesso e l'ambiente, in una situazione di ritrovato controllo, consapevolezza e serenità.
Come ho potuto davvero rischiare di rinunciare a quel che più amo nella vita, alle mie montagne, alla neve, l'elemento che mi appartiene da quando son nato?

E poi c'è questa cosa dei ragazzi ormai grandi, che van come treni. Per quanto io abbia ritrovato una forma tutto sommato non comune, per quanto abbia fiato e gambe ed esperienza da vendere, non riesco a star loro dietro: sono loro ad aspettare me. È una soddisfazione straordinaria.
Li inseguo quasi in apnea, li affianco, cerco di rimanere nella loro scia lasciando che siano loro a tracciarmi il pendio e penso che ho fatto un lavoro bellissimo questi anni, che il loro entusiasmo è benzina per tenere ancora ben in vita il mio. Adesso che andiamo davvero insieme, alla pari, mi diverto come forse mai mi sono divertito in vita mia, per quante stagioni abbia alle spalle e per quante ne abbia viste e fatte in montagna.
Rimango sempre più stupefatto e incantato a vederli filar via così sicuri e veloci, a loro agio, spensierati, su qualunque pendio e in qualunque condizione, perfettamente padroni della tecnica e degli attrezzi, concentrati, come pochi loro coetanei sono in grado, a parte i ragazzi delle scuole agonistiche che però hanno una preparazione specifica mirata alla competizione, mentre ai miei ho insegnato prima di tutto la montagna, l'ambiente, l'aria sottile: un contesto nel quale lo sci è solo uno dei mezzi possibili di esplorazione ed espressione, la neve un elemento al di là della superficie battuta di una pista.
Ora che son pronti ho voglia di portarli a scoprire e fare cose che ho fatto io alla loro età, aprirgli tutto un mondo, trasmettergli ancor più il mio entusiasmo e il mio amore per il mio universo verticale.

Dopo aver ripreso a macinare chilometri in strada mi chiedo se un po' alla volta potrei davvero riprendermi anche i miei passi in montagna, rispolverare i ferri del mestiere e qualche obiettivo lasciato indietro, chiuso nel cassetto del forse mai più.
Intanto potrei finalmente mettere in cantiere qualche piccolo progetto estivo coi ragazzi che in questi anni ho sempre rimandato a chissà quando.

Progetti futuri a parte, questa è stata probabilmente anche la nostra ultima volta sulle nevi di Madesimo, dopo otto anni consecutivi di presenza, e un capitolo significativo della mia vita coi ragazzi va forse in qualche modo a chiudersi.
Venni in Valchiavenna per la prima volta con loro nel 2010, proprio agli inizi di aprile, in occasione del terzo compleanno di Carola. Leonardo aveva solo sei anni. Anche quell'anno c'era molta neve e ne venne parecchia anche quei giorni.
Scelsi Campodolcino perché alcuni cari amici, fra cui un mio storico compagno di cordata i cui figli erano coetanei dei miei, avevano qui la casa da anni. Era una buona soluzione per trascorrere alcune giornate in montagna in compagnia, sia per me che per i bambini. L'hotel Europa era perfetto, proprio alla partenza della funicolare che porta agli impianti del comprensorio di Madesimo: da allora non lo abbiamo più tradito e nel corso degli anni ho fatto amicizia col proprietario, mio coetaneo.
Anche la compagnia col tempo si è via via allargata e ormai venire su era diventata anche l'occasione per ritrovarsi sulla neve anno dopo anno, condividere tavolate alla Baita del Sole, ritrovo fisso di tutti noi all'ora di pranzo, o uscire tutti insieme la sera a cena. E quante discese dal Canalone, e notti di San Silvestro, e giornate di neve e pioggia chiusi in baita a strafogarci di polenta e salsicce, e neve spalata per disseppellire l'auto a ogni nevicata eccezionale: quante ne ho viste quassù questi anni, alla faccia del riscaldamento globale.

Ma i ragazzi crescono, anche quelli degli amici, che alla fine, dopo anni, lasciano le case in affitto perché cambiano le esigenze familiari e vanno a loro volta verso nuove vite altrove. E così un po' viene a mancare la ragione principale per venire quassù, un po' anche io inizio ad essere stanco e un po' annoiato di percorrere a memoria sempre le stesse tracce da anni: ho voglia di mostrare ai ragazzi ormai grandi altri mondi verticali, altra neve, allargare i loro orizzonti.
E quindi forse basta Valchiavenna, basta Campodolcino, basta hotel Europa. È venuto anche per loro il momento di iniziare a zingarare un po' in giro per le Alpi.
Leonardo ha quattordici anni e all'improvviso mi viene in mente che avevo esattamente la sua stessa età ed era la stagione invernale quando i miei lasciarono la casa di Andalo, dove ero praticamente nato, dove per anni avevo trascorso gran parte dei weekend invernali e tutte le infinite vacanze estive, dove avevo imparato a sciare, a camminare in montagna, ad affrontare le mie prime vie ferrate e le prime facili arrampicate. Dove avevo conosciuto la mia prima fidanzatina e mi ero innamorato per la prima volta.
Per i miei primi quattordici anni di vita tutto il mio universo verticale (e non solo) era stato circoscritto ad Andalo: quella era la montagna per me, lì avevo imparato ad amarla e a conoscerla.
I miei lasciarono la casa un po' per le stesse ragioni per cui oggi io probabilmente non tornerò più a Campodolcino.

In qualche modo è uno strappo anche per me, ma è il momento giusto per farlo. Ogni tanto c'è bisogno di dare una svolta e cambiare un pezzo di vita, anche se col passare degli anni il solo pensarlo è sempre più faticoso: in fondo la mia routine quassù coi ragazzi è in qualche modo confortevole, rassicurante e riposante.
Ma è ora che li porti a conoscere l'altrove che io conosco già e far conoscere loro le grandi montagne.
Ciao Campodolcino.

MadesimoPasqua2018
TAG: madesimo, sciare, campodolcino, valchiavenna
23.41 del 03 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 


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