Orizzontintorno Carlo Paschetto
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10 Di sabati, di voli, di progetti, di solitudine
NOV Diario, Progetti
Sabato mattina, dai Velux filtra la luce del sole a illuminare la mansarda e il letto disfatto, dopo giornate e giornate di pioggia pesante, autunnale. Mi sono svegliato tardi, mi aggiro da solo per casa, questa settimana i ragazzi non ci sono. Ho il vuoto davanti per tutto il weekend.
Negli ultimi due giorni una botta di influenza mi ha messo fuori combattimento, male di stagione lo chiamano.
Il male di stagione sono questi fine settimana solitari che iniziano quasi all’ora di pranzo e terminano col buio che cala rapidamente quando è ancora metà pomeriggio, il tempo che scivola via nel nulla e che nessuno mi ridarà più indietro, buttato in silenzio, lo zero assoluto attorno e davanti a me.
L’impianto di casa diffonde Moonlight Benjamin e i Gotan Project, mando un messaggio a Carola per condividere la playlist con la mia piccola musicista. So che apprezzerà.
Metto su un paio di lavatrici ed esco a fare un po’ di spesa. Fine del weekend.

Sono stato sveglio fino a tardissimo a guardare gli aerei. A volte, quando non ho sonno e inizio a rigirarmi nel letto, se non ho voglia di andare avanti con la pila di libri a fianco del mio letto, apro al buio Flightradar24 sul telefonino e mi metto a guardare in tempo reale gli aerei che volano in giro per il mondo.
Vado a caccia di voli strani, lunghi, remoti. Di solito cerco quelli che volano il più a nord possibile, lungo le estreme rotte polari. Aerei solitari, che viaggiano distanti dall’affollatissimo traffico continentale europeo, americano e asiatico, lontani da qualunque alternativo. Gli alternativi sono gli aeroporti di emergenza, quelli che in ogni istante garantiscono un punto di atterraggio in caso di problemi.
Ne ho presi di voli così, come quando ho attraversato il Pacifico, da Seul alle Hawaii e dalle Hawaii agli Stati Uniti: otto ore di oceano per tratta, e in mezzo il nulla. Durante la notte spengono i monitor sui quali viene proiettata la rotta. Non c'è nulla da vedere nel raggio di migliaia di chilometri, solo oceano, e oceano, e oceano.
Come un anno fa, sul volo da Rarotonga a Los Angeles, di nuovo attraverso il Pacifico. Superate le Marchesi più nulla per quasi sei ore e monitor spenti. La notte che non finisce mai, per quanto breve possa essere volando incontro all'alba verso est, ogni minima turbolenza a ricordarti che non c'è nulla sotto di te. Acqua.
Ieri notte ho seguito per oltre un’ora United 807, in volo da Washington IAD a Pechino PEK.

Intercetto UA 807 mentre sta per oltrepassare la costa settentrionale della Groenlandia, ultimo lembo di terraferma prima del Polo Nord, a latitudine 84°N circa. Prosegue solitario in volo verso il Polo, nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro aereo attorno a fargli compagnia, o a seguirlo sulla sua rotta estrema. Nemmeno la mappa ce la fa a stargli dietro: attorno a latitudine 85°N il software lo perde, Google Map non ha i dati. La sua posizione è ora solo una coppia di coordinate, la cui variazione mi fa compagnia illuminando il buio della mia mansarda mentre la pioggia batte regolare sui Velux.
Non ho mai visto un volo spingersi così a nord. Mi capita di vederne a latitudine ottantadue, ottantatré qualche volta, soprattutto sulla rotta del Pacifico settentrionale attraverso lo Stretto di Bering. La seguono i voli fra la costa est degli Stati Uniti e l’estremo oriente, i voli Korean, Asiana, China Airways, da New York, Washington, Boston a Seul e Pechino. Ma così a nord, come questa notte si sta spingendo United 807, no, non ne ho mai visti.
Lo immagino volare nella notte polare sopra la banchisa dell’Oceano Artico, da solo, nessun alternativo. L’avvicinarsi al Polo, oltre che dalla latitudine che aumenta con regolarità costante, è segnato dalla variazione di longitudine sempre più rapida. Via via che il Polo Nord si avvicina i meridiani si stringono fino a convergere al vertice della Terra, a latitudine novanta. Più vola a nord, più l'aereo cambia longitudine rapidamente. Dove si trova adesso la variazione è ormai inarrestabile, i gradi convergono velocissimi a zero, Greenwich.
In realtà United 807 non sta seguendo rotta 0°, adesso sta volando lungo track 50° circa, piega a nord est, e infatti la variazione di latitudine diminuisce, circa un decimo di grado al minuto, poi ogni due minuti. Lo vedo scollinare latitudine 86°N, poi 87°N circa dodici minuti dopo. È ormai vicinissimo al Polo.
Mi chiedo se a bordo dormono tutti o c’è qualcuno consapevole di stare sorvolando il Polo Nord, che dall’oblò dell’aereo vede la luce della luna riflettersi nella chiara notte artica sul ghiaccio della banchisa, diecimila metri più sotto.

Il volo UA 807 attraversa longitudine 0° a latitudine 87°10’N e adesso so che non passerà esattamente sopra al Polo, lo sfiorerà solamente. La rotta è ora quasi 90°, est. Fra un po’ scivolerà verso il basso del pianeta.
87°20’N.
87°40’N.
87°60’N.
Attraverserà latitudine 88°N?
87°70’N.
87°76'N.
Track 91°.
Track 95°.
Track 100°.
Sta virando deciso, ha iniziato il rientro verso il sud del mondo. È arrivato a circa 220km dal Polo Nord, uno sputo.
Qualche minuto dopo è già a latitudine ottantacinque, fra qualche ora atterrerà nell’alba inquinata e liquida di Pechino.
Lo saluto e mi segno United 807 come un volo da prendere, prima o poi.

VoloUA807
La linea geodetica del volo United 807 IAD-PEK. In realtà ha virato più a nord.

United 807 mi fa venire in mente che niente più delle rotte degli aerei dà l’idea di quanto le terre emerse siano spostate a nord e l’Antartide sia un territorio infinitamente grande e remoto. Non esiste linea geodetica, ovvero la rotta più breve fra due punti della Terra, che passi attraverso l’Antartide.
Mi chiedo se esistano voli di linea che lo sorvolino, considerato che i lunghi voli intercontinentali tendono di norma a seguire rotte lungo le linee geodetiche.
Mi metto a studiare la faccenda su Flightradar24.
Le linee geodetiche che più si avvicinano all’Antartide sono quelle che collegano l’Australia al Sudafrica e al Sudamerica, ma almeno geometricamente non lo sfiorano nemmeno, per quanto siano rotte tremendamente estreme, ai veri confini del mondo. Solo oceano e null’altro per ore e ore e migliaia di chilometri, il Pacifico da una parte, l’Oceano Indiano dall’altra, oltre i Cinquanta ruggenti, nessun alternativo, nessuna traccia di vita, nemmeno le navi in mare, ché a quelle latitudini non si avventura nessuno, non c’è nemmeno alcun traffico commerciale, a parte le spedizioni scientifiche e rarissime crociere per ricchi turisti, che però perlopiù viaggiano verso la Penisola Antartica e gli arcipelaghi australi dell’Atlantico, non in quelle zone.

Passo in rassegna gli operativi South African e Qantas alla ricerca di voli che si avventurino laggiù, lungo le rotte più brevi dell'emisfero meridionale.
Scopro QF 27, un volo Qantas da Sydney a Santiago del Cile. Lo intercetto sull’Oceano Pacifico a latitudine 54°S. È un Boeing 747-400, un Jumbo, così solo laggiù in fondo al mondo che al suo confronto United 807 sta a un party di compleanno.
Mi pare però un po’ “troppo” a nord per sorvolare la banchisa, soprattutto nell’estate australe. Paragonato alla corrispondente latitudine boreale è come se stesse volando sopra la Germania, per dire quanto è lontano il sud del mondo, quanto è remoto l’Antartide, quanto vuote e solitarie e spaventose siano le latitudini meridionali del pianeta.
QF 27 sta peraltro volando lungo track 90°, non andrà più a sud di così, per quanto sia già altrove e solitario rispetto a qualunque altro aereo nel mondo.
Mi annoto il volo. Se non è la più estrema, è sicuramente una delle rotte candidate ad esserlo fra i voli di linea.

Studiando con più attenzione mi imbatto in QF 64, un altro volo Qantas, un altro 747-400, in viaggio da Johannesburg a Sydney. Lo trovo sull’Oceano Indiano a latitudine 51°S virgola qualcosa. È più a nord di QF 27, ma la sua rotta è 143°, sta andando a sud est. Guadagna latitudine meridionale, deciso. Inizio ad avere sonno e ammesso che prosegua in questa direzione ci vorranno ancora ore prima che arrivi perlomeno a sfiorarlo, l’Antartide.
Cerco nell’archivio di Flightradar24 la rotta che ha seguito i giorni scorsi. Scopro che in effetti non vola esattamente lungo la geodetica, ma come United 807 allunga la curva piegando sensibilmente verso sud, chissà perché. Forse per mettersi a un certo punto, dopo ore e ore di volo sopra l’Oceano Indiano, se non terra, perlomeno del ghiaccio sotto al culo. Che non sarà forse un grande alternativo, ma alla peggio, sai mai, ché la strada per l’Australia è ancora lunga e psicologicamente almeno respiri un po’.

In realtà non credo sia certo questa la ragione, ma mi piace pensarlo. Comunque sì, QF 64 sorvola l’Antartide! Lo ritrovo su Youtube, i passeggeri hanno filmato la banchisa e i ghiacci del sesto continente dagli oblò del Qantas in volo fra Sudafrica ed Australia.
Prendo nota, è un volo che assolutamente devo mettere nella lista dei miei progetti. QF 64 è il mio punto di ripartenza.

QA64
La linea geodetica teorica del volo Qantas 64 JNB-SYD...
QF27
...e quella del volo Qantas 27 SYD-SCL

Mi addormento mentre sto già dando forma al nuovo progetto per il mio prossimo giro del mondo, un anello che in qualche modo colleghi questi voli.
Potrei volare da Milano a Johannesburg, una rotta che ho già percorso due volte, e da lì a Sydney, sorvolando l'Antartide, e da Sydney a Santiago, e da Santiago all'Europa. Com'è che lo scorso anno, studiando il rientro da Sydney, non mi ero accorto di QF 27? Eppure mi sembrava di aver provato a trovare la via per chiudere il cerchio passando dal Sudamerica invece che dagli Stati Uniti.
Oppure, in alternativa, potrei volare diretto da Sydney a Pechino e da lì a Washington, concatenando i due Poli nello stesso giro del mondo.
Lo vedo già. Nel momento in cui ho iniziato a immaginarlo so che prima o poi il mio progetto diventerà realtà, il mio trolley pronto, il solito dubbio, porto la reflex o la lascio a casa?

Come i primi due giri del mondo.
Quello del 2011, nato in fuga dal passato che mi stavo chiudendo violentemente alle spalle, annunciato al telefono quando ero già a Parigi in attesa di imbarcarmi per Seul, la rotta disegnata interamente al di sopra dell'equatore perché non riuscii in alcun modo a trovare una sequenza di voli che mi permettesse di transitare dall'Oceania. Alla fine chiusi l'anello con circa quarantotto ore di volo e trentaseimila chilometri.
O quello dello scorso anno, più geometrico, più solitario ancora se possibile, più di quanto credessi e per quanto affatto lo desiderassi, quarantamila chilometri, oltre cinquanta ore di volo, passando questa volta sì per l'emisfero australe, attraversando in pochi giorni tutti i fusi orari e tutte le stagioni, in corsa contro a un tempo che in realtà non mi aspettava da nessuna parte, lasciando a terra il mio unico vero futuro senza capirlo e senza alcuna ragione che non fosse inseguire numeri, e statistiche, e disturbi ossessivi compulsivi, per trovarmi in un punto sperduto del Pacifico meridionale, da solo, a chiedermi il perché.
Con l'unico desiderio di non tornare mai più laggiù da solo. Mai più.

Giro 1
Il mio primo giro del mondo, nel 2011
Giro2b
Giro2a
Giro2c
Il mio secondo giro del mondo nel 2018

E del resto il progetto più difficile da realizzare resta pur sempre quello che ho in mente da una vita, girando in senso contrario, la cui rotta conservo gelosamente nel cassetto per non farmi soffiare l'idea.
Lo riprendo in mano, scorro la lista dei bookmark che in questi anni mi sono via via segnato per mettere insieme i pezzi del puzzle.
È un progetto nato solitario, solitario per sua stessa natura, così estremo, inutile, costoso, assurdo, che solo una vera fuga da tutto e tutti lo giustificherebbe. E d'altra parte non c'è nulla di più assurdo che affrontare un giro del mondo come progetto di fuga, perché sempre al punto di partenza ti riporta.
È la metafora perfetta delle mie sconfitte, a pensarci.
Ho già due giri del mondo alle spalle a far da specchio ai miei fallimenti.
Vieni con me a imbarcarti sul QF 64, lascio a te il posto a fianco del finestrino, ti chiedo solo di scattarmi due foto alla banchisa, per il resto del viaggio io sarò lì a fianco.
TAG: volare
16.05 del 10 Novembre 2019 | Commenti (1) 
   
03 Dieci millimetri
NOV Diario
Dice Mark Webber che tutti guardano ai meccanici che son lì pronti con le gomme nuove, ma intanto c'è quello che deve sollevare l'auto ed è addestrato a rimanere perfettamente immobile, con gli occhi aperti mentre l'auto in corsia box gli arriva addosso a centoventi orari.

Se il pilota sbaglia il punto di frenata, mettiamo, di dieci millimetri, questo vuol dire che una squadra di quindici persone deve spostarsi di dieci millimetri. Traducilo in centesimi di secondo.
Se poi lo sbaglia di venti, o quellolà è molto rapido di riflessi, o ciao gambe, se gli va bene.

Dice che comunque provano il pit stop a casa almeno ottocento volte all'anno.
Dice, il teamwork.

Webber
Mark Webber and me, World Business Forum 2019
TAG: mark webber, lavoro, formula uno
01.14 del 03 Novembre 2019 | Commenti (0) 
   


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