Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Di cinema verticale e altre considerazioni a làtere
APR Viaggi fra le immagini, Coffee break, Alta quota, Segnalazioni
Per la cronaca, e per i non addentro alle cose del mondo verticale, Tommy Caldwell e Alex Honnold sono amici e talvolta arrampicano insieme in Yosemite, come nel 2018, quando hanno stabilito il record assoluto di salita di "The Nose", la via di arrampicata più rinomata della leggendaria parete del Capitan, di Yosemite e forse del mondo, staccando un mostruoso tempo sotto le due ore.
Per la verità non lo fanno solo in Yosemite: ad esempio, nel 2014 hanno compiuto la prima traversata integrale del Fitz Roy in Patagonia, una roba che vabbè, se non siete addentro alle cose del mondo verticale è inutile adesso starvi a spiegare, non è questo il tema del post, e comunque è come se fossero andati sulla Luna con un razzo a pedali (*).

Se non siete addentro alle cose del mondo verticale, dell'arrampicata sportiva e della storia dell'alpinismo, e/o non conoscete nulla di Yosemite e della parete del Capitan, un muro di granito verticale alto più di novecento metri che è quasi certamente la parete di roccia più famosa del pianeta, non starò qui a raccontarvi il contesto di queste vicende. Google vi dirà tutto quello che c'è da sapere, nel caso, ma un numero - per darvi un'idea - ve lo dico io: la prima salita del Nose, sessant'anni fa, richiese quarantasette giorni di vera battaglia in parete. Oggi in media ci vogliono cinque giorni di arrampicata, bivaccando appesi nel vuoto in mezzo allo sterminato muro strapiombante. Va da sé che è cosa alla portata solo di arrampicatori di livello superiore alla media e di lunga esperienza.
Caldwell e Honnold, se non lo avete colto prima, l'hanno salita in un'ora, cinquantotto minuti e sette secondi. Una roba che... ah no, quella del razzo a pedali l'ho già usata. Vabbè, più che fantascienza siamo ai confini della religione.
Per farvi capire, una persona ben allenata e in buona salute, abituata a camminare in montagna, sale per sentieri facili a una media di quattro-cinquecento metri l'ora. Io, per dire, salgo a trecento. Loro hanno salito in meno di due ore mille metri di granito verticale liscio come il muro di casa vostra. Hanno praticamente corso su una parete perpendicolare.

Per salire le pareti di Yosemite arrivano da tutto il mondo. Dopo il tracciato sul Nose, in questi sessant'anni numerose altre vie estreme sono state aperte sulla big wall del Capitan, alcune diventate vere e proprie leggende nel mondo dell'alpinismo. Con gli anni sono via via arrivati nuovi record, dalle prime ascensioni in giornata, alle salite in arrampicata libera (ovvero senza utilizzare mezzi artificiali per aiutarsi nella progressione, ma solo per assicurarsi alla parete), alle prime conquiste in solitaria, pur sempre legati a una corda.
Poi, nel 2015, è arrivata l'impresa di Tommy Caldwell sul "Dawn Wall", seguita nel 2017 da quella di Alex Honnold lungo la via Freerider. È un po' come se sul Capitan fosse stato scritto nuovamente l'anno zero, perché tutto quello che era stato fatto precedentemente è stato letteralmente spazzato via.
Come se domani arrivasse qualcuno a correre i cento metri sotto i nove secondi, con buona pace di Bolt.

La prima curiosità è che è stato lo stesso Tommy ad aiutare Alex a preparare la salita che lo ha iscritto di diritto fra le leggende dell'alpinismo e lo ha portato dritto al premio Oscar 2018 in qualità di protagonista di "Free solo", lo straordinario documentario vincitore degli Academy Awards, prodotto dal National Geographic, che racconta la prima salita assoluta del Capitan compiuta da Alex Honnold in solitaria, senza corda e senza alcuna assicurazione, e che queste settimane sta spopolando nelle sale cinematografiche di mezzo mondo.
Tommy Caldwell appare fra i coprotagonisti principali di "Free solo" ed è a sua volta il protagonista di "The Dawn Wall", distribuito su Netflix. Il suo film racconta dell'impresa compiuta nel 2015, dopo sei anni di tentativi, accompagnato da Kevin Jorgeson, sull'ultima inviolata parete del Capitan, il Dawn Wall appunto, tracciando quella che è oggi considerata la via di arrampicata più difficile al mondo su "big wall", ovvero non una semplice prestazione atletica in falesia, a pochi metri dal suolo, ma una vera e lunga via alpinistica in montagna con difficoltà pari alle più estreme vie di arrampicata sportiva.
Non una questione dunque di pochi movimenti atletici ai limiti della sfida alla gravità, ma ore, giorni, settimane in questo caso, di salita ai massimi livelli conosciuti di difficoltà continua, appeso con la sola punta delle dita su appigli invisibili ai comuni mortali, la schiena nel vuoto.
Per la cronaca, a Caldwell manca il dito indice di una mano.

Se avete in programma di vedere Free solo, vi consiglio prima - prima e non dopo, non solo per ragioni di coerenza narrativa e temporale - il film di Caldwell, che idealmente è il prequel della pluripremiata pellicola dell'amico Alex e che apre lo spazio a un confronto interessante fra i due lavori tanto in termini cinematografici, quanto sportivi, psicologici e umani.
Anche se non siete appassionati nello specifico di alpinismo e di arrampicata, sono entrambi film che meritano di essere visti per la spettacolarità delle immagini, la tensione e l'emozione - per non parlare di vero e proprio terrore per qualcuno - che comunicano. Soprattutto perché sono film in presa diretta, costruiti giorno per giorno coi protagonisti stessi delle due avventure: non c'è finzione scenica, non ci sono controfigure, non ci sono sequenze provate in studio e poi riprovate su un set cinematografico. È tutto assolutamente reale e accade per la prima volta nel momento esatto in cui viene filmato. Entrambe le pellicole escono dalla logica stretta del documentario e diventano dei veri film sull'esplorazione delle capacità umane, fisiche e mentali.

Alex arrampica davvero slegato ed è ripreso nel momento stesso in cui lo fa e compie un'impresa unica al mondo, che non prevede alcuna seconda chance, né possibilità di minimo errore: se cade, muore in diretta. Il film racconta anche delle implicazioni psicologiche che questo ha per la stessa troupe che gira il film (e delle conseguenze logistiche), per la fidanzata, gli amici, la madre. Tutti i protagonisti sono veri, tutto è raccontato mentre accade.
Lo stesso meccanismo narrativo è usato nel film di Tommy Caldwell, seguito dalla troupe per sei anni nella costruzione del suo sogno straordinario e nella perseveranza, una vera ossessione, con cui si accanisce per raggiungere il suo obiettivo.

Tommy arrampica legato, ma il superamento incredibile dei tratti chiave della sua ascensione lascia col fiato sospeso e trascina lo spettatore in un'esaltazione progressiva tanto quanto accade nel film di Alex, pure con presupposti differenti: sappiamo in ogni istante che Tommy non rischia di morire, ma del resto sappiamo anche che Alex è ancora vivo fin dall'inizio di Free Solo.
Ciò nonostante, anche per questa sottile differenza, è meglio vedere prima The Dawn Wall: Tommy Caldwell e il suo compagno Kevin Jorgeson inchiodano progressivamente lo spettatore alla sua poltrona col fiato sospeso e ci si scopre a fare un tifo da stadio per loro nei momenti determinanti della sfida, mentre tutta l'America li guarda in diretta.
Non c'è bisogno di alcuna sospensione di incredulità: è tutto vero e siete in parete con loro, la vedete esattamente dal loro punto di vista.
Confesso che mi sono commosso sulle scene finali del film, mi è venuto da applaudirli.
Finale americano eh, ma perfetto.

La sera dopo, al termine di Free Solo mi sono accorto che avevo le mani sudate e la tachicardia.
Avevo finito di salire il Capitan la sera prima con Caldwell, mi aveva esaurito - giuro; l'ho risalito la sera successiva con Honnold. Solo che questa volta l'ho fatto slegato e da solo.
Lo racconto in prima persona perché se è vero nel film di Caldwell, ancora di più lo è nella tecnica usata con Honnold, che evolve direttamente da quella di The Dawn Wall e che vi porta direttamente con Alex sulla parete del Capitan, insieme a lui.
La questione, però, è che in questo caso chi è davvero in parete con Alex potrebbe vederlo morire da un momento all'altro e non solo: potrebbe essere la causa della sua stessa morte accidentale. Una minima, insignificante, interferenza nell'azione, un picosecondo di distrazione involontaria per il protagonista e dozzine di telecamere, cineprese e droni lo riprenderanno mentre precipita per centinaia di metri sotto gli occhi dei suoi amici e collaboratori.
Quando parte per una salita in free solo, Alex Honnold non lo dice mai a nessuno. Non ai parenti, non agli amici. Non vuole nessuna pressione psicologica attorno a sé, ha bisogno di concentrazione assoluta, di liberare totalmente la mente da qualunque pensiero estraneo. Non è ammesso alcun tipo di errore. Salire sotto gli occhi delle telecamere e non solo, salutare la fidanzata prima di iniziare l'impresa più difficile della sua vita, pone lui stesso e tutti gli altri protagonisti in una situazione psicologica assurda e completamente innaturale.

Ve lo dico subito - be' subito: si fa per dire, scrivo da settordicimila righe.
Free solo dura due ore, ma si gioca tutto nei venti minuti finali, o per meglio dire in tredici minuti di sequenze che, se soffrite di vertigini, vi faranno venire da vomitare. Il resto è un lentissimo e sfiancante avvicinamento mentale, passo a passo, alla parete del Capitan. E questo, secondo me, è il limite ultimo del film che ha vinto l'Oscar rispetto a The Dawn Wall.
Se siete sul vostro divano di casa, esiste la possibilità che prima di arrivare alla base del Capitan con Alex abbiate cambiato canale e stiate guardando il Gran Premio in differita. Nel caso, però, vi sarete persi tutto il percorso che porta ciascuno dei protagonisti sotto a quella parete insieme ad Honnold, ognuno con la propria motivazione, a partire proprio dall'amico Tommy.

The Dawn Wall è spettacolare, trascina ed esalta. Free Solo passa dal rischio di essere noioso alla paura pura.
Oppure anche no.
Ho pensato che per chi non ha mai arrampicato Free Solo potrebbe essere così esagerato, così surreale, da essere addirittura empaticamente impossibile. Se non soffrite di vertigini, può essere che di fronte alle sequenze chiave, invece di trovarvi con le mani sudate, col fiato sospeso, completamente ipnotizzati, rimaniate del tutto indifferenti, a parte la ovvia e banale reazione "vabbè, è pazzo, chi glielo fa fare". Che non riusciate a immedesimarvi, nonostante la regia faccia di tutto per mettere voi stessi su quella parete.
Che alla fine sia così estremo da fare il giro e diventare, semplicemente, una prestazione da circo equestre e pop corn.

Navigando in giro per la Rete ho trovato molti articoli ed estratti dal "making of" di Free Solo, fra cui questo interessante filmato del New York Times, con estratti di interviste alla troupe di Alex e sequenze inedite tagliate dalla pellicola originale.
Personalmente ho dovuto rivedere tre volte i venti minuti finali del film e uso il verbo "dovere" non a caso: ogni volta è stato come vivere in prima persona frammenti di quell'esperienza, una sensazione latente e reale di panico, pur conoscendone l'esito finale, pure alla terza volta.

Eppure. Eppure ho i miei eppure.
Ho dibattuto di Free Solo una sera con un mio caro amico ed ex compagno di cordata, col quale andavo ad arrampicare a metà degli anni '80, nel pieno del boom del free climbing, sognando Yosemite e le vie estreme del Verdon, i templi mondiali dell'arrampicata libera e del Nuovo Mattino.
Anche lui, lui più di me per la verità, è rimasto in apnea per tutto il film e lo considera un capolavoro. In realtà è totalmente preso dalla prestazione sportiva estrema in sé.
Io però ripensavo a quegli anni, alla copertina del primo numero di Alp dedicata al Verdon e a Patrick Edlinger, il mio mito di allora - un po' il mito di tutti noi a quel tempo, direi.
Nel 1982 Patrick Edlinger fu protagonista di Opéra Vertical, nel quale arrampicava su Orange Mécanique, una via lunga un centinaio di metri valutata 7c (ai limiti della difficoltà estrema, per quei tempi) a Cimaï, in Francia, completamente slegato. Ricordo un passaggio in cui gli scivolava un piede e rimaneva appeso nel vuoto con una sola mano: pochi secondi di vera paura.

Freerider, la via percorsa sul Capitan da Alex Honnold in Free Solo, è valutata 7c. Oggi è una difficoltà quasi "normale" per un arrampicatore del suo calibro.
Certo, un errore a quel livello di difficoltà ci sta sempre, eccome. Qualunque free climber è abituato a cadere ripetutamente sui passaggi difficili e a rimanere appeso alla corda. Solo che Alex la corda non ce l'ha.
Certo è anche che Alex, prima di percorrere slegato Freerider, l'ha provata e riprovata, ripetuta centinaia di volte probabilmente, per quattro anni. Imparata a memoria metro a metro, ogni microscopico movimento, ripassata mentalmente migliaia di volta. Si vede anche nel film.
Così, penso: fa così differenza arrampicarsi slegati con cinque, sei, settecento metri sotto il culo, o solo cento? Cosa aggiunge in realtà di nuovo la salita di Alex a quelle che lui stesso ha fatto in precedenza, a quelle fatte da tutti i suoi predecessori - detto che in parecchi ci hanno lasciato la pelle, e soprattutto all'Opéra Vertical di Edlinger che su quelle stesse difficoltà arrampicava slegato più di trent'anni fa, quando ad arrampicare su una difficoltà di 7c erano in pochissimi al mondo, mentre oggi sono migliaia gli arrampicatori, anche dilettanti, capaci di farlo?

Certo, anche Edlinger conosceva a memoria Orange Mécanique, i passaggi difficili erano in realtà pochi e per salirla avrà impiegato forse venti minuti. Honnold è salito per quasi quattro ore di difficoltà estrema continua, senza alcuna possibilità di interrompere o di ritirarsi. Le due prestazioni, fisicamente, non sono nemmeno comparabili e probabilmente nemmeno mentalmente.
Epperò il dubbio mi rimane, anche perché in Free Solo viene evidenziato un altro punto determinante: Alex non ha paura. Nel senso: non è che sia pazzo, è che proprio, geneticamente, il meccanismo neuro-chimico che governa normalmente la nostra paura nel suo caso lavora in modo completamente diverso. Gli han fatto una TAC e degli esami per scoprirlo.
E allora il punto è questo: in condizioni normali, a meno di errori accidentali o distrazioni, nessun arrampicatore cade su una via alla sua portata, che conosce a memoria. Eppure usa, giustamente, la corda per assicurarsi. Sapere di essere legati dà un vantaggio psicologico inestimabile, non devi avere paura e puoi scalare tranquillo.
Ma se la paura non ce l'hai per natura, a cosa ti serve la corda, se non come avere la cintura di sicurezza quando guidi?
Quanto valore reale di quella salita, questo particolare, contribuisce eventualmente a ridimensionare?
Perché attaccati a uno sputo, slegati in equilibrio sul vuoto, non ci siamo noi che abbiamo i conati solo a vedere le immagini, ma un uomo per cui stare lì in equilibrio è un esercizio quotidiano e non prova alcun tipo di emozione - forse - a guardare di sotto.

Questi pensieri in realtà li avevo già prima di vedere Free Solo e il dibattito con l'amico Roberto l'ho fatto prima di vederlo, per cui la verità è che mi sono avvicinato al film prevenuto e tifando già a priori per The Dawn Wall e la sfida di Caldwell.
È vero però che, qualunque cosa se ne possa dire, quei tredici minuti di Free Solo non sono probabilmente paragonabili a null'altro. Honnold è un marziano.
Non andate però a vedere direttamente quelli senza prima aver seguito tutto il film.
E guardate prima The Dawn Wall, che secondo me, complessivamente, come film è più bello, emozionante e vi racconta quel che c'è stato prima (e Caldwell è più simpatico).

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Nota statistica a margine: Nel 2016, Adam Ondra, senza dubbio attualmente il più forte arrampicatore del mondo, è riuscito ad effettuare la seconda e fino ad oggi unica ripetizione di The Dawn Wall. È volato sette volte sul passaggio chiave della via, prima di superarlo. Per riuscirci, si è fatto spiegare come fare da Caldwell, che sportivamente ha acconsentito e gli ha insegnato i trucchi per ripetere la sua impresa.
Adam Ondra ha poi dichiarato che effettivamente ha trovato The Dawn Wall molto più difficile di quanto pensasse e che senza l'aiuto di Caldwell forse non ce l'avrebbe mai fatta.

Nota personale a margine: Caldwell mi è molto simpatico, ma ho purtroppo scoperto che è stato uno dei sostenitori della schiodatura della via Maestri al Cerro Torre, rispetto alla quale condivido in pieno il pensiero in merito di Jim Bridwell, espresso in questa intervista, nella quale si allarga anche ad alcune considerazioni su cosa siano la democrazia e il fascismo.
Era una gran persona Jim Bridwell, oltre che un grandissimo alpinista e sportivo, e la sua intervista oggi suona terribilmente attuale. Vale la pena leggerla anche se non si sa nulla della vicenda del Cerro Torre e di storia dell'alpinismo, perché esprime concetti generali assai interessanti sulla libertà di opinione ed espressione.


DawnWall
FreeSolo

(*) Impresa che, come sanno i ben informati, è riuscita una volta a Paperozzo Paperozzi.
TAG: the dawn wall, free solo, cinema, free climbing, yosemite
18.43 del 29 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
26 Air France and I
APR Coffee break
Tempo fa scrissi un lungo post raccontando di come associ certi miei viaggi ad alcuni brani musicali e aprivo citando un album degli Air che avevo incrociato per la prima volta a bordo di un volo Air France tornando dalla Corea, spiegando che da allora gli Air accompagnano tutti i miei viaggi in aereo.

Ultimamente ho volato spesso con Air France il cui spot, casualmente, passa in televisione proprio queste settimane. La traccia musicale è la medesima usata per il filmato sulle procedure di emergenza che viene trasmesso a bordo, così che le mie trasvolate oceaniche, questi mesi, iniziano frequentemente con questa stessa musica.
E nulla, accade semplicemente che non siano più gli Air e che ancora una volta, assonanza a parte, Air France in qualche modo scelga la colonna sonora dei miei voli.

Così, ogni volta che passa la pubblicità è un po' come se stessi decollando per tornare dall'alta parte del mondo e non so dire se questa musica mi piace perché mi piace, o mi piace perché sto partendo.

TAG: volare, Air France
18.14 del 26 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
21 Autoreferenziale
APR Diario, Amarcord
Ho finalmente terminato di mettere a posto tutte le foto che ho in archivio sotto il capitolo "montagna" (si trovano qui), che fra l'altro, alla fin fine, sono tutto sommato poche considerati almeno vent'anni di attività di cui una una decina abbastanza intensi.
Non è un caso, erano altri tempi quelli delle diapositive. Fossero esistiti gli smartphone a cavallo fra gli anni '80 e '90, oggi avrei terabyte di immagini in più da conservare. Invece a quel tempo spesso andavo via senza macchina fotografica, ché portarsi la reflex nello zaino pesava quel che pesava e mi sembrava sostanzialmente inutile, tanto le mani erano sempre impegnate in altro.
Così oggi mi rendo conto che non ho quasi nulla delle annate trascorse sulle nevi e fra le cime di mezzo arco alpino, comprese alcune bellissime uscite. Mi vengono in mente ad esempio quelle giornate in Engadina dopo aver dato le dimissioni dal CNR, la salita del Chaputschin e le discese infinite immersi nella polvere perfetta della Val Roseg, le arrampicate alle Pale di San Martino, quelle in Grigna, la Val Bedretto, molte cime di cui nemmeno ricordo il nome negli anni in cui praticamente facevo il giro completo dei weekend sul calendario sempre con gli sci ai piedi, spingendomi sempre più in alto via via che l'estate si avvicinava e poi avanzava.
Non ho più quasi nulla, qualche scatto occasionale qua e là, qualche vecchia diapositiva che ho fatto digitalizzare e alcune stampe sbiadite affondate nei cassetti in mansarda.

C'è questa foto che non mi lascia in pace da qualche settimana. È stata scattata sulle pareti dello Zucco dell'Angelone, un contrafforte dei Piani di Bobbio, sopra Lecco, dove spesso a quei tempi andavamo ad arrampicare nei weekend. La collocherei nel 1985, erano gli anni che seguivano il Nuovo mattino, il boom del free climbing, le scarpette gommate che soppiantavano i vecchi scarponi con la suola in Vibram, i nut e i friend che arrivavano a rimpiazzare i chiodi da roccia.
Avevo vent'anni e tutta la vita davanti. Avevo già iniziato a buttarne via parecchia della mia vita davanti, per la verità. Vivacchiavo a matematica da un paio d'anni senza combinare un tubo a parte vincere tornei infiniti di briscola chiamata, passare il mio tempo in montagna e dividermi in mille lavoretti per tirar su tutto quello che potevo per pagarmi le sigarette e i viaggi d'estate.
Ci passavo i mesi a progettare viaggi e pianificare - o dovrei meglio dire "fantasticare di" - salite in montagna sempre più difficili e sempre più esotiche. Divoravo letteratura di alpinismo a quintalate, a partire dalla bibliografia completa di Messner.
Quell'estate salii il mio primo quattromila, il Gran Paradiso, compiendo la traversata completa, in salita dalla Valnontey lungo la via della Tribolazione e in discesa dalla via normale verso la Valsavaranche. Poi il trasferimento a Finale Ligure con Roberto-Ufo e la mia Citroen Visa caricata all'inverosimile di attrezzatura, la cassetta di Beggar's banquet in autoradio, la tenda a igloo della Salewa sul tetto [EDIT: macché tenda della Salewa, era ancora la piccola canadese di cotone, altroché], Monica che mi aspettava al mare, mentre a me interessava solo unirmi alla tribù dei free climber finalesi.

Metto a posto le ultime fotografie, passo in rassegna le più vecchie scegliendo quelle da inserire nell'archivio su Smugmug, e mi imbatto in questa foto che credo mi scattò Eugenio mentre stavo scendendo in corda doppia dallo Zucco.
Indosso la mia amata camicia di flanella a quadri che per tanti anni mi ha accompagnato in montagna e mi sembra di ricordare che non fosse nemmeno mia, me l'aveva regalata qualcuno, o era di mio padre, non so, ma certo non l'avevo comprata io. La amavo moltissimo però, era sempre con me ad ogni uscita. Chissà che fine ha fatto. Probabile che a un certo punto, fra un trasloco e l'altro, sia finita nei sacchi delle cose che ho deciso di lasciarmi indietro.
E poi c'è lo sguardo che ho in quest'immagine. Provo a riconoscermi in quello sguardo, mi lascio trasportare nel tempo. Vorrei avere la possibilità di tornare indietro di trentaquattro anni e dire alcune cose a quel Carlo laggiù, e mi chiedo cosa ne sia rimasto.

Sono io, eppure è un'immagine che non mi appartiene, nella quale non mi specchio più, per quanto ci provi e desideri farlo. A tratti vorrei prendere quel ragazzo a schiaffi, oppure mi sembra solo un povero coglione, in altri istanti mi fa tenerezza, malinconia, mi commuove un po'.
Lo fisso cercando di parlargli, ma non mi risponde. Ci sono delle domande che vorrei fargli. Vorrei abbracciarlo.
Ho altre fotografie di quegli anni, di un po' tutti gli anni della mia vita, e non so perché mi ossessioni così proprio questa immagine, faccio fatica a smettere di guardarla.

Qualche giorno fa ho cambiato smartphone e mandato in pensione il buon iPhone 8, peraltro dopo una breve carriera. Per provare la nuova macchina fotografica mi sono fatto un selfie prima di uscire da casa. L'obiettivo e il software a bordo dell'iPhone XS scavano un abisso rispetto a quelli dell'iPhone 8 e questo selfie preso al volo senza alcuna pretesa, all'ombra della mia mansarda tagliata dalla luce spiovente che filtra dai Velux, è impressionante per l'equilibrio nell'illuminazione, il dettaglio e la profondità di campo, quasi tridimensionale.
Mi sono guardato. Non sembro io, è vero che questi moderni software tarati per i selfie barano in modo esagerato, restituendo un'immagine fasulla studiata apposta per i social network.
Mi è venuto spontaneo accostare questa fotografia dell'ultimo minuto, scattata con lo smartphone appena uscito dalla confezione, a quella presa allo Zucco trentaquattro anni fa.
Cinquantaquattro contro venti.

Cerco di mettere a fuoco l'accostamento e mi pare impossibile che queste foto siano della stessa persona, in tutto e per tutto.
La camicia di flanella a quadri contro la giacca di lana blu, il golfino smanicato azzurro, la camicia bianca.
Di fumare ho smesso undici anni, otto mesi e quattordici giorni fa.
Mi piaceva stare attaccato alla corda, tuttavia non era vero che amavo la roccia così come mi piaceva raccontarmi. Ho sempre preferito di gran lunga la neve, la quota, l'aria sottile. Infatti gli anni successivi ho progressivamente abbandonato l'arrampicata sportiva per dedicarmi solo allo scialpinismo e all'alpinismo classico.
Mi raccontavo un sacco di cose a quel tempo, e quante me ne sono raccontate negli anni a venire, quante balle per me stesso, quanto tempo buttato dietro a cazzate invece di avere il coraggio di guardarmi dentro e scegliere. Quanto mi sono fatto trascinare a caso dal vento, dal pesaculismo, dalla strafottenza dei miei vent'anni, con una intera vita davanti.

Mi specchio nel selfie dell'iPhone XS e grazie alla complicità della tecnologia posso autocompiacermi nell'immagine riflessa, pur nell'imbarazzo di rendermene conto. Mi piace riconoscermici, dirmi che sono io. Sono io oggi, coi miei cinquantaquattro anni, la mia vita, i miei capelli bianchi, questa barba indecisa che porto ormai da cinque anni senza convincermi a darle una direzione precisa.
La giacca blu.
La camicia bianca. Per anni le camicie bianche mi hanno fatto schifo, le ho disprezzate. Poi, senza alcuna ragione, un paio d'anni fa ho comprato una camicia bianca. Oggi nell'armadio ne ho una decina e le indosso più spesso delle altre.
Il golfino senza maniche, il "gipponetto". Dice Vic che il confine tra il gipponetto da ricco e quello da pensionato è sottilissimo, non fosse che alla pensione mi manca ancora un'eternità. Ne ho comprati tre nuovi qualche settimana fa, un paio li avevo già nell'armadio ereditati da mio papà. Li indosso spesso ultimamente, sotto la giacca, tipo cinquantenne con la station wagon e la casa in Brianza.

Ho la faccia stanca e in effetti sono molto stanco. Ci sono trentaquattro anni di energie spesso sprecate fra le due foto, parecchi metri verticali di distanza, infiniti chilometri orizzontali.
Guardo le due immagini accostate e mi prende una specie di malinconia infinita, o forse è solo una forma di serendipity.
Ho fatto tanta strada fra le due foto, per quante cazzate, ma anche cose interessanti, alcune tutto sommato abbastanza uniche, altre, molte altre, del tutto inutili. Comunque cose mie che fan parte di me.
Anche passare le serate a caricare su internet le mie foto tutto sommato lo è, tempo perso e inutile.
Tant'è.

Zucco2
Zucco dell'Angelone (LC), 1985
XSTRE
Casa, 2019
TAG: selfie
01.13 del 21 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
06 A tre cilindri
APR Running, Salute, Diario
Oggi sono tornato in strada dopo circa sei mesi. L'ultima uscita l'avevo fatta il 29 settembre, dieci chilometri, dopo un'estate abbastanza travagliata per la ripresa improvvisa delle fibrillazioni e parecchi allenamenti interrotti di conseguenza.
Qualche giorno dopo i problemi si erano di nuovo ripresentati e da lì in avanti non mi sono più fidato a uscire: la sera iniziava a far fresco, correvo sempre più il rischio di trovarmi a qualche chilometro da casa, sudato, in maglietta e pantaloncini, al freddo, in affanno, con le pulsazioni fuori scala, e non era affatto bello, no, né prudente.
Non volevo però mollare, così ho iniziato a usare il tapis roulant in camera che fino ad allora, in questi anni, aveva soprattutto preso della gran polvere. Pensavo a una soluzione temporanea, per qualche settimana, in attesa - boh? - che le fibrillazioni sparissero in qualche modo.
Spoiler: no, non sono più sparite.
Comunque.

Alla fine ho trascorso tutto l'autunno e l'inverno correndo sul tapis roulant, a volte anche per un'ora e mezza di fila. Mai meno di dieci chilometri (quasi sempre dieci chilometri), che sul tappeto sono lunghissimi, in leggera salita all'uno, uno e mezzo per cento.
E pensare che tre anni fa, quando ho traslocato qui, avevo provato a venderlo.

Ci vuole una resilienza tutta particolare per correre a lungo sul tappeto, soprattutto perché lo faccio in silenzio, senza musica. C'è sempre il muro davanti, il passo è costante, attorno tutto è immobile, nella mia camera in mansarda la luce è pure soffusa. L'unica cosa che puoi fare è pensare. Allontanarti il più possibile con la testa e pensare, dimenticarti completamente dell'orologio, del tempo, altrimenti cedi immediatamente.
Quando corro in strada inganno il tempo facendo mentalmente conti, oppure mi concentro sul paesaggio, sulla gente, sul contesto. Nella mia mansarda fisso un muro e cerco di allontanarmi con la testa il più possibile, non guardare il display del tapis roulant per nessuna ragione. All'inizio lo coprivo con un asciugamano, poi ho smesso di mettere le lenti a contatto, che tanto sul tappeto non servono, e ho risolto il problema alla radice.
Di solito riesco a staccare del tutto la testa per i primi cinque o sei chilometri, almeno una mezz'ora, ma il settimo e l'ottavo sono sempre micidiali, sono quelli dove rischio ogni volta di mollare, dove l'istinto si ostina a voler guardare il Garmin, o a provare a mettere a fuoco il display del tappeto, e la testa combatte per non farlo e tornare all'altrove. La battaglia per la resilienza è tutta concentrata lì dentro.
Il nono chilometro è quello dove so che scollinerò l'ora, perché sul tappeto corro più piano e soprattutto la misurazione effettiva della distanza è calibrata in eccesso, e a spingermi in avanti è dunque l'obiettivo minimo dei sessanta minuti di corsa.
Il decimo chilometro lo percorro ormai in volata verso il traguardo, per quanto stanco, accaldato, o demotivato possa essere.

In questi mesi ho corso molto meno, sono sceso a due, spesso a una sola volta a settimana, complici il lavoro, gli impegni, i viaggi. Però ho messo insieme circa trecento chilometri sul tappeto e sono riuscito a non smettere mai. Nelle ultime trasferte ho infilato in valigia le scarpette e quando ho avuto occasione ho sfruttato anche le palestre degli hotel.
Nonostante abbia drasticamente ridotto il numero degli allenamenti e la distanza media, da ottobre ho via via guadagnato più di un minuto al chilometro e non ho mai mollato prima di avere completato almeno i miei dieci chilometri. Una sera a Houston non mi sono accorto di aver passato gli undici, in ottima forma e distratto dai monitor della tv in palestra.
Sul tappeto vai piano, sì, ma intanto le pulsazioni in corsa questi mesi sono scese costantemente, ho fatto lunghe tratte correndo anche sotto i 120 battiti, praticamente nulla. E quindi ho via via spinto sempre di più, nonostante abbia diradato gli allenamenti.
Le fibrillazioni non sono più comparse, anzi, battiti sempre come un orologio svizzero. In compenso negli ultimi tempi si sono spesso manifestate completamente a riposo, a tradimento, in qualche modo complicando maggiormente il quadro generale.
La prossima settimana andrò a fare l'ennesima visita.
Comunque.

Comunque è iniziata la primavera e basta, oggi sono tornato in strada dopo sei mesi. Ero convinto che questi mesi di tappeto mi avrebbero garantito prestazioni più che soddisfacenti, perché così mi dicevano le esperienze passate: sembra di andare lenti sul tappeto e poi invece in strada si vola. Invece no, una schifezza.
Qualcosa probabilmente ha giocato un po' di ansia, sono partito subito con le pulsazioni insolitamente alte e sono rimaste tutto il tempo in zona massima. Non me lo aspettavo, era come se fossi completamente fuori allenamento, sconfortante.
Il passo è stato davvero frustrante. Alla fine in questi sei mesi ho perso un minuto secco al chilometro e non sono riuscito nemmeno a stare dentro l'ora, anzi, ho sforato abbondantemente. Sono praticamente tornato indietro di un anno e mezzo.
E nulla, ho rimesso su chili e mi sono riavvicinato agli ottanta, e certo non basta una media di un'ora alla settimana sul tapis roulant per correre a cinque minuti al chilometro.
E poi ancora la scorsa settimana mi son fatto quattro giorni di fila fuori combattimento e l'ho saltata a piè pari.

Non basta non mollare, ci vuole di più, ma altre trasferte sono in arrivo, sono sempre più stanco, gli anni passano e si sentono, ed è sempre più difficile.
Forse devo davvero lasciare a casa una volta per tutte l'orologio e accontentarmi di mantenermi in una condizione di salute normale, far quel che ho voglia di fare quando ho voglia di farlo, cercare di curare l'alimentazione di più - che però è la ragione per cui mi serve correre, perché paradossalmente appena rallento con l'attività fisica rimetto subito in moto la fame inutile che mi tradisce con i fuori pasto, i dolci, il bicchiere di vino in più, e i chili decollano immediatamente.
Infatti.

Boh. Domenica ci riprovo, vediamo un po'. Forse era davvero solo un po' l'ansia di tornar fuori.
E comunque mercoledì vado a correre con l'holter e vediamo se salta fuori qualcosa.
Non dovesse saltar fuori, niente, ormai lo so: devo solo aspettare, prima o poi ricapiterà e a quel punto dovrò decidermi a fare l'unica cosa sensata in mezzo a tutto questo: alzare il culo e andare a farmi vedere *mentre* ho le fibrillazioni in corso, non così a campione ogni tanto.
Poi sarà quel che sarà.
Cheppalle.

Tapiro

Update: tornato in strada due giorni dopo, per fortuna ho staccato un 59':00". Non benissimo, ma visto com'era andata e considerati i trascorsi, posso dire di aver tenuto botta tutto l'inverno (e anche il peso in realtà è molto meglio di quanto pensassi, bravo Carlo!).
TAG: running, salute, corsa, cuore
01.10 del 06 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
01 Domenica
APR Masterchef
L'idea era di tornar su a Campodolcino per chiudere la stagione con quattro curve, visto che nonostante le temperature primaverili la neve sembra tenere, ma ci si è di nuovo messo di mezzo il motore che è andato ancora una volta fuori giri, e ultimamente ha ripreso a farlo un po' troppo frequentemente e senza alcun preavviso, anche a riposo, così vabbè, nulla, andrò a farlo controllare di nuovo e punto e a capo.

E dunque sabato la piccola ed io siamo usciti e abbiamo comprato una planetaria, e abbiamo passato la domenica a guardarla ruotare mentre ci aiutava a preparare la torta di mele per il suo compleanno.
Ché la neve pazienza, per quest'anno ormai è andata, ma la torta di mele è una prima assoluta e abbiamo dovuto studiare.
Settepiù.

I pancake no, quelli li abbiamo fatti a manina come al solito.
Ci sono domeniche che vanno bene così, a infilare lavastoviglie in sequenza mentre il forno viaggia a tutto gas, cioè, elettricità.
E alla fine son quelle che riportano il motore a girare alla velocità giusta.

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TAG: pancakes, torta di mele, cucina
23.28 del 01 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   


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