Orizzontintorno Carlo Paschetto
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MAG Travel Log: Business Trips 2019
Dal mio hotel nei sobborghi di Pittsburgh all'ufficio ci sono circa trecento metri. Dice Google, sei minuti a piedi. Quello che Google non dice è che in mezzo c'è una specie di autostrada a dodici corsie, con uno spartitraffico a dividere i sensi di marcia, e non esiste ombra di attraversamento pedonale nel raggio di chilometri.
E perché mai dovrebbe esserci, poi, visto che come al solito non ci sono nemmeno marciapiedi. In America nessuno va a piedi, il pedone non è proprio previsto. Nella migliore delle ipotesi, è un eccentrico.

Me lo conferma un amico, citandomi un capitolo di "Notizie da un grande paese" di Bill Bryson, che potrei riscrivere tale e quale, parola per parola, e che fotografa esattamente una delle cose che mi mandano ai matti dell’America.
Accade così che l’altra mattina, non riuscendo bene a capire sulla mappa quale fosse esattamente il palazzo del mio ufficio fra quelli della zona industriale dall’altra parte della strada, ho chiesto un passaggio allo shuttle dell’hotel. Circa venticinque secondi dopo mi ha scaricato davanti all’ingresso della mia azienda, e mi sono vergognato un po’. Così, all’uscita a fine giornata, ho pensato che è imbecille prendere il taxi per fare trecento metri e mi sono avviato a piedi verso l’hotel.
Per farla breve, è stato come giocare a Frogger, con me stesso nella parte della rana (se siete millennials può essere che Frogger non vi dica nulla, e forse è un bene), e l’aspetto più imbarazzante della questione è che a parte il cercare di non farsi spiaccicare, cosa che di per sé vale mille punti più la fragola, data l’assenza totale di marciapiedi di fatto è impossibile anche camminare lungo la strada, per cui l’unica alternativa al farsi travolgere dal traffico è avventurarsi in mezzo alle erbacce e al fango che delimitano la carreggiata, mentre gli automobilisti che sfrecciano a fianco ti guardano come la mucca che guarda passare il treno.
O come un eccentrico, appunto, nel migliore dei casi.

Qualcuno mi ha fatto notare che anche da noi l’urbanizzazione di molte periferie e talvolta anche gli infruttuosi tentativi di riqualificazione dei centri storici vanno nella direzione di una vita quotidiana a misura unica di automobilista, ma in realtà il confronto non regge proprio: la nostra è una civiltà storicamente pedonale, modernamente votata a un impigrimento consumista; quella americana è una civiltà radicalmente motorizzata a cui di umano, nel senso darwiniano del termine, è rimasto ben poco.
Poi, alla fine, semplicemente c’è anche che gli americani sono pazzi.

Prendi gli amish.
Viaggio in auto fra la Pennsylvania e l’Ohio e per una volta, invece di spostarmi in volo da punto a punto come al solito e come peraltro fanno gli americani (gli aeroporti sono le fermate degli autobus degli americani, mi ha detto una volta un collega di Houston), ho finalmente modo di vedere un po’ di provincia americana vera, quella che tutti coloro che sono stati in America non mancano mai di ricordarti che va bene il Grand Canyon, va bene New York, vanno bene San Francisco e Yosemite, ma se non hai visto la provincia americana, quella vera e profonda, quella dei motel, delle infinite interstatali, delle grandi pianure e dei villaggi dispersi fra i campi di grano, l’America dei film dell’orrore insomma, be’, se non hai visto questa America allora non puoi dire davvero di conoscere l’America.
Così, una volta tanto, grazie ad Uber mi sono fatto qualche centinaio di chilometri di vera America, come dicono quelli informati. Più avanti ci ritorno su Uber.
Ho dunque visto i campi di grano, i motel, le chiese metodiste, i villaggi con il silos e il mulino a vento, le case di legno dei coloni che vengono regolarmente spazzate via ad ogni tornado come nei telefilm catastrofici, ciascuna col proprio giardino, il proprio garage col pick-up parcheggiato davanti, la cassetta della posta lungo la statale, la bandiera americana in giardino - ce l’hanno proprio tutti la bandiera americana in giardino, non è una cosa meravigliosa questa? A me lo sembra, in qualche modo - un’unica pompa di benzina e un unico negozio che vende qualsiasi cosa in mezzo all’incrocio della township. Ti immagini lo sceriffo che bussa alla porta di ogni cittadino e gli chiede come va la giornata, se è tutto ok, se ha notato qualcosa di strano. Mi vedo scendere dall’auto e lo sceriffo che mi viene incontro e mi chiede se sono forestiero, se ho intenzione di fermarmi e perché. Poi niente, io sparo a tutti perché non mi danno nemmeno un posto da parcheggiatore, per forza.
Quella del parcheggiatore mi auguro la cogliate tutti.
Lo tocchi con mano l’isolamento geografico e culturale di questa gente. Sono anni che dico e scrivo che l’America non ha nulla di davvero sorprendente, ché generazioni di film e serie televisive ce l’hanno dipinta con precisione assoluta in ogni dettaglio e dunque non c’è in realtà alcun bisogno di andarci.
E poi vedo gli amish. E piombo in pieno ‘700.

Li vedo in Ohio, fra Middlefield e Chardon più o meno. So dove mi trovo perché la tecnologia, quella che gli amish rifiutano, localizza le mie fotografie grazie alle coordinate GPS rilevate dal satellite. Ma di questo agli amish non frega nulla e probabilmente ha ragione Don, il mio autista Uber, che riflette un po’ fra sé e sé e osserva che forse, loro sì, stan bene davvero.
Attraversiamo i villaggi delle comunità amish stanziate in questa parte dell’Ohio, a qualche decina di chilometri da Cleveland, dal lago Erie e dalla Rock’n’Roll House of fame, e sorpassiamo alcuni carretti trainati dai cavalli. La segnaletica stradale è stata adeguata di conseguenza, le donne indossano abiti neri settecenteschi e cuffie di pizzo sulla testa. Non mi pare di vedere pali della luce lungo la strada, ma forse mi sto solo lasciando suggestionare.
Le case di legno sembrano quelle di qualche chilometro prima, ma è vero che non ci sono più i garage coi pick-up parcheggiati davanti. Forse sono semplicemente dentro.
L’angoscia e la sensazione di oscurantismo mi opprimono un po’, sarà anche che minaccia pioggia. Vorrei fermarmi ma non ho tempo, mi prendo un appunto per la prossima occasione, bisogna che noleggi una macchina per conto mio.
Gli americani sono pazzi.

Ormai l’app di Uber sul telefonino è il mio punto di riferimento fisso in America.
Sono a Pittsburgh e devo andare a Cleveland. Fa' conto che sia a casa, ad Arcore, e debba andare a Sasso Marconi: sono circa due ore e mezzo in auto, più o meno duecento chilometri di autostrade e statali. Non esiste collegamento ferroviario, niente voli diretti ovviamente, le due città sono troppo vicine. Ci sarebbe il greyhound volendo, e non mi dispiacerebbe nemmeno, ma ha almeno un paio di controindicazioni: la prima è che ci sono solo due corse in orari per me scomodissimi, la seconda è che comunque parto da ben fuori downtown Pittsburgh, dove si trova il mio ufficio, e devo andare in realtà a Mentor, che è a circa tre quarti d’ora di auto da Cleveland, dove arriva il greyhound.
Potrei noleggiare un’auto, ma poi non so che farmene i giorni successivi, a Mentor non ci sono punti di riconsegna comodi e dovrei tenermela fino al giorno della partenza da Cleveland. E poi non ho voglia di guidare.
Così ci provo: apro l’app di Uber, che ormai uso quotidianamente per gli spostamenti in qualunque città, e provo a prenotare per il giorno successivo alle 16:30 una tratta dal mio hotel fuori Pittsburgh al mio hotel a Mentor. Prenotazione confermata, 163$.
Il giorno dopo, alle 16:30 in punto, Don si presenta davanti al mio hotel, carica in macchina la mia valigia, controlla la mia prenotazione sulla sua app - alla quale evidentemente non aveva fatto attenzione particolare - e dice “Uh, Ohio! Non ho mai fatto una corsa così lunga, è il mio record. Posso fermarmi in autogrill a prendere un caffè se sono stanco?”
Ora, immagine di essere ad Arcore un pomeriggio, in mezzo alla Brianza, e volere andare a Sasso Marconi. Così, su due piedi.
Per curiosità ho provato a prenotare: 720 euro. Comunque non è possibile trovare una macchina disponibile.

Il cliente è l’ossessione degli americani. Il cliente ha *sempre* ragione in America. Sempre. Sono un tassista, sono in Pennsylvania, il mio cliente vuole andare in Ohio? E che problema c’è, si va in Ohio.
Don è simpatico, guida tranquillo e fa conversazione se vuoi fare conversazione, altrimenti ti lascia in pace. Quando stiamo per arrivare gli dico che forse sarà fortunato e troverà qualcuno in Ohio che vuole andare in Pennsylvania, così da non fare una corsa a vuoto. Mi dice che la sua licenza è valida solo in Pennsylvania, non può caricare gente fuori dal suo stato, ma è abbastanza sicuro che appena passato il confine qualcuno da tirar su lo troverà.
Hai capito i tassisti americani.
Hai capito gli americani.

Ha ragione Giammario, che in America vive ormai da qualche anno. Attorno alla Pennsylvania sembra di essere in Germania. Viaggi in autostrada e potresti essere in un punto qualunque fra le foreste della Baviera, o del centro Europa, con quel paesaggio che proprio pianura non è, il terreno modellato lungo linee ondulate e il tracciato stradale di conseguenza. Però qui puoi facilmente vedere animali in libertà fra gli alberi e in mezzo alle praterie, come se stessi guidando lungo qualche autostrada nella savana. Erbivori generici, come li chiamavamo in Sudafrica coi ragazzi. Sembrano daini, cervi, antilopi.
Quanto territorio libero che c’è in America. Quanto spazio da vivere.

Sono al mio quarto viaggio negli Stati Uniti negli ultimi sei mesi, mi pare il decimo in totale. Ormai ho attraversato l’oceano diverse volte. Faccio due conti: ultimamente ho trascorso più di tre mesi negli States, ho messo piede in quasi venti stati fra una cosa e l’altra, e le mie bandierine iniziano ad essere distribuite un po’ ovunque. I miei occhi si stanno abituando all’America, ad ogni giro mi sento sempre più a mio agio.
Mi è familiare adesso, l’America. Mi muovo con sicurezza nel New England, fra New York, Boston, Philadelphia e Pittsburgh, ma anche al sud sono un po’ di casa e poi lo scorso anno ero stato per la prima volta anche nell'ovest.
Ad ogni viaggio imparo a conoscere la geografia americana, la distribuzione degli stati, le catene montuose, i fiumi, le pianure, la geografia amministrativa, le regole, i costumi locali, i segni invisibili del quotidiano. L’America sta diventando il posto dove ho viaggiato di più, più della Cina ormai, più della Polonia, dove ho ho vissuto un anno, ma non mi sono quasi mai mosso da Warszawa.
Eppure mi manca ancora tutta, l’America. Mi mancano la California e la Florida, per dire.

Frank ha una casa in Florida, dove sogna di ritirarsi quando andrà in pensione. Adesso ci va quando ha tempo, preferibilmente d’inverno, perché d’estate fa troppo caldo. Qualche volta ci va coi figli. Usa le miglia premio per andarci, lo so perché ci confrontiamo sulle compagnie aeree e sui programmi fedeltà, come accade spesso fra colleghi che volano parecchio per lavoro.
Scopro che Frank è in realtà canadese, di Montreal, non americano, ma vive qui da diciannove anni. Il cognome tradisce le origini inequivocabilmente italiane. I suoi sono delle parti di Pontremoli e della Liguria, trapiantati in America da giovani sposi. Lui è nato e cresciuto di qua dell’oceano, ma si sente legatissimo all’Italia. So che capisce perfettamente l’italiano e lo parla anche bene, ma fra di noi parliamo in inglese dal primo giorno, anche perché quando l’ho conosciuto qualche mese fa in occasione della mia prima visita a Cleveland, non sapevo né delle sue origini, né tanto meno che lo parlasse, così ormai questo è il nostro canale di comunicazione.
Frank mi porta fuori a cena, è una compagnia piacevolissima e mi parla della vita americana e della sua passione per i vini pregiati, che colleziona in una cantina personale. Mi fa vedere le foto e mi mostra anche quelle dei figli, di poco più grandi dei miei. La gente come Frank mi aiuta a stare bene in America e me la fa sentire più vicina, più mia. Mi fa sentire americano per una sera.

Via via che conosco l’America e i suoi riti, le sue città, che imparo come sono fatte, come si vivono, come funzionano, che mi ci muovo come fossero la mia città, provo a immaginare una mia vita americana. So individuare immediatamente, adesso, i quartieri nelle piccole township del countryside e le case dove probabilmente vivrei, adeguate a quello che potrebbe ragionevolmente essere il mio tenore di vita al di qua dell'Atlantico, quelle il cui mutuo potrei permettermi come in Italia, distinguerle dalle abitazioni che quasi certamente avrebbero costi proibitivi e che spesso sono bellissime come solo le ville americane finto medie-borghesi delle serie tv sanno essere - e che noi europei arrederemmo in modo completamente diverso.
Il mio sguardo ha imparato ad accorgersi delle file tutte uguali delle modeste case popolari a schiera, che all'inizio registravo distrattamente come anonimi quartieri residenziali contigui ai giardini curati delle villette neocoloniali, e che invece ora realizzo con più attenzione essere quartieri parecchio disagiati, ghetti neri, spesso, che esistono ancora, eccome, e anche quelli sì, sono come nei telefilm.
È che da noi c'è una distinzione netta e concentrica fra centro e periferia, qui le realtà sono permeabili, mescolate, con geometria variabile ed arbitraria, per cui attraversi la strada e senza rendertene conto passi dalla vetrina di Vuitton alla palestra di Rocky, al vicolo degli spacciatori italo-afro-portoricani, alla ennesima Chinatown, al concessionario delle Porsche, alla zona industriale, al mio ufficio.
Vedessi certe zone di Baltimora, per esempio.

Conosco queste case di legno e cartongesso, le abito e le respiro. La vita col giardino all’inglese, ma senza il marciapiede.
Il paese dove gli animali sono liberi di fianco all’autostrada e la natura è ancora selvaggia, nonostante gli sforzi paranoici degli americani di neutralizzarla e regolamentarla, dove non esistono i marciapiedi e i pedoni, dove la gente si muove solo in macchina e se deve camminare lo fa sul tapis roulant seguendo un programma preimpostato.

Mi appunto cose varie, mentre vado in giro per l’America. I cimiteri con le bandierine sulle tombe. Anche le tombe, come le case, hanno la loro bandierina americana, sempre. Sono belli i cimiteri americani, mi piacciono molto.
I necrologi sui giornali locali, lunghissimi. Di ogni defunto si racconta la vita, chi era, le tappe fondamentali della sua esistenza. Anche questa mi pare una cosa bellissima. Immagino il mio necrologio in America e mi chiedo cosa scriverebbero di me, ad esempio, i miei figli.
Il marketing telefonico, che colpisce come in Italia. Anche qua esistono i servizi che ti dicono se il numero che ti sta chiamando sul telefonino è di un seccatore che vuole vederti qualcosa.
Il solito abbigliamento assurdo e sconsiderato di qualunque americano, che annoto ad ogni viaggio, che mi irrita ad ogni viaggio, completamente casuale e sciatto, incurante del clima, della stagione, della circostanza. L’abuso ovunque delle ciabatte e delle infradito, anche in città, nei locali, nei ristoranti, negli hotel, nei negozi. Girano scalzi, o indossano le ciabatte col calzino, i bermuda e la t-shirt, anche se fuori piove, c’è vento e ci sono otto gradi. Non gliene frega un cazzo a nessuno. Escono con addosso la prima cosa che trovano nell'armadio, fine. Ovunque vadano, con qualunque temperatura e condizione atmosferica.
È una delle cose che odio di più. È quasi un fatto personale.

Il linguaggio diretto, banale, stupido perché sia comprensibile anche gli stupidi. L’America è il paese per gli stupidi, per permettere anche a loro di sopravvivere, diceva Stor. Quanto ho fatto mia quella frase.
Pensa alla nostra assurda burocrazia e al nostro incomprensibile, borioso e supponente linguaggio aulico amministrativo: "I trasgressori saranno sanzionati pecuniariamente a norma bla bla bla”. In America il cartello in autostrada te lo dice in tre parole, chiaro e tondo: “Speeding fine doubles.” Fine. Non puoi dire di non aver capito, nemmeno se sei stupido.
Lo diceva Marchionne, parlando della differenza fra lavorare in America e in Italia. Raccontava che in America è tutto più semplice, chiaro, facile. Per esprimere qualsiasi concetto bastano tre parole. In Italia tutti ti rompono i coglioni con giri infiniti di metafore, sfumature, cose dette e non dette, doppi sensi. In America il concetto è quello, punto.
Speeding fine doubles.

Bella Pittsburgh, è stata una gran sorpresa. Ha l’isola coi grattacieli come Manhattan, la vista dalle colline come Firenze, il fiume come Shanghai, gli hipster come Seattle, i ristoranti come Boston e Philadelphia, le foreste e i boschi attorno come Vancouver.
Bella Pittsburgh, ci vivrei eccome. A Washington DC, che in America tutti chiamano semplicemente “Dissì”, invece mi sono scottato come fossi stato a Miami Beach.

Ecco, prendi Washington Dissì. Ho approfittato di un weekend a Philadelphia per farmi un giro nella capitale, che è a meno di due ore di treno. Volevo sentirmi un po’ nel centro del mondo, vedere la Casa Bianca e provare l’effetto che mi avrebbe fatto.
Nessuno.
È una mezza delusione la Casa Bianca, a partire dal fatto che non è nemmeno possibile avvicinarsi, si rimane molto lontani, e francamente non me lo aspettavo, pensavo di poter camminare liberamente nel giardino del presidente della più grande democrazia del mondo. In effetti si può, volendo, ed è anche gratuito, ma bisogna prenotarsi con tre mesi di anticipo, immagino perché la CIA abbia prima il tempo di scansionare tutta la tua vita privata minuto per minuto e capire se vuoi in realtà distruggere il loro grande paese.
Ecco, l’unico effetto che mi ha fatto stare davanti alla Casa Bianca, abbastanza spiacevole per la verità, è stato quello di essere osservato da mille occhi e registrato passo a passo.
Il Congresso invece mi è piaciuto. Dovessi dire, quella sensazione di centro vero del potere, globale, l’ho avuta davanti al Palazzo del Congresso. Più di quando sono stato al Cremlino, o in Piazza Rossa a Mosca. L’accostamento mi è venuto spontaneo.
Poi in aereo ho visto "Vice" e quella sensazione si è trasformata in disagio profondissimo.

Ho detto a Frank, scherzando - ma in realtà no - che in fondo Washington è uguale a Pyongyang, a meno delle statue di Kim, a più di quelle degli eroi americani. Mi ha guardato sorpreso e incredulo e ha esclamato “Oh, noooooo, absolutely not, my God!”
Gli ho risposto che stavo scherzando, ma poi ho aggiunto “Dai Frank, pensaci: gli stessi palazzi enormi in stile neoclassico per celebrare la grandezza dell’impero, gli stessi viali enormi e infiniti per le parate, le stesse statue ciclopiche, lo stesso spazio vuoto e autoreferenziale, la totale assenza di negozi e di case normali, lo stesso traffico di limousine nere con i finestrini oscurati, gli stessi militari e la stessa polizia”.
Mi ha fissato ancora incredulo e poi ci ha riflettuto un attimo. Mi ha detto che tutto sommato forse ho ragione, non ci aveva mai pensato.
"You have a point, Carlo".
Mi ha sorriso e abbiamo stappato una bottiglia di ottimo vino californiano.

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Washington DC
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Pittsburgh, Pennsylvania
TAG: Washington, Pittsburgh, usa, america
01.26 del 30 Maggio 2019 | Commenti (1) 
   
15 Boston Logan
MAG Travel Log: Business Trips 2019, Diario
La prima volta che sono atterrato a Boston era sera tardi, avevo la febbre, ero stanchissimo e volevo solo andarmene in hotel a dormire. C’era una coda maledetta al controllo passaporti e incappai nel tizio sbagliato.
L’ultima volta che sono atterrato all’aeroporto di Boston era il marzo del 2014, arrivavo dalle Bermuda e stavo aspettando il mio volo per Roma. Mentre mi aggiravo annoiato e stanco per il terminal mi chiamò mio fratello.

Strano. Sapeva che sarei rientrato di lì a poche ore e peraltro non è che ci sentiamo così spesso, mio fratello ed io. Forse aveva dimenticato che ero all’estero, o sulla via del ritorno.
Aveva la voce normale. Mi chiese come stavo, dove fossi e a che ora fosse previsto il mio arrivo a Milano.
All’una e mezza di domani a Malpensa, gli risposi.
- Allora è meglio se te lo dico adesso. Papà si è sentito male.
No, non era normale che mio fratello mi chiamasse in America, mentre ero sulla via del rientro.
- È in coma. Siamo a Genova, cerca di arrivare il prima possibile.
A Milano in realtà dovevo prima sistemare in qualche modo i ragazzi e a Genova arrivai poi il giorno successivo al mio rientro.
Ricordo due autovelox nel giro di ventiquattr'ore.
Poi non mi è più capitato di tornare a Boston, fino a questa sera.

Mi aggiro annoiato per il terminal A di Boston, in attesa del mio volo per Philadelphia. Ho mal di schiena, sono molto stanco, sono in viaggio da trenta ore e ne ho ancora almeno sei davanti prima di vedere un letto. Sono sveglio dalle cinque di quella che per me è ancora “questa mattina”, in America è ieri sera. Ho lavorato durante entrambi i voli precedenti e non ho chiuso occhio, complice il viaggio, tutto con la luce del giorno.
Ho fatto tre ore di attesa a Malpensa, altre due ore a Parigi di cui una intera in coda alla dogana, altre tre qui a Boston, la metà delle quali in fila al CBP, nonostante la procedura elettronica e la corsia “Returning ESTA”. Il resto del tempo all’ennesimo controllo del bagaglio a mano, alla faccia della priority lane.
Sono in viaggio da trenta ore e la metà le ho passate in piedi in coda da qualche parte. Ciò nonostante, è stata una giornata bellissima, con un cielo meraviglioso sul Monte Bianco e la luce radente del tardo pomeriggio a illuminare il Massachusetts.

Mi aggiro annoiato e stanco per il terminal A di Boston, ho mal di schiena e sono molto stanco, ero qua un pomeriggio di marzo nel 2014, e mi viene da piangere.
Chiudo gli occhi e respiro.
Due ore dopo il sole tramonta a Philadelphia e anche sulla Pennsylvania il cielo è stupendo.
È stata una giornata magnifica per volare.
Di nuovo negli Stati Uniti.

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Monte Bianco
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Boston
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Philadelphia
TAG: boston, America, usa
22.22 del 15 Maggio 2019 | Commenti (0) 
   
11 Cose che per esempio Milano
MAG Coffee break, Diario
Come forse ricordano quei due o tre lettori che ancora seguono questo blog invecchiato e logorroico, circa tre anni fa mi ero dato a una sorta di (ri)scoperta pedonale di Milano, complice un lavoro che aveva temporaneamente spostato la mia base quotidiana proprio in centro, a due passi dal Duomo.
Così, per qualche mese, un po' per alzare il culo dalla sedia, un po' per depressione professionale e insofferenza, un po' per collezionismo e per completare la tappa inevitabilmente a me più familiare del Progetto Centodieci, e un po' semplicemente perché sì, avevo preso quasi ogni giorno a macinare chilometri a piedi attraverso il centro storico (e non solo) della mia città adottiva da cinquant'anni, battendo in modo pressoché capillare ogni basilica, monumento, attrazione turistica e vicolo censiti alla voce Milano.
Nonostante ciò, è vero che non si finisce mai di conoscere la propria città e se poi si vive in una rinomata destinazione internazionale è ancora più facile che non capiti mai di visitare le mete turistiche per eccellenza, perché tanto è sempre un prima o poi, son lì, accadrà.
Ovviamente poi non accade mai.

Sono sicuramente stato dozzine di volte dentro al Duomo e almeno una volta, da ragazzo, anche in alto fra le guglie, ma ad esempio - ora posso tranquillamente fare coming out - fino ad oggi non avevo mai visto il Cenacolo Vinciano. Sai com'è, devi prenotare mesi prima, tanto è lì, poi c'erano stati i restauri, poi magari una domenica, poi magari una volta che piove, poi magari ci vado coi figli, poi magari ne approfitto una volta che attacco qualcos'altro.
Alla fine, naturalmente, mai (ho peraltro anche altre lacune che per il momento eviterò di confessare, ché poi non è mai bello bullarsi di esser stati a dorso di cammello sugli Altai mongoli ma non aver messo piede a casa tua, dove settordici milioni di turisti all'anno da ogni dove fanno la fila per entrare).

Negli ultimi mesi, fra altre cose, ho organizzato un evento a Milano per fare incontrare tutte le persone del mio team sparse per il mondo, dall'estremo oriente agli Stati Uniti. Colleghi che ho conosciuto nel corso dei recenti viaggi di lavoro, di cui talvolta ho raccontato in questo blog e che ad ogni occasione, nel poco tempo libero fra una riunione e l'altra, mi hanno accompagnato a visitare i dintorni dei luoghi meta delle mie trasferte professionali intercontinentali.
Una delle giornate dell'evento è stata dedicata a un tour guidato di Milano e ovviamente erano previste la visita al Duomo, alla Galleria, le vie della moda, il Castello, le classiche attrazioni prêt-à-porter insomma, ma ho approfittato della circostanza favorevole per infilare nel programma anche il Cenacolo di Leonardo, opportunamente prenotato con sei mesi di anticipo riservando la sala al nostro gruppo, e un giro alla Pinacoteca Ambrosiana in occasione dell'esposizione di ventitré pagine del Codice Atlantico per l'anno leonardiano.
La vera sorpresa per me, però, è stato il Cartone di Raffaello esposto in Pinacoteca, ovvero lo studio preparatorio per la Scuola di Atene, uno dei celebri affreschi delle Stanze Vaticane.
È difficile che un'opera d'arte figurativa riesca a lasciarmi senza parole, di norma non è propriamente il mio genere e (con rare eccezioni) non sono un appassionato di musei, ma a questo giro avrei potuto rimanere nella stanza del Cartone di Raffaello l'intera giornata a esplorarne ogni centimetro quadrato, in piena sindrome di Stendhal.
Va detto che la modalità di allestimento, la stanza riservata, l'illuminazione, sono tutti fattori a contorno che contribuiscono a creare un'atmosfera assai particolare attorno all'opera, che già di per sé è davvero straordinaria.

E niente, se capitate di lì, spendete 'sti dieci euro, va'.

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Il Cenacolo di Leonardo
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Codice Atlantico
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Il Cartone di Raffaello (Scuola di Atene, 1510)
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Duomo di Milano
TAG: ambrosiana, duomo, cenacolo, leonardo, milano
19.44 del 11 Maggio 2019 | Commenti (0) 
   


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