Orizzontintorno Carlo Paschetto
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25 Ritorno ad Abu Dhabi
GIU Travel Log: Business Trips 2019
Il volo Etihad è lo stesso sul quale mi imbarcai un anno fa per partire per il giro del mondo. Quest’anno volo in business ma, non saprei dire perché, la sensazione addosso è di aver volato meglio la volta scorsa.
Parto a disagio, accompagnato da una sottile angoscia che non riesco a identificare. Parto lasciando a casa alcune cose che porto sempre con me in viaggio e che non sono permesse negli Emirati, sarà per questo.
Oppure è che sto per tornare a confrontarmi con alcune mete che fanno parte del mio passato, che mi sono lasciato alle spalle quasi un millennio fa, che per varie ragioni sono state significative, ciascuna a proprio modo, che non sono certo di saper affrontare da solo, a meno degli itinerari e dei programmi strettamente professionali, intendo.
È il contesto attorno che mi inquieta. È la stanchezza che mi accompagna, piccoli imprevisti dell’ultima ora, il tempo che corre contro di me, i piani non chiari davanti a me.
Organizzo il mio volo al posto 3A e ripenso alla partenza di un anno fa. Di Etihad non ricordavo il momento della preghiera che precede le istruzioni per i casi di emergenza. Faccio le scaramanzie del caso - del resto è consuetudine anche sui voli Qatar Airways e, sospetto, su tutte le compagnie arabe - e declino il bicchiere di champagne di benvenuto a bordo in favore di un più ordinario e adeguato succo d’arancia, considerato che sono le dieci del mattino e peraltro è in arrivo la terza colazione: la prima a casa all’alba, la seconda in aeroporto, la terza subito dopo il decollo.

Torno ad Abu Dhabi dopo diciannove anni. Me lo conferma il tipo all’immigrazione: guarda il suo monitor, mi timbra il passaporto, sorride e dice “eri qui il primo gennaio del 2001, entrato da Dubai. È cambiato tutto da allora”.
Non è cambiato quasi nulla, per la verità, ad Abu Dhabi perlomeno e a parte lipperlì l’impatto iniziale. Una volta in centro, però, piano piano mi ritrovo. Verifico su Google Map che il mio hotel di allora dovrebbe essere a pochi passi da quello attuale e in effetti, guardandomi attorno con più attenzione, il contesto mi sembra familiare.
Arrivo di sera: lascio il trolley in camera ed esco a far due passi e a cercare un posto dove cenare. Fa un caldo spaventoso, la temperatura è oltre i quaranta gradi, ma è l’umidità ad uccidere davvero. Non me l’aspettavo, l’umidità. Tempo pochi minuti e sono fradicio di sudore, letteralmente, da strizzare. Non si respira quasi. A parte le camicie d'ordinanza, sono partito con sole tre t-shirt in valigia per il tempo libero, ma se le cose buttano così fra Emirati e India me ne serviranno almeno una dozzina per cinque giorni di permanenza.

Ritrovo il mio medio oriente e immediatamente permea ogni sinapsi ed ogni poro, calore a parte. All’improvviso è tutto qui: i muezzin che cantano dai minareti, gli odori per la strada, i colori nello spettro dell’ocra, l’aria del deserto che mi è così amica e familiare, le dinamiche delle città mediorientali, i negozi strani, confusi, casuali. Il movimento delle cose, l’Arabia, persino l’alfabeto.
Cerco di venire a patti col sudore, eppure sono a mio agio, so esattamente dove sono nonostante non tornassi in Medio Oriente dall’overland in Asia, salvo giusto qualche stop over per cambiare aereo negli ultimi due anni.
È solo il primo passo di quello che nei prossimi giorni sarà un vero e proprio tuffo nel passato, ma ancora non avverto l’impatto reale, non arriva tutto insieme.

Il mattino seguente chiedo indicazioni per l’ufficio: alla reception dell’hotel mi dicono che sono solo cinque minuti a piedi, è inutile prendere un taxi. Mi disegnano l’itinerario esatto su una cartina e mi insegnano i trucchi del caso: segui solo il percorso in ombra, anche se è più lungo, e cammina rasente ai palazzi, così attraversi le correnti di aria condizionata che fuoriescono dagli atrii e dagli ingressi dei negozi.
Quarantaquattro gradi, umidità alle stelle. Uscire dalla zona confòrt dell’hotel è come entrare dentro un forno a legna per le pizze. Un incubo. Meno di cinquecento metri, qualche minuto di troppo a indugiare in mezzo a una strada cercando di orientarmi e sono spacciato: fradicio, fradicio, fradicio.
Entrare in ufficio (ma ovunque: in un negozio, un centro commerciale, un ristorante, l’hotel) è uno shock termico a rovescio. Ci sono, perlomeno, venti gradi di differenza. Fai un salto del genere avanti e indietro dieci, quindici volte in una giornata, e ti trovi steso. Ogni rientro è una sciabolata di aria artica che ti ghiaccia immediatamente il sudore addosso, ogni uscita è una secchiata di vapore bollente che ti investe e ti brucia letteralmente.
L’effetto più surreale sono gli occhiali appannati: ogni volta che esco in strada devo vagare alla cieca per diversi minuti, non c’è modo di impedire la condensa immediata sulle lenti, pulirle non serve a nulla, si riappannano immediatamente.

Amin [nome di fantasia] non è arabo, è egiziano. Usciamo a pranzo ed è sempre attaccato al telefonino per qualche affare. Ho commesso l’errore di non portare con me la giacca - capirai, con ‘ste temperature - ma in realtà la giacca servirebbe per stare al ristorante, così invece sono vittima dell’ennesimo sbalzo di temperatura e trascorro tutta la pausa rabbrividendo, mentre la camicia infradiciata mi si gela addosso. Il mio ospite se ne sta pacifico nel suo completo gessato, come fosse in centro a Milano ad aprile.
Vorrei solo un’insalata, fa in generale troppo caldo e peraltro, se provassi a mettere sullo stomaco qualunque altra cosa, basterebbe uno di questi sbalzi di temperatura per costringermi ad una ritirata strategica nel primo bagno a portata di tiro. Amin ordina invece quello che per lui è “una cosa veloce”, delle specie di piadine arrotolate farcite di ogni ben di dio, limone e menta gelata, pane speziato, dolce. Mi arrendo. Con noi c’è anche un collega italiano, che riesce a imporre ad Amin la sua richiesta di avere solo un’insalata leggera.
Amin insiste col cameriere vietnamita affinché faccia presto, ché ha fretta e c’è un cliente che lo aspetta. So che non è vero, è che negli Emirati è come in India con le caste: gli arabi - e gli egiziani in quanto arabi ad honorem - comandano, conducono gli affari, si arricchiscono. La forza lavoro - tutta la forza lavoro, il cento per cento - è demandata agli immigrati. I lavori di profilo più basso sono tutti appannaggio di cingalesi, bengalesi, vietnamiti, che di fatto vengono trattati perlopiù come schiavi.
Lo schiavo di turno è il cameriere vietnamita che prende l’ordine. Che ha pure la sfortuna, probabilmente, di perderselo lipperlì.
Dopo pochi minuti arriva il nostro pranzo, ma non l’insalata del collega italiano. Amin, irritato, inizia a fare pressione sul cameriere, che va nel panico. Amin non lo molla, sollecita l’ordine ogni minuto. A un certo punto si alza arrabbiato e va verso le cucine, e se la prende con tutti. Ribatte che ha fretta, non può perdere tempo. La scena si svolge, letteralmente, nello spazio di non più di dieci minuti, ma secondo Amin stiamo aspettando da un'eternità ed è inaccettabile.
Allunga una delle sue iso-piadine al collega italiano, che non la vuole, è del tutto evidente, ma lui insiste, insiste, insiste e si offende di fronte al rifiuto ripetuto del collega, che alla fine accetta rassegnato.
Non fa quasi nemmeno a tempo ad addentarla che Amin decide che abbiamo aspettato troppo, si alza e va alla cassa per pagare il conto. Nel frattempo sta arrivando l’insalata. Amin la rifiuta, senza nemmeno consultarsi col collega che l’ha ordinata. Alla cassa rifiuta di pagarla e pianta un casino con tutti.
Alla fine usciamo, il collega imbarazzato e senza aver potuto consumare la sua insalata, Amin scocciatissimo.

Al momento di rientrare in hotel dall’ufficio, faccio per avviarmi a piedi come all’andata, ma Amin mi ferma e insiste per accompagnarmi in macchina. Uscire in strada alle cinque del pomeriggio a quanto pare è un’idea totalmente malsana.
Mi lascia davanti all’hotel: lo lascio allontanare e mi avvio per fare quattro passi da solo per il centro. Dopo venti minuti sono in pieno colpo di calore, completamente inzuppato dalla testa ai piedi, persino le scarpe sono bagnate di sudore. Mi trascino fino all’hotel respirando a fatica, Abu Dhabi è rovente. E sì che ne ho vissute di temperature estreme e di climi difficili in vita mia, ma nemmeno in Cambogia o in mezzo al Taklamakan ricordo di aver patito così. Forse non ho più l’età.

In hotel sono gentilissimi e lo standard dei servizi è peraltro quello di un quattro stelle negli Emirati Arabi: ho già fatto il check out perché ho il volo per l’India la sera stessa, ma mi lasciano usare le docce della palestra, gli spogliatoti e mi riforniscono di biancheria e tutto il necessario per rinfrescarmi.
Il taxi che va verso l’aeroporto per fortuna ha l’aria condizionata posizionata su ventiquattro onesti gradi.
Il gate è lo stesso dal quale un anno fa mi imbarcai per l'Australia.
Una notte troppo breve mi separa dall’India, davanti a me.

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TAG: Abu Dhabi, emirati
17.54 del 25 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a ovest
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E poi, sulla via del ritorno, decolli da Doha con una una giornata così.

Ci ho provato a fermarmi a Doha, avevo anche trovato posto sul volo successivo, ma viaggiavo col bagaglio a mano e all'aeroporto non c'è deposito bagagli. Così nulla, di certo non potevo trascinarmi il trolley e lo zainetto tutto il giorno in giro per la città con quarantadue gradi all'ombra.
Capiterà una nuova occasione di timbrare definitivamente il Qatar, ché è inaccettabile transitarci tre volte in pochi mesi e non avere ancora avuto modo di sdoganare e aggiungerlo una volta per tutte alla collezione delle bandierine.

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Doha, Qatar
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Bahrein
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Kuwait City
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Golfo del Kuwait
TAG: volare, aerei, Qatar, penisola arabica, Kuwait, Bahrein
23.46 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a est
GIU Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
Sono tornato, ho mille appunti, ho mille foto, ho mille flashback, ho mille emozioni da riordinare e riprendere, con calma, in mano. Appena trovo il tempo, arrivo.
Intanto, questi mesi continuo a collezionare immagini in volo di luci straordinarie.
Colleziono voli straordinari.
Colleziono ali e nuvole.
Viaggio.

VoloEAUIndia01
Atterrando ad Abu Dhabi
VoloEAUIndia02
Etihad business class
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VoloEAUIndia05
Decollando da Mumbai
TAG: volare, aerei, viaggiare
09.58 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
14 Emirati e India (e di nuovo niente Qatar)
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E quindi riparto di nuovo e a 'sto giro volo ad est, così da riequilibrare un po' lo spin del mio moto perpetuo, ultimamente sbilanciato oltre Atlantico.
E quindi, per rilasciarmi il visto per affari, gli indiani mi han domandato che religione professo, mi hanno preso le impronte digitali prima ancora di partire, han ricostruito tutto il mio albero genealogico, hanno voluto sapere ogni particolare della mia professione, hanno pretesto una lettera di invito dalla sede locale della mia azienda e non ultimo mi hanno chiesto di elencare tutti i paesi che ho visitato nella mia vita. A quel punto ho però ho mollato il colpo, nel senso che no, ho consegnato il compito lasciando lo spazio in bianco, ché non sarebbe bastata una pagina intera e avrei dovuto peraltro sfidarli rispolverando la mia solita lezione: come li vogliamo contare?
È pure una questione d'attualità, ché leggo in giro di record che non son record, riferiti a un sistema di misurazione pretestuoso definito solo per giustificare la prestazione stessa e l'inutile spazio mediatico che le è riservato, non per valutarne la dimensione effettiva. Magari ci tornerò e ne scriverò, di nuovo, altrove, che è un tema che sempre mi appassiona (o mi irrita, dipende dai casi).
Il visto, gli indiani, comunque me lo hanno rilasciato lo stesso e le impronte digitali mi han detto che sono valide fino alla scadenza del passaporto. Nel senso che poi devo cambiarle?

Insomma, fra un'America e l'altra, dopo una rapida sosta negli Emirati per far visita all'ufficio di Abu Dhabi, torno in India diciassette anni dopo il mio overland in Asia. All'epoca per la verità la burocrazia era stata molto più semplice, il che fra l'altro mi fa anche venire in mente che i pakistani dell'ambasciata a Pechino mi appiccicarono il visto sul passaporto proprio a fianco a quello per l'India, immagino a mo' di sfregio, ché i due paesi eran di nuovo sull'orlo di una guerra e le frontiere chiuse.
Ad Abu Dhabi invece non torno dal 2001, un'eternità sulla scala dello sviluppo della penisola arabica. Ero ripassato in transito lo scorso anno, sulla rotta per il Pacifico, ma si era trattato solo di uno stop-over senza possibilità di mettere il naso fuori dall'aeroporto.
Dubito di riconoscerla ed essere in grado di ripercorrere i miei passi di allora, mi aspetto un viaggio completamente nuovo.

E dunque India e il pensiero corre inevitabilmente a quelle difficili settimane dell'agosto 2002 nelle quali, proprio a Delhi, ci giocammo la chiave del nostro straordinario e lunghissimo viaggio.
Quanto ho odiato Delhi e la mia India di allora, quanto ne scrissi male nel nostro libro; quanta voglia di tornarci mi è rimasta poi, di farci un viaggio diverso, di ritornare non una, ma tre, quattro, cinque volte, per esplorarla con calma e metodo.
Non sarà questa l'occasione e peraltro, dovessi proprio dire, non ho mai pensato a Goa - la mia destinazione - come possibile meta nei miei piani di viaggiatore.
Ma il lavoro lì mi porta, almeno per qualche giorno (farò anche una brevissima sosta di un paio d'ore a Mumbai, inesistente di fatto): sarà comunque una rapida toccata e fuga, il tempo al solito di qualche riunione, qualche cena ufficiale, magari una sera libera per esplorare le vie del centro cittadino, un paio di passaggi in taxi verso l'ufficio, giusto per vedere un microscorcio di paesaggio indiano dal finestrino e scattare due foto inutili al volo.
Ho visto su Google Map che c'è una spiaggia meravigliosa sull'oceano a pochi minuti a piedi dal mio hotel. Chissà se riuscirò a passarci una serata, a sganciarmi dalle solite cene di rappresentanza e trascorrere qualche ora per i fatti miei - cosa che d'altra parte, per esperienza, in India è pressoché impossibile già di per sé.

Ho anche provato ad allungare lo stop over in Qatar sulla via del ritorno, ma senza successo: mi sarebbe bastato prendere il volo successivo da Doha per Milano, per avere il tempo di uscire dall'aeroporto, mettere piede in città, prendermi un caffè, comprare due cazzate, ripartire col Qatar timbrato e finalmente aggiunto alla mia collezione - che i conti io li faccio con metodo, usando un sistema di riferimento condiviso e tarato sul contesto.
Insomma, invece nulla, non riesco nemmeno a questo giro, Qatar Airways non consente di allungare la fermata all'interno di un biglietto unico Goa-Milano con scalo a Doha.
Andrà a finire che riciclerò le miglia premio della Qatar proprio per un viaggio da quelle parti, magari attaccando il Bahrein (dove però è impossibile andare direttamente dal Qatar, accidenti).

Intanto aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro del 2019.
Il prossimo sarà invece tutto nostro, finalmente un viaggio vero e lungo a sufficienza da non saltare capitoli.
Appuntamento a fine luglio.

EAUINDIA
TAG: Emirati, India, viaggi
00.45 del 14 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
08 Verso l'estate
GIU Mumble mumble
La passione per il viaggio ce l’ho scritta nel DNA e mi accompagna da quand’ero un ragazzino e trascorrevo le ore in auto con i miei in giro per le strade di mezza Europa - l’Europa degli anni ’70, mica quella di Ryanair che conoscono i Millennials - seduto sul sedile dietro al posto di guida per avere la stessa prospettiva di mio padre, fingendo di guidare un TIR. Sognavo di fare il camionista e peraltro ho continuato per un bel pezzo a sognarlo anche da adulto, ma pareva fosse un progetto di vita bizzarro avendo la possibilità di laurearsi e trascorrere la propria esistenza dentro un ufficio per stare dietro a una scrivania a farsi venire il reflusso, le fibrillazioni cardiache, il mal di schiena (be’, quello forse viene anche a fare il camionista) e passare il tempo ad occuparsi di cose di cui, fondamentalmente, non me n’è mai fregato una cippa.
Ogni tanto la tiro fuori ‘sta storia del camionista, a distanza di secoli, e niente, ho cinquantaquattro anni ormai e faccio il manager in una multinazionale. Qualcosa vorrà pur dire.
Comunque.

Dopo la laurea trascorsi qualche anno al CNR, con il duplice scopo dichiarato di non indossare mai una cravatta in vita mia e andare a lavorare in Antartide, unica meta che quasi certamente non avrei mai potuto raggiungere nella vita con mezzi propri.
Con quelli che andavano in Antartide pranzavo tutti i giorni, ma loro partivano e io restavo a casa a occuparmi di scemenze. Dopo qualche anno, a un certo punto mi sono rotto, ho capito che in Antartide non mi ci avrebbero mai spedito e mi sono arreso: ho comprato una cravatta, mi sono presentato a un colloquio e ho preso il primo lavoro che mi hanno offerto, che purtroppo non era il camionista.
Bilancio dei primi cinque anni di vita professionale: due obiettivi, due fallimenti. Col sogno di fare il camionista fanno tre.

Entrai in una grande multinazionale dove tutti indossavano giacca e cravatta, ma mi avevano detto che avrei girato il mondo e così accettai senza farmi troppo domande. In effetti i miei colleghi giravano il mondo parecchio, anche in posti piuttosto interessanti e non convenzionali. Io lavorai quasi tre anni a Sesto San Giovanni e statisticamente, a distanza di oltre vent’anni, rimane a tutt’oggi il lavoro più vicino a casa che abbia mai avuto.
Be’ no, il CNR era proprio di fianco al mio portone di casa, ma in quel caso prima avevo trovato lavoro e dopo avevo cercato una casa vicina.

La storia dice che a un certo punto decisi di mettere le radici e fine, almeno professionalmente, ché a viaggiare per i fatti miei avevo iniziato a farlo piuttosto seriamente già da qualche anno in qualsiasi ritaglio di tempo libero e farlo per lavoro, a quel punto, iniziava invece a sembrarmi perlopiù una scocciatura. Così cambiai lavoro perché altrove mi avevano promesso che sarei rimasto a Milano per sempre.
Una settimana dopo l’ingresso nella nuova azienda ero a Linate col mio trolley e per i primi due anni riuscii a rientrare a Milano solo nei weekend, e nemmeno tutti.
Da allora, per sole ragioni professionali, ho volato quasi mille ore in tre continenti e in una ventina degli oltre cento paesi che ho visitato nella mia carriera di globetrotter.
Comunque no, non vado a parare dove qualcuno di voi già immagina: non ho comprato un camion. Ancora.

Ai tempi del CNR avevo già viaggiato un po’ per il mondo e fatto alcune cose interessanti, e considerato che non avevo nemmeno trent’anni non era male. Ero ad esempio stato un paio di mesi da solo in Patagonia durante l’inverno australe, che sembra un particolare superfluo, ma non lo è, come ben sa chi conosce la Patagonia; avevo raggiunto Capo Horn e il campo base del Cerro Torre, e gironzolato un po’ per il Sudamerica, che farlo da solo, all’epoca e con vent’anni in tasca, be’ forse potrei anche battermi il cinque. In effetti allora, lipperlì, me lo battevo.
Contavo poi la spedizione alle Svalbard dell’87, organizzata in autonomia a soli 22 anni. Negli anni ottanta era tutto sommato una piccola impresa che mi aveva anche aperto le porte ad alcune riviste di viaggi e alla copertina di un numero di Tuttoturismo, che aveva pubblicato le mie foto e un mio articolo (orrendamente farcito di retorica e onestamente illeggibile, a riprenderlo in mano oggi). Un milione di compenso, una bella cifra all'epoca, sia per me ovviamente che per lo standard del mercato.
Insomma, ancora non avevo trent’anni e il mondo iniziavo a conoscerlo davvero un po’, non è che fossi proprio uno sprovveduto alle prime armi. Epperò, a ripensarci, a me sembrava nulla e il mio metro di confronto era sempre molto più in là.

Al CNR avevo un collega coetaneo, Marcello, che era un habitué del Sahara, di cui conosceva praticamente ogni segreto e che aveva attraversato in autonomia con ogni mezzo, da nord a sud e da oriente a occidente.
Se c’è un peccato capitale che davvero non mi appartiene è l’invidia, ma il senso di frustrazione nell’ascoltare i racconti di viaggio di Marcello, madonna, quello sì, e l’ammirazione che nell’intimo avevo per lui, senza però manifestargliela mai, ché c’era chiaramente della competizione fra noi ed anzi, probabilmente era solo mia nei suoi confronti. Agli occhi dei colleghi il vero viaggiatore era lui; io, con le mie pubblicazioni e i miei viaggi solitari un po' snob in culo al mondo, non potevo competere col fascino del Sahara e di Marcello che lo attraversava con dei cadaveri di auto tenute insieme col fil di ferro.
Ho già raccontato anni fa in questo blog del bizzarro incontro fortuito con Marcello proprio nel Sahara, a Douz, una circostanza casuale davvero assurda, e di quanto dell'arte di viaggiare imparai in soli due giorni con lui e una manciata di chilometri di sabbia percorsi insieme con le nostre auto a due sole ruote motrici.
Insomma, per quanto avessi o mi sembrasse di avere già fatto, all’epoca Marcello era per me un punto di riferimento assoluto, qualcuno che alla mia età era già molto, ma molto più avanti di me nella realizzazione dei miei stessi sogni, e confrontarmi con lui mi faceva sentire irrimediabilmente al palo.

C’erano poi quei due ragazzi svizzeri che avevo incontrato qualche anno prima proprio alle Svalbard, più o meno miei coetanei anche loro. Epperò, a ripensarci oggi, se proprio avesse dovuto capitarmi di incontrare dei viaggiatori fuoriclasse e no-limits, dove mai altro avrebbe potuto succedere se non in un posto come le Svalbard, che nel 1987 avevano visto, in totale, trentasette visitatori, uno dei quali potevo orgogliosamente dire di essere io?
Se non era quella una meta estrema riservata solo a professionisti del viaggio, del resto sufficiente a portarmi sulla copertina di Tuttoturismo, quale mai avrebbe potuto esserlo all’epoca, a parte - appunto - l’Antartide, o la Siberia sovietica, o lo spigolo nord del K2?
Ricordo quando uno dei due svizzeri mi mostrò il suo passaporto, che praticamente non aveva una pagina libera, e mentre io mi facevo timbrare il mio dalla stazione meteorologica di Ny-Ålesund, l’avamposto abitato più settentrionale del mondo, lui esibiva la certificazione dell’attraversamento contemporaneo dell’equatore e della linea del cambiamento di data a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico.
Accidenti l’invidia, sì. Invidia proprio, nonostante fossimo nel luogo dove eravamo. Come riuscire (stupidamente) a sentirsi completamente inadeguati e limitati anche in condizioni in cui tutto sommato davvero non ha alcun senso.
L'insoddisfazione come misura sistematica di una vita ostinata a guardare sempre oltre, invece di imparare a contemplare il presente e farlo proprio.

Oggi ho alle spalle più di cento paesi visitati nel mondo, la linea del cambiamento di data l’ho attraversata un paio di volte (anche a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico, che è poi l’equivalente del cargo battente bandiera liberiana) e l’equatore ben più spesso. Non ho mai più avuto la possibilità di compiere le traversate di Marcello, perché negli anni la situazione geopolitica è cambiata assai. Talvolta me ne cruccio, ché ho coltivato e studiato a lungo alcuni piani in quelle regioni, come faccio sempre coi progetti importanti, ma è ben vero che ho realizzato l'overland in Asia, la traversata del Namib e altre cose altrove che magari Marcello non ha avuto occasione di fare (o chissà, e chissà poi che fine ha fatto Marcello).
Soprattutto, da tempo mi sono pacificamente arreso al fatto che è una questione personale, che a me non basterebbe e non basterà mai una vita per fare quello che vorrei fare, che - in particolare modo parlando di viaggi - saranno sempre molti di più i miei sogni nel cassetto di quelli che potrò mai davvero realizzare.
Ci sono venuto così a patti con ‘sta cosa che da qualche anno ho persino iniziato ad apprezzare il ritornare in posti dove sono stato in passato, venendo meno a quello che era un mio dogma fondamentale: mai tornare nei posti dove sono già stato, primo perché gli anni passano e tutto irrimediabilmente cambia e si trasforma, noi compresi, e andare a caccia delle emozioni provate un tempo in determinate circostanze apre le porte, sempre, ad irrimediabili delusioni; vale per le donne del proprio passato, vale per i viaggi e i luoghi.
Secondo, perché la vita è una sola e troppo breve per sprecare il tempo a ripercorrere strade già battute, avendone da esplorare mille nuove e sconosciute.

Oggi non è più così, ho infranto questa barriera. Mi piace tornare nei posti a distanza di molti anni, a condizione di essere preparato a quel che troverò (in questo senso internet, nel bene e nel male, è uno strumento formidabile anche per tarare l’aspettativa al giusto livello). Mi piace tornarci coi figli e vederli attraverso i loro occhi, mi piace l’idea di tornarci con lei e raccontarle com’era un tempo, condividere con lei il mio mondo, in senso geografico e spirituale, mi piace voltarmi indietro e guardare tutti i chilometri percorsi alle mie spalle.
Metto da parte alcuni progetti che ormai so non essere più realizzabili, un po’ perché gli anni passano, di più per il fatto che come li avevo concepiti anni fa, e come mi sarebbe piaciuto farli allora, oggi non è più possibile, anche avendone i mezzi, il tempo, le risorse.
Oggi so che potrei andare su un ottomila e tentare davvero anche l’Everest, come ho sognato per trent’anni e forse più: ho il tempo, ho le risorse, tutto sommato ho anche la condizione fisica e mentale per provarci davvero. Ma quell’Everest e quegli ottomila che ho studiato per anni, con cui sono cresciuto, mi sono addormentato ogni sera e ho sognato per una vita, non esistono più. Il mio Everest ho fatto a tempo a toccarlo proprio un attimo prima che scomparisse, diciassette anni fa: immediatamente dopo è scomparso, travolto dall’inesorabile avanzare del tempo, e amen.
Devo scrivere prima o poi un epitaffio al mio sogno dell’Everest.

Lunedì prossimo, nel frattempo, riparto. Oggi viaggio tantissimo per lavoro, ancor più se possibile di quanto abbia fatto in passato. Più viaggio, più mi stanco, più quando sono via ho voglia di tornare a casa, più ho bisogno di viaggiare: lo scorso aprile sono a rimasto a casa tutto il mese per la prima volta dopo un anno di viaggi continui in giro per tutto il pianeta e all’improvviso mi è sembrato di essere fermo da mesi.
Non che mi dispiacesse, per la verità. Mi sono anche riposato e sono riuscito a vivermi un po’ casa mia, ma era strano.
Dice Mentegatto che nel momento in cui cominci a migrare, diventa difficile poi trovare un motivo per fermarsi da qualche parte. A parte la variabile che più viaggio e invecchio, più ho bisogno di sapere che ho una casa da qualche parte a cui tornare, mi sento di sposare in assoluto il concetto.
Dove poi debba essere esattamente questa casa è tutto un altro discorso.
Io non ho un luogo davvero mio. Non lo è Genova, non lo è Milano, non lo sono tutti i posti dove ho vissuto. Sento un po' mie l’Elba, la Valnontey (dove per la verità ho trascorso pochissimo tempo della mia vita), Campodolcino, ma quando poi mi trovo in ciascuno di questi luoghi sono comunque uno straniero di passaggio, un turista nella peggiore delle ipotesi, un habitué coi propri riti e i propri percorsi, che conosce bene i dintorni, nella migliore.
Vivo in Brianza, ci sono cresciuto da adolescente e ci sono tornato da adulto, ma non mi sono mai sentito brianzolo e ne sono anche fuggito per diversi anni. Oggi ho imparato ad apprezzarne alcune caratteristiche a mia misura, ma è una dimensione così personale e distorta dalla realtà che tutto sommato ha un valore relativo. Prendimi, portami a Rarotonga e dammi un tetto, e casa sarà Rarotonga dopo una settimana (vabbè, Rarotonga, certo).
E del resto ci sono momenti in cui mi sento più a casa in un aeroporto - in qualsiasi aeroporto - che non in Brianza. Ecco, gli aeroporti sono davvero casa mia.

Così, spesso mi chiedo: ma in realtà, io, dove vorrei morire? Perché alla fine casa è quel posto dove vorrei finire i miei giorni.
Quando vado a trovare papà mi guardo ogni volta attorno e penso se vorrei finire lì, con lui. Mah. Non ne sono proprio certo.
A Malpensa la vedo difficile, peraltro.
E comunque il camion non è una soluzione.
E comunque la domanda non è "dove", potrebbe essere ovunque, né come.
Vado a preparare il trolley, mentre ci penso. Chissà dov’è Marcello adesso.
Chissà se lui il Namib l'ha fatto.
TAG: viaggiare, viaggio
11.26 del 08 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
02 Rimini Rimini
GIU Spostamenti, Diario
Meanwhile, lo scorso weekend siamo tornati a Rimini al seguito di Leonardo, in trasferta per i campionati nazionali di karate. Pioggia, freddo, solita coda infinita al rientro lungo l'asse autostradale più infernale della Penisola e qualche scatto per aggiornare la tappa del Centrodieci, già timbrata quattro anni fa.

Rimini100
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TAG: karate, figli
22.55 del 02 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   


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