Orizzontintorno Carlo Paschetto
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26 Ostinazione e resilienza
SET Running
In questo difficile inizio di autunno, una cosa buona: almeno con la testa, sono riuscito a non mollare mai e ho continuato a consumare inesorabilmente la gomma delle scarpette, nonostante un anno complicato dalle trasferte per lavoro, una nuova logistica familiare tutta da inventare e assai impegnativa che mi prende il doppio del tempo di prima, ritmi di lavoro su quindici fusi orari, gli ormai cronici problemi di salute che a intermittenza ricompaiono e riscompaiono e non vogliono abbandonarmi.
Spesso sono dovuto scendere a una sola uscita a settimana, talvolta ho saltato settimane intere, fino a un mese di vuoto consecutivo a maggio e poi ancora fra luglio e agosto. Ho ripreso peso velocemente e altrettanto inevitabilmente, e anche l'attenzione alla dieta degli ultimi due anni è andata ultimamente un po' a quel paese.
Tant'è, ho tenuto botta e in un modo o nell'altro non ho mai smesso.

Ho attraversato l'estate forzandomi, quando possibile, a uscite con temperature inaccettabili, precipitando su tempi al chilometro parecchio difficili da far digerire al mio orgoglio di ex-maratoneta (*) e per lunghi periodi non ho più avuto le gambe nemmeno per completare le mie uscite standard da dieci chilometri. Piuttosto di una resa che questa volta sarebbe peraltro definitiva, sono tornato a fare qualche chilometro di brevi serie di pochi minuti alternando corsetta e camminata, sempre accompagnato dal timore delle fibrillazioni improvvise, costantemente con un occhio al cardiofrequenzimetro.
Rientrato dalla vacanze, dopo Ferragosto, con un peso addosso che non vedevo da ormai due anni, ho ripreso ostinandomi a cercare di mantenere almeno una media di due uscite settimanali, ripartendo da zero per l'ennesima volta, inchiodato dal cronometro su tempi che chiamare "corsa" richiede una discreta dose di fantasia.

Alla fine, ieri sera, ce l'ho infine fatta: dopo mesi di frustrazione, il Garmin ha nuovamente timbrato il decimo chilometro sotto l'ora, pur avendo corso i primi cinque in salita (e aiutato di conseguenza dai successivi in discesa, ma tant'è).
Non accadeva dal 19 aprile.

Fra qualche mese compirò cinquantacinque anni e, considerata la vita che faccio, sai che c'è: posso anche battermi il cinque da solo.
Io dico che in questo tristissimo e solitario inizio di autunno è dunque venuto il momento di comprare un nuovo paio di scarpette, ché quelle attuali alla fine han passato i mille chilometri.
Bravo Carlo.

(*) Non esistono "ex"-maratoneti.
TAG: running, salute, corsa
10.34 del 26 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
19 Seduto per terra in mezzo a una stanza
SET Diario
Così intanto ho rifatto l'unico posto dove posso starmene da solo a guardare in silenzio i miei pezzi di vita che se ne sono andati. Ché l'unica cosa da fare, alla fine, è raccattar cocci e provare almeno a fare ordine, per quanto possibile.
Naturalmente non ho finito, né probabilmente finirò mai.
Almeno ho di che tenermi occupato.

Poi, a breve, volo di nuovo via, che non c'è più nulla a tenermi qui.
Magari vi scrivo da laggiù.
TAG: vita
01.01 del 19 Settembre 2019  
   
04 Alto mare
SET Travel Log: Isole Azzorre
E dopo anni di inseguimento isola per isola attraverso tutto l'oceano, le abbiamo infine incontrate a São Miguel e le abbiamo ritrovate qualche giorno dopo a Pico. Avevo programmato due uscite in mare a caccia di delfini e soprattutto di balene, e abbiamo fatto centro in entrambe le occasioni.
Sono state due escursioni molto differenti, pur condotte con un programma simile: tre ore al largo, di mattina, con una equipe specializzata e un biologo a fare da guida. Un briefing introduttivo prima di partire per ascoltare le regole di comportamento e le modalità di avvicinamento, e poi la rotta improvvisata sul momento in base al passaparola fra le imbarcazioni, agli avvistamenti da terra coi telescopi, all'esperienza dello skipper.

Da São Miguel siamo partiti con uno yacht di medie dimensioni, una quarantina di persone a bordo. Da Pico con un gommone d'altura, equipaggiati con impermeabili e salvagenti, dieci sole persone imbarcate.
Il vantaggio dello yacht è ovviamente la stabilità, navigare comodi, all'asciutto, con la possibilità di fotografare in condizioni agevoli e protette, da posizione più elevata e con precisione.
Tutt'altra esperienza quella in gommone, decisamente più avventurosa, un vero rodeo per meglio dire, aggrappati ai corrimano, esposti alle ondate, navigando a pelo d'acqua e saltando come matti sulle onde alte, mentre i delfini ti saltano attorno a dozzine, scivolando sotto la chiglia e attorno al gommone alla velocità della luce. È come fare tre ore di palestra: una sfida complicatissima per chi soffre il mare e per il mal di schiena - le guide chiedono se qualcuno ne soffre prima di salire a bordo e sconsigliano eventualmente l'uscita. Io mi sono imbarcato comunque, non me la sarei persa per nulla al mondo, ma sono state ore lunghe e faticose.

A bordo del gommone anche fotografare è un'impresa, sia per l'instabilità e per la quasi impossibilità di reggersi in piedi alzando così la prospettiva, sia per il rischio che le costosissime apparecchiature reflex si bagnino. Hai voglia ad avere un teleobiettivo stabilizzato, devi reggere qualche chilo di macchina fotografica con una mano sola, rimanendo aggrappato a qualunque cosa tu abbia a portato di mano, ammortizzando i contraccolpi, schivando le ondate, cercando in qualche modo di cogliere le rapidissime evoluzioni dei delfini, o il momento esatto in cui la coda della balena emergerà dall'oceano per immergersi subito trascinando con sé un arco perfetto di gocce d'acqua contro sole. Ciao, insomma.
Per i ragazzi, ovviamente, non c'è confronto fra le due esperienze: gommone tutta la vita e d'altra parte è un'emozione indescrivibile.

A un certo punto ho rinunciato, ho messo la Canon al riparo sotto l'impermeabile e mi sono lasciato trasportare da un'incredibile manifestazione di vita e della natura alla quale nessuna fotografia avrebbe mai reso giustizia o potuto anche solo catturare.

In alto mare, come me.

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TAG: balene, delfini, pico, sal miguel, azzorre
23.43 del 04 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
03 Sounds of my life
SET Amarcord, Travel Log: Isole Azzorre
Ci pensavo ieri, mentre scrivevo di Pico.
Fra decine di migliaia di fotografie e ore di filmati, conservo brevi registrazioni sparse, suoni del mio passato che ho catturato altrove per caso col telefonino, per fissare istanti della mia vita.

La voce di Albert che mi parla in armeno, mentre guida a rompicollo giù dai tornanti del Vayots Dzor raccontandomi cose sue che non saprò mai.
Una musica balcanica strana che esce da un bar, lungo una strada affossata in un canyon alla frontiera fra Kosovo e Montenegro.
Una struggente cantilena polinesiana, diffusa dagli altoparlanti e disturbata dal rumore di fondo della folla in coda all'ufficio immigrazione, in una calda alba di marzo nella hall della dogana all'aeroporto di Rarotonga.
Una piccola orchestra che suona al mercato di Avarua.
Una intensa telefonata in indi fra Vinay e un interlocutore sconosciuto, il dialogo velocissimo e incomprensibile che la rende ancora più bizzarra e misteriosa, mentre mi accompagna in hotel con la sua auto dopo una cena in un'umida e malinconica serata davanti al golfo di Goa.
Gli uccelli notturni di Pico che fanno un chiasso incredibile con quei versi buffi a cui viene naturale rispondere cercando di imitarli, per cui sembra davvero che ne nasca una discussione accesa in terrazza, nella notte tiepida di Terra Alta.

L'ultima non è stata un'idea mia ed è la traccia più bella.
12.48 del 03 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
02 Casa da baía do canto
SET Travel Log: Isole Azzorre
Alla fine la verità è che io le montagne non le salgo. Nella mia vita ho immaginato, sognato, pianificato centinaia di salite sulle cime di mezzo mondo, ma quelle che avrei voluto e potuto affrontare davvero, per una ragione o per l'altra, son rimaste perlopiù progetti nel cassetto.
Non so quando è stato il momento esatto in cui ho capito che il mio ottomila non lo avrei mai conquistato, o quando ho messo davvero via il sogno delle Seven Summit. A un certo punto, semplicemente, mi sono detto che non era più vero. Ma non è tanto questo, o forse mah, è invece proprio tutto lì.
Faccio ruotare il mappamondo - per meglio dire, passo il mouse sul planisfero di Google Map - e mi viene in mente il Kinabalu.
Ho passato almeno dieci anni a far programmi per metter piede in cima al Borneo, tutti rimasti sulla carta. Qualche volta ci sono arrivato abbastanza vicino, perlomeno a prendere l'aereo per Kota Kinabalu, intendo, ma poi zero, non ne ho mai fatto nulla. L'ultima volta in cui ci ho pensato seriamente alla fine il volo è stato per Seul. Conservo ancora a distanza di anni i bookmark alle pagine web che mi ero appuntato come riferimento.
Sai mai, mi dico sempre. Ma non ci credo più davvero da tempo ormai.

Faccio mente locale e mi rendo conto all'improvviso che quelle a cui ho davvero rinunciato, quelle che ho sognato a lungo e che sarebbero state tranquillamente alla mia portata, son quasi tutti vulcani. Chissà se è un caso o un'inclinazione del subconscio.
Il Chimborazo e il Cotopaxi, pescando così a caso nella memoria, che ho tenuto sulla scrivania per anni. L'Elbrus, per salire il quale una decina di anni fa avevo pure iniziato ad allenarmi. L'Ararat, sotto alle cui pendici mi ero ripromesso di tornare con l'unico obiettivo, perlomeno lì, di andare in cima, senza ovviamente aver poi mai ripreso in mano il progetto. Il Kilimanjaro, rimasto nella mia agenda virtuale per non so più quanto tempo: ormai è addirittura scomparso il ghiacciaio di vetta, per dire le ere geologiche, l'acqua che scorre sotto i ponti, le occasioni buttate, la vita alle spalle che se ne va.
E lasciamo perdere il Muztagh Ata, che in effetti un vulcano non è, almeno lui: epperò anche lì, mi son fermato al campo base a guardare lassù e ho pensato prima o poi tornerò. Ovviamente no. E quando, del resto, che mi ci vorrebbe un altro mutuo, e poi non è nemmeno questo in realtà, quando mai il problema economico mi ha fermato davvero, c'è sempre dell'altro alla fine.
Persino l'Etna: ho desiderato per una vita di portarmi gli sci in vetta e scendere le colate di cenere e lava. Ricordo di averne letto ai tempi dell'università, all'epoca avevo anche tenuto da parte un paio di vecchi Rossignol di legno per provarci. Non l'ho mai fatto. Perché? Boh.
Non esiste una ragione vera, solo il disagio che mi porto addosso da sempre.

Prendi il Fujiyama, ad esempio. Se molti altri li ho solo immaginati, sul Fuji ho messo più che un piede. È vero, c'era Leonardo piccolo, era un viaggio in famiglia, ma mi sarebbe bastato prendermi mezza giornata e avrei certamente raggiunto la sommità insieme a quella milionata di giapponesi che tutti gli anni si mettono in fila indiana lungo gli infiniti tornanti che portano sul punto più alto.
Invece non ci provai nemmeno: rimasi lì sullo sterrato oltre il rifugio, col passeggino, a fotografare la gente che partiva per la salita, invece di infilarmi lo zaino in spalla e proseguire.
Posso darmi mille ragionevoli risposte naturalmente, ma avrei anche potuto incamminarmi con altrettante motivazioni sostenibili.

Lo scorso anno a Rarotonga ho affrontato da solo la salita del Needle: sono tornato indietro dopo un paio d'ore di giungla verticale, claustrofobica, fradicia e rovente, a non più di venti minuti dalla vetta probabilmente, la parte difficile ormai alle spalle, preso dall'ansia del ritorno da solo. Ho avuto paura di farmi male, della discesa ripida e scivolosa, di non ritrovare la via, di me stesso.
Niente, alla fine in cima io non arrivo. Spesso nemmeno ci provo.

Il giorno che avremmo dovuto provare a salire il Pico ha piovuto. Avevamo una sola possibilità da giocarci, lo sapevo fin dall'inizio: il tempo non ci è stato favorevole, come del resto era ampiamente probabile ed anzi, è stato proprio il giorno peggiore di tutto il viaggio. A mille metri di quota, dove siamo arrivati in macchina per esplorare almeno i fianchi del vulcano, la visibilità era zero assoluto, al punto che non sono nemmeno arrivato in fondo alla strada sterrata che porta al rifugio da cui parte l'itinerario di salita e ho fatto dietro-front.
La verità è che anche se il tempo fosse stato bellissimo probabilmente non ce l'avremmo fatta: è un percorso che richiede molte ore, parecchio ripido, con un dislivello non indifferente; il meteo è sempre piuttosto variabile e bisogna essere veloci nel salire e poi nel scendere, prima di farsi sorprendere dalla nebbia.
Era in conto che fra tutte le cose in programma probabilmente la salita del Pico sarebbe saltata. Avevo messo in valigia l'equipaggiamento, ma tant'è con poca convinzione.
E poi eravamo stanchissimi, da giorni collezionavamo sveglie all'alba e arrivavamo a casa la sera sfiniti, e la mattina del Pico la sveglia era programmata al massimo per le cinque. Nessuno di noi ne aveva davvero voglia, poca io, immagina il resto della famiglia.

Ho aperto gli occhi attorno alle quattro e mezza. Dalle grandi vetrate panoramiche della nostra bellissima Casa da baía do Canto a Terra Alta ho guardato le nuvole nere scaricare la pioggia a scrosci sull'oceano. Mi sono girato nel letto, ho rimboccato il piumino sottile, mi sono rilassato e abbandonato a una stanchezza infinita, e mi sono rimesso a dormire.
Anche il Pico sarebbe andato ad aggiungersi alla lunga lista delle cime che non ho salito.
È fin troppo facile farne la storia della mia vita.

Di sera a Terra Alta è un concerto indescrivibile di uccelli che cantano - cantano? - fanno versi stranissimi, mai ascoltati prima. Li registriamo con l'iPhone per portare a casa qualcosa di questa struggente vita di Pico sperduta nell'oceano, perlomeno i suoni, la musica della natura attorno a noi che riempie un silenzio altrimenti sconfinato.
Il profilo di São Jorge, dall'altra parte del braccio di mare, è stato inghiottito dal buio. Si vedono solo le luci di Velas e di Calheta lungo la costa.
Mi aggrappo in qualche modo a tutto questo. Sarebbe possibile vivere davvero nella Casa da baía do Canto? Dice Benedicta che è la più bella in assoluto, è stata la prima che hanno costruito.
Cucino spaghetti al pomodoro per provare, il vino arriva dalle vigne di Terceira. Almeno le balene non ci hanno tradito, sebbene tre ore di gommone al largo con l'onda lunga siano state faticose, fisicamente impegnative e a tratti inquietanti. Ci eravamo spinti fin quaggiù con l'obiettivo fin dall'inizio di avvicinare le balene nel loro santuario: missione compiuta.

Il Pico è illuminato da uno spicchio sottilissimo di luna. Chissà com'è l'alba da lassù. Domani, quando sorgerà il sole, ci imbarcheremo e se sarò fortunato lo fotograferò dal mare.
È pur vero che se non hai visto Flores non hai visto nulla. Toccherà andare a Flores prima o poi, per tornare a Pico e riprovarci.
Chissà com'è viverci davvero, a Casa da baía do canto.

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Il Pico
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Panorama su Pico da São Jorge
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Casa da baía do Canto, Terra Alta, Pico
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I tramonti di Terra Alta, Pico
TAG: Azzorre, pico
00.26 del 02 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   


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