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Globalizzazione: questa mattina sono uscito di casa alle
5.45, ho preso l'auto, ho guidato per sessantacinque chilometri,
ho preso un aereo, sono andato in Lussemburgo, dove ho preso
un'altra auto e mi sono fatto (soli) quaranta chilometri
per andare ad Arlon, in Belgio, dove ho partecipato a qualche
incontro, per poi riprendere l'auto, tornare in Lussemburgo,
prendere l'aereo, tornare a Malpensa, riprendere l'auto
ed arrivare a casa alle 21:30.
Questo oggi. Da lunedì prossimo, a quanto pare, questa
specie di supposta volante mi trasporterà avanti
e indietro dalle Ardenne per un bel po' di settimane a venire.
Ricordarsi di trovare un adattatore per le prese di corrente
di lassù. Trovare un albergo comodo. Comprare aeroplanino
Luxair per Leonardo. (Ri)dimenticarsi della mia paura di volare.
L'aperitivo "della casa" dell'hotel AC
Arlux di Arlon è disgustoso. Peraltro
riconosco all'hotel AC Arlux di Arlon di avermi servito
una delle peggiori cene della mia vita, almeno a mia memoria.
C'è di più comunque: il vino della casa
dell'hotel AC Arlon di Arlux - no, Arlux di Arlon - non
è disgustoso. Fa schifo. Però la birra belga
non è niente male, anche se io non sono un amante
delle birre trappiste. A quanto pare qui si trova anche
la Chimay alla spina: vi farò sapere. E sì,
mi scrivono: ma come, sei nel paese dove si beve la birra
più buona del mondo e tu bevi vino? E' vero,
lo so, ma che vi devo dire: io bevo birra tutto l'anno,
al ristorante mi viene naturale ordinare vino. E poi, provate
la Smithwick's, che è irlandese, e poi ne riparliamo
di quale sia la birra più buona del mondo.
Mi dicono che Arlon, sperduto paesino nella campagna delle
Ardenne, sia la città più a sud del Belgio.
Non credo c'entri molto con le mie prime due calde giornate
trascorse qui, anche perché la scorsa settimana pioveva
a palla e a quanto pare la temperatura notturna ha già
sfiorato gli zero gradi. E' però un dato di fatto
che nel raggio di pochi chilometri da qui si possa sconfinare
in Francia, Lussemburgo e Germania, e che se noleggiate
l'auto all'Avis dell'aeroporto di Lussemburgo vi può
capitare una qualunque targa. Io giro con una belga: peccato,
a me sarebbe piaciuta di più una targa lussemburghese.
Fa più snob, diciamolo.
Affogo nella cioccolata. Lascio ai solutori più che
abili il capire perché, ma sappiate che il Cappuccino,
che *voi* in Italia non avete, è semplicemente divino.
Irresistibile. Ecco, non saprei dirvi perché sul
mercato italiano non arrivi. Mi informerò.
Avevo preso qualche appunto mnemonico per farvi un post
sul nastro portabagagli dell'aeroporto di Lussemburgo, ma
ci vuole una foto, altrimenti non mi viene bene. Provvederò.
Nel frattempo, prima di buttare definitivamente nel cesso
il mio Motorola che a quanto pare sta per abbandonarmi per
la terza volta in un anno, vi faccio notare che in centro
ad Arlon c'è parcheggiato un carro armato. Vero,
mica in edicola a puntate primi due fascicoli gratis.
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Carro armato
alleato, residuato della battaglia delle Ardenne
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Arlon Belgio
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Sì, ce lo siamo già detti altre volte: il Motorola
MPx220 fa delle foto orrende. Beh, vi dirò: se è
per questo come telefono funziona anche peggio. Vedrò
dalla prossima settimana di portarmi la piccola Nikon.
Ricordo da piccolo qualcuno che mi chiedeva se si dicesse
belghi o belgi. Si dice "un belga e tutti
gli altri".
C'è qualcosa di surreale e perverso nel partecipare
ad una riunione che si tiene contemporaneamente in tre lingue,
dove ciascuno parla la propria e buona parte dei partecipanti
non capisce verosimilmente nulla di almeno una delle altre
due. Epperò è bellissimo.
Intanto le serate in hotel sono buone per vedersi le prime
puntate della terza
stagione, appena passate da ABC. Che lo so che vi
rode, a voi che avete appena iniziato a penare su Fox con
la seconda. E se poi siete di quelli che ancora stanno ad
aspettare RaiDue, vabbé, ma che vi parlo a fare?
La combinazione sta nel fatto che era aprile, l'auto era
una Renault dell'Avis, l'autostrada era irlandese e l'autoradio
trasmetteva One versione Bono + Mary J. Blige. Questa
mattina l'auto è un'identica Renault dell'Avis, l'autostrada
è lussemburghese, poi belga, e l'autoradio trasmette
ancora One versione Bono + Mary J. Blige.
Non fosse che poi passa Fiumi di Parole dei Jalisse...
Per il resto piove tipo autunno nelle Ardenne e sì,
questa volta la targa è lussemburghese.
Non poteva essere fondo. Perché il fondo
non galleggia. Così ho guardato bene. Erano cinque
moscerini. Cinque. Non potevano che essere scesi dalla botte
dalla quale stavo spillando il vino rosso. Sui bicchieri
sporchi potevo anche passare, ma di fronte ai cinque moscerini
galleggianti sulla superficie color rubino mi sono arreso
e ho fatto come il camionista belga: mi sono preso una bottiglia.
Il fatto è che poi il camionista belga si è
seduto vicino a me e questa no, non ve la racconto, perché
non sono certo che abbiate tutti lo stomaco foderato di
piombo come il sottoscritto.
Dovrei parlarvi anche delle tende verde oliva ed arancione
a strisce, ma il mio stomaco non è così
foderato di piombo. Fatto sta che all' AC
Arlux questa settimana non avevano posto, così
si sono offerti gentilmente di prenotarmi la camera qui
all' AC
Arlon, il loro gemellino. Che, per inciso, è
un motel a ponte sull'autostrada Lussemburgo-Bruxelles.
Ma brutto. Ma brutto. Ma così brutto che non potete
capire. E triste. Drab. Ugly. Ma neanche.
E' che è proprio squallido, ma così squallido
che al confronto il Belarus di Minsk pareva avere i rubinetti
d'oro. Che poi, quello era in Bielorussia, qui siamo in
Belgio, nel bel mezzo del triangolo che governa l'Europa
intera.
Ma angosciante. Ma angosciante davvero. Tipo che ho mangiato
al self service con i camionisti e vi assicuro che l'autogrill
di Somaglia est, dove peraltro si mangia bene, al confronto
sembra Gualtiero Marchesi. Che poi questo *è* un
autogrill.
Ma squallido. Ma orrendo. Ma non ho nemmeno un accidenti
di cestino in camera, e secondo questi signori dove diavolo
butto la spazzatura? Potrei sempre considerare di lanciarla
dalla finestra e provare a centrare qualche camion.
Perché, per la cronaca, l'autostrada è proprio
quasi sotto al mio sedere.
Noooo, non c'è traffico, ma che dite! Sembra di dormire
in aperta campagna, ci sono persino i merli.
E, per la cronaca, chi vi sta dicendo che questo posto fa
schifo ha vissuto diciotto mesi al Motel Agip di Firenze Nord,
noto posto di scambisti di mezza Italia, cenando quasi regolarmente
all'autogrill davanti alle pompe di benzina, al tempo in cui
guidavo il progetto Autostrade. Quindi, sappiate che sono
un esperto in materia di autogrilling e motel autostradali.
Ecco: l'AC Arlon fa cagare schifo.
Riportatemi all'AC Arlux, vi prego!
Il letto è obliquo e pende a destra. E corto, anche:
a me escono i piedi. All'alba l'autostrada in direzione
Lussemburgo è già intasata. Nel caso possa
esservi utile, telefonatemi per un'onda verde in diretta.
Direzione Bruxelles libera, almeno per ora. Ottantatre euro
per questa camera "single executive" - due letti
singoli accoppiati a formare un'inutile matrimoniale con
buco nel mezzo - sono un furto da repubblica ex-sovietica.
Io vorrei anche fotografarvela, ma è che proprio
non rende. Insomma, c'è il letto di cui sopra, spalliera
di velluto liscio rosso e copriletto arancione. Sul muro,
dietro, un cerchio dipinto di marrone contro il resto della
parete bianca. Una scrivania, chiamiamola così, profonda
a mala pena come il mio notebook, di plastica e legno nero,
sbucciata, macchiata e graffiata. In generale, sporca. Moquette
a composizione variabile, base verde palude al tramonto
ma non del tutto sera, toppe verdone pineta autunnale dopo
pioggia battente, righe sottili arancioni, sporca. Tv modello
mondialcasa-te-la-regalo-con-le-pentole e no, satellite
nisba, non scherziamo, solo canali delle Ardenne. Uno sgabello.
Un armadio a muro con ante a specchio, in pezzi. Come la
serratura della porta, del resto. La catenella della porta
giace divelta dentro l'armadio. Una presa di corrente. Una
tenda di cui si è già
detto, arancione e verde oliva. Frigobar questo
sconosciuto, tanto c'è l'autogrill. Telefono di plastica
rossa modello fine anni '70. Nel bagno: un lavandino, un
water incrostato di arancione. No cassetti, no cestino spazzatura,
no bidet. Due lampadine. Un flacone di sapone liquido tipo
autogrill. Una vasca tipo bombardamento di Danzica con tenda,
quella sì, davvero psichedelica. Cià va',
ve la fotografo questa.
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Tenda della
doccia...
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Nell'autogrill ci sono un self service ed un ristorante. Il
self service fa il self service: andate lì e vi self-servite.
Nel ristorante invece vi sedete al tavolo, vi chiedono se
volete un aperitivo (che qui si traduce nello scegliere fra
una birra e un Martini) e poi vi danno il menù. Sul
menù c'è scritto "buffet": in altre
parole, self service. Giuro. Solo che dovete scegliere, prima,
se lo volete caldo o freddo. E' esattamente così come
ve la racconto: dite alla cameriera se preferite il buffet
caldo o freddo, lei segna sul suo foglietto, e a quel punto
vi alzate e vi self-servite esattamente come al self service,
solo che siete al ristorante e avete scelto, quindi,
suppongo, se avete scelto il buffet caldo non potete avvicinarvi
ai piatti freddi.
Ah, già: il vino non ve lo siete self-servito, ve lo
hanno portato al tavolo, e senza moscerini. E, scusate, questa
è una differenza non trascurabile.
Ho fatto il salto di qualità che mi ha definitivamente
integrato nella comunità locale: stasera ho preso la
potage du jour, che poi secondo me dovrebbe essere
de la soirée, ma vabbè. La potage
du jour è un'istituzione. Io odio le zuppe, ma non
potete pensare di starvene in Belgio come nulla fosse e ignorare
che questo è un mondo che ruota attorno alla potage
du jour. La potage du jour è il must,
è ciò che fa la differenza fra un belga e il
resto del mondo.
La mia potage du jour di questa sera era rossa. Avvistati
alcuni potrebbero galleggianti. A naso (è il
caso di dirlo), potrebbero essere palline di pollo.
E vi faccio notare che ormai io e il francese siamo una cosa
sola, anche se mi rimane il dubbio che quello che sto imparando
sia dialetto belga.
Poi. Quando piove nelle Ardenne, ecco, l'ombrello potete anche
lasciarlo tranquillamente in albergo (mi verrebbe un'altra
espressione, ma siamo in fascia protetta). Tira un vento che
Re Azul gli fa le pippe, e se non sapete chi è Re Azul
spulciate in giro per Orizzontintorno.
Non so come dirvelo: sono affascinato da tutto ciò,
l'orrore mi circonda. Se avessi la webcam potrei farvi una
diretta tipo sala controllo dell'ACI. So che apprezzereste.
A Sterpenich,
uscita 33 dell'autostrada A4 Lussemburgo-Bruxelles, è
evidente che questo è l'anno del grande lancio di
Bestå. Se volete osare, laccato rosso. Semplicemente
irresistibile. Mi sapete dire se è già arrivato
anche in Italia?
Per il resto il layout del piano terra è esattamente
uguale a quello di Carugate,
così uguale che ti aspetti di uscire sul piazzale
e trovarti Castorama davanti. Il primo piano invece è
leggermente differente e il percorso è circolare,
senza i famosi shortcut (come li chiama Massimo,
ma lui è di Bain, è troppo avanti) nascosti
che solo i veri intenditori conoscono. Secondo noi la disposizione
degli ambienti è migliore, anche se alcune concessioni
alle cucine in stile belga lasciano un po' perplessi.
Non ho visto i miei amatissimi hot dog, ma il self-service
non ci ha deluso. Il vero colpo di genio è nella
sala ristorante: arredamento tutto prezzato, tale e quale
a quello in esposizione. Per quanto, c'è il rischio
che vi portino via insieme alla vostra Alfons mentre state
mangiando.
Da segnalare anche Senior, in ghisa rossa. Stupende.
AC Arlon hotel - l' orrendo
- a soli tre chilometri in direzione Bruxelles, uscita 32.
Ufficio a una decina di chilometri, più o meno stessa
direzione.
P.S. Ho scoperto che oltre a trovarmi nelle Ardenne sono anche
in Vallonia. Che non è come essere nelle Fiandre. E
anzi, meglio non nominarle nemmeno, le Fiandre, da queste
parti.
Come a dire, ad ognuno la sua linea gotica.
Perché in Belgio non esistono gli apribottiglie
e io passo le mie giornate ad aprirle con le chiavi o con
i manici delle forchette, anche quelle prese dal frigobar
della mia camera?
Perché questa camera "single executive"
dove abito da ormai quasi dieci giorni non ha un
armadio e mi tocca tenere tutte le camicie in valigia?
Perché sono solo nel ristorante di quest'albergo,
ho un menù in mano da quindici minuti, e nessuno
dei due camerieri che sta sparecchiando i tavoli attorno
a me mi chiede cosa voglio ordinare?
Perché tutti, qua, sembrano usciti da Frankestein
Junior?
Perché le ciccione belghe a tavola si ravanano i
denti con le dita e sputacchiano intorno?
Perché per avere un'insalata di pomodoro ci vogliono
trenta minuti?
Perché mi portano il burro ma non il pane, anche
se l'ho chiesto?
Perché lasciano aperta la finestra di camera mia e mi spengono il riscaldamento
anche se fuori ci sono zero gradi?
Perché mi ostino a venire in questo albergo?
Nel frattempo Arlon brucia. E non sono stato io.
Arlon è avvolta dalla nebbia, siamo vicini allo
zero anche questa mattina e guido accompagnato da Purple
Rain, il che dà quel tocco di magico che non
guasta. Anche Californication, che pur c'entra come
i cavoli a merenda.
C'è luce, e quasi non ero più abituato.
C'è traffico, un po', e quasi mi sembra strano.
C'è che ho dormito, più o meno otto ore, anche
se alle cinque mi sono svegliato quasi automaticamente.
Mi sono guardato attorno, dalla tenda filtrava un po' di
luce. Mi sono lasciato avvolgere da quel sottile senso di
stupore, piacevole. Mi sono girato sotto al piumone e riaddormentato,
dopo un po'. In pace. Stanco e sereno.
Colazione alle nove. Soprattutto, finalmente, colazione.
Seduto a un tavolo. E gente attorno a me.
E' stata una settimana intensa come non accadeva da tempo.
Quasi violenta. Viva. Difficile. Emozionante. Di quell'emozione
che a volte sa di solitudine, che avevo quasi dimenticato.
Che ho fuggito per molto tempo. Alla quale sono tornato
solo per caso e per una sorta di destino ineluttabile al
quale non riesco mai a sfuggire, per quanto ci provi, da
anni ormai.
Sì, stronzate. E non ho nemmeno voglia di farmi capire.
Credevo di aver voglia di raccontare qualcosa, ma non è
vero. Sono qua da lunedì scorso, con una sola breve
fuga a casa per il primo novembre e un decollo con vento
forte da Malpensa che credo mi abbia fermato il cuore per
cinque buoni minuti. Ma ci voleva, anche quello. In fondo,
ho superato anche quello.
Credo di aver detto grazie a qualcuno ed è solo un
peccato che il significato mi rimanga dentro e sia del tutto
incondivisibile, almeno nel raggio dell'orizzonte visibile.
L'ineluttabilità dell'essere qui in questo buco di
hotel non mi è chiara. Non lo so se è il contrappasso
da pagare, o se è solo l'unica nota distorta di una
partitura che al mio orecchio non ha affatto stonato, o
se ancora non mi sono arreso al fatto che certe cose sono
così e in fondo mi piacciono proprio per come sono.
Poi esplori quei dieci metri quadrati attorno a te e quel
senso di solitudine racchiuso nella tua emozione di certe
cose è ancora lì, e non lo puoi far evadere,
non ce n'è. Pazienza. Manuel Vázquez Montalbán
prende polvere ed ascolto i Pink Floyd, The great gig
in the sky, mica per dire, che credetemi, ci sta proprio
tutta. Eccome.
Forse, vorrei lasciar qui molte più tracce, e molte
ne ho, ma un po' non è proprio possibile, un po'
non ha davvero alcun senso, ed un po' le tengo per me. Fuor
di metafora, ché sono ancora stanco e per una volta
non vale. Sono stati tre giorni lunghi e tre notti lunghe,
quelle del weekend alle spalle, ma le abbiamo traghettate.
Adesso ci sta una bella Orval.
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Time
+16h40' dal via. Prima alba sul ponte
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La macchina
dell'intelligenza (*)
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Faccia da
una notte in meno alle spalle
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Time
+17h11' dal via, nel regno dei folletti blu
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Alba del day
2, pausa meditazione sul piazzale
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Warning:
guerra batteriologica in corso
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Faccia da
due notti in meno alle spalle. Day 3
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Campo base,
pausa pranzo. Day
3
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Sala comando
e controllo. Casa per un weekend intero
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(*) Per riuscire a capire come si fa a prendere un caffè
da questa macchinetta ho dovuto iscrivermi ad un master.
Ad esempio, nelle ultime quattro occasioni in cui ho deciso
di sfidare il ristorante dell' hotel
AC Arlux mi hanno portato nell'ordine: il pane,
il piattino e il coltello, ma non il burro; il burro, il
piattino e il coltello, ma non il pane; il pane, il burro
e il piattino, ma non il coltello; e infine, il piattino
e il coltello, ma non il burro e il pane.
Così su due piedi direi che ho almeno altre due combinazioni
possibili.
Sì, questa mattina l'aereo l'ho ripreso. Non fosse
che mi hanno perso la valigia. Ora: passi perdere il bagaglio
su un volo diretto Milano - Lussemburgo, peraltro nonostante
lo abbia imbarcato con discreto anticipo, ma il punto è
che nel frattempo quest'oggi sono arrivati altri due voli
da Milano e della mia roba nessuna traccia. Mi dicono, dal
lost and found della Luxair, che la mia valigia è
stata identificata a Malpensa. Bene. Ma allora, se è
vero, qualcuno può spiegarmi perché non è
stata reimbarcata sui voli successivi, come consuetudine
vuole?
Così eccomi disperso ad Arlon, vestito da pinguino
e senza un accidente di niente a parte il pc. Per il momento
mi sono procurato uno spazzolino e il dentifricio. Però,
concedetemelo: un pochetto depresso sono. Del resto ci si
è messa di mezzo anche l'Avis, che questa settimana
mi ha rifilato una specie di ferro da stiro nero perché
non aveva più altre auto. Quando mi ha visto, la
mia amica del noleggio, ha sorriso e mi ha chiesto se venerdì
c'era neve
sul Gottardo...
E a proposito di Malpensa: vorrei anche far notare agli
amici del metal detector che questa mattina sono passato
facendo suonare il concerto in re minore per sirene ed allarmi,
ma nessuno mi ha degnato di uno sguardo. Per non dire che
colui che avrebbe dovuto controllare il contenuto del mio
bagaglio a mano (quello sì, è arrivato con
me) dava le spalle al monitor e parlava di figa con il suo
collega. A pensarci, strano: è lunedì e non
parlavano di calcio.
Però, per carità: la stangona bionda l'hanno
controllata per bene e magari le hanno anche sequestrato
lo smalto per le unghie perché non era nel sacchettino.
Che non si dica poi che esagero: perché stasera me
li hanno portati sì il
pane e il burro, ma guardate un po' per bene che
cosa mi hanno portato:
Ecco, io sono sopravvissuto alla dieta dei nomadi del Gobi
e certo non pretendo che mi servano il pane con le pinzette,
nemmeno in questo
schifo di business hotel che dovrebbe essere il fiore
all'occhiello di Arlon, ma magari, dovessi dire, aspettarmi
che non mi rifilino un avanzo spappolato, come dire, non lo
chiamerei un eccesso di pignoleria.
Poi vorrei che mi spiegassero anche perché ogni volta
che ho la sciagurata idea di ordinare un primo impiegano quarantacinque
minuti a ristorante vuoto per portarmelo e regolarmente mi
avvertono che il piatto è incandescente: ma se lo scaldate
a microonde, perché diavolo ci mettete così
tanto?
Santa pazienza. Non chiedetemelo perché continuo a
venire
qui.
Per il resto questa settimana inizia così come si è
chiusa la precedente: pioggia orizzontale, freddo papero e
clima complessivamente da schifo. Non ditemelo: lo so che
da voi c'è una giornata stupenda.
Più o meno, nebbia e buio, buio e nebbia. E freddo,
freddo papero, non tanto per i meno tre-punto-cinque, quanto
piuttosto per l'umidità che ti entra nelle ossa.
O sarà forse che invecchio e sempre più mal
sopporto il gelo. Che poi non è vero, perché
a me il nord piace freddo, piace d'inverno e piace grigio,
buio e bianco. No, non è un controsenso, il buio
col bianco, intendo. Non viaggiando a nord d'inverno.
Siamo rimasti in pochi quassù, questi giorni di fine
anno, ultimi naufraghi naufragati tra le nebbie delle Ardenne,
cosicché il panorama è un po' surreale, dentro
e fuori. Dentro, uffici deserti e corridoi in penombra,
fuori la luminescenza gialla della cattedrale di Arlon rischiara
la nebbia che ristagna sopra alla zona zona industriale.
Parcheggi vuoti, ghiaccio per terra, silenzio e finestre
chiuse ovunque. Buio e lampioni, insomma.
Tranne all' Arlux,
che appare travolto da un'improvvisa e piuttosto fastidiosa
animazione e briosità. Gran pienone, invero: che
si stiano preparando a qualche disastrotrash evento di fine
anno? Non voglio nemmeno pensarci. A dire il vero non riesco
a pensare a nulla di più agghiacciante e fantozziano
di un veglione di San Silvestro all'Arlux, nemmeno un capodanno
in una pensione di Tiraspol brindando con il leggendario
spumante-tappo-in-plastica sovietico. E, me lo chiedo spesso:
ma a qualcuno dell'Arlux, magari cercandosi su Gugl,
è mai capitato di leggermi?
Ché di spunti, questo tristo ed ameno luogo di pernottamente
e ristoro, continua ad offrirmene a iosa. Per dire, capita
ad esempio che vogliate entrare in camera vostra, fortunatamente
situata proprio nell'ala nuova, e arrivati alla porta
vi imbattiate in un simpatico diversivo:
No, non è la mia camera. La mia è quella a fianco
e stanotte mi si è sganciato all'improvviso il comodino
dal muro, fracassandosi al suolo con tutto quello che vi era
sopra appoggiato. Salvi gli occhiali e il cellulare.
E vi chiedete ancora perché continuo a venire qui?
Fuori, deserto, silenzio, buio, lampioni gialli avvolti dalla
nebbia. E presenze oniriche di dimensioni ragguardevoli.
- Potage du jour, s'il vous plait. - Oui monsieur. - Com'è quella di oggi? - Asparagi, monsieur. - Ça va, la prendo.
...
- Excuse-moi... - Oui, monsieur? - Cette potage est... rouge. - Oh, c'est vrai... Alors est tomate.
"Il 1991 fu l'anno peggiore. Il vento aveva soffiato per giorni e giorni con punte ad oltre centosessanta orari. Avevamo una fila di alberi in giardino: vennero tutti abbattuti. Una sera le raffiche tirarono giù il campanile della chiesa: si conficcò a testa in giù in mezzo alla piazza, come una freccia. Ricordo che dal primo luglio al 23 dicembre non vedemmo il sole nemmeno per una giornata - giuro, niente sole per sei mesi, solo pioggia, pioggia, pioggia e vento.
Il 23 dicembre rientrammo in Italia, per trascorrere il Natale con il resto della famiglia. Sa com'è, va a finire che si fa sempre tardi in ufficio, ed anche quella sera uscii che erano ormai quasi le sei. Il tempo di passare a prendere mia moglie che aveva già caricato l'auto e via in autostrada.
Ci vogliono otto-nove ore da Arlon a casa nostra, un paesino in provincia di Cuneo. Arrivammo verso le tre del mattino e andammo direttamente a dormire. La mattina dopo - era la vigilia di Natale - ci svegliammo verso le nove e trenta ed aprimmo le finestre... il sole! C'era il sole!
Lei non mi crederà, Paschetto: io e mia moglie ci infilammo il cappotto, uscimmo in giardino e rimanemmo seduti sulle sdraio per un'ora a guardare il sole."
Da Meteo Luxembourg: " Tempête en cours! De midi jusqu'à minuit, maximum entre 18 et 21 heures. Vent de sud-ouest 70-90 km/h. Entre 18 et 21 heures 90-110 km/h avec des pointes à 130km/h possibles. Le vent sera accompagné de très fortes chutes de pluie." Ecco, appunto: non avete idea di che sta accadendo quassù. Per dire, questa mattina il vento ha abbattuto un albero proprio davanti alla finestra di camera mia... *** Update delle 15.00: pare che sia l' uragano Kyrill. Incrociate le dita per il vostro inviato nelle Ardenne. Update delle 23.30: dalla CNN. Qui la situazione è un po' migliorata...
Meno nove inizia ad essere una temperatura degna di attenzione. Soprattutto se non hai messo i guanti in valigia e al mattino devi grattar via uno strato di ghiaccio vetro spesso un millimetro dal parabrezza dell'auto.
Però c'è il sole. Considerato che nel resto del vecchio continente, per quanto ci è dato sapere, sta nevicando come in Kamchatka, questo conferma la mia teoria che Arlon sia solo frutto di un'allucinazione collettiva e che in realtà non esista.
Insomma, nevica a raffica. Mica poco. Questa mattina l'auto
dormiva sotto buoni cinque centimetri di farina, stupenda
per il fuoripista, non un granché per raggiungere
l'ufficio. Arlon completamente imbiancata non è nemmeno
malaccio, che devo dirvi. Poi, comunque, la situazione si
è evoluta nel corso della giornata: il solito vento
a raffiche jet, quindi pioggia battente, infine grandinata
record e freddo umido da piangere. Ah, le mie magiche Ardenne.
Mi mancheranno, quando me ne andrò (perché
me ne andrò, vero???).
A parte ciò, ho colto l'occasione per collaudare
il nuovo
aggeggino: così a pelle posso dirvi che sta
a quello
vecchio come il dvd alle schede perforate. L'aspetto
però inquietante è che è addirittura
meglio della piccola
Nikon che abbiamo comprato tre anni fa. Non male,
considerato che è un telefono...
E infine, l'allucinazione: questa sera, qui, proprio davanti
all'ingresso dell'Arlux, ho avuto l'esatta percezione dell'avvicinarsi
ormai prossimo dell'Apocalisse. Un furgone della Mondial Casa,
targato Pavia. Con i miei occhi, giuro. E' vero: avevo in
mano un bicchiere di cognac, e quassù li riempiono
parecchio. In ogni caso, e a scanso di equivoci, prima che
mi apparisse anche Giorgio Mastrota con una batteria di pentole
in mano, ho fatto voto di non mangiare mai più pentolate
di cozze al vino bianco.
Ho deciso di fare sul serio. Intendo, questo in fondo è
un sito web di servizio. Metti che qualcuno di voi voglia
(?), o debba (ah, ecco) venire ad Arlon ed abbia bisogno
di informazioni: da oggi basterà cercare Arlon
su Gugl per accedere a questo preziosissimo tarocco della
Lonely Planet interamente dedicato alla regina (bah) delle
Ardenne belghe, il palcoscenico perfetto per ambientare
Morte di un commesso viaggiatore, quale in fondo
mi sento da quando vivo qui in trasferta. Per esigenze di
semplicità vi risparmierò i soliti capitoli
introduttivi della Lonli: malattie virali (io mi
strafogo regolarmente di cozze), viaggiatori gay, donne
sole ed anziani (ad Arlon non ci sono nemmeno viaggiatrici
giovani accompagnate ed eterossuali), rischi dell'insolazione
e dell'ipotermia (piove sempre, punto) e jet-lag (Luxair
vola al massimo a Tenerife con un cargo-charter).
Non vi garantisco di andare oltre il primo capitolo della
saga, anzi, per dirvi la verità mi sono già
annoiato, ma vediamo che ne esce fuori. Tutto sommato
ho ancora un po' di tempo da trascorrere qui, le serate
in albergo sono lunghe, la tv locale è devastante
e la scorta di libri la uso già per riempire le colazioni
e le cene. Sappiate anche che le fotografie di questo "servizio",
scattate durante una pausa pranzo grazie al mio nuovo fedele
compagno
di viaggio del quale non smetterò mai di
cantarvi le meraviglie, mi sono costate una bella lavata:
sono rientrato in ufficio completamente fradicio, vittima
dell'amichevole meteo locale. Poi dite che non vi voglio
bene.
Allora, Arlon: capoluogo della provincia del Lussemburgo
belga, pare che sia la città più antica del
Belgio, ma nemmeno loro ne sono tanto sicuri. Diciamo che
qualcosa dovevano pur vendersi e del resto a nessuno freguntubo
di contestarne il primato. Giassapete che Arlon si trova
in Vallonia e nelle Ardenne: per inciso, la Vallonia è
la metà meridionale e francofona del Belgio, in contrapposizione
alle Fiandre, che si trovano a nord e dove si parla fiammingo.
Le Ardenne sono una regione divisa fra Belgio e Francia.
Fin qui nulla di nuovo, immagino.
Arlon dista meno di dieci chilometri dal confine con il
Lussemburgo, e poco più da quelli francese e tedesco.
Bruxelles è a centoottanta chilometri di autostrada
in direzione nord, Bastogne a quaranta. Insomma: un insignificante
punto microscopico su mappe molto dettagliate. Fine della
localizzazione geografica.
Il clima di Arlon fa schifo: piove e tira un vento da urlo,
sempre. Direi che non c'è null'altro da aggiungere.
Non portate l'ombrello, è del tutto inutile: ho visto
più ombrelli sfasciati dal vento ad Arlon che filippini
in metropolitana a Milano.
Siti web: non vi parrà vero, ma c'è l'imbarazzo
della scelta. Dal sito
ufficiale della Ville d'Arlon, al sito
dell'Ufficio Turistico, ad Info-Arlon,
eccetera.
Poi, naturalmente, c'è sempre Wikipedia.
Where to stay: capirete che per compilare questo
paragrafo dovrei farmi il giro di tutti gli hotel di Arlon
ed io ormai non posso assolutamente tradire i miei amici
dell' Arlux,
dei quali vi racconto da mesi. Del resto vi ho già
anche recensito l'AC Arlon con ben due- post
dedicati. A titolo di cronaca posso dirvi che il resto dei
miei colleghi si divide, più o meno, fra il Peiffeschof
e l' Hotel
de la Gaichel. Il primo dei due è
disperso in campagna, visto dall'esterno sembra piacevole,
è perennemente avvolto dalla nebbia e se nevica ci
vuole la motoslitta per raggiungerlo. Dicono anche che ci
si mangi bene e che le camere siano piuttosto piccole. Nel
secondo ci va a dormire il mio capo, è altrettanto
disperso nelle campagne circostanti (anzi, è proprio
oltre confine, in Lussemburgo), non ci si mangia - non tutte
le sere perlomeno - e chiude alle dieci di sera: se rientrate
più tardi dovete farvi dare le chiavi. Per inciso:
ad Arlon chiude tutto alle dieci di sera e forse
anche prima.
Se avete un po' di euro da buttare dalla finestra, comunque,
il vostro posto è lo Château
du bois, del quale tutti parlano un gran bene: chi
ci è stato racconta di indimenticabili serate trascorse
nella jacuzzi con la coppa di champagne in mano, accompagnate
da musica da camera suonata dal vivo in esclusiva dall'orchestra
sinfonica belga al completo e seguite da rilassanti nottate
in compagnia delle leggendarie massaggiatrici di Saarbrücken.
Non consigliabile se alle otto del mattino seguente avete
una riunione in agenda. Peraltro, va anche detto che lo
Château du bois si trova... - anzi, non si trova proprio,
a meno di non perdersi di notte nei boschi circostanti e
vederlo apparire all'improvviso illuminato dalla luna piena.
Come suggerisce il nome - e se non ve lo suggerisce studiate
il francese - trattasi di un castello un po' sinistro:
una roba tipo Rocky horror picture show, per intenderci,
e capirete che con il clima di queste parti, tuoni, vento
e saette, non è che personalmente muoia dalla voglia
di andarlo a visitare.
Getting there and away ad Arlon, ma soprattutto away:
Luxembourg Findel international airport, a circa 45 km di
autostrada da Arlon. E' il modo più veloce per scappare
e, ahimé, la mia porta di accesso settimanale alle
Ardenne. Una bella auto a noleggio presso uno qualunque
dei dieci rent-a-car di Findel vi risolverà
molti problemi. Per esperienza personale posso dirvi che
se prenotate un gruppo B con Avis, e avete un po' di fortuna,
potrebbe anche capitarvi di andarvene in giro a pari prezzo
con una Mercedes classe C nuova fiammante: le auto gruppo
B scarseggiano da queste parti e l'upgrade forzato è
gratuito. Certo, a me è capitata anche una Kia
Cerrato e ho impiegato mezza giornata nel parcheggio
dell'Avis per trovarla, non avendo la minima idea di cosa
esattamente dovessi cercare.
Infine, per sopravvivere è necessario anche mangiare,
lo so. Ma questo argomento, perdonatemi, parlando di Arlon
richiede tempo. Non voglio bruciarmi in poche righe la splendida
opportunità di condividere con voi le mie esperienze
gastronomiche nelle Ardenne. E poi devo ancora fare qualche
esperimento per poter essere un po' esaustivo. Abbiate pazienza
e nel frattempo godetevi un po' di Arlon, quella vera, sotto
il diluvio di quest'oggi.
A breve dunque - forse - la seconda puntata: mangiare ad Arlon.
Ho già in archivio un paio di foto sufficientemente
inquietanti, ma vorrei essere un po' più scientifico
e metodico. Avrei anche bisogno di raccogliere qualche intervista
con i colleghi più esperti che hanno avuto occasione
di varcare le soglie di alcuni locali nei quali io non ho
ancora avuto il coraggio di entrare. Stay tuned. Il vostro
affezionato corrispondente dalle Ardenne.
Qualche sera fa Stefano mi intratteneva al telefono da
Somerset,
New
Jersey: " Tu credi che Arlon sia il [censura]
del mondo, ma è solo perché non sei mai stato
qui. A parte che oggi siamo a -15°, considera che l'unica
scelta per uscire a cena è andare nel ristorante
di un altro albergo, e se proprio vuoi fare una passeggiata
non c'è null'altro a parte un centro commerciale.
Se fossi nato a Somerset probabilmente mi sarei suicidato.
Anzi, no: è impossibile nascere a Somerset."
Ora, poiché ho grande stima e fiducia nelle qualità
di giudizio di Stefano, e considerato che è il mio
capo, colgo l'occasione per annunciargli da queste pagine
che io non andrò mai a Somerset.
Nell'attesa di un resoconto dettagliato da Somerset, magari
corredato di reportage fotografico, tale stroncatura mi
dà lo spunto per affrontare la puntata numero due
della mia fake-Lonely
Planet dedicata ad Arlon: l'attesissima e famigerata
guida gastronomica, ovvero la Michelin del purgatorio delle
Ardenne.
Tralascerò qui di occuparmi, per questa volta, di
due dei migliori ristoranti di Arlon, dei quali abbiamo
ormai detto tutto quel che c'era da dire e che dunque ben
conoscete: il bizzarro autogrill
dell'AC Arlon e il leggendario ristorante
dell'AC Arlux, possa sprofondare negli inferi sepolto
da una montagna di pane riscaldato a microonde e stagnolette
di burro rancido.
Ciò premesso, sappiate innanzitutto che la cucina
belga non esiste, a meno che naturalmente non si
decida di omologare la potage
du jour ed il grottesco cosciotto violaceo di
cinghiale con tonnellata di patatine fritte, pinta di Orval
e rutto libero, come cucina tipica belga. Va da sé
che i due piatti citati sono ovviamente le specialità
dell'Arlux.
Altra premessa fondamentale: ad Arlon, più che mangiare,
si beve. Il che fra l'altro spiega molte cose, ma di questo
parleremo un'altra volta. Solo qualche testimonianza in
proposito:
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Un inquietante
"aperitivo della casa" a base di
azoto liquido
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Misura standard
di un "tres petit cognac"
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Tipica cena
in un ristorante di Arlon
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Il vostro
titolare qui, apparentemente alterato, ripreso
clandestinamente da un collega durante una cena ad
Arlon
(non è che esiste anche il filmato su YouTube,
vero?)
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In un paese che non esiste, caratterizzato da una cucina che
non esiste, la sopravvivenza del malcapitato trasfertista
(quella del residente belga non saprei) è affidata
ad un pugno di ristoranti etnici che vi permettono virtualmente
di completare un giro del mondo gastronomico in meno di un
paio di settimane, al termine delle quali non vi è
purtroppo alcuna garanzia che il vostro stato di salute coincida
con quello di partenza. Ma, del resto, di Viaggi si
parla qui, mica di Tonino il fidato pizzaro sotto casa vostra.
E peraltro, parlando di pizzari, è quasi inutile che
vi dica che i ristoranti italiani ad Arlon battono Resto del
Mondo in media 4 a 1, nel senso numerico del termine. Con
una particolarità, però: che qui i ristoranti
italiani sono italiani davvero, gestiti da italiani trapiantati
in città ormai da anni, che oltre a far cassa stanno
anche dietro alle pentole (o davanti al forno a legna). Del
resto bisogna riconoscerlo: il Belgio non sarebbe il Belgio
senza gli emigranti italiani - ai quali ormai mi sento inevitabilmente
ed affettivamente legato - e d'altra parte l'emigrante italiano
in Belgio mica va a Bruxelles, nooo, macché, ad Arlon
viene. E di solito apre una pizzeria.
Il primo giorno che misi piede ad Arlon (una data che rimarrà
scolpita nel mio curriculum e nella mia psiche), all'ora di
pranzo un collega ebbe pietà di me e mi salvò
dalla frustrante mensa aziendale, portandomi in centro città
da " Enzo
Milano": lì ho bevuto la mia prima Orval
e ho imparato subito ad odiare tutta la pseudoliturgia che
dovrebbe accompagnare il giusto modo di versare una Orval
nel bicchiere da Orval, per cui se ti stappi un'Orval e te
la versi come cavolo ti pare c'è sempre qualcuno che
ti fa notare che l'hai versata troppo rapidamente, o troppo
lentamente, o troppo a scatti, o con il gomito troppo piegato
all'interno.
Ora, diciamolo: l'Orval è una normalissima ed anonima
birra trappista che, come tutte le birre trappiste, non c'azzecca
un tubo con le birre da pasto, men che meno con la pizza,
e comunque servita fredda fa schifo. Oooh, l'ho detto.
Di per sé Enzo Milano è sufficientemente anonimo
come tutte le pizzerie italiane all'estero: le tovaglie sono
a quadri rossi e bianchi, le pizze non sono male e ci si può
mangiare anche altro - io, che sono notoriamente un ateo miscredente
dedito al fast-food ed alla scelleratezza alimentare, una
volta ho perfino provato le troffie al pesto, sopravvivendo.
La vera particolarità, comunque, è che Enzo
costa come Gualtiero Marchesi epperò non accetta l'Amex.
Ti mangi una Margherita, la paghi come fosse placcata oro
e quando la metti in nota spese ti vergogni e ti riprometti
di vivere per una settimana a carote bollite.
Altre note: da Enzo, come in tutte gli altri ristoranti italiani
in Arlon, si parla italiano ed anche l'unico cameriere autoctono
è costretto a parlare con l'accento di Locri .
Per onor di cronaca devo anche dire - prima che qualcuno del
mio team venga qua dentro a massacrarmi nei commenti - che
qui mi è capitato di dover rimandare indietro l'unica
bottiglia di vino della mia vita perché sapeva di tappo.
O meglio: io me la sarei anche bevuta (non riesco a immaginare
nessuna scena più imbarazzante del dover rimandare
indietro una bottiglia di vino), ma i miei giovani tàngheri,
dopo essersene scolata metà con la scusa di assaggiarla
a turno, mi hanno flagellato pubblicamente costringendomi
a richiamare il finto cameriere di Fuorigrotta ed Enzo in
persona. Naturalmente da allora non ci sono più tornato.
I concorrenti più in voga di Enzo sono " Pinocchio"
ed il suo spin-off, " Chez
Geppetto". Si va indistintamente da uno o dall'altro
a seconda dei giorni, tipo oggi è martedì, Pinocchio
è chiuso, allora chez Geppetto. In realtà
queste due pietre miliari della ristorazione, diciamo così,
di Arlon, sono assai diverse fra loro, pur essendo vero che
Geppetto è nato da una costola di Pinocchio e che è
evidente il legame simbiotico ancestrale fra i due ristoratori,
che condividono le stesse tovagliette di carta con impresse
le reciproche pubblicità.
Pinocchio è il classico pizzaiolo amicone che ti dà
del tu e ti chiede di tua sorella anche se è la prima
volta che ti presenti, sei in gessato d'ordinanza e ti sei
fatto scaricare da un'auto blu con la scorta. A fine cena
ti offre sempre il limoncello. Poi un limoncello. Poi un limoncello.
E infine un limoncello, proprio l'ultimo l'ultimo, eddai,
prima di uscire sotto la pioggia. A me il limoncello di Pinocchio
fa schifo, però non oso dirglielo.
Il pizzaiolo di Geppetto è rasato, tatuato, piercing-ato
e molto, molto, molto muscoloso. Anche lui parla con accento
di Locri, ma il suo è vero. Anche lui è amichevole,
forse. Ti racconta sempre di quando l'Italia ha vinto i mondiali
lo scorso anno, loro avevano il locale pieno di francesi e
belgi, e quando Grosso ha segnato il rigore sono saliti sul
bancone a fare il gesto dell'ombrello ai cinquanta clienti
ubriachi e incazzati, stappando spumante a fiumi (lo sottolinea
sempre, preciso: *spumante*, non champagne).
Ogni volta che ci vado, a fine cena il pizzaiolo di Geppetto
mi fissa negli occhi a tre centimetri di distanza, e mi chiede:
" Com'era?"
Buonissima.
In ogni caso, vi consiglio i suoi spaghetti alla pescatora
(buonissimi...).
" Chez
Faty" è un altro ristorante italiano.
Solo che il cuoco è un marocchino. Trapiantato in Belgio.
Ora, converrete con me che è come sparare sulla croce
rossa, ma ci va a pranzo il direttore di stabilimento, che
è anche il mio cliente. Quindi chez Faty si
mangia da dio. Consiglio le penne alla diable, che
poi sono la variante maroccobelga delle penne all'arrabbiata.
Oddio, più che arrabbiate direi che si sono svegliate
male, ma se non sbagliate il vino possono anche andare.
Adesso però non vorrei che crediate che qui si frequentino
solo i ristoranti italiani. Noi siamo viaggiatori veri e,
per dirvela tutta, da bravo professionista, mi sono fatto
un tour approfondito della Arlon gastronomica, proprio in
onor vostro e senza (ahimè) risparmiarmi. Spero dunque
che apprezziate il lavoro del vostro corrispondente.
Il prossimo capitolo sarà quindi dedicato all'esplorazione
degli abissi perversi nei quali è possibile precipitare
volendo fare i brillanti con i ristoranti davvero etnici
di Arlon. Vi anticipo solo una cosa: il bicchiere della prima
foto in alto, quello da cui si innalza una colonna di fumo
inquietante dovuta a una fiala di azoto liquido immersa nell'aperitivo,
me lo hanno servito da "Le Grecò", uno dei
due ristoranti ellenici di Arlon, noto per il perenne stato
di ubriachezza molesta del suo proprietario. Giuro.
Stay tuned.
E così sta arrivando la primavera nelle Ardenne.
Dopo sei mesi la mia avventura quassù sta ormai volgendo
al termine: ancora un paio di settimane e dirò più
o meno definitivamente addio ad Arlon, salvo ricapitarci
magari in giornata per qualche riunione e giusto per centrare
il cinquantesimo
volo con Luxair.
Eh sì, già già. E così sta proprio
arrivando la primavera nelle Ardenne, finalmente. La stagione
dei fiori, dell'amore, dell'aere lieve che accarezza i prati.
Appunto.
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Luxembourg
Findel airport questa mattina
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Autostrada
per Bruxelles
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Arlon ore
10.30
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Nell'imbarcarmi nella sciagurata idea di recensire
tutti i ristoranti di Arlon ho colpevolmente dimenticato
di segnalare che, da quando mi trovo qui, nel mio gruppo
di lavoro sono stati segnalati un caso di epatite, una sospetta
salmonellosi ed una varicella certa, che con i disturbi
alimentari non c'entra nulla, ma che se a beccarsela è
un collega trentenne capirete bene che qualche dubbio è
pur lecito.
Dico questo anche per tranquillizzare tutti coloro che *non*
hanno volato sul volo Luxair LG6993 Lussemburgo - Milano
della mattina del 12 dicembre, sul quale è stato
incautamente lasciato salire il collega appestato, e per
spiegare inoltre agli amici del Findel Airport che, checché
ne pensino loro, io continuo a non portare armi improprie
nella cintura dei miei pantaloni e loro continuano a non
preoccuparsi della lotta alla guerra batteriologica.
Apro dunque la seconda attesissima parte della mia guida
gastronomica e gastroenterologa di Arlon segnalandovi
questo indirizzo, al quale potete trovare una lista
esaustiva di tutti i luoghi del circondario dove rifugiarvi
in preda ai deliri della fame. Se invece non siete messi
così male, cambiate città e nazione.
Come promesso, nelle ultime settimane ho dato fondo al mio
compitino di bravo reporter ed ho affrontato de visu
e de gola alcuni leggendari luoghi della ristorazione
arlonese. Ve lo dico subito, però: al giapponese
no, non ci sono andato, e peraltro più mi sono addentrato
nei meandri della gastronomia locale, più mi sono
reso conto che ad Arlon esistono decine e decine di luoghi
dove riempire lo stomaco, alcuni davvero improbabili, come
l'Anatolia, una specie di ristorante turco per giovani arlonesi
che fra le specialità in menù elenca i famosi
"pesci alcolizzati". Come dite? Ah no, trattasi
di boissons alcooliques, non poissons. Vabbè,
il mio francese è ancora da perfezionare, ma non
mi sarei affatto meravigliato di trovare un piatto di pesci
alcolizzati ad Arlon.
E del resto, perché ad esempio da Le
Petit Marcel, uno dei nostri luoghi culto, servono
delle gran piattate di cozze al vino bianco (confesso di
essermi spesso strafogato, e comunque sono pessime) e da
101
Faubourg, che si trova esattamente dall'altro lato
della piazza, vi dicono che non è stagione e non
ve le servono? Ai salmonellati più che abili la risposta.
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101 Faubourg,
il ristorante funky
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E a proposito del 101 Faubourg, ribattezzato dal mio team
il locale funky, mi ci ha portato a cena il direttore
di stabilimento. Non so se per voi sia un criterio, ovviamente
per me *lo è*. Posso anche dirvi che l'ultima volta
che ci sono tornato con un paio di colleghi abbiamo ordinato
(a pranzo...) una bottiglia di rosso argentino che ci ha steso.
Prima però di addentrarci a fondo nel tema, qualche
documento essenziale. Ho fotografato il mitico cosciotto violaceo
di cinghiale, vera ed unica specialità autoctona, della
quale si è già
parlato e che mai e poi mai mi sognerei di assaggiare,
nemmeno per voi.
Foto scattata, ovviamente, al ristorante dell'Arlux. E poiché
durante questi mesi si è spesso parlato anche della
mitica potage du jour, ecco a voi la foto di Gianluca,
emerito collega che ha collaborato a questo sciagurato tour
gastronomico, mentre assaggia quella ormai celeberrima dell'Arlux,
resa immortale da questo vecchio
post. La foto - credo - si commenta da sola.
Gianluca è perfetto come sparring partner per questa
insana attività. Non si ferma di fronte a nulla. Gli
vanno riconosciute doti di temerarietà e coraggio non
indifferenti, ma va anche detto che il suo metabolismo è
a fissione nucleare, per cui non vale. Ad esempio, eccolo
nuovamente qua sotto in azione davanti ad uno dei mitici spiedini
di Buffalo Grill, un tristissimo posto di sosta per camionisti
(pure con pretese di una certa eleganza) che scimmiotta un
qualunque analogo posto di sosta per camionisti americani
e riesce ad essere ancor più deprimente. Per la cronaca
Buffalo Grill non si trova esattamente ad Arlon, ma a Messancy,
ad una decina di chilometri di distanza. A dire il vero non
lo avrei nemmeno citato in questa guida proprio a causa della
sua delocalizzazione rispetto all'obiettivo dichiarato, ma
di fronte a questa foto non ho potuto tirarmi indietro. N.B.:
naturalmente le due bottiglie sono state vaporizzate a tempo
record.
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Quando chiedete ad un abitante di Arlon di consigliarvi un
posto dove andare a mangiare, di solito la prima risposta
è sempre Le
Kalinka. Trattasi di un ristorante russo, noto perché
a fine serata è possibile brindare a vodka e spaccar
bicchieri gettandoli alle proprie spalle contro un muro, proprio
come si fa (secondo loro) in Russia. Il fatto è che
io in Russia non l'ho mai visto fare nemmeno alle feste di
matrimonio e soprattutto non mi è mai capitato di sentire
musica tradizionale nei loro locali, tipo danze russe per
intenderci. Lassù ascoltano solo Eros Ramazzotti e
Zucchero, al massimo Caruso interpretata da Dalla.
Da Le Kalinka, invece, danze russe a tutto volume e bicchieri
in briciole a palate. Avrei anche un filmato, ma non sono
ancora riuscito a convertirlo in un formato accettabile per
il blog.
Detto questo, all'inizio non mi dispiaceva. Dopo esserci stato
per la terza volta ho iniziato a detestare quel retrogusto
di cloro che accompagna tutti i piatti (essenzialmente spiedini,
anche qua) e ho smesso di andarci, anche perché non
sono certissimo del fatto che disinfettare la carne sia un
rimedio sicuro contro la gastroenterite. Dimenticavo: il russo
non è lui, ma la moglie. In cucina, però, ci
sta lui. Che è belga.
Se ad Arlon volete davvero rimorchiare e fare colpo, o a seconda
dei casi far venire un infarto a chi rimborsa le vostre note
spese, la scelta è inevitabile: l'Eau
a la bouche. Sarebbero d'obbligo almeno la giacca
e la cravatta, che se siete appena usciti dall'ufficio non
sono un problema, ma se ci andate con gli infradito nessuno
vi sputerà in un occhio, perché siamo in Belgio
e a condizione che entrando teniate in mano ben visibile la
carta di credito. Naturalmente non accettano Amex, solo Visa
e pedalare.
Ora, voglio demolire il mito locale: all'Eau a la bouche si
mangia da schifo, le porzioni sono microscopiche perché
se la tirano con la nouvelle cuisine, e considerato
quello che costa fate conto di mangiar pepite. Di più,
il maitre è un povero deficiente che se la tira
manco lavorasse per la regina d'Inghilterra e il serizio è
scostante. La specialità è pesce, nel senso
che qualunque cosa ordiniate vi portano un vetrino da miscoscopio
con un campione di tre micron da analizzare, al quale forse
è rimasta una squama attaccata. Considerate che a me
il pesce fa schifo e qui non mi accorgo nemmeno di mangiarlo.
Insomma, fate colpo sull'amichetta belga di turno (contenti
voi), ma spendete un mutuo e non mangiate un belino.
Trovare l'Eau a la bouche non è facilissimo, perché
è disperso nella campagna arlonese lungo una camionabile
(il che rivela trattarsi in realtà di una volgarissima
trattoria per camionisti riverniciata a nuovo) e perennemente
avvolto dalla nebbia, ma se non volete sbagliarvi chiedete
dov'è che si trovano i locali a luci rosse della zona:
sta proprio davanti al più grande (nel senso, se vi
va pure male con la belga di cui sopra, attraversate la strada,
date fondo a quel che vi è rimasto nel portafogli e
almeno avete risolto la serata).
Ad Arlon ovviamente non mancano i messicani, tex-mex, mex-tex,
tex-willer e tequila bum bum. Qui si segnala il solo che abbia
provato sulle mie penne, il Casa
Loco. L'unica vera particolarità di questo
luogo da fajitas di goretex (ma avete mai visto un messicano
che non serve salse?) è che se dovete lavorare a cena
potete scroccare il segnale wi-fi della Telecom locale, che
ha la sede proprio nel palazzo davanti e la rete, ovviamente,
aperta. Siccome impiegano sei ore a servirvi, avere un pc
o il palmare collegato al web mentre aspettate può
sempre essere utile. Per inciso: il Margarita del Casa Loco
fa schifo, naturalmente. Ma se in un ristorante belga, per
quanto messicano vi appaia, ordinate un Margarita, beh, o
state scrivendo questa guida, o siete pericolosi per la comunità.
Dei due ristoranti greci vi ho già anticipato nella
scorsa
puntata. Personalmente, come sapete, ho provato solo
Le Greco, ma dopo aver bevuto il suo aperitivo della casa
all'azoto liquido, del quale vi ho lasciato la testimonianza
fotografica, e aver visto il proprietario ubriaco fradicio
allungare le mani sulle colleghe, ho pensato che a me, tutto
sommato, la cucina greca non esalta poi così tanto.
Ho quindi evitato di provare anche la concorrenza, il vituperatissimo
Zorbas
le grec. Lo so, sono un codardo, ma non me la sono
sentita di affrontarlo da solo, e nessuno dei miei soci di
disavventura mi ci ha voluto accompagnare.
L'Asia è assai ben rappresentata ad Arlon. Vi ho detto
dell'Anatolia, ma sono gettonatissimi anche Le
Palais d'Asie (il solito orrendo cinese con sala enorme
e lampade rosse di carta) e la celeberrima Couscoussière.
Nemmeno in questi ho osato entrare, ma posso dirvi che i miei
colleghi sono sopravvisuti. E non ci hanno mai più
rimesso piede. Quindi, per quale motivo il loro capo dovrebbe
sfidare il destino?
Posso invece dirvi che ho personalmente provato la Taverne
les arcades sacré ed il La Poste. Il primo
è carino e piacevole anche a pranzo. Cucina tipo bistrò,
niente di che, ma servizio ottimo: sono gentilissimi e capite
bene che ad Arlon questo piccolo particolare ne fa un locale
da tre forchette (una tovaglia di carta e un boccale di birra).
Il secondo, invece, oltre che per la leggendaria lentezza
nel servizio (fino a tre ore per un'insalata di lattuga) e
per le tristissime aragoste legate vive nell'acquario (che
nemmeno se apparteneste alla lega per lo sterminio dei crostacei
vi verrebbe in mente di sacrificare al vostro palato) è
noto per essere il ristorante dell'unico hotel in centro ad
Arlon, nonché unico hotel ad essere citato dalla Lonely
Planet, quella vera.
Ora, se vi state chiedendo il perché non alloggiamo
tutti al La Poste, potrei semplicemente cavarmela dicendovi
che non è raggiungibile via Internet, il che complicherebbe
la gestione delle nostre prenotazioni, ma preferisco citarvi
direttamente la Lonli: " Se vi presentate in
questo hotel, alla reception vi guarderanno come alieni".
Per completezza di cronaca, aggiungo che Luigi, un giovane
del mio team che come tutti i giovani è dotato di una
buona dose di incoscienza e ingenua spensieratezza, ha provato
ad andare a vedere una camera. Non l'ho mai più visto
ad Arlon, ed è un peccato, perché era un bravo
programmatore.
Sta di fatto che, dopo sei mesi di permanenza quassù,
anche questa settimana ho cenato per quattro sere consecutive
all'Arlux.
Gianluca: "Stamattina mi sono svegliato con un
mal di testa..."
Uomo di Arlon: "E' la centrale nucleare."
G: ...
UdA: "Sì, la centrale di Thionville, quella
che si vede dall'aereo atterrando a Lussemburgo. Tutti qui
soffriamo di mal di testa per colpa della centrale nucleare."
Siamo sopravvissuti in otto, ma l'ultima cena la tagliamo
solo in sei. Giovanni è fuori combattimento e il
solito
Gavino è scomparso misteriosamente poco prima
di arrivare al 101 Faubourg, già
noto qui come il ristorante funky di Arlon.
Pare che le sue ultime parole, prima di sparire inghiottito
nella notte delle Ardenne, siano state "scusate
un attimo, devo cercare una cabina telefonica".
Ora, considerato che ad Arlon non esistono cabine telefoniche
e che Gavino, come il resto della popolazione totale adulta
occidentale, è dotato di telefono cellulare, le uniche
ipotesi attendibili sono: a) Gavino è riuscito a
trovare una cabina telefonica a Messancy e c'è rimasto
chiuso dentro; se passate da quelle parti nei prossimi giorni,
date per favore un'occhiata. b) Gavino è in realtà
l'identità segreta di Supergavino, che qualcuno giura
aver visto svolazzare nel cielo notturno di Arlon; come
tutti i supereroi, è uso indossare il pigiama d'ordinanza
nelle cabine telefoniche. c) Gavino la sera esce clandestinamente
in compagnia di una cabina telefonica, che a voi potrà
anche sembrare un'ipotesi bizzarra e poco credibile, ma
per noi non lo è affatto.
Piuttosto, imperdonabile per il vostro titolare qui sarebbe
stato lasciare Arlon senza aver degustato il Maitrank
Artisanal, che a quanto pare si fregia di essere l'aperitivo
tradizionale locale. Sei mesi quassù e non lo sapevo,
non so se mi spiego.
Nessuna sorpresa, comunque: è naturalmente imbevibile,
checché ne dica Patrizia.
E' stata una settimana di sole, temperatura mite primaverile,
senza vento. Ho passeggiato per le vie del centro nei tardi
pomeriggi di luce radente, complice l'ora legale e il meteo
infine clemente. Musica celtica diffusa per le strade pedonali
lastricate in pavé, poca gente in giro, vetrine e
negozi che fino ad oggi non avevo avuto il tempo di osservare
con più attenzione, la cattedrale grigia e umida
che domina la città. Aria leggera delle Ardenne.
Pace.
Goodbye Arlon, mi mancherai (nonostante tutto).
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Marco, Patrizia,
Davide, Gianluca e Barbara
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Maitrank
Artisanal, aperitivo locale di Arlon
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Tipo, partire dalla stazione di Rouen Rive Droite alle 16.09,
dopo aver lasciato l'auto a noleggio in evidente divieto di sosta
per le prossime ventiquattr'ore perché anche il parcheggio
a pagamento della stazione è al completo e non hai tempo da
perdere, prendere l'intercity per Paris St. Lazare, arrivare a Paris
St. Lazare puntuali come un orologio - pardon, treno - svizzero alle
17.44, scendere a Paris St. Lazare - che sono quindici anni almeno,
no, sedici, dall'ultima volta che sei stato a Parigi, e fra l'altro
anche allora eri venuto per lavoro, ma ti eri fermato qualche giornata
e invece oggi - hai solo trentanove minuti di tempo per: capire in
che punto di Parigi ti trovi, capire al volo come fare per raggiungere
la Gare de l'Est, escludendo i taxi che sei in piena ora di punta
e hai presente, no?, Parigi in ora di punta, così ti infili
diretto senza nemmeno pensare nella metro, ché tanto a Parigi
la metro porta comunque dappertutto, è un assioma, dodici secondi
per studiare al volo la prima mappa che ti trovi davanti, due secondi
per verificare che vous ete ici e che la Gare de l'Est est di là
(italiano, di là intendo), devi prendere la linea E
della RER, oui, segui i cartelli, ti infili nel tunnel della RER,
ti fermi davanti alla biglietteria, c'è solo una tipa e una
coda infinita - non vorrai bloccare tutta la coda dei pendolari parigini
incazzati, vero - così quand'è il tuo turno ti avvicini
allo sportello e, molto molto timidamente, chiedi excusez moi, parlez
vous anglais, e così hai praticamente esaurito tutto il tuo
peppiniano vocabolario di francese, ma quella naturalmente ti risponde
sorridendo non non, così, come nulla fosse, ti ricordi che
hai lavorato per sette mesi ad Arlon e, con estrema nonchalance (si
scrive così?), dici che je doit aller a la Gare de l'Est (il
francese non lo so, per cui è ovvio che a scriverlo invento,
no?, non state a fare i pignoli che è tardi) e lei ti risponde
che sei sulla via giusta e ti spara due biglietti da una corsa, perché
tanto che ci sei ne prendi uno anche per domani quando farai il tragitto
a ritroso verso Rouen e avrai ancora meno minuti a disposizione, e
così, trascinando il tuo trolley compagno di mille battaglie,
lo zainetto del pc, e contemporaneamente - contemporaneamente - rispondendo
a una telefonata di lavoro che ti arriva proprio in quel momento -
e naturalmente a Parigi il cellulare prende benissimo anche nei tunnel
della metro - scendi ancora più sottoterra e, sebbene tu abbia
capito che da qui tutti i treni vadano verso la Gare de l'Est perché
sei al capolinea della linea E e quindi puoi prendere quello che vuoi,
ti chiedi se devi scendere verso la banchina di destra, vois 32 e
34, o quella di sinistra, vois 31 e 33, quando con la coda dell'occhio
intercetti un tabellone luminoso e, continuando a telefonare e trascinandoti
sempre dietro il trolley, il pc, ecc, ti sembra di capire che il prossimo
treno stia partendo dal vois 31, così te la giochi, ché
sei in pieno videogame e i minuti passano, prendi al volo il treno
al vois 31 schiacciandoti in mezzo alla folla di pendolari e mentre
sei al telefono riesci anche a chiedere al pendolare appiccicato al
tuo naso, che stai prendendo a colpi di trolley sui menischi, se s'il
vous plait, pour la Gare de l'Est on va bien, e lui ti sorride e ti
dice che oui, devi sortir alla prochaine, e così attraversi
mezza Parigi in un colpo con un'unica fermata e scendi a Magenta,
e sopra la tua zucca c'è la Gare du Nord, ma i cartelli ti
dicono che stai andando bene anche per la Gare de l'Est e quindi hai
già vinto un bonus e vai forte dài che ce la fai, e
fra parentesi per fortuna nel tunnel della metro fra una stazione
e l'altra il segnale del cellulare è caduto bontà sua,
e insomma schizzi fuori dalla metro e ti ritrovi in mezzo a Parigi,
che non è esattamente come essere in centro a Villasanta, e
vedi dall'altro della strada un cartello che indica Gare de l'Est,
e per fortuna almeno ha smesso di piovere, guardi l'orologio, attraversi
la strada, percorri a tempo maratona i trecento metri che ti separano
dall'ingresso della gare, punti il tabellone, tutto in orario, ancora
quindici minuti, abbastanza per a) comprare un panino al salame e
una bottiglia d'acqua, b) renderti conto che hai sì il biglietto
per il TGV per Lussemburgo ma non hai la prenotazione obbligatoria,
c) fiondarti alla biglietteria, tre minuti di coda, parlez vous anglais,
oui, ohcheculo, ma vai avanti in francese lo stesso perché
ormai sei completamente in palla e non vuoi compromettere la prestazione
da record, d) uscire sessanta secondi dopo con la tua prenotazione,
così ti imbarchi sul TGV per Lussemburgo pronto al binario
senza nemmeno aver bisogno di correre, osservi che sul TGV per Lussemburgo
per fortuna c'è la presa di corrente ad ogni posto e quindi
puoi attaccarti con il pc, perlomeno in prima classe, ti accorgi che
hai scordato a Rouen il caricabatteria del cellulare porcaccio giuda
e quindi fra un po' sei a secco, almeno fino a domani sera al tuo
rientro, e vabbè, parti in perfetto orario per Lussemburgo,
ti accorgi anche che il tuo abbonamento per dieci ore alla connessione
Internet con Orange France qui non serve a una cippa perché
prevede che ci sia un hotspot disponibile, e ovviamente sul treno
non c'è, e quindi ti fotti tu e quelle dodici e-mail che dovevi
inviare nel frattempo, anche perché se provi a inviarle con
la tua scheda dati Vodafone ti costa un mutuo, arrivi a Lussemburgo
spaccando il minuto alle 20.44, ti ricordi che l'ultima volta che
sei venuto a Lussemburgo in treno è stato nel 1993 ed anche
allora, guarda un po', c'eri venuto per lavoro, ma la volta prima
in treno a Lussemburgo è stato nel 1983, quando te ne andavi
a zonzo per l'Europa con lo zaino e il sacco a pelo e il tuo primo
Interrail e, oh, son passati ventisei anni, non so se mi spiego ( minchia!)
e insomma sta di fatto che il treno per Arlon parte alle 21.24 e tu
non hai il biglietto, quindi nuova biglietteria, ormai tu e il francese
siete come tu e l'occitano, e quindi in pochi minuti esci dalla biglietteria
felice possessore di un biglietto andata e ritorno Lussemburgo - Arlon
- Lussemburgo, ché domani pomeriggio alé, videogame
a rovescio, e parti pacifico e puntuale per Arlon alle 21.24, spaccando
il secondo questa volta, ed alle 21.44 il treno, in questa fredda
serata di gennaio, a quasi due anni di distanza, ti risbarca nella
tua Arlon, dove a prenderti alla stazione c'è l'immancabile
Gianluca,
appena arrivato da Francoforte con una macchina a noleggio targata
quindi D, che siccome sei in Belgio e sei reduce da una giornata così
capisci che è proprio la ciliegina sulla torta, e Gianluca
e la macchina targata D ti accompagnano infine all' Arlux.
Buon compleanno C. E welcome back in Arlon, ché tanto lo so
che le vuoi bene.
P.S. All'Arlux hanno cambiato la moquette, da verde acido a marrone
cacca. Adesso è un Best Western...
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Paris, Gare de l'Est
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