|
Poi parliamo anche di Mallorca, Baleares. Ma adesso, la domanda che mi preme è: basta che mi segni "Best Western Premier Kukdo", o è meglio che a Seoul ci arrivi con un biglietto in tasca con scritto ベストウエスタンプレミアホテル国都?
Si intende ovviamente, inutile dirlo, che mentre i fotografi della Reuters scattavano queste io stavo esattamente a cinquecento metri da lì, rispondendo agli sms di auguri di ferragosto che mi arrivavano da casa tipo anche qui credo festeggino qualcosa di grosso, ma mica ho capito cosa.
E intanto scattavo foto al solito tempio buddista sorseggiandomi un frullato, senza avere la minima idea di quel che stava accadendo lì a due passi.
E il bello è che eran due giorni che passavo di lì e vedevo montare il palcoscenico gigante e tutto 'sto ambaradan, ma mica mi è venuto in mente di chiedere a qualcuno che diavolo stessero combinando.
C'è un motivo per cui tengo un blog e tiro la carretta facendo il consulente, invece che concorrere per il Pulitzer.
L'ho scritto via Twitter: ho pile di appunti fitti fitti nella mia inseparabile moleskine, ma son state giornate queste ultime che definire rocambolesche è dir poco. Avrei avuto da scrivere a fiumi di questi miei primi tre giorni a Seoul, ogni sera, ma per una volta - confesso - non ce l'ho fatta a tenere il ritmo.
In fondo, fino a martedì ero sulle spiagge di Mallorca e venerdì mattina - per me, ma ancora giovedì notte per chi è rimasto nel fuso orario da dove son partito - ero già dodicimila chilometri più ad est, completamente schiantato dalla stanchezza e dal fuso orario. E non mi son nemmeno fermato: al pomeriggio ero già in giro a far maratone per Seoul, ché non volevo perder tempo.
Col caldo di Seoul.
Con lo smog di Seoul.
Con la pioggia di Seoul.
Col jet-lag impallato in testa.
Capite bene che.
Così, ad esempio, non son riuscito a scriver nulla del volo, e ne avevo di cose in testa, ché son ripassato di notte sopra ad Irkutsk, Ulaan Baatar e Beijing ad otto anni di distanza. E quanti pensieri in aria con me...
Il che mi ha anche fatto venire in mente che non solo questo è il mio sesto viaggio in oriente, ma gli ultimi tre son stati tutti a distanza precisa di quattro anni: 2002 Asia Overland, 2006 Giappone, 2010 Corea.
Alla fine, sempre fra i gialli torno. Ormai l'Asia orientale è davvero la mia seconda casa
Fra parentesi, volare business class in intercontinentale ha ancora il suo perché, soprattutto in tempi di crisi economica e compagnie aeree che son sempre lì per fallire . Non fosse che a me lo champagne non piace, il salmone non lo reggo, il paté mi fa schifo e le ostriche mi danno il voltastomaco.
E questo è lo sciagurato menù servito da Air France ai fortunati (?) passeggeri delle prime otto file (e comunque in realtà non ero in prima fila, ma in seconda: ho scoperto che al di là della paratia davanti a me c'era ancora una fila speciale con soli quattro posti stellari, in *pelle bianca e radica*, con scrivania e divanetto per i piedi: la mitica fila uno imperiale per la quale, suppongo, ci voglia minimo un miliardo di miglia).
Di Seoul (e magari di un altro pezzettino di Corea, se riesco ad infilare tutti i miei programmi) vi racconterò nei prossimi giorni, ché nel frattempo voi state uscendo a cena a festeggiare il Ferragosto, ma qui son le tre del mattino e magari me ne vado anche un pochetto a dormire.
Intanto però vi lascio un assaggio, alcuni frammenti sparsi e qualche istruzione per l'uso.
Tipo che se arrivate fusi dal fuso, oltre al solito boiler ed alle bustine del tè magari in albergo trovate anche quelle del caffè e questa, francamente, fino ad oggi mi mancava.
Il caffè fa ovviamente schifo come da aspettattive, ma viste le mie condizioni non son stato tanto lì a sottilizzare.
Il vero errore, in preda alla fame più nera per via della combinazione jet-lag più menù Air France, è stato aprire la lattina dell'unica cosa commestibile presente nel frigobar, all'apparenza innocue noccioline coreane, mescolate a qualcosa che lipperlì mi sembravan semi di finocchio.
E invece no, erano pesciolini secchi e salati. Esattamente la cosa che ti sogni a colazione insieme ad un croissant caldo.
A fianco della lattina criminale di cui sopra, un esemplare di lattina di Pocari Sweat, bevanda alla quale ormai da anni io devo la mia sopravvivenza ai climi allucinanti dell'estremo oriente in pieno agosto. Mi chiedo com'è che in Italia non esista ed anzi, quasi quasi faccio un business e inizio ad importarla.
Di cosa sa? Che domande, di Pocari Sweat, naturalmente.
Questa camera d'albergo è peraltro la conferma - noccioline incluse - che gli standard coreani sono stellari come e più di quelli giapponesi. Qui, a differenza dei loro storici rivali, non fanno nemmeno problemi di spazio.
Così, mi piacerebbe mostrare a qualche povero albergatore italiano che si fregia di quattro stelle, dove mi è malauguratamente capitato di soggiornare negli ultimi anni, questo tranquillo e modesto tre stelle coreano con camera matrimoniale letto king size uso singola, situata al ventesimo piano di un medio grattacielo di Seoul, con relativa vista panoramica sulla città, camera peraltro larga più o meno come il salone di casa mia, con un bagno iperaccessoriato, grande e modernissimo, tv led quaranta pollici di ultima generazione a cento canali satellitari, collegamento internet ad altissima velocità *gratuito*, frigo bar con prima consumazione *gratuita*, due poltrone in pelle bianca, scrivania grande, tavolino di cristallo per relax, dotazioni varie che nemmeno sto a dirvi, eccetera eccetera.
E, non ultimo, questo.
Non ho osato chiedere cosa sia esattamente, ma immagino un coso per massaggiare i piedi, o perlomeno scaldarli. Non sono nemmeno riuscito a farlo funzionare, e sì che non dovrebbe essere complicato visto che ha un solo bottone.
Naturalmente, qui come al di là del Mar Giallo, ci sono i mitici water spaziali. Solo che a Seoul, per fortuna, hanno le istruzioni anche in inglese, non solo in ideogrammi.
E' così che ho appreso che pure in questo i coreani sono più avanti dei cugini giapponesi (non c'è nulla da fare: è da questi particolari che lo vedi che il Giappone è in crisi e che la Corea, invece, è una locomotiva dell'economia mondiale): qui, infatti, oltre alle funzioni "uomo" e "donna", c'è anche quella "bambino". Non ho ben capito dal disegno in cosa si differisca esattamente dalle altre due. Forse dovrei provare.
C'è anche da dire che qui le istruzioni in bagno te le appendono, non come in Giappone che dovevi schiacciare tutti i bottoni per capire almeno come fare a tirare lo sciacquone.
E le istruzioni, non c'è che dire, sono interessanti.
Soprattutto la prima riga.
Insomma, qui sono. E questo è quel che si vede dalla mia finestra. Il prezzo di questa camera, fra l'altro, è almeno un trenta per cento in meno dei quattro stelle (non) citati di cui sopra.
Euljiro 4-ga, la mattina del mio arrivo |
...e il panorama di notte |
I prossimi giorni vi ci porto davvero in giro per Seoul, abbiate fede.
Cose che spero i miei figli non vengano mai a sapere (d'altra parte, se decidi di viaggiare in un paese manga, non puoi nasconderti a certi incontrollabili desideri celati per quarantacinque anni negli angoli più remoti del tuo subconscio).
Insomma, mi si accusa di non fare il viaggiatore serio. Ma il fatto è che sono in giro quattordici ore al giorno e non avete idea di quante foto ho già in archivio e di quanta roba avrei da scrivere. Non solo non ho tempo, ma non so più nemmeno da dove cominciare. Magari butto giù qualcosa domani sul treno per Busan.
Nel frattempo ho caricato la nuova foto di testata per questo thread sulla Corea. Vi piace?
E poi, come si fa a fare i viaggiatori seri quando si vedono certe cose? Tipo, ma voi ve lo ricordate il segway? E peraltro lo avete mai visto in giro, a parte in qualche servizio di Studio Aperto che annuncia le novità rivoluzionarie all'ultima moda in arrivo da Miami? (A Miami in realtà non si è mai visto un segway nemmeno dipinto).
No perché io son dovuto venire fino a Seoul per vederne uno (e non vi dico che fulminato era il tipo che lo guidava).
Intanto beccatevi questa. Ve lo dico già, fa schifo. Stamattina a Seoul pioveva e tirava vento, e in più non sono nemmeno salito in cima alla N Seoul Tower, che stava esattamente alle mie spalle e sopra alla mia testa, ed il motivo è semplice: come sanno tutti coloro che mi frequentano, odio gli ascensori, soprattutto quelli inutili blindati dentro a pilastri di cemento armato alti trecento metri (già mi becco ogni giorno in albergo i venti piani per scendere e salire in camera).
Così mi sono accontentato di buttar lì rapido una sequenza a 180° scarsi, presa di fretta e pure sul lato più brutto della città: la vista è verso sudovest e purtroppo è anche quella meno significativa, opposta al centro città, che dal punto dove mi trovavo rimaneva nascosto dal bosco.
Vabbé: le foto vere di Seoul (e il travel log relativo) con un po' di pazienza sono in arrivo.
180° di Seoul (i meno affollati) sotto la pioggia, dalla cima del Namsan |
Iniziamo col dire che si pronuncia Só(l), o qualcosa di simile, con la "l" finale che di fatto è quasi mangiata e la "ó" chiusissima. Poi scrivetelo un po' come vi pare, Seoul o Seul: qui, come di consueto, si adotta lo standard locale.
Per il resto, del coreano a me è chiarissima una cosa: non ci capisco un tubo, e nemmeno ci provo a pronunciarlo, che è peggio del dialetto khmer.
Ho capito però come scrivono: non è vero che hanno gli ideogrammi come i cinesi, sembra a voi. In realtà utilizzano un normalissimo alfabeto di ventiquattro normalissime lettere, metà delle quali sono vocali derivate dai linguaggi ancestrali dei protonomadi del Gobi, l'altra metà sono consonanti klingon impronunciabili. E' che poi si divertono a scrivere magari due o tre lettere una sopra all'altra, impilandole, o racchiudendole in un quadrato a formare una sillaba, che vuoi mettere come diventa tutto più artistico (e illeggibile, oltre che impronunciabile)?
L'altra premessa d'obbligo è assolutamente soggettiva e, per quanto mi riguarda, di per sé riepilogativa del tutto che poi segue. Per cui, volendo, potete fermarvi anche qua: detto che se mettete un cinese di fianco a un giapponese li distinguete benissimo, se mettete un coreano di fianco a un cinese non ci riuscite ed idem se lo mettete di fianco a un giapponese.
In altre parole, questo viaggio nasce su un'idea sballata che mi ero fatto quattro anni fa in Giappone, ossia che la Corea (del Sud, o più propriamente Repubblica di Corea) fosse un Giappone ancor più portato all'estremo, e di conseguenza i coreani. Da lì il desiderio di venire quaggiù, sulla scia dell'entusiasmante esperienza nel sol levante.
In realtà i coreani sono esattamente il prodotto mescolato di cinesi e giapponesi, e nemmeno saprei dire in che dosi. Dipende un po' dalle angolazioni dalle quali li si vuole osservare. Non è un caso che si trovino esattamente in mezzo e che nel corso dei secoli le abbiano prese un po' da tutti i vicini.
Tecnologicamente ed industrialmente sono giapponesi a tutti gli effetti, e probabilmente anche più competitivi in certi settori. Anche socialmente, nei rapporti interpersonali, sono molto simili ai cugini insulari. Nei comportamenti individuali e somaticamente mi sembrano invece decisamente più prossimi ai cinesi.
Come i cinesi si ciuppano le orribili e maleodoranti minestrine preconfezionate, ma la disponibilità verso lo straniero è quasi pari a quella giapponese, a meno della smaccata piaggeria nipponica che rende spesso palesemente forzata quella medesima disponibilità. Dunque, meglio.
Gli pare però conveniente ruttare in pubblico e talvolta anche sputare, come i cinesi (ma molto meno), ma sono molto più internazionali e cosmopoliti, pur ancora lontani dai giapponesi e per quanto gli stessi giapponesi lo siano più che altro molto in apparenza più che in sostanza.
Di certo, rispetto ai cugini, sono molto più american-fascinated, ma immagino sia dovuto ai differenti trascorsi storici nei rapporti con gli yankee.
Come i giapponesi, infine, giocano a baseball, ma vestono orrendamente come i cinesi.
Tutto questo, naturalmente, potete catalogarlo alla voce informazioni dozzinali, prive di alcun fondamento e basate solo su qualche giorno di osservazioni superficiali.
Ma tant'è.
Io, comunque, in oriente mi sento ormai davvero a casa e mi trovo (quasi) perfettamente a mio agio. Se metto insieme tutte le esperienze vissute negli ultimi anni, ho di fatto accumulato mesi di permanenza in buona parte delle metropoli di questa parte del Globo.
Fra parentesi, l'ultima volta che son stato in viaggio intercontinentale da solo, non per lavoro, è stata se non sbaglio nel '98, che guarda caso fu proprio la mia prima volta in estremo oriente.
Insomma: sono in viaggio su un treno diretto a Busan, seconda città coreana e uno dei porti più grandi del mondo, e ne approfitto per mettere finalmente ordine fra gli appunti e le foto di questi giorni a Seoul.
Vediamo, consulto le mie note. Cose che ho fatto appena arrivato a Seoul: districato fra gli autobus e riuscito a raggiungere l'hotel; comprato abbonamento mezzi pubblici e metro: qualche perplessità di fronte alla macchinetta automatica coreana, che dopo aver studiato per un po' ho affrontato infilando alcune banconote nell'apposita fessura.
Mi aspettavo in cambio una tessera magnetica, come quella che hanno tutti, invece mi ha sparato fuori questa:
Siccome sono sufficientemente evoluto tecnologicamente, ho fatto la cosa più logica: mi sono avvicinato ai tornelli e ho provato a passare tenendo in mano quell'affare. Ha funzionato. Ottimo. Credo sia una versione della tessera magnetica per bimbiminkia manga coreani, da tenere attaccata al cellulare insieme al pupazzetto di Hello Kitty.
Quindi, depositate le valigie in camera, armato di chiavetta manga, mappa della metro in mano, completamente fuso dal fuso, mi sono fiondato ad affrontare Seoul.
Ho addiritura lasciato la macchina fotografica in camera, ché almeno il primo pomeriggio desideravo solo vagabondare per il centro e godermela, la città. Immergermici, farmi inghiottire e trasportare dalla folla. Sentirmela addosso, Seoul, prima di iniziare l'esplorazione metodica. E son partito con Brian Eno e David Byrne nelle orecchie, ché Strange overtones ci stava proprio bene per farmi cullare nella corrente umana.
Non son durato molto: dopo un paio d'ore di maratona ero bello secco su una panchina a downtown, sotto ad un ombrellone, circondato dalla solita foresta di grattacieli di cristallo ed acciaio. Ci son rimasto fino al tramonto, un po' a dormicchiare, un po' a scrivere, un po' a guardare il passaggio, finché Seoul non ha iniziato ad accendersi tutta, dal basso verso l'alto, e a riflettersi nel cielo nuvoloso.
Poi, in compagnia di Al Stewart, mi son messo per vicoli a caccia di un posto dove cenare, ingannando il fuso orario.
Per le strade di Seoul si fa fatica a vederne, di occidentali. Li conti sulle dita delle mani. Soprattutto, quei pochi giovani bianchi che vedi son quasi tutti per mano ad una ragazza coreana. Non han la faccia di averla trovata lì: sembrano piuttosto europei che con una coreana ci si sono fidanzati a casa loro, e la tipa adesso li sta portando a visitare il proprio luogo d'origine. O forse mi sembrano a me. Mah.
L'altra cosa che noti è l'incredibile quantità di tavolate di sole donne la sera al ristorante, come a Warszawa. Addirittura sono in numero maggiore degli uomini, che comunque son viceversa sempre accoppiati, al massimo con un amico. Non mi risulta però che, come in Polonia, anche qui gli uomini siano tutti emigrati in Germania a lavorare. Mah, reloaded.
In generale, per Seoul vale quello che ho detto del mio approccio con i sudcoreani: prendete Tokyo e Beijing, aggiungetegli un po' di Bangkok, buttate tutto in un frullatore ed eccovi Seoul.
Se conoscete le tre capitali di cui sopra, Seoul non vi riserverà alcuna sorpresa, salvo proprio il fatto di ritrovarvici perfettamente ad ogni semaforo e che ad ogni angolo vi sembri di essere in una a scelta delle tre sorelle asiatiche.
Con Beijing condivide i grandi palazzi imperiali: dovessi proprio proprio dire, a memoria Gyeongbokung e Changdeokgung mi son piaciuti più della Città proibita, ma sono probabilmente condizionato dalla mia radicata antipatia verso la Cina.
Sono cinque i palazzi imperiali di Seoul, e girarli tutti in un paio di giornate con il tipico clima locale estivo è challenging almeno quanto un corso di sopravvivenza nella giungla malese (fatto, anche quello).
Tanto che ci sono vi faccio vedere qualcosa, va'. Anche un po' di tipi strani del posto.
I palazzi grandi e le piazze d'armi non ve li metto, ché tanto dentro l'obiettivo nemmeno ci stavano (ah, quanto mi manca il mio buon vecchio 24mm), ma ci sono anche quelli.
E i tipi strani, dicevo:
Seoul, alla corte degli imperatori |
Del clima, appunto, ho già detto, e vale anche in questo caso la regola del frullatore: prendete il caldo asfissiante di Tokyo o Bangkok ad agosto, aggiungete lo smog e la foschia di Beijing e benvenuti a Seoul. Piove spesso questi giorni, alterna diluvi universali di mezz'ora con lampi e fulmini a sprazzi di sole e cielo e azzurro, a pioggerellina fastidiosa ed ostinata.
Quando piove, poi, si alza all'improvviso un'umidità atroce che ti si appiccica letteralmente addosso. Avere la t-shirt costantemente fradicia è la regola e a pensarci questo mi ricorda ancor più la Cambogia in periodo monsonico.
Ho avuto un'intuizione geniale a mettere in valigia il piccolo asciugamano verde "da passeggio" che avevo acquistato in Giappone proprio per ragioni analoghe. La differenza è che mentre in Giappone tutti vanno in giro con l'asciugamano al collo, qua sembrano fregarsene. Oppure non sudano, loro (ma non mi sembra).
A dirla proprio tutta, topograficamente la capitale sudocoreana ricorda anche Hong Kong, non fosse altro per il territorio collinare sul quale si estende. La posizione, comunque, non è all'altezza della bellissima ex-colonia britannica (le foto fanno parte dell'orribile set scattato dalla cima del Namsan, di cui avete avuto qui la panoramica d'assaggio).
Seoul, dal monte Namsan: panorama verso sud |
Seoul si gira come Tokyo: non ci sono indirizzi, né nomi delle vie, ma con un po' di pratica si prende la mano rapidamente. I punti ed il sistema di riferimento sono piuttosto chiari, la metro è semplice. Tutto sommato, perdersi davvero è impossibile, anche in mezzo ai quartieri hanok, per quanto ci abbia provato.
Ad esempio, nel quartiere di Buckchon.
Seoul, Buckchon Hanok village |
Ci ho anche provato a chiedere un'indicazione ad un vigile, un mattino. A parte che qui nessuno spiccica una parola una d'inglese, l'ho ovviamente mandato nel panico. Detto che in realtà sapevo quasi esattamente dove mi trovavo e quale fosse la direzione che mi interessava, e volevo più che altro una conferma, ho visto il tutore dell'ordine (stradale) consultarsi prima via radio con almeno tre colleghi e poi - fantastico - tirar fuori di tasca il suo quadernino a quadretti dove si era disegnato a manina, con la penna, tutta la rete stradale del circondario e si era segnato i punti di riferimento.
Ma ve lo vedete, voi, un ghisa col quadernetto in tasca con disegnate a penna Montenapo e Via della Spiga?
Come di mia abitudine, scarpino per chilometri e chilometri. Seoul si presta, è abbastanza a misura di pedone: non nel senso delle distanze, che sono quelle tipiche di una metropoli da quattro milioni di abitanti, pure collinare, ma in termini di viabilità. Il traffico non è particolarmente da incubo e questa sì è una novità in Asia. In compenso la folla per strada è travolgente come di consueto da queste parti, soprattutto nei distretti tipici dello shopping e delle vasche serali.
E naturalmente c'è la classica downtown molto cool, molto alta ed alla moda, come in qualunque altra tigre asiatica che si rispetti. Con la caratteristica in più di essere attraversata da una specie di canale, con tanto di cascata, nel quale adulti e bambini si diverton come pazzi a nuotare e sguazzare, soprattutto alla sera.
Dovessi dire, dall'odore che sale a tratti e da alcuni canali che ho visto scaricarvisi dentro, ecco, a me tutta questa voglia di rinfrescarmi lì dentro, nonostante tutto, non è venuta.
Le religioni ci son ovviamente tutte, a partire dal buddismo coreano, che trova la sua massima rappresentazione nello Jogye-sa (a proposito, è di lui che scrivevo).
E infine c'è la gente, ci son le solite bancarelle, i soliti spiedini, i soliti colori che amo e per i quali, tant'è, ritorno sempre da queste parti. In particolare, adoro quelli che fanno i frullati ghiacciati su misura, per strada: sono la mia sola arma di salvezza contro le solite salse e i soliti fritti orientali che mi stanno già facendo a pezzi.
E adesso mi metto a scaricare le foto di Busan, che ne ho fatte milioni. Pant, pant.
Innanzitutto Busan, non Pusan. Si dice così. Fine della questione.
Poi.
Il mio supertreno KTX 113 Seoul-Busan delle 8:00am, orgoglio delle ferrovie coreane, è arrivato con tre minuti di ritardo. Su una distanza di poco più di quattrocento chilometri, coperti nel tempo abissale di due ore e mezza. Un disastro inaccettabile. Roba che in Giappone licenziano in tronco immediatamente dieci dirigenti scelti a caso e suicidano l'amministratore delegato delle ferrovie nipponiche tutte.
Ci son rimasto davvero male. E peraltro il tabellone segnava almeno altri tre treni in ritardo, un paio con un minuto ed uno con quattro, diconsi quattro minuti oltre l'orario programmato. Per non dire che un treno che mi portasse a Busan in meno di due ore non l'ho proprio trovato ed anche questo è inconcepibile (per un giapponese, come me).
E' evidente che le ferrovie coreane versano in uno stato disastroso, c'è ancora molto da imparare dai giap in questo caso.
Il KTX, orgoglio delle ferrovie coreane |
Alcune facilities disponibili sul KTX: vagone cinema, tv, collegamento wireless dedicato in ogni vagone, schede per collegamento wireless disponibili (quasi) per ogni passeggero (ne hanno in dotazione dieci per ogni carrozza), alimentatori per cellulari.
Come in Giappone, peraltro, non esiste che qualcuno telefoni in mezzo al vagone: se devi telefonare te ne vai fuori dagli scompartimenti e non rompi le scatole. E va da sé che tutti spengono le suonerie. Civiltà.
Fermate: Daejon, Dongdaegu. Non avendo né una carta geografica, né una guida della Corea, non so dirvi nulla in merito. Certo potrei andare su Wikipedia, ma potete farlo anche voi, nel caso.
Curiosità del viaggio verso Busan: i parallelepipedi. Avevo già osservato a Seoul, soprattutto dalla Seoul Tower, le sterminate periferie (ma anche interi quartieri del centro) costellate di grappoli di torri di venti-trenta piani (ma a Seoul e a Busan ci sono ampie zone dove l'altezza media è cinquanta piani), tutte irrimediabilmente identiche. Affascinanti, a modo loro. Ho scoperto che l'intera Corea è fatta così.
In realtà ricordo di aver visto incubi edilizi simili in Giappone (e in Cina, naturalmente), ma qui il fenomeno mi sembra portato davvero all'estremo. Ogni città è circondata per chilometri da queste foreste immense suburbane di cemento armato. Le foto non rendono l'idea, davvero.
E parlando di foto, la giornata a tratti nuvolosa filtrata dai finestrini del treno in corsa, con la complicità degli scatti rubati al volo, crea immagini quasi dipinte, stranissime. Pensavo di metterne solo una, poi nello sceglierle ho scoperto che mi piaceva l'effetto ad insieme (a voi magari fanno schifo).
In viaggio verso Busan, quartieri popolari di città ignote |
Questo scatto al volo è talmente onirico che ha un suo perché... |
Busan l'avevo sottovalutata. Del resto, viaggiando senza alcuna preparazione e senza almeno una guida da leggere, programmando i miei spostamenti di giorno in giorno in base a eventi casuali, non ho riferimenti, né un piano.
Ho scelto Busan perché un giorno pieno mi avanzava. So che è la seconda città della Corea ed uno dei più grandi porti commerciali al mondo, e ho visto che da Seoul era raggiungibile rapidamente. Del resto ce l'avevo già nel mirino fin dai tempi del Giappone, quando mi trovavo a Fukuoka ed avevo studiato una mezza possibilità di rientrare a casa proprio dalla Corea, imbarcandomi per Busan. L'asse Fukuoka-Busan è infatti la principale rotta di collegamento fra i due paesi, a parte il volo Tokyo-Seoul, tant'è che Fukuoka è la città più coreana del Giappone, dicono.
Sta di fatto che a Busan ci ho fatto letteralmente una corsa di otto ore, ma sarebbe stato decisamente preferibile fermarcisi almeno una notte e spezzarla con più calma in due giorni, ché li avrei riempiti bene.
Seguo lo schema ormai collaudato dei paragoni: prendete Hong Kong, aggiungete Rio de Janeiro, dividete per due (ma anche per tre, va'), et voilà Busan. Be', a meno di qualche milionata di abitanti, degli ideogrammi e delle spiagge oceaniche, a me par pure Genova, a tratti perlomeno, non fosse altro per le strade sopraelevate per chilometri che si annodano fra i palazzi ed il lungomare.
Di Hong Kong e Rio condivide in parte la posizione naturale, affacciata su un sistema di ampie baie, chiusa alle spalle da colline coperte di foresta verde. Condivide anche le infinite schiere di grattacieli, nella fattispecie confermando la teoria dei parallelepipedi di cui sopra, che qua raggiunge davvero livelli da capogiro: si estendono a perdita d'occhio, per quartieri e quartieri interi, quasi mai meno di quaranta piani, ma tranquillamente oltre i sessanta in taluni casi.
Busan, anche qui intere foreste di parallelepipedi di cemento |
Con Rio condivide il lungo sistema di spiagge bianche. Per carità, non stiam parlando di Ipanema, Botafogo e Copacabana, ma a non voler rimanere ancorati agli stereotipi non è che Gwangalli, Songdo ed Haeundae beach siano poi così da meno, nemmeno per estensione chilometrica. Se le guardate bene, il panorama è quello: larghe e lunghissime strisce di sabbia affacciate sull'oceano, ad ampio semicerchio, chiuse alle spalle da file di grattacieli, delimitate da trafficate avenue ad otto corsie, le colline verdi a racchiudere il panorama circostante.
Io, qui, un bagno lo avrei fatto eccome, ad aver avuto il tempo di asciugarmi. Non avendolo, mi sono accontentato di metterci in piedi, nell'oceano.
E' stata davvero una corsa contro il tempo quella a Busan. Alle 19:00 mi aspettava il KTX per Seoul: appena arrivato mi sono immediatamente fiondato al tourist information della stazione, ho afferrato una mappa della città, una brochure dei sightseeing bus, che qui fan quattro giri diversi partendo tutti proprio dalla stazione ferroviaria, ed una timetable con tutti i percorsi e gli orari delle fermate.
Son salito sul primo in partenza e con 10.000 cosi di biglietto, poco più di sei euro, via per la giornata intera, concatendando autobus con autobus, scegliendo le fermate sulla base delle fotografie e delle indicazioni nella brochure, ogni volta con quaranta minuti esatti a disposizione fra un bus e l'altro per esplorare i dintorni della fermata di turno, tutto perfettamente incastrato per essere puntuale in stazione a riprendermi il treno per Seoul.
L'unica cosa che ho trascurato è che in questo piano perfetto non era prevista alcuna sosta per mangiare né bere.
Risultato: in stazione ci sono arrivato in orario perfetto, ma in stato di cannibalismo avanzato. E sudato come una bestia (sembravo uscito - giuro - dalla doccia vestito). Una specie di relitto umano, insomma.
Per non parlare della sabbia nelle scarpe e nei vestiti.
Busan, penisola Taejongdae |
Una cosa che non son riuscito, accidenti, a fotografare sono gli straordinari cantieri navali nel gigantesco porto della città, dove sono in costruzione dozzine - dico dozzine - di navi portacontainer, petroliere e bestioni simili di stazza mostruosa. Gru di conseguenza, eccetera. Uno spettacolo mozzafiato, se vi piace il genere (a me sì).
Meteo come da foto: a tratti nuvoloso, a tratti strasoleggiato. Luce diffusa stranissima e forte, che senza filtri sull'obiettivo ha dato alle foto una patina velata strana. In realtà, quando c'è stato il sole, era molto più luminoso di quel che si vede, e quando era nuvoloso era altrettando meno grigio di quanto sembri. Mah.
Afa come solito: coprire a piedi sotto al sole il percorso di quattro chilometri della penisola Taejongdae (a stomaco vuoto da ore), e riuscire anche a scattare le foto nei quaranta minuti previsti dal piano del mio tour, mi ha conciato come poche altre volte in vita mia. E meno male che avevo l'asciugamanino verde.
Chissà se mi fa bene alternare queste prestazioni alle regolari botte di aria condizionata gelata a dodici gradi e trenta nodi di velocità che mi becco ad ogni risalita su un autobus, nella metro, o in qualunque altro luogo pubblico.
Altra dannatissima caratteristica, questa, che le città coreane condividono con tutte le sorelle asiatiche.
Hungry like a wolf, alle undici di sera in Euljiro 3(sam)-ga, non esattamente il centro di Seoul, e sfidare il destino con una salsiccia riscaldata insieme all'involucro di plastica nel microonde di un Family Mart.
[Updated: non è stata una buona idea...]
Cose che (tutti) i seouliti fanno in metro con il cellulare: guardare film e fotografie, leggere il giornale, leggere e mandare messaggi (in Hangŭl, che te lo raccomando), consultare la mappa della metro, seguire il percorso della metro con il gps (apposita app, ovviamente), ascoltare musica, consultare l'agenda, guardare la televisione (moltissimo), consultare la mappa di Seoul in cerca di indirizzi (apposita app che, considerato che non esistono i nomi delle vie, sarei proprio curioso di sapere come diavolo funziona), leggere fumetti (??), seguire il mercato azionario, giocare (come i giapponesi, anche gli uomini d'affari incravattati), soprattutto con videogame automobilistici e rompicapo coloratissimi.
Cose che i seouliti non fan quasi per nulla in metro con il cellulare: telefonare. E, se lo fanno, bisbigliano appena, quasi vergognandosi un po'. Con il casino che c'è dentro la metro, musica compresa.
Chissà come fanno.
Cose che fanno i seouliti più evoluti in metro: vanno direttamente in giro tenendo in mano il netbook aperto e collegato.
A questo livello io non ci sono ancora arrivato.
Nota: ovviamente il segnale c'è in tutta la metro, cinque tacche piene, ovunque. E almeno due o tre reti wifi sempre attive.
Seoul, National Museum of Korea |
[mica peraltro, è che chissà quando le caricherò davvero in archivio le foto che ho selezionato, così intanto metto qui qualche anteprima...]
Trovare il grande mercato del pesce di Noryangjin, a Seoul, non è difficile. Quando uscite dalla metro, seguite l'odore. E questo:
A Noryangjin, almeno virtualmente, potete trovare sui banconi qualunque cosa di organico (e forse anche non) sopravviva nell'oceano. E' aperto dall'una di notte fino a tarda sera e probabilmente ad andarci prima dell'alba si possono vedere cose che voi umani. Io no, non ce l'ho fatta. Prima dell'alba, intendo, e nemmeno subito dopo, ché le maratone dei giorni precedenti hanno chiesto il loro pegno.
A Noryangjin ci si può anche abbuffare, volendo: al piano superiore dello sterminato mercato si trovano dozzine di locande, diciamo così, che ovviamente propongono solo piatti a base di pesce e di varie altre forme marine animate o meno. Naturalmente saper almeno leggere l'hangŭl, qui, è d'obbligo, oppure dovete essere sufficientemente avventurosi da non preoccuparvi e lasciare al caso (e al cuoco coreano).
Se oltre che avventurosi siete pure sprezzanti del pericolo, potete anche accettare gli assaggi ai banconi del pesce: direttamente dall'accetta al vosto palato (ma ho visto scuoiare razze giganti anche con una pinza da maniscalco).
Va da sé che una visita a Noryangjin richiede uno stomaco piuttosto assestato, e che dopo non riuscirete più a togliervi di dosso la puzza di pesce per una settimana.
Seoul, Noryangjin fish market |
Anche ad arrivarci a mezzogiorno, comunque, ho fotografato cose che non saprei classificare nella mia enciclopedia. Magari sapete voi di cosa si tratta, nel caso, segnalatelo nei commenti. Ad esempio, quelle specie di pigne rosse (vanno moltissimo, non mi sembrava che si muovessero nelle vasche), oppure quegli inquietanti tubi rosa (quelli si muovevano eccome).
Non so perché, invece, alla fine non ho fotografato le cozze preistoriche: dimensioni medie pari alla lunghezza del mio avambraccio. Ma son davvero cozze? Inquietanti.
Seoul, Noryangjin fish market |
In generale una delle cose belle dei mercati è proprio che ci si mangia parecchio, qualunque cosa volendo, ma comunque tutto strettamente locale, sia nello stile che nella cucina.
Non ci vedrete mai, chessò, un Kraze Burger o un Paris Baguette fra le vie di un mercato, al massimo vi aspettano nel distretto più vicino, due blocchi più in là. Sta al vostro metabolismo. Calcolate che dopo tre ore di maratona, fotografie e trattative, a trentacinque gradi all'ombra e umidità al novantacinque per cento fra le bancarelle, raggiungere l'hamburger più vicino senza crollare al suolo come dopo una prova di triathlon potrebbe essere più difficile che sopravvivere ad uno street food cinese all'interno di un mercato coreano.
Mica siete in vacanza del resto, son cose che richiedono abnegazione e allenamento olimpico specifico.
Me ne son fatte parecchie di maratone fra i mercati, come mio solito, da Namndaemun (dove ho barattato la mia mai troppo amata Canon 20D con una 30D usata) a Dongdaemun, da Myeong-dong ad Insadong, passando per Eunha. Ma anche l'inevitabile upper-market Lotte store department a Gwanghwamun, e soprattutto lo sterminato Yongsan electronics market, dove ho ri-barattato a distanza di sole ventiquattr'ore (!) la 30D con un'ancor più aggiornata 40D, altresì usata. Un altro giorno ancora a Seoul e mi facevo la 1D Mark IV.
Non riservano sorprese i mercati di Seoul, rispetto a quelli delle altre metropoli asiatiche. Sono infiniti, alcuni sono ormai nelle mani dei russi, in generale ci si trova di tutto come di consueto da queste parti, si può trattare ma non ovviamente quanto in quelli mediorientali. Diciamo che con un po' di ostinazione e pazienza si può arrivare a grattare un trenta per cento sul prezzo iniziale.
Bidoni sempre in agguato, cianfrusaglie a perdere: insomma, il classico paradiso per tornare a casa con la sacca in più alla quale avevate deciso di rinunciare alla partenza e che, come sempre, vi tocca adesso comprare direttamente al mercato, anch'essa.
A me piaccion sempre i pattern, si sa. Potrei farci un libro intero con i pattern e i patchwork di Seoul.
Seoul, market patterns & patchworks |
Non credo tornerò in Corea. Non torno mai in nessun posto, non ho motivo perché sia la Corea ad essere il primo dei posti in cui tornare. Ma mi spiace eccome ripartire senza aver avuto la possibilità di andarci in giro davvero, per questo Paese, al di là di Seoul e della visita lampo a Busan. Sono certo che possa riservare più di una piacevole sorpresa.
Mi è piaciuta Seoul? Mi è piaciuta, sì. Me ne sono innamorato? Mah. Una cotta certamente, ma in parte sicuramente dovuta all'effetto viaggio in sé, per giunta da solo, che amplifica sempre a dismisura ogni singola emozione. Passerà.
Ho bisogno di metabolizzare queste giornate e ci vorrà un po' di tempo, come sempre. Assorbire il rientro è ogni volta più difficile. E poi son state settimane, queste estive, rocambolesche, perse in un turbinìo continuo di fai e disfa la valigia, per cui nemmeno so se torno a casa tutto intero o meno, con tutto quello con cui ero partito.
Devo trovar spazio alle pareti per le stampe coreane. Questo sì, è un problema.
Ventun'ore dopo l'ultima sveglia a Seoul è una domenica di sole sulla Brianza, piuttosto calda direi. Dicon sian le undici della mattina, ho fame come fossero le sei di un pomeriggio che non ha visto pausa pranzo. Non avendo un Kraze Burger a portata di mano controllerò se prima di partire ho lasciato almeno un gelato nel mio desolato frigo vuoto.
Poi è tutto come prima. Come ogni volta. Da domani però.
|